Rovigo: Al Roverella da febbraio 2026, Zandomeneghi e Degas

Palazzo Roverella presenta una grande mostra che mette in dialogo, per la prima volta in maniera organica, un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917) ed Edgar Degas (Parigi 1834 – 1917). L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, ricostruisce il rapporto intenso – talvolta spigoloso, sempre fecondo – che unì i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina. Il percorso espositivo illumina affinità, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno ed è reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualità, provenienti da importanti musei e collezioni.

L’esposizione è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale.

ZANDOMENEGHI E DEGAS
Impressionismo tra Firenze e Parigi
Rovigo, Palazzo Roverella
27 febbraio – 28 giugno 2026

La storiografia dell’epoca descrive Zandomeneghi e Degas come due personalità dal carattere non facile, ma accomunate da una profonda stima reciproca. Degas fu per Zandò un maestro e un mentore e il pittore italiano definiva il collega “l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra”, mentre Degas lo chiamava, con leggero sarcasmo affettuoso, “le vénetien”, alludendo all’orgoglio con cui il collega difendeva la propria identità italiana all’interno dell’ambiente impressionista. La mostra indaga in modo puntuale gli scambi, le influenze e gli arricchimenti che, in questo confronto costante, alimentarono l’opera di entrambi.

Il racconto prende avvio a Firenze, città in cui i due artisti – seppur in momenti diversi – maturarono parte della loro formazione. Degas vi giunse nel 1858 e trovò nel Caffè Michelangelo un luogo di dialogo creativo con i giovani pittori toscani. Qui approfondì lo studio della pittura rinascimentale e affinò il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della “macchia”, come Vincenzo Cabianca.

Il soggiorno fiorentino portò Degas verso una pittura attenta alla vita contemporanea, e fu in questo contesto che prese forma il suo capolavoro giovanile, La famiglia Bellelli: proviene dal museo Ordrupgaard di Copenaghen il prezioso quadro preparatorio, per la prima volta esposto in Italia, evento davvero straordinario anche per la delicatezza della tecnica a pastello che ne ha fin qui sempre scoraggiato il prestito. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito eccellente del Musée d’Orsay, trovano spazio confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori, e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.

La seconda sezione mette al centro gli anni italiani di Zandomeneghi, profondamente legato a figure come Giuseppe Abbati – di cui viene esposto il restaurato Monaco al coro (Museo e Real Bosco di Capodimonte) – e lo stesso Cabianca, rappresentato con studi di ciociare strettamente connessi al dipinto dei poveri che mangiano la zuppa sulla scalinata di una chiesa romana. È questo infatti il periodo in cui Zandò realizza l’opera che Manet ammirò a Brera: una testimonianza dell’energia creativa che precede la sua definitiva svolta parigina.

La mostra segue poi la conversione di Zandomeneghi all’impressionismo, avvenuta dopo il trasferimento a Parigi. Opere come A letto (Gallerie degli Uffizi – Palazzo Pitti) e Le Moulin de la Galette (courtesy Fondazione Enrico Piceni) mostrano un artista che assimila suggerimenti della modernità visiva di Degas – la spontaneità dell’attimo, l’impianto tagliente dell’inquadratura, la gestualità sospesa – ma li rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana. Centrale, in questa fase, il confronto con dipinti come Dans un café di Degas (Musée d’Orsay), celebre rappresentazione della bevitrice d’assenzio.

Entrato nel vivace ambiente del Caffè Nouvelle Athènes, Zandomeneghi si ritrova parte di un gruppo affiatato di artisti e intellettuali: Mary Cassatt, Forain, Rouart, Tillot, Madame Bracquemond, Raffaelli. Nel 1878 lo raggiunge l’amico critico Diego Martelli, che favorisce nuovi scambi con Degas, Duranty e Pissarro. L’anno successivo, Zandò espone alla quarta mostra impressionista, in avenue de l’Opéra, dove Martelli viene ritratto sia da Degas sia dallo stesso Zandomeneghi.

Gli anni Ottanta, illustrati nella quarta sezione, segnano una stagione di piena maturità per l’artista veneziano. Opere come Mère et filleIl dottoreLe madriVisita in camerinoAl caffè Nouvelle Athènes testimoniano una partecipazione convinta al percorso impressionista, pur in dialogo costante con una ricerca personale. In mostra queste opere si confrontano con lavori di Degas quali Lezione di danza e con la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, proveniente dall’Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, prestito eccezionale che sarà accompagnato da un saggio in catalogo (Silvana Editoriale) relativo al recente restauro cui l’opera è stata sottoposta.

Il percorso si chiude con l’anno 1886, ultima collettiva del gruppo impressionista, che segna una svolta: Zandomeneghi, pur rimanendo vicino ai compagni di stagione, evolve verso una sintesi più autonoma. La morbidezza della forma, la compostezza classica e un nuovo equilibrio narrativo caratterizzano dipinti come Sul divanoIl giubbetto rossoLa conversationLa tasse de théBambina dai capelli rossiFanciulla in azzurro di spalle e Hommage à Toulouse-Lautrec. È l’esito di un percorso personale e coerente, che offre una lettura limpida e al tempo stesso sorprendente del contributo italiano alla modernità europea.

Questa mostra non solo illumina un rapporto artistico di straordinaria vitalità, ma restituisce la complessità di un’epoca in cui Firenze e Parigi, la tradizione e l’avanguardia, la macchia e l’impressione, dialogavano in un intreccio serrato che continua a parlarci con forza.


Info:
www.palazzoroverella.com
Social:
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Fondazione Cariparo
dott. Roberto Fioretto – Responsabile dell’Ufficio Comunicazione
+39 049 8234834 – roberto.fioretto@fondazionecariparo.it
 
Ufficio stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
+39 049 663499
Ref. Simone Raddi simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

L’impupazzamento di Napoli e della storia

L’impupazzamento di Napoli
e della storia

La consueta mancanza di memoria storica delle classi dirigenti post unitarie napoletane. Sono quaranta anni che diciamo, scriviamo, filmiamo, documentiamo, mettendo in bibliografia le fonti ufficiali, che Napoli è nata veramente in mezzo al mare, come dice la memoria orale, popolare e storica, tramandata dalla grandissima Concetta Barra, Procidana, che di mare ne sapeva:

“nascette mmiezo ‘o mare
na scarola e Michelemma’
Comm’a storia e sta città
io te la voglio raccunta ‘senza buscia ma verità… “.

Per questo la sirena Parthenope è nel mare che crea la “neagenesis”, il nuovo insediamento, la nuova nascita, una città nuova, nata dal mare. La data è IX, VIII SECOLO AVANTI CRISTO, storia di naviganti, RHODESI, da Rhodus, o Eubea, profughi,poveri disgraziati, emigranti in Fuga, alla ricerca, per prima cosa, di un approdo sicuro e risorse idriche.

Lo trovarono su uno Scoglio in mezzo al mare, l’acqua era a KILOMETRO ZERO, SORGENTI PLATAMONICHE. Nacque così Megaris,il Borgo MARINARI, dopo dissero che trovarono il corpo della sirena Parthenope, suicidatasi dopo la fallita seduzione di Ulisse.
Precedentemente erano già stati creati, in epoca micenea, altri centri emporiali, quali  la Flegrea, Kime e Pithekusa, Ischia.
Alla cui storia Napoli è indissolubilmente legata.

L’Acropoli a Monte Echia viene molto dopo. Ma la sua “diagenesi” segue un tracciato storico sequenziale, definito in almeno tre fasi.
Non vogliamo farla molto lunga, seguiamo un po’ Strabone, il quale ce la aveva un po’ con i Cumani, diciamo che dopo viene il villaggio di Parthenope, arrivarono i Cumani e si insedianono  a Monte Echia,sempre per il fatto dell’acqua, dopo la città fu chiamata Palepolis, quando nacque, FINALMENTE, NEAPOLIS.

Nelle cronache cittadine queste cose Le diciamo da circa quaranta anni, Michele Quaranta, fondatore della LAES, Luciano, Clemente Esposito, Riccardo Caniparoli, Geologo, Diodato Colonnesi, Storico, e, fra tanti altri, modestamente, io.

Quando, da piccolissimo andavamo alla Zi’ Teresa a cena, con la mia famiglia, vedevamo il ripugnante rito, di origini tardo ottocentesche, di buttare monete in mare, per godersi lo spettacolo degli scugnizzi Luciani, con maschera subacquea, che le raccoglievano in bocca, per poi metterle nella maschera, fra grandi applausi e risate generali, ci vergognavamo.

La “aristocrazia operaia flegrea”, origine della mia famiglia, non comprendeva, io sì, intravedevo, era la enorme miseria che noi non conoscevamo, fortunatamente , non per merito nostro. Per questo Giovanni Calone, nostro coetaneo, Massimo Ranieri, ha iniziato a cantare, non sapeva nuotare.

Auspichiamo che la statua, non storica, Parthenope era mezzo donna e mezzo uccello, come dice e scrive Geppino Serroni, grandissimo amico, sia messa in mezzo al mare, dove si tuffavano i poveri bambini luciani per raccogliere monetine  con la bocca, per vivere.


Da ‪Paolo Pantani‬ <paolopantani44@gmail.com>

Grande successo per Mucha a Palazzo Bonaparte 

Un trionfo di pubblico e critica: a pochi mesi dall’apertura,
la mostra dedicata ad Alphonse Mucha registra già oltre 90mila visitatori e a Roma è un successo straordinario.

A pochi mesi dall’apertura, la grande retrospettiva “Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione” in corso a Palazzo Bonaparte si afferma come una delle esposizioni più visitate e apprezzate della stagione culturale romana, registrando numeri eccezionali in un periodo di altissima offerta museale ed espositiva nella Capitale.

Dall’inaugurazione dell’8 ottobre 2025, la mostra ha accolto oltre 90.000 visitatori, confermandosi un punto di riferimento per appassionati, studiosi e pubblico generalista. L’affluenza internazionale è particolarmente significativa: il 38% dei visitatori proviene dall’estero, con una forte presenza di turisti provenienti da Francia, Stati Uniti, Spagna, Germania e Giappone, segno dell’attrazione globale esercitata dal Maestro dell’Art Nouveau.

L’interesse del pubblico italiano resta altissimo, con oltre 55.000 visitatori nazionali, distribuiti tra residenti, turisti e visitatori da fuori regione, attratti dalla qualità scientifica del progetto espositivo e dal fascino intramontabile dell’universo estetico di Mucha.

Particolarmente rilevante è la partecipazione delle nuove generazioni: più di 10.000 studenti hanno già visitato la mostra attraverso percorsi didattici, laboratori e attività di approfondimento, mentre tantissimi gruppi organizzati – tra associazioni culturali, università, enti e gruppi turistici – hanno scelto l’esposizione come tappa privilegiata della loro visita a Roma.

Il programma di mediazione culturale ha registrato risultati senza precedenti con numerosissime visite guidate, sia pubbliche sia private, mentre gli eventi serali e le aperture riservate hanno fatto registrare il tutto esaurito in più occasioni, confermando la capacità della mostra di parlare a un pubblico trasversale, capace di riconoscere nella poetica di Mucha un linguaggio raffinato, elegante e sorprendentemente contemporaneo.

Anche la critica ha accolto con entusiasmo il progetto, elogiandone la ricchezza delle opere, la qualità del percorso curatoriale e l’approccio che, accanto alle celebri icone dell’Art Nouveau, restituisce la profondità spirituale, simbolica e politica della produzione di Mucha. Numerosi articoli su quotidiani nazionali, testate internazionali e riviste specializzate hanno contribuito a consolidarne il prestigio, rendendo la mostra uno degli appuntamenti imperdibili dell’autunno-inverno 2025–2026.

“Siamo profondamente orgogliosi del successo straordinario di questa mostra, che dimostra quanto il pubblico italiano e internazionale continui a cercare nell’arte un’esperienza di meraviglia, eleganza e ispirazione. Mucha, con la sua raffinatezza senza tempo e la sua forza innovativa, parla ancora oggi con sorprendente attualità. Questo entusiasmo del pubblico conferma la missione di Arthemisia: rendere l’arte accessibile, emozionante e capace di creare connessioni autentiche. Roma, in un momento particolarmente ricco di proposte culturali, ci mostra ancora una volta quanto sia viva la sua sete di bellezza” – dichiara Iole Siena, Presidente di Arthemisia

Infatti, nonostante la ricchissima offerta culturale presente in città questo autunno, “Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione” continua a distinguersi per la sua capacità di coinvolgere un pubblico vasto, diversificato e intergenerazionale, riaffermando il ruolo di Palazzo Bonaparte come punto di riferimento dell’attività espositiva nel cuore della Capitale che, per il 2026, si prepara, a essere teatro di due mostre straordinarie: in primavera – in occasione dei 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone – la più completa mostra mai dedicata in Italia ad Hokusai, il più grande pittore e incisore giapponese e, in autunno, un’eccezionale esposizione su Kandinsky, padre fondatore dell’astrattismo.


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332
Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 

Palazzo Ducale di Genova annuncia la più grande mostra degli ultimi 25 anni

La più grande mostra sul maestro fiammingo degli ultimi venticinque anni. Opere in prestito da Louvre, Prado, Uffizi, National Gallery di Londra e Kunsthistorisches di Vienna.

VAN DYCK L’EUROPEO
Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra

Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge

20 marzo – 19 luglio 2026

Palazzo Ducale di Genova organizza dal 20 marzo al 19 luglio 2026, nelle sale dell’Appartamento del Doge, Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, la più grande mostra del nostro secolo, dopo le mostre internazionali degli anni Novanta, dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.

Un “genio”, appunto, perché è stato in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. Van Dyck fu un artista che riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

L’eccezionalità della mostra – che si propone come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale – si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (58 in dieci sezioni tematiche), prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Tyssen di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, la Galleria Sabauda di Torino, oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: saranno presentate opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera del pittore, nelle Fiandre, sua patria, e a Londra, dove venne chiamato a lavorare per il re Carlo I d’Inghilterra. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

La mostra vuole essere, così, un viaggio alla scoperta del Van Dyck di “tre patrie” e di “tre stagioni” distinte, che condurrà il visitatore non in un percorso strettamente cronologico, ma con proposte tematiche che più chiaramente testimoniano come la sua arte sia stata in grado di adattarsi e di maturare. Ma soprattutto di conquistare il gusto e il favore di tutti, allora come oggi.

In mostra ci saranno tele di grandi dimensioni e il visitatore verrà naturalmente immerso in vere e proprie scene teatrali, piene di colori, di personaggi, di suggestioni.

Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, che sarà più coinvolgente di quanto si possa pensare, per la pura bellezza della sua pittura e per la capacità, comunque e sempre, di sedurre il suo pubblico.

Nella sezione dedicata al sacro saranno presentate opere celebri, come il grande Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid o l’intenso San Sebastiano dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, con l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.

Tra gli highlights, il primo autoritratto che si conosca del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e ad apertura di mostra farà comprendere immediatamente la genialità dell’artista.

Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, i tre bambini Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foudation e Le quattro età dell’uomo conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

Le collezioni civiche genovesi avranno un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori Genova, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.

Il catalogo è edito da Allemandi e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.

Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.


VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge
dal 20 marzo al 19 luglio 2026
 
Mostra prodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, con il sostegno di Regione Liguria e Comune di Genova
 
Prezzi
15 euro: intero
13 euro: ridotto
14 euro: over 65
9 euro: under 25
 
Orari
Lunedì: 14- 19; Martedì/Domenica: 10-19; Venerdì: apertura fino alle 20
 
Main sponsor
Banca Passadore
 
Catalogo
Allemandi editore e Hannibal Books
 
Progetto allestitivo
Giovanni Tortelli e Roberto Frassoni Associati
 
Uffici stampa
 
Palazzo Ducale
Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it
tel. +39 010 8171626 – 335 5699135
Studio Esseci
Roberta Barbaro – roberta@studioesseci.net 
Simone Raddi – simone@studioesseci.net
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

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Ai Diamanti di Ferrara, Andy Warhol con Ladies and Gentlemen

Ferrara si prepara ad ospitare nella primavera 2026 un evento di portata internazionale. Ricorrono i 50 anni dall’epocale mostra Ladies and Gentleman del 1975-76 che ha portato a Palazzo dei Diamanti una delle più carismatiche figure del Novecento: Andy Warhol.

ANDY WARHOL
Ladies and Gentlemen
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 marzo – 19 luglio 2026

La città estense celebra l’evento accogliendo nella stessa sede i capolavori del padre della pop art. Non sarà solo una mostra su Warhol, ma una riedizione della trasgressiva esposizione che Warhol in persona aveva presentato in Italia e che aveva segnato un punto di svolta nella sua produzione e nell’arte del tempo. Con Ladies and Gentleman, infatti, l’artista aveva per la prima volta eletto a protagonisti del proprio lavoro anonime drag queen afro-americane e portoricane, piuttosto che icone della società dello spettacolo come Marilyn Monroe e Liz Taylor sulle quali si era concentrato fino a quel momento, spostando l’attenzione sull’individuo e sulla sua identità. Un’energia nuova emerge da quei ritratti vividi ed esuberanti, dando vita a una coloratissima galleria di effigi glam-queer che sembrano annunciare tendenze dell’estetica del terzo millennio.

La mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemenideata e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, vanta il prestigioso sostegno dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh. Palazzo dei Diamanti torna ad accogliere alcune tra le creazioni più provocatorie del grande artista, in un’immersiva rievocazione dell’esposizione del 1975-76 a cui si accompagna un appassionante viaggio nell’universo della ritrattistica warholiana. La mostra propone, infatti, una eccezionale selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da importanti musei e collezioni, europei e americani.

La duplice ambizione è quella di riscoprire la forza iconica di quelle immagini esplosive e, parallelamente, mettere alla prova la sorprendente attualità della ricerca di Warhol, che ha anticipato l’era della comunicazione globale e ha acceso i riflettori su temi tuttora aperti come la manipolazione estetica, l’identità di genere, il multiculturalismo, l’artificialità mediatica, la creazione e diffusione di un’identità sociale.

A un’estesa narrazione dedicata alla serie Ladies and Gentlemen segue una selezione di alcuni dei ritratti e autoritratti più iconici prodotti tra gli anni Sessanta e gli Ottanta: dalla serie di Marilyn che codifica l’archetipo della star, alla parodia dell’iconografia ufficiale di Mao Tse-tung, dalle silhouette di Mick Jagger e Liza Minnelli, emblemi globali di una sensualità disinibita e teatrale, alle effigi fluide e smaterializzate di Robert Mapplethorpe e Grace Jones, che annunciano l’avvento delle immagini digitali, per culminare con una spettacolare sala di autoritratti con cui l’artista esplora i confini della sua stessa identità.

Il percorso espositivo segue le tappe della radicale reinvenzione del ritratto tradizionale operata da Warhol prendendo a prestito i codici della comunicazione di massa, l’estetica tecnologica, gli idiomi del glam rock e della cultura camp, le immagini amatoriali scattate con la Polaroid, il linguaggio filmico e persino il reality televisivo. Il pubblico potrà immergersi nel processo creativo del genio warholiano, grazie a un esteso nucleo di dipinti ad acrilico, molti dei quali mai mostrati in Italia, e a una rassegna dei diversi media che l’artista ha sperimentato. Filmati e fotografie arricchiscono il racconto per far rivivere l’artista nelle sale di Palazzo dei Diamanti ma anche l’energia irripetibile della scena pop di cui Warhol ha incarnato il mito. 


Andy Warhol. Ladies and Gentlemen
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 marzo – 19 luglio 2026
 
Mostra a cura di
Chiara Vorrasi
 
Organizzata da
Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara
www.palazzodiamanti.it
 
Ufficio Stampa
Studio Esseci
Simone Raddi, simone@studioesseci.net
tel. +39 049 663499
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Lontani dai grandi flussi turistici, il margine diventa centro culturale

Lontani dai grandi flussi turistici e dalle capitali dell’arte, alcuni musei italiani di provincia stanno ridefinendo il concetto stesso di centro culturale. Collezioni mirate, mostre ambiziose e strategie consapevoli stanno costruendo una nuova geografia dell’arte, più diffusa e meno gerarchica.

Musei di provincia, visioni globali

Marta Bellomi
Arte e storia dell’arte – Experiences

La fine di una geografia verticale

Per lungo tempo il sistema museale italiano ha funzionato secondo una gerarchia implicita ma solida: grandi città al centro, territori marginali ai bordi. Roma, Firenze, Venezia, Milano come poli inevitabili; il resto come deposito di memorie locali o appendice turistica. Oggi questa mappa appare sempre meno adeguata a descrivere ciò che accade realmente.

Non si tratta di un declino delle grandi istituzioni, ma dell’emergere di una costellazione di musei “periferici” capaci di elaborare visioni culturali autonome, con un respiro che supera ampiamente i confini geografici in cui operano.

Provincia come spazio di progetto

In questo scenario, la provincia smette di essere una categoria minore. Diventa uno spazio di libertà progettuale, meno esposto alla pressione dei grandi numeri e più incline alla sperimentazione. Qui il museo può permettersi tempi lunghi, scelte meno ovvie, un rapporto più diretto con il pubblico e con il contesto.

La distanza dai grandi centri non è più un limite, ma una condizione operativa che consente di costruire identità culturali riconoscibili, spesso più coerenti di quelle delle istituzioni metropolitane.

Rovereto, Rivoli, Nuoro: traiettorie diverse

Il MART di Rovereto rappresenta uno dei casi più emblematici. In una città di dimensioni contenute, il museo ha costruito negli anni una programmazione capace di intrecciare arte moderna e contemporanea, riletture storiche e grandi progetti tematici. La sua forza non sta nell’imitazione dei grandi modelli, ma nella continuità di una visione curatoriale chiara.

Il Castello di Rivoli, pur collocato nei pressi di Torino, ha sempre operato come un’istituzione autonoma. Fin dalla sua nascita è stato pensato come luogo di ricerca e di sperimentazione critica, più che come spazio di intrattenimento. Un museo che ha contribuito in modo decisivo alla costruzione del discorso sull’arte contemporanea in Italia.

Ancora più radicale, per certi versi, è l’esperienza del MAN di Nuoro. In un contesto geografico complesso, il museo ha sviluppato una programmazione rigorosa, capace di mettere in dialogo artisti internazionali e una riflessione profonda sull’identità visiva e culturale della Sardegna, evitando ogni forma di folklorismo.

Collezioni mirate, non enciclopediche

Uno dei tratti comuni a molte di queste istituzioni è la rinuncia all’ambizione enciclopedica. Le collezioni non puntano all’accumulo, ma alla coerenza. Nuclei selezionati, spesso costruiti intorno a precise linee di ricerca: il Novecento italiano, la fotografia, le pratiche concettuali, il rapporto tra arte e territorio.

Questa scelta consente di produrre conoscenza, non solo visibilità. Raccontare storie riconoscibili, costruire narrazioni critiche, evitare la dispersione che spesso affligge le grandi collezioni generaliste.

La mostra come strumento critico

Nei musei di provincia la mostra torna spesso a essere un dispositivo di pensiero. Non solo evento, ma presa di posizione. Progetti monografici costruiti nel tempo, riletture storiche non scontate, dialoghi tra linguaggi e periodi differenti.

Il Centro Pecci di Prato, ad esempio, ha lavorato negli ultimi anni su un equilibrio delicato tra apertura al contemporaneo e riflessione sulla modernità, affrontando temi come il lavoro, il corpo, l’immagine mediatica. Non sempre con esiti uniformi, ma con una chiara volontà di confronto con il presente.

Territorio e pubblico: una relazione diversa

A differenza delle grandi istituzioni metropolitane, questi musei operano spesso con un pubblico numericamente più contenuto ma più coinvolto. Il territorio non è un vincolo, bensì una risorsa: programmi educativi continuativi, collaborazioni con scuole e università, relazioni stabili con le comunità locali.

Questo radicamento permette una sperimentazione che altrove sarebbe più difficile. Meno dipendenza dal grande evento, maggiore attenzione alla costruzione di senso nel medio e lungo periodo.

Una rete che ridisegna il centro

Il cambiamento più significativo non riguarda il singolo museo, ma la rete che queste istituzioni stanno progressivamente costruendo. Scambi di mostre, coproduzioni, circolazione di curatori e artisti, dialoghi con musei e fondazioni internazionali.

Ne emerge una geografia culturale meno verticale e più diffusa, in cui il concetto stesso di centro perde rigidità. La provincia non è più un altrove, ma uno dei luoghi in cui si sperimenta il futuro del museo come spazio di ricerca, relazione e visione.


Fonti e approfondimenti


Redazione Experiences

Spazi flessibili per vite non lineari

L’abitare contemporaneo si confronta con una condizione di instabilità permanente. Lavoro nomade, co-living e architettura adattiva stanno ridefinendo il concetto stesso di casa, trasformandola da spazio stabile a dispositivo capace di assorbire il cambiamento.

Abitare l’incertezza

Andrea Montesi
Architettura e pensiero urbano – Experiences

La fine della casa come punto fermo

Per buona parte del Novecento l’abitazione è stata concepita come luogo della stabilità: uno spazio definito, funzionalmente organizzato, separato dal lavoro e protetto dal mutamento. Oggi questo modello appare sempre meno aderente alla realtà. Mobilità professionale, precarietà abitativa, trasformazione delle strutture familiari e diffusione del lavoro da remoto hanno incrinato l’idea stessa di casa come riferimento fisso.

Abitare l’incertezza significa riconoscere che il cambiamento non è più un’eccezione, ma una condizione strutturale dell’esperienza contemporanea.

Il lavoro entra nello spazio domestico

La diffusione del lavoro digitale ha reso poroso il confine tra abitare e produrre. Il tavolo della cucina diventa scrivania, il soggiorno spazio di riunione, la camera da letto luogo di concentrazione intermittente. Questa sovrapposizione ha messo in crisi le tipologie abitative tradizionali, pensate per funzioni rigide e ruoli separati.

Ne emerge la necessità di spazi capaci di riconfigurarsi: ambienti neutri, stanze polifunzionali, arredi mobili che consentano usi diversi nell’arco della giornata. L’abitazione non è più una sequenza di funzioni, ma un sistema adattivo.

Co-living: abitare come relazione

Tra le risposte più discusse a questa trasformazione c’è il co-living. Non solo una soluzione abitativa condivisa, ma un modello che ripensa il rapporto tra individuo e collettività. Spazi privati ridotti, servizi comuni, aree progettate per favorire l’incontro e la collaborazione.

Il successo di questi modelli, soprattutto tra lavoratori mobili e professionisti giovani, indica un bisogno che va oltre la riduzione dei costi. In un contesto instabile, la comunità diventa un’infrastruttura sociale: una forma di stabilità alternativa, fondata sulla relazione più che sul possesso.

Ambiguità di un modello

Il co-living, tuttavia, non è privo di ambiguità. Quando si riduce a format immobiliare, rischia di perdere la sua dimensione progettuale e sociale, diventando una risposta temporanea a problemi strutturali più profondi: accesso alla casa, disuguaglianze urbane, precarizzazione del lavoro.

La qualità di questi spazi dipende in larga misura dal progetto architettonico e dalla governance. Senza una visione chiara, la flessibilità può trasformarsi in compressione dello spazio e in instabilità permanente.

Architettura adattiva: progettare il cambiamento

Sul piano progettuale, l’incertezza entra oggi come variabile da considerare. L’architettura adattiva non propone soluzioni definitive, ma sistemi capaci di evolvere nel tempo: pareti mobili, impianti flessibili, moduli riconfigurabili, edifici pensati per cambiare funzione senza essere demoliti.

In questo approccio, l’edificio non è più un oggetto concluso, ma una piattaforma. Un supporto che accoglie trasformazioni lente o improvvise, appropriazioni spontanee, usi imprevisti.

Dalla tipologia al processo

Il cambiamento più radicale riguarda il metodo. Non si tratta più di inventare nuove tipologie abitative, ma di pensare l’abitare come processo aperto. Un insieme di relazioni, pratiche e adattamenti continui che si sviluppano nel tempo.

L’architettura rinuncia a parte del suo controllo per lasciare spazio all’uso reale. La forma non è più il fine, ma una condizione iniziale.

Una questione politica

Abitare l’incertezza non è solo un tema progettuale. È una questione politica e culturale. La flessibilità, se non governata, può diventare precarietà strutturale. Il compito dell’architettura e del progetto urbano è allora quello di costruire spazi capaci di adattarsi senza rinunciare alla dignità dell’abitare.

Non offrire certezze assolute, ma condizioni di resilienza. Non imporre modelli, ma rendere possibili scelte.


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Redazione Experiences

Se l’immagine avvolge, ma rischia di non restare

Negli ultimi anni le mostre immersive hanno conquistato un pubblico vasto e trasversale, trasformando l’arte in esperienza ambientale. Tra successo di pubblico e consenso mediatico, resta però aperta una questione critica: l’immersione amplifica davvero lo sguardo o lo sostituisce?

Mostre immersive: esperienza o distrazione?

Chiara Vassallo
Fotografia e arti visive – Experiences

L’arte come ambiente totale

Entrare in una mostra immersiva significa rinunciare alla distanza. Non ci sono più opere da osservare frontalmente, ma superfici che avvolgono lo spettatore, immagini proiettate a grande scala, suoni sincronizzati, luci studiate per guidare il movimento e l’emozione. Il corpo non è più esterno all’opera: diventa parte del dispositivo.

Questa trasformazione risponde a un bisogno reale del pubblico contemporaneo. In un contesto di attenzione frammentata, l’immersione promette un’esperienza intensa, memorabile, capace di coinvolgere anche chi si sente escluso dai linguaggi tradizionali del museo.

Il formato prima del contenuto

Il successo delle mostre immersive è legato a un formato ormai riconoscibile. Grandi spazi riconvertiti, spesso ex luoghi industriali, accolgono proiezioni monumentali dedicate ai nomi più popolari della storia dell’arte: Van Gogh, Klimt, Monet. L’opera viene scomposta, animata, ingrandita, accompagnata da narrazioni sonore e visive.

Il pubblico risponde con entusiasmo. I numeri sono alti, la circolazione internazionale rapida, la presenza sui social costante. Ma proprio questa standardizzazione solleva interrogativi: quando il formato diventa dominante, quanto spazio resta per il contenuto?

L’assenza dell’opera

Il nodo critico più evidente riguarda l’assenza dell’originale. Nella maggior parte dei casi, le mostre immersive non espongono opere, ma riproduzioni digitali. L’arte viene trasformata in immagine fluida, in materiale narrativo, in superficie spettacolare.

Questo slittamento non è neutrale. L’opera perde la sua materialità, la sua scala reale, il rapporto diretto con il tempo dello sguardo. L’esperienza è coinvolgente, ma spesso breve; intensa, ma raramente stratificata. Si entra, si viene colpiti, si esce.

Divulgazione o semplificazione

I promotori di questi allestimenti ne rivendicano il valore divulgativo. Ed è vero che molti visitatori entrano in contatto per la prima volta con la storia dell’arte attraverso queste esperienze. L’immersione può funzionare come soglia, come primo accesso.

Il problema nasce quando questa soglia diventa un punto di arrivo. In assenza di un contesto critico, di strumenti di approfondimento, di un invito esplicito ad andare oltre, l’arte rischia di ridursi a stimolo emotivo, a esperienza consumabile, intercambiabile.

La centralità dello sguardo fotografico

Non è casuale che la fotografia sia al centro del fenomeno. Le mostre immersive sono progettate per essere fotografate. Il pubblico diventa produttore di immagini, moltiplicando la visibilità dell’evento attraverso la condivisione.

Ma questo meccanismo modifica profondamente il rapporto con l’esperienza. L’atto di fotografare prende il posto dell’osservazione, la registrazione sostituisce la permanenza. L’evento vive soprattutto nella sua riproduzione digitale, più che nella memoria individuale.

Quando l’immersione funziona

Esistono, tuttavia, esempi più consapevoli. Progetti che utilizzano le tecnologie immersive come strumenti critici, non come fine. Allestimenti che dialogano con le opere originali, che dichiarano il proprio statuto interpretativo, che invitano alla riflessione anziché alla sola meraviglia.

In questi casi, l’immersione diventa un linguaggio possibile, non una scorciatoia. Un mezzo per interrogare l’immagine, non per sostituirla.

Una questione ancora aperta

La distinzione, in ultima analisi, è chiara. Quando l’allestimento amplifica il pensiero, l’immersione diventa esperienza. Quando invece lo rimpiazza, resta distrazione. Il successo di pubblico non può essere l’unico criterio di valutazione.

Per il museo contemporaneo, la sfida è trovare un equilibrio tra accessibilità e profondità, tra coinvolgimento e complessità. Un equilibrio ancora instabile, ma decisivo per il futuro della relazione tra arte e pubblico.


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Redazione Experiences

Quando la pratica diventa trasmissione

Sempre più artisti contemporanei affiancano alla produzione individuale un lavoro costante di insegnamento, mediazione e trasmissione. Non come attività secondaria, ma come parte integrante della propria ricerca. Un modo diverso di intendere l’arte: non solo come risultato, ma come processo condiviso.

Artisti che insegnano

Serena Galimberti
Narrazione culturale – Experiences

Oltre l’opera, il passaggio

Nel racconto dominante dell’arte contemporanea, l’artista appare spesso come figura isolata: autore di opere, protagonista di mostre, oggetto di attenzione critica. Meno visibile è un’altra dimensione, silenziosa ma diffusa: quella degli artisti che insegnano, che aprono il proprio lavoro alla relazione educativa, che trasformano l’esperienza in trasmissione.

Non si tratta semplicemente di docenza accademica. In molti casi l’insegnamento assume forme ibride: laboratori, workshop, scuole temporanee, pratiche collettive, spazi di apprendimento informale. L’arte diventa così un terreno condiviso, non un sapere da esibire.

Insegnare come parte della pratica

Per questi artisti, l’educazione non è un’attività accessoria, ma un’estensione naturale del lavoro. Insegnare significa rendere visibili i processi, esplicitare i dubbi, condividere strumenti più che risultati. L’aula, fisica o simbolica, diventa un laboratorio aperto.

Questo approccio mette in discussione l’idea di autorità artistica. L’artista non è più solo colui che “sa”, ma colui che accompagna, che costruisce contesti di apprendimento, che accetta l’imprevedibilità dell’incontro con l’altro.

Scuole, atelier, spazi intermedi

Negli ultimi anni sono emerse molte esperienze che incarnano questa visione. Scuole indipendenti, programmi educativi paralleli alle istituzioni, atelier aperti alla comunità. Luoghi in cui l’insegnamento non riproduce modelli accademici, ma sperimenta forme di trasmissione orizzontali.

In questi contesti, il sapere artistico non viene semplificato, ma reso accessibile attraverso il fare. Il gesto, il fallimento, il confronto diventano strumenti di apprendimento tanto quanto la teoria.

Trasmettere non significa replicare

Uno degli aspetti più interessanti di queste pratiche è il rifiuto della replica. L’obiettivo non è formare “allievi” che riproducano uno stile o una poetica, ma soggetti autonomi, capaci di sviluppare una propria posizione critica.

L’insegnamento artistico diventa così un esercizio di responsabilità. Trasmettere significa anche accettare che ciò che viene appreso si trasformi, prenda direzioni impreviste, sfugga al controllo di chi insegna.

Educazione come gesto politico

In un sistema culturale spesso segnato da competizione, individualismo e precarietà, la scelta di dedicare tempo ed energia alla trasmissione assume una valenza politica. Insegnare significa rallentare, sottrarre l’arte alla sola logica della visibilità, investire nel lungo periodo.

Molti artisti vedono nell’educazione una forma di resistenza: alla standardizzazione dei linguaggi, alla mercificazione dell’esperienza, alla chiusura elitaria del sistema dell’arte. La conoscenza condivisa diventa un bene comune.

Il pubblico che impara

Queste pratiche non si rivolgono solo a giovani artisti o studenti. Spesso coinvolgono pubblici eterogenei: cittadini, gruppi informali, comunità locali. L’arte esce dai suoi confini tradizionali e si intreccia con altre competenze, altri saperi, altre esperienze di vita.

L’artista-insegnante diventa così un mediatore culturale, capace di costruire ponti tra mondi diversi, di tradurre linguaggi complessi senza impoverirli.

Una tradizione che continua

Questa attenzione alla trasmissione non è una novità assoluta. Molti artisti del Novecento hanno insegnato, fondato scuole, scritto testi didattici. Ciò che cambia oggi è il contesto: più fragile, più instabile, ma anche più aperto a forme di apprendimento non istituzionalizzate.

Nel presente, insegnare è spesso una scelta consapevole, non una necessità marginale. Un modo per dare continuità al lavoro, per inscriverlo in una dimensione collettiva.

L’arte come eredità viva

Alla fine, la questione è semplice e radicale insieme: cosa resta dell’arte, oltre le opere? Per molti artisti contemporanei, resta la relazione. Resta il passaggio di un metodo, di un’attenzione, di una postura critica verso il mondo.

Insegnare, in questo senso, non significa chiudere un sapere, ma tenerlo aperto. Fare dell’arte non solo un linguaggio, ma un’eredità viva.


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Redazione Experiences

Critica, consenso e il piacere del disaccordo

Il rapporto tra critica e pubblico è da sempre attraversato da tensioni, incomprensioni e reciproche diffidenze. Tra giudizi tranchant e entusiasmi di massa, la domanda resta aperta: chi ha davvero l’ultima parola sull’arte?

Il pubblico ha sempre torto?

Davide Rinaldi
Critica e commento – Experiences

Una domanda che ritorna

«Il pubblico ha sempre torto?» È una provocazione che attraversa la storia della critica come un ritornello. Viene evocata ogni volta che un’opera contestata ottiene successo, o quando un lavoro lodato dalla critica viene ignorato dai più. Dietro l’ironia, si nasconde una questione più seria: chi stabilisce il valore dell’arte?

La critica rivendica competenza, strumenti analitici, distanza. Il pubblico risponde con il numero, l’emozione, l’esperienza diretta. Il conflitto non è nuovo, ma nel presente assume forme amplificate.

Quando il consenso diventa sospetto

Nel sistema dell’arte contemporanea, il successo di pubblico è spesso guardato con sospetto. File chilometriche, mostre sold out, fenomeni virali sui social: segnali che per alcuni indicano vitalità, per altri superficialità. Come se l’apprezzamento diffuso fosse, di per sé, una colpa.

La critica, in questo schema, tende a posizionarsi in controtendenza. Difende opere difficili, linguaggi ostici, esperienze che richiedono tempo e competenze. Ma il rischio è quello di trasformare la distanza in superiorità.

Il pubblico non è un’entità unica

Parlare di “pubblico” come di un soggetto omogeneo è una semplificazione comoda, ma fuorviante. Esistono pubblici diversi, con aspettative, strumenti e desideri differenti. C’è chi cerca intrattenimento, chi conoscenza, chi conferme, chi disorientamento.

Ridurre questa complessità a una contrapposizione secca tra competenza e ignoranza significa perdere di vista il vero terreno di confronto: l’esperienza culturale come spazio plurale.

La critica come esercizio di potere

Anche la critica, va detto, non è immune da automatismi. Linguaggi autoreferenziali, giudizi prevedibili, gerarchie consolidate possono trasformare l’analisi in rituale. In questi casi, la distanza dal pubblico non è una virtù, ma un limite.

Quando la critica smette di interrogarsi sul proprio ruolo, rischia di parlare solo a se stessa. Di difendere un perimetro più che di aprire un discorso.

Il disaccordo come risorsa

Il conflitto tra critica e pubblico non è necessariamente un problema. Può diventare una risorsa, se accettato come parte integrante del sistema culturale. Il disaccordo produce domande, costringe a motivare le posizioni, impedisce l’appiattimento.

L’arte, dopotutto, non nasce per mettere tutti d’accordo. Nasce per creare frizioni, per generare interpretazioni multiple, per mettere in crisi certezze consolidate.

Social, like e nuove legittimazioni

Nel panorama contemporaneo, i social media hanno ulteriormente complicato il quadro. Like, commenti, condivisioni producono forme di legittimazione rapide e visibili. Il pubblico parla, si organizza, si espone. La critica, spesso, arriva dopo.

Questo non significa che il giudizio si sia democratizzato in senso assoluto, ma che i meccanismi di riconoscimento si siano moltiplicati. Ignorarli significa rinunciare a comprendere una parte rilevante del presente.

Chi ha ragione, allora

La risposta più onesta è probabilmente la meno rassicurante: nessuno ha sempre ragione. Né il pubblico, né la critica. Il valore dell’arte si costruisce nel tempo, attraverso conflitti, riletture, revisioni continue.

La critica non dovrebbe avere il compito di smentire il pubblico, ma di accompagnarlo, sfidarlo, talvolta contraddirlo. Il pubblico, a sua volta, non è tenuto a seguire, ma a partecipare.

Un equilibrio instabile

Forse la vera questione non è stabilire chi ha torto, ma accettare l’instabilità del rapporto. L’arte vive di questo equilibrio fragile: tra competenza e percezione, tra analisi e esperienza, tra distanza e coinvolgimento.

In fondo, se tutti fossero sempre d’accordo, qualcosa non funzionerebbe.


Fonti e approfondimenti


Redazione Experiences