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  • Il corto circuito genera una polemica che va oltre Venezia

    Il corto circuito genera una polemica che va oltre Venezia

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    di Gustavo Zagrebelsky

    Uno scontro istituzionale riaccende il dibattito sul ruolo della cultura in tempi di conflitto. Tra autonomia, politica e simboli, la Biennale diventa terreno di tensione.

    Biennale di Venezia,
    il caso Russia e le istituzioni culturali

    di Carlo Venturi
    Commentatore, politica e istituzioni culturali

    La Biennale di Venezia torna al centro del dibattito pubblico, non per una questione estetica o curatoriale, ma per un conflitto che coinvolge direttamente le istituzioni culturali italiane. A sollevare il caso è stato Gustavo Zagrebelsky, che ha dedicato la sua “perplessità della settimana” allo scontro tra il Ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Fondazione La Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. Al centro della contesa, il destino del Padiglione della Russia.

    Non si tratta di una disputa marginale: la questione tocca il nodo cruciale dell’autonomia delle istituzioni culturali rispetto alla politica, soprattutto in un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti.

    Il Padiglione della Russia come caso simbolico

    Il Padiglione russo alla Biennale di Venezia rappresenta da sempre uno spazio di confronto artistico e culturale. Tuttavia, con il perdurare del conflitto in Ucraina, la sua presenza è diventata oggetto di controversia. Negli ultimi anni, molti artisti e curatori russi hanno scelto autonomamente di non partecipare, segnando una sospensione di fatto.

    La discussione odierna non riguarda soltanto la partecipazione artistica, ma il significato politico di una presenza istituzionale. Per il Ministero della Cultura, la questione sembra inserirsi in una linea di coerenza con la politica estera e con le sanzioni internazionali. Per la Biennale, invece, il tema è più complesso: riguarda la natura stessa dell’istituzione, che storicamente si definisce come spazio autonomo, aperto al dialogo anche nei momenti di crisi.

    Autonomia culturale o indirizzo politico?

    È proprio su questo punto che si concentra la riflessione di Zagrebelsky. La Biennale non è un semplice evento espositivo: è una fondazione con una propria governance, dotata di autonomia statutaria. Intervenire sulle sue scelte equivale, in qualche misura, a ridefinire il rapporto tra Stato e cultura.

    Il confronto tra Giuli e Buttafuoco evidenzia una tensione non nuova, ma oggi particolarmente visibile. Da un lato, l’idea che le istituzioni culturali debbano riflettere le posizioni ufficiali dello Stato; dall’altro, la convinzione che l’arte e la cultura debbano mantenere uno spazio di indipendenza, anche a costo di risultare disallineate.

    Zagrebelsky, con il suo approccio giuridico e filosofico, invita a interrogarsi su questo equilibrio. Non si tratta di difendere una posizione a priori, ma di comprendere quali siano i limiti dell’intervento politico in ambito culturale.

    Il rischio di una cultura “schierata”

    La vicenda del Padiglione russo pone una domanda più ampia: può la cultura sottrarsi alle logiche del conflitto? Oppure è inevitabilmente chiamata a prendere posizione?

    Storicamente, la Biennale ha attraversato fasi in cui la politica ha inciso profondamente sulle sue scelte, basti pensare alle edizioni del Novecento segnate dalle tensioni ideologiche. Tuttavia, proprio in quei momenti, l’istituzione ha cercato di preservare una dimensione internazionale e pluralista.

    Oggi il rischio, secondo molti osservatori, è che si affermi una cultura “schierata”, dove le scelte artistiche vengono filtrate attraverso criteri politici. Un processo che potrebbe ridurre la complessità del discorso culturale, trasformando gli spazi espositivi in luoghi di rappresentanza più che di ricerca.

    Una questione aperta

    Il confronto tra il Ministero e la Biennale non sembra destinato a risolversi rapidamente. Piuttosto, si inserisce in una dinamica più ampia che riguarda tutte le istituzioni culturali europee, chiamate a confrontarsi con un contesto geopolitico sempre più instabile.

    La “perplessità” di Zagrebelsky non offre soluzioni definitive, ma invita a mantenere uno sguardo critico. La cultura, suggerisce, non può essere ridotta a strumento di politica estera, ma neppure può ignorare il mondo in cui opera.

    In questo equilibrio fragile si gioca il futuro della Biennale di Venezia: non solo come evento artistico, ma come spazio simbolico in cui si riflettono le tensioni del nostro tempo.


    Redazione Experiences
  • Quando il restauro cancella

    Quando il restauro cancella

    Durante i lavori di riqualificazione del Padiglione Centrale della Biennale di Venezia sarebbe andata perduta un’opera premiata con il Leone d’Oro. Un episodio che riapre il dibattito su tutela, memoria e responsabilità nel sistema dell’arte.

    Biennale di Venezia,
    il caso dell’opera scomparsa

    di Andrea Montesi
    Arte e architettura contemporanea

    Nel cuore dei Giardini della Biennale di Venezia, il Padiglione Centrale è da sempre uno spazio simbolico: qui si condensano le traiettorie dell’arte contemporanea internazionale, tra allestimenti temporanei e stratificazioni storiche. Oggi, però, proprio questo luogo è al centro di una controversia che mette in discussione il rapporto tra conservazione e trasformazione.

    Durante i recenti lavori di restauro e adeguamento funzionale dell’edificio, sarebbe stata distrutta – o comunque irrimediabilmente compromessa – un’opera che in passato aveva ricevuto il Leone d’Oro, il massimo riconoscimento della manifestazione. Un episodio che, al di là dei dettagli tecnici ancora oggetto di chiarimento, solleva interrogativi profondi.

    Un’opera invisibile ma presente

    Il caso riguarda un lavoro integrato nello spazio architettonico, non una semplice opera mobile facilmente rimovibile. Ed è proprio questa caratteristica a rendere la vicenda particolarmente delicata.

    Molte opere contemporanee, soprattutto dagli anni Settanta in poi, sono concepite in relazione diretta con l’ambiente che le ospita. Interventi site-specific, installazioni permanenti, elementi strutturali che sfumano il confine tra arte e architettura.

    In questi casi, intervenire sull’edificio significa inevitabilmente intervenire sull’opera. La distinzione tra restauro architettonico e tutela artistica diventa sottile, talvolta ambigua.

    Il nodo delle responsabilità

    Chi decide il destino di un’opera integrata in uno spazio espositivo? Quali procedure vengono attivate prima di avviare un intervento di restauro? E soprattutto: esiste una mappatura completa delle opere presenti, anche quando non sono immediatamente visibili o riconoscibili?

    Il caso del Padiglione Centrale evidenzia una possibile falla nel sistema. Non si tratta solo di un errore operativo, ma di una questione strutturale che riguarda la gestione del patrimonio contemporaneo.

    A differenza delle opere storiche, spesso catalogate e vincolate, molte installazioni recenti sfuggono a una classificazione rigorosa. La loro tutela dipende da documentazioni frammentarie, archivi incompleti, memorie istituzionali non sempre consolidate.

    Restaurare o trasformare?

    Il restauro, per sua natura, implica una scelta: conservare, adattare, aggiornare. Nel caso del Padiglione Centrale, l’intervento è stato presentato come un adeguamento necessario, volto a migliorare l’accessibilità e la funzionalità degli spazi.

    Obiettivi legittimi, in linea con le esigenze contemporanee. Ma a quale costo? Se il prezzo da pagare è la perdita di un’opera premiata e storicamente significativa, il bilancio diventa più complesso.

    Il problema non è opporre conservazione e innovazione, ma trovare un equilibrio tra le due. Un equilibrio che richiede competenze interdisciplinari, dialogo tra architetti, curatori, restauratori e storici dell’arte.

    La memoria fragile del contemporaneo

    Paradossalmente, l’arte contemporanea – pur essendo la più vicina a noi – è spesso la più fragile dal punto di vista della conservazione. Materiali deperibili, tecniche sperimentali, opere immateriali o relazionali rendono difficile la definizione di criteri stabili.

    A questo si aggiunge una certa sottovalutazione del problema. Ciò che è “recente” tende a essere percepito come sostituibile, modificabile, meno vincolante rispetto al passato.

    Il caso della Biennale dimostra invece che anche il contemporaneo ha bisogno di memoria, di archivi, di strumenti di tutela adeguati.

    Un campanello d’allarme per le istituzioni

    L’episodio potrebbe avere conseguenze che vanno oltre il singolo caso. Le istituzioni culturali sono chiamate a interrogarsi sui propri protocolli, sulla gestione delle informazioni, sulla responsabilità nei confronti delle opere che custodiscono.

    In un sistema sempre più orientato alla produzione di eventi e alla trasformazione degli spazi, il rischio è che la dimensione storica venga progressivamente erosa.

    La Biennale, per la sua storia e il suo ruolo internazionale, rappresenta un osservatorio privilegiato. Ciò che accade nei suoi spazi ha inevitabilmente un valore esemplare.

    Tra errore e lezione

    Resta da chiarire se si sia trattato di una svista, di una sottovalutazione o di una scelta consapevole. Ma, al di là delle responsabilità specifiche, il caso offre una lezione più ampia.

    La tutela del patrimonio non può limitarsi al passato remoto. Deve includere anche ciò che è stato prodotto negli ultimi decenni, riconoscendone il valore e la complessità.

    In gioco non c’è solo la conservazione di un’opera, ma la capacità di un sistema culturale di prendersi cura della propria memoria – anche quando è ancora in formazione.


    Redazione Experiences
  • Apre a Palazzo Ducale di Genova la grande mostra su Van Dyck

    Apre a Palazzo Ducale di Genova la grande mostra su Van Dyck

    Prestiti da Louvre, Prado, Uffizi, National Gallery di Londra e Kunsthistorisches di Vienna

    Da sinistra in alto:
    – Anton van Dyck, Ritratto di John Belasyse, poi I barone di Worlaby, inv. LK1137, 1636 ca., olio su tela, 99,1 × 78,7 cm; Galleria BKV.
    – Anton van Dyck, Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo (?), inv. NG 6502, 1626 – 1627 ca., olio su tela, 219 × 151 cm; ©The National Gallery, London. 
    – Anton van Dyck, Autoritratto, inv. RH.S.216, 1615 – 1617, olio su tavola, 36,5 × 25,8 cm; Rubenshuis, Città di Anversa
    – Anton van Dyck, Ritratto di una famiglia, forse Cornelis de Vos, la moglie Susanna Cock e i figli maggiori Magdalena e Jan-Baptist, inv. FGM.VANA.01, 1619 – 1620 ca., olio su tela, 117,2 × 116 cm; Lisbona, The Gaudium Magnum Foundation

    VAN DYCK L’EUROPEO
    Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra
    Genova Palazzo Ducale
    Appartamento e Cappella del Doge
    20 marzo – 19 luglio 2026 

    Inaugura il 19 marzo al Palazzo Ducale di Genova Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, la più grande mostra del nostro secolo dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
    Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, la mostra ripercorre l’intero arco della carriera di un artista di talento eccezionale. Il percorso si sviluppa come il viaggio intrapreso da Van Dyck dalla sua patria, le Fiandre, fino alla corte di Carlo I re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia, durato ben sei anni. La sua è una carriera di incredibile successo, che lo porta a essere il ritrattista più rinomato d’Europa, stroncata dalla morte prematura, a soli 42 anni.

    Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: a Palazzo Ducale saranno esposte opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera e nei suoi vari spostamenti. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

    Van Dyck fu un genio, in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. L’artista riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

    L’eccezionalità della mostra si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (60 in dieci sezioni tematiche), concesse in prestito dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Reali di Torino, la Galleria Nazionale di Parma oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

    Il percorso espositivo non segue una rigorosa sequenza cronologica: le opere, distribuite nelle dodici sale, sono accostate per temi e ambiti della sua attività, così da stimolare un confronto diretto tra la maniera del Van Dyck giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese. Il confronto coinvolge anche opere con soggetti analoghi: sarà infatti possibile, ad esempio, accostare il ritratto di una dama genovese a quello di una dama di Anversa o di Bruxelles e a quello di una dama inglese. Ritratti realizzati in momenti diversi, ma soprattutto per committenze caratterizzate da sensibilità e gusti profondamente differenti. Emergerà così con chiarezza la straordinaria capacità di Van Dyck di sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste di committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti, allora come oggi.

    Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scopriràforse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento. Forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato della sua arte e soprattutto quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente: tra le opere che giungono a Palazzo Ducale il Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid, o lo splendido San Sebastiano della National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, come l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale, a conclusione della mostra, l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.

    Ad accogliere i visitatori all’inizio del percorso è invece uno degli highlight della mostra: il primo autoritratto conosciuto del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e permetterà di comprendere sin da subito la genialità dell’artista.

    Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, il ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foundation e Le tre età dell’uomo come Vanitas conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

    Genova con le sue collezioni civiche avrà un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori città, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco) e dei Musei Nazionali di Genova Palazzo Reale, Palazzo Spinola). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.

    La mostra è stata preceduta da anni di ricerche da parte delle curatrici e di un prestigioso gruppo di studiosi internazionali, così da presentare un lavoro critico corale firmato dai maggiori e più aggiornati specialisti dell’artista. Il catalogo è edito da Allemandi (in Italia) e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.

    Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, l’esposizione si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.


    VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
    Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge dal 20 marzo al 19 luglio 2026
     
    Mostra prodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Comune di Genova, con il sostegno di Regione Liguria
     
    Prezzi intero 15€ ridotto 13€
    ridotto 14€ over65 ridotto 9€, under25
    ridotto 6€, dai 6 ai 18 anni compiuti
    Per riduzioni e agevolazioni consultare il sito www.palazzoducale.genova.it
     
    Orari
    Lunedì: 14-19; martedì/domenica: 10-19; venerdì: apertura fino alle 20
     
    Catalogo
    Allemandi editore (italiano) Hannibal Books (inglese)
     
    Progetto allestitivo
    Giovanni Tortelli e Roberto Frassoni Associati
     
    Main sponsor
    Banca Passadore
     
    Sponsor
    Friends of Genoa, San Quirico, Casa di Cura Villa Montallegro, Coop Liguria
     
    Partner
    Visit Flanders
     
    Sponsor tecnici
    IGPDecaux, AXA
     
    Official Green Carrier
    Trenitalia
     
    Hospitality Partner
    Hotel Bristol Palace
     
    Radio ufficiale
    Radio Montecarlo
     
    Media Partner
    Il Secolo XIX, Rai Cultura
     
    Con il patrocinio di
    Rai Liguria
     
    Uffici stampa
     
    Palazzo Ducale
    Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it 
     
    Studio ESSECI Comunicazione
    Roberta Barbaro – roberta@studioesseci.net Simone Raddi – simone@studioesseci.net 
     
    GMSPRESS press office s communication
    Giovanni M. Sgrignuoli – giovanni@gmspress.com.
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
  • SMAC Venice presenta Alighiero Boetti

    SMAC Venice presenta Alighiero Boetti

    SMAC Venice è lieta di presentare Alighiero Boetti, un’ampia retrospettiva dedicata al maestro italiano dell’arte del dopoguerra (Torino, 1940 – Roma, 1994). A cura di Elena Geuna e sostenuta da Ben Brown Fine Arts, la mostra sarà visitabile dal 7 maggio al 22 novembre 2026, in concomitanza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.

    ALIGHIERO BOETTI
    SMAC Venice (San Marco Art Centre)
    7 maggio – 22 novembre 2026

    Il percorso di mostra sviluppato dalla curatrice riunisce circa cento opere distribuite in otto sale, offrendo un’ampia ricognizione su uno degli artisti più influenti del periodo del dopoguerra. Coprendo un arco temporale di più di venticinque anni, dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Novanta, la mostra ripercorre l’intera traiettoria artistica di Boetti e mette in luce l’ampiezza e la complessità della sua pratica.

    Concepita come una sorta di “costellazione” che invita il pubblico ad abitare lo spazio tra idea e forma, ordine e disordine, Alighiero Boetti riflette l’interesse costante dell’artista per la dualità, i sistemi e il processo. Dalle prime opere, radicate in materiali semplici e strutture elementari come proposto dal gruppo dell’Arte Povera, ai successivi progetti collaborativi e concettualmente stratificati, la mostra evidenzia la coerenza interna di una pratica che ha costantemente messo alla prova i propri presupposti, accogliendo il caso, la ripetizione e l’autorialità condivisa come forze generative.

    La mostra si apre con una sala dedicata all’autoritratto e alla questione dell’identità, affrontando l’impegno di Boetti lungo tutta la vita nei confronti della nozione di doppio. Questa ricerca trovò la sua espressione più evidente nel 1972, quando adottò la firma duale “Alighiero e Boetti”. Opere come Autoritratto (1969) e Gemelli (1968) esplorano l’identità come scissa, riflessa e moltiplicata, mentre l’uso di forme accoppiate e strutture seriali introduce una logica della dualità che rimarrà fondamentale nella sua pratica.

    Con il procedere dela mostra, questa logica del raddoppiamento si espande in sistemi più ampi di linguaggio, geografia e tempo. Il lavoro di Boetti si orienta sempre più verso strutture che organizzano la visione e la conoscenza, esponendone al contempo l’instabilità. Il suo impegno costante con la mappatura riflette un interesse per l’orientamento, la distanza e la circolazione di informazioni, lavoro e modalità di produzione tra culture diverse. A partire dai primi anni Settanta, i disegni Biro (1972-), insieme ai Ricami (1971-) e alle Mappe (1971-), realizzati attraverso collaborazioni di lunga durata con artigiani afghani, esemplificano uno spostamento deliberato della paternità dell’opera. Boetti stabiliva il quadro concettuale e i parametri regolativi di ciascuna opera, mentre la sua esecuzione si sviluppava attraverso altre mani, permettendo a differenza, durata e contingenza di diventare parte integrante sia della forma sia del significato.

    Le sezioni finali della mostra si concentrano sugli Aerei (dal 1977-), sui Calendari (1974-) e sulle opere seriali su carta, concettualmente rigorose, realizzate negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta. Negli Aerei, strutture mutevoli generano campi disorientanti in cui le immagini del volo sono soggette a sistemi che sono al tempo stesso metodici e instabili, consentendo all’ordine e al caos di scontrarsi all’interno di un quadro razionale e classificato. L’accumulazione costante di date nei Calendari, insieme al ripetuto impiego di elementi grafici nelle opere su carta, registra analogamente il tempo come misura e come materia. Nel loro insieme, queste serie articolano un processo continuo in cui i sistemi vengono messi in moto solo per rivelare i propri limiti, mettendo in scena uno scambio prolungato, spesso giocoso, tra controllo e casualità.

    La mostra ha beneficiato del sostegno e della collaborazione dell’Archivio Alighiero Boetti. È concepita per presentare con chiarezza ed equilibrio il percorso dell’artista, permettendo al pubblico di seguire l’evoluzione delle sue idee e di confrontarsi con le tensioni durature al centro della sua pratica. Nel corso dell’esposizione, struttura e caso, autonomia e collaborazione, sistema e gioco sono mantenuti in una relazione produttiva, rivelando un corpus di opere che rimane al tempo stesso rigoroso e aperto, e costantemente attento alla complessità del mondo che riflette.

    Alighiero Boetti (1940–1994) nacque a Torino, dove debuttò nell’Arte Povera nel gennaio 1967, per poi stabilirsi a Roma nel 1972. Artista concettuale dalla pratica estremamente ampia, sviluppò diversi cicli di lavori, talvolta delegandone l’esecuzione secondo regole precise guidate da “necessità e caso”. Tra questi figurano le Mappe, planisferi colorati realizzati nel tempo come registrazioni dei mutamenti politici; i lavori Biro (in blu, nero, rosso e verde), nei quali una fitta puntinatura forma campi di linguaggio; i ricami policromi di lettere; i Tutto, complesse composizioni che combinano sagome di oggetti e animali con immagini tratte da riviste e materiali stampati; le opere postali basate su permutazioni matematiche di francobolli e sull’imprevedibilità dei loro percorsi. Il tempo, nel suo flusso costante e inevitabile, unifica la varietà delle sue forme e delle sue immagini.

    Boetti partecipò a molte mostre cardine della sua generazione, tra cui When Attitudes Become Form (1969), Contemporanea (1973), Identité italienne (1981) e The Italian Metamorphosis 1943–1968 (1994). Espose più volte alla Biennale di Venezia, con una sala personale nel 1990, un omaggio postumo nel 2001 e una grande mostra alla Fondazione Cini nel 2017. Negli ultimi anni, l’importante retrospettiva Game Plan è stata presentata al MoMA di New York, alla Tate di Londra e al Reina Sofía di Madrid (2011-2012). Le sue opere sono conservate in numerose collezioni museali italiane e internazionali, tra cui il Centre Pompidou di Parigi, lo Stedelijk Museum e il MOCA di Los Angeles.


    Informazioni sull’Archivio Alighiero Boetti

    L’Archivio Alighiero Boetti è un’associazione culturale fondata nel 1995 dalla famiglia dell’artista, presieduta da Matteo Boetti e diretta da Agata Boetti.

    L’associazione è un centro di studio il cui scopo esclusivo è la conservazione, l’acquisizione e la catalogazione scientifica della documentazione relativa alle opere e alla vita dell’artista.

    Lo studio e l’archiviazione delle opere sono finalizzati alla redazione del catalogo ragionato dell’artista, la cui pubblicazione è iniziata nel 2009 ed è tuttora in corso.

    La redazione dell’Archivio, composta da Agata Boetti e Arianna Mercanti, è responsabile dello studio, dell’archiviazione e della catalogazione delle opere e collabora all’organizzazione di mostre, cataloghi e altre iniziative culturali. Salman Ali, amico e assistente di Alighiero Boetti, è anch’egli una figura indispensabile nel lavoro dell’Archivio.

    Informazioni su Elena Geuna

    Curatrice indipendente, autrice e art advisor, Elena Geuna ha curato numerose mostre, tra cui due dedicate a Lucio Fontana, a Palazzo Ducale di Genova (2008) e al MAMM di Mosca (2019). Tra le mostre più rilevanti figurano Arte Povera al MAMM di Mosca (2011); Rudolf Stingel (2011) e Sigmar Polke (2016), entrambe a Palazzo Grassi, Venezia; Damien Hirst: Treasures from the Wreck of the Unbelievable, a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia (2017).

    Ha co-curato tre mostre di Jeff Koons: al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (2003); al Château de Versailles (2008); e al Mucem di Marsiglia (2021). Nel 2022 ha curato il progetto Indistinti Confini con Giuseppe Penone al Parco della Trucca di Bergamo e, nel 2023, la mostra Christo: Early Works a Londra. Nel 2025 ha curato la mostra Alighiero e Boetti. Embellishing the Sky presso Ben Brown Fine Arts a Londra, dedicata alla serie Aerei.

    Elena Geuna è co-curatrice con Christopher Rothko della grande retrospettiva Rothko in Florence, in programma a Palazzo Strozzi (2026), nonché al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana.

    Informazioni su SMAC Venice

    SMAC Venice (San Marco Art Centre) ha aperto in Piazza San Marco nel maggio 2025. Ogni anno presenta un vivace programma di mostre che spaziano tra arte, design, moda e cinema, invitando sia gli specialisti sia il pubblico più ampio a scoprire nuove idee.

    Situato all’interno delle Procuratie in Piazza San Marco, il centro occupa un edificio storico restaurato dall’architetto David Chipperfield, vincitore del Pritzker Prize, e ripensato come un polo per la cultura e l’inclusione sociale. La presenza di SMAC Venice è resa possibile grazie a uno storico accordo con Generali, proprietaria delle Procuratie. Il terzo piano ospita anche la sede di The Human Safety Net e la sua mostra interattiva A World of Potential.

    Attraverso 16 gallerie, SMAC Venice esplora prospettive inattese, mette in discussione le convenzioni e pone interrogativi rigorosi sulla cultura visiva contemporanea e sulle sue connessioni con storia, scienza, filosofia e società. Con uno spirito sperimentale, mette alla prova i modelli tradizionali di allestimento e accoglie la collaborazione, offrendo ad artisti e istituzioni una piattaforma a Venezia. Al centro vi è la convinzione che le arti siano essenziali per l’esperienza umana e per la vitalità delle città e delle comunità.

    Informazioni su Ben Brown Fine Arts

    Ben Brown Fine Arts è una galleria internazionale specializzata in arte del dopoguerra e contemporanea, con sedi a Londra, Hong Kong e New York. Fondata nel 2004 nel quartiere Mayfair di Londra, la galleria opera sia nel mercato primario sia in quello secondario e rappresenta un gruppo di importanti artisti contemporanei, tra cui Tony Bevan, Awol Erizku, Candida Höfer, Vik Muniz, Yoan Capote, Nabil Nahas, Gavin Turk, José Parlá, Enoc Perez ed Ena Swansea.

    Accanto al programma contemporaneo, Ben Brown Fine Arts è nota per mostre dedicate a figure del dopoguerra come Alighiero Boetti, Frank Auerbach, Alexander Calder, Lucio Fontana, Gerhard Richter e Claude e François-Xavier Lalanne. La galleria ha ampliato la propria presenza a Hong Kong nel 2009, ha aperto uno spazio stagionale a Palm Beach nel 2021 e una sede a New York nel 2024. Tra i recenti progetti espositivi di rilievo figurano Planète Lalanne alla 60ª Biennale di Venezia (2024), Calder: Extreme Cantilever (Londra, 2024) e Alighiero e Boetti: Embellishing the Sky (Londra, 2025).

    La galleria partecipa regolarmente a fiere internazionali d’arte, tra cui Art Basel (Basilea, Hong Kong e Miami Beach), Frieze Masters, TEFAF (Maastricht e New York), Miart, The Armory Show e Art Mumbai.


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    www.studioesseci.net
     
    Dettagli mostra
    Alighiero Boetti
    SMAC Venice (San Marco Art Centre)
    7 maggio – 22 novembre 2026
    Aperto tutti i giorni (chiuso il martedì)
    10.00–18.00
    Procuratie, Piazza San Marco 105
    30124 Venezia
    smacvenice.org
    Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
  • Il museo non è più neutrale

    Il museo non è più neutrale

    Le grandi esposizioni internazionali non si limitano più a raccontare la storia dell’arte: la riscrivono. Tra nuove letture del Novecento e apertura a figure marginalizzate, il museo diventa uno spazio attivo di interpretazione.

    Mostre che riscrivono il passato
    Il museo europeo come laboratorio critico

    di Chiara Vassallo

    Per lungo tempo il museo è stato percepito come un luogo di conservazione e trasmissione, un dispositivo capace di organizzare il passato in una sequenza ordinata e apparentemente oggettiva. Oggi questa idea appare superata. Le grandi mostre europee degli ultimi anni – e in modo ancora più evidente nelle programmazioni più recenti – non si limitano a esporre opere: mettono in discussione le narrazioni che le hanno rese canoniche.

    Il museo si presenta sempre più come uno spazio critico, consapevole della propria responsabilità culturale. Non è più un contenitore neutro, ma un attore che seleziona, interpreta, rilegge.

    Rileggere il Novecento: oltre il mito dei maestri
    Una delle linee più evidenti riguarda la rilettura dei grandi protagonisti del Novecento. Mostre dedicate a figure come Henri Matisse o Pablo Picasso non si limitano più a celebrare il genio individuale, ma indagano i contesti, le relazioni, le contraddizioni.

    Nel caso di Picasso, ad esempio, l’attenzione si sposta sempre più verso il rapporto con il colonialismo, le fonti extraeuropee, le dinamiche di appropriazione culturale. Per Matisse, invece, emergono nuove letture legate al processo creativo, al rapporto con lo spazio e alla dimensione decorativa come elemento strutturale, non subordinato.

    Queste mostre non smontano il canone, ma lo complicano. Introducono zone d’ombra, ambiguità, tensioni che restituiscono agli artisti una dimensione più storica e meno monumentale.

    Nuovi protagonisti, nuove narrazioni
    Parallelamente, cresce l’attenzione verso artisti e artiste rimasti ai margini della narrazione dominante. Il recupero di figure femminili, di autori provenienti da contesti extraeuropei o di movimenti considerati “minori” non risponde soltanto a una logica di inclusione, ma a una necessità storiografica.

    La storia dell’arte, come ogni costruzione culturale, è il risultato di selezioni. Rivedere queste scelte significa ridefinire il campo stesso del visibile. Le mostre diventano così strumenti di riscrittura, capaci di ampliare il perimetro di ciò che consideriamo rilevante.

    L’esperienza immersiva: tra accessibilità e spettacolo
    Un altro elemento centrale è l’evoluzione del linguaggio espositivo. Le tecnologie digitali – proiezioni immersive, ricostruzioni virtuali, ambienti interattivi – stanno modificando profondamente l’esperienza del visitatore.

    Queste soluzioni permettono di rendere più accessibili contenuti complessi, attirando un pubblico più ampio e diversificato. Tuttavia, sollevano anche interrogativi critici. Il rischio è che l’esperienza estetica venga sostituita da una dimensione spettacolare, in cui l’opera perde centralità a favore dell’allestimento.

    La sfida per le istituzioni è trovare un equilibrio: utilizzare la tecnologia come strumento interpretativo, senza trasformare il museo in un dispositivo di intrattenimento.

    Il ruolo curatoriale: una nuova autorialità
    In questo scenario, la figura del curatore assume un ruolo sempre più centrale. Non si limita a selezionare le opere, ma costruisce una narrazione, definisce un punto di vista, orienta la lettura.

    Si potrebbe parlare di una nuova forma di autorialità, non legata alla produzione dell’opera, ma alla sua interpretazione. Il curatore diventa mediatore tra passato e presente, tra opera e pubblico, tra storia e attualità.

    Questa dimensione comporta una responsabilità significativa. Ogni scelta espositiva implica un’esclusione, ogni narrazione costruisce una gerarchia. La trasparenza di questo processo diventa allora un elemento fondamentale.

    Musei e geopolitica culturale
    Le grandi mostre sono anche strumenti di geopolitica culturale. Le istituzioni europee, attraverso programmi espositivi ambiziosi, costruiscono reti internazionali, definiscono alleanze, promuovono modelli culturali.

    In un contesto globale sempre più competitivo, il museo diventa un luogo di soft power. Le scelte curatoriali riflettono non solo orientamenti scientifici, ma anche strategie politiche ed economiche. La circolazione delle opere, le coproduzioni tra musei, le grandi retrospettive itineranti disegnano una mappa in continua evoluzione.

    Il pubblico come interlocutore attivo
    Anche il ruolo del pubblico è cambiato. Il visitatore non è più un destinatario passivo, ma un interlocutore attivo, portatore di aspettative, competenze, sensibilità diverse.

    Le istituzioni culturali sono chiamate a dialogare con questa pluralità, offrendo strumenti di lettura che non semplifichino, ma accompagnino la complessità. In questo senso, la didattica museale assume un’importanza crescente, diventando parte integrante del progetto espositivo.

    Una storia dell’arte in movimento
    Le grandi mostre europee mostrano con chiarezza che la storia dell’arte non è un racconto definitivo, ma un processo in continua revisione. Ogni esposizione è una proposta, una possibile lettura tra le molte.

    Questo non significa relativismo, ma consapevolezza. Riconoscere che ogni narrazione è situata – nel tempo, nello spazio, in un contesto culturale – permette di costruire una relazione più critica con il passato.

    Il museo come luogo del presente
    Il museo contemporaneo non guarda soltanto al passato: lo interroga a partire dal presente. Le grandi mostre diventano così dispositivi attraverso cui una società riflette su se stessa, sui propri valori, sulle proprie contraddizioni.

    In questo senso, la riscrittura della storia dell’arte non è un’operazione arbitraria, ma una necessità. Ogni generazione ha il compito di rileggere ciò che ha ereditato, di rimettere in discussione ciò che sembrava acquisito.

    Il museo, oggi, è il luogo in cui questa operazione prende forma. Non più tempio della memoria, ma laboratorio critico del contemporaneo.


    Redazione Experiences
  • Festival come laboratorio, non solo vetrina

    Festival come laboratorio, non solo vetrina

    Tra primavera e grandi rassegne, il cinema contemporaneo si interroga sul proprio futuro. Le produzioni indipendenti cercano nuovi linguaggi per resistere alla pressione delle piattaforme, mentre il pubblico cambia abitudini e tempi di fruizione.

    Cinema in bilico Festival, autori e piattaforme

    di Luca Ferraris

    Con l’avvicinarsi dei principali festival primaverili – da Cannes a Berlino, passando per una costellazione sempre più fitta di rassegne minori – il cinema torna a interrogarsi su sé stesso. Non è una novità: ogni stagione porta con sé bilanci e previsioni. Ma quest’anno il confronto appare più netto, quasi strutturale. Da un lato, le grandi piattaforme di streaming consolidano un dominio ormai capillare; dall’altro, il cinema indipendente prova a ridefinire la propria identità.

    I festival, in questo scenario, smettono di essere semplici luoghi di consacrazione e tornano a funzionare come laboratori. Qui si osservano le tensioni più evidenti: film a basso budget che sperimentano linguaggi ibridi, opere che oscillano tra serialità e racconto unitario, produzioni che nascono già pensando a una distribuzione non lineare. La sala non scompare, ma perde centralità. Diventa uno dei possibili approdi, non più l’unico.

    L’ombra lunga dello streaming

    Le piattaforme hanno imposto una trasformazione profonda, non solo industriale ma anche narrativa. Il loro modello – fondato sulla continuità della visione, sulla fidelizzazione e su algoritmi sempre più raffinati – ha modificato le aspettative del pubblico. Il tempo lungo del cinema d’autore, fatto di attese, silenzi e costruzioni lente, si scontra oggi con un consumo più frammentato.

    Non si tratta semplicemente di una competizione economica. Il vero nodo è culturale. Le piattaforme hanno dimostrato di poter produrre contenuti di qualità, attirando registi e attori di primo piano. Ma allo stesso tempo hanno ridefinito il ritmo del racconto: episodi, cliffhanger, durate variabili. Il film, inteso come forma chiusa, sembra perdere terreno.

    Eppure, proprio in questa pressione si apre uno spazio inatteso per il cinema indipendente. Non potendo competere sul piano delle risorse, gli autori cercano altre strade. Più radicali, più personali, spesso più brevi.

    Nuove forme per nuovi sguardi

    Una delle tendenze più evidenti riguarda la durata. Sempre più opere si collocano in una zona intermedia tra cortometraggio e lungometraggio, oppure adottano strutture episodiche pur mantenendo una forte coerenza autoriale. Non è solo una scelta produttiva: è una risposta diretta alle modalità di fruizione contemporanee.

    Il pubblico giovane, cresciuto tra piattaforme e social, è abituato a un ritmo diverso. Ma questo non significa necessariamente superficialità. Al contrario, molti autori stanno esplorando forme di racconto compatte, dense, capaci di condensare in pochi minuti una complessità narrativa che un tempo richiedeva ore.

    Si tratta di una sfida sottile: mantenere la profondità senza rinunciare all’immediatezza. Alcuni registi scelgono la via della serialità breve, costruendo opere che possono essere viste come episodi autonomi ma anche come parti di un disegno più ampio. Altri sperimentano con il montaggio, con la frammentazione, con una scrittura che accetta la discontinuità come elemento strutturale.

    Il ritorno dell’autore, ma in forma diversa

    Paradossalmente, mentre il sistema sembra spingere verso l’omologazione, il cinema d’autore conosce una nuova stagione. Non si tratta però di un ritorno nostalgico. L’autore contemporaneo è meno legato all’idea di opera unica e più disposto a muoversi tra formati diversi.

    Festival e piattaforme non sono più mondi separati. Sempre più spesso dialogano, si sovrappongono, si contendono gli stessi titoli. Un film può nascere per il circuito festivaliero e trovare poi una seconda vita online, raggiungendo un pubblico più ampio. Oppure può essere prodotto direttamente per una piattaforma e ottenere comunque riconoscimenti nei contesti più prestigiosi.

    Questa fluidità ridefinisce anche il concetto di successo. Non è più solo una questione di incassi o premi, ma di capacità di circolare, di generare discussione, di restare nel tempo.

    Una questione di pubblico

    Al centro di tutto resta lo spettatore. Le nuove generazioni non hanno abbandonato il cinema, ma lo vivono in modo diverso. La sala diventa un’esperienza tra le altre, spesso legata all’evento, alla condivisione, alla dimensione collettiva. Il resto avviene altrove: su schermi personali, in tempi flessibili, con modalità di visione discontinue.

    Il rischio, per il cinema d’autore, è quello di diventare marginale. Ma è un rischio che può trasformarsi in opportunità. Liberato da alcune aspettative commerciali, può permettersi di osare di più, di sperimentare, di rivolgersi a nicchie consapevoli.

    I festival, in questo senso, svolgono un ruolo cruciale. Non solo selezionano e premiano, ma costruiscono contesti, creano comunità temporanee, mettono in relazione opere e spettatori. Sono, forse più che mai, luoghi di mediazione culturale.

    Tra resistenza e trasformazione

    Il confronto tra produzioni indipendenti e colossi dello streaming non si risolverà in una vittoria netta dell’una o dell’altra parte. Piuttosto, assisteremo a una progressiva ibridazione. Il cinema cambia forma, si adatta, si reinventa.

    La vera posta in gioco non è la sopravvivenza del cinema, ma la sua capacità di restare uno spazio di libertà. Un luogo in cui il racconto non sia completamente determinato da logiche di mercato o da algoritmi, ma continui a interrogare il reale, a proporre visioni, a mettere in discussione.

    In vista della stagione dei festival, questa tensione appare più evidente che mai. Ed è forse proprio qui, in questo equilibrio instabile, che il cinema contemporaneo trova la sua energia più autentica.


    Redazione Experiences
  • Presentazione nuova edizione della “Guida Museo Civico Archeologico di Bologna” Panini Editore

    Presentazione nuova edizione della “Guida Museo Civico Archeologico di Bologna” Panini Editore

    Un museo antico che parla al presente: il Museo Civico Archeologico di Bologna presenta la sua nuova guida in edizione italiana e inglese, curata da Paola Giovetti e Marinella Marchesi ed edita da Franco Cosimo Panini, una pubblicazione che rispecchia e si fa portavoce dei cambiamenti che hanno caratterizzato la realtà museale negli ultimi anni.

    La presentazione del volume, in programma sabato 21 marzo 2026 alle ore 17.00, apre Visto, si stampi!, ciclo di quattro appuntamenti che presenta le ultime pubblicazioni del museo.

    Guida Museo Civico Archeologico di Bologna (Franco Cosimo Panini Editore) | Presentazione nuova edizione sabato 21 marzo 2026 ore 17.00 | Museo Civico Archeologico, Bologna

    Museo Civico Archeologico
    Via dell’Archiginnasio 2, Bologna
    www.museibologna.it/archeologico

    Il Museo Civico Archeologico del Settore Musei Civici del Comune di Bologna inaugura Visto, si stampi!, un ciclo di quattro incontri a ingresso libero che presenta al pubblico le ultime pubblicazioni del museo, con Dalle pagine alle sale, l’appuntamento dedicato alla nuova Guida Museo Civico Archeologico di Bologna, curata da Paola Giovetti e Marinella Marchesi ed edita da Franco Cosimo Panini Editore, in programma sabato 21 marzo 2026, alle ore 17.00, presso la sala conferenze del museo (via dell’Archiginnasio 2).
    A introdurre l’incontro sarà Daniele Del Pozzo, assessore alla Cultura del Comune di Bologna, a presentare il volume Tiziano Trocchi, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara.
    A seguire, le curatrici delle diverse sezioni del museo saranno a disposizione del pubblico per una passeggiata nelle sale.

    Sono passati diciassette anni dalla pubblicazione della precedente Guida al Museo Civico Archeologico (Editrice Compositori, 2009) e i tempi erano ormai maturi per la realizzazione di un nuovo volume che raccontasse i cambiamenti intercorsi in questo lasso temporale: alcuni allestimenti sono stati rinnovati, oggetti un tempo conservati nei depositi sono ora in esposizione, nuove conoscenze hanno dato linfa vitale agli studi, permettendo di narrare al pubblico con differenti chiavi di lettura il patrimonio custodito nel museo.
    Tra i diversi mutamenti da annoverare, vi è quello che riguarda i pubblici che ogni giorno frequentano il museo: bambine e bambini, ragazze e ragazzi delle scuole del territorio, e non solo, continuano incessantemente a popolare gli spazi museali portando nuove visioni e nuovi linguaggi, mentre il turismo, attore sempre più centrale nella vita culturale cittadina, sta producendo un incremento di pubblico in tutti i Musei Civici bolognesi e in particolare al Museo Civico Archeologico che, tra questi, risulta il più visitato, con 173.100 presenze rilevate nel 2025.

    La nuova guida si fa, dunque, portavoce dei mutamenti intercorsi negli ultimi anni, incluso quello di aver adottato un approccio divulgativo che coniuga il linguaggio tecnico con quello maggiormente accessibile a un pubblico non strettamente specialistico, proponendo un’edizione italiana e una inglese con testi agili da consultare, schede che accompagnano il lettore in una narrazione arricchita da immagini e un nuovo formato che possa agevolare la consultazione anche durante la visita in loco.

    Visto, si stampi!, il ciclo di quattro appuntamenti dedicato alle presentazioni delle ultime novità editoriali relative al Museo Civico Archeologico, caratterizzate da linguaggi e approcci differenti verso pubblici in continua evoluzione, rientra nel programma della XXII edizione della Festa internazionale della Storia, manifestazione organizzata dal Centro Internazionale di Didattica della Storia e del Patrimonio (DiPaSt) del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin”, dal Laboratorio Multidisciplinare di Ricerca Storica (LMRS), in collaborazione con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, associazioni, scuole e istituzioni.

    La rassegna prosegue con i seguenti appuntamenti:

    Il medagliere si rivela. Museo Civico Archeologico di Bologna
    Sabato 28 marzo 2026 ore 17.00
    Paola Giovetti e Laura Marchesini, rispettivamente responsabile e referente della Collezione numismatica del Museo, presentano il volume Il medagliere si rivela (2025), che racconta le esposizioni di beni numismatici, realizzate tra il 2023 e il 2025, attraverso percorsi tematici, ideate per consentire al pubblico di scoprire e conoscere lo straordinario patrimonio numismatico del museo.
    Sarà inoltre presentata la nuova mostra dedicata alle monete e alle medaglie legate ai temi della Pasqua, Pasqua in nummis, con le curatrici e autrici del libro Paola Giovetti e Laura Marchesini. L’esposizione sarà allestita dal 25 marzo al 6 luglio 2026.

    Pietre che parlano. Voci e storie da Bononia

    Sabato 11 aprile 2026 ore 17.00
    Francesca Cenerini (professoressa di Storia romana ed Epigrafia romana – Università di Bologna) e Paola Giovetti (direttrice Museo Civico Archeologico di Bologna) presentano il volume Pietre che parlano. Voci e storie da Bononia (2026) di Valentina UgliettiLucia Romoli e A.A.M.A., pubblicato da Edizioni Espera.
    Il libro è una guida originale e coinvolgente al Lapidario del Museo Civico Archeologico di Bologna che unisce racconti, divulgazione scientifica e immaginazione per far scoprire l’antica Bologna romana. Pensato soprattutto per adolescenti ma adatto anche agli adulti, può essere letto sia all’interno del museo sia autonomamente.
    All’incontro seguirà una presentazione “animata” della pubblicazione con le archeologhe del museo Federica Guidi e Marinella Marchesi, insieme alle autrici.
    L’appuntamento rientra nel programma della nona edizione di BOOM! Crescere nei libri, il festival dei libri e dell’illustrazione per l’infanzia che anima Bologna e la Città metropolitana prima, durante e dopo la Bologna Children’s Book Fair, promosso da Comune di Bologna e BolognaFiere, e curato dal Settore Biblioteche e Welfare culturale e da Hamelin nell’ambito del Patto per la lettura di Bologna.

    La Fonderia di Bologna. Il Ripostiglio di San Francesco nell’opera di Antonio Zannoni
    Sabato 18 aprile 2026 ore 17.00
    Laura Bentini (archeologa e curatrice del volume) e Giulio Paolucci (conservatore Museo d’Arte di Fondazione Luigi Rovati, Milano) presentano La Fonderia di Bologna. Il Ripostiglio di San Francesco nell’opera di Antonio Zannoni (2026), riedizione dello studio del 1907 dedicato dallo scopritore Antonio Zannoni al più straordinario rinvenimento dell’abitato etrusco di Bologna. Il volume è pubblicato da Johan & Levi, all’interno della collana Cahiers.
    Una nuova veste per un antico libro, riletto con gli occhi di oltre un secolo di ricerche, nata da una collaborazione fra il Museo Civico Archeologico di Bologna e la Fondazione Luigi Rovati che ha avuto come primo frutto la realizzazione di un supporto multimediale alla visita della sala dedicata all’esposizione del Ripostiglio.
    Al termine dell’incontro seguirà una visita guidata con Laura Bentini, che ha curato il riallestimento della sala del Ripostiglio.

    Presso il Bookshop del Museo Civico Archeologico, gestito da Fondazione Bologna Welcome e accessibile negli orari di apertura del museo, sarà possibile acquistare i volumi presentati nel ciclo Visto, si stampi! a partire dal giorno delle rispettive presentazioni, ad eccezione de Il Medagliere si rivela già disponibile per la vendita.


    Informazioni
    Museo Civico Archeologico
    Via dell’Archiginnasio 2 | 40124 Bologna
    Tel. +39 051 2757211
    www.museibologna.it/archeologico 
    mca@comune.bologna.it 
    Facebook: Museo Civico Archeologico di Bologna 
    Instagram: @museoarcheologicobologna
    YouTube: Museo Civico Archeologico di Bologna

    Settore Musei Civici Bologna
    www.museibologna.it
    Facebook: Musei Civici Bologna 
    Instagram: @bolognamusei
    YouTube: @museicivicibologna 

    Ufficio Stampa Settore Musei Civici Bologna
    ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it
    Silvia Tonelli – Tel. +39 051 2193469 – silvia.tonelli@comune.bologna.it
    Elisabetta Severino – Tel. +39 051 6496658 – elisabetta.severino@comune.bologna.it
    Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it> 
  • Nuove modalità di fruizione del pubblico ed emergere di cinematografie europee e transnazionali

    Nuove modalità di fruizione del pubblico ed emergere di cinematografie europee e transnazionali

    Festival, piattaforme e nuove geografie produttive stanno ridefinendo il cinema europeo. Tra crisi delle sale e vitalità autoriale, il sistema cerca un equilibrio ancora instabile.

    Cinema europeo,
    la linea sottile tra industria e visione

    di Andrea Montesi

    Il cinema europeo vive oggi una fase di trasformazione che non ha precedenti recenti per intensità e velocità. La tradizionale dialettica tra industria e ricerca artistica, che per decenni ha alimentato un equilibrio fragile ma fertile, si è incrinata sotto la pressione congiunta delle piattaforme digitali, della mutazione dei pubblici e della crescente instabilità economica del settore. Non si tratta di una crisi nel senso classico del termine, ma di un riassestamento strutturale, ancora in corso, che investe produzione, distribuzione e linguaggi.

    Festival come barometri culturali

    I grandi festival europei continuano a rappresentare snodi decisivi per la visibilità e la legittimazione delle opere. Eventi come la Berlinale, il Festival di Cannes o la Mostra di Venezia funzionano da osservatori privilegiati delle tensioni in atto. Qui emergono, spesso in anticipo rispetto al mercato, le linee di sviluppo del cinema contemporaneo.

    Negli ultimi anni si è assistito a una progressiva apertura verso cinematografie considerate periferiche: Africa, Medio Oriente, Sud-est asiatico. Non si tratta soltanto di una scelta estetica o politica, ma di una necessità sistemica. L’Europa, per rinnovare il proprio immaginario, sembra aver bisogno di dialogare con altre latitudini, incorporando nuovi sguardi e nuove narrazioni.

    La crisi delle sale e il dominio delle piattaforme

    Il nodo più evidente resta tuttavia quello della distribuzione. Le sale cinematografiche, già messe in difficoltà dalla pandemia, faticano a recuperare pubblico stabile. Parallelamente, le piattaforme di streaming hanno consolidato una posizione dominante, modificando radicalmente le abitudini di fruizione.

    Questo spostamento non è neutrale. Se da un lato amplia l’accesso e diversifica l’offerta, dall’altro tende a uniformare i formati, privilegiando prodotti seriali o film costruiti secondo logiche algoritmiche. Il rischio è una progressiva omologazione dei linguaggi, con una riduzione dello spazio per opere più sperimentali o radicali.

    Produzione indipendente: resistenza e adattamento

    In questo contesto, la produzione indipendente si trova a operare in una condizione di tensione costante. Da un lato deve confrontarsi con risorse limitate e circuiti distributivi fragili; dall’altro, proprio per queste ragioni, continua a rappresentare il luogo privilegiato della ricerca artistica.

    Molti autori europei scelgono oggi modelli produttivi ibridi, che combinano finanziamenti pubblici, coproduzioni internazionali e accordi con piattaforme. Questo approccio consente una maggiore sostenibilità economica, ma impone compromessi. La libertà espressiva, pur non venendo meno, deve negoziare con esigenze di visibilità e mercato.

    Nuove geografie del cinema europeo

    Un altro elemento significativo è la ridefinizione delle geografie produttive. Paesi un tempo marginali stanno emergendo come poli dinamici, grazie a politiche culturali mirate e a una crescente apertura internazionale. Il concetto stesso di “cinema europeo” diventa più fluido, meno centrato sui tradizionali assi franco-italo-tedeschi.

    Questa pluralità rappresenta una risorsa, ma richiede anche nuove forme di coordinamento. Le coproduzioni, sempre più frequenti, implicano una complessità gestionale e creativa che ridefinisce il ruolo dell’autore, spesso chiamato a mediare tra culture e sistemi diversi.

    Il pubblico: spettatore o utente?

    Al centro di questa trasformazione si colloca il pubblico. La figura dello spettatore, legata a un’esperienza collettiva e rituale, lascia progressivamente spazio a quella dell’utente, che consuma contenuti in modo individuale, frammentato, spesso intermittente.

    Questo cambiamento incide profondamente sulla forma dei film. La durata, il ritmo, la costruzione narrativa si adattano a modalità di visione sempre più flessibili. Il cinema, storicamente legato a un tempo e a uno spazio definiti, si confronta ora con una temporalità dispersa.

    Ricerca artistica: una necessità, non un lusso

    Nonostante queste trasformazioni, la ricerca artistica continua a rappresentare un elemento imprescindibile. Il cinema europeo ha costruito la propria identità proprio nella capacità di interrogare il reale, di sperimentare linguaggi, di proporre visioni alternative.

    In questo senso, la tensione tra industria e arte non deve essere letta come un conflitto, ma come una condizione strutturale. È in questo spazio di attrito che si producono le opere più significative, quelle capaci di resistere al tempo.

    Verso un nuovo equilibrio

    Il cinema europeo non è alla fine di un ciclo, ma all’inizio di una nuova fase. L’equilibrio tra industria e ricerca artistica non può più essere dato per acquisito, ma deve essere costantemente ridefinito.

    Le sfide sono molte: sostenere le sale senza ignorare il digitale, valorizzare la diversità senza disperdere le risorse, garantire libertà espressiva in un contesto economico complesso. Tuttavia, proprio in questa instabilità risiede una possibilità.

    Il cinema, più di ogni altra arte, ha dimostrato nel corso della sua storia una straordinaria capacità di adattamento. Oggi è chiamato a farlo ancora una volta, ridefinendo i propri confini senza rinunciare alla propria vocazione: raccontare il mondo, anche quando il mondo cambia più velocemente delle immagini che lo rappresentano.


    Redazione Experiences
  • L’autore invisibile: una trasformazione silenziosa ma radicale

    L’autore invisibile: una trasformazione silenziosa ma radicale

    Tra algoritmi, archivi e nuove forme di produzione culturale, l’intelligenza artificiale impone una domanda cruciale: chi è davvero l’autore oggi? E quale valore resta all’originalità in un sistema che apprende da tutto ciò che è già stato creato?

    Intelligenza artificiale
    e crisi dell’originalità contemporanea

    di Lorenzo Bianchi

    Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale ha abbandonato i toni dell’entusiasmo iniziale per assumere una fisionomia più complessa, talvolta inquieta. Non si tratta più soltanto di comprendere cosa queste tecnologie siano in grado di fare, ma di interrogarsi su ciò che modificano in profondità: il concetto stesso di creazione. L’adozione progressiva di sistemi generativi in ambiti come l’editoria, il design, la traduzione e la produzione audiovisiva sta producendo una trasformazione silenziosa, ma radicale. Il punto non è più tecnico, bensì culturale

    Il nodo giuridico: regolare l’immateriale
    In Europa, il recente impianto normativo rappresentato dall’AI Act ha portato al centro della discussione un problema fino a pochi anni fa marginale: la tracciabilità delle fonti. Le intelligenze artificiali apprendono attraverso enormi quantità di dati, spesso costituiti da opere protette da diritto d’autore. La questione non è solo economica, ma simbolica. Se un sistema genera immagini, testi o musica rielaborando materiali preesistenti, dove si colloca il confine tra citazione, ispirazione e appropriazione?

    Le istituzioni culturali si trovano oggi a operare in un territorio incerto. Da un lato, l’AI promette strumenti straordinari per la catalogazione e la valorizzazione degli archivi; dall’altro, rischia di dissolvere la distinzione tra originale e derivato, introducendo una zona grigia che il diritto fatica a delimitare.

    Autorialità diffusa: una firma senza volto
    Tradizionalmente, l’autore è colui che imprime un segno riconoscibile nella materia dell’opera. La modernità ha costruito attorno a questa figura un sistema di valori – individualità, stile, responsabilità – che ha attraversato secoli di storia culturale. Oggi questo modello entra in crisi.

    I sistemi generativi operano su base statistica: non “creano” nel senso umano del termine, ma combinano pattern, stili e strutture apprese. Tuttavia, il risultato può apparire originale. È qui che si produce una frattura: l’opera sembra nuova, ma è il prodotto di una memoria collettiva automatizzata.

    L’autorialità diventa così diffusa, quasi evaporata. Chi firma un testo generato da un algoritmo? Il programmatore? L’utente che ha fornito il prompt? O l’insieme anonimo di autori le cui opere hanno contribuito all’addestramento del sistema? Nessuna risposta appare definitiva.

    Il valore dell’originalità: mito o residuo?
    La nozione di originalità, cardine dell’estetica occidentale, si fonda sull’idea di unicità e irripetibilità. Ma in un ecosistema in cui ogni produzione è, in qualche misura, derivata da un archivio potenzialmente infinito, questa categoria sembra perdere consistenza.

    Non è la prima volta che accade. Già nel Novecento le avanguardie avevano messo in discussione l’idea di opera originale, lavorando sul collage, sul ready-made, sulla citazione. Tuttavia, la differenza è sostanziale: in quei casi, la scelta di riutilizzare materiali preesistenti era consapevole, dichiarata, spesso polemica. Oggi, invece, la rielaborazione avviene su scala industriale e in modo opaco.

    Il rischio non è tanto la fine dell’originalità, quanto la sua banalizzazione. Se tutto può essere generato, replicato, adattato in pochi secondi, il valore dell’opera non risiede più nella sua rarità, ma nella sua capacità di orientare un senso.

    Creatività e lavoro: una nuova economia culturale
    Le conseguenze non sono solo teoriche. Illustratori, traduttori, copywriter, sceneggiatori stanno sperimentando una pressione crescente. L’AI non sostituisce semplicemente il lavoro umano: lo ridefinisce, spostando il baricentro dalla produzione alla supervisione, dalla creazione alla selezione.

    Si afferma così una figura ibrida: il curatore di contenuti generati, colui che guida, corregge, filtra. Ma questa trasformazione ha un costo. Se la creazione diventa un processo mediato da strumenti automatizzati, quale spazio resta per la ricerca individuale, per l’errore, per l’invenzione non programmata?

    Il ruolo delle istituzioni culturali
    Musei, biblioteche e archivi si trovano in una posizione cruciale. Da un lato, possono utilizzare l’intelligenza artificiale per ampliare l’accesso al patrimonio, rendendo visibili connessioni prima invisibili. Dall’altro, devono preservare il valore delle opere come testimonianze storiche, non riducibili a semplici dataset.

    La sfida è duplice: integrare la tecnologia senza rinunciare a una visione critica. In questo senso, il museo del futuro non sarà soltanto un luogo di esposizione, ma uno spazio di interpretazione, capace di interrogare i processi stessi di produzione culturale.

    Una nuova grammatica della creazione
    Forse la domanda “chi è l’autore?” va riformulata. Non più in termini di identità individuale, ma di processo. L’autore diventa una funzione, un nodo all’interno di una rete che comprende macchine, archivi, utenti, istituzioni.

    In questo scenario, l’originalità non scompare, ma cambia forma. Non coincide più con la creazione ex nihilo – concetto già problematico – bensì con la capacità di orientare il flusso delle possibilità. Essere originali significa, sempre più, scegliere.

    Non resta che abitare l’ambiguità?
    L’intelligenza artificiale non segna la fine dell’autore, ma la sua trasformazione. Ci costringe a riconoscere che ogni opera è, in fondo, il risultato di relazioni: tra passato e presente, tra individuo e collettività, tra umano e macchina.

    Resta però una responsabilità. In un mondo in cui tutto può essere generato, l’atto creativo più radicale potrebbe non essere produrre, ma decidere cosa vale la pena conservare. In questa scelta – ancora profondamente umana – si gioca il futuro della cultura.


    Redazione Experiences
  • Al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri la V edizione di LIQUIDA PHOTOFESTIVAL 2026

    Al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri la V edizione di LIQUIDA PHOTOFESTIVAL 2026

    La V edizione di Liquida Photofestival è pronta a partire: dal 17 al 19 aprile 2026 il festival dedicato alla fotografia contemporanea approda al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri (TO), inaugurando una nuova fase del proprio percorso. Prodotto da PRS Srl Impresa Sociale e con la direzione artistica di Laura Tota, Liquida continua la sua esplorazione delle molteplici forme espressive dell’immagine contemporanea.

    LIQUIDA PHOTOFESTIVAL
    V EDIZIONE | 17 – 19 aprile 2026 
    Real Collegio Carlo Alberto – Moncalieri (TO)

    Annunciate le date, la nuova location, il concept e i primi appuntamenti nel programma della nuova edizione del Festival di fotografia contemporanea.

    Nella sua V edizione, Liquida Photofestival conferma la propria vocazione alla scoperta e valorizzazione dei nuovi talenti della fotografia contemporanea, in ambito nazionale e internazionale, aprendo, come consuetudine, un confronto attivo tra artisti, curatori, editor e professionisti del settore. La fotografia è oggi malleabile, fluida, appunto “liquida”, resa così non solo dalla tecnologia, ma dal nuovo approccio dettato dalla società: individui che diventano prosumer (produttori e consumatori), immersi in un nuovo tipo di relazione tra sé e gli altri. Liquida si presenta come festival in cui l’immagine scorre, assecondando il sentiero di un fiume a volte impetuoso, a volte docile, ma mai uguale a se stesso.

    LA LOCATION 

    Dopo aver ospitato l’edizione 2025 di Paratissima, il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri accoglierà anche la quinta edizione di Liquida Photofestival. Nel cuore del centro storico del comune alle porte di Torino, il complesso neoclassico – tra giardini, cortili interni, logge e sale luminose – diventa il nuovo scenario del festival, ospitando i progetti di autori emergenti nazionali e internazionali, insieme a talk e incontri con professionisti del settore editoriale. 

    IL TEMA: LEARNING AND UNLEARNING – (RI)SCRIVERE LE REGOLE

    È proprio a partire dalla destinazione storica del luogo,  da sempre orientato alla funzione formativa e di trasmissione di modelli condivisi di comportamento, che nasce il confronto tra storia e contemporaneità su cui si fonda il tema di questa V edizione: Learning and Unlearning – (ri)scrivere le regole”

    Negli spazi del Real Collegio l’educazione non riguardava soltanto le conoscenze, ma anche abitudini, gesti e aspettative: un insieme di regole implicite attraverso cui orientare il proprio posto nella società. Il tema scelto dal festival pone dunque una riflessione su come, nella società contemporanea, si stiano ridisegnando quei modelli considerati “normali” attraverso l’affermazione della propria identità. Se un tempo i percorsi personali erano tracciati da un cammino comune e convenzionale, oggi l’esperienza individuale riscrive le regole, trasformando i canoni e affermando una nuova “normalità” fatta di famiglie non convenzionali, percorsi lavorativi discontinui, appartenenze culturali plurali e comunità costruite per affinità.

    Liquida Photofestival mette in dialogo queste trasformazioni con il luogo che lo ospita. Mostre, libri e incontri non propongono modelli alternativi né soluzioni, ma occasioni di rilettura: nuovi modi di osservare ciò che diamo per acquisito. Imparare e disimparare – come suggeriva il futurologo Alvin Toffler – non significa rifiutare ciò che si è ricevuto, ma reinterpretarlo quando il contesto cambia. Riscrivere le regole non vuol dire cancellarle, ma trasformarle nel tempo, attraverso le pratiche quotidiane del vivere insieme.

    Per la sua quinta edizione, non manca il consueto appuntamento con EdiTable, la sezione dedicata all’editoria. La sezione accoglierà una serie di pubblicazioni  in linea con il tema dell’edizione, selezionate da Vittoria Fragapane – Book editor della casa editrice elvetica ArtPhilein -. Il pubblico potrà sfogliare e consultare le pubblicazioni e i magazines da collezione.

    LIQUIDA EXHIBITION –
    CANDIDATURE APERTE FINO ALL’8 MARZO

    Sono ancora aperte le candidature per Liquida Exhibition 2026, tutte le informazioni utili al link: www.paratissima.it/liquida-exhibition-2026.

    Liquida Exhibition è la sezione espositiva del festival interamente dedicata ai nuovi talenti della fotografia contemporanea. In linea con la vocazione di Liquida Photofestival di dar voce e spazio alle nuove generazioni di autori, la call nasce per offrire a ciascun fotografo selezionato uno spazio espositivo dedicato all’interno del programma ufficiale. La Direzione Artistica affiancherà ogni fotografo in modo concreto e strutturato, studiando un layout espositivo capace di valorizzare il proprio progetto attraverso l’allestimento e un lavoro dedicato di editing e progettazione. Non mancheranno la promozione online e offline con interviste dedicate e colloqui con gli esperti del settore mirati a una crescita professionale concreta.  

    Diversi i premi in palio per gli autori della sezione exhibition, tra cui esposizioni in fiere d’arte, mostre personali e progetti espositivi open-air.

    Nelle prossime settimane verranno svelati nuovi dettagli e l’intero programma della quinta edizione di Liquida Photofestival. Liquida si conferma un appuntamento imperdibile per gli appassionati e i professionisti della fotografia, un luogo di incontro e confronto in cui il linguaggio visivo si fa strumento di ricerca, narrazione e memoria.

    Con il contributo di:Città di Moncalieri
    Technical partner: Prt Visual by PRT Group SpA
    Powered by: Paratissima, PRS Srl Impresa Sociale

    CONTATTI:
    www.paratissima.it/liquida-2026
    www.instagram.com/liquidaphotofestival 

    UFFICIO STAMPA:
    Daccapo Comunicazione
    info@daccapocomunicazione.it
    www.daccapocomunicazione.it
    Da Daccapo Comunicazione <info@daccapocomunicazione.it>
  • L’attenzione si focalizzata su grandi figure intellettuali “di confine” tra letteratura e impegno civile

    L’attenzione si focalizzata su grandi figure intellettuali “di confine” tra letteratura e impegno civile

    Epistolari inediti e nuovi archivi stanno riportando alla luce il volto più intimo degli intellettuali italiani. Non semplici documenti privati, ma frammenti di storia culturale che permettono di rileggere il secolo scorso da prospettive inattese.

    Le lettere ritrovate
    E il Novecento torna a parlare

    di Giulio Rinaldi

    C’è una forma di letteratura che nasce lontano dalle librerie e dalle tipografie: è la scrittura privata. Lettere spedite in fretta, appunti, cartoline, fogli destinati a un solo destinatario. Eppure proprio queste pagine, spesso dimenticate per decenni negli archivi familiari o nelle biblioteche, stanno oggi tornando al centro dell’attenzione degli studiosi.

    Negli ultimi anni editori, fondazioni e istituzioni culturali hanno avviato un intenso lavoro di recupero degli epistolari del Novecento. Il fenomeno non riguarda soltanto la curiosità filologica. Pubblicare una corrispondenza significa infatti ricostruire il laboratorio umano e intellettuale di un’epoca. Le lettere rivelano dubbi, relazioni, conflitti, entusiasmi. In breve: mostrano gli scrittori mentre pensano.

    Il risultato è un mosaico di storie personali che contribuisce a ridisegnare il profilo di alcuni protagonisti della cultura italiana del secolo scorso.

    Intellettuali di confine

    Molti dei nomi che oggi tornano alla ribalta appartengono a quella categoria di figure “di confine” che caratterizza profondamente il Novecento italiano. Scrittori che non si limitarono alla letteratura, ma attraversarono la politica, il giornalismo, la filosofia civile.

    È il caso, per esempio, di Ignazio Silone, autore di romanzi diventati classici della narrativa europea, ma anche protagonista di una lunga riflessione sulla libertà e sulla democrazia nel dopoguerra. Le sue lettere rivelano un uomo costantemente in dialogo con il mondo politico e culturale internazionale, spesso combattuto tra l’impegno pubblico e la solitudine dello scrittore.

    Lo stesso vale per Aldo Capitini, pensatore della nonviolenza e figura chiave del pacifismo italiano. Le sue corrispondenze mostrano quanto il suo lavoro fosse intrecciato con movimenti civili e religiosi europei, anticipando temi che sarebbero diventati centrali solo decenni più tardi.

    Queste testimonianze restituiscono una dimensione meno monumentale e più concreta degli intellettuali del secolo scorso. Non icone isolate, ma nodi di una rete culturale che attraversava l’Europa.

    Il laboratorio della letteratura

    Gli epistolari permettono anche di osservare da vicino la nascita delle opere. Nel caso di scrittori come Cesare Pavese, le lettere sono spesso il luogo in cui affiorano per la prima volta idee, dubbi e progetti editoriali.

    La corrispondenza con amici e colleghi racconta il lavoro quotidiano della casa editrice Einaudi, le discussioni sui libri da pubblicare, le difficoltà di un ambiente culturale che cercava di ricostruirsi dopo il fascismo e la guerra. Pavese appare così non solo come autore, ma come animatore di un’intera stagione culturale.

    Un discorso analogo riguarda Italo Calvino, le cui lettere degli anni giovanili mostrano un intellettuale in formazione, ancora immerso nel clima del neorealismo e nel dibattito politico del dopoguerra. Attraverso queste pagine si comprende meglio il percorso che lo porterà, negli anni successivi, verso la sperimentazione narrativa e la riflessione sulla letteratura come sistema di conoscenza.

    Le amicizie e i conflitti

    Le lettere diventano quindi una sorta di retrobottega della creazione letteraria. Ma la corrispondenza rivela anche un altro aspetto: la trama di relazioni che definiva la vita culturale del Novecento. Scrittori, editori, filosofi, giornalisti dialogavano continuamente tra loro, spesso con toni accesi.

    Nei carteggi emergono amicizie profonde, ma anche dissensi ideologici. Nel secondo dopoguerra, per esempio, la questione del rapporto tra cultura e politica interessa quasi tutte le discussioni. Il ruolo degli intellettuali nella società democratica era tutt’altro che definito.

    In questo senso, gli epistolari diventano documenti preziosi per capire come si formavano le posizioni culturali. Le polemiche tra scrittori, oggi talvolta ridotte a note a piè di pagina nei manuali, riacquistano nelle lettere la loro dimensione viva e quotidiana.

    Piccole storie che cambiano la grande storia

    Il valore di queste pubblicazioni non è soltanto letterario. Ogni lettera è anche un frammento di storia sociale. Nelle pagine private compaiono eventi politici, mutamenti culturali, trasformazioni della società italiana.

    Si intravedono le difficoltà del dopoguerra, le speranze della ricostruzione, le tensioni della guerra fredda, le inquietudini degli anni Sessanta. Gli intellettuali osservano questi cambiamenti spesso in tempo reale, senza sapere quale direzione prenderanno.

    Per questo motivo gli epistolari consentono di cogliere il Novecento non come una narrazione già compiuta, ma come un processo ancora aperto. Le lettere restituiscono l’incertezza del presente, quella che la storiografia tende inevitabilmente a semplificare.

    Archivi, fondazioni, nuove ricerche

    La riscoperta degli epistolari è resa possibile anche da un intenso lavoro archivistico. Fondazioni letterarie, università e biblioteche stanno catalogando fondi documentari rimasti a lungo inesplorati.

    Molte di queste raccolte provengono da archivi familiari, conservati per decenni senza un progetto editoriale preciso. La digitalizzazione e le nuove tecniche di catalogazione hanno reso più semplice l’accesso a questi materiali, favorendo la collaborazione tra studiosi.

    Il risultato è una stagione di ricerche che sta ampliando in modo significativo le fonti disponibili per lo studio della cultura novecentesca.

    Un Novecento ancora da raccontare

    A distanza di oltre mezzo secolo, il Novecento continua dunque a parlare. Non soltanto attraverso i libri che conosciamo, ma anche attraverso quelle pagine private che non erano state scritte per il pubblico.

    Ogni epistolario pubblicato aggiunge una tessera a un grande affresco culturale. E spesso basta una frase, una confidenza, una riflessione annotata in fretta per cambiare il modo in cui interpretiamo un autore o un’intera stagione storica.

    In un’epoca dominata dalla comunicazione digitale, la lentezza della lettera scritta a mano acquista quasi un valore simbolico. Quelle pagine ci ricordano che la cultura nasce prima di tutto da una conversazione tra persone. Una conversazione che, grazie a queste riscoperte, non si è ancora conclusa.


    Redazione Experiences
  • La conservazione entra nell’era della sostenibilità

    La conservazione entra nell’era della sostenibilità

    Dal Louvre agli Uffizi, una nuova stagione di progetti sta trasformando la gestione dei musei. L’obiettivo è ridurre l’impatto ambientale dei sistemi di conservazione senza compromettere la tutela delle opere. Il concetto di Restauro Verde consiste nell’integrazione tra conservazione delle opere d’arte e sostenibilità ambientale. I principali interventi riguardano la revisione dei sistemi di climatizzazione, responsabili di gran parte dei consumi energetici museali.

    I musei diventano verdi
    e ripensano come conservare le opere

    di Marta Bellomi

    Per oltre mezzo secolo la conservazione delle opere d’arte nei musei è stata guidata da un principio quasi assoluto: mantenere temperature e livelli di umidità costanti attraverso sistemi di climatizzazione intensiva. Questo modello, sviluppato nel secondo dopoguerra insieme alla modernizzazione dei musei, ha garantito condizioni stabili per dipinti, sculture e manufatti storici.

    Oggi però quel paradigma viene messo in discussione. Non perché la tutela delle opere sia diventata meno importante, ma perché i costi energetici e l’impatto ambientale di questi sistemi sono diventati difficili da ignorare. Il risultato è una nuova frontiera della museologia: il cosiddetto “Restauro Verde”, un insieme di strategie che mira a conciliare conservazione e sostenibilità.

    Sempre più musei europei stanno adottando piani per ridurre la propria impronta di carbonio, intervenendo in particolare sui sistemi di climatizzazione delle sale espositive e dei depositi.

    Dal Louvre agli Uffizi: un cambiamento europeo

    Il dibattito è ormai internazionale. Il Museo del Louvre, uno dei complessi museali più grandi del mondo, ha avviato negli ultimi anni una revisione dei propri sistemi energetici con l’obiettivo di ridurre significativamente i consumi legati al controllo climatico delle gallerie.

    Analogamente, le Gallerie degli Uffizi stanno studiando nuove strategie di gestione ambientale che consentano una maggiore flessibilità nei parametri di temperatura e umidità. L’idea di fondo è semplice: le opere d’arte, in molti casi, possono tollerare variazioni più ampie rispetto agli standard rigidissimi adottati nel Novecento.

    Questo cambiamento nasce anche da nuove ricerche scientifiche sulla conservazione preventiva. Gli studi dimostrano che oscillazioni moderate, se controllate, non compromettono necessariamente la stabilità dei materiali.

    Il peso energetico dei musei

    Per comprendere la portata del problema basta considerare i numeri. La climatizzazione rappresenta spesso la principale voce di consumo energetico nei musei. Sale espositive, depositi, laboratori di restauro e archivi richiedono condizioni ambientali monitorate ventiquattr’ore su ventiquattro.

    Molti edifici museali, inoltre, occupano palazzi storici che non erano stati progettati per ospitare sistemi tecnologici complessi. L’adattamento degli impianti richiede quindi un equilibrio delicato tra tutela architettonica e innovazione.

    In questo contesto la sostenibilità non riguarda soltanto il risparmio energetico. Significa anche ripensare il rapporto tra edificio, opere e ambiente.

    Una nuova filosofia della conservazione

    Il concetto di “Restauro Verde” non implica un abbassamento degli standard di tutela. Al contrario, introduce una visione più sofisticata della conservazione preventiva.

    In passato si tendeva a fissare parametri ambientali rigidi: per esempio 20 gradi di temperatura e il 50% di umidità relativa. Oggi molti conservatori preferiscono parlare di range dinamici, cioè intervalli di sicurezza che tengono conto della natura dei materiali e delle condizioni climatiche locali.

    Un dipinto su tela, una scultura lignea o un oggetto archeologico reagiscono infatti in modo diverso alle variazioni ambientali. La conservazione diventa quindi un processo più flessibile e scientificamente calibrato.

    Tecnologia e ricerca

    La transizione verso musei più sostenibili è resa possibile anche da nuove tecnologie. Sensori ambientali, sistemi di monitoraggio digitale e algoritmi di controllo permettono oggi di regolare con precisione i microclimi delle sale.

    In molti casi si interviene anche sull’architettura degli edifici: miglioramento dell’isolamento, utilizzo di materiali naturali, sistemi di ventilazione passiva. Alcuni musei stanno sperimentando soluzioni ispirate alla bioarchitettura, capaci di ridurre il fabbisogno energetico senza alterare l’esperienza del pubblico.

    L’obiettivo è trasformare il museo in un organismo più efficiente, dove tecnologia e progetto architettonico lavorano insieme.

    Etica della tutela e responsabilità ambientale

    Il tema del Restauro Verde tocca anche una questione etica. I musei custodiscono il patrimonio culturale dell’umanità, ma allo stesso tempo sono istituzioni pubbliche inserite in un contesto globale segnato dall’emergenza climatica.

    Ridurre l’impatto ambientale delle istituzioni culturali significa assumere una responsabilità verso il futuro. La tutela delle opere non può essere separata dalla tutela dell’ambiente in cui viviamo. Per questo molti direttori di musei parlano ormai di una nuova missione culturale: conservare il passato senza compromettere il domani.

    Una trasformazione silenziosa

    Il pubblico probabilmente non noterà cambiamenti evidenti. Le sale continueranno a ospitare capolavori della pittura e della scultura, e l’esperienza estetica resterà immutata. Eppure dietro le quinte si sta svolgendo una trasformazione profonda. Tecnici, restauratori, ingegneri e architetti stanno ridefinendo il modo in cui i musei funzionano.

    Il Restauro Verde non è una moda passeggera, ma un passaggio necessario per adattare le istituzioni culturali alle sfide del XXI secolo. Se il Novecento ha costruito il museo come macchina perfetta per la conservazione, il nuovo secolo sta cercando di renderlo anche un modello di sostenibilità.


    Redazione Experiences