Giunta alla sua quarta edizione, la Biennale della Fotografia Femminile di Mantova (BFFMantova) inaugurerà il 6 marzo 2026, confermandosi come un appuntamento unico nel panorama mondiale. Per oltre un mese la città lombarda diventerà una vetrina internazionale che darà spazio a importanti artiste, talvolta poco conosciute nel nostro Paese.
L’evento èpromosso dall’Associazione La Papessa con il sostegno del Comune di Mantova e di FUJIFILM, il patrociniodella Regione Lombardia e della Provincia di Mantova. Il festival èdiretto, come nelle edizioni precedenti, da Alessia Locatelli. Il team della BFF quest’anno ha scelto come titolo “Liminal”, termine che racchiude significati molteplici, attuali e affascinanti.
4^ Edizione
BIENNALE DELLA FOTOGRAFIA FEMMINILE
MOSTRE | WORKSHOP | CONFERENZE 6-29 marzo 2026 Mantova, varie sedi
Inaugurazione Venerdì 6 marzo, ore 18:30 Casa del Mantegna – Via G. Acerbi, 47 alla presenza delle Autorità del Comune di Mantova
“Liminal” è la soglia, lo spazio indefinito che precede l’arrivo a una destinazione. Un limbo da attraversare per raggiungere un traguardo vicino, ma ancora non del tutto delineato. In questa fase di passaggio, le regole considerate valide fino a quel momento possono perdere forza. Chi vive questa dimensione ambigua si trova a fare i conti con incertezza e smarrimento, consapevole che, se il passato è ormai fissato, il presente si sta trasformando sotto i propri piedi e il futuro appare più che mai nebuloso, privo di un approdo prevedibile. L’unica certezza è che è in corso un profondo processo di cambiamento, capace di scuotere le fondamenta della normalità e dell’ordine stabilito: talvolta aprendo a visioni di un futuro luminoso, talvolta riportando alla luce oscurità sopite che si agitano nelle viscere del mondo. È un tempo in cui tutto viene rimesso in discussione e le trasformazioni si accelerano, nel bene come nel male.
La Biennale Internazionale della Fotografia Femminile ha da sempre un’attenzione particolare verso i grandi temi sociali e geopolitici. Tra questi rientrano l’istruzione, le disuguaglianze di classe, le conseguenze delle migrazioni — che comportano la perdita di terre, risorse economiche e libertà civili — fino ad arrivare alle dinamiche del neo-colonialismo.
Lee Grant, Ancestral Constellations, 2011-2026
L’edizione 2026 segue lo stesso formato delle precedenti, con mostre principali di fotografe italiane e internazionali: Nadia Bseiso (Giordania) Infertile Crescent, Mackenzie Calle (USA) The Gay Space Agency, Lisa Elmaleh (USA) Tierra Prometida, Julia Fullerton-Batten (Germania) Contortion, Lee Grant (Australia) Ancestral Constellations, Pia-Paulina Guilmoth (USA) Flowers Drink the River, Keerthana Kunnath (India) Not What You Saw, Barbara Peacock (USA) American Bedroom, Gaia Squarci (Italia) The Cooling Solution (ricerca del team ENERGYA, a cura di Kublaiklan e coordinamento di Elementsix), Abbie Trayler-Smith (Regno Unito) The Big O e Kiss it! e una mostra d’archivio dal titolo Shifting the Focus che rilegge la rivoluzionaria opera di una pioniera della fotografia americana Imogen Cunningham (Portland 1883 – San Francisco, 1976). Numerose sono le altre iniziative, tra le quali una Open Call per un Circuito Off, letture portfolio, workshop, conferenze, laboratori didattici per bambini.
I luoghi deputati per le esposizioni sono Casa di Rigoletto, Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Spazio Arrivabene2, Casa del Pittore.
La quarta edizione della Biennale di Fotografia Femminile conferma il progetto culturale solido e in continua crescita, sostenuto da partner storici e da un numero sempre più ampio di realtà che riconoscono il valore della cultura come motore di cambiamento sociale. L’edizione 2026 si fonda su una rete rinnovata e in espansione di partner e supporter, che contribuiscono attivamente alla realizzazione della manifestazione.
Imogen Cunningham, Three Harps, 1935 – 2026 Imogen Cunningham Trust
SPONSOR
Con il sostegno di: Comune di Mantova, FUJIFILM
Con il patrocinio di: Regione Lombardia, Provincia di Mantova
Con il contributo di: Fondazione BAM, Fondazione Comunità Mantovana Onlus, CRAL Uniti si vince, TELECOM, S. Martino, Agape, Agapecasa
Media partner: MediaNet, Il Sublimista, Il Fotografo
Partner: Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Casa del Pittore, Librerie COOP, Shelfie Café, Fotofestival Lenzburg, Premio Musa
Associazione culturale La Papessa | lapapessa.org
Promuove la cultura fotografica, a partire dalla città di Mantova dove è nata. Il progetto parte da un’idea di Anna Volpi (Presidente) e Chiara Maretti (Vicepresidente), entrambe fotografe. Il simbolo che rappresenta l’associazione è la figura de “La Papessa”: nei tarocchi una donna di potere spirituale e temporale, colei che trasmette conoscenza. Siamo un gruppo di artiste, fotografe, esperte di comunicazione visiva, ma anche di persone appassionate di arte e cultura in generale, unite dalla voglia di creare nuove realtà e opportunità nel mondo della fotografia.
Biennale della Fotografia Femminile LIMINAL 6-29 marzo 2026, Mantova (varie sedi) www.bffmantova.com
BIGLIETTERIA presso Casa del Mantegna – Via G. Acerbi, 47 Online: https://www.boxol.it/next/it/BoxofficeLive/events/600313/eventi-biennale-della-fotografia-femminile-2026 Intero: 16€ Ridotto (under 26 e over 65) 13€ Soci La Papessa: 12€ Soci CRAL di Bondioli-Pavesi, Irfoss, Fotografica aps, Frammenti di Fotografia, La Ghiacciaia, Fotocineclub Mantova, Fiaf, Topis aps: 14€ Ridotto famiglie 12,50€ a persona (4 persone: 2 adulti e 2 under 18) Gratuito: fino a 12 anni e per persone con disabilità e accompagnatori Gruppi di almeno 10 persone su prenotazione: 14€ (scrivendo a prenotazioni@bffmantova.com) Visite guidate per scolaresche anche il venerdì, previa prenotazione ORARI Casa del Mantegna, Via G. Acerbi, 47: ore 10-18:30 Casa di Rigoletto, Piazza Sordello, 23: ore 9-18 Galleria Disegno, Via G. Mazzini, 34: ore 10-13 / 15-19 Casa del Pittore, Corso Garibaldi, 46: ore 10-13 / 15-19 Spazio Arrivabene 2, Via G. Arrivabene, 2: ore 10-13 / 15-19 Mostre aperte venerdì 6 marzo e tutti i sabati e le domeniche di marzo: 7, 8, 14, 15, 21, 22, 28, 29
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
A Pordenone, nel percorso di avvicinamento al 2027,la più grande mostra immersiva mai dedicata al genio che ha trasformato il Novecento.
Nel 2026, il mondo celebrerà il centenario della nascita di Miles Davis, l’artista inafferrabile che ha trasformato i paesaggi sonori della cultura contemporanea. Per omaggiare questa figura iconica, il Comune di Pordenone, attraverso il suo Assessorato alla Cultura, in stretta sinergia strategica e organizzativa con il Festival Jazzinsieme, annuncia un progetto espositivo senza precedenti: “MILES DAVIS 100 – LISTEN TO THIS!”.
MILES DAVIS 100 – LISTEN TO THIS! UNA MOSTRA DA ASCOLTARE Pordenone, Villa Cattaneo 8 maggio – 12 luglio 2026
Questa grande mostra, concepita per essere ascoltata prima ancora che guardata, nasce dalla volontà dell’Amministrazione Comunale e della direzione artistica di Jazzinsieme di posizionare la città al centro della scena jazzistica mondiale. La scelta di Pordenone come sede di questo evento internazionale non è casuale: la città, Capitale Italiana della Cultura 2027, si conferma un nodo dinamico capace di unire impresa, visione politica e arte.
L’evento, pilastro della programmazione culturale cittadina, si inserisce nel percorso di avvicinamento al 2027 con l’obiettivo di attrarre un pubblico internazionale. Questa visione prosegue il successo delle grandi esposizioni fotografiche dedicate a maestri come Barbey e Doisneau, consolidando Pordenone come polo d’attrazione capace di dialogare con i grandi circuiti mondiali.
Cuore pulsante di questa trasformazione è Villa Cattaneo, splendida villa veneta settecentesca inserita in un magnifico spazio verde, sede di quello che sarà il PFM (Polo del Futuro Musicale) progetto-pilastro di Pordenone Capitale della Cultura 2027. In occasione della mostra, la Villa svelerà il suo potenziale di spazio multifunzionale e centro di eccellenza per la musica contemporanea. Il PFM ospiterà infatti studi di registrazione all’avanguardia, sale prove e sistemi avanzati per la digitalizzazione e conservazione del patrimonio audio-visivo, diventando la casa naturale per la sperimentazione giovanile, la produzione e i grandi eventi internazionali.
Realizzata in collaborazione con istituzioni prestigiose come l’American Jazz Museum di Kansas City e la House of Miles di East St. Louis, e con il sostegno della Famiglia Davis, l’esposizione si pone l’obiettivo di coinvolgere il pubblico in un’esperienza sensoriale che fonde musica, tecnologia e narrazione visiva. Il progetto, curato da Enrico Merlin — studioso di fama internazionale e specialista dell’opera davisiana — in collaborazione con il Festival Jazzinsieme, segna l’inizio di un dialogo stabile tra il territorio pordenonese e i grandi circuiti museali americani.
Un’esperienza oltre la cronologia
L’essenza di “LISTEN TO THIS!” risiede nel superamento del classico percorso cronologico statico. La mostra è un viaggio all’interno delle metamorfosi continue di un uomo che è stato, citando la visione curatoriale, un “amplificatore di potenziale” piuttosto che un semplice innovatore.
Il cuore tecnologico e concettuale dell’evento è lo spazio “Listen to This!”: un database interattivo d’avanguardia che permetterà ai visitatori di navigare in un mare magnum di oltre duemila registrazioni ufficiali. Grazie a una mappatura ragionata e postazioni di ascolto ad alta fedeltà, questa piattaforma si configura come la più estesa mai messa a disposizione del pubblico per l’esplorazione dell’universo sonoro di Davis.
Dalla tromba d’oro all’icona pop
L’allestimento si snoda attraverso otto aree tematiche che approfondiscono la dimensione artistica, umana e iconografica di Miles. Tra i pezzi forti dell’esposizione spicca la tromba originale di Miles Davis, concessa dal collezionista Don Hicks, ed esposta in una sala dedicata alla “Galassia” di collaboratori che hanno gravitato attorno al periodo rivoluzionario di Bitches Brew.
Il percorso non trascura il Davis “segno culturale”: la sala “The Icon” indaga come il suo volto e il suo nome siano diventati un marchio globale, esplorando anche il suo rapporto con l’universo femminile (attraverso le celebri copertine che ritraevano le sue compagne) e le sue incursioni nel mondo del cinema e della moda. Il materiale esposto comprende oltre 300 supporti fonografici, fotografie originali di Anthony Barboza, riviste d’epoca e rari documenti d’archivio — come contratti della Columbia Records e missive private — molti dei quali presentati al pubblico per la prima volta.
Non solo una mostra, ma un gesto culturale
Oltre al percorso espositivo, “MILES DAVIS 100” sarà un luogo vivo: ogni settimana sono previsti incontri, guide all’ascolto e interventi di ospiti internazionali come Stefano Zenni, Luca Bragalini e lo stesso Anthony Barboza. Un’attenzione particolare sarà dedicata al legame speciale tra Davis e l’Italia, documentato da poster, video e registrazioni inedite.
“Non sarà una semplice mostra,” dichiarano gli organizzatori, “ma un invito all’ascolto profondo e alla curiosità”. Un omaggio necessario a un uomo che, come un maestro zen, vedeva nel suono ciò che altri non avevano ancora udito.
“Miles Davis 100 – Listen to this!” è un progetto di Jazzinsieme sostenuto da Comune di Pordenone, Regione Friuli-Venezia Giulia, PromoTurismo FVG, Fondazione Friuli e Camera di Commercio Pordenone – Udine e da importanti sponsor privati.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani emergenti con la XXI edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia,con il contributo della Regione Emilia-Romagna.
FOTOGRAFIA EUROPEA 2026 XXI EDIZIONE
FANTASMI DEL QUOTIDIANO
Reggio Emilia Dal 30 aprile al 14 giugno 2026
La XXI edizionedel Festival di Reggio Emilia dedica le sue mostre ai fantasmi, intesi come presenza di qualcosa che potrebbe accadere.
Chiostri di San Pietro, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi, Chiesa dei Santi Carlo e Agata e gli spazi del Circuito OFF accolgono mostre di grandi fotografi e di giovani esordienti
“FANTASMI DEL QUOTIDIANO” è il titolo scelto per l’edizione 2026, come filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia.
I fantasmi che incontreremo sono presenze che bussano nella notte del pensiero, configurandosi come l’ombra di qualcosa che non ha più corpo. Non sono semplici apparizioni, ma ricordi che non vogliono farsi passato, paure vestite da mistero e presenze fatte interamente di assenza. Abitano i corridoi del silenzio e le crepe della memoria, nutrendosi di tutto ciò che è rimasto non detto. Nel loro manifestarsi, a volte ci fanno tremare, mentre altre volte agiscono come una protezione per aiutarci a dimenticare. Privi di un volto proprio, si presentano con mille maschere differenti: possono essere scacciati con la luce di un’idea oppure ascoltati attentamente per comprendere di cosa abbiano realmente fame. Ma i fantasmi non rappresentano solo una minaccia; sono presenze latenti e potenzialità sospese, idee che non se ne sono mai andate del tutto dal nostro orizzonte. Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma al nostro presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione. Il festival esplora così la silenziosa durata della memoria, osservando come i ricordi svaniscano senza mai scomparire del tutto. Ogni fotografia esposta racchiude la propria eco, un ricordo impalpabile che mantiene sospesa la sua essenza nonostante lo scorrere del tempo. In questo percorso espositivo, il passato non è un elemento scomparso, ma un’entità che continua a respirare dolcemente all’interno del presente. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approfondimento dedicato alla storia stessa della fotografia: un viaggio attraverso due secoli di immagini che hanno documentato, trasformato e talvolta reinventato la società. È qui che il dialogo con i “fantasmi” si fa concreto, attraversando archivi, autori e tecnologie che hanno segnato il nostro modo di vedere.
Emilia Martin, the pleasure and the law, Netherlands, 2025, digitalised polaroid photograph, courtesy of the artist
LE MOSTRE
I Chiostri di San Pietro, come sempre sede della biglietteria e cuore pulsante del festival, ospiteranno il nucleo di mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart, per scoprire i fantasmi del quotidiano.
Il percorso inizia con il lavoro di Felipe Romero Beltrán, Bravo,vincitore del KBr Photo Award 2025 di Fundación MAPFRE.supportato dalla Fundación MAPFRE.L’autore esplora le storie di migrazione lungo il fiume Rio Bravo, al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa simbolo di un’attesa sospesa e silenziosa. Attraverso tre capitoli — Endings, Bodies e Breaches — Beltrán utilizza la fotografia come strumento critico sfidando i sistemi di classificazione, recinzione e identificazione che governano i regimi di frontiera.
Mohamed Hassan, con il suo progettoOur Hidden Room indaga identità, famiglia e salute mentale attraverso il rapporto con il padre e l’Egitto, sua terra natale, intrecciando immagini e parole in un percorso di memoria e guarigione. Il lavoro, vincitore dello Star Photobook Dummy Award, è un viaggio visivo che trasforma il dolore privato in una narrazione universale sulla ricerca delle proprie radici.
InAutomated Refusal, Salvatore Vitale analizza la precarietà dei lavoratori della gig economy, tra sorveglianza algoritmica, ranking e riduzione del tempo libero, nel contesto delle professioni digitali. Il film, parte della ricerca Death by GPS, è una critica visiva alle disuguaglianze e allo sfruttamento generati dall’automazione.
La fotografa francese Marine Lanier racconta, con Le Jardin d’Hannibal, il Giardino del Lautaret, storico conservatorio di biodiversità alpina e centro nevralgico per la ricerca scientifica. Attraverso immagini evocative che intrecciano memoria storica e miti, come quello di Annibale, – che si dice abbia attraversato proprio queste Alpi per sfidare Roma – il progetto unisce passato e futuro in una visione poetica della natura da preservare.
Stains and Ashes è il frutto del lavoro di Ola Rindal, che rivolge lo sguardo verso macchie, crepe e imperfezioni del nostro ambiente quotidiano, elementi solitamente trascurati che qui diventano materia di contemplazione trasformate in visioni astratte. Attraverso la sfocatura, il progetto evoca la fragilità della memoria e l’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.
In Subject Studies: CHAPTER I, la fotografa messicana Tania Franco Klein esplora come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena con persone diverse. Il progetto riflette sulla soggettività e su come identità e significato siano costruiti attraverso la messa in scena fotografica e il bagaglio culturale di chi osserva.
Ispirandosi a La lentezza di Milan Kundera, Giulia Vanelli indaga il rapporto tra velocità, memoria e oblio, traducendo in immagini un’equazione esistenziale sul tempo. The Season diventa una riflessione visiva sul desiderio di trattenere il passato o fuggirne, attraverso il ritmo del movimento e dei ricordi.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Frédéric D. Oberland, esponeVestiges du futur in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Le sale del piano terra dei Chiostri ospitano la committenza di Fotografia Europea, che per questa edizione è stata affidata a Simona Ghizzoni: la fotografa di origini reggiane, presenta un lavoro dal titolo Milk Wood, che pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio, tra parole e immagini.
L’esposizione a piano terra si conclude con Keep the Fire Burning, a cura diFrancesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza “AÏDA”. Attraverso una selezione di libri fotografici, la mostra indaga come miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni continuano ad abitare il nostro presente, costruendo una geografia emotiva e culturale che attraversa confini e generazioni.
Poco lontano dai Chiostri, nella sede di Palazzo Da Mosto, è esposta la mostra collettiva Ghostland, a cura di Arianna Catania: un’esplorazione sull’epoca ipermediata in cui viviamo, dove la realtà appare come un territorio “spettrale” filtrato costantemente dagli schermi luminosi. La mostra riflette sullo schermo non solo come dispositivo, ma come ambiente culturale capace di modellare percezioni e comportamenti, rivelando ciò che sfugge allo sguardo e invitando a interrogare i punti ciechi della nostra visione. In questo panorama, Alisa Martynova (ANIMA) trasporta l’osservatore in un paesaggio onirico, abitato da creature dal volto cangiante nate dall’incontro tra l’archivio della fotografa e l’intelligenza artificiale; Zoé Aubry (Effet miroir | Faire écran) mostra come la propria immagine riflessa quotidianamente sugli schermi crei nuove identità; Mykola Ridnyi (Blind Spot) cancella la visione della guerra, che si dissolve in innumerevoli punti ciechi e in cui si modifica quindi la percezione nella visione dei conflitti; Vaste Programme (It’s all fun and games) ribalta la funzione ludica dei peep-board, costringendo lo spettatore a “metterci la faccia”, confrontandosi direttamente con la crisi climatica e con la propria capacità di empatia; Visvaldas Morkevicius (Camouflage) ci porta dentro la visione della guerra dai droni, trasformando il conflitto in astrazione, allontanando l’azione dalla violenza; Indrė Šerpytytė (This Is How We Win Wars) mette in scena i gesti e le danze dei soldati, condivise sui loro social, sospesi tra rituale, trauma e fragilità umana; Sara Bezovšek (SND) guida lo spettatore in un labirinto di percorsi digitali, dove i possibili futuri del pianeta si svelano attraverso personali scelte interattive; infine, Carolyn Drake (Next Door) trasforma dispositivi di videosorveglianza in momenti di vita intima e quotidiana, prendendo ispirazione da un sito del suo quartiere che, in cambio di sicurezza, crea sospetto e paura dell’altro.
I progetti di Indrė Šerpytytė e Visvaldas Morkevicius fanno parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana.
Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call selezionati dai curatori del festival tra gli oltre 700 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, offrendo uno sguardo sulle ricerche più originali della scena contemporanea. Federica Mambrini, con L’albergo della lontananza, trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Emilia Martin, in The serpent’s thread, curata da Eleonora Schianchi intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. Riflettendo sull’identità femminile e sull’eredità materiale che attraversa le generazioni, l’artista ricostruisce questa vicenda esplorando il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.
A Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo nel centro storico di Reggio Emilia, mai utilizzato prima per le mostre di Fotografia Europea, ci sarà Due secoli di fotografia e società. Nell’anno in cui ricorrono i 200 dalla realizzazione di quella che è considerata la prima “fotografia” della storia (la Vista dalla finestra di Le Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce), Fotografia Europea ha chiesto a Walter Guadagnini di immaginare una grande rassegna che provi a raccontare per immagini cosa abbia significato la fotografia nella vita degli uomini e delle donne degli ultimi due secoli. La mostra sarà dunque un viaggio affascinante, a tratti drammatico a tratti divertente, tra i milioni di immagini che sono state prodotte in questi duecento anni, tra capolavori e fotografie anonime, apparecchi storici e riviste leggendarie, spezzoni di film e libri imperdibili, una storia che si dipana attraverso sei ambienti costruiti per questa occasione, dedicati ad altrettanti aspetti della fotografia, del suo linguaggio e della sua centralità nella società di ieri e di oggi. Non una semplice carrellata di fotografie dunque – che pure ci sono, e sono tra quelle realizzate dai grandi maestri del lontano passato come Daguerre, Nadar, Curtis e tanti altri, ai giganti della modernità come Lewis Hine, Berenice Abbott, Robert Capa, Dorothea Lange, Walker Evans, per non dirne che alcuni -, ma una passeggiata tra le immagini che inizia nella campagna francese e arriva fino agli schermi degli smartphone, per provare a capire come e perché la fotografia abbia raccontato le vite degli altri e continui a raccontare la nostra. Anche in questa storia i fantasmi non mancheranno, saranno quelli innocui nati nell’Inghilterra e negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche quelli ben più pericolosi generati dalle nuove tecnologie: storie che raccontano, in ogni caso, come la fotografia non solo abbia rappresentato il mondo, ma lo abbia spesso anche inventato, nel bene e nel male.
Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo e affacciata sulla centralissima via San Carlo, trova spazio la mostra di Elena Bellantoni, dal titoloGhostwriter a cura di Fulvio Chimento. Ilprogetto evoca i “fantasmi della storia” attraverso figure simboliche che trovano espressione nel corpo dell’artista. Utilizzando fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione, Bellantoni riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, concepito come un “corpo imprevisto”. La mostra è promossa insieme all’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia all’interno del progetto In-TERSEZIONE. Linguaggi e pratiche al centro per promuovere il cambiamento contro la violenza sulle donne. L’esposizione è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione FlagNoFlags e la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla.
Torna anche Speciale diciottoventicinque, un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che porta all’ideazione e alla creazione di un lavoro legato al tema di Fotografia Europea 2026 che rientra nel circuito ufficiale della manifestazione. Tutor di questa edizione sono Marcello Coslovi e Alex Tabellini di Sugar Paper, realtà modenese dedicata alla promozione e alla diffusione della fotografia contemporanea, soprattutto attraverso il libro fotografico. L’esito finale sarà quindi la creazione di un racconto sotto forma di piccola pubblicazione, in cui emergeranno le diverse declinazioni del tema. Il lavoro offrirà una visione corale di cosa significhi, per le nuove generazioni, confrontarsi con i “fantasmi del quotidiano”.
Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.
La sezione di fotografia di Palazzo dei Musei presenta Luigi Ghirri. A Series of Dreams, a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. Il riallestimento esplora il legame tra suono e immagine: dalla passione per Bob Dylan alla profonda amicizia con Lucio Dalla, dall’importante collezione di dischi ai numerosi rimandi nei suoi scritti. Per Ghirri la musica concorre alla formazione dell'”immagine dell’esterno”, con una capacità narrativa che può aprire “squarci visionari”. Un nucleo dedicato al soundscape, con l’intervento del musicista Iosonouncane, mette in dialogo l'”ecologia dello sguardo” di Ghirri e l'”ecologia acustica” di R. Murray Schafer, facendo corrispondere paesaggio sonoro e visivo. Mostra promossa dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici, Biblioteca Panizzi) in collaborazione Fondazione Luigi Ghirri, Fondazione I Teatri, ISIA Urbino.
Negli stessi spazi, la tredicesima edizione di Giovane Fotografia Italiana presenta il progetto Voci a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi. La mostra mette in scena la ricerca di sette talenti under 35 che indagano la capacità della fotografia di rivelare ciò che resta invisibile o senza parola. I sette finalisti che concorrono per il Premio Luigi Ghirri sono: Susanna De Vido con Quando torneremo a guardare le stelle,Karim El Maktafi con Archivio del mare,Alice Jankovic con Green Paradox, Cinzia Laliscia con Finalmente posso andare,Anie Maki con Milk, Weight, Gravity, Eva Rivas Bao con Una storia italiana e Federica Torrenti con La fortezza.
Giovane Fotografia Italiana #13 | Premio Luigi Ghirri 2026 – Voci / Voices è realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna. Promosso da Comune di Reggio Emilia in partnership con Fondazione Luigi Ghirri e Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani, Fotografia Europea, Fotodok, Utrecht; Fotofestiwal Łódz in Polonia; Photoworks, Brighton. Con il contributo di Reire srl e Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia. Sponsor tecnico Pirru.
Spostandosi allo Spazio Gerra, l’attenzione si focalizza sulla poetica di Francesco Guccini con la mostra Canterò soltanto il tempo. Si tratta di un viaggio intimo nella carriera del cantautore, strutturato come un vero e proprio “concept album” visivo che esplora il valore della parola come unico argine allo scorrere del tempo. La narrazione è arricchita dai contributi di vari artisti e illustratori, tra cui spiccano le ricerche fotografiche di Paolo Simonazzi, che mappa la “geografia sentimentale” di Pavana, e di Kai-Uwe Schulte-Bunert, che tenta di dare una forma astratta e frammentaria alla materia fluida del ricordo.
Infine, la Collezione Maramotti presenta la prima personale italiana di Ndayé Kouagou, Heaven’s truth. Kouagou propone un’esperienza narrativa spiazzante che spazia dal video alla performance, utilizzando il linguaggio come motore centrale della sua pratica. Attraverso opere recenti e una nuova produzione ispirata al fotoromanzo, l’artista parigino conduce il visitatore in un percorso volutamente incoerente e ludico, mettendo a nudo le ambiguità della comunicazione e le fragilità della nostra società.
Si è appena conclusa la quinta edizione di FE+SK Book Award, il premio dedicato al libro fotografico, ideato da Fotografia Europea insieme a Skinnerboox – casa editrice di Jesi (AN) specializzata in fotografia contemporanea. Tra le candidature pervenute, la giuria -composta da Chiara Capodici, Tim Clark e Milo Montelli –ha scelto il progetto di Raisan Hameed con il libro Pixels of Memories
بكسلات الذاكرة .
Come ogni anno, il Festival è arricchito da un calendario di appuntamenti che accompagnerà i visitatori dalle giornate inaugurali – 30 aprile, 1, 2, 3 maggio– fino al 14 giugno: conferenze, incontri
con gli artisti, presentazione di libri, book signing, letture portfolio, workshop, una bookfair dedicata agli editori indipendenti e spettacoli. Tutti questi eventi sono pensati per alimentare un confronto culturale che partendo dalla fotografia affronta anche temi trasversali, coinvolgendo un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo, che sa di trovare a Reggio Emilia il meglio di ciò che la fotografia contemporanea produce e propone.
In programma, oltre agli incontri con gli artisti, sono previsti anche concerti e momenti di confronto con ospiti durante i quali approfondire il tema di questa edizione. Tra gli altri: presso il Teatro Cavallerizza, il dialogo tra Loredana Lipperini scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica e la scrittrice e traduttrice Simona Vinci il 2 maggio; o gli appuntamenti in programma il 3 maggio con Annamaria Testa, saggista, docente e creativa intervistata sempre da Loredana Lipperini o il dialogo con lo psicanalista Luigi Zoja. Sabato sera, imperdibile poi la conferenza concerto con il noto trombettista Nello Salza, in dialogo con il critico cinematografico Gianni Canova.
Il 28 maggio, a cura di Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) si terrà il seminario dal titolo “Comunicare l’invisibile. La responsabilità di rendere visibile ciò che orienta lo sguardo: i fantasmi della comunicazione tra memorie collettive, algoritmi, bias e intelligenze artificiali“, un’occasione durante la quale professionisti, giornalisti, studiosi e nuove generazioni sono invitati ad interrogarsi insieme sul potere delle immagini, del linguaggio e dell’intelligenza artificiale nella costruzione del senso. Perché ciò che non si vede è spesso ciò che incide di più. E imparare a riconoscerlo è il primo passo per comunicare con consapevolezza.
Prosegue, anche in questa edizione, l’attenzione del festival nei confronti dei più piccoli, con l’organizzazione di visite guidate a loro dedicate e un programma ricco di PROPOSTE EDUCATIVE: dal weekend inaugurale fino a metà giugno molte le proposte e i laboratori che vogliono avvicinare bambini e ragazzi al variegato programma del festival, una mappa delle mostre pensata per loro e laboratori per famiglie, ma anche proposte formative per adulti in collaborazione con Edu Iren.
Infine l’ormai leggendario CIRCUITO OFF – l’appuntamento collettivo e indipendente che amplia e anima il Festival con un ricchissimo calendario di mostre diffuse su tutto il territorio cittadino – animerà la città con progetti di fotografi professionisti insieme a giovani esordienti, appassionati e associazioni, chiamati a confrontarsi con il tema “Fantasmi del quotidiano”. Le opere saranno esposte in spazi eterogenei della città: negozi, ristoranti, studi professionali, cortili e abitazioni private, oltre a sedi storiche e gallerie d’arte, trasformando l’intero tessuto urbano in una mappa espositiva. Parte di questo circuito è anche il progetto OFF@school che coinvolge le scuole di tutta la provincia di Reggio Emilia. Il 9 maggio si terrà la serata dedicata al Circuito Off, durante la quale verrà proclamato il vincitore del premio Max Spreafico. Al premiato sarà offerta la possibilità di realizzare una nuova mostra da presentare nell’edizione 2027 del Circuito OFF.
Tutte le info su fotografiaeuropea.it Per l’edizione 2026 ci sostengono: Special Sponsor: Iren Main Sponsor: Coop Alleanza 3.0, FCR – Farmacie Comunali Riunite e Attolini Spaggiari Zuliani & Associati Studio Legale e Tributario Sponsor: Assicoop, CNA Reggio Emilia, Coopservice, Emak, Comet, Tecomec, Sabart e Studio Tre.
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La fine delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina segna l’inizio di una sfida altrettanto ambiziosa: trasformare l’ingente sforzo infrastrutturale, stimato in circa 450 milioni di euro destinati a nuovi poli culturali e spazi permanenti, in un’eredità duratura per i territori interessati. Dalla rigenerazione urbana alle prospettive per arte, sociale e turismo, il dibattito su stampa italiana registra consensi, dubbi e scenari concreti per la cultura post-Giochi.
Oltre Milano-Cortina 2026 Il traguardo e i nuovi poli del territorio
Andrea Valenti Commentatore di Experiences (Cultura e società / Analisi critica)
La parola chiave del dopo-Giochi: legacy Con la conclusione delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, il focus dell’opinione pubblica e della stampa italiana si è spostato rapidamente dall’evento sportivo alle questioni legate alla legacy — ovvero all’insieme di risultati tangibili e intangibili che l’Italia e i territori ospitanti si preparano ad accogliere. Il fenomeno non è solo economico o urbanistico, ma investe la dimensione culturale, sociale e simbolica di città come Milano, come emerge dal dibattito sui principali quotidiani nazionali e analisi economiche pubblicate nella settimana del 17-24 febbraio.
Una trasformazione infrastrutturale con molteplici funzioni Al centro delle discussioni c’è la riqualificazione di impianti e aree urbane che, oltre a servire l’organizzazione delle gare, sono pensati per funzioni durature. Il Villaggio Olimpico di Milano, realizzato nell’area di Scalo Romana, è paradigmatico: concepito per ospitare gli atleti, sarà convertito in studentato universitario e housing sociale, integrando spazi pubblici, verde e servizi per la comunità locale.
In modo simile, l’Arena di Milano-Santa Giulia (PalaItalia) è destinata a diventare un centro di eventi, spettacoli e manifestazioni culturali, oltre a ospitare attività sportive di alto livello. Queste opere riflettono l’idea che le Olimpiadi possano accelerare processi già in atto, trasformando infrastrutture inutilizzate o sottoutilizzate in luoghi di produzione culturale e sociale.
Il peso degli investimenti e il coinvolgimento pubblico-privato Secondo dati di stampa economica, il valore complessivo delle opere legate ai Giochi supera i 5 miliardi di euro, con una parte significativa destinata a interventi di riqualificazione urbana, trasporti e servizi, oltre agli impianti sportivi. Circa 450 milioni sono stati stanziati specificamente per nuovi poli culturali e spazi aperti al pubblico che dovrebbero fungere da catalizzatori di attività artistiche, educative e sociali.
Questa grande mobilitazione di risorse non nasce da un’unica fonte: il ruolo del settore privato, con sponsor e partner industriali, si intreccia a quello pubblico. Tra questi, gruppi finanziari e istituzioni culturali hanno promosso iniziative che vanno oltre il puro intervento materiale, comprendendo programmi educativi e progetti espositivi che collegano passato e futuro — un esempio emblematico è il programma culturale delle Gallerie d’Italia, che ha visto l’allestimento di mostre e archivi olimpici come forma di narrazione storica e identitaria.
Cultura come infrastruttura immateriale Un tema ricorrente nelle analisi italiane è la distinzione tra “infrastrutture materiali” e quelle “immateriali” — ossia competenze, reti di collaborazione, esperienza organizzativa e capitale umano generato dal grande evento. Questi aspetti sono considerati parte integrante della legacy: la capacità di attrarre turismo culturale, la visibilità mediatica internazionale e il rafforzamento di istituzioni creative e educative sul territorio.
Opinioni critiche e questioni aperte Nonostante il sostegno prevalentemente favorevole alla visione strategica dei Giochi, la stampa italiana non manca di riportare voci critiche. Alcuni commentatori evidenziano rischi legati alla sostenibilità delle spese e alla gestione delle opere, evocando casi del passato come quello dei Giochi di Torino 2006, dove alcune infrastrutture post-evento sono state sottoutilizzate o abbandonate.
Altri analisti sollevano dubbi sull’effettiva fruibilità delle opere da parte delle comunità locali, in particolare nei settori culturali: infrastrutture imponenti come grandi arene o centri polifunzionali sono utili solo se accompagnate da programmi di gestione, accessibilità e inclusione sociale. Senza questo sforzo, si teme che possano restare spazi di élite più che beni comuni.
Un’eredità da governare oltre il 2026 Il dibattito culturale italiano sottolinea un punto cruciale: la legacy non si conclude con lo spegnimento del braciere olimpico, ma inizia da quel momento. Per realizzare pienamente il potenziale culturale delle opere e dei progetti avviati, è necessario che governance, comunità locali e operatori culturali lavorino in sinergia, trasformando gli spazi in luoghi di produzione culturale diffusa e non solo in grandi contenitori.
In questa prospettiva, Milano e i territori alpini e veneti coinvolti non guardano solo alla prossima stagione turistica: puntano a coltivare identità culturali più forti, a consolidare la presenza internazionale delle proprie istituzioni creative e a offrire piattaforme per la sperimentazione artistica e sociale.
Note essenziali:
Il dibattito italiano include sia valutazioni positive — sulla visibilità internazionale e lo sviluppo territoriale — sia critiche riguardanti sostenibilità e fruibilità sociale delle opere.
Il progetto di legacy comprende investimenti pubblici e privati per la trasformazione di infrastrutture sportive e urbane in spazi culturali e di comunità.
Il Villaggio Olimpico di Milano sarà convertito in housing universitario e spazi pubblici, integrandosi nella rigenerazione urbana di Scalo Romana.
Redazione Experiences
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Da maggio a settembre 2026 uno dei luoghi più famosi al mondo sarà oggetto di un intervento di conservazione e valorizzazione senza precedenti: piloni, superfici e materiali tornano al centro di un cantiere che guarda alla storia e alla durata del ponte nell’era moderna.
Ponte Vecchio: il restauro di un simbolo di Firenze
di Elena Serra Arte, cultura e patrimonio
Firenze – Il ponte più fotografato d’Italia, simbolo eterno di Firenze e icona universale della storia della città sull’Arno, sta per affrontare una fase cruciale della sua storia millenaria. Per la prima volta nel suo lungo arco di vita – che risale con le strutture attuali al 1345 – Ponte Vecchio sarà al centro di un restauro conservativo sistematico che prenderà il via tra maggio e giugno e si concluderà entro la fine dell’estate 2026, dopo circa quattro-cinque mesi di lavori mirati alla pulizia, consolidamento e preservazione delle sue componenti materiali.
Una storia antica sotto i piedi di tutti Attraversando Ponte Vecchio si cammina su strati di storia: sotto le arcate che si allungano sull’Arno si concentrano quasi sette secoli di vita urbana, mercati, botteghe di orafi e gioiellieri e soprattutto memoria collettiva. Costruito nel Trecento e sopravvissuto a piene, guerre e tragedie – tra cui il famoso alluvione del 1966 – è rimasto saldo nella sua funzione di ponte urbano e simbolico, unico a non essere fatto saltare dalle truppe tedesche durante la Seconda guerra mondiale.
Eppure, come molte opere antiche esposte agli agenti atmosferici e al continuo flusso dell’acqua e dei passanti, soffre degli inevitabili effetti del tempo. Crepe, distacchi di malta, accumuli di sporco, licheni e microrganismi si sono depositati su pietre, piloni e superfici lignee. Per questo la città ha deciso di avviare un intervento che non è una semplice manutenzione, ma una vera e propria operazione conservativa, la prima di tale portata nella storia recente del ponte.
Tecniche tradizionali e soluzioni innovative Il progetto, frutto della collaborazione tra amministrazione comunale, esperti di restauro e imprese specializzate, prevede un complesso lavoro articolato su più fronti. I tecnici interverranno sulla pulitura delle superfici lapidee, rimuovendo depositi incoerenti, polveri e residui biologici, sostituendo malte degradate con materiali compatibili con l’originale e consolidando le giunzioni tra i blocchi di pietra. Grande attenzione sarà dedicata anche alla gestione logistica del cantiere. Poiché molti interventi riguardano le pile e i piloni sommersi o parzialmente immersi nell’Arno, si utilizzeranno pontoni e piattaforme galleggianti per consentire ai restauratori di operare con precisione direttamente dalle acque, evitando impalcature invasive dal ponte stesso.
L’intervento sulla struttura comprenderebbe la pulizia profonda delle pietre serena, il ripristino delle stuccature, la reintegrazione delle parti deteriorate e la protezione delle superfici con materiali rispettosi del patrimonio. Secondo quanto riportato da fonti locali, la prima fase potrebbe concentrarsi sui piloni, i veri “piedi” del ponte, che sostengono la tradizionale passeggiata fiorentina.
Un monumento vivo, non un museo Contrariamente ad altri cantieri monumentali dove l’accesso al pubblico viene limitato o sospeso, le autorità cittadine hanno assicurato che Ponte Vecchio resterà percorribile durante i lavori. L’obiettivo è preservare non solo la solidità materiale, ma anche la funzione sociale e urbana di una delle vie più frequentate della città: un luogo dove il turismo si intreccia con la quotidianità di residenti e botteghe storiche.
La scelta di non interrompere la fruizione pubblica sottolinea un principio culturale condiviso: il patrimonio va tutelato nel suo contesto di vita, non relegato a un’area museale statica. Il restauro conservativo di Ponte Vecchio non è soltanto un intervento tecnico, ma un atto di cura che riconosce la vitalità di un monumento che continua a vivere nella quotidianità della città.
Patrimonio, immagine e responsabilità pubblica L’operazione assume anche un valore simbolico nella gestione moderna del patrimonio culturale italiano. Firenze, capoluogo della Toscana e città Patrimonio dell’Umanità secondo l’UNESCO, custodisce uno dei tesori più straordinari dell’arte e dell’architettura rinascimentale e medievale. Ogni intervento su un elemento così iconico deve conciliare precisione scientifica, sensibilità storica e rispetto delle tecniche costruttive originarie.
Il cantiere di Ponte Vecchio entra così in un filone più ampio di conservazione delle infrastrutture storiche della città, insieme alla pulizia di facciate, consolidamento di edifici storici e manutenzioni preventive che, negli ultimi anni, sono state oggetto di piani comunali dedicati.
Un “tagliando” d’autore per un capolavoro collettivo L’intervento di primavera-estate 2026 rappresenta una tappa significativa nell’epopea di Ponte Vecchio, un ponte che non è solo un collegamento fisico tra due rive, ma un ponte di tempo e civiltà. Pulire la pietra, rinforzare i piloni, ripristinare le parti ammalorate significa anche restituire leggibilità alle superfici che raccontano storie secolari.
L’immagine della città riflessa nell’Arno, con i suoi colori caldi e le botteghe storiche che si affacciano sulle arcate, è un patrimonio immateriale tanto quanto quello strutturale che si sta proteggendo. Questo restauro non è un atto isolato, ma un promemoria: il passato vive nel presente, e la cura dei suoi segni è la nostra responsabilità culturale.
Note essenziali
– L’intervento conservativo di Ponte Vecchio è programmato da maggio/giugno a fine estate 2026, con lavori focalizzati su pulitura, consolidamento e restauro delle pietre e dei piloni. – La logistica del cantiere comprenderà l’utilizzo di pontoni sul fiume per operare direttamente sulle strutture sommerse o in quota. – Ponte Vecchio, costruito nella forma attuale nel 1345 e unico ponte di Firenze risparmiato dalle distruzioni della Seconda guerra mondiale, rimarrà aperto al pubblico durante i lavori.
Redazione Experiences
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Dal 26 febbraio arriva nelle sale “Chopin, notturno a Parigi” di Michał Kwieciński. Un ritratto intenso e fisico del compositore polacco, tra salotti aristocratici, passioni irrisolte e la consapevolezza di una fine imminente.
Chopin, genio musicale e volto febbrile di un’epoca
di Serena Galimberti Cinema e arti performative
Giovane, celebrato, idolatrato. A venticinque anni Fryderyk Chopin è il nome che conta nella Parigi di Luigi Filippo. Le sue polacche, i valzer, le mazurke accompagnano le serate dei salotti più esclusivi, mentre la capitale vive una stagione febbrile, mondana e inquieta. È questo il contesto in cui si muove Chopin, notturno a Parigi, il film diretto da Michał Kwieciński, in uscita il 26 febbraio con Europictures, che sceglie di raccontare il compositore non come monumento romantico, ma come giovane uomo attraversato da un’energia bruciante e da un segreto mortale.
Il ritratto è lontano dalla cartolina agiografica. Chopin appare bello, raffinato, vanitoso, goloso di macarons e sorbetti al limone, incline a uno shopping compulsivo che lo porta ad accumulare guanti di camoscio bianco, gilet di seta e bottiglie di profumo costoso. Un dandy? Forse. Ma il film suggerisce piuttosto la figura di un artista che vuole vivere fino in fondo, senza misura, come se il tempo fosse un bene da consumare prima che si esaurisca.
Un corpo fragile, una volontà feroce
A interpretarlo è Eryk Kulm, chiamato a un lavoro che va oltre la somiglianza fisica. Per incarnare il musicista, l’attore ha affrontato un lungo training di sei mesi, tre dei quali dedicati allo studio del pianoforte sotto la supervisione di Kamil Borkowski, specialista in Chopin. Non solo: ha dovuto imparare il francese e modificare radicalmente il proprio corpo. Reduce da un ruolo da pugile, muscoloso e potente, Kulm si è sottoposto a una dieta severa per restituire la magrezza estrema del compositore, che pesava appena 45 chili.
La scelta di far eseguire all’attore stesso i brani al pianoforte aggiunge autenticità a un racconto che mette il corpo al centro. Chopin è un talento luminoso, ma anche un organismo fragile, minato dalla tisi. Gli sputi di sangue nascosti nei fazzoletti, la diagnosi medica che lascia intravedere pochi anni di vita se solo si decidesse a rallentare: sono dettagli che attraversano il film come un controcanto tragico alla brillantezza delle serate parigine.
Parigi, teatro di eccessi e fantasmi
Il film insiste sulla dimensione mondana: dai piani alti dell’aristocrazia agli ambienti più sordidi, Chopin attraversa la città con un’urgenza che sembra voler scacciare il buio. L’importante è non fermarsi, non restare soli con i propri fantasmi. In questo turbine, la capitale francese non è solo uno sfondo, ma un organismo pulsante che riflette la doppia natura del protagonista: celebrato nei salotti, prediletto dal re Luigi Filippo, e al tempo stesso inquieto, irrequieto, incapace di concedersi una pausa.
C’è una febbre che accomuna l’uomo e la città. La Parigi romantica, colta e brillante diventa il luogo in cui il genio si manifesta e si consuma. Il film non indulge nel melodramma, ma lascia emergere la tensione tra successo pubblico e fragilità privata.
Amori impossibili e solitudini
Uno dei punti di vista più interessanti del racconto cinematografico riguarda il rapporto di Chopin con le donne. Il compositore appare pronto a innamorarsi e altrettanto pronto a fuggire, a negare le passioni, persino quella con George Sand. Il congedo – «Non ti amo, non ti ho mai amata» – suona come una dichiarazione crudele, ma forse è il segno di un’incapacità più profonda.
Il film suggerisce che Chopin ami sopra ogni cosa la musica, insieme benedizione e maledizione. Essere un genio significa essere diverso, e questa diversità comporta uno scarto emotivo. La dedizione assoluta alla creazione musicale sembra impedirgli un legame umano pieno. La musica diventa l’unico luogo in cui l’intensità trova forma compiuta.
L’ombra costante della morte
Se la superficie del racconto è luminosa, sotto scorre un’ombra persistente. Chopin sa di essere malato. La tisi ha già colpito la sorella; la sua sorte appare segnata. Calarsi nell’anima di un giovane con una condanna a morte implicita è stata, per l’attore, la sfida più complessa. La consapevolezza della fine imminente genera paura, ma anche una sorta di libertà: di fronte alla morte, ogni scelta si carica di urgenza e autenticità.
È una delle chiavi del film. Non tanto la cronaca della malattia, quanto il paradosso esistenziale che essa produce: sapere di avere poco tempo può trasformarsi in una spinta a vivere senza compromessi. In questa tensione tra eros e thanatos si gioca la cifra più intensa del racconto.
Un cuore diviso tra Parigi e Varsavia
C’è infine un dettaglio simbolico che il film non trascura e che contribuisce a restituire la dimensione storica del personaggio: il corpo di Chopin è sepolto a Parigi, ma il suo cuore, per sua volontà, è tornato in patria, custodito nella chiesa della Santa Croce di Varsavia. Un’immagine potente, che parla di identità e appartenenza, di esilio e radici. L’eroe della Polonia rimane, anche nella gloria parigina, un uomo diviso.
Il genio oltre il mito
Chopin, notturno a Parigi sceglie di non santificare il protagonista. Lo mostra brillante e fragile, mondano e solitario, capace di un’energia contagiosa e insieme consapevole di una fine che si avvicina. In questa oscillazione tra genio e follia – tra disciplina musicale e eccesso di vita – il film costruisce un ritratto che parla anche al presente.
Perché la figura di Chopin, al di là del contesto ottocentesco, interroga ancora il nostro modo di intendere il talento: quanto costa essere diversi? Quanto pesa la consapevolezza del limite? E fino a che punto si può vivere come se ogni notte fosse l’ultima?
Note essenziali
– Titolo: Chopin, notturno a Parigi – Regia: Michał Kwieciński – Protagonista: Eryk Kulm – Uscita nelle sale italiane: 26 febbraio 2026 – Distribuzione: Europictures – Dato storico: il cuore di Chopin è custodito nella chiesa della Santa Croce di Varsavia, mentre il corpo è sepolto a Parigi
Redazione Experiences
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Una diagnosi linguistica e culturale che va oltre il lessico: il neologismo “epistemia” entra nel Vocabolario Treccani, ma che cosa descrive davvero e perché solleva interrogativi critici sul rapporto tra intelligenza artificiale e verità.
Epistemia: la sfida della conoscenza nell’era dell’IA
Nel cuore della più recente espansione del lessico italiano – ufficializzata dall’ingresso nel Vocabolario Treccani del neologismo epistemia – si annida una questione cruciale per la cultura contemporanea: stiamo cambiando il modo in cui pensiamo alla conoscenza? E se sì, cosa significa affidarsi a strumenti linguistici sempre più sofisticati senza una piena consapevolezza dei loro limiti?
Un nome per una nuova condizione Epistemia è stata accolta recentemente nel vocabolario come sostantivo femminile con una definizione che coglie un fenomeno emergente nell’uso – e nell’incauto affidamento – dei grandi modelli linguistici (Large Language Models, LLM) come ChatGPT, Gemini o LLaMA: «la confortevole illusione di conoscenza prodotta dall’interazione con l’IA generativa… dove la plausibilità simulativa del discorso fluente e la coerenza narrativa sostituiscono l’efficienza cognitiva e l’affidabilità dei dati».
Non si tratta di un semplice neologismo tecnico: il termine nasce da un lavoro di ricerca internazionale pubblicato nel 2025 su PNAS da un gruppo di studiosi italiani – tra cui Walter Quattrociocchi, Edoardo Loru, Jacopo Nudo e Niccolò Di Marco – che hanno analizzato come i moderni LLM “operazionalizzano” concetti di giudizio e affidabilità rispetto alle valutazioni umane.
L’ingresso di epistemia nella Treccani non solo testimonia la diffusione di un termine che descrive uno specifico fenomeno culturale e cognitivo; indica anche che la lingua si sta adeguando per dare voce a una trasformazione profonda del rapporto tra produzione del sapere e strumenti tecnologici.
Illusione vs. conoscenza: una differenza sostanziale Il cuore dell’epistemia è la distinzione tra apparenza e realtà: i moderni modelli di linguaggio non generano “conoscenza” nel senso tradizionale del termine, bensì costruiscono risposte statisticamente plausibili, strutturate in forme linguistiche coerenti e persuasive.
Questa dinamica richiama concetti antichi ma sempre attuali. La parola epistème nella filosofia greca indicava una forma di sapere fondato su basi certe e verificabili, distinto dalla mera opinione (dòxa) o da convinzioni superficiali. In contrapposizione, l’epistemia non deriva da un organon di verifica: è una condizione in cui la plausibilità linguistica – la capacità di messaggio di suonare corretto – può sostituire il processo critico di accertamento dei fatti.
È qui che risiede il paradosso culturale: se l’output di un modello di IA appare razionale, coerente e ben argomentato, molti utenti possono cadere nell’equivoco di attribuirgli autorevolezza o fondatezza, quando in realtà si tratta di una simulazione della forma del sapere, non della sua sostanza.
Non solo disinformazione o sovraccarico Il fenomeno descritto da epistemia non coincide semplicemente con disinformazione (la diffusione deliberata di falsità) né con l’infodemia (il sovraccarico di informazioni che rende difficile orientarsi). Ciò che emerge è qualcosa di più sottile e potenzialmente più insidioso: una condizione in cui la forma linguistica – ovvero la capacità di produzione del discorso — può soppiantare la verifica critico-ragionativa dei contenuti.
In questa prospettiva, l’epistemia non solo mette alla prova la nostra fiducia nelle tecnologie: essa smaschera un punto debole antropologico prima ancora che tecnologico. Abituati a delegare giudizi e sintesi informative a strumenti che promettono efficienza narrativa, rischiamo di perdere di vista la distinzione tra ciò che è plausibile e ciò che è verificato.
La lingua come specchio culturale Il fatto che epistemia abbia trovato posto nel Vocabolario Treccani riflette un processo di terminologizzazione: un termine – in questo caso di matrice tecnica e specialistica – viene riconosciuto come rappresentativo di un fenomeno socialmente rilevante e linguisticamente distinguibile.
Ma come avverte parte della comunità accademica e culturale, il valore di questa non è meramente nominale. Dare un nome a una dinamica significa anche facilitarne la comprensione e la critica: permette di identificare, discutere e disinnescare un processo di delega che mette in crisi le pratiche di discernimento e di formazione della conoscenza nella società contemporanea.
Verso un’alfabetizzazione epistemica Se l’epistemia descrive la deriva verso l’illusione di sapere, la risposta culturale non può essere tecnologica da sola. Serve un rafforzamento delle competenze di chi usa questi strumenti: una alfabetizzazione epistemica che renda gli utenti consapevoli dei meccanismi di generazione linguistica e delle differenze tra plausibilità e verità verificata.
Nel dibattito pubblico e nelle pratiche educative, questo significa spostare l’attenzione dall’IA in quanto strumento performativo alla responsabilità individuale e collettiva nella costruzione e nella verifica del sapere.
Conclusione: una parola per un’epoca Epistemia non è una moda lessicale: è una lente critica attraverso cui guardare la trasformazione culturale che accompagna l’adozione su larga scala di sistemi di IA generativa. Il fenomeno che descrive non si limita a tecnicismi o a slogan tecnologici, ma richiama questioni antiche sulla natura del sapere, della verità e della fiducia. La lingua italiana, aggiornando il suo vocabolario, prende atto di questa trasformazione – ora spetta alla cultura, alle istituzioni e agli individui dotarsi degli strumenti critici per interpretarla.
Note essenziali
La distinzione tra plausibilità linguistica e verifica epistemica richiama differenze storiche tra l’episteme filosofica e le modalità moderne di produzione del linguaggio generato dall’IA.
Il termine epistemia è stato registrato nel Vocabolario Treccani con una definizione collegata alla produzione linguistica dei LLM e alla plausibilità superficiale del discorso.
L’origine concettuale è associata a uno studio pubblicato su PNAS nel 2025 da un gruppo di ricercatori italiani su come i modelli generativi operano giudizi di affidabilità.
Redazione Experiences
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Al Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma arriva una grande retrospettiva dedicata a Franco Battiato, dall’esordio sperimentale alle forme più intime dell’ultimo decennio. Una mostra che racconta l’evoluzione di un autore tra musica, filosofia e immagini.
Franco Battiato, «Un’altra vita» in mostra al MAXXI
di Marco Bellini Musica e arti visive
Roma – Il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, apre le porte a un percorso espositivo ambizioso dedicato a uno dei protagonisti più originali della cultura italiana del secondo Novecento e degli anni Duemila: Franco Battiato (1945-2021). In programma fino alla primavera, Franco Battiato. Un’altra vita propone un dialogo serrato tra musica, videoarte, testi e opere multimediali, per indagare le torsioni creative che hanno accompagnato la carriera di un artista definito instancabile sperimentatore. La mostra, nell’articolazione curata da Cesare Pietroiusti e con la direzione scientifica di Ilaria Gianni, non è una semplice esposizione antologica: è un tentativo di restituire l’intimità delle scelte artistiche di un autore che ha attraversato generi e linguaggi con incredibile libertà.
Figlio dei fermenti culturali degli anni Sessanta, Battiato aveva costruito una traiettoria che passa dal rock progressivo alle avanguardie elettroniche, dalla canzone d’autore alla riflessione filosofica e spirituale. Il titolo stesso della mostra, Un’altra vita, suggerisce una prospettiva duplice: da una parte, il riferimento alla celebre raccolta del 1992; dall’altra, l’idea che la sua opera — poliedrica, inquieta, sempre proiettata oltre i confini — sia la narrazione di una continua metamorfosi.
Un percorso espositivo sensoriale e concettuale
Disposta negli ampi spazi del MAXXI, la mostra si sviluppa in sezioni che seguono un itinerario cronologico e tematico. Le diverse aree espositive richiamano le tappe principali della produzione di Battiato: dagli esordi psichedelici con i primi dischi sperimentali agli anni Ottanta in cui la fusione tra musica pop, elettronica e testi poetici lo proiettano al grande pubblico; dalle collaborazioni con artisti visivi e performer alle composizioni tardive, più riflessive e meditative.
La narrazione espositiva impiega materiali originali: strumenti musicali, spartiti, video-installazioni, fotografie e documenti, ma anche registrazioni inedite e contributi audio che immergono il visitatore nelle scelte sonore di Battiato. In alcune sale, le pareti diventano superfici di proiezione per installazioni audiovisive che intrecciano immagini e musica, dando forma a un’esperienza che è insieme visiva e uditiva. L’effetto è quello di un dialogo tra tempo e memoria, tra idee e paesaggi sonori.
Tra musica, filosofia e spiritualità
La mostra mette in luce non solo la capacità musicale di Battiato, ma anche il suo interesse per il pensiero filosofico e le tradizioni esoteriche. Dalla fascinazione per il sufismo alle influenze della filosofia orientale, questi elementi – spesso intrecciati nei testi delle sue canzoni – si ritrovano anche nella curatela e nelle scelte di allestimento. Non si tratta di una mera celebrazione, ma di un’approfondita lettura delle connessioni tra linguaggi, forme e suggestioni intellettuali.
In particolare, la sezione dedicata agli ultimi anni di produzione mostra un Battiato concentrato sull’essenziale: musica rarefatta, parole che rimandano a sensazioni interiori, un rapporto più meditato con la forma canzone. Qui emergono i tratti di un artista che non si è mai sottratto alla riflessione sul senso dell’esistenza e sulla trasformazione personale — e che ha saputo tradurre questi interrogativi in linguaggi artistici sempre nuovi.
Un progetto culturale condiviso
L’iniziativa è stata realizzata in collaborazione con il Ministero della Cultura, che ha definito la mostra parte di un ciclo di progetti dedicati alla valorizzazione del patrimonio creativo italiano. Nel comunicato ufficiale del dicastero si sottolinea che Un’altra vita vuole essere non solo un tributo a un autore amato e influente, ma anche uno stimolo per il pubblico a riscoprire connessioni tra discipline artistiche diverse, tra musica e arti visive.
L’amministrazione del MAXXI ha espresso la volontà di trasformare la mostra in un evento capace di attrarre visitatori non solo per la fama dell’artista, ma per la profondità delle sue opere e delle riflessioni che ne scaturiscono. In questo senso, l’allestimento è pensato per favorire la scoperta, l’ascolto e la riflessione, non solo la mera contemplazione.
La riscrittura del pop e oltre
Franco Battiato fu tra i primi in Italia a trattare il pop come un terreno di sperimentazione autentica, contaminandolo con linguaggi elettronici, minimalisti, avant-garde e testi ispirati a correnti filosofiche complesse. Brani come La cura, Centro di gravità permanente o Prospettiva Nevskij non sono semplici canzoni: sono mappe di senso che rinviano a modi di pensare e sentire spesso trascurati dalla cultura di massa. La mostra al MAXXI, con un approccio ricco di materiali e spunti critici, rende visibile questa complessità.
La sua eredità, infatti, non risiede solo nei risultati commerciali, ma nella capacità di costruire ponti tra mondi apparentemente lontani: pop e musica d’avanguardia, suono e silenzio, visione e intuizione. La mostra invita i visitatori a percorrere queste linee di forza, proponendo un dialogo aperto tra passato e contemporaneità.
Un’esperienza per più pubblici
Franco Battiato. Un’altra vita non è rivolta esclusivamente agli appassionati del cantautore siciliano, ma a un pubblico ampio di amanti della musica, delle arti visive e della cultura musicale in generale. Le diverse sezioni, costruite con una narrazione fluida e accessibile, consentono a chiunque di avvicinarsi alla complessità dell’opera di Battiato, facendo emergere aspetti meno noti accanto ai momenti più celebri della sua carriera.
Il visitatore, seguendo il percorso, potrà cogliere come ogni fase creativa di Battiato sia in dialogo con le altre, come ogni linguaggio espressivo — che sia sonoro, visivo o filosofico — sia parte integrante di una visione artistica coerente, pur nella sua sorprendente varietà.
Un invito all’ascolto e alla riflessione
L’allestimento presenta anche spazi dedicati all’ascolto, dove il pubblico può fermarsi e confrontarsi con brani emblematici in un ambiente progettato per favorire la contemplazione sonora. Questa scelta espositiva sottolinea che Un’altra vita non è solo una mostra da vedere, ma una esperienza da vivere con i sensi e con la mente.
In un’epoca in cui la cultura musicale è spesso frammentata e digitale, l’iniziativa del MAXXI offre una prospettiva che recupera la profondità dell’ascolto e la densità delle immagini, restituendo a Franco Battiato il ruolo di autore capace di anticipare e reinventare traiettorie estetiche e concettuali.
Note essenziali
– Mostra: Franco Battiato. Un’altra vita, fino alla primavera 2026 al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma – Ideazione e cura: MAXXI, con la direzione scientifica di Ilaria Gianni e la curatela di Cesare Pietroiusti. – Iniziativa realizzata in collaborazione con il Ministero della Cultura (cultura.gov.it). – L’esposizione combina elementi sonori, visivi e multimediali per raccontare la poliedrica produzione artistica di Battiato.
Redazione Experiences
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Un docu-film Rai riporta al centro la figura di Giuseppe Ungaretti, attraversando biografia, guerra, esilio e tragedie familiari. Un racconto che restituisce l’uomo dietro il mito poetico e riapre il dialogo con le nuove generazioni.
Giuseppe Ungaretti Un docu-film Rai ricorda la figura del poeta
di Davide Rinaldi Experiences – Letteratura italiana del Novecento e cultura contemporanea.
Fra le notizie culturali della settimana (17–24 febbraio 2026) una figura domina il dibattito televisivo e scolastico: Giuseppe Ungaretti. A rilanciarne l’attualità è il nuovo docu-film prodotto da Rai Cultura, Vita di un uomo – Giuseppe Ungaretti, che sceglie fin dal titolo di alludere alla celebre raccolta mondadoriana, trasformando un canone editoriale in un percorso visivo e narrativo.
L’operazione non si limita a ripercorrere la cronologia di un grande poeta del Novecento. L’intento dichiarato è più ambizioso: restituire l’uomo oltre la poesia, mettere in scena le contraddizioni, le fragilità, le scelte politiche e i drammi privati che hanno segnato l’esistenza di uno dei padri dell’ermetismo.
Dall’Egitto alle trincee: la formazione di una voce
Il docu-film segue l’itinerario biografico con ritmo serrato ma senza indulgere in semplificazioni. Alessandria d’Egitto, dove Ungaretti nasce nel 1888 in una comunità di emigrati italiani; Parigi, laboratorio intellettuale in cui entra in contatto con le avanguardie; la Grande Guerra, esperienza decisiva che imprime una svolta radicale alla sua scrittura.
È nelle trincee del Carso che prende forma quella parola scarnificata, essenziale, capace di concentrare in pochi versi una vertigine esistenziale. Il film insiste su questo passaggio cruciale: non un esercizio di stile, ma una necessità morale. La poesia come risposta alla disgregazione del mondo. “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie” non è soltanto un frammento celebre, ma la sintesi di una condizione storica e umana.
L’ermetismo e la centralità della parola
Uno dei meriti del lavoro Rai è quello di contestualizzare l’ermetismo senza irrigidirlo in formula scolastica. Ungaretti non è presentato come caposcuola di un movimento chiuso, ma come un autore in perenne trasformazione. Dalla stagione dell’Allegria alle raccolte successive, fino alla maturità di Sentimento del tempo, emerge un poeta che dialoga con la tradizione, riscopre il barocco, si confronta con la dimensione religiosa.
Il racconto intreccia letture, materiali d’archivio e interventi critici, evitando la celebrazione retorica. Ne esce l’immagine di un intellettuale che ha attraversato le grandi tensioni del Novecento, senza mai smettere di interrogare la lingua.
Tra pubblico e privato: il dolore come spartiacque
Il titolo scelto – Vita di un uomo – suggerisce una prospettiva che va oltre l’opera. Il docu-film insiste sulle fratture personali: la morte del figlio Antonietto in Brasile, esperienza devastante che segna in profondità la scrittura; l’esilio e il ritorno; il rapporto complesso con il regime fascista, tema affrontato con misura ma senza omissioni.
Non si tratta di un processo né di un’assoluzione, ma di una ricostruzione che colloca le scelte di Ungaretti dentro il clima culturale e politico del tempo. Il poeta appare così nella sua interezza: fragile, talvolta controverso, certamente non riducibile a icona scolastica.
La regia e la parola incarnata
Elemento centrale del progetto è la dimensione performativa. La regia affida un ruolo decisivo alla voce e al corpo dell’interprete, che restituisce il ritmo spezzato e insieme musicale dei versi. La poesia torna a essere ascolto, non solo testo stampato. È una scelta che funziona soprattutto nel dialogo con il pubblico televisivo: riporta Ungaretti fuori dall’antologia e lo riconsegna alla scena.
Il film alterna immagini d’epoca, fotografie, documenti e riprese contemporanee nei luoghi chiave della biografia: l’Egitto, Parigi, il Carso, Roma. Non è un semplice montaggio illustrativo, ma un tentativo di far dialogare passato e presente, suggerendo che la domanda di senso che attraversa i suoi versi non ha perso urgenza.
Ungaretti nelle scuole: un autore da rileggere
Non è un caso che il docu-film abbia trovato eco anche nel mondo scolastico. In molte classi si è tornati a leggere Ungaretti a partire dalla sua biografia, non come esercizio di analisi metrica ma come esperienza di attraversamento del Novecento. La guerra, l’emigrazione, il lutto, la fede: temi che parlano ancora agli studenti, soprattutto se liberati dalla patina manualistica.
La Rai intercetta così una domanda culturale precisa: riportare al centro figure fondative della letteratura italiana, senza trasformarle in reliquie. In questo senso l’operazione si inserisce in una più ampia strategia di valorizzazione del patrimonio letterario nazionale, dialogando anche con il lavoro editoriale che negli anni ha consolidato l’immagine di Ungaretti attraverso edizioni di riferimento e apparati critici aggiornati.
Un poeta europeo
Il film ricorda inoltre la dimensione internazionale di Ungaretti. Non soltanto per la nascita in Egitto e il soggiorno parigino, ma per la sua capacità di confrontarsi con le avanguardie europee e con una concezione moderna della poesia. In un’epoca in cui la cultura italiana rischia talvolta di ripiegarsi su se stessa, la figura di Ungaretti riaffiora come esempio di apertura e contaminazione.
La sua ricerca sulla parola, ridotta all’essenziale ma carica di risonanze, dialoga con le grandi correnti del Novecento europeo. Il docu-film sottolinea questo aspetto, evitando l’isolamento nazionalistico e restituendo il poeta a una dimensione più ampia.
L’attualità di un classico
Perché oggi Ungaretti? La risposta che emerge dal film non è nostalgica. In un tempo segnato da crisi, conflitti e precarietà, la sua poesia breve e intensissima appare come un tentativo di dire l’essenziale quando tutto crolla. Non una fuga, ma un atto di resistenza.
Il docu-film suggerisce che la modernità di Ungaretti risiede proprio nella sua capacità di abitare il frammento. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’eccesso di parole, la sua scrittura invita a sottrarre, a cercare il nucleo. È una lezione che supera il perimetro letterario e tocca il modo stesso di stare nel mondo.
Oltre il monumento
L’operazione Rai evita il rischio del monumento celebrativo. Non propone un Ungaretti imbalsamato, ma un uomo attraversato dal proprio tempo. La scelta narrativa di alternare biografia, letture e contesto storico produce un effetto di prossimità: lo spettatore non assiste a una lezione, ma a un racconto.
È forse questo il risultato più interessante: riportare un autore canonico dentro una dimensione narrativa capace di coinvolgere anche chi lo ha incontrato soltanto sui banchi di scuola. La televisione pubblica, quando investe sulla qualità culturale, può ancora incidere sul dibattito.
Note essenziali
Docu-film: Vita di un uomo – Giuseppe Ungaretti Produzione: Rai Cultura Focus: biografia, contesto storico, letture poetiche e materiali d’archivio Temi centrali: esperienza della Grande Guerra, evoluzione dell’ermetismo, lutto familiare, ruolo pubblico dell’intellettuale
Con questo progetto, Ungaretti torna protagonista non come reliquia del passato, ma come interlocutore del presente. Ed è forse la sfida più riuscita: trasformare un classico in una voce ancora capace di interrogarci.
Redazione Experiences
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The European Fine Art Foundation (TEFAF) ha diffuso una speciale selezione di 43 opere che saranno esposte a TEFAF Maastricht 2026, prevista dal 4 al 19 marzo, con anteprima solo su invito nei giorni 12 e 13 marzo.
Questo primo sguardo sottolinea il fascino straordinario di TEFAF Maastricht, da sempre destinazione di spicco per collezionisti privati, curatori museali, professionisti del mercato dell’arte e appassionati. Pietra miliare del mondo dell’arte, TEFAF Maastricht porta in scena un’offerta di opere di qualità e pregio impareggiabili, appartenenti alle arti figurative e decorative. La Fiera celebra 7000 anni di storia dell’arte in un contesto altrettanto storico e pittoresco come la città di Maastricht.
L’ edizione di quest’ anno vedrà la partecipazione di 276 gallerie e mercanti d’arte, provenienti da 24 nazioni e tutti e 5 i continenti, per offrire un’esperienza senza eguali ai collezionisti e agli esperti.
TEFAF Maastricht 2026 Paesi Bassi, Maastricht Exhibition & Conference Centre (MECC) 14 – 19 marzo 2026
Il programma di TEFAF Maastricht
TEFAF Maastricht si correda di un programma dinamico e curato in ogni dettaglio con seminari ed eventi che mettono in contatto i visitatori con le voci più autorevoli della comunità globale dell’ arte, fungendo così da piattaforma di dialogo sui temi più attuali di arte, antichità e design, grazie alla partecipazione di specialisti, collezionisti, curatori e leader culturali.
Le Collector Talks saranno dedicate al pensiero strategico che si cela dietro al collezionismo istituzionale, offrendo un punto di vista esclusivo sul modo in cui musei e fondazioni identificano, acquistano e assicurano opere d’ arte straordinarie. Gli argomenti trattati includeranno anche la gestione culturale, dalla cura delle collezioni e l’organizzazione delle mostre, al coinvolgimento del pubblico, fino alla creazione di collezioni per il bene comune.
TEFAF Meet the Experts sarà teatro di coinvolgenti conversazioni con i più importanti espositori, che racconteranno opere significative dal punto di vista culturale e storico.
La terza edizione del TEFAF Summit avrà luogo il 16 marzo in collaborazione con la Commissione per l’UNESCO dei Paesi Bassi. Il tema di quest’ anno, Beyond Economic Impact [Oltre l’impatto economico], esaminerà il valore sociale, culturale e sanitario delle arti, e la loro crescente rilevanza nelle politiche pubbliche.
CONTATTI STAMPA GLOBALE Responsabile della comunicazione Magda Grigorian | magda.grigorian@tefaf.com
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