Uno Stato serio farebbe ad Augusta un porto civile per i cargo container!

Augusta, progetto per un porto gateway: ampliamento per il terminal containers

Cosimo Inferrera
Emerito della Classe Medico Biologica Accademia Peloritana – Università di Messina

“Dobbiamo costruire una Santa Casa, un Tempio splendido e divino da riempire di gloriose memorie …” scrive Albert Pike. Occorre l’élite, che alzi lo sguardo sull’orizzonte, dove mare e cielo si fondono, come cuore e intelletto si fondono in una persona superiore.

Uomo e natura, filosofia e scienza, religione e misteri hanno corrispondenze biunivoche, nonostante l’esoterismo dei linguaggi abbia creato artificiose separatezze. Alla integrazione del sapere si richiama l’Anatomia Patologica, sostanza basilare della Medicina tra morfologia e funzione, tra lesioni e sintomi, tra filosofia e scienza.La filosofia si basa su procedure di pensiero rigorose – come la matematica, la medicina, la scienza – perché la filosofia è alla ricerca della verità. L’arte no, si basa su intuizioni, su invenzioni, su illusioni, sulla sorpresa, sul dolore e sul piacere. Due modi di vedere la vita, due modi di pensare che possono aiutare a capire: il primo logico, il secondo analogico.

Platone (Atene 428/7 a.C. – Atene 348/7 a.C.) ha saputo esprimere verità metafisiche, oltre che per concetti anche per immagini: per questo è il filosofo più letto. <Logos> è il ragionamento, il discorso razionale perfetto, che sa raggiungere la verità e comunicarla. Quali sono le sue regole? 1.Il procedimento diairetico, il saper dividere la molteplicità delle cose, l’articolazione strutturale di esse. 2.Il procedimento sinottico, l’unità dell’idea in un solo sguardo, l’insieme delle cose disperse. I due procedimenti si intersecano fra loro, non si può comprendere bene l’uno senza l’altro. De Chirico (Volos 1888 – Roma 1978) pensa per immagini e raffigurazioni, come l’anatomo patologo. Alessandro Bazan (Accademia Belle Arti Palermo, Laboratorio Italia nuove tendenze) scrive che <l’arte, quando c’è esiste perché disarciona determinati dogmi, li tradisce, li contesta o li alimenta >. Quello che mi ha sempre attratto dell’Arte … dell’Anatomia Patologica …  è l’incidente, la sproporzione, la dissonanza, e la loro incredibile capacità di trasformarsi in armonia e conoscenza.

L’anatomo patologo estrae concetti dalle immagini e va su verità oltre il visibile. Nella lettura fra collegamento stabile dello Stretto di Messina e Mar Mediterraneo mi sembra di tirare le fila dell’epicrisi dopo il riscontro diagnostico, cioè di una autopsia a fini medici per lo studio delle basi della “Questione meridionale”.

Serve il Ponte non solo dalla costa siciliana a quella calabra, ma che proietti la Sicilia verso il mare africano. Naturalmente ci riferiamo al ponte con campata unica inferiore a 2mila metri, non a quello originario, che supponeva di impiantare fra Scilla e Cariddi un arco di 3 km e 200 metri, mai approvato come esecutivo. Il ponte di Xihoumen in Cina, il più grande del mondo per la ferrovia ed il gommato avrà una luce di 1488 m, circa la metà di quello finora previsto per lo Stretto di Messina. Ed è noto come maggiore sia la luce fra i piloni più cresce il costo dell’opera in modo esponenziale. Torneranno utili alcuni studi sui fondali, a suo tempo portati avanti dalla società Stretto di Messina, che, secondo i “pontisti”, sconsiglierebbero l’ipotesi di un tunnel ancorato al fondo sia in alveo che subalveo. Nel primo caso, la violenza delle correnti provocherebbe sollecitazioni orizzontali sulla struttura; nel secondo caso la eventuale faglia a seguito di un terremoto 5.0 Rickter potrebbe squarciare la galleria. Non a caso si fa rilevare che nel contesto sismico di San Francisco – analogo a quello dello Stretto di Messina – nel 1936 si escluse la galleria per preferire il ponte, che poi resistette al terremoto di 7.1 Rickter del 1989.

Serve la Macroregione Europea del Mediterraneo (occidentale ed orientale), una struttura di governance multilevel che, con il superamento dei limiti territoriali garantisca la partecipazione delle autorità regionali, locali e dei cittadini alle politiche di cooperazione europea ed euromediterranea per la cultura, la tutela ambientale, la ricerca scientifica, l’innovazione, i sistemi energetici, la connettività territoriale, la mobilità urbana sostenibile.

Già quattro strategie macroregionali dell’UE interessano 19 paesi europei e 9 paesi terzi:

-la strategia per la regione del MarBaltico (EUSBSR, 2009)
-la strategia per la regione del Danubio (EUSDR, 2010)
-la strategia per la regione adriatica ionica (EUSAIR, 2014)
-la strategia per la regione alpina(EUSALP, 2015)

Le strategie macroregionali e di bacino marittimo dell’UE rappresentano quadri politici per affrontare sfide e problematiche comuni ad una determinata area geografica, che non possono essere risolte in maniera efficace a livello di singolo Stato e richiedono, pertanto, un approccio condiviso e azioni coordinate e/o armonizzate a livello di più Stati e/o Regioni. Sono dunque costruite sulla base di criteri di funzionalità, in considerazione delle problematiche comuni a più territori. Alle strategie macroregionali e di bacino marittimo partecipano sia Stati membri sia non membri dell’UE, il che rappresenta anche un importante meccanismo per facilitare la cooperazione transeuropea, cioè il percorso di accesso dei Paesi candidati all’adesione all’UE e al dialogo con i Paesi del vicinato.

Le quattro strategie macroregionali ed i relativi corridoi europei, finanziati con risorse europee sono stati realizzati rapidamente (Core network). La quinta strategia macroregionale mediterranea – approvata dal PE nel 2012 – ed il corridoio europeo TEN-T1 da Salerno verso sud, finanziato con risorse nazionali restano tuttora sulla carta (Comprehnsive network). Ecco perché la istituzione della Macroregione Europea Mediterranea (occidentale e orientale) costituisce la «mission» dellAssociazione Europa Mediterraneo (AEM), associazione di promozione sociale, ente del terzo settore. L’AEM s’ispira ai valori della Costituzione Italiana, della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (1950) per rilanciare il Sud dell’Europa e del Mediterraneo.

Le regioni europee e italiane del nord e del centro fino alla Puglia fanno dell’integrazione, dell’efficienza, dell’efficacia la forza propulsiva verso il progresso. Realizzano non solo le quattro strategie macroregionali, ma anche i rispettivi corridoi della Rete TEN-T ed un radicale cambio della qualità di vita.

Le regioni del meridione italiano perseverano invece nella politica di separatezza ed inefficienza del peggiore regionalismo (A. Piraino, 2025). Il Sud non promuove neanche l’iter per la istituzione della Macroregione Europea del Mediterraneo,approvata dal PE nel 2012, che dovrebbe aprirsi alle regioni rivierasche dello stesso mare, tessendo un prospero commercio, soprattutto con il nord Africa. Il continente africano non è più solo una terra di risorse, ma il nuovo epicentro delle dinamiche geopolitiche mondiali (G. Saccà, 2025).

Adriano Giannola (SVIMEZ), Gerardo Bianco (ANIMI), Aurelio Misiti (CNIM), Pierpaolo Maggiora (ARGE) lanciano il Dialogo Progettuale “Un Progetto di Sistema per il Sud in Italia e per l’Italia in Europa”. Vorrebbero riportare l’Isola alla sua originaria posizione centrale fra i popoli dell’area sud mediterranea, integrare il compartimento verticale Helsinki-Palermo con il compartimento orizzontale Suez-Gibilterra, innescare il secondo Motore, avviare il Partenariato Pubblico-Privato. L’industria italiana, caratterizzata da qualità e affidabilità ha l’opportunità eccezionale di integrarsi in modo strategico nella filiera tecnologica dello sviluppo industriale dei Paesi africani, contribuendo alla loro transizione energetica ed al conseguente sviluppo industriale e sociale. “Questa casa, questo palazzo, questa dimora di Dio, questo Tempio, con la sua alta volta, dovrà essere compiuto in ogni dimensione …” scrive Albert Pike.

La Macroregione Europea del Mediterraneo opererà in modo sinergico con il Piano Mattei, voluto dal Governo. Il porto di Augusta – non solo militare – con i suoi alti fondali per i super cargo container e l’ampio retroporto per assemblare i pre-lavorati artigianali e commerciali sarà il porto gateway della Sicilia, che catturauna parte del flusso di ricchezza in transito nel canale di Sicilia e lo avvia tramite il ponte sullo Stretto ferroviario AC e stradale dalla Sicilia alla Calabria, Lucania e Campania, ai mercati italiani ed europei. Sarebbe il primo passo per avviare a soluzione la <Questione Meridionale>, di cui mi parlò il Professore Giacomo Borruso, Magnifico Rettore dell’Università di Trieste, dicendo: “La concorrenza laggiù sarà fortissima. Uno Stato serio farebbe ad Augusta un porto civile per i cargo container !”


www.asseurmed.eu

Il centenario di un evento che ha cambiato il Novecento

Un secolo dopo l’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne, Parigi torna a interrogarsi sulle origini di un linguaggio che ha ridefinito l’idea stessa di modernità. La Cité de l’Architecture et du Patrimoine dedica una grande mostra alla portata storica, culturale e urbana dell’evento che consacrò l’Art Déco come stile globale.

Nel 1925 Parigi si trasformò in un laboratorio internazionale di forme, materiali e simboli. L’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne, voluta dal governo francese già prima della Grande Guerra ma inaugurata solo nel pieno degli anni ruggenti, non fu una semplice mostra universale: fu l’atto di nascita dell’Art Déco come espressione coerente, riconoscibile, cosmopolita.

Per celebrare il centenario, la Cité de l’Architecture et du Patrimoine dedica alla ricorrenza la mostra “L’Exposition Internationale des Arts Décoratifs de Paris 1925 et ses Architectes”, aperta dal 22 ottobre 2025 al 29 marzo 2026. Un percorso che ricostruisce non soltanto l’impatto dell’esposizione sul tessuto urbano parigino, ma anche il legame tra i progetti presentati e l’emergere di una nuova idea di modernità, sospesa tra eleganza ornamentale e fiducia nel progresso.

Un’Esposizione che definì un’epoca

L’edizione del 1925 nasceva dall’ambizione della Francia di riaffermare la propria centralità culturale dopo il trauma della guerra. L’appuntamento, distribuito tra i lungosenna, i Giardini delle Tuileries e il Grand Palais, riunì architetti, designer, artigiani e artisti da oltre venti nazioni. A dominare era un’estetica nuova, che abbandonava il naturalismo floreale dell’Art Nouveau per privilegiare linee geometriche, simmetrie rigorose, materiali preziosi e lavorazioni di alta artigianalità.

Il termine “Art Déco” sarebbe stato coniato solo in seguito, ma già all’epoca i visitatori riconobbero in quello stile la fusione fra lusso moderno e tradizione manifatturiera, fra razionalità costruttiva e gusto decorativo. Tra i protagonisti della rassegna figuravano maestri come Robert Mallet-Stevens, Pierre Chareau, Émile-Jacques Ruhlmann, René Lalique, oltre ai contributi internazionali provenienti da paesi allora in pieno fermento culturale: dall’URSS di Mel’nikov alla Cecoslovacchia di Josef Gočár, fino agli Stati Uniti con la loro idea di “moderno metropolitano”.

Architettura, città e natura: un triangolo di modernità

La mostra della Cité de l’Architecture insiste sul ruolo degli architetti, ossia su quella generazione che vide nell’Esposizione del 1925 l’occasione per ridefinire i rapporti fra spazi urbani, progettazione d’interni e nuovi modi dell’abitare.

Tra i padiglioni più innovativi dell’epoca, oggi riproposti attraverso modelli, fotografie e ricostruzioni digitali, spiccano la Maison du Collectionneur di Mallet-Stevens, manifesto di eleganza razionale, e il Pavillon de l’Ambassade Française, progettato da Ruhlmann come summa di arti decorative, arredi su misura e materiali d’eccellenza.

L’Esposizione, sottolinea il percorso curatoriale, fu anche un laboratorio per il rapporto tra architettura e natura: giardini temporanei, scenografie paesaggistiche e il grande padiglione dedicato alle arti del giardino dialogavano con gli spazi urbani, anticipando l’idea contemporanea di continuità fra città e paesaggio.

Un’influenza che ha lasciato un’impronta nel mondo

L’Art Déco, nato a Parigi ma proiettato oltre i confini nazionali, trovò eco immediata nelle metropoli emergenti dell’epoca. New York, Miami, Casablanca, Mumbai e Shanghai furono tra le città che, nel giro di pochi anni, adottarono questo linguaggio in maniera sistematica.

In Francia, l’impronta del 1925 è ancora visibile nelle stazioni della metropolitana, nei teatri, negli edifici pubblici e nei grandi complessi residenziali degli anni Trenta. E proprio Parigi, a partire dalla rassegna della Cité, propone oggi una mappa di itinerari cittadini che consente di ripercorrere i luoghi simbolo dell’Art Déco: dalla Piscine Molitor al Palais de Chaillot, dalle facciate del XVI arrondissement alle architetture sul fronte della Senna.

Il valore di un centenario

A un secolo di distanza, il centenario dell’Esposizione del 1925 non celebra solo uno stile, ma un crocevia decisivo nella storia del design e dell’architettura. La rassegna della Cité de l’Architecture et du Patrimoine invita a guardare a quell’evento come a un momento fondativo della cultura visiva del Novecento: un’epoca in cui arte, industria, tecnica e artigianato dialogavano per costruire una modernità condivisa. Una modernità che, a distanza di cent’anni, continua a modellare lo sguardo contemporaneo.


Architettura senza illusioni: verso un nuovo realismo critico

Per decenni l’architetto ha creduto di poter orientare la vita collettiva, ridisegnare la società, cambiare il mondo attraverso lo spazio. Oggi quel sogno si è incrinato: il progetto non detta più modelli, ma risponde a richieste, vincoli, mercati. In questo passaggio silenzioso si gioca uno dei nodi centrali dell’architettura contemporanea.

Dal riformismo progettuale all’era del realismo pragmatico

Per buona parte del Novecento, la disciplina architettonica ha vissuto di una fiducia quasi messianica nelle proprie possibilità. Da Giancarlo De Carlo a Cristiano Toraldo di Francia, da Leonardo Ricci fino a Luigi Pellegrin, molti progettisti italiani hanno interpretato il loro ruolo come un compito politico prima ancora che tecnico: modificare il modo di vivere, riorganizzare le relazioni sociali, proporre modelli di convivenza.
Era un’epoca in cui l’architettura si pensava come un ingranaggio della democrazia, capace di intervenire sulle istituzioni stesse. Non è un caso che Ricci – come ricordano numerosi studi sul suo pensiero – considerasse ogni edificio pubblico un’occasione per ridisegnare protocolli, accessi, relazioni tra cittadini e potere. L’architetto, insomma, non costruiva solo spazi: costruiva visioni.

Quella stagione, però, si è conclusa. La fiducia nel ruolo trasformativo della disciplina si è affievolita sotto il peso della complessità contemporanea, dei fallimenti politici, del disincanto. Oggi nessun progettista – né in Italia, né altrove – crede davvero di poter rifondare la società attraverso un edificio.

La committenza come nuovo orizzonte

Il presente è dominato da un pragmatismo quasi inevitabile. Gli architetti si muovono dentro un sistema in cui la committenza, pubblica o privata, stabilisce finalità, budget, tempi, strategie. La dimensione riformatrice sopravvive soltanto come retorica estetica, un linguaggio fatto di simboli e allusioni che raramente incide sulla realtà.
La metafora del vestito funziona: come un abito volutamente sgualcito può suggerire un’idea di ribellione senza esserlo davvero, così un edificio può apparire progressista o conservatore senza scalfire minimamente le strutture sociali che lo circondano.

È un’estetica dell’allusione, non del cambiamento. Viene spontaneo domandarsi se abbia senso definire “reazionario” Patrick Schumacher o “progressista” Peter Zumthor, così come sarebbe insensato attribuire significati politici agli abiti di Armani o Versace. La categoria del giudizio oggi è lo stile, non l’ideale.

I maestri disillusi

Luigi Pellegrin, figura radicale e carismatica, aveva intuito per primo questo mutamento. Osservando le architetture di Renzo Piano, Frank Gehry o Rem Koolhaas, percepiva uno slittamento decisivo: la perdita dell’idea dell’architetto come costruttore del mondo e il suo progressivo trasformarsi in autore di scenografie urbane.
Un cambiamento non privo di fascino, ma impoverito della sua ambizione originaria.

La crisi della “grande narrazione” progettuale non riguarda solo l’Italia. L’intero dibattito internazionale – da Kenneth Frampton a Rem Koolhaas, fino alle analisi sociologiche di Richard Sennett – ha messo in luce come la globalizzazione, l’economia dell’immagine e l’iper-specializzazione abbiano reso quasi impossibile per gli architetti rivendicare un ruolo politico diretto.

Architettura come servizio o come visione?

Il dibattito resta aperto. Da un lato, l’architettura contemporanea è strettamente intrecciata con questioni tecniche, energetiche, ambientali: campi che richiedono competenza, non utopia. Dall’altro lato, la domanda sociale rimane: come possono gli edifici favorire convivenza, equità, qualità dello spazio pubblico?

Alcuni architetti – dalle sperimentazioni comunitarie di Alejandro Aravena alle pratiche partecipative nate nei contesti urbani marginali – provano ancora a restituire al progetto un valore civico. Ma la scala di intervento è minima, misurata, lontana dalle utopie sistemiche del secondo Novecento.

Verso un nuovo realismo critico

La conclusione è amara e insieme liberatoria: l’architetto non è più un demiurgo che modella la società, ma un interprete che lavora dentro i limiti. Ciò non implica la fine della visione; implica un diverso rapporto con la realtà.
Il compito oggi non è reinventare il mondo, ma leggerlo con lucidità, capire ciò che può essere trasformato e ciò che non lo è. In questo senso l’architettura contemporanea sembra avviarsi verso un nuovo realismo critico, fatto di consapevolezza e di scelte puntuali, non di proclami. Forse è meno epica, ma è più onesta.


Sailing to Byzantium 6 New York Artists in Venice

Dal 4 dicembre 2025 all’11 gennaio 2026, le sale di Palazzetto Tito, sede espositiva della Fondazione Bevilacqua la Masa ubicata nel polo universitario della città, tra l’Accademia di Belle Arti, Ca’ Foscari e lo IUAV – Università di Venezia, ospitano la mostra Sailing to Byzantium: 6 New York Artists in Venice, a cura di Richard Milazzo.

Sailing to Byzantium
6 New York Artists in Venice
Donald Baechler, Ross Bleckner, Peter Halley, Vik Muniz, Peter Nagy, Walter Robinson

L’Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia è lieta di ospitare la mostra Sailing to Byzantium – 6 New York Artists in Venice

A cura di Richard Milazzo
Direzione artistica di Giovanni Tiboni
Palazzetto Tito, Venezia
4 dicembre 2025 – 11 gennaio 2026

Un progetto che fa di Venezia soglia verso l’Oriente, come afferma Milazzo non “di un’altra metafisica”, ma di “una rivoluzione nella proprietà dei sistemi simbolici”, un’indagine sulla differenza che mira alla sintesi.
Il viaggio verso Bisanzio è soprattutto simbolico: l’omonima poesia di Yeats – Sailing to Bysantium – funge da alveo poetico e organizzativo della mostra;
una trasmigrazione dal sensibile al trascendete, che onora la funzione eternatrice dell’arte, ma che ribalta le parole dello stesso Yeats, fondendo sensi ed intelletto.

La scelta del numero degli artisti non è lasciata al caso, sei sono, infatti, i sestieri di Venezia, sei i rebbi sulla prua della gondola.

Ruolo cardine nella produzione delle opere va indubbiamente riconosciuto a Giovanni Tiboni, Direttore della Fabjbasaglia Contemporary Prints di Rimini.
La stampa non è ancillare, ma ulteriore campo di sperimentazione, non si tratta solo di una tecnica, ma del mezzo che meglio trasfigura le intenzioni degli artisti, “medium culturale e archivio di idee e di storia”, afferma il curatore.
Le incisioni profonde e materiche di Baechler, le acqueforti atmosferiche di Bleckner, i rilievi metallici di Halley, i virtuosismi percettivi di Muniz, i giochi semiotici di Nagy e la forza diretta dell’immaginario pop di Robinson. 

Se la ripresa di immagini precedenti accomuna quasi tutti gli artisti, fa eccezione Halley, unico a non attingere esplicitamente da lavori passati, ma solo implicitamente, dalla sua grammatica, dove le griglie rappresentano un carattere importante.

Le stampe di Donald Baechler, Ross Bleckner, Peter Halley, Vik Muniz Peter Nagy e Walter Robinson si uniscono per accompagnarci in un viaggio dalla scena di New York all’atmosfera lagunare sospesa nell’ “artificio dell’eternità”.


Sede: Palazzetto Tito – Dorsoduro 2826, Venezia
Date: 4 dicembre 2025 – 11 gennaio 2026
Orari di apertura: dal mercoledì alla domenica 10,30 – 17,30
Ingresso: gratuito


Studio associato Davide Federici
Ufficio stampa e comunicazione
info@davidefederici.it 
www.davidefederici.it
Da Davide Federici – Ufficio stampa <info@davidefederici.it>

Gae Aulenti ha sorprendentemente attraversato la storia dell’architettura libera dalle mode

Maestra delle trasformazioni architettoniche, protagonista assoluta del design italiano del secondo Novecento, Gae Aulenti ha attraversato la storia dell’architettura con una visione colta, rigorosa e insieme sorprendentemente libera dalle mode. Dai musei alle scenografie, dagli interni ai prodotti di culto, il suo lavoro ha saputo fondere tecnica, teatro e umanesimo, ridefinendo il ruolo stesso dell’architetto.

Un’identità complessa: architetta, designer, regista dello spazio

Gae Aulenti nasce nel 1927 a Palazzolo dello Stella, in Friuli, e si forma al Politecnico di Milano, dove si laurea nel 1953. Fin dall’inizio rifiuta le semplificazioni stilistiche e l’idea di un modernismo ridotto a formule. Per lei l’architettura è dialogo, stratificazione, reinterpretazione del passato: non demolire, ma capire. Non imporre una forma, ma trovare quella che rende evidente la memoria dei luoghi.

La sua carriera si muove presto con naturalezza tra architettura, allestimenti, grafica, scenografie teatrali, editoria e design industriale. Una figura trasversale, capace di dominare il progetto in tutte le sue scale.

La stagione del design: lampade, arredi e oggetti entrati nella storia

Negli anni Sessanta e Settanta Aulenti diventa una delle protagoniste del design internazionale. Lavora con aziende come FontanaArte, Kartell, Martinelli Luce, Zanotta, Olivetti.

Tra gli oggetti più iconici:

  • la lampada Pipistrello (1965), con la sua luce diffusa e il profilo morbido che ricorda le ali dell’animale;
  • la lampada Ruspa, dinamica e scultorea;
  • il tavolo con ruote di FontanaArte, elegante, ironico, subito riconoscibile;
  • gli arredi per gli interni Olivetti, esempio di funzionalità unita a una raffinata ricerca materica.

Aulenti non vedeva il design come una disciplina minore: ogni oggetto era parte di un sistema più ampio, un racconto dello spazio domestico o professionale.

Il mestiere dell’architetta: trasformare, non cancellare

Il cuore del suo lavoro resta però l’architettura. Non quella del “nuovo” a tutti i costi, ma quella della metamorfosi: edifici storici che tornano a vivere attraverso interventi misurati, intensi, mai invasivi.

La sua opera più celebre, e una delle più discusse, è la trasformazione della Gare d’Orsay di Parigi nel Musée d’Orsay (1980–1986). Un capolavoro di equilibrio tra memoria industriale e vocazione museale: passerelle metalliche, vetro, luce naturale filtrata, una grande navata che diventa spazio espositivo.

Seguono altri progetti museali di grande rilevanza:

  • Palazzo Grassi a Venezia (1985), dove crea una nuova fluidità di movimento tra le sale;
  • il Museu Nacional d’Art de Catalunya di Barcellona, con un allestimento teatrale e dinamico;
  • il Museo Nazionale d’Arte Asiática Guimet a Parigi, rinnovato con un linguaggio essenziale e raffinato.

Ma Aulenti lavora anche nello spazio pubblico e nella comunicazione visiva: sue sono, ad esempio, le celebri Piazze Gae Aulenti di Milano, dedicate alla sua memoria, che rispecchiano quell’idea di città come sistema in continua trasformazione.

Scenografie, teatro e media: un pensiero teatrale dello spazio

Il rapporto con il teatro accompagna Aulenti per tutta la vita. Collabora con Strehler, Ronconi e altri registi che le chiedono scenografie capaci di reinterpretare testi, movimenti, tempi. Il teatro, per lei, è palestra di invenzione, un laboratorio di idee che poi si riversano anche nei musei e negli interni.

Negli anni Ottanta e Novanta lavora anche al progetto di interni ed elementi architettonici per quotidiani e testate, come “La Repubblica” e il “Sole 24 Ore”, portando nel mondo dell’informazione un linguaggio spaziale asciutto e contemporaneo.

L’eredità di una pioniera

Gae Aulenti è stata una delle pochissime donne ad affermarsi in un ambiente — quello dell’architettura internazionale — dominato dagli uomini. Non un simbolo, ma un’autorità. Non una “quota femminile”, ma una professionista dalla forza intellettuale fuori discussione.

La sua eredità oggi si misura non solo negli edifici, negli oggetti e nei progetti, ma nell’idea stessa di architettura come disciplina capace di ascoltare i luoghi, dialogare con il tempo, mettere insieme memoria e futuro.

Perché Aulenti è ancora decisiva

Il suo lavoro parla al presente per almeno tre motivi:

  • propone una visione dell’architettura come recupero, non come tabula rasa;
  • unisce rigore tecnico e sensibilità artistica;
  • dimostra che la trasformazione degli spazi può essere un atto poetico e politico.

In un’epoca di consumi rapidi e rinnovamenti aggressivi, Aulenti insegna che la modernità può essere costruita sulla continuità, non sulla cancellazione. Una lezione preziosa, che continua a ispirare progettisti, curatori e designer.


    Francesca Woodman: resiste al tempo perché affronta temi universali

    Piccola, intensa, inafferrabile: la fotografia di Francesca Woodman trasforma il corpo – quasi sempre il suo – in uno spazio liminale, in un luogo cioè con cui connettersi, privo di soggetti, ma che genera un senso di inquietudine. Tra dissolvenza, memoria, sogno e mistero. In pochi anni ha costruito un linguaggio visivo inconfondibile, capace di ridefinire la percezione femminile del sé nello spazio architettonico e domestico.


    Le radici: un’infanzia tra Colorado e Toscana

    Nata a Denver nel 1958 da una coppia di artisti — il pittore e fotografo George Woodman e la ceramista Betty Woodman — Francesca cresce in un ambiente in cui arte e sperimentazione sono parte della vita quotidiana. L’infanzia trascorsa in parte in Italia, tra Firenze e la campagna toscana dell’Antella, le fornisce una precoce familiarità con l’estetica europea, con gli interni nobili, con le rovine domestiche e con quella particolare atmosfera che tornerà spesso nelle sue fotografie.

    A tredici anni riceve la sua prima macchina fotografica: un autoritratto giovanile, oggi molto noto, lascia già intravedere le caratteristiche del suo futuro stile — intimità, introspezione, rapporto diretto con il proprio corpo e uso dell’autoscatto come pratica quasi rituale.

    La formazione e l’emergere di una voce visiva

    Tra il 1975 e il 1978 studia alla Rhode Island School of Design a Providence. È un periodo di intensa ricerca, di studio formale, ma anche di sperimentazione identitaria: Francesca comprende che il corpo — il suo corpo — può essere non solo soggetto, ma anche strumento e linguaggio.

    Durante un anno di studi a Roma, tra il 1977 e il 1978, entra in contatto diretto con l’eredità visiva italiana: palazzi barocchi, stanze scrostate, statue classiche, architetture segnate dal tempo. Questi ambienti diventano parte del suo immaginario e si ritrovano in molte serie fotografiche, dove la figura appare come un’apparizione fragile che abita temporaneamente lo spazio.

    In questi anni matura quei tratti che diventeranno iconici: il bianco e nero morbido, l’uso della lunga esposizione, la sfocatura che suggerisce movimento e dissolvenza, la fusione tra corpo e ambiente, la predilezione per interni abbandonati o stanze vuote.

    Il corpo come palcoscenico: temi e stile visivo

    Il filo rosso del suo lavoro è la tensione costante tra presenza e sparizione. Di frequente il volto è nascosto o mosso, il corpo si confonde con pareti, porte, specchi e arredi. Le sue sono vere e proprie azioni performative, messe in scena davanti all’obiettivo: l’immagine diventa il residuo di un gesto, di un equilibrio precario, di un’apparizione.

    In essa convivono il simbolismo e il surrealismo, ma anche una profonda necessità autobiografica: denunciare una fragilità, evocare un desiderio di metamorfosi, testimoniare un’identità in costruzione. La sensazione è che Woodman voglia rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto: ansie, turbamenti, solitudini, aspirazioni.

    Il formato ridotto, la luce delicata, la scelta di ambienti domesticamente degradati, i gesti ripetuti o sospesi contribuiscono a creare una poetica riconoscibile e radicale, che ancora oggi affascina e inquieta.

    Produzione, tecniche e sperimentazioni

    Nonostante la brevità della sua carriera, Woodman lascia centinaia di fotografie, per la maggior parte stampe in gelatina d’argento. Lavora quasi esclusivamente in bianco e nero, ma non disdegna sperimentazioni con tecniche meno convenzionali: video, grandi diazotipi, collage e assemblaggi che mostrano la sua curiosità per il processo creativo e la sua volontà di superare la semplice immagine statica.

    Il suo approccio è lontano dal formalismo tecnico: cerca piuttosto un’atmosfera, un’emozione, un’impronta fragile e perturbante. All’interno di ogni fotografia sembra vivere un piccolo enigma narrativo: un corpo che tenta di definirsi, che scompare e riappare, che si nasconde e al tempo stesso chiede di essere visto.

    L’epilogo e l’eredità

    La vita di Francesca Woodman si interrompe tragicamente nel 1981, a soli ventidue anni. Una fine prematura che ha alimentato miti, interpretazioni e letture romantiche del suo lavoro, talvolta semplicistiche. Quello che resta, però, è un corpus di immagini straordinariamente compatto, coerente e potente.

    Nel corso dei decenni le principali istituzioni internazionali hanno dedicato mostre e pubblicazioni alla sua opera, riconoscendole un ruolo centrale nella fotografia contemporanea. Molte artiste che esplorano il corpo come territorio di interrogazione — dalla performance art alla fotografia concettuale — riconoscono in Woodman una figura fondativa.

    Oggi la sua opera è studiata, esposta e discussa come uno dei contributi più poetici e radicali alla rappresentazione del corpo femminile nel Novecento.

    Perché ci parla ancora oggi

    La forza di Francesca Woodman resiste al tempo perché affronta temi universali:

    • la fragilità dell’identità,
    • il rapporto tra corpo e spazio,
    • la tensione tra desiderio di visibilità e bisogno di sottrarsi allo sguardo,
    • il conflitto tra memoria e oblio,
    • l’estetica della vulnerabilità.

    In un’epoca che enfatizza l’immagine performativa e controllata, le sue fotografie ricordano che il corpo può essere anche un luogo di smarginatura, di incertezza, di poesia malinconica. La sua voce rimane sospesa e luminosa, fragile e tenace: un invito a guardare davvero, oltre la superficie.


    Banksy in mostra ad Agrigento con 240 opere alla Camera di Commercio

    In un’epoca in cui l’arte rischia spesso di diventare tappezzeria, Banksy continua a graffiare la coscienza collettiva. La Banksy Humanity Collection porta in mostra non soltanto le sue immagini più iconiche, ma soprattutto le domande scomode. Un’esposizione dove ciascuno si sentirà di prendere posizione.

    Banksy, il clandestino dell’arte
    che parla di umanità

    Banksy in mostra ad Agrigento
     
    Dal 4 al 21 dicembre, Agrigento ospiterà l’ attesa grande esposizione dedicata a Banksy, con 240 opere allestite negli spazi espositivi della Camera di Commercio di Agrigento, in via Atenea. Un appuntamento che arricchisce il percorso verso Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025, offrendo alla città un’occasione di incontro con uno dei linguaggi artistici più incisivi della contemporaneità.
    La presentazione della mostra avverrà nel foyer del Teatro Pirandello. Interverranno Maria Teresa Cucinotta, presidente della Fondazione per Agrigento 2025, Franco Miccichè, sindaco di Agrigento, Giuseppe Parello, direttore generale della Fondazione Agrigento Capitale. 
    Sarà un momento per illustrare i contenuti dell’esposizione e il suo ruolo all’interno del programma della Capitale Italiana della Cultura 2025.
    La selezione delle opere permette di attraversare i temi chiave dell’artista: diritti umani, pace, critica sociale, ribellione, ironia e visione. L’allestimento valorizza la potenza comunicativa delle immagini e ne facilita la fruizione da parte di un pubblico eterogeneo.
    Nelle prime ore della giornata la mostra sarà riservata alle scuole.
    L’accesso al pubblico sarà possibile a partire dalle ore 11, per tutta la durata dell’esposizione.

    C’è chi dipinge per vendere e chi per parlare al mondo. Banksy, com’è noto, appartiene alla seconda categoria: quella dei sovversivi dell’aerosol, dei poeti del muro. Ora una mostra ad Agrigento, Banksy Humanity Collection, prova a restituirne il senso profondo: non il mistero dell’identità, ma quello della coscienza.

    L’esposizione, curata dalla Banksy Modeste Collection, arriva a dicembre con un tempismo che non lascia spazio al caso. Una data scelta come dichiarazione d’intenti, per ricordare che l’arte, quando smette di essere solo decorazione, può ancora sporcarsi le mani con la realtà.

    Il progetto nasce nel 2019 dall’idea di un gruppo di amici, che ha fondato la SAS Banksy Modeste Collection per conservare e diffondere il messaggio del più enigmatico tra gli street artist, trasformando ogni mostra in un atto di impegno civile. Da allora la collezione ha fatto tappa in 14 città francesi, attirando oltre 240.000 visitatori e raccogliendo più di 250.000 euro per progetti di beneficenza.

    Ma più che un catalogo d’arte, questa mostra è una presa di posizione. I curatori non chiedono biglietti d’ingresso, ma donazioni libere. Il pubblico potrà anche acquistare serigrafie dedicate, parte del cui ricavato sarà devoluta a un’associazione locale impegnata sul territorio. Insomma, il messaggio è chiaro: l’arte non si contempla soltanto, si pratica.

    L’arte come specchio del mondo

    Dietro lo slogan Humanity Collection si nasconde una verità semplice: le opere di Banksy parlano di noi. Delle nostre paure, delle disuguaglianze che fingiamo di non vedere, dei paradossi quotidiani che riempiono le cronache. Ogni stencil, ogni topo in fuga, ogni bambina col palloncino è un dito puntato – a volte ironico, a volte amaro – sulle storture del potere e sull’indifferenza di chi guarda.

    Le immagini sono provocatorie, certo, ma non gratuite. Banksy sa essere sarcastico come Swift e diretto come un titolo di giornale: mette il pubblico davanti alle proprie contraddizioni e poi, con un colpo di spray, gli toglie ogni alibi.

    Un percorso che diventa esperienza

    Il progetto non si limita a riempire le pareti. Accanto all’esposizione sono previsti incontri con la stampa e con associazioni locali, perché la street art non si accontenta di farsi vedere: vuole essere ascoltata, discussa, magari contraddetta. È questo, in fondo, il suo linguaggio più autentico.

    La Banksy Humanity Collection si propone come un piccolo laboratorio di coscienza collettiva. Lontano dai vernissage di lusso e dai selfie di circostanza, preferisce la sostanza del messaggio: uguaglianza, solidarietà, giustizia. Tre parole che suonano antiche, ma che nei muri di Banksy ritrovano una giovinezza corrosiva.

    E se l’artista resta invisibile, poco importa. Forse proprio lì sta la sua forza: nel far parlare le opere mentre lui tace. In un mondo che urla per esistere, Banksy dimostra che si può cambiare il mondo anche con un silenzio. Purché sia dipinto sul muro giusto.


    Dettagli dell’evento:
     
    Date: 4–21 dicembre
    Inaugurazione 3 dicembre ore 18
    Luogo: Area espositiva della Camera di Commercio di Agrigento, via Atenea
    Ingresso: gratuito
    Sito https://share.google/rqd8vGCee9BGdT5Ul 

    Melina Cavallaro – Uff. stampa & Promozione FREE TRADE Roma,
    Valerio de Luca – resp. addetto stampa –
    Da melina cavallaro free trade <melina@freetrade.it> 

    Cibotto “straniero a sé stesso” – È la tesi del curatore della mostra, Francesco Jori

    GIAN ANTONIO CIBOTTO (1925 – 2017)
    Il gusto del racconto
    Rovigo, Palazzo Roncale
    5 dicembre 2025 – 28 giugno 2026

    Mostra promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, a cura di Francesco Jori. Da un’idea di Sergio Campagnolo

    Francesco Jori anticipa il taglio che ha inteso dare alla sua ricognizione su Gian Antonio Cibotto che verrà proposta nella mostra (di cui è curatore) dedicata all’intellettuale polesano, mostra che si potrà ammirare al Roncale dal prossimo 5 dicembre al 29 giugno 2026. Curata da Jori, da un’idea di Sergio Campagnolo, l’attesa esposizione è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi – e prodotta da Arcadia Arte, in occasione del Centenario dalla nascita dello scrittore.

    La visione del curatore è sintetizzata dal titolo del suo saggio introduttivo al catalogo che accompagna l’esposizione: “Un uomo straniero a sé stesso: dai primi giorni di vita ai suoi estremi momenti”.

    È stata un’inesausta, logorante, tormentata vicenda umana, quella di Toni Cibotto; un’esistenza errante, consumata in un’urticante combustione di amore e di odio, nell’inquietante sensazione di non appartenere ad alcun tempo e ad alcun luogo. Neppure alla sua terra, che pure ha portato nel cuore fino all’ultimo”, scrive il curatore.

    “Sono uno del Delta padano, niente in comune con il Veneto”. Ed è proprio lì, in quella patria senza confini amministrativi, che nei momenti più estremi Cibotto si reca in cerca di sollievo, di calma interiore, di serenità: “Quando la malinconia bussa con tocchi insistenti alla porta della mia mente, per sfogare l’irrequietudine che diventa un tormento, salgo in automobile e punto su Santa Giulia, a contemplare il frassino imperatore che si staglia enorme all’orizzonte. Lo circondano campi verdi di spugna, e le farfalle gli fanno festa”. E ancora: “Seduto a riva, nella Sacca di Scardovari, contemplo da una parte il mare d’erba e dall’altra l’immensa distesa d’acqua sulla quale respira il cielo. Contemplo l’infinito, come non accade mai da nessuna parte”.

    Il catalogo accoglie, accanto agli interventi istituzionali e al saggio introduttivo di Francesco Jori, un suo secondo intervento dedicato ai “Diari Veneti” e testimonianze di Giancarlo Marinelli, Elisabetta Sgarbi, Romolo Bugaro, Ivan Malfatto.


    Info: Palazzo Roncale www.palazzoroncale.com
     
    Fondazione Cariparo
    dott. Roberto Fioretto, Responsabile Ufficio Comunicazione
    +39 049 8234834 – roberto.fioretto@fondazionecariparo.it
     
    Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
    +39 049 663499 Ref. Elisabetta Rosa elisabetta@studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

    A Trieste il Museo Sartorio inaugura l’allestimento della Collezione Lokar

    La passione di una vita che diventa patrimonio di una intera città e di chi la visita. Accade a Trieste dove la raffinata Collezione di porcellane delle più prestigiose manifatture europee, frutto di 60 anni di acquisti di Giovanni Lokar insieme alla moglie Sonja Polojaz entra del patrimonio del Museo Sartorio, esempio di casa museo altoborghese dell’Ottocento. Dal 14 dicembre la Collezione Lokar nella sua quasi totalità potrà essere ammirata dal pubblico in due sale del Museo (inaugurazione su invito il 13 dicembre), appositamente riallestite per ricreare un’atmosfera al contempo moderna e rievocativa dell’epoca d’oro della Porcellana.

    DONAZIONE LOKAR
    Lo splendore della porcellana europea
    Trieste, Museo Civico Sartorio
    Largo Papa Giovanni XXIII 1
    Dal 14 dicembre 2025

    L’esposizione della collezione di porcellane della famiglia Lokar, donata al Comune di Trieste, è promossa dall’Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, e realizzata con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia.

    L’ampia collezione di Giovanni Lokar (composta in totale oltre 550 pezzi di ben 80 manifatture diverse) consente di ripercorrere l’intera storia della porcellana europea, a partire dal suo avvio nel 1709 in Germaniae di approfondirne la produzione in particolare lungo tutto il XVIII secolo, spingendosi anche nella prima metà del secolo seguente.

    Sono oltre 80 le manifatture documentate almeno da un oggetto, dall’ambito tedesco all’Italia e all’Europa intera, dalla Spagna alla Repubblica Ceca, dalla Francia alla Danimarca, dall’Inghilterra alla Russia. Si tratta dunque della collezione più completa in termini di varietà di manifatture nell’ambito europeo del Settecento.

    Nel caso delle principali manifatture, il collezionista predilige gli esemplari dei primi anni di attività, a prima vista forse meno appariscenti ma di assoluta rarità. Sebbene non manchino servizi, piatti, caffettiere, teiere e sculture, prevalgono le tazze con piattino che, nonostante le dimensioni ridotte, per la loro forma presentano le superfici più adatte a dare risalto al decoro pittorico e agli eleganti fregi in oro.

    I manufatti sono magnifici esempi della porcellana barocca del primo Settecento, in perfetto stato di conservazione e dotati di marchio, quando la fabbrica lo utilizzava.

    Le scelte con cui sono stati selezionati recano un’impronta del tutto personale, che appare originata dalla storia e dalla cultura della città in cui il collezionista abita: Trieste, da secoli all’incrocio politico tra Venezia e Vienna, tra l’influsso italiano e quello germanico.

    Giovanni Lokar si concentra infatti fin dall’inizio sulla manifattura Du Paquier di Vienna, con il suo perfetto equilibrio tra la grandiosa magniloquenza del decoro e la sciolta eleganza delle linee.

    Contestualmente, nell’addentrarsi nel campo della porcellana italiana, di cui egli apprezza l’indipendenza stilistica e la mancanza di ripetitività nei decori, dedica una particolare attenzione alle fabbriche veneziane: il primo acquisto di porcellana italiana è infatti un piattino dell’armoniosa manifattura Vezzi di Venezia, che lo interessa per l’originale e tipicamente veneziana interpretazione degli stilemi della porcellana di Meissen e Vienna. Non mancano numerosi e significativi esemplari delle altre manifatture lagunari – la rarissima Hewelcke e l’elegante e variegata Cozzi – e di tutte le manifatture venete, anche meno note, e italiane: uno degli aspetti più rilevanti della raccolta è costituito dal corpus delle porcellane Ginori, con alcuni pezzi somiglianti proprio alla porcellana di Du Paquier.

    Emerge anche un ricco nucleo di porcellane araldiche, decorate con stemmi nobiliari, con un focus particolare sia su quelle realizzate a Venezia e nel Veneto, sia su quelle commissionate alla manifattura di Meissen dalle nobili famiglie veneziane fra il 1730 e il 1750: fragili oggetti rappresentativi, destinati essenzialmente all’esibizione di uno status sociale.

    Un altro filo conduttore che rende unica questa collezione è l’attenzione prestata alle manifatture, anche le più rare, degli stati del Sacro Romano Impero: ne sono documentate più di 30, ciascuna con un carattere proprio.

    Di eccezionale interesse il nucleo di porcellane riconducibili all’attività degli Hausmaler, pittori a domicilio (in prevalenza tedeschi di Bayreuth e Augsburg, ma anche boemi, olandesi e inglesi) che, nei primi anni successivi alla scoperta della formula della porcellana, passarono dalla decorazione su vetro e maiolica a quella sulla porcellana sassone, viennese e cinese. Altrettanto interessanti sono le figure degli artisti girovaghi o itineranti, che furono interpreti e diffusori di gusti e mode attraverso l’intera Europa. Tra loro, Jacob Helchis “primo fra i virtuosi di pitturare le porcellane”, nato a Trieste, virtuoso nel trasferire su porcellana soggetti e tecniche desunti dalle incisioni.

    “Questo eminente accrescimento delle raccolte pone – afferma Giorgio Rossi, Assessore alle Politiche della Cultura e del Turismo del Comune di Trieste – il Museo Sartorio al livello delle collezioni ceramiche dei più prestigiosi italiani ed europei, come il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, il British Museum e il Victoria & Albert Museum di Londra, aumentando ulteriormente l’attrattività di questa peculiare e accogliente villa settecentesca, oggi museo d’ambiente”.

    L’inaugurazione (su invito) è prevista per sabato 13 dicembre 2025 alle ore 11.30, presso il Civico Museo Sartorio (largo Papa Giovanni XXIII 1, Trieste) e l’apertura al pubblico dal 14 dicembre con ingresso gratuito.


    Civico Museo Sartorio
    largo papa Giovanni XXIII, 1
    + 39 040 675 9321
    museosartorio@comune.trieste.it
    www.museosartoriotrieste.it
    www.triestecultura.it
     
    Apertura: da mercoledì a domenica dalle 10 alle 17
    Ingresso libero

    Ufficio stampa:
    Studio ESSECI
    Ref. Roberta Barbaro
    049 663499
    Roberta@studioesseci.net
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

    Ai Musei Reali di Torino la mostra “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”

    Dal 22 novembre 2025 al 3 maggio 2026, Torino ospita un viaggio straordinario attraverso l’Europa del Seicento, sulle orme di Orazio Gentileschi, uno dei più grandi maestri della pittura italiana. “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio” è l’imperdibile mostra organizzata dai Musei Reali di Torino e Arthemisia che presenta oltre 40 capolavori provenienti dai più prestigiosi musei del mondo, dal Louvre al Prado alla Pinacoteca Vaticana – alcuni dei quali mai esposti prima in Italia. Un’esposizione, a cura di Annamaria Bava e Gelsomina Spione, che svela il talento di un artista celebrato da re e regine, amico di Caravaggio e Van Dyck, capace di trasformare la luce in poesia.

    “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”

    22 novembre 2025 – 3 maggio 2026

    Musei Reali di Torino | Sale Chiablese

    Dal 22 novembre 2025 al 3 maggio 2026, le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino ospitano una mostra dedicata a Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – Londra, 1639), uno dei più importanti artisti italiani del Seicento, la cui straordinaria qualità pittorica fu premiata da un successo in vita pari a quello di Caravaggio, Rubens e Van Dyck.
    Musei Reali di Torino e Arthemisia presentano “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio”, la mostra che dal 22 novembre 2025 al 3 maggio 2026 sarà allestita nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino.

    L’esposizione – organizzata dai Musei Reali di Torino e Arthemisia, curata da Annamaria Bava (Musei Reali di Torino) e Gelsomina Spione (Università di Torino) – conta oltre 40 opere che consentono al visitatore di ripercorrere un viaggio lungo le principali tappe di un itinerario, da Roma a Fabriano, da Genova a Torino, Parigi e Londra.

    La rassegna riunisce prestiti provenienti da edifici ecclesiastici, collezioni pubbliche e private italiane e internazionali, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado di Madrid, la Pinacoteca Vaticana, il Museo Civico d’Arte Antica – Palazzo Madama di Torino, Palazzo Spinola e i Musei di Strada Nuova a Genova, il Museo Civico di Novara, le Collezioni comunali d’arte di Bologna, la Galleria Spada e Palazzo Barberini a Roma, le Gallerie degli Uffizi, la Galleria Nazionale delle Marche a Urbino e la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, attraverso i quali ripercorrere l’intera evoluzione stilistica di Gentileschi, che debutta come pittore di tarda maniera, influenzato dall’eleganza formale del Cinquecento, per poi passare a un naturalismo caravaggesco di intensa verità luminosa, e approdare a una pittura di raffinata eleganza e vibrante cromia, sempre contraddistinta da una cifra personale.

    Il tema del viaggio costituisce il fil rouge del percorso espositivo che mette in dialogo il pittore con vari contesti figurativi, con gli artisti di volta in volta incontrati – da Giovanni Baglione a Guido Reni, Simon Vouet, Antoon van Dyck, il fratello Aurelio fino alla figlia Artemisia –, con le figure dei committenti e con le esigenze del mercato.
    Orazio Gentileschi vive e lavora in un momento straordinariamente fertile e si muove con ambizione nei più rilevanti centri artistici italiani e tra le maggiori corti europee – da Carlo Emanuele I di Savoia alla regina di Francia Maria de’ Medici, da Carlo I d’Inghilterra a Filippo IV di Spagna – alla ricerca di protezione e prestigio.
    È per conquistare i favori del duca di Savoia che nel 1623 giunge a Torino, proveniente da Genova, la grande pala con l’Annunciazione, capolavoro oggi conservato alla Galleria Sabauda, che costituisce uno dei vertici assoluti della sua arte e fulcro dell’intera mostra. 

    L’esposizione Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio, promossa dal Ministero della Cultura – Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale e dall’Università di Torino, èprodotta e organizzata dai Musei Reali di Torino e Arthemisia, la cui collaborazione ha portato negli anni a importanti risultati nell’offerta culturale torinese.

    L’iniziativa è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici attraverso la cultura, il patrimonio e lo sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.

    L’evento vede come mobility partner FrecciarossaTreno Ufficiale. Il catalogo è edito da Moebius.


    Ufficio Stampa Arthemisia
    Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
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