Dal 5 marzo al 19 luglio 2026, il Museo del Genio di Roma ospita una straordinaria mostra dedicata a Robert Doisneau, uno dei più grandi maestri della fotografia mondiale. Robert Doisneau (1912–1994) ha raccontato come nessun altro la vita quotidiana di Parigi – operai, bambini, innamorati, bistrot e strade di periferia – con poesia e ironia, trasformando scene semplici in immagini eterne.
La sua fotografia più celebre, Le Baiser de l’Hôtel de Ville (1950), è diventata un’icona universale dell’amore e della città di Parigi. La mostra, con oltre 140 scatti iconici, percorre tutta la sua carriera e trasporta i visitatori in un meraviglioso universo fatto di piccoli istanti di felicità, momenti semplici della vita che hanno dentro di sé l’eternità. Arthemisia, in collaborazione l’Esercito Italiano e Difesa Servizi, con questa seconda mostra prosegue nel rilancio di uno degli edifici più straordinari della Città di Roma, il Museo del Genio.
Allestimento
APRE AL PUBBLICO LA MOSTRA “ROBERT DOISNEAU”
5 marzo – 19 luglio 2026 Museo del Genio, Roma
Dal 5 marzo al 19 luglio 2026 il Museo del Genio di Roma ospita la grande mostra “ROBERT DOISNEAU”, dedicata a uno dei fotografi più amati del Novecento. Un viaggio emozionante attraverso immagini che hanno saputo raccontare la vita con ironia, tenerezza e profonda umanità. La mostra, con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia, della Regione Lazio e del Comune di Roma, è curata dall’Atelier Robert Doisneau e Gabriele Accornero, ed è prodotta e organizzata da Arthemisia. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Arthemisia e Ministero della Difesa, Esercito Italiano e Difesa Servizi, società in house del Ministero della Difesa che ha avviato un importante percorso di valorizzazione dei Musei Militari aprendoli al grande pubblico attraverso iniziative culturali, per promuovere e rendere accessibile a tutti l’immenso patrimonio storico – artistico della Difesa.
Il progetto, in collaborazione con Bridgeconsultingpro, è realizzato in partnership con Fondazione Terzo Pilastro Internazionale e Poema e vede come sponsorGenerali Italia con il programma Generali Valore Cultura.
Nato a Gentilly nel 1912, Robert Doisneau è stato uno dei principali esponenti della cosiddetta fotografia umanista francese. Con il suo inconfondibile bianco e nero ha immortalato scene quotidiane, gesti spontanei e momenti fugaci, trasformandoli in immagini senza tempo.Protagonista della mostra è la celeberrima foto “Le baiser de l’Hôtel de Ville” (1950), divenuta simbolo universale di amore e libertà, ma anche scatti iconici come “Un chien à roulettes” (1977), “La concierge aux lunettes” (1945) e “L’information scolaire” (1956) concorrono a raccontare la storia di un fotografo straordinario, amatissimo dal pubblico per la sua capacità di rendere eterni i piccoli momenti della vita quotidiana.
La mostra, con oltre 140 scatti, ripercorre l’intera carriera di Doisneau, dagli esordi degli anni Trenta fino alle opere più mature. Fotografie di strada, ritratti, giochi di bambini, piccoli istanti della vita di tutti i giorni e straordinari scorci parigini compongono un racconto visivo meraviglioso e coinvolgente.
Attraverso immagini poetiche e spesso ironiche, Doisneau ci invita a osservare il mondo con occhi curiosi e sensibili, trovando bellezza anche nei gesti più semplici. La mostra al Museo del Genio è un’occasione per riscoprire un maestro della fotografia: con il suo sguardo “laterale”, mai invadente, osserva Parigi e i suoi abitanti con discrezione, cogliendo attimi quotidiani senza forzarli. Non cerca l’effetto, ma la verità di un momento. Nelle sue immagini prende forma il mondo come avrebbe voluto che fosse: più umano, più gentile, più attento agli altri. Dietro questa apparente leggerezza si cela una tensione più profonda. Doisneau raccontava di fotografare come in una “battaglia contro l’idea che siamo destinati a scomparire”. Ogni scatto diventa così un modo per fermare il tempo, per custodire ciò che è fragile e passa in fretta. La fotografia, per lui, è un gesto semplice ma potente: trattenere la vita, anche solo per un istante.
Accanto alla vita quotidiana e agli sconosciuti protagonisti della strada, Doisneau ha saputo ritrarre anche alcuni grandi nomi del Novecento, restituendoli con lo stesso sguardo partecipe e umano. Davanti al suo obiettivo sono passati artisti, intellettuali e icone: da Pablo Picasso ad Alberto Giacometti, da Jean Cocteau a Fernand Léger e Georges Braque, fino a figure del cinema e della moda come Brigitte Bardot, Elsa Schiaparelli e Juliette Binoche. Anche nei confronti di personalità così celebri, Doisneau non cerca mai la celebrazione retorica: li ritrae nel gesto quotidiano, cogliendone la dimensione più autentica. Ed è proprio questa capacità di trovare verità e poesia nei gesti più semplici che trova la sua espressione più alta nell’immagine destinata a diventare il simbolo stesso di Parigi.
Un bacio diventato leggenda Il 9 marzo 1950, durante un reportage commissionato dalla rivista americana Life sugli innamorati parigini, Robert Doisneau si trovava nei pressi dell’Hôtel de Ville. L’obiettivo era raccontare l’amore nella Parigi del dopoguerra: una città che tornava a vivere, a sorridere, a respirare leggerezza. Tra il via vai dei passanti e i tavolini dei caffè, Doisneau mise in scena un gesto semplice e universale: il bacio di due giovani innamorati: due studenti di teatro, Françoise Bornet e Jacques Carteaud. Non si trattò di uno scatto rubato, ma di una scena ricreata con naturalezza per restituire l’essenza di un momento autentico. La composizione è ordinata e armoniosa: i due protagonisti emergono in primo piano mentre la città, leggermente sfocata, continua a scorrere attorno a loro. Intimità e spazio pubblico si fondono in un equilibrio perfetto. Pubblicata nel 1950 in piccolo formato all’interno del servizio di Life, la fotografia non divenne immediatamente un’icona. La sua consacrazione arrivò soprattutto dagli anni Settanta, quando la demolizione delle Halles segnò simbolicamente la fine di un’epoca e le immagini della Parigi del dopoguerra acquistarono un valore nuovo, quasi nostalgico. Le Baiser de l’Hôtel de Ville iniziò allora a essere riprodotto in poster, cartoline e libri, trasformandosi in una delle fotografie più riconoscibili del Novecento e nel simbolo stesso della “Parigi dell’amore”. Negli anni Novanta l’immagine fu al centro di una complessa vicenda giudiziaria legata ai diritti dei soggetti ritratti, un caso che contribuì a definire in modo più chiaro il rapporto tra fotografia, notorietà pubblica e diritto all’immagine. Anche questa pagina della sua storia ha finito per rafforzarne il mito, consolidando definitivamente il Bacio come icona globale della fotografia.
Allestimento
Arthemisia propone questo affascinante viaggio tra gli scatti di Robert Doisneau in un anno speciale per la storia della fotografia: era infatti il 1826 quando Joseph Nicéphore Niépce realizza la prima fotografia della storia, nota come “Vista dalla finestra a Le Gras”. Oggi si ricordano quindi i 200 anni dalla nascita della fotografia come mezzo espressivo e documentario. In questo contesto, l’esposizione offre l’opportunità di riscoprire la visione di un maestro che ha saputo trasformare il quotidiano in poesia visiva, dimostrando quanto la fotografia possa catturare emozioni universali e raccontare storie senza tempo. Attraverso i suoi scatti, il pubblico potrà apprezzare il ruolo centrale della fotografia nel raccontare la società e nello stimolare curiosità e riflessione artistica.
La mostra si inserisce inoltre nelle celebrazioni del 70° anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, sancito il 30 gennaio 1956 come simbolo di amicizia, cooperazione e valori comuni all’interno del contesto europeo. Un legame che, rinnovato e consolidato nel tempo, testimonia come le due città abbiano condiviso progetti culturali, scambi artistici e iniziative pubbliche, promuovendo il dialogo e la collaborazione tra le comunità. In questo scenario, l’esposizione di Doisneau diventa un’occasione privilegiata per rafforzare ancora una volta la connessione culturale tra le due capitali.
L’esposizione vede come mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale e Atac e radio partner Dimensione Suono Soft.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Giunta alla sua quarta edizione, la Biennale della Fotografia Femminile di Mantova (BFFMantova) inaugurerà il 6 marzo 2026, confermandosi come un appuntamento unico nel panorama mondiale. Per oltre un mese la città lombarda diventerà una vetrina internazionale che darà spazio a importanti artiste, talvolta poco conosciute nel nostro Paese.
L’evento èpromosso dall’Associazione La Papessa con il sostegno del Comune di Mantova e di FUJIFILM, il patrociniodella Regione Lombardia e della Provincia di Mantova. Il festival èdiretto, come nelle edizioni precedenti, da Alessia Locatelli. Il team della BFF quest’anno ha scelto come titolo “Liminal”, termine che racchiude significati molteplici, attuali e affascinanti.
4^ Edizione
BIENNALE DELLA FOTOGRAFIA FEMMINILE
MOSTRE | WORKSHOP | CONFERENZE 6-29 marzo 2026 Mantova, varie sedi
Inaugurazione Venerdì 6 marzo, ore 18:30 Casa del Mantegna – Via G. Acerbi, 47 alla presenza delle Autorità del Comune di Mantova
“Liminal” è la soglia, lo spazio indefinito che precede l’arrivo a una destinazione. Un limbo da attraversare per raggiungere un traguardo vicino, ma ancora non del tutto delineato. In questa fase di passaggio, le regole considerate valide fino a quel momento possono perdere forza. Chi vive questa dimensione ambigua si trova a fare i conti con incertezza e smarrimento, consapevole che, se il passato è ormai fissato, il presente si sta trasformando sotto i propri piedi e il futuro appare più che mai nebuloso, privo di un approdo prevedibile. L’unica certezza è che è in corso un profondo processo di cambiamento, capace di scuotere le fondamenta della normalità e dell’ordine stabilito: talvolta aprendo a visioni di un futuro luminoso, talvolta riportando alla luce oscurità sopite che si agitano nelle viscere del mondo. È un tempo in cui tutto viene rimesso in discussione e le trasformazioni si accelerano, nel bene come nel male.
La Biennale Internazionale della Fotografia Femminile ha da sempre un’attenzione particolare verso i grandi temi sociali e geopolitici. Tra questi rientrano l’istruzione, le disuguaglianze di classe, le conseguenze delle migrazioni — che comportano la perdita di terre, risorse economiche e libertà civili — fino ad arrivare alle dinamiche del neo-colonialismo.
Lee Grant, Ancestral Constellations, 2011-2026
L’edizione 2026 segue lo stesso formato delle precedenti, con mostre principali di fotografe italiane e internazionali: Nadia Bseiso (Giordania) Infertile Crescent, Mackenzie Calle (USA) The Gay Space Agency, Lisa Elmaleh (USA) Tierra Prometida, Julia Fullerton-Batten (Germania) Contortion, Lee Grant (Australia) Ancestral Constellations, Pia-Paulina Guilmoth (USA) Flowers Drink the River, Keerthana Kunnath (India) Not What You Saw, Barbara Peacock (USA) American Bedroom, Gaia Squarci (Italia) The Cooling Solution (ricerca del team ENERGYA, a cura di Kublaiklan e coordinamento di Elementsix), Abbie Trayler-Smith (Regno Unito) The Big O e Kiss it! e una mostra d’archivio dal titolo Shifting the Focus che rilegge la rivoluzionaria opera di una pioniera della fotografia americana Imogen Cunningham (Portland 1883 – San Francisco, 1976). Numerose sono le altre iniziative, tra le quali una Open Call per un Circuito Off, letture portfolio, workshop, conferenze, laboratori didattici per bambini.
I luoghi deputati per le esposizioni sono Casa di Rigoletto, Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Spazio Arrivabene2, Casa del Pittore.
La quarta edizione della Biennale di Fotografia Femminile conferma il progetto culturale solido e in continua crescita, sostenuto da partner storici e da un numero sempre più ampio di realtà che riconoscono il valore della cultura come motore di cambiamento sociale. L’edizione 2026 si fonda su una rete rinnovata e in espansione di partner e supporter, che contribuiscono attivamente alla realizzazione della manifestazione.
Imogen Cunningham, Three Harps, 1935 – 2026 Imogen Cunningham Trust
SPONSOR
Con il sostegno di: Comune di Mantova, FUJIFILM
Con il patrocinio di: Regione Lombardia, Provincia di Mantova
Con il contributo di: Fondazione BAM, Fondazione Comunità Mantovana Onlus, CRAL Uniti si vince, TELECOM, S. Martino, Agape, Agapecasa
Media partner: MediaNet, Il Sublimista, Il Fotografo
Partner: Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Casa del Pittore, Librerie COOP, Shelfie Café, Fotofestival Lenzburg, Premio Musa
Associazione culturale La Papessa | lapapessa.org
Promuove la cultura fotografica, a partire dalla città di Mantova dove è nata. Il progetto parte da un’idea di Anna Volpi (Presidente) e Chiara Maretti (Vicepresidente), entrambe fotografe. Il simbolo che rappresenta l’associazione è la figura de “La Papessa”: nei tarocchi una donna di potere spirituale e temporale, colei che trasmette conoscenza. Siamo un gruppo di artiste, fotografe, esperte di comunicazione visiva, ma anche di persone appassionate di arte e cultura in generale, unite dalla voglia di creare nuove realtà e opportunità nel mondo della fotografia.
Biennale della Fotografia Femminile LIMINAL 6-29 marzo 2026, Mantova (varie sedi) www.bffmantova.com
BIGLIETTERIA presso Casa del Mantegna – Via G. Acerbi, 47 Online: https://www.boxol.it/next/it/BoxofficeLive/events/600313/eventi-biennale-della-fotografia-femminile-2026 Intero: 16€ Ridotto (under 26 e over 65) 13€ Soci La Papessa: 12€ Soci CRAL di Bondioli-Pavesi, Irfoss, Fotografica aps, Frammenti di Fotografia, La Ghiacciaia, Fotocineclub Mantova, Fiaf, Topis aps: 14€ Ridotto famiglie 12,50€ a persona (4 persone: 2 adulti e 2 under 18) Gratuito: fino a 12 anni e per persone con disabilità e accompagnatori Gruppi di almeno 10 persone su prenotazione: 14€ (scrivendo a prenotazioni@bffmantova.com) Visite guidate per scolaresche anche il venerdì, previa prenotazione ORARI Casa del Mantegna, Via G. Acerbi, 47: ore 10-18:30 Casa di Rigoletto, Piazza Sordello, 23: ore 9-18 Galleria Disegno, Via G. Mazzini, 34: ore 10-13 / 15-19 Casa del Pittore, Corso Garibaldi, 46: ore 10-13 / 15-19 Spazio Arrivabene 2, Via G. Arrivabene, 2: ore 10-13 / 15-19 Mostre aperte venerdì 6 marzo e tutti i sabati e le domeniche di marzo: 7, 8, 14, 15, 21, 22, 28, 29
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
A Pordenone, nel percorso di avvicinamento al 2027,la più grande mostra immersiva mai dedicata al genio che ha trasformato il Novecento.
Nel 2026, il mondo celebrerà il centenario della nascita di Miles Davis, l’artista inafferrabile che ha trasformato i paesaggi sonori della cultura contemporanea. Per omaggiare questa figura iconica, il Comune di Pordenone, attraverso il suo Assessorato alla Cultura, in stretta sinergia strategica e organizzativa con il Festival Jazzinsieme, annuncia un progetto espositivo senza precedenti: “MILES DAVIS 100 – LISTEN TO THIS!”.
MILES DAVIS 100 – LISTEN TO THIS! UNA MOSTRA DA ASCOLTARE Pordenone, Villa Cattaneo 8 maggio – 12 luglio 2026
Questa grande mostra, concepita per essere ascoltata prima ancora che guardata, nasce dalla volontà dell’Amministrazione Comunale e della direzione artistica di Jazzinsieme di posizionare la città al centro della scena jazzistica mondiale. La scelta di Pordenone come sede di questo evento internazionale non è casuale: la città, Capitale Italiana della Cultura 2027, si conferma un nodo dinamico capace di unire impresa, visione politica e arte.
L’evento, pilastro della programmazione culturale cittadina, si inserisce nel percorso di avvicinamento al 2027 con l’obiettivo di attrarre un pubblico internazionale. Questa visione prosegue il successo delle grandi esposizioni fotografiche dedicate a maestri come Barbey e Doisneau, consolidando Pordenone come polo d’attrazione capace di dialogare con i grandi circuiti mondiali.
Cuore pulsante di questa trasformazione è Villa Cattaneo, splendida villa veneta settecentesca inserita in un magnifico spazio verde, sede di quello che sarà il PFM (Polo del Futuro Musicale) progetto-pilastro di Pordenone Capitale della Cultura 2027. In occasione della mostra, la Villa svelerà il suo potenziale di spazio multifunzionale e centro di eccellenza per la musica contemporanea. Il PFM ospiterà infatti studi di registrazione all’avanguardia, sale prove e sistemi avanzati per la digitalizzazione e conservazione del patrimonio audio-visivo, diventando la casa naturale per la sperimentazione giovanile, la produzione e i grandi eventi internazionali.
Realizzata in collaborazione con istituzioni prestigiose come l’American Jazz Museum di Kansas City e la House of Miles di East St. Louis, e con il sostegno della Famiglia Davis, l’esposizione si pone l’obiettivo di coinvolgere il pubblico in un’esperienza sensoriale che fonde musica, tecnologia e narrazione visiva. Il progetto, curato da Enrico Merlin — studioso di fama internazionale e specialista dell’opera davisiana — in collaborazione con il Festival Jazzinsieme, segna l’inizio di un dialogo stabile tra il territorio pordenonese e i grandi circuiti museali americani.
Un’esperienza oltre la cronologia
L’essenza di “LISTEN TO THIS!” risiede nel superamento del classico percorso cronologico statico. La mostra è un viaggio all’interno delle metamorfosi continue di un uomo che è stato, citando la visione curatoriale, un “amplificatore di potenziale” piuttosto che un semplice innovatore.
Il cuore tecnologico e concettuale dell’evento è lo spazio “Listen to This!”: un database interattivo d’avanguardia che permetterà ai visitatori di navigare in un mare magnum di oltre duemila registrazioni ufficiali. Grazie a una mappatura ragionata e postazioni di ascolto ad alta fedeltà, questa piattaforma si configura come la più estesa mai messa a disposizione del pubblico per l’esplorazione dell’universo sonoro di Davis.
Dalla tromba d’oro all’icona pop
L’allestimento si snoda attraverso otto aree tematiche che approfondiscono la dimensione artistica, umana e iconografica di Miles. Tra i pezzi forti dell’esposizione spicca la tromba originale di Miles Davis, concessa dal collezionista Don Hicks, ed esposta in una sala dedicata alla “Galassia” di collaboratori che hanno gravitato attorno al periodo rivoluzionario di Bitches Brew.
Il percorso non trascura il Davis “segno culturale”: la sala “The Icon” indaga come il suo volto e il suo nome siano diventati un marchio globale, esplorando anche il suo rapporto con l’universo femminile (attraverso le celebri copertine che ritraevano le sue compagne) e le sue incursioni nel mondo del cinema e della moda. Il materiale esposto comprende oltre 300 supporti fonografici, fotografie originali di Anthony Barboza, riviste d’epoca e rari documenti d’archivio — come contratti della Columbia Records e missive private — molti dei quali presentati al pubblico per la prima volta.
Non solo una mostra, ma un gesto culturale
Oltre al percorso espositivo, “MILES DAVIS 100” sarà un luogo vivo: ogni settimana sono previsti incontri, guide all’ascolto e interventi di ospiti internazionali come Stefano Zenni, Luca Bragalini e lo stesso Anthony Barboza. Un’attenzione particolare sarà dedicata al legame speciale tra Davis e l’Italia, documentato da poster, video e registrazioni inedite.
“Non sarà una semplice mostra,” dichiarano gli organizzatori, “ma un invito all’ascolto profondo e alla curiosità”. Un omaggio necessario a un uomo che, come un maestro zen, vedeva nel suono ciò che altri non avevano ancora udito.
“Miles Davis 100 – Listen to this!” è un progetto di Jazzinsieme sostenuto da Comune di Pordenone, Regione Friuli-Venezia Giulia, PromoTurismo FVG, Fondazione Friuli e Camera di Commercio Pordenone – Udine e da importanti sponsor privati.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani emergenti con la XXI edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia,con il contributo della Regione Emilia-Romagna.
FOTOGRAFIA EUROPEA 2026 XXI EDIZIONE
FANTASMI DEL QUOTIDIANO
Reggio Emilia Dal 30 aprile al 14 giugno 2026
La XXI edizionedel Festival di Reggio Emilia dedica le sue mostre ai fantasmi, intesi come presenza di qualcosa che potrebbe accadere.
Chiostri di San Pietro, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi, Chiesa dei Santi Carlo e Agata e gli spazi del Circuito OFF accolgono mostre di grandi fotografi e di giovani esordienti
“FANTASMI DEL QUOTIDIANO” è il titolo scelto per l’edizione 2026, come filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia.
I fantasmi che incontreremo sono presenze che bussano nella notte del pensiero, configurandosi come l’ombra di qualcosa che non ha più corpo. Non sono semplici apparizioni, ma ricordi che non vogliono farsi passato, paure vestite da mistero e presenze fatte interamente di assenza. Abitano i corridoi del silenzio e le crepe della memoria, nutrendosi di tutto ciò che è rimasto non detto. Nel loro manifestarsi, a volte ci fanno tremare, mentre altre volte agiscono come una protezione per aiutarci a dimenticare. Privi di un volto proprio, si presentano con mille maschere differenti: possono essere scacciati con la luce di un’idea oppure ascoltati attentamente per comprendere di cosa abbiano realmente fame. Ma i fantasmi non rappresentano solo una minaccia; sono presenze latenti e potenzialità sospese, idee che non se ne sono mai andate del tutto dal nostro orizzonte. Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma al nostro presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione. Il festival esplora così la silenziosa durata della memoria, osservando come i ricordi svaniscano senza mai scomparire del tutto. Ogni fotografia esposta racchiude la propria eco, un ricordo impalpabile che mantiene sospesa la sua essenza nonostante lo scorrere del tempo. In questo percorso espositivo, il passato non è un elemento scomparso, ma un’entità che continua a respirare dolcemente all’interno del presente. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approfondimento dedicato alla storia stessa della fotografia: un viaggio attraverso due secoli di immagini che hanno documentato, trasformato e talvolta reinventato la società. È qui che il dialogo con i “fantasmi” si fa concreto, attraversando archivi, autori e tecnologie che hanno segnato il nostro modo di vedere.
Emilia Martin, the pleasure and the law, Netherlands, 2025, digitalised polaroid photograph, courtesy of the artist
LE MOSTRE
I Chiostri di San Pietro, come sempre sede della biglietteria e cuore pulsante del festival, ospiteranno il nucleo di mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart, per scoprire i fantasmi del quotidiano.
Il percorso inizia con il lavoro di Felipe Romero Beltrán, Bravo,vincitore del KBr Photo Award 2025 di Fundación MAPFRE.supportato dalla Fundación MAPFRE.L’autore esplora le storie di migrazione lungo il fiume Rio Bravo, al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa simbolo di un’attesa sospesa e silenziosa. Attraverso tre capitoli — Endings, Bodies e Breaches — Beltrán utilizza la fotografia come strumento critico sfidando i sistemi di classificazione, recinzione e identificazione che governano i regimi di frontiera.
Mohamed Hassan, con il suo progettoOur Hidden Room indaga identità, famiglia e salute mentale attraverso il rapporto con il padre e l’Egitto, sua terra natale, intrecciando immagini e parole in un percorso di memoria e guarigione. Il lavoro, vincitore dello Star Photobook Dummy Award, è un viaggio visivo che trasforma il dolore privato in una narrazione universale sulla ricerca delle proprie radici.
InAutomated Refusal, Salvatore Vitale analizza la precarietà dei lavoratori della gig economy, tra sorveglianza algoritmica, ranking e riduzione del tempo libero, nel contesto delle professioni digitali. Il film, parte della ricerca Death by GPS, è una critica visiva alle disuguaglianze e allo sfruttamento generati dall’automazione.
La fotografa francese Marine Lanier racconta, con Le Jardin d’Hannibal, il Giardino del Lautaret, storico conservatorio di biodiversità alpina e centro nevralgico per la ricerca scientifica. Attraverso immagini evocative che intrecciano memoria storica e miti, come quello di Annibale, – che si dice abbia attraversato proprio queste Alpi per sfidare Roma – il progetto unisce passato e futuro in una visione poetica della natura da preservare.
Stains and Ashes è il frutto del lavoro di Ola Rindal, che rivolge lo sguardo verso macchie, crepe e imperfezioni del nostro ambiente quotidiano, elementi solitamente trascurati che qui diventano materia di contemplazione trasformate in visioni astratte. Attraverso la sfocatura, il progetto evoca la fragilità della memoria e l’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.
In Subject Studies: CHAPTER I, la fotografa messicana Tania Franco Klein esplora come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena con persone diverse. Il progetto riflette sulla soggettività e su come identità e significato siano costruiti attraverso la messa in scena fotografica e il bagaglio culturale di chi osserva.
Ispirandosi a La lentezza di Milan Kundera, Giulia Vanelli indaga il rapporto tra velocità, memoria e oblio, traducendo in immagini un’equazione esistenziale sul tempo. The Season diventa una riflessione visiva sul desiderio di trattenere il passato o fuggirne, attraverso il ritmo del movimento e dei ricordi.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Frédéric D. Oberland, esponeVestiges du futur in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Le sale del piano terra dei Chiostri ospitano la committenza di Fotografia Europea, che per questa edizione è stata affidata a Simona Ghizzoni: la fotografa di origini reggiane, presenta un lavoro dal titolo Milk Wood, che pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio, tra parole e immagini.
L’esposizione a piano terra si conclude con Keep the Fire Burning, a cura diFrancesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza “AÏDA”. Attraverso una selezione di libri fotografici, la mostra indaga come miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni continuano ad abitare il nostro presente, costruendo una geografia emotiva e culturale che attraversa confini e generazioni.
Poco lontano dai Chiostri, nella sede di Palazzo Da Mosto, è esposta la mostra collettiva Ghostland, a cura di Arianna Catania: un’esplorazione sull’epoca ipermediata in cui viviamo, dove la realtà appare come un territorio “spettrale” filtrato costantemente dagli schermi luminosi. La mostra riflette sullo schermo non solo come dispositivo, ma come ambiente culturale capace di modellare percezioni e comportamenti, rivelando ciò che sfugge allo sguardo e invitando a interrogare i punti ciechi della nostra visione. In questo panorama, Alisa Martynova (ANIMA) trasporta l’osservatore in un paesaggio onirico, abitato da creature dal volto cangiante nate dall’incontro tra l’archivio della fotografa e l’intelligenza artificiale; Zoé Aubry (Effet miroir | Faire écran) mostra come la propria immagine riflessa quotidianamente sugli schermi crei nuove identità; Mykola Ridnyi (Blind Spot) cancella la visione della guerra, che si dissolve in innumerevoli punti ciechi e in cui si modifica quindi la percezione nella visione dei conflitti; Vaste Programme (It’s all fun and games) ribalta la funzione ludica dei peep-board, costringendo lo spettatore a “metterci la faccia”, confrontandosi direttamente con la crisi climatica e con la propria capacità di empatia; Visvaldas Morkevicius (Camouflage) ci porta dentro la visione della guerra dai droni, trasformando il conflitto in astrazione, allontanando l’azione dalla violenza; Indrė Šerpytytė (This Is How We Win Wars) mette in scena i gesti e le danze dei soldati, condivise sui loro social, sospesi tra rituale, trauma e fragilità umana; Sara Bezovšek (SND) guida lo spettatore in un labirinto di percorsi digitali, dove i possibili futuri del pianeta si svelano attraverso personali scelte interattive; infine, Carolyn Drake (Next Door) trasforma dispositivi di videosorveglianza in momenti di vita intima e quotidiana, prendendo ispirazione da un sito del suo quartiere che, in cambio di sicurezza, crea sospetto e paura dell’altro.
I progetti di Indrė Šerpytytė e Visvaldas Morkevicius fanno parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana.
Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call selezionati dai curatori del festival tra gli oltre 700 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, offrendo uno sguardo sulle ricerche più originali della scena contemporanea. Federica Mambrini, con L’albergo della lontananza, trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Emilia Martin, in The serpent’s thread, curata da Eleonora Schianchi intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. Riflettendo sull’identità femminile e sull’eredità materiale che attraversa le generazioni, l’artista ricostruisce questa vicenda esplorando il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.
A Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo nel centro storico di Reggio Emilia, mai utilizzato prima per le mostre di Fotografia Europea, ci sarà Due secoli di fotografia e società. Nell’anno in cui ricorrono i 200 dalla realizzazione di quella che è considerata la prima “fotografia” della storia (la Vista dalla finestra di Le Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce), Fotografia Europea ha chiesto a Walter Guadagnini di immaginare una grande rassegna che provi a raccontare per immagini cosa abbia significato la fotografia nella vita degli uomini e delle donne degli ultimi due secoli. La mostra sarà dunque un viaggio affascinante, a tratti drammatico a tratti divertente, tra i milioni di immagini che sono state prodotte in questi duecento anni, tra capolavori e fotografie anonime, apparecchi storici e riviste leggendarie, spezzoni di film e libri imperdibili, una storia che si dipana attraverso sei ambienti costruiti per questa occasione, dedicati ad altrettanti aspetti della fotografia, del suo linguaggio e della sua centralità nella società di ieri e di oggi. Non una semplice carrellata di fotografie dunque – che pure ci sono, e sono tra quelle realizzate dai grandi maestri del lontano passato come Daguerre, Nadar, Curtis e tanti altri, ai giganti della modernità come Lewis Hine, Berenice Abbott, Robert Capa, Dorothea Lange, Walker Evans, per non dirne che alcuni -, ma una passeggiata tra le immagini che inizia nella campagna francese e arriva fino agli schermi degli smartphone, per provare a capire come e perché la fotografia abbia raccontato le vite degli altri e continui a raccontare la nostra. Anche in questa storia i fantasmi non mancheranno, saranno quelli innocui nati nell’Inghilterra e negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche quelli ben più pericolosi generati dalle nuove tecnologie: storie che raccontano, in ogni caso, come la fotografia non solo abbia rappresentato il mondo, ma lo abbia spesso anche inventato, nel bene e nel male.
Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo e affacciata sulla centralissima via San Carlo, trova spazio la mostra di Elena Bellantoni, dal titoloGhostwriter a cura di Fulvio Chimento. Ilprogetto evoca i “fantasmi della storia” attraverso figure simboliche che trovano espressione nel corpo dell’artista. Utilizzando fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione, Bellantoni riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, concepito come un “corpo imprevisto”. La mostra è promossa insieme all’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia all’interno del progetto In-TERSEZIONE. Linguaggi e pratiche al centro per promuovere il cambiamento contro la violenza sulle donne. L’esposizione è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione FlagNoFlags e la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla.
Torna anche Speciale diciottoventicinque, un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che porta all’ideazione e alla creazione di un lavoro legato al tema di Fotografia Europea 2026 che rientra nel circuito ufficiale della manifestazione. Tutor di questa edizione sono Marcello Coslovi e Alex Tabellini di Sugar Paper, realtà modenese dedicata alla promozione e alla diffusione della fotografia contemporanea, soprattutto attraverso il libro fotografico. L’esito finale sarà quindi la creazione di un racconto sotto forma di piccola pubblicazione, in cui emergeranno le diverse declinazioni del tema. Il lavoro offrirà una visione corale di cosa significhi, per le nuove generazioni, confrontarsi con i “fantasmi del quotidiano”.
Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.
La sezione di fotografia di Palazzo dei Musei presenta Luigi Ghirri. A Series of Dreams, a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. Il riallestimento esplora il legame tra suono e immagine: dalla passione per Bob Dylan alla profonda amicizia con Lucio Dalla, dall’importante collezione di dischi ai numerosi rimandi nei suoi scritti. Per Ghirri la musica concorre alla formazione dell'”immagine dell’esterno”, con una capacità narrativa che può aprire “squarci visionari”. Un nucleo dedicato al soundscape, con l’intervento del musicista Iosonouncane, mette in dialogo l'”ecologia dello sguardo” di Ghirri e l'”ecologia acustica” di R. Murray Schafer, facendo corrispondere paesaggio sonoro e visivo. Mostra promossa dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici, Biblioteca Panizzi) in collaborazione Fondazione Luigi Ghirri, Fondazione I Teatri, ISIA Urbino.
Negli stessi spazi, la tredicesima edizione di Giovane Fotografia Italiana presenta il progetto Voci a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi. La mostra mette in scena la ricerca di sette talenti under 35 che indagano la capacità della fotografia di rivelare ciò che resta invisibile o senza parola. I sette finalisti che concorrono per il Premio Luigi Ghirri sono: Susanna De Vido con Quando torneremo a guardare le stelle,Karim El Maktafi con Archivio del mare,Alice Jankovic con Green Paradox, Cinzia Laliscia con Finalmente posso andare,Anie Maki con Milk, Weight, Gravity, Eva Rivas Bao con Una storia italiana e Federica Torrenti con La fortezza.
Giovane Fotografia Italiana #13 | Premio Luigi Ghirri 2026 – Voci / Voices è realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna. Promosso da Comune di Reggio Emilia in partnership con Fondazione Luigi Ghirri e Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani, Fotografia Europea, Fotodok, Utrecht; Fotofestiwal Łódz in Polonia; Photoworks, Brighton. Con il contributo di Reire srl e Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia. Sponsor tecnico Pirru.
Spostandosi allo Spazio Gerra, l’attenzione si focalizza sulla poetica di Francesco Guccini con la mostra Canterò soltanto il tempo. Si tratta di un viaggio intimo nella carriera del cantautore, strutturato come un vero e proprio “concept album” visivo che esplora il valore della parola come unico argine allo scorrere del tempo. La narrazione è arricchita dai contributi di vari artisti e illustratori, tra cui spiccano le ricerche fotografiche di Paolo Simonazzi, che mappa la “geografia sentimentale” di Pavana, e di Kai-Uwe Schulte-Bunert, che tenta di dare una forma astratta e frammentaria alla materia fluida del ricordo.
Infine, la Collezione Maramotti presenta la prima personale italiana di Ndayé Kouagou, Heaven’s truth. Kouagou propone un’esperienza narrativa spiazzante che spazia dal video alla performance, utilizzando il linguaggio come motore centrale della sua pratica. Attraverso opere recenti e una nuova produzione ispirata al fotoromanzo, l’artista parigino conduce il visitatore in un percorso volutamente incoerente e ludico, mettendo a nudo le ambiguità della comunicazione e le fragilità della nostra società.
Si è appena conclusa la quinta edizione di FE+SK Book Award, il premio dedicato al libro fotografico, ideato da Fotografia Europea insieme a Skinnerboox – casa editrice di Jesi (AN) specializzata in fotografia contemporanea. Tra le candidature pervenute, la giuria -composta da Chiara Capodici, Tim Clark e Milo Montelli –ha scelto il progetto di Raisan Hameed con il libro Pixels of Memories
بكسلات الذاكرة .
Come ogni anno, il Festival è arricchito da un calendario di appuntamenti che accompagnerà i visitatori dalle giornate inaugurali – 30 aprile, 1, 2, 3 maggio– fino al 14 giugno: conferenze, incontri
con gli artisti, presentazione di libri, book signing, letture portfolio, workshop, una bookfair dedicata agli editori indipendenti e spettacoli. Tutti questi eventi sono pensati per alimentare un confronto culturale che partendo dalla fotografia affronta anche temi trasversali, coinvolgendo un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo, che sa di trovare a Reggio Emilia il meglio di ciò che la fotografia contemporanea produce e propone.
In programma, oltre agli incontri con gli artisti, sono previsti anche concerti e momenti di confronto con ospiti durante i quali approfondire il tema di questa edizione. Tra gli altri: presso il Teatro Cavallerizza, il dialogo tra Loredana Lipperini scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica e la scrittrice e traduttrice Simona Vinci il 2 maggio; o gli appuntamenti in programma il 3 maggio con Annamaria Testa, saggista, docente e creativa intervistata sempre da Loredana Lipperini o il dialogo con lo psicanalista Luigi Zoja. Sabato sera, imperdibile poi la conferenza concerto con il noto trombettista Nello Salza, in dialogo con il critico cinematografico Gianni Canova.
Il 28 maggio, a cura di Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) si terrà il seminario dal titolo “Comunicare l’invisibile. La responsabilità di rendere visibile ciò che orienta lo sguardo: i fantasmi della comunicazione tra memorie collettive, algoritmi, bias e intelligenze artificiali“, un’occasione durante la quale professionisti, giornalisti, studiosi e nuove generazioni sono invitati ad interrogarsi insieme sul potere delle immagini, del linguaggio e dell’intelligenza artificiale nella costruzione del senso. Perché ciò che non si vede è spesso ciò che incide di più. E imparare a riconoscerlo è il primo passo per comunicare con consapevolezza.
Prosegue, anche in questa edizione, l’attenzione del festival nei confronti dei più piccoli, con l’organizzazione di visite guidate a loro dedicate e un programma ricco di PROPOSTE EDUCATIVE: dal weekend inaugurale fino a metà giugno molte le proposte e i laboratori che vogliono avvicinare bambini e ragazzi al variegato programma del festival, una mappa delle mostre pensata per loro e laboratori per famiglie, ma anche proposte formative per adulti in collaborazione con Edu Iren.
Infine l’ormai leggendario CIRCUITO OFF – l’appuntamento collettivo e indipendente che amplia e anima il Festival con un ricchissimo calendario di mostre diffuse su tutto il territorio cittadino – animerà la città con progetti di fotografi professionisti insieme a giovani esordienti, appassionati e associazioni, chiamati a confrontarsi con il tema “Fantasmi del quotidiano”. Le opere saranno esposte in spazi eterogenei della città: negozi, ristoranti, studi professionali, cortili e abitazioni private, oltre a sedi storiche e gallerie d’arte, trasformando l’intero tessuto urbano in una mappa espositiva. Parte di questo circuito è anche il progetto OFF@school che coinvolge le scuole di tutta la provincia di Reggio Emilia. Il 9 maggio si terrà la serata dedicata al Circuito Off, durante la quale verrà proclamato il vincitore del premio Max Spreafico. Al premiato sarà offerta la possibilità di realizzare una nuova mostra da presentare nell’edizione 2027 del Circuito OFF.
Tutte le info su fotografiaeuropea.it Per l’edizione 2026 ci sostengono: Special Sponsor: Iren Main Sponsor: Coop Alleanza 3.0, FCR – Farmacie Comunali Riunite e Attolini Spaggiari Zuliani & Associati Studio Legale e Tributario Sponsor: Assicoop, CNA Reggio Emilia, Coopservice, Emak, Comet, Tecomec, Sabart e Studio Tre.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
The European Fine Art Foundation (TEFAF) ha diffuso una speciale selezione di 43 opere che saranno esposte a TEFAF Maastricht 2026, prevista dal 4 al 19 marzo, con anteprima solo su invito nei giorni 12 e 13 marzo.
Questo primo sguardo sottolinea il fascino straordinario di TEFAF Maastricht, da sempre destinazione di spicco per collezionisti privati, curatori museali, professionisti del mercato dell’arte e appassionati. Pietra miliare del mondo dell’arte, TEFAF Maastricht porta in scena un’offerta di opere di qualità e pregio impareggiabili, appartenenti alle arti figurative e decorative. La Fiera celebra 7000 anni di storia dell’arte in un contesto altrettanto storico e pittoresco come la città di Maastricht.
L’ edizione di quest’ anno vedrà la partecipazione di 276 gallerie e mercanti d’arte, provenienti da 24 nazioni e tutti e 5 i continenti, per offrire un’esperienza senza eguali ai collezionisti e agli esperti.
TEFAF Maastricht 2026 Paesi Bassi, Maastricht Exhibition & Conference Centre (MECC) 14 – 19 marzo 2026
Il programma di TEFAF Maastricht
TEFAF Maastricht si correda di un programma dinamico e curato in ogni dettaglio con seminari ed eventi che mettono in contatto i visitatori con le voci più autorevoli della comunità globale dell’ arte, fungendo così da piattaforma di dialogo sui temi più attuali di arte, antichità e design, grazie alla partecipazione di specialisti, collezionisti, curatori e leader culturali.
Le Collector Talks saranno dedicate al pensiero strategico che si cela dietro al collezionismo istituzionale, offrendo un punto di vista esclusivo sul modo in cui musei e fondazioni identificano, acquistano e assicurano opere d’ arte straordinarie. Gli argomenti trattati includeranno anche la gestione culturale, dalla cura delle collezioni e l’organizzazione delle mostre, al coinvolgimento del pubblico, fino alla creazione di collezioni per il bene comune.
TEFAF Meet the Experts sarà teatro di coinvolgenti conversazioni con i più importanti espositori, che racconteranno opere significative dal punto di vista culturale e storico.
La terza edizione del TEFAF Summit avrà luogo il 16 marzo in collaborazione con la Commissione per l’UNESCO dei Paesi Bassi. Il tema di quest’ anno, Beyond Economic Impact [Oltre l’impatto economico], esaminerà il valore sociale, culturale e sanitario delle arti, e la loro crescente rilevanza nelle politiche pubbliche.
CONTATTI STAMPA GLOBALE Responsabile della comunicazione Magda Grigorian | magda.grigorian@tefaf.com
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Prorogata la prima mostra monografica su Bartolomeo Cesi: c’è tempo fino a Pasqua per vederla al Museo Civico Medievale di Bologna, che ha già accolto più di 12.000 visitatori.
Settore Musei Civici Bologna | Musei Civici d’Arte Antica Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci A cura di Vera Fortunati
22 novembre 2025 – prorogata fino al 6 aprile 2026 Museo Civico Medievale | Lapidario Via Alessandro Manzoni 4, Bologna www.museibologna.it/medievale
È prorogata fino a Pasqua la mostra Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci in corso al Museo Civico Medievale di Bologna. Rimarrà aperta ancora fino al 6 aprile 2026 la prima mostra monografica dedicata a Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556 – ivi, 1629), uno dei più significativi interpreti della cultura figurativa bolognese tra Cinquecento e Seicento, l'”artista della controriforma”, dalla sensibilità religiosa austera e schietta, che più di tutti, nel composito e vivace clima culturale della città felsinea, seppe e volle realizzare gli indirizzi della nuova arte cristiana tracciata nel Discorso sulle immagini sacre e profane (1585) del cardinale Gabriele Paleotti (Bologna, 1522 – Roma, 1597).
Il prolungamento è reso possibile grazie alla collaborazione degli enti prestatori che hanno acconsentito ad estendere il prestito delle opere e al sostegno dei numerosi soggetti pubblici e privati coinvolti, permettendo al pubblico di fruire dell’esposizione e delle attività di valorizzazione correlate oltre la data di chiusura inizialmente prevista del 22 febbraio 2026.
Accolta con ampio apprezzamento dalla stampa nazionale e da un pubblico trasversale, non solo specialistico – dal 22 novembre scorso a oggi sono più di 12.000 i visitatori e i partecipanti alle attività collaterali – l’esposizione viene estesa di sei settimane, andando così ad arricchire l’offerta culturale di Bologna a disposizione della cittadinanza e dei turisti durante le prossime festività pasquali.
La mostra Bartolomeo Cesi fu autore principalmente di opere di soggetto religioso, destinate a restare all’interno delle mura di chiese e conventi, tanto da meritarsi l’appellativo di “pittore conventuale”. Egli operò in diretta concorrenza con i coevi Agostino, Ludovico e Annibale Carracci, dai quali seppe distinguersi per la costruzione di un vocabolario espressivo originale fatto di figure immobili e solenni, ritmate da colori squillanti e collocate in paesaggi solitari in cui prevalgono effetti di sublimato naturalismo: una pittura alternativa a quella radicalmente innovativa dei Carracci, tesa allo studio diretto del naturale e del “vivo”. La pittura di Cesi spinge lo spettatore verso una dimensione sovrasensibile di assorta e silenziosa contemplazione, quasi ad anticipare la ricerca del bello ideale che sarà poi la cifra stilistica di Guido Reni. Non a caso, Giulio Cesare Malvasia nel 1678 annotava come le opere di Cesi diedero a Guido “la prima mossa per inventar quella sua soave e gentil maniera”.
L’esposizione si concentra sul periodo più felice della lunga carriera di questo artista colto e raffinato, negli anni in cui si impegnò in un dialogo solitario e coraggioso con le novità della produzione carraccesca, tra il 1585 e il 1597 circa. Attraverso un percorso di visita articolato in oltre 30 opere -tra dipinti, disegni e monumentali pale d’altare – vengono affrontati i temi salienti della sua poetica e i generi pittorici con cui si affermò come protagonista di grande rilevanza nella vivace geografia artistica e culturale di Bologna nel suo tempo. L’evoluzione stilistica della sua identità artistica, sempre in equilibrio con un rigore compositivo e tonale aderente ai dettami dell’ideologia cattolica post-tridentina, viene approfondita in cinque sezioni tematiche: la formazione; i ritratti; i disegni; le pale d’altare; i cicli decorativi presso le Certose. In occasione della proroga, verrà riallestita la sezione dedicata ai disegni per garantirne la corretta conservazione, sostituendoli progressivamente con riproduzioni in facsimile.
Il catalogo della mostra, pubblicato da Silvana Editoriale, è destinato a rimanere un imprescindibile punto di riferimento bibliografico per lo studio dell’opera di Bartolomeo Cesi: curato da Vera Fortunati, contiene un ricco repertorio di contributi scientifici e saggi relativi agli interventi di restauro eseguiti (Stefano Ottani, Daniele Benati, Vera Fortunati, Alessandro Zacchi, Angela Ghirardi, Angelo Mazza, Michele Danieli, Flavia Cristalli, Ilaria Bianchi, Mark Gregory D’Apuzzo, Mirella Cavalli, Valeria Rubbi, Antonella Mampieri, Emanuela Fiori, Caterina Pascale Guidotti Magnani, Stefania Biancani, Giovanni Giannelli e Federica Restiani, Patrizia Moro).
Le prossime attività Oltre alla mostra temporanea allestita nel Lapidario del Museo Civico Medievale, è possibile visitare numerosi luoghi della città che custodiscono opere dell’artista, permettendo al grande pubblico di comprendere l’importanza del ruolo che egli ricoprì nel suo tempo. In particolare, lo splendido ciclo decorativo realizzato per la cappella maggiore della chiesa di San Girolamo della Certosa con le tre imponenti tele con le storie della passione di Cristo, tra i capolavori dell’artista, e alcune sale della Pinacoteca nazionale di Bologna, dove si trovano le opere di Cesi e dei pittori coevi, tra i quali i Carracci.
Rimane fruibile gratuitamente anche la ricostruzione in ambiente di realtà virtuale del ciclo decorativo con le Storie della Vergine affrescato da Cesi nella cappella di Santa Maria dei Bulgari nel palazzo dell’Archiginnasio, andato perduto in seguito a un bombardamento anglo-americano nel 1944 e ricostruito a partire da 20 lastre fotografiche realizzate da Felice Croci all’inizio del Novecento. Info su modalità e orari di accesso: www.bolognawelcome.com/it/esperienze/340705/Bartolomeo-Cesi–oltre-la-Mostra—Archiginnasio–la-Cappella-dei-Bulgari
Prosegue l’offerta culturale ed educativa a cura di “Senza titolo”, con tre visite guidate rivolte al pubblico adulto e due attività laboratoriali per bambine e bambini di fasce d’età differenziate.
Visite guidate Domenica 1 marzo 2026 ore 11.00 Domenica 15 marzo 2026 ore 11.00 Venerdì 3 aprile 2026 ore 16.30
Costo di partecipazione: biglietto museo Prenotazione obbligatoria: musarteanticascuole@comune.bologna.it – 051 2193930 (durante gli orari di apertura del museo)
Laboratori per bambine e bambini Sabato 7 marzo 2026 ore 16.00 Spolveriamo il disegno Età consigliata: 6 – 8 anni
Lunedì 6 aprile 2026 ore 16.00 Alla base dell’arte Età consigliata: 8 – 11 anni
Costo di partecipazione: gratuito per chi partecipa e per un adulto accompagnatore Prenotazione obbligatoria: musarteanticascuole@comune.bologna.it – 051 2193930 (durante gli orari di apertura del museo)
Inoltre, ogni sabato e domenica pomeriggio è possibile usufruire, gratuitamente e senza prenotazione, di un servizio di mediazione museale. I mediatori sono riconoscibili dalla spilletta con il simbolo “Chiedimi”.
Grazie alla collaborazione di Fondazione Bologna Welcome, lunedì 9 marzo 2026 alle ore 17.00 la Sala della Cultura di Palazzo Pepoli – Museo della Storia di Bologna (via Castiglione 10, Bologna) ospita la presentazione della guida storico-artistica Bartolomeo Cesi. Itinerari a Bologna (Silvana Editoriale), con l’autrice Giovanna Degli Esposti. Intervengono Giorgia Boldrini (direttrice Settore Musei Civici Bologna) e Silvia Battistini (direttrice Musei Civici d’Arte Antica di Bologna). L’agevole volume offre una breve rassegna delle opere realizzate da Bartolomeo Cesi ancora oggi custodite nella città di Bologna, suddivise per tipologia di luogo (collezioni pubbliche, palazzi, edifici ecclesiastici) e in ordine alfabetico. Ogni tappa del percorso è arricchita da una breve scheda che racconta la storia dell’opera, la sua committenza, l’iconografia e il periodo di esecuzione.
CREDITI
Comitato scientifico Silvia Battistini, Daniele Benati, Mark Gregory D’Apuzzo, Giovanna Degli Esposti, Eva Degl’Innocenti, Costantino D’Orazio, Marzia Faietti, Vera Fortunati, Angelo Mazza, Massimo Medica, Stefano Ottani, Alessandro Zacchi, Alessandro Zuccari
Coordinamento organizzativo Nicoletta Barberini Mengoli, Silvia Battistini, Mark Gregory D’Apuzzo, Giovanna Degli Esposti, Ilaria Negretti
L’immagine coordinata della mostra Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti.
L’intervento di ricostruzione virtuale del ciclo di affreschi nella cappella di Santa Maria dei Bulgari nel palazzo dell’Archiginnasio rientra nell’ambito del progetto “SIMBOLO – Il sistema digitale dei Musei Civici di Bologna verso il futuro” realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Hans Memling (Seligenstadt, Germania, 1435/1440 circa – Bruges 1494) Crocifissione con Maria Vergine, i santi Giovanni Evangelista, Giovanni Battista, Maddalena, San Bernardo e il committente Jan Crabbe, 1467-1470, Olio su tavola, cm 84,5 x 66, Museo Civico di Palazzo Chiericati, Vicenza
Stefano Arienti (Asola, Mantova, 1961) Crocefisso a punti oro (da Hans Memling), 2026, Vernice base oro su telo antipolvere, 168 x 250 cm, Courtesy l’artista – Teschio (da Vincent van Gogh), 2025, Cera pongo su manifesto montato su pannello, 69 x 49 x 2 cm, Courtesy l’artista
Matteo Fato (Pescara, 1979) Sacrificio smontato (d’après Hans Memling, Crocifissione, dal Trittico di Jan Crabbe, 1470 circa) – 2026, N.3 olio su lino, 86 x 66 cm, cassa da trasporto in multistrato; pulitura pennello su straccio, cassa da trasporto in multistrato; n. 3 incisioni calcografiche, acquaforte su rame, 50 x 35 cm, 52 x 42 cm, 57 x 42 cm, cornice in multistrato; cavalletto in legno di multistrato, neon soffiato, dimensioni ambientali variabili, Courtesy l’artista & Monitor, Rome – Lisbon – Pereto (AQ)
Julia Krahn (Jülich, Germania, 1978) Non si può dividere ciò che è uno (per Memling), 2025-2026, Fotografia da installazione scultorea (argilla bianca, lino blu e bianco), stampa fine art su Canson Platine 310 g, Cornice in legno di noce, 225 x 145 cm, Edition: unique piece, Courtesy l’artista
Danilo Sciorilli (Atessa, Chieti, 1992) Il Cristo di stracci (Silentium Lucis), 2026, Video più due video-animazioni, durata 2’54” (sincro e loop continuo), Olio su tela, 5 x 5 cm, Courtesy l’artista
Il Museo Diocesano di Milano, in occasione della Quaresima e della Pasqua, ospita dal 19 febbraio al 17 maggio 2026 la Crocifissione di Hans Memling (Seligenstadt, Germania, 1435/1440 circa – Bruges 1494), databile intorno al 1467-1470 circa e proveniente dal Museo Civico di Palazzo Chiericati del Comune di Vicenza.
MILANO MUSEO DIOCESANO CARLO MARIA MARTINI HANS MEMLING La Crocifissione Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn, Danilo Sciorilli A cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi Dal 19 febbraio al 17 maggio 2026
L’opera, capolavoro di uno dei più importanti artisti del Rinascimento fiammingo, è al centro della mostra HANS MEMLING. La Crocifissione. Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro, a cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi. In un percorso realizzato in collaborazione con Casa Testori, l’esposizione mette in dialogo il capolavoro di Memling con le opere di Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn e Danilo Sciorilli.
La Crocifissione, posta al centro dell’allestimento, diventa così il punto di riferimento per gli artisti, chiamati a guardarlo con rispetto e discrezione, lasciandosi ispirare da dettagli compositivi, cromatici e iconografici che ciascuno rielabora in chiave attuale e contemporanea.
La mostra, con il patrocinio del Comune di Milano, è realizzata grazie a PwC Italia, main sponsor; Fiera Milano, sponsor; sostenitori: Fondazione Grana Padano e Fondazione Maurizio Fragiacomo; sponsor tecnico: Zeroglass.
“Anche quest’anno, per il tempo di Quaresima e Pasqua proponiamo ai nostri visitatori un percorso che aiuti a guardare un capolavoro osservandolo da tanti punti di vista – afferma Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano di Milano e co-curatrice della mostra. Come negli ultimi due anni, il percorso di mostra, grazie alla collaborazione con Casa Testori, è arricchito dalla presenza di quattro opere di artisti contemporanei che hanno accettato di dialogare con il dipinto di Memling. Siamo grati ai Musei Civici di Vicenza per aver voluto collaborare con noi a questo progetto: la Crocifissione è un lavoro di grande raffinatezza che quasi obbliga a fermarsi davanti ad esso, a osservare ogni singolo, delicato dettaglio e a “stare” – ciascuno secondo i propri tempi – davanti al crocifisso”.
“Sono lieta – dichiara Valeria Cafà, direttrice dei Musei Civici di Vicenzae co-curatrice della mostra – che uno dei capolavori custoditi al Museo Civico di Palazzo Chiericati, di qualità altissima, sia ospitato dal Museo Diocesano di Milano nell’ambito di un’iniziativa ormai consolidata, capace di promuovere un dialogo rigoroso e consapevole tra grandi maestri del passato e il linguaggio del contemporaneo. Non si tratta di semplici accostamenti, ma di un confronto rispettoso e profondo che, a partire dalla straordinaria densità del testo pittorico della Crocifissione di Hans Memling, richiama il momento più doloroso e intenso che precede la Pasqua. Con soddisfazione, rinnoviamo oggi, con questo prestito, il rapporto di collaborazione tra le nostre istituzioni, fondato sulla condivisione del patrimonio e sulla valorizzazione comune dei suoi significati”.
“L’opera di Memling – afferma Giuseppe Frangi, presidente dell’Associazione Giovanni Testori e co-curatore della mostra – ha una caratteristica di dolorosa intimità e chiede da parte degli artisti un atteggiamento di grande discrezione. È un’opera che gli artisti sono chiamati a “scrutare”, per intercettare tanti dettagli, compositivi, cromatici e iconografici. “Scrutare Memling” per mettersi al lavoro su suggestioni che stabiliscano una relazione stringente tra questo capolavoro e il nostro tempo”.
“Abbiamo scelto di proseguire il rapporto di collaborazione e sostegno alle iniziative del Museo Diocesano Carlo Maria Martini perché rappresenta indubbiamente uno dei punti di riferimento culturali più iconici per la città di Milano. Una scelta curatoriale virtuosa che ci ha da subito conquistati. Siamo fermamente convinti dell’importanza della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale presente nel nostro Paese ed è per questo che il nostro percorso a supporto della cultura si arricchisce di un nuovo tassello. L’obiettivo è continuare ad alimentare il nostro dialogo con le più importanti istituzioni museali su tutto il territorio nazionale, un percorso che trova grande apprezzamento da parte di tutti i nostri professionisti” afferma Chiara Carotenuto, Partner PwC Italia, responsabile della comunicazione PwC e del progetto PwC per la cultura.
L’opera di Memling, donata ai Musei Civici di Vicenza nel 1865 dai conti vicentini Matteo e Ludovico Folco, raffigura al centro Cristo Crocifisso, circondato sulla sinistra da San Giovanni Evangelista, che sorregge la Vergine addolorata, e dalla Maddalena, inginocchiata ai piedi della croce; mentre dall’altro lato appaiono San Giovanni Battista, che regge un agnello, e San Bernardo di Chiaravalle, protettori del committente, l’abate cistercense Jan Crabbe (1426-1488), nel dipinto inginocchiato in primo piano, che tra il 1467 e il 1470 avrebbe richiesto l’opera per l’Abbazia delle Dune presso Bruges, di cui era titolare. Formatosi probabilmente tra Colonia e Bruxelles, proprio intorno al 1465 il giovane Memling si era trasferito nella città delle Fiandre, da tempo un fiorente centro artistico.
Sullo sfondo della scena si apre un fiabesco paesaggio collinare a volo d’uccello, reso con meticolosità tipicamente fiamminga, dove si scorgono una città circondata da mura, con torri e campanili, alberi, rocce e un fiume che scorre placido verso l’alto orizzonte. I colori smaltati e brillanti, la resa analitica dei volti dei personaggi, i contorni nitidi e taglienti dei panneggi richiamano i modelli di Rogier van der Weyden, punto di riferimento fondamentale per Memling.
La tavola costituiva in origine il pannello centrale di un trittico, smembrato in un momento non precisato e ricostruito idealmente grazie ad una copia settecentesca, realizzata probabilmente proprio allo scopo di fissarne il ricordo prima dello smembramento. Secondo una pratica piuttosto diffusa nel XVIII secolo, le ante laterali sono state recise in modo da poter vendere separatamente le varie sezioni. I recti dei due sportelli laterali sono conservati alla Pierpont Morgan Library di New York e raffigurano probabilmente la madre e il fratello di Jan Crabbe, Anna e Guglielmo, affiancati dai santi omonimi. Sui versi delle ante, conservate al Groeningemuseum di Bruges, appaiono invece le due figure dell’Annunciazione, la Madonna e l’Arcangelo Gabriele.
I lavori degli artisti chiamati a mettersi in dialogo con il capolavoro di Memling sono caratterizzati dal ricorso a linguaggi diversi. Stefano Arienti (Asola, 1961) propone una riflessione sul tema del Crocifisso, asse visivo e simbolico dell’opera di Memling. È pittura su tela quella proposta da Matteo Fato (Pescara, 1979) concepita come parte di un’installazione di cui il cavalletto costruito dall’artista è parte integrante. Julia Krahn (Jülich,1978) offrirà con un dittico fotografico un’immedesimazione nella figura di Maria sotto la croce. Danilo Sciorilli (Atessa, 1992) lavora su un trittico di video, mettendo al centro le immagini di una perfomance realizzata nel suo paese d’origine.
L’opera di Hans Memling sarà presentata in un percorso espositivo che consente un approfondimento sia storico artistico che spirituale, con l’ausilio di apparati didattici, immagini, video e musiche, che permettono una riflessione sul dipinto e sul suo significato.
Sono inoltre previste visite guidate, laboratori per i bambini e un ciclo di conferenze di approfondimento.
Nell’ambito del percorso educativo e formativo “Cultura Accessibile”, avviato presso la Cooperativa Arcipelago – Anffas Nordmilano di Cinisello Balsamo, alcune persone con disabilità, dopo la collaborazione intrapresa nel 2024 in occasione della mostra “Divine Creature. Arte e disabilità”, condivideranno con i visitatori il loro personale pensiero emerso dal percorso di significazione a partire dalla Crocifissione di Hans Memling.
Catalogo Dario Cimorelli Editore
HANS MEMLING. La Crocifissione Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn, Danilo Sciorilli A cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (piazza Sant’Eustorgio 3 – MM Vetra) 19 febbraio – 17 maggio 2026
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È un oggetto rarissimo, unico esemplare noto al mondo, e appartiene al Museo civico del Risorgimento di Bologna. Per una serie di improbabili circostanze una giubba garibaldina non rossa, ma di color caffè, si è conservata fino ai giorni nostri e, dopo essere stata restaurata grazie all’Art Bonus, viene esposta al pubblico per la prima volta.
Settore Musei Civici Bologna | Museo civico del Risorgimento
Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860 A cura di Otello Sangiorgi
Con la mostra Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860, visitabile dal 14 febbraio al 22 marzo 2026, il Museo civico del Risorgimento del Settore Musei Civici del Comune di Bologna è lieto di presentare un oggetto di eccezionale valore storico appartenente alle proprie collezioni. Si tratta dell’unico esemplare rimasto di uniforme garibaldina del Reggimento Malenchini, un corpo di volontari organizzati tra Livorno e la Toscana che raggiunse i Mille di Giuseppe Garibaldi in Sicilia poco tempo dopo lo sbarco nel 1860, e le cui uniformi avevano una peculiarità singolare: erano di una sfumatura color caffè anziché rosse, secondo l’iconica divisa simbolo del percorso verso l’unità nazionale guidato dall’Eroe dei Due Mondi. Ne accennavano alcune memorie scritte dai protagonisti, ne restavano testimonianze nell’iconografia dell’epoca, ma di queste uniformi così particolari sembrava essersi persa ogni traccia.
Il capo di vestiario, appartenuto al volontario Primo Baroni (Modena, 1840 ca. – Bologna, 1918), che lo donò al costituendo Museo civico del Risorgimento di Bologna nel 1888 (inv. n. 641), viene esposto per la prima volta al pubblico dopo il recente restauro tessile finanziato attraverso la campagna di erogazioni liberali Art Bonus In Mille per la giubba da salvare, che nel 2025 ha consentito di raccogliere l’importo di 5.000 euro necessario per un intervento urgente sulle precarie condizioni di conservazione.
Il recupero alla fruizione pubblica di questo pezzo assolutamente unico contribuisce ad approfondire le conoscenze delle vicende legate alla cosiddetta Spedizione dei Mille, con particolare riferimento alle tematiche del vestiario e dell’approvvigionamento dei volontari militari.
All’interno della mostra, a cura di Otello Sangiorgi, sono inoltre esposti diversi cimeli e documenti di Baroni – tra cui il manoscritto originale delle sue memorie Da Genova a Gaeta e Milazzo -, ricordi della battaglia di Milazzo (20 luglio 1860) e altre uniformi garibaldine originali risalenti alla Spedizione dei Mille. Un’opportunità preziosa e sorprendente per scoprire una pagina sconosciuta ai più dell’epopea risorgimentale italiana.
Alla vicenda di questo rarissimo oggetto e alla storia del suo proprietario Primo Baroni è dedicato l’ultimo numero del Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna (anno LXX, 2025), a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi, che sarà presentato al Museo civico del Risorgimento giovedì 5 marzo 2026 alle ore 17.00. Il volume è disponibile presso la biglietteria del Museo al prezzo di vendita di € 15.
Durante il periodo di apertura della mostra, sono inoltre proposti appuntamenti di approfondimento in programma tra il Museo civico del Risorgimento e il Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna.
Domenica 22 febbraio 2026 ore 11.00 Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5 Visita guidata alla mostra con Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore) Costo di partecipazione: biglietto museo Giovedì 5 marzo 2026 ore 17.00 Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5 Presentazione del volume Un mese di cattura, un giorno di marcia, mezza giornata al fuoco, e due mesi di ospedale. Storia del garibaldino Primo Baroni e della sua uniforme a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi (Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna, anno LXX, 2025) Intervengono: Mirtide Gavelli (storica) Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore mostra) Andrea Spicciarelli (storico e direttore Ufficio Storico dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini “Giuseppe Garibaldi”) Andrea Viotti (studioso di storia del costume e delle uniformi e collaboratore dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito) Ingresso: libero
Domenica 15 marzo 2026 ore 11.00 Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5 Visita guidata alla mostra con Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore) La visita si svolge nell’ambito della rassegna La Cucina Letteraria di Slow Food Bologna. Costo di partecipazione: biglietto museo
Domenica 15 marzo 2026 ore 15.00 Cimitero Monumentale della Certosa | Via della Certosa 18 Si scopron le tombe, si levano i morti… Garibaldi e garibaldini in Certosa Visita guidata con Mirtide Gavelli (storica) Una passeggiata alla coperta di chi ha contribuito alla causa nazionale durante il Risorgimento, al fianco dell’Eroe dei Due Mondi. Costo di partecipazione: gratuito Prenotazione consigliata: prenotazionicertosa@gmail.com Ritrovo: Info Point storico artistico (cortile chiesa di San Girolamo della Certosa)
La storia Il nome di Giuseppe Garibaldi è spesso associato alla sua impresa più importante, la cosiddetta Spedizione dei Mille volontari partiti da Quarto che nel 1860 abbatterono la dinastia borbonica, e consegnarono la Sicilia e l’Italia meridionale a Vittorio Emanuele II, poi proclamato primo Re d’Italia. In realtà, nel corso di quella campagna militare – che iniziò a maggio e si concluse a ottobre – furono organizzate molte altre spedizioni di volontari che si aggiunsero ai più celebri Mille. A una di queste, comandata da Clemente Corte, partecipò anche Primo Baroni. La spedizione di Corte fu probabilmente la più sfortunata: i suoi 900 volontari, partiti da Genova un mese dopo i Mille, pochi giorni dopo furono bloccati da navi borboniche e portati al porto di Gaeta, dove rimasero molti giorni. La nave che li portava batteva bandiera americana, e questo permise di evitare loro l’arresto, ma dovettero tornare a Genova. Il 10 luglio partirono di nuovo e questa volta giunsero a Palermo il 18 luglio. Non ebbero nemmeno il tempo di sbarcare: Garibaldi aveva fretta di prendere Milazzo, l’ultima piazzaforte della Sicilia ancora in mano ai borbonici, e quindi Baroni e gli altri uomini di Conte furono mandati là per combattere. Mentre erano nel porto di Palermo furono loro consegnati armamento e uniformi: “una blouse di cotonata mista, filettata in rosso, con calzoni di tela crociata”. Quelle uniformi, dall’inconfondibile color caffè, in realtà appartenevano alla spedizione comandata da Vincenzo Malenchini e arrivata da Livorno poco tempo prima; vista l’urgenza, quegli ultimi arrivati furono vestiti alla svelta attingendo ai depositi del Reggimento Malenchini. Giunti a Milazzo il 20 luglio, Baroni e i suoi compagni furono subito mandati in battaglia e spediti in un punto particolarmente critico, dove subirono pesanti perdite. Baroni fu proprio uno dei primi a cadere, come lui stesso racconta: “Passammo il canneto al grido di viva Garibaldi, caricando il nemico alla baionetta. Avevo fatto poco più di cento passi, quando mi sentii come un grosso colpo di bastone alla coscia sinistra. Appena avuto il tempo di scorgere il buco prodotto dalla palla caddi a terra”. Fu proprio grazie a queste circostanze che la sua uniforme color caffè poté essere conservata, l’unica ad arrivare fino a noi. A causa della cattiva qualità del tessuto, le uniformi color caffè si rovinavano subito, così nel corso della campagna furono distribuite camicie rosse per sostituire quelle logore, che vennero buttate. Ma per Baroni e per la sua uniforme le cose andarono diversamente, come lui stesso annota nelle sue Memorie: la sua “non molto fortunata campagna si riassume in un mese di cattura, un giorno di marcia, mezza giornata al fuoco e due mesi d’ospedale”. E così ebbe modo di conservare gelosamente il ricordo di quella memorabile giornata e di donarlo nel 1888 al costituendo Museo del Risorgimento di Bologna, città in cui si era trasferito attorno al 1880. La giubba reca ancora, nella falda inferiore, il foro della palla di piombo che lo ferì alla gamba sinistra e rappresenta, oggi, un’uniforme unica al mondo.
Le caratteristiche e il restauro La giubba risulta realizzata in tela mélange di cotone marrone, con ampia bordatura in tela di lana rossa allo sparato anteriore e al bavero, piccoli bottoni semisferici e filettature rosse alle manopole, realizzate in tela di lana rossa su imbottitura in cordonetto di canapa. La giubba conserva la traccia di un foro di proiettile nella parte anteriore, lungo il margine finale della parte sinistra. Primo Baroni stesso evidenziò il foro cucendovi attorno un cartoncino. Prima del restauro la giubba appariva interessata da depositi superficiali di polvere e sporco, con una evidente disidratazione delle fibre. Erano visibili numerose lacerazioni in senso ordito su tutto il capo, incluse le tasche con brandelli di tessuto parzialmente staccati. Si notavano rammendi con filato incongruo e punti grossolani e lacune di diverse dimensioni. Le profilature in lana rossa presentavano piccole rosure di insetto. Si evidenziavano anche macchie dovute probabilmente all’uso, mentre i peduncoli dei bottoni risultavano in precario stato conservativo. Dopo un attento studio del materiale, la giubba è stata depolverata delicatamente e pulita mediante vaporizzazione ad ultrasuoni a freddo con leggero passaggio di morbide microfibre per la rimozione dello sporco superficiale. È seguita poi la messa in forma della giubba mediante imbottitura realizzata ad hoc. Quanto al consolidamento, lo stato precario del materiale non avrebbe consentito il passaggio dell’ago senza provocare ulteriori danni al tessuto. È stato quindi tinto in tono e trattato col film termoadesivo un leggerissimo velo di seta che è stato poi applicato all’interno della giubba, in modo da creare una sorta di “seconda pelle” trasparente a sostegno totale del capo. Le lacune più significative sono state integrate mediante fissaggio a cucito di supporti locali tinti nel colore idoneo, rimuovendo i rammendi incongrui che trattenevano il tessuto in posizione scorretta. Lungo la fascia in pannetto rosso dell’allacciatura, le numerose piccole lacune sono state integrate inserendo al di sotto un pannetto di lana del medesimo colore, applicando localmente un velo termoadesivo a rinforzo delle parti lacerate e ripristinando tutte le cuciture mancanti. I peduncoli dei bottoni, in precario stato conservativo, sono stati rinforzati. Le operazioni di restauro sono state supportate dall’analisi merceologica delle fibre tessili completata da una scheda tecnica corredata da immagini a microscopio digitale. Il manichino utilizzato per l’esposizione è stato modellato e adattato alla giubba con imbottiture su misura, partendo da un busto preformato standard, per fornire adeguato sostegno al capo e consentirne una corretta lettura tridimensionale.
La ricostruzione grafica Nella mostra Garibaldini in uniforme dall’Uruguay alle Argonne (1843-1915), organizzata dal Museo civico del Risorgimento di Bologna dal 30 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, sono state esposte le ricostruzioni grafiche di uniformi indossate da diversi corpi di volontari garibaldini tra 1843 e 1915, realizzate nel corso degli anni dal pittore e disegnatore Pietro Compagni sulla base dell’iconografia e di descrizioni coeve. In quell’occasione Compagni “scoprì” che nel museo era conservata anche la giubba garibaldina color caffè qui esposta, che egli riconobbe essere un reperto assolutamente unico. Già lo studioso Andrea Viotti nel 1979 aveva scritto un saggio sul Reggimento Malenchini, ipotizzando anche una ricostruzione grafica dell’uniforme unicamente in base alle memorie scritte. Compagni decise così di realizzare, basandosi su quello studio e sul reperto originale, un figurino attendibile dell’uniforme da volontario del Reggimento Malenchini (1860). Al momento dell’inaugurazione della mostra il disegno non era ultimato, ma si decise di esporlo ugualmente, anche perché questo ci servì per attirare l’attenzione sul cattivo stato di conservazione del reperto, e per lanciare una campagna di raccolta fondi attraverso l’Art Bonus, operazione andata a buon fine. Nel frattempo, Compagni ha potuto portare a termine anche la ricostruzione grafica dell’uniforme, che viene ora esposta accanto a quella originale, finalmente restaurata.
Il nucleo di uniformi garibaldine del Museo civico del Risorgimento di Bologna Il Museo civico del Risorgimento di Bologna conserva un nucleo di 30 uniformi di corpi garibaldini, quasi tutte rosse. Di queste poche risalgono al 1860, la maggior parte sono invece relative alla Terza Guerra di Indipendenza (1866), alcune alla Campagna dell’Agro romano (1867) e alla campagna a fianco della Francia contro la Prussia (1870). Come è noto, le uniformi dei garibaldini vennero spesso realizzate in mancanza di regolamenti precisi che le codificassero e, anche nel caso in cui questi fossero presenti, come nel 1866, i volontari spesso li adattavano alle proprie esigenze e gusti personali. Nella loro multiforme varietà, le uniformi garibaldine del Museo esprimono pertanto quell’approssimazione e quella scarsa attenzione agli aspetti formali che, espresse icasticamente nel modo di dire “alla garibaldina” , consegnano al tempo presente la memoria dei seguaci dell’Eroe dei Due Mondi.
Ingresso Intero € 5 | ridotto € 3 | ridotto speciale visitatori di età compresa tra i 19 e i 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura
Informazioni Museo civico del Risorgimento Piazza Giosue Carducci 5 | 40125 Bologna Tel. + 39 051 2196520 www.museibologna.it/risorgimento museorisorgimento@comune.bologna.it Facebook: Museo civico del Risorgimento – Certosa di Bologna YouTube: Storia e Memoria di Bologna
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A sinistra: Piet Mondrian: Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938 / Composizione con rosso 1939 1938–39. Olio su tela, 105,2 x 102,3 cm. Collezione Peggy Guggenheim, Venezia (Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York), 2025 A destra: Vasily Kandinsky: Figura verde (Figure verte), 1936, Olio su tela, 117,5 cm x 89,.3 cm. Centre Pompidou, Paris, Musée national d’art moderne / Centre de création industrielle, Lascito Nina Kandinsky, 1981, in deposito dal 20 luglio 1998 al Musée d’art moderne et contemporain de la Ville de Strasbourg, Strasburgo. In basso: Vasily Kandinsky: Curva dominante (Dominant Curve), Aprile 1936, Olio su tela, 129.2 x 194.3 cm. Museo Solomon R. Guggenheim, New York, New York, Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York.
“Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.
Peggy Guggenheim
Dal 25 aprile al 19 ottobre 2026 la Collezione Peggy Guggenheim presenta Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, la prima e più ampia mostra mai realizzata in ambito museale dedicata all’esperienza londinese di Peggy Guggenheim e alla sua prima galleria, Guggenheim Jeune, attiva al 30 di Cork Street tra il 1938 e il 1939. Curata da Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e da Simon Grant, Guest Curator, l’esposizione ricostruisce un capitolo cruciale della vita di Peggy Guggenheim, destinato a segnare in modo definitivo il suo futuro ruolo di collezionista e mecenate dell’arte del Novecento.
Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista
25 aprile – 19 ottobre, 2026 Venezia, Collezione Peggy Guggenheim
La galleria svolse un ruolo fondamentale nel plasmare la scena artistica britannica del periodo tra le due guerre, aumentando la visibilità e l’accettazione dell’arte contemporanea in un momento in cui le istituzioni londinesi rimanevano conservatrici. Insieme a gallerie come la Redfern Gallery, la Mayor Gallery e la London Gallery, Guggenheim Jeune sfidò le norme consolidate e offrì una piattaforma essenziale per l’arte d’avanguardia. Questo periodo fu, inoltre, decisivo nella definizione dell’identità di Peggy Guggenheim come mecenate delle arti, decisa nel voler fondare un museo di arte moderna a Londra, una visione questa che sarebbe stata infine realizzata a Venezia. Nell’arco di diciotto mesi Guggenheim Jeune divenne uno dei principali punti di riferimento per le avanguardie artistiche dell’epoca, distinguendosi nella promozione di artisti locali e internazionali, molti dei quali legati alle tendenze artistiche del Surrealismo e dell’astrazione, e per una programmazione audace e sperimentale. In un arco di tempo sorprendentemente breve, dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Peggy Guggenheim organizzò oltre venti mostre e firmò numerosi primati curatoriali, tra cui la prima personale nel Regno Unito di Vasily Kandinsky, una mostra monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima esposizione britannica interamente dedicata al collage, una mostra di scultura contemporanea che suscitò ampio scandalo, e una mostra di opere realizzate da bambini, tra cui figura il dipinto di un giovanissimo Lucian Freud. Si tratta del debutto espositivo del celebre artista britannico.
Gisèle Freund: Herbert Read e Peggy Guggenheim, 1939 (stampata nel 1977) 46 x 35 cm. Archivio Collezione Peggy Guggenheim, Venezia, Acquisto grazie a Ikona Gallery, Venezia, 1988
L’esposizione riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, e a opere di artisti che Peggy Guggenheim avrebbe successivamente collezionato. Tra questi figurano, tra gli altri, Eileen Agar, Jean (Hans) Arp, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e Yves Tanguy. Il percorso espositivo include dipinti, sculture, opere su carta, fotografie, pupazzi e materiali d’archivio, restituendo la straordinaria varietà dei linguaggi presentati nella galleria e documentando un’epoca di intensa sperimentazione artistica e fermento culturale, segnata da profonde tensioni sociali e politiche alle soglie della Seconda guerra mondiale. Centrale è anche la dimensione relazionale dell’esperienza londinese di Peggy Guggenheim: la mostra mette in luce il ruolo determinante delle sue amicizie e collaborazioni con figure chiave del modernismo, tra cui Arp, Samuel Beckett, Marcel Duchamp, Roland Penrose, Herbert Read, e MaryReynolds nonché l’importanza della rete di galleristi e intellettuali attivi nella Londra di quegli anni.
Il percorso espositivo si apre con opere chiave dell’astrazione e del Surrealismo esposte durante la breve ma intensa attività di Guggenheim Jeune, che riflettono le principali tendenze artistiche alla base del programma della galleria. Le sale successive sono dedicate alle singole esposizioni organizzate in questo spazio, tra cui quelle consacrate a Kandinsky, all’artista russa Marie Vassilieff, creatrice del genere delle “bambole artistiche” e figura di riferimento per una pratica transdisciplinare, e alla mostra di scultura contemporanea, che rappresentò un evento di primo piano nella storia culturale londinese del periodo prebellico, dimostrando il ruolo determinante di Peggy Guggenheim nella promozione e nell’accettazione dell’arte moderna e astratta in Inghilterra. Si prosegue con i ritratti di Cedric Morris, artista gallese al centro della scena dell’avanguardia britannica, mentre una sala sarà dedicata alle esposizioni del pittore statunitense Charles Howard, dello scultore tedesco Heinz Henghes, e alla mostra dello Studio 17, laboratorio di incisione fondato da Stanley William Hayter. Segue un omaggio alla storica esposizione Abstract and Concrete Art, con opere di artisti quali Mondrian, Taeuber-Arp e Van Doesburg. Non mancherà una sala dedicata ai ritratti fotografici a colori di Gisèle Freund, presentati originariamente a Guggenheim Jeune in forma di proiezione: una modalità espositiva che l’artista predilesse per tutta la vita per mostrare le sue trasparenze a colori dedicate ad artisti e intellettuali. Le sale finali riuniscono infine opere di quegli artisti inclusi nella mostra sul collage e nelle diverse esposizioni dedicate al Surrealismo, tra cui Kernn-Larsen, André Masson, Reuben Mednikoff, Wolfgang Paalen, Grace Pailthorpe, Man Ray, Tanguy e John Tunnard.
La mostra vuole inoltre essere un omaggio all’amore che legò Peggy Guggenheim all’Inghilterra, che sempre considerò propria patria spirituale e con cui mantenne numerosi legami. In un’intervista del 1976, riflettendo sulla propria vita, dichiarò: “Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.
Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà accompagnata da un ricco catalogo illustrato, edito da Collezione Peggy Guggenheim e distribuito da Marsilio Arte, che include nuovi saggi critici da parte di numerosi studiosi, critici e storici dell’arte.
Dopo la tappa veneziana, Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà presentata alla Royal Academy of Arts di Londra dal 21 novembre 2026 al 14 marzo 2027, rafforzando il dialogo internazionale attorno a una figura centrale della storia dell’arte del XX secolo e al contesto che ne ha segnato la formazione, e al Guggenheim New York nella primavera del 2027.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Antonio Ballero, Preghiera per i morti in guerra, 1916, CCIAA, Camera di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura, Nuoro
Una amicizia, un carteggio, una vocazione condivisa. Per il paesaggio, per la pittura, per la trascrizione dei moti della terra in palpiti di colore. Il progetto inedito, varato dal museo MAN di Nuoro, mira a ricostruire per la prima volta il lascito ideale che Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907), padre nobile del divisionismo italiano, consegnò ad Antonio Ballero (1864-1932), grande artista sardo che, a cavallo fra passato e progresso, traghettò una pittura intrisa ancora di istanze realiste verso i modi sperimentali del divisionismo, veicolando la cultura tardo romantica dominante nel panorama dell’isola in direzione di una ricerca scientifica sul colore sposata a una narrazione cangiante del percepito. Stringendo un legame affettuoso con Pellizza da Volpedo, interrotto dalla tragica morte di quest’ultimo, Antonio Ballero contribuì fortemente ad aprire la Sardegna alle indagini su quel nuovo linguaggio della pittura e sulle teorie del colore “diviso” protagonisti del dibattito in corso a livello nazionale e internazionale. Fu merito della lezione di Pellizza da Volpedo e dello scambio intellettuale che ne nacque, se Ballero giunse a ritagliarsi un ruolo da capofila nell’evoluzione della ricerca artistica sull’isola, entrata grazie a lui a pieno titolo nell’attualità della querelle che si agitava in continente.
Pellizza e Ballero La divina luce MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro 13 Marzo – 14 Giugno 2026
a cura di Chiara Gatti da un progetto di Rita Moro con il contributo scientifico di Gabriella Belli e Antonello Cuccu
Il progetto, curato da Chiara Gatti e coordinato da Rita Moro, con la consulenza scientifica di Gabriella Belli, massima studiosa del Divisionismo italiano (cfr. Divisionismo italiano, a cura di Gabriella Belli, Electa, Milano 1990 e L’età del Divisionismo, a cura di Gabriella Belli e Franco Rella, Electa, Milano 1990), porrà in stretta relazione gli esiti del maestro sardo con gli stimoli ricevuti dal rapporto privilegiato con Pellizza da Volpedo, testimoniati da un confronto iconografico e altresì dalle lettere datate fra il 1904 e il 1907 che ne documentano i contatti e la vivacità del dialogo. Due quadri di Ballero, esposti nell’ambito della Cinquantunesima Esposizione della Società delle Belle Arti di Genova nel 1904 furono lodati da Pellizza al pari di una vera “rivelazione”, come Pellizza stesso confessò al maestro sardo in una missiva di quello stesso anno. Merito di questa vicinanza ideale e di tale dichiarazione di stima se la ricerca espressiva e formale di Ballero imboccò la strada di una maturazione estetica venata anche di nuovi e più potenti contenuti sociali.
Antonio Ballero, Autoritratto, 1907, Comune di Atzara, Museo MAMA
Antonio Ballero era emerso a Sassari all’Esposizione Artistica Sarda allestita al Palazzo della Provincia nel 1896, ma non tardò a segnalarsi per la sua statura di livello nazionale, superando rapidamente il verismo di matrice ancora macchiaiola e il sentimentalismo di certi soggetti di natura agreste, e guardando con piena maturità alla svolta divisionista e alla sua complessa e variabile concezione della luce e del colore, da affrontare con il neonato metodo scientifico del dipingere, che gli valse quell’incoraggiante plauso di Pellizza da Volpedo. Già Salvatore Farina, grande scrittore sperimentale, originario di Sorso e milanese d’adozione, vicino agli Scapigliati e a tutta l’intellighenzia italiana dell’epoca, riconobbe il passo avanti compiuto da Ballero nel mondo dell’arte e ne paragonò gli esiti alle riflessioni di Giovanni Segantini, al suo equilibrio lirico fra realismo e simbolismo, quotidianità pregna di umori terreni e dimensione del sacro che si reifica in terra, nello spettacolo della natura e nei gesti con cui l’uomo la omaggia silenzioso.
Il legame con Grazia Deledda e il sodalizio con Francesco Ciusa, oltre all’amicizia in continente con Leonardo Bazzaro e Carlo Fornara, accentuarono la vocazione di Ballero per questo sentire e narrare l’esistenza diuturna degli umili. Le sue figure dignitose, solenni e insieme fragili al cospetto del cosmo, abitano orizzonti rurali dove il senso profondo di verità delle cose si sublima in una attesa senza tempo. “La fierezza olimpica dei pastori erranti tra le boscaglie, l’impeto di una corsa di cavalli, le movenze flessuose e festanti di un ballo tondo”: così Ballero affondava nella descrizione dei suoi soggetti aggrappati saldamente alla tradizione della sua terra ma proiettati, allo stesso modo, nell’assoluto. Il passaggio radicale da opere come Paesaggio con alberi del 1890 a tele come Mattino di Marzo del 1903 c. o L’appello serale del 1904 – identificate esattamente con le due opere esposte a Genova e che raccolsero l’entusiasmo di Pellizza – dimostra con chiarezza la svolta del maestro sardo dal giovanile debito verso i modi di Corot e il suo tonalismo, le sue pennellate fluide e il suo naturalismo vibrante, a una pittura fatta invece di piccole tacche, complementarietà dei colori, crepuscoli penetranti e coralità d’azione dei suoi personaggi.
Giuseppe Pellizza da Volpedo: Autoritratto, 1899, Gallerie degli Uffizi, Firenze
Pellizza Da Volpedo, quattro anni più giovane di Antonio Ballero, ma già al centro della vita artistica nazionale, condivise con il collega nuorese i suoi pensieri sul tema del paesaggio, sullo spirito di verità e la capacità di osservazione che l’esistenza richiede per essere compresa e tradotta in immagine, nel suo scorrere intimo e feriale. Avvicinare due autori in un percorso che ne testimoni i punti di contatto, significa dunque lavorare sulla ricchezza e sui frutti del loro dialogo, sul lascito che Pellizza consegnò all’amico e come quest’ultimo seppe rigenerarlo alla luce di una cultura diversa, aspra e introversa quale fu quella della sua terra, visceralmente appesa alle asperità dei tacchi montuosi e alla scansione struggente dei compiti pastorali. La stessa genesi dei quadri di Pellizza da Volpedo, gli scenari che riempirono i suoi occhi quando scrutava momenti di quotidianità campestre, dolorose nella miseria ma mistiche nella speranza di una vita migliore, può aiutare nell’analisi della crescita di Ballero, del suo affacciarsi a una rinnovata poetica del quotidiano. La lezione gli venne dai prati della pieve di Volpedo, dove si consumava il celebre Idillio primaverile con il girotondo dei bambini; allegoria dell’infanzia e del tempo che scorre, destinata a ritornare nelle tele dell’artista sardo come Baddemanna del 1903. Speranze deluse è uno dei titoli più sintomatici della ricerca sul senso dell’esistenza che ossessionò Pellizza fino a logorargli l’anima e che Ballero ereditò in altre opere significative come Logu lentu o La seminatrice.
Attraversando le vie dei borghi, ai margini dei viottoli che affacciano sui fienili, si dipanano allora le tappe di un percorso pensato per temi dominanti.
Una nuova tecnica per una nuova luce
All’anno 1894 risale un numero lavori superstiti di Antonio Ballero che documentano la sua sempre più intensa dedizione alla ricerca formale, intorno al problema colore-luce e colore-materia. Da questa data cruciale si sviluppa la crescita, sotto tutti i punti di vista, della sua produzione. All’indomani della partecipazione, nel 1896, alla storica Esposizione Artistica Sarda, dove il suo nome spiccò accanto a quello del più anziano e celebrato Giacinto Satta, Ballero vide il proprio impegno espressivo riconosciuto da un sistema dell’arte aggiornato alle nuove sperimentazioni, divise fra i traguardi del pointillisme francese e il coevo diffondersi del metodo scientifico della divisione del colore in ambito italiano, segnato da una maggiore libertà nel segno e nel gesto rispetto al rigore inflessibile dei colleghi d’oltralpe. Il 1896 è, non a caso, anche l’anno della celebre Triennale torinese, a cui parteciparono nomi del calibro di Morbelli, Grubicy, Longoni, Nomellini, Previati, Tominetti e lo stesso Pellizza, esponendo quadri a tecnica divisa, presenti in netta minoranza rispetto ai linguaggi ancora tradizionali, ma fondamentali per stabilire un punto di avvio della rivoluzione in atto. “Tenere i colori divisi e avvicinati anziché mescolarli sulla tavolozza”, come prescriveva proprio Grubicy in un suo scritto fra le pagine de “La Triennale” del medesimo anno, divenne la prassi comune per acuire la luminosità migliore possibile nelle scene ritratte, mettendo così la tecnica al servizio di una esigenza espressiva, non certo come fine ultimo di un virtuosismo puramente linguistico. “[…] ho la convinzione – aggiungerà Pellizza – essere questa non altro che un mezzo per rendere più efficace l’opera stessa e, aggiungerò, più consona ad esprimere le moderne idealità”. All’alba del Novecento, anche l’artista nuorese, sensibilissimo a tali portati, orientò caparbio le proprie scelte formali verso la medesima separazione degli elementi cromatici, in virtù di effetti luministici avvolgenti, pozzi d’ombre e chiarori lampeggianti di una intensità mai raggiunta in precedenza, tanto da poter paragonare oggi il suo capolavoro Sa ria del 1908 alla lezione di Angelo Morbelli, ne La sedia vuota o Mi ricordo quand’ero fanciulla del 1903. Sulle orme dell’amico Pellizza, Antonio Ballero dichiarò a sua volta: “La divisione del colore a seconda dello scopo che ti prefiggi nei tuoi lavori. Tutta la scienza riguardante la luce ed i colori deve destarti sempre un particolare interesse: solo per mezzo suo puoi avere maggiore coscienza di quel che fai. Quando copierai il vero non pensare a teorie, ma a tradurlo con tutti i mezzi che avrai a tua disposizione. Non fare il divisionismo per partito preso, ma perché devi essere convinto che cosi esplichi meglio le tue tendenze. Il divisionismo troppo apparente nuoce all’opera d’arte: mantenendo ciò che esso ha di buono, bisogna far scomparire ogni apparenza di sforzo, bisogna che l’opera sembri fatta di getto. Così la tecnica secondo me, non dovrebbe essere né tutta a puntini né tutta a lineette né tutta ad impasto; e nemmeno tutta liscia o tutta scabrosa, ma varia come sono varie le apparenze della natura”.
Giuseppe Pellizza da Volpedo: Mediatore Giani, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, Milano1891
Il destino degli umili
Sulla provinciale per Casalnoceto, nel viale del Cimitero, avanzava lento il corteo del Fiore reciso, storia di una morte prematura narrata con dolorosa partecipazione da Pellizza in una delle sue opere più tragiche. Accanto ai fenomeni naturali, esaltati dalla tecnica divisa, risulta centrale l’attenzione rivolta dal maestro di Volpedo e dal collega nuorese a un mondo palpitante di figure misere ed eroiche allo stesso tempo, figure spezzate, volti segnati dalla sofferenza o fermi immobili nella polvere che frulla intorno. “Ritornato in questo mio paese feci primieramente: ritratti dei genitori miei […]” narrava Pellizza nelle note autobiografiche del suo Copialettere e minutari del 1895. La donna dell’emigrato del 1888, la Testa di vecchio, del 1890, così come nel Ritratto di campagnoli del 1894, sembra riecheggiare una lunga letteratura del vero che attraversa il secolo e che Ballero raccolse nel midollo, complici i rapporti amicali con Sebastiano Satta o la Deledda, ambientati sullo sfondo di un paese che – non diversamente da Volpedo – succhiava la linfa dalla natura e restituiva l’amarezza dei giorni in quella «demoniaca tristezza» che, per citare Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, distinse Nuoro «nido di corvi», landa scoscesa, e il suo popolo di notabili e pastori, preti e banditi. Il vero ‘luogo comune’, l’anello di congiunzione che, in questo caso, lega a doppio nodo la narrazione di Ballero a quella di Pellizza è in realtà il senso presente della morte, la metafisica che attraversa gli occhi dei suoi personaggi, vivi e morti, eternamente sospesi a picco sul dirupo dell’esistenza. “Mio scopo fu di farle una figura reale ma circonfusa di un’atmosfera di sogno” scrisse Pellizza in una lettera alla Signora Vittorina Balladore Bidone, in merito a un ritratto del marito commissionato dalla consorte in sua memoria. Dietro un linguaggio che sposa divisionismo e sentimento del sacro, sconfinato nei territori amari della finitudine, i ritratti dei maestri dialogano durissimi nei tratti, ma accarezzati da una luce di compassione. Poche figure divengono allora specchio di un mondo intero che abita la terra e subito si inabissa, grazie alla disperata dolcezza di una pittura che traduce nel colore il destino degli umili. Così come da un lato, all’angolo dell’edificio della Società operaia di Volpedo, sventolavano i Panni al sole di Pellizza, in un’aia rimasta cristallizzata e pigra, come le pieghe segrete del paese di cui riassume l’indole, così i cortili di Ballero, silenziosi e riarsi nelle estati isolane, si fanno simbolo di un mondo sardo, dei suoi ritmi e della sua verità sociale.
L’arte in funzione sociale
Sullo sfondo del mondo civile della Sardegna fin de siècle, si agitavano gli stessi drammi di cui Pellizza da Volpedo, con la sua opera, si fece testimone e interprete a livello universale. Lavoro e soprusi, indigenza e malattia, fragilità e violenze che la pittura, nella sua azione militante, contribuì a denunziare con la forza visiva e toccante di un manifesto programmatico. “Le opere che sanno innalzare la dignità e la bellezza del lavoro semplice, e la vita del popolo, che le sanno santificare, e glorificare nei loro dolori e nelle loro gioie, sono quelle che precorrono la vera arte futura. Sorgeranno forse altre forme, ed altri geni dell’arte troveranno vie nuove e formule nuove per commuovere le masse, ma l’arte futura non sarà né mistica, né adulatrice, né volgarmente realista, essa conterrà l’umanità tutta intera, l’umanità che, ammaestrata dai dolori passati della vita, e glorificata dal lavoro libero e rimuneratore corre trionfante e vittoriosa nella grande via del progresso e della civiltà”. Lo slancio accalorato di Ballero in questa sua dichiarazione giovanile dovrà drammaticamente scontrarsi con le delusioni del mondo moderno e di un idealismo romantico affranto dalle logiche del potere e dello sfruttamento. Il disagio sociale che attraversò l’Italia a cavallo del secolo divenne allora lo stimolo per affrontare nuove rappresentazioni della vita quotidiana venate di iniquità, che le poetiche sociali dei maestri del divisionismo resero in immagini dal taglio impegnato e accusatorio, come nel caso dell’eccidio di Buggerru del 1904 avvenuto durante lo sciopero dei minatori e che, idealmente, si può ricollegare al capolavoro di Pellizza, la marcia del Quarto Stato, manifesto di tutte le lotte per la conquista dei diritti all’alba della modernità. Il peso delle tensioni sociali nella Sardegna del tempo non fu minore a quanto si stava verificando sul continente. Nel 1906, sull’Isola furono organizzati tredici scioperi e Cagliari fu scenario della famosa rivolta delle sigaraie: quest’ultimo fatto accadde nello stesso mese di maggio in cui Ballero tenne la sua conferenza sulla scultura, durante la quale affrontò con durezza il concetto di socialità dell’arte citando, non senza enfasi, l’eloquenza civile di opere realmente politiche come il celeberrimo Spartaco di Vincenzo Vela, il gladiatore simbolo della rivolta contro gli oppressori, che procurò all’artista svizzero la condanna degli austriaci.
Il sentimento di un’epoca intera, concentrato nel cammino dei contadini, con il loro messaggio assoluto di dignità e coraggio, trovò in Pellizza e nella sua eredità consegnata a Ballero l’apice di un’aderenza fra arte e vita, foriera di altre battaglie per la difesa dei braccianti o della classe operaia; l’occupazione delle fabbriche in vista del biennio rosso, registrò, in piena industrializzazione, lotte estenuanti raccolte dai maestri del colore negli “scatti” indelebili di una Italia sospesa in bilico fra tradizione e modernità.
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