VETTE. Storie di sport e montagne – Negli splendidi spazi di Palazzo Besta a Teglio

La Direzione regionale Musei nazionali Lombardia (Ministero della Cultura) è lieta di presentare VETTE. Storie di sport e montagne, una mostra promossa con il sostegno di Regione Lombardia e realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino e la Direzione regionale Musei nazionali Veneto – Museo Nazionale Collezione Salce. L’iniziativa rientra nel programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, confermando la vitalità dello sguardo culturale anche nelle celebrazioni olimpiche.

VETTE.
Storie di sport e montagne
Palazzo Besta Teglio (SO)
28 gennaio – 30 agosto 2026

Mostra a cura di Rosario Maria Anzalone e Silvia Anna Biagi, da un’idea  di Sergio Campagnolo

L’esposizione sarà allestita negli splendidi spazi rinascimentali di Palazzo Besta a Teglio, nel cuore della Valtellina, e sarà visitabile dal 28 gennaio al 30 agosto 2026, con anteprima per la stampa il 27 gennaio. Il percorso espositivo, articolato tra gli ambienti interni ed esterni del palazzo, vuole indagare il rapporto tra paesaggio alpino, sport invernali e tradizioni culturali.

«Siamo felici di poter ospitare a Palazzo Besta un progetto così ampio e condiviso e profondamente grati del sostegno istituzionale che lo ha reso possibile, a partire da Regione Lombardia, dalla Direzione regionale Musei nazionali Veneto, dal Museo Nazionale della Montagna di Torino e dalla Fondazione Milano Cortina», dichiara Rosario Maria Anzalone, Direttore regionale Musei nazionali Lombardia e co-curatore della mostra. «Un’iniziativa che mostra, qualora ce ne fosse bisogno, che i musei sono luoghi vivi, capaci di accogliere temi apparentemente lontani dalla loro matrice storico-artistica e di dialogare con pubblici diversi, ampliando la propria capacità di interpretare il presenteLa montagna e lo sport sono temi che mi appassionano e che consideriamo fondamentali per raccontare la storia del nostro territorio, la sua identità e la sua capacità di guardare al futuro con consapevolezza e responsabilità».

«Questa mostra», commenta Francesca Caruso, Assessore alla Cultura di Regione Lombardia, «rappresenta un tassello prezioso dell’Olimpiade Culturale perché unisce identità forti della Lombardia: la montagna, la cultura e lo sport. Portare un progetto di questa entità a Palazzo Besta significa dare valore ai territori, alle comunità alpine e alla loro storia. È un racconto che parla di radici, sfide e cambiamenti, ma soprattutto di una montagna che continua a essere un patrimonio culturale vivo. La collaborazione con il Veneto e con il Museo della Montagna di Torino dimostra, ancora una volta, che quando le istituzioni lavorano insieme possono costruire percorsi culturali solidi, riconoscibili e capaci di parlare al pubblico di oggi».

L’iniziativa configura altresì una stretta sinergia tra la Direzione regionale Musei nazionali Lombardia e l’omologo istituto del Veneto. In dialogo con la mostra di Teglio, apre infatti il 20 novembre 2025 al Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso la grande esposizione Un magico inverno. Bianche emozioni dalla Collezione Salce, dedicata alla nascita dell’immaginario invernale tra manifesti storici, grafica pubblicitaria, fotografie e materiali d’epoca.

Le due sedi – Palazzo Besta e Collezione Salce – formano così un unico racconto in due capitoli, che unisce idealmente Veneto e Lombardia in un progetto che spazia dalle prime pioneristiche esperienze all’affermarsi del turismo sportivo, attraverso i cambiamenti nella vita quotidiana e l’impatto profondo sul paesaggio montano.

Palazzo Besta: un percorso che intreccia sport, identità e paesaggio

Curata da Rosario Maria Anzalone e Silvia Anna Biagi, a partire da un’idea di Sergio Campagnolo, la mostra VETTEStorie di sport e montagne è pensata come un grande viaggio nella storia degli sport invernali e delle profonde trasformazioni che la loro diffusione ha comportato nell’immaginario e nello stile di vita delle valli alpine.

Un racconto che, in perfetta sintonia con il carattere rinascimentale di Palazzo Besta, intreccia memoria, simboli e identità culturale, ma anche sfide e prospettive per il futuro.
Il percorso espositivo si raccoglie intorno a tre grandi nuclei tematici, concepiti come punti di vista di una stessa narrazione.

La storia delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali

Dalla prima Olimpiade di Chamonix 1924 a Milano Cortina 2026, la sezione raccoglie cimeli, manifesti, torce olimpiche, attrezzature storiche, fotografie e documenti provenienti da importanti istituzioni nazionali e internazionali. In particolare un ruolo fondamentale in questa sezione lo svolgono i prestiti provenienti dalle collezioni del Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino dedicati all’edizione delle Olimpiadi di Torino 2006. Accanto alle figure simboliche dei Giochi, emerge la storia delle comunità ospitanti e dei valori che hanno segnato un secolo di sport invernale moderno.

Uno sguardo al femminile

In sintonia con la storia del Palazzo e della famiglia Besta, nella quale le donne hanno giocato ruoli decisiviil percorso espositivo darà spazio ai volti e alle vittorie delle più celebri atlete olimpiche e paralimpiche, storie di coraggio, talento e sfide che hanno ridefinito il ruolo delle donne nello sport e nella società. Ma non solo: accanto a cimeli e medaglie saranno esposti oggetti quotidiani e strumenti del lavoro femminile del secolo passato, in un confronto che vuole mettere in risalto, senza cedere a stucchevoli nostalgie né a ciechi ed eccessivi entusiasmi, il radicale cambiamento di prospettive e abitudini avvenuto nelle valli alpine negli ultimi 60 anni.

Lo sport e la montagna: tra grandi trasformazioni e incerte prospettive

La nascita e l’affermarsi degli sport invernali segnano anche il passaggio da una montagna contadina a una montagna moderna, turistica e sportiva. Attraverso materiali fotografici, oggetti etnografici e testimonianze locali, la sezione restituisce la metamorfosi della Valtellina e delle Alpi: dai paesaggi incontaminati alle infrastrutture sciistiche, offrendo spunti di riflessione e analisi anche sulla relazione tra uomo e ambiente, tra sviluppo e sostenibilità.

Il percorso si chiude nel giardino di Palazzo Besta, icasticamente affacciato sulle Alpi Orobie, con una installazione site-specific a cura di Michele Tavola, realizzata dagli artisti radicati in Valtellina e affermati a livello nazionale Luca Conca e Vincenzo Martegani, che esporranno dittici di fotografie e dipinti in dialogo fra loro.

Oltre al percorso espositivo, VETTE prevede un ricco public program: incontri con atleti olimpici e paralimpici, studiosi, giornalisti e scrittori di montagna; laboratori e attività per scuole e famiglie; visite guidate e talk dedicati a sostenibilità, trasformazioni alpine e futuro degli sport invernali.

Il progetto è sostenuto da un’articolata collaborazione che coinvolge:
Regione Lombardia
Direzione regionale Musei nazionali Lombardia
Direzione regionale Musei nazionali Veneto – Museo Nazionale Collezione Salce
Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino
Fondazione Milano Cortina 2026
Comitato Olimpico Internazionale
 
Una rete che valorizza la dimensione interregionale del progetto e ne rafforza il ruolo all’interno delle iniziative culturali collegate ai Giochi olimpici. La mostra, inoltre, attiva un’importante rete territoriale grazie alla collaborazione con enti locali, associazioni e istituti culturali valtellinesi, contribuendo alla costruzione di una eredità culturale duratura per la valle.

La Direzione regionale Musei nazionali Lombardia coordina e promuove 13 musei e parchi archeologici statali della regione. Ha il compito di assicurare l’attuazione del servizio pubblico di fruizione e valorizzazione di musei, monumenti e aree archeologiche, garantendo livelli di qualità uniformi. In collaborazione con le Soprintendenze e gli enti territoriali e locali promuove l’ampliamento delle collezioni museali, l’organizzazione di mostre temporanee e le attività di catalogazione, studio, restauro, oltre che la comunicazione e la valorizzazione del patrimonio culturale regionale. Attraverso la definizione di strategie e obiettivi comuni viene promossa la collaborazione con altri istituti culturali della regione per la creazione di percorsi culturali e turistici e per l’innovazione didattica e tecnologica. Lavora per incentivare la partecipazione attiva degli utenti e la massima accessibilità ai musei che custodiscono il patrimonio archeologico, artistico e storico della Lombardia.


Direzione regionale Musei Nazionali Lombardia
https://museilombardia.cultura.gov.it/
drm-lom@cultura.gov.it
 
Ufficio Stampa DRMN-LOM
Studio Giornaliste Associate BonnePresse
Carlotta Dazzi |  +39 347 12 99 381 | carlotta.dazzi@bonnepresse.it
Gaia Grassi | +39 339 56 53 179 |  gaia.grassi@bonnepresse.it
www.bonnepresse.it
 
In collaborazione con
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
tel. 049663499
Referente Elisabetta Rosa: elisabetta@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Guggenheim Jeune e la Fucina degli Angeli: il 2026 alla Collezione Peggy Guggenheim

Una grande mostra dedicata alla galleria londinese
di Peggy Guggenheim, Guggenheim Jeune,
e un omaggio alla Fucina degli Angeli:
la Collezione Peggy Guggenheim annuncia le mostre del 2026.

La galleria londinese Guggenheim Jeune e la Fucina degli Angeli sono al centro del programma espositivo della Collezione Peggy Guggenheim, che nel corso del 2026 racconta due momenti storici del collezionismo della mecenate americana, in un costante dialogo con la collezione permanente. Dalla più grande mostra mai realizzata in ambito museale volta a celebrare la straordinaria avventura londinese di Peggy Guggenheim e della sua prima galleria, Guggenheim Jeune, in apertura il 25 aprile 2026, si passerà, in autunno, a un prezioso affondo volto a far luce sulla Fucina degli Angeli, sorprendente capitolo della storia del vetro artistico che ha visto il coinvolgimento di alcuni tra i maggiori protagonisti dell’arte del XX secolo, e della quale la stessa Peggy Guggenheim fu, in molti modi, “madrina”.

Con la chiusura, il 2 marzo 2026, dell’omaggio alle ceramiche di Lucio Fontana, ad aprire la nuova stagione espositiva del museo veneziano sarà Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista (25 aprile – 19 ottobre, 2026), a cura di Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e Simon Grant, Guest Curator. L’esposizione intende approfondire un periodo cruciale che contribuì a definire Peggy Guggenheim come collezionista e mecenate, mettendo in evidenza la rete di influenze e amicizie – da Marcel Duchamp a Mary Reynolds a Samuel Beckett – che ne plasmarono la visione. Attiva a Londra dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Guggenheim Jeune fu un punto di riferimento per le avanguardie dell’epoca e ospitò oltre venti mostre, tra cui la prima personale a Londra di Vasily Kandinsky, una monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima mostra collettiva nel Regno Unito dedicata al collage, e una mostra di scultura contemporanea che suscitò scandalo. Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, di artisti come Eileen Agar, Salvador Dalí, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e altri ancora. Non mancheranno nel percorso espositivo materiali d’archivio, a testimoniare un’epoca di intensa sperimentazione e fermento culturale, a ridosso dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Dopo Venezia, la mostra si sposterà a Londra, alla Royal Academy of Arts, nell’autunno 2026, e nella primavera del 2027 al Guggenheim New York.

A novembre sarà poi la volta di Fucina degli Angeli. Peggy Guggenheim e il vetro artistico del Novecento (14 novembre 2026 – 29 marzo 2027), a cura di Cristina Beltrami, storica dell’arte. La mostra getta luce su una delle vicende più visionarie del vetro muranese nel secondo dopoguerra, ricostruendo la straordinaria avventura creativa della Fucina degli Angeli, avviata da Egidio Costantini a Murano negli anni Cinquanta. Attraverso oltre cento opere in vetrodisegni e documenti storici, l’esposizione ripercorre la storia della Fucina dagli esordi fino agli anni Novanta, evidenziando la collaborazione con alcuni tra i maggiori artisti del XX secolo, tra cui George Braque, Alexander Calder, Lucio Fontana, Fernand Léger, Pablo Picasso, e molti protagonisti della scena artistica giapponese dell’epoca. Decisivo fu il ruolo di Peggy Guggenheim, che sostenne Costantini nei momenti cruciali e contribuì all’espansione internazionale del progetto, facilitando contatti, committenze e il dialogo con il mercato statunitense. Il percorso espositivo metterà in relazione le opere in vetro con dipinti e sculture degli artisti che ruotarono intorno alla Fucina.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

La Metro A di Roma diventa uno spazio di pace con Roma capitale, Atac, Emergency e Cheap

CHEAP x EMERGENCY – Metro A Roma – Ph Emma Gasparini

Dal 12 dicembre all’11 gennaio, un intero convoglio di 6 vagoni della linea A della metropolitana di Roma è divento uno spazio dedicato al ripudio della guerra, ospitando un intervento visivo di EMERGENCY e CHEAP per la campagna “R1PUD1A”. Un allestimento che invita la cittadinanza a riflettere sul ripudio della guerra, principio sancito dall’Articolo 11 della Costituzione realizzato per EMERGENCY dal collettivo CHEAP grazie al sostegno di Roma Capitale e di ATAC, azienda della mobilità collettiva dell’area metropolitana di Roma.

LA METRO A DI ROMA DIVENTA UNO SPAZIO DI PACE
CON ROMA CAPITALE, ATAC, EMERGENCY E CHEAP
 
DAL 12 DICEMBRE ALL’11 GENNAIO
ATAC VESTE I SUOI VAGONI CONTRO LA GUERRA CON LA CAMPAGNA “R1PUD1A” DI EMERGENCY
PER RICORDARE L’ARTICOLO 11 DELLA COSTITUZIONE.

I vagoni sono stati allestiti con 15 poster realizzati da CHEAP e da 11 artisti e artiste: DeeMo, Joanna Gniady, Coco Guzmán, Infinite, Luchadora, Dario Manzo, Militanza Grafica, Rita Petruccioli, Camila Rosa, Testi Manifesti, Tomo77. L’intervento punta a restituire allo spazio pubblico la sua natura politica: un luogo abitato da soggetti consapevoli e non da spettatrici e spettatori indifferenti. Lungo il percorso, i passeggeri incontreranno anche alcune parole di Gino Strada che hanno accompagnato la storia di EMERGENCY, una tra tutte Le guerre appaiono inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle”, che risuona come un invito alla responsabilità e alla partecipazione. Dal 27 dicembre, l’intero progetto visivo della campagna sarà presente anche sui monitor LCD e sulle pensiline della linea A della metropolitana di Roma.

L’iniziativa si inserisce all’interno della campagna “R1PUD1A” di EMERGENCY che puntaa ribadire un netto “no” alla guerra e a coinvolgere i cittadini nel rifiuto della violenza. La campagna, nel suo primo anno di attività, ha raccolto l’adesione di oltre 600 Comuni, più di 1000 scuole e 300 spazi e festival culturali che hanno scelto di “ripudiare” la guerra insieme all’ong.

Il nostro tessuto collettivo è come il reticolo metropolitano: traiettorie e percorsi in continua connessionespiega Simonetta Gola, direttrice della Comunicazione di EMERGENCY – per cui la scelta di andare sotto la superficie rientra in un percorso di contronarrazione di EMERGENCY e CHEAP: una rappresentazione, e suggestione insieme, della decostruzione del visibile e una individuazione di alternative “dal basso”, un ritorno con parole e immagini al valore sociale delle nostre scelte”.

Intervenire nella metropolitana significa agire in uno spazio in cui scorrono pensieri, ansie e responsabilità che spesso vengono sottaciute o anestetizzatefanno eco da CHEAP – Lo spazio pubblico non è neutro: è il luogo in cui si formano immaginari e si consolidano le narrazioni che influenzano il nostro modo di stare insieme. Per questo, insieme a EMERGENCY, abbiamo scelto di portare sotto la superficie parole e immagini che interrompono la normalizzazione della guerra e aprono un campo di attenzione diverso, invitando a una presa di posizione consapevole, contro l’idea che la guerra sia inevitabile: nessuna lo è”.

Il trasporto pubblico è naturalmente un luogo ideale di condivisione dei valori che fondano una società. La pace è uno di questidichiara Paolo Aielli, direttore generale di ATAC – Perciò abbiamo accolto volentieri l’invito a prestare un treno e la nostra infrastruttura a una iniziativa di sensibilizzazione così importante. Come azienda, inoltre, siamo sempre interessati a forme di collaborazione con il mondo artistico, con il quale abbiamo ormai una lunga e felice consuetudine. L’arte è uno straordinario veicolo di comunicazione. Quindi, per noi, un modo originale per dialogare con i nostri clienti usando un linguaggio diverso dal solito, offrendo al tempo stesso un po’ di quella bellezza che solo l’arte riesce a suscitare.

EMERGENCY, nata per offrire cure medico-chirurgiche gratuite di elevata qualità alle vittime della guerra e per promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani, dalla sua fondazione è intervenuta in 21 Paesi curando, in tutte le sue strutture, oltre 13 milioni di pazienti nel mondo. Oggi l’organizzazione è presente in 9 Paesi del mondo, tre dei quali con un conflitto in corso: il Sudan, l’Ucraina e la Striscia di Gaza in Palestina. Proprio grazie alla sua esperienza sul campo EMERGENCY afferma, ancora una volta, che il 90% dei morti e dei feriti sono civili. E proprio per questo l’Ong continua a impegnarsi per una cultura di pace, rispetto dei diritti umani e solidarietà.

Per scoprire la Campagna “R1PUD1A” visita il sito: Questo sito R1PUD1A la guerra | EMERGENCY


EMERGENCY – ONG ETS

È un’organizzazione internazionale nata in Italia nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà e, allo stesso tempo, per promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Tra il 1994 e il 2025 in tutte le strutture sanitarie di EMERGENCY sono state curate gratuitamente più di 13 milioni di persone. Il lavoro di EMERGENCY è possibile grazie al contributo di privati cittadini, aziende, fondazioni, enti internazionali e alcuni dei governi dei Paesi dove lavoriamo, che hanno deciso di sostenere il nostro intervento. Per sostenere il lavoro di EMERGENCY e offrire cure gratuite e di qualità a chi ne ha bisogno: sostieni.emergency.it/

CHEAP

È un progetto di arte pubblica nato a Bologna nel 2013. Usa il paste up – carta e colla – come tecnica e dichiarazione d’intenti, esplorando l’effimero e il contemporaneo. Da festival è diventato un laboratorio permanente che agisce nello spazio urbano, collaborando nel corso degli anni con numeros* artist* provenienti da tutto il mondo.  CHEAP agisce per una riappropriazione dello spazio pubblico e lo fa infestando i muri di poster, ridefinendo nuovi linguaggi visivi contemporanei, generando inaspettati dialoghi con chi attraversa e abita l’ambiente urbano. Dove la città oppone barriere sulla base del genere della classe e della razza, CHEAP pratica un conflitto simbolico facendo dell’arte pubblica (anche) un luogo di lotta. I progetti di CHEAP sono usciti dalle mura di Bologna per arrivare in tutta Italia e all’estero. Oltre alle affissioni di poster, CHEAP firma progetti creativi e installazioni, oltre ad essere presente nelle Accademie d’Arte e nelle Università Italiane con workshop e lectures.
www.cheapfestival.it


Ufficio Stampa EMERGENCY
Sabina Galandrini: sabina.galandrini@emergency.it
Laura Genga: ufficiostampa@emergency.it
Brunella Pacia: media@emergency.it  

Ufficio Stampa CHEAP
Daccapo Comunicazione: Marcello Farno – info@daccapocomunicazione.it
 
Ufficio Stampa ATAC
stampa@atac.roma.it – 0646953972
Da Daccapo Comunicazione <info@daccapocomunicazione.it>

Oggi il design si pone sempre più come disciplina che interagisce con la società

Nel dibattito contemporaneo, parlare di design non significa limitarsi alla forma degli oggetti o alla funzionalità delle cose. Oggi il design si pone sempre più come disciplina che interagisce con la società, che si confronta con urgenze ambientali, disuguaglianze sociali, inclusione ed etica. In questo senso, la progettazione contemporanea non è mai neutrale: ogni scelta – dal materiale alla metodologia – porta con sé implicazioni politiche e sociali.

Design e politica: quando la forma diventa posizione

di Luca Ferraris
Cultura contemporanea
Experiences

Il design come pratica responsabile

Storicamente percepito come pratica estetica o industriale, il design ha ampliato il proprio campo d’azione. Oggi non si limita alla creazione di oggetti ma si assume responsabilità verso comunità e ambiente: rispondere alle emergenze climatiche, ridurre gli sprechi, ripensare l’accessibilità dei prodotti e lo spazio pubblico sono esempi di questa trasformazione. In questo quadro, la sostenibilità — ambientale, sociale e culturale — è diventata criterio centrale di molte discipline progettuali.

Il design sostenibile si propone non solo di minimizzare gli impatti ambientali dei prodotti e dei processi, ma anche di promuovere equità e accessibilità. Il cosiddetto Universal Design, ad esempio, mira a creare prodotti e spazi fruibili da persone con abilità, età e culture diverse, rendendo esplicita una dimensione politica dell’agire progettuale.

Politica e disciplina progettuale

Il design contemporaneo — che si parli di prodotto, spazio urbano o servizio — non può essere disgiunto dal contesto in cui opera. Ogni scelta progettuale influisce sulle relazioni umane, sulle dinamiche sociali e sull’ecosistema. La disciplina si confronta con questioni etiche: inclusione vs esclusione, riduzione delle disuguaglianze, responsabilità verso gli utenti e verso l’ambiente. Questo significa che il design non fa politica nel senso partitico del termine, ma incarna scelte di valore e priorità sociali.

La responsabilità politica del design emerge anche nelle strategie degli studi contemporanei che integrano sostenibilità integrata e visione olistica delle pratiche progettuali. Queste tendenze non si limitano al gesto formale ma si allargano fino a comprendere le condizioni sociali e ambientali che un progetto intende affrontare.

Progetti e pratiche di riferimento

Diversi esempi globali mostrano come il design possa tradurre visioni politiche in pratiche concrete:

  • Design per l’imprenditoria sociale: progetti che nascono per supportare gruppi marginalizzati o per generare inclusione sociale attraverso il prodotto e la collaborazione progettuale.
  • Architettura partecipata e social equity: interventi urbani progettati per promuovere l’equità nelle aree svantaggiate, integrando servizi sociali con spazi pubblici.
  • Design partecipativo e comunitario: processi in cui gli utenti stessi entrano nel flusso creativo, ridefinendo le priorità progettuali insieme ai professionisti. Questa pratica deforma la tradizionale relazione progettista-utente e la reinserisce nel campo della democrazia progettuale.

Queste esperienze mostrano come il design possa non solo rispondere alle sfide del nostro tempo, ma anche impostare nuove domande e aprire percorsi di trasformazione sociale.

Oltre l’oggetto

La politica nel design contemporaneo non è confinata ai prodotti finiti: riguarda processi, modelli di produzione, materiali, luoghi e modalità di interazione. Il design diventa così un linguaggio critico, un modo di posizionarsi e di interrogare il presente. Che sia nella scelta di materiali rigenerativi, nell’accessibilità universale o nella progettazione partecipata, il design contemporaneo emerge come uno strumento di riformulazione dei rapporti tra individuo, collettività e ambiente.

In una società attraversata da crisi ecologiche e mutazioni sociali, il design non può più essere neutro. La sua forma, oggi, è già una posizione.


Fonti e approfondimenti

  • Il design contemporaneo non è neutrale: ogni scelta progettuale ha implicazioni etiche, sociali e politiche. (uxday)
  • La sostenibilità ambientale e sociale è un criterio sempre più centrale nelle pratiche di progettazione globale. (symbola.net)
  • Il concetto di Universal Design amplia l’idea di accessibilità e inclusione nella progettazione. (Istituto Europeo di Design)
  • Studi interdisciplinari sottolineano l’importanza di integrare la sostenibilità nel design artistico e pratico. (MDPI)
  • Progetti di design con imprese sociali mostrano come la disciplina possa creare impatto civile e sociale. (ResearchGate)
  • Esempi di design urbano e architetturale a favore della social equity illustrano valori politici incarnati nella progettazione. (CCA)

Redazione Experiences

A Cagliari la prima grande mostra dedicata ad Antonio Ligabue

Aperta al pubblico il 28 novembre, il Palazzo di Città di Cagliari accoglie per la prima volta in Sardegna una grande esposizione dedicata ad Antonio Ligabue (1899–1965), il pittore ribelle e visionario che ha sconvolto il panorama artistico del Novecento con la forza primordiale delle sue immagini.

A Cagliari la prima grande mostra dedicata ad Antonio Ligabue, uno degli artisti più emozionanti ed intensi del Novecento italiano.

Dal 28 novembre il Palazzo di Città di Cagliari – grazie alla collaborazione con Arthemisia – ospita 60 capolavori di Ligabue, tracciando un percorso che mette al centro la potenza espressiva delle sue immagini, la radicalità del suo linguaggio e la sua straordinaria capacità di leggere il mondo attraverso gli occhi dell’arte.

Un percorso alla scoperta del “Van Gogh italiano”, che invita a leggere Ligabue non attraverso i miti biografici, ma nella forza straordinaria della sua pittura.


28 novembre 2025 – 7 giugno 2026
Palazzo di Città, Cagliari

“Antonio Ligabue. La grande mostra” presenta 60 capolavori – tra oli e disegni– che ripercorrono l’intero arco creativo di un artista fuori da ogni schema, capace di trasformare la sua vita difficile in una straordinaria avventura pittorica.A Cagliari viene proposto un avvincente percorso tra i temi centrali dell’universo di Antonio Ligabue: le scene di vita contadina, le carrozze, le troike, i postiglioni che rievocano la memoria delle stampe popolari e della tradizione rurale, fino ai celeberrimi autoritratti, nei quali l’artista affronta il proprio volto come un campo di battaglia interiore.

Figura complessa e profondamente umana, Ligabue – definito da molti il “Van Gogh italiano” – è stato per anni un emarginato, che ha trovato nella pittura la sua forma più autentica di riscatto e che ha saputo trasformare il suo dolore in arte.
Egli non dipingeva: ruggiva sulla tela. Le sue opere non sono semplici rappresentazioni della realtà, ma visioni di un mondo interiore che esplode in colori accesi, pennellate vigorose e animali carichi di vita e simbolo.
Le fiere, tema ricorrente del suo immaginario, sembrano incarnare la sua stessa forza istintiva: tigri, aquile e leoni dipinti con energia quasi febbrile, in cui la natura si fa metafora dell’anima. Accanto a esse, animali domestici, cavalli, buoi e cani fedeli, osservati con uno sguardo di empatia e dolcezza, rimandano al bisogno di affetto e appartenenza di un uomo spesso incompreso.

Ogni opera è un grido, una confessione, una rivelazione: Ligabue dipingeva come si vive – con urgenza, con passione, con dolore e meraviglia.
Il suo lavoro rivela la tensione di un uomo che cercava nella pittura la propria salvezza e che, attraverso il colore e la forma, tentava di riscattare la propria condizione di solitudine. Nei suoi occhi e nelle sue bestie feroci si legge la stessa fiamma: quella di un artista che ha vissuto la vita come una continua sfida contro il destino.

La forza di Ligabue risiede proprio nella sua autenticità radicale. Pur lontano dalle correnti artistiche dominanti del suo tempo, ha anticipato tendenze che solo più tardi avrebbero esaltato la libertà espressiva e la spontaneità creativa. La sua tecnica apparentemente istintiva, quasi primitiva, infrange le regole accademiche e invita a un’esperienza estetica più diretta, più viscerale.
Entrare in contatto con le sue opere significa confrontarsi con una verità senza filtri, con un’arte che nasce dal bisogno di esistere, di affermarsi, di raccontare la vita nella sua forma più cruda e struggente. Ogni dipinto è un racconto di sé, ma anche un frammento universale di umanità.

Il percorso espositivo – con opere come il raramente esposto Circo all’aperto(1955–1956) o Leopardo nella foresta (1956–1957), Aratura (1944–1945), Diligenza con castello (1957–1958) e Autoritratto con berretto da fantino (novembre 1962) – offre così non solo una straordinaria immersione visiva, ma anche un’occasione di riflessione sul valore dell’arte come strumento di liberazione personale e di riconciliazione con il mondo.

Seguendo una ripartizione cronologica, sono narrate le diverse tappe dell’opera e della storia di un uomo tanto straordinario da aver appassionato negli anni migliaia di persone, diventando addirittura protagonista di film e sceneggiati televisivi, sin dagli anni ’70.
Dal 28 novembre, dunque, il Palazzo di Città di Cagliari diventa il palcoscenico di un viaggio emozionante dentro l’anima di un artista indomabile, dove ogni colore racconta una ferita e ogni tela si fa specchio di una vita vissuta fino all’estremo.

Organizzata dal Comune di CagliariAssessorato alla Cultura, Spettacolo e TurismoPalazzo di Città – Musei Civici, con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione di Sardegna, in collaborazione con Arthemisia, la mostra è curata da Francesco Negri Francesca Villanti.
Il catalogo è edito da Moebius.

Apprezzato e compreso da importanti critici e studiosi negli ultimi anni della sua esistenza, cadde nell’oblio dopo la sua scomparsa. Bollato semplicisticamente come un pittore naif – una definizione che finì per sminuirne il reale valore artistico, portando a non considerarlo adeguatamente – per lungo tempo, Ligabue rimase nell’ombra, una figura di nicchia conosciuta solo da pochi appassionati, ingiustamente trascurato dai grandi circuiti dell’arte. Solo negli ultimi decenni, grazie a un rinnovato interesse da parte di critici e istituzioni, si è compreso appieno il suo valore di artista autentico e

originale, pur nella sua eccentricità. Un talento spesso frainteso, che celava una poetica unica e stratificata, in grado di restituire sulla tela tutta la sublime semplicità e drammaticità del mondo naturale. Tuttavia, nel tentativo di rivalutarne l’opera artistica, spesso si è finito per trascurare l’aspetto umano e personale dell’uomo Ligabue. Eppure, per comprenderne appieno la grandezza, è fondamentale considerare entrambi questi aspetti, inscindibilmente legati.

Le sue tele, caratterizzate da uno stile unico e originalissimo nel rappresentare soprattutto soggetti animali con un realismo quasi sconcertante, furono accantonate e relegate nell’ambito del mero folklore popolare. Si perse così di vista la profondità della sua ricerca pittorica, la capacità di cogliere l’essenza più intima delle creature ritratte, trasmettendone con potenza l’istinto primordiale.

Ma non si può parlare dell’arte di Ligabue senza conoscerne la vita, né si possono capire le sue opere se non si entra nel mondo di quel piccolo uomo sfortunato e folle, pieno di talento e poesia.

Nato a Zurigo nel 1899 da madre di origine bellunese e da padre ignoto, viene dato subito in adozione ad una famiglia svizzera. Già dall’adolescenza manifesta alcuni problemi psichiatrici che lo portano, nel 1913, a un primo internamento presso un collegio per ragazzi affetti da disabilità.
Nel 1917 viene ricoverato in una clinica psichiatrica, dopo un’aggressione nei confronti della madre affidataria Elise Hanselmann che, dopo varie vicissitudini, deciderà di denunciarlo ottenendo l’espulsione di Antonio dalla Svizzera il 15 maggio del 1919 e il suo invio a Gualtieri, il comune d’origine del patrigno (il marito della madre naturale, che odierà sempre).

Ligabue non parla l’italiano, è incline alla collera e incompreso dai suoi contemporanei, viene soprannominato “el Matt” dagli abitanti di Gualtieri che ne rifiutano i dipinti e il valore artistico, costringendolo a prediligere la via dell’alienazione e della solitudine.
Dopo tormentati e inquieti anni di vagabondaggio in cui vive solamente dei pochi sussidi pubblici e si rifugia nell’arte per esprimere il suo disagio esistenziale, a cavallo tra il 1928 e il 1929 incontra Renato Marino Mazzacurati (importante artista della Scuola Romana) che ne comprende il talento artistico e gli insegna ad utilizzare i colori.

Con singolare slancio espressionista e con una purezza di visione tipica dello stupore di chi va scoprendo – come nell’infanzia – i segreti del mondo, Ligabue si dedica alla rappresentazione della lotta per la sopravvivenza degli animali della foresta; si autoritrae in centinaia di opere cogliendo il tormento e l’amarezza che lo hanno segnato, anche per l’ostilità e l’incomprensione che lo circondavano; solo talvolta pare trovare un po’ di serenità nella rappresentazione del lavoro nei campi e degli animali che tanto amava e sentiva fratelli.

Nel 1937 viene nuovamente ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di San Lazzaro a Reggio Emilia per autolesionismo e per “psicosi maniaco–depressiva” nel marzo del 1940.
È il 1948 quando comincia a esporre le sue opere in piccole mostre e ottenendo, sotto la guida di Mazzacurati, qualche riconoscimento e a guadagnare i primi soldi.

Ma il successo è breve: dopo essersi permesso solo qualche lusso, nel 1962 viene sopraggiunto da una paresi e ricoverato all’ospedale di Guastalla dove continua a dipingere e dove termina la sua vita il 27 maggio del 1965.


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332
Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>

In Triennale a Milano la grande mostra su Fabio Mauri 

L’Associazione Genesi dedica una mostra al tema dell’oppressione nell’opera di Fabio Mauri (Roma, 1926 – 2009), tra i più importanti protagonisti dell’avanguardia italiana del secondo dopoguerra, avviando così le celebrazioni per il centenario della sua nascita che cadrà nel 2026 e che includerà diversi eventi, tra cui grandi mostre retrospettive itineranti, nonché la pubblicazione del catalogo generale delle opere. L’esposizione si tiene nella città di Milano, dove l’artista soggiornò a lungo, rimanendone profondamente legato.

FABIO MAURI
DE OPPRESSIONE
Triennale Milano 
3 dicembre 2025 – 15 febbraio 2026
 
Mostra a cura di Ilaria Bernardi

Mostra realizzata da Associazione Genesi
in collaborazione con
Studio Fabio Mauri – Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo
e con il suo comitato scientifico
in occasione del centenario della nascita dell’artista
 

Mauri è stato un autore capace di interrogare come pochi altri il “secolo breve” nelle sue contraddizioni, tra memoria, ideologia e potere delle immagini. La sua opera, che ha spaziato dalla pittura al disegno, dalla scultura alla performance, dall’installazione alla scrittura, è segnata da una tensione costante tra dimensione individuale e collettiva, tra simbolo e documento, tra etica e determinismo storico. Fin dagli anni Cinquanta ha percepito la potenza e l’ambiguità dello schermo, concependolo come soglia e filtro, superficie neutra e al tempo stesso dispositivo di proiezione e manipolazione, emblema di una società che si andava progressivamente definendo come “società dello spettacolo” e che oggi, attraverso il computer e i social, è divenuta una vera e propria “società dello screen”. Dalla fine degli anni Sessanta ha inoltre anticipato il tema, oggi attuale, del corpo come luogo di memoria e di riflessione critica sull’oppressione, sulle ideologie e sulla possibilità di trasmettere esperienze traumatiche collettive. Molteplici sono state le mostre personali in importanti spazi espositivi in Itala e all’estero, nonché le partecipazioni a rassegne internazionali di primo piano, dalla Biennale di Venezia (1974, 1978, 1993, 2003, 2013, 2015) a dOCUMENTA (13) di Kassel (2012).

L’Associazione Genesi, fondata nel 2020 da Letizia Moratti che la presiede, ha come missione l’educazione ai diritti umani attraverso l’arte contemporanea. Dopo aver esposto, dal 2021 al 2024, in differenti sedi espositive le opere della propria collezione (la Collezione Genesi) legate a rilevanti e attuali questioni sociali e ambientali, dal 2025 ha ampliato la proposta espositiva, dando avvio a una serie di mostre dedicate a grandi artisti ormai storicizzati, non ancora presenti nella propria Collezione, la cui vita e/o il cui lavoro può essere interpretato ex-post come anticipatore di tematiche sociali oggi divenute urgenti. La prima esposizione di questa programmazione è stata la monografica su Louise Nevelson (Kiev, 1899 – New York, 1988) tenutasi a Palazzo Fava a Bologna nell’estate 2025, mentre la seconda è la mostra su Mauri a Milano, in Triennale, a cura di Ilaria Bernardi, realizzata in collaborazione con lo Studio Fabio Mauri – Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo e con il suo comitato scientifico.

Mauri ha infatti l’importante merito di aver anticipato, fin dalla fine degli anni Sessanta, il drammatico tema dell’oppressione nelle sue possibili declinazioni tipologiche, cronologiche e geografiche. Per questa ragione, la mostra in Triennale Milano si concentrerà su un nucleo di opere iconiche realizzate tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Duemila, capaci di portare in luce l’estrema attualità del lavoro dell’artista attraverso la centralità del tema dell’oppressione, in particolare nelle sue declinazioni legate alla cultura, all’identità e all’ideologia, indagando come nella storia e in diversi contesti geografici questi tre concetti siano divenuti motivi di sopraffazione.

Tra le storiche opere in mostra ci saranno anche l’installazione Amore mio (1970) sul tema della morte, mai più esposta in Italia dopo la sua presentazione all’omonima rassegna tenutasi a Montepulciano nell’anno della sua realizzazione, Manipolazione di Cultura (1974) ed Europa bombardata (1978) che già dai rispettivi titoli rivelano il tipo di oppressione sottesa; I numeri malefici (1978) presentata alla Biennale di Venezia nel 1978 e ora nella collezione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, nella quale l’artista rivela come l’errore di calcolo e di giudizio possano essere materia di interpretazione dell’uomo e della Storia.

Tra le opere dei decenni successivi in mostra, si annoverano Ricostruzione della memoria a percezione spenta (1988), Cina ASIA Nuova (1996) e Rebibbia (2007) esemplificative della sensibilità dell’artista di percepire e interpretare ogni tipo di sopruso, anche il più individuale e personale, come parte della Storia.

Durante la mostra saranno attivate visite guidate, workshop e incontri educativi co-organizzati da Genesi insieme ai propri enti patrocinanti, tra cui Università Cattolica, FAI, Gariwo – la foresta dei Giusti e Robert F. Kennedy Human Rights Foundation Italia. Queste attività, pensate per un pubblico di tutte le età, offriranno strumenti di lettura non solo della poetica di Mauri ma anche dei temi universali che essa affronta, confermando la volontà dell’associazione di unire arte, riflessione critica e partecipazione collettiva.

Il primo appuntamento del programma pubblico si terrà mercoledì 10 dicembre alle ore 18 e vedrà protagonista Carolyn Christov-Bakargiev, presidente del comitato scientifico dello Studio Fabio Mauri e curatrice del catalogo generale, edito da Allemandi e Hatje Cantz, che sarà presentato per la prima volta per l’occasione.

L’esposizione sarà accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, con un testo di approfondimento della curatrice, una cronologia sulla vita e sulle opere dell’artista, schede sulle opere esposte, immagini e fotografie storiche provenienti dall’archivio dell’artista.

Main sponsor dell’iniziativa sono Fondazione Cariplo, Eni e Intesa Sanpaolo.

Gli sponsor tecnici sono Open Care, Hidonix e Start.

La mostra organizzata dall’Associazione Genesi segna l’inizio delle attività del centenario che proseguirà con altre iniziative, tra le quali la grande mostra retrospettiva al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, itinerante al Mudam in Lussemburgo.

Le vittime del Potere è una delle sei sezioni in cui si sviluppa la Collezione d’arte contemporanea dell’Associazione Genesi. Il tema dell’oppressione è ad essa implicito e, purtroppo, oggi più che mai attuale. Sono lieta che l’Associazione Genesi possa proseguire nella sua indagine su questo drammatico tema, attraverso un importante e storico artista italiano come Fabio Mauri che ne è stato anticipatore. Le sue opere aiutano a riflettere e aprono riflessioni che smuovono le coscienze. Per questo è fondamentale rileggere la storia dell’arte e i suoi protagonisti alla luce del presente e in vista del futuro: solo così facendo, potremo costruire un avvenire migliore” (Letizia Moratti, Presidente dell’Associazione Genesi).

“A nome dell’Estate e dello Studio Fabio Mauri, ringrazio l’Associazione Genesi, la presidente Letizia Moratti e la curatrice Ilaria Bernardi per questa importante mostra che affronta un nucleo fondamentale della ricerca di mio zio, Fabio Mauri. Queste opere evidenziano con forza drammatica il tema dell’oppressione, che l’artista ha visto da vicino negli anni della sua giovinezza, restituendolo con radicale coerenza e visionarietà nella sua Opera. De Oppressione apre le celebrazioni del centenario della nascita di Fabio Mauri che sarà costellato di grandi eventi a partire dalla pubblicazione del Catalogo Generale che verrà presentato in anteprima digitale in questa prestigiosa sede di Milano, città d’adozione della nostra famiglia” (Presidente dello Studio Fabio Mauri).

“La mostra in Triennale desidera testimoniare quanto Fabio Mauri sia stato non soltanto un artista di indubbio valore, ma al contempo un raffinato e lungimirante intellettuale, capace di leggere nella Storia passata e presente i germi della Storia futura. Anche per questa ragione la sua rilevanza nella Storia dell’arte cresce e si rende ancor più evidente col passare del tempo: le sue opere, dalla forte valenza sociale, indagano i meccanismi con cui la Storia, individuale e collettiva, si dipana all’interno di un determinismo storico che purtroppo ogni volta sembra confermare la veridicità dei ‘corsi e ricorsi storici’ di Giambattista Vico” (Ilaria Bernardi, curatrice della mostra).  


ASSOCIAZIONE GENESI

L’Associazione Genesi, nata nel 2020 per volontà di Letizia Moratti, è impegnata nella difesa dei diritti umani attraverso l’arte contemporanea, con l’obiettivo di contribuire alla creazione di una cittadinanza più responsabile e socialmente attiva. Per farlo, ha dato avvio alla Collezione Genesi, selezionando opere d’arte di artisti di tutto il mondo e di diverse generazioni, che riflettono sulle urgenti, complesse e spesso drammatiche questioni culturali, ambientali, sociali e politiche coeve.

Inoltre, dal 2021 ha organizzato mostre d’arte contemporanea su tematiche legate ai diritti umani (tra cui “Progetto Genesi”, 2021-2024), ospitate in importanti spazi espositivi in Italia e all’estero come l’ONU a Ginevra, Triennale a Milano, Villa Panza a Varese, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino.

Dal 2025 diviene vero e proprio museo itinerante d’arte contemporanea attraverso una programmazione di mostre personali e collettive connesse alle più urgenti tematiche sociali.

L’Associazione è altresì Fondatore – insieme a Università Cattolica, Mapei, WeBuild e Associazione Always Africa – di E4Impact Foundation, per lo sviluppo dell’imprenditorialità in Africa, a cui partecipano anche Intesa Sanpaolo, ENI, Montello, Carvico, CONFAPI, Coldiretti, Filiera Italia e, a titolo personale, Diana Bracco e Michele Carpinelli.

associazionegenesi.it | info@associazionegenesi.it Instagram | Facebook | YouTube

STUDIO FABIO MAURI

Lo Studio Fabio Mauri – Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo è un’associazione culturale senza scopo di lucro fondata nel 2000 da Fabio Mauri e portata avanti, dopo la sua scomparsa, dal fratello Achille, insieme agli eredi e ad alcuni storici collaboratori dell’artista. Nel 2023 Santiago Mauri rileva la presidenza del padre Achille affiancato dal fratello Sebastiano nel ruolo di vice-presidente.

Lo Studio Fabio Mauri si avvale della consulenza di un comitato scientifico composto da Carolyn Christov-Bakargiev, che ne è la presidente, da Francesca Alfano Miglietti, Caroline Bourgeois, Laura Cherubini, Andrea Viliani. Direttore dell’Associazione è Ivan Barlafante, mentre collaboratori sono Marcella Campitelli, Sara Codutti e Serena Basso. Nata come strumento per sviluppare attività e progetti legati all’arte e alla didattica, dopo la scomparsa di Fabio Mauri, l’associazione diventa archivio d’artista, occupandosi della conservazione e catalogazione delle opere, dell’archiviazione di fotografie e documenti, della perizia e del rilascio di certificazioni d’autentica, della promozione di attività finalizzate alla divulgazione del pensiero e dell’opera di Fabio Mauri.


CONTATTI PER LA STAMPA
STUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo
Via San Mattia 16, 35121 Padova
Tel. +39.049.663499
Simone Raddi: simone@studioesseci.net
www.studioesseci.net
 
in collaborazione con:
 
Ufficio stampa Associazione Genesi:
info@associazionegenesi.it
 
Ufficio stampa Università Cattolica:
Nicola Cerbino: Nicola.Cerbino@unicatt.it
Katia Biondi: katia.biondi@unicatt.it
 
Ufficio stampa FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano:
Daniela Basso: d.basso@fondoambiente.it
 
Ufficio stampa Fondazione Gariwo:
Joshua Evangelista: comunicazione@gariwo.net
 
Ufficio stampa RFK Human Rights Italia:
Amanda Giraldin: giraldin@rfkitalia.org
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 

La risposta culturale a un’idea di modernità che ha mostrato i suoi limiti

Per decenni l’ornamento è stato considerato un residuo del passato, un elemento superfluo da espellere dal linguaggio della modernità. Eppure oggi, tra architettura, design e arti visive, l’ornamento ritorna con forza. Non come nostalgia, ma come risposta culturale a un’idea di modernità che ha mostrato i suoi limiti.

Il ritorno dell’ornamento: perché il Novecento non ha davvero vinto

di Marta Bellomi
Redazione Experiences
Sezione: Arte

L’ornamento come colpa originaria
Nel 1908 Adolf Loos pubblica Ornamento e delitto, un testo destinato a segnare in profondità l’immaginario del Novecento. L’ornamento viene associato allo spreco, all’arretratezza culturale, a una colpa morale prima ancora che estetica. Da quel momento, gran parte dell’architettura e del design moderni si costruisce per sottrazione: superfici lisce, forme pure, eliminazione di ogni elemento ritenuto non funzionale. Il successo di questa visione è tale da trasformarsi in dogma, facendo coincidere il progresso con l’assenza di decorazione.

La modernità come disciplina dello sguardo
Il rifiuto dell’ornamento non è soltanto una scelta formale. È un progetto culturale che mira a educare lo sguardo, a disciplinare il rapporto tra individuo e spazio. L’architettura moderna chiede ordine, chiarezza, razionalità. In questo contesto l’ornamento appare come una distrazione, un rumore visivo che ostacola la lettura immediata della forma. Ma questa disciplina, col tempo, si irrigidisce. Quella che nasce come liberazione dal peso della tradizione diventa una nuova forma di rigidità.

Crepe nel paradigma modernista
Già nella seconda metà del Novecento emergono segnali di crisi. Il postmodernismo rivaluta il simbolo, la citazione, l’ambiguità. Tuttavia, il ritorno dell’ornamento che osserviamo oggi è diverso: non si limita a recuperare stili storici o a giocare con l’ironia. È piuttosto una risposta a esigenze nuove. In un mondo iperfunzionale, dominato da interfacce standardizzate e spazi anonimi, l’ornamento torna come strumento di identità e di relazione.

Ornamento e sostenibilità
Uno degli ambiti in cui questo ritorno è più evidente è quello della sostenibilità. Facciate perforate, schermature decorative, pattern ispirati alla natura non hanno soltanto una funzione estetica: regolano la luce, il calore, la ventilazione. L’ornamento riacquista così una funzione pratica, diventando parte integrante della performance dell’edificio. Non è più un’aggiunta, ma un dispositivo. Una lezione che, paradossalmente, riporta l’architettura contemporanea più vicino alle tradizioni costruttive del passato.

Il design e la fine dell’austerità
Anche nel design l’austerità modernista mostra segni di stanchezza. Superfici testurizzate, colori complessi, materiali lavorati ritornano negli interni e negli oggetti d’uso quotidiano. Non si tratta di eccesso decorativo, ma di una ricerca di profondità sensoriale. L’ornamento diventa un modo per restituire al corpo un’esperienza più ricca, opponendosi alla neutralità spesso impersonale degli ambienti minimalisti.

Arti visive e nuova decoratività
Nelle arti visive, il ritorno dell’ornamento si manifesta attraverso pattern, ripetizioni, stratificazioni. Artisti contemporanei utilizzano motivi decorativi per affrontare temi politici, identitari, sociali. L’ornamento, a lungo relegato a un ruolo marginale, diventa linguaggio critico. La decorazione non è più evasione, ma narrazione complessa, capace di parlare di memoria, appartenenza e conflitto.

Un errore di prospettiva del Novecento
Forse il Novecento non ha davvero “vinto” contro l’ornamento perché ha posto la questione nei termini sbagliati. Ha contrapposto funzione e decorazione, utilità e bellezza, come se fossero poli inconciliabili. La storia dell’arte e dell’architettura dimostra invece che l’ornamento è sempre stato un modo di organizzare il senso, di rendere leggibile il mondo. Espellerlo significava rinunciare a una parte fondamentale del linguaggio visivo.

Verso una nuova sintesi
Il ritorno dell’ornamento non è una sconfessione della modernità, ma il tentativo di superarne le rigidità. Oggi l’ornamento non è più eccesso, ma strumento di mediazione tra funzione, emozione e contesto. È una decorazione consapevole, capace di dialogare con la tecnologia e con le esigenze contemporanee. In questo senso, non assistiamo a un ritorno indietro, ma a una nuova sintesi.

Abitare la complessità
Riconoscere il valore dell’ornamento significa accettare che la complessità non è un difetto da eliminare, ma una condizione da abitare. Le superfici decorate, i pattern, le trame raccontano storie, costruiscono relazioni, restituiscono profondità agli spazi. In un’epoca che rischia di appiattire tutto sull’efficienza, l’ornamento torna a ricordarci che l’esperienza estetica è parte integrante della vita quotidiana.


Redazione Experiences

Nel nostro tempo il marketing non accompagna più l’arte ma la guida

L’arte contemporanea vive oggi in una zona di confine sempre più sottile: tra ricerca e visibilità, tra progetto culturale e strategia promozionale. Non è una novità assoluta, ma la velocità con cui questi piani si sovrappongono impone una riflessione critica.

Quando l’arte diventa marketing

di Davide Rinaldi
Redazione Experiences
Sezione: Critica e commento

Un confine che si assottiglia
Per lungo tempo il rapporto tra arte e mercato è stato raccontato come un equilibrio instabile ma necessario. L’artista produce, il sistema dell’arte seleziona, il mercato valorizza. Oggi questo schema appare semplificato. La comunicazione precede spesso il contenuto, l’immagine dell’evento anticipa l’esperienza, la narrazione è talvolta più potente dell’opera stessa. In questo scenario, l’arte rischia di diventare un linguaggio funzionale alla promozione più che un territorio di ricerca.

La spettacolarizzazione come modello
Mostre immersive, installazioni monumentali, eventi progettati per essere fotografati e condivisi hanno modificato il modo di concepire l’esperienza artistica. Non si tratta di demonizzare questi format, che spesso avvicinano nuovi pubblici. Il problema emerge quando la spettacolarità diventa criterio principale di valore. L’opera è giudicata per la sua capacità di attrarre attenzione, non per la complessità del suo discorso. In questo passaggio, il marketing non accompagna l’arte: la guida.

Brand, artisti, istituzioni
Sempre più spesso artisti, musei e fondazioni adottano strategie tipiche dei brand. Identità visive riconoscibili, storytelling semplificato, campagne coordinate. Da un lato, questa professionalizzazione ha permesso una maggiore sostenibilità economica. Dall’altro, ha introdotto un linguaggio che tende a uniformare le differenze. Quando tutto è comunicazione, il rischio è che anche il dissenso diventi format, l’errore diventi stile, la critica diventi elemento decorativo.

Il pubblico come target
In questa dinamica, anche il pubblico cambia ruolo. Non è più soltanto destinatario di un’esperienza culturale, ma target di una strategia. I dati di affluenza, le interazioni online, la viralità delle immagini diventano indicatori di successo. Il coinvolgimento è misurato in numeri, non in qualità dell’esperienza. Questo spostamento influenza le scelte curatoriali, orientando i contenuti verso ciò che funziona meglio in termini di visibilità.

Resistere alla semplificazione
Esistono però pratiche che resistono a questa deriva. Spazi indipendenti, progetti curatoriale di ricerca, artisti che rifiutano l’estetica dell’immediatezza continuano a produrre opere che non si prestano facilmente alla comunicazione rapida. Sono esperienze meno visibili, ma fondamentali per mantenere aperto il campo dell’arte come luogo di sperimentazione e conflitto. La loro forza sta proprio nella difficoltà, nella richiesta di tempo e attenzione.

Marketing come strumento, non come fine
Il problema non è il marketing in sé, ma il suo ruolo. Quando diventa fine ultimo, l’arte perde autonomia. Quando resta strumento, può amplificare contenuti complessi senza tradirli. La distinzione è sottile e richiede consapevolezza da parte di tutti gli attori del sistema: artisti, curatori, istituzioni, comunicatori. Non si tratta di tornare a un’idea romantica di purezza, ma di preservare uno spazio critico.

Un equilibrio ancora possibile
Arte e marketing non sono mondi inconciliabili. Ma il loro rapporto deve essere negoziato continuamente. In un’epoca in cui tutto è esposto, condiviso, valutato, l’arte può ancora sottrarsi alla logica dell’efficienza. Può scegliere di non essere immediatamente leggibile, di non funzionare come contenuto. È in questa scelta che risiede, forse, la sua capacità di restare rilevante.

Ritrovare il tempo dell’arte
Quando l’arte smette di correre dietro alla visibilità, recupera il tempo lungo della riflessione. Un tempo che non si misura in click, ma in risonanza. In un sistema culturale sempre più orientato alla performance, difendere questo tempo è un atto necessario. Non per opporsi al presente, ma per restituirgli profondità.


Redazione Experiences

Oggi è l’epoca delle immagini generate, manipolate e ibride: si apre uno spazio nuovo

Per oltre un secolo la fotografia è stata considerata una prova del reale. Oggi, nell’epoca delle immagini generate, manipolate e ibride, quella certezza vacilla. Ma proprio in questa crisi si apre uno spazio nuovo: la fotografia non scompare, cambia funzione, linguaggio e responsabilità.

La fotografia dopo l’immagine

di Chiara Vassallo
Redazione Experiences
Sezione: Fotografia

Quando l’immagine non basta più
La fotografia nasce come promessa di verità. Una traccia luminosa impressa su una superficie sensibile, capace di certificare l’esistenza di ciò che è stato. Per molto tempo questa promessa ha retto: anche quando l’immagine mentiva, lo faceva partendo da un frammento di realtà. Oggi questo patto è incrinato. L’immagine può nascere senza un referente, senza un luogo, senza un tempo. Eppure continuiamo a chiamarla “fotografia”. È in questa ambiguità che prende forma la fotografia dopo l’immagine.

Dall’atto di ripresa al processo visivo
Sempre più fotografi lavorano non sull’istante, ma sul processo. L’atto di scattare non è più il centro dell’opera: conta ciò che accade prima e dopo. Archivi digitali, algoritmi, immagini preesistenti, modelli generativi entrano nel flusso creativo. La fotografia diventa un campo di operazioni, una pratica estesa che include selezione, manipolazione, simulazione. Non si tratta di tradire il medium, ma di riconoscere che il suo confine si è spostato.

L’immagine come costruzione culturale
Questa trasformazione costringe a ripensare un equivoco di fondo: l’idea che la fotografia sia “naturale”. In realtà, lo è sempre stata solo in apparenza. Inquadrature, tempi, scelte tecniche hanno sempre prodotto interpretazioni del mondo. Oggi questa costruzione diventa esplicita. L’immagine non pretende più di essere neutra: dichiara la propria artificialità, mostra i propri limiti, talvolta li esaspera. È un passaggio che richiede uno sguardo più consapevole da parte di chi guarda.

Fotografia, IA e perdita dell’innocenza
L’intelligenza artificiale ha accelerato questa perdita di innocenza. Se un’immagine può essere generata senza fotocamera, cosa distingue ancora la fotografia dalle altre forme visive? La risposta non è tecnica, ma culturale. La fotografia continua a esistere non perché “riprende”, ma perché riflette. Perché mantiene un rapporto critico con il mondo, anche quando lo ricostruisce. In questo senso, la fotografia dopo l’immagine non rinuncia alla realtà: la interroga da una distanza nuova.

Nuovi autori, nuove responsabilità
Molti autori contemporanei lavorano proprio su questa soglia. Non cercano l’effetto spettacolare, ma mettono in scena l’instabilità dell’immagine. Paesaggi che sembrano reali ma non esistono, ritratti costruiti da dati, architetture impossibili illuminate da una luce credibile. Lo spettatore è costretto a fermarsi, a dubitare, a chiedersi cosa sta guardando. La fotografia torna così a essere uno strumento critico, non un consumo immediato.

Lo spettatore come parte dell’opera
In questo nuovo scenario, anche il ruolo dello spettatore cambia. Non basta più riconoscere ciò che è rappresentato: occorre interpretare il dispositivo. Capire come un’immagine è stata costruita diventa parte integrante dell’esperienza. La fotografia non offre più certezze, ma domande. È uno spostamento importante, che restituisce profondità a un linguaggio spesso ridotto a superficie.

Oltre la nostalgia del reale
Di fronte a questa trasformazione, la tentazione è quella della nostalgia: tornare a una fotografia “pura”, analogica, certificata. Ma questa nostalgia rischia di essere sterile. La fotografia non ha mai smesso di cambiare. Oggi, piuttosto che difendere un’idea passata di verità, è più interessante osservare come il medium stia ridefinendo il proprio senso. Non come prova, ma come spazio di pensiero.

La fotografia come forma di conoscenza
La fotografia dopo l’immagine non è una negazione del visibile, ma una sua espansione. Accetta l’incertezza come condizione e la trasforma in linguaggio. In un mondo saturo di immagini, questa pratica non promette autenticità, ma consapevolezza. E forse è proprio qui che la fotografia ritrova la sua funzione più profonda: non mostrare il mondo così com’è, ma aiutarci a capire come lo stiamo guardando.


Redazione Experiences

L’urbanistica degli eventi accelera trasformazioni che altrimenti richiederebbero decenni

Grandi eventi culturali, sportivi e politici ridisegnano le città per periodi limitati, ma con effetti che spesso superano la loro durata. L’urbanistica degli eventi è diventata una disciplina informale, capace di accelerare trasformazioni che altrimenti richiederebbero decenni.

Città temporanee: l’urbanistica degli eventi

di Andrea Montesi
Redazione Experiences
Sezione: Architettura

La città come palcoscenico
Negli ultimi decenni le città hanno imparato a trasformarsi rapidamente per ospitare eventi di scala internazionale: Olimpiadi, Expo, festival culturali, grandi fiere. In questi contesti lo spazio urbano diventa palcoscenico, infrastruttura temporanea, macchina logistica. Padiglioni effimeri, villaggi temporanei, nuove linee di trasporto e spazi pubblici ridefiniscono l’assetto urbano in tempi compressi. La città non cresce più soltanto per stratificazione lenta, ma anche per accelerazioni improvvise.

Il tempo come progetto
L’urbanistica tradizionale lavora su orizzonti lunghi. L’urbanistica degli eventi, invece, assume il tempo come materiale progettuale. Gli spazi sono pensati per durare settimane o mesi, ma con la consapevolezza che ciò che resta — infrastrutture, aree riqualificate, nuove connessioni — influenzerà il futuro della città. Questa logica impone una progettazione flessibile, capace di prevedere il “dopo” già nel “prima”.

Opportunità e rischi
Gli eventi offrono opportunità difficili da ottenere altrimenti: finanziamenti straordinari, attenzione internazionale, consenso politico. Possono sbloccare progetti rimasti a lungo sulla carta. Tuttavia, il rischio è altrettanto evidente. Spazi sovradimensionati, strutture inutilizzate, quartieri che perdono funzione una volta spenti i riflettori sono il rovescio della medaglia. L’urbanistica degli eventi è efficace solo quando l’eccezione si integra nel quotidiano.

Città effimere, città reali
I villaggi olimpici, i quartieri fieristici, le aree espositive temporanee sono spesso concepiti come città nella città. Hanno servizi, mobilità interna, spazi pubblici, regole proprie. Per un periodo limitato funzionano come organismi autonomi. La sfida progettuale è trasformare questa effimerità in una risorsa permanente, evitando che l’area resti un enclave isolata una volta concluso l’evento.

Il ruolo dell’architettura temporanea
L’architettura temporanea ha acquisito negli ultimi anni una dignità progettuale autonoma. Padiglioni smontabili, strutture leggere, materiali riciclabili diventano strumenti per testare soluzioni spaziali innovative. In molti casi questi interventi funzionano come prototipi urbani: sperimentazioni che, se riuscite, possono essere adattate a contesti permanenti. L’evento diventa così un laboratorio a cielo aperto.

Partecipazione e percezione pubblica
Un aspetto spesso sottovalutato è il rapporto tra eventi e cittadinanza. La trasformazione rapida dello spazio urbano può generare entusiasmo, ma anche resistenze. La percezione di un evento come “imposto” dall’alto compromette la sua eredità. Al contrario, quando i cittadini sono coinvolti — anche solo attraverso una fruizione consapevole degli spazi — l’evento lascia tracce più durature nella memoria collettiva.

Dopo l’evento: la vera prova
La riuscita di un grande evento non si misura nel numero di visitatori, ma nella qualità di ciò che resta. Trasporti più efficienti, spazi pubblici riqualificati, nuove funzioni urbane sono indicatori più significativi dei record di affluenza. L’urbanistica degli eventi diventa matura quando smette di inseguire l’eccezionalità e si misura con la normalità.

Verso una progettazione responsabile
Oggi molte città affrontano gli eventi con maggiore cautela. La parola chiave è adattabilità. Progetti pensati per essere riconvertiti, spazi capaci di cambiare uso, infrastrutture integrate nel tessuto urbano. L’evento non è più un fine, ma un mezzo. Un acceleratore che, se governato con responsabilità, può contribuire a una trasformazione urbana più consapevole.

Una città che impara da se stessa
Le città temporanee non sono anomalie, ma momenti di apprendimento intensivo. In pochi mesi concentrano decisioni, investimenti e sperimentazioni che normalmente si distribuirebbero in anni. Se sapute leggere e rielaborate, queste esperienze possono diventare strumenti preziosi per ripensare il modo in cui costruiamo e abitiamo lo spazio urbano.


Redazione Experiences