
La casa come radice
Le finestre aprono un riquadro chiaro sulla giornata autunnale e mi fanno sentire a casa. Ancora qualche giorno, poi tornerò a Roma dove a Monteverde ho lasciato Lilli e rientreremo insieme. Lei, mi ha detto al telefono, che vorrebbe passare un po’di tempo nella nostra casa di campagna vicino a Taormina. Vedremo! Intanto in questo angolo di Petit Montrouge, in una pace solenne, ho preso a leggere intensamente Histoire d’une maison. Mi sorprende scoprire come gran parte della storia dell’architettura domestica francese si concentri in questo insolito romanzo illustrato, nato come strenna natalizia e destinato a un pubblico di scolari. Eppure, più lo sfoglio e lo leggo, più mi accorgo che Viollet-le-Duc, dietro l’apparenza semplice della narrazione, riversa qui l’essenza del suo pensiero maturo.
Parte da un ragazzo di sedici anni, Paul, che riceve la sua prima lezione di architettura nel momento esatto in cui scoppia la guerra franco-prussiana del 1870. Il cugino architetto lo guida attraverso la ideazione e la costruzione della casa di Marie, sua sorella, in una campagna del Berry che sembra uscita da un’incisione del Seicento: dolce, agreste, radicata. È una cornice narrativa volutamente ingenua, quasi pastorale, ma la scelta non è casuale. Viollet-le-Duc ha appena lasciato Parigi per Losanna dopo la caduta della Comune. È ferito nell’animo, disilluso, e la sua idea di architettura si concentra sull’essenziale: la casa come rifugio, come luogo di un ordine che avvolge e protegge.
È impossibile per me non pensare alla “mia casa di Creil”, quella che sto raccontando, quella che immagino e ricostruisco pezzo per pezzo dai documenti di Émile e dalle abitudini pacate di Éléonore così interessata alla felicità di Vivienne. La casa, per Viollet-le-Duc, è un avamposto morale prima ancora che un organismo architettonico. E io, che sto parlando di una casa come se fosse un personaggio, sento una consonanza profonda: anche la dimora di Creil è un ritorno all’essenziale, un luogo dove la vita si organizza in silenzio, lontano dal rumore della grande città.
La guerra, in Histoire d’une maison, è una presenza che non entra mai direttamente nella trama, ma che agisce da sfondo. La casa di Marie nasce mentre la grande casa nazionale vacilla. E nell’immagine della dimora rurale – che si eleva lentamente, con il vento che l’avvolge, il suolo che la sostiene, la logica delle stanze che si ordina secondo il clima e le abitudini – Viollet-le-Duc compone un implicito manifesto contro il Barone Haussmann che aveva predisposto e attuato, giusto prima della guerra, un vasto piano di riorganizzazione della Capitale. Non la città verticale e lottizzata, non l’appartamento lungo i boulevard in cui le famiglie si stratificano in un condominio senza conoscersi. Nel suo libro Viollet-le-Duc aspira alla casa dei campi, la casa orizzontale, radicata, costruita come un’estensione naturale della famiglia che da generazioni abita il paese.
Leggo questo passaggio e penso a Vivienne ed Éléonore. La loro casa non nasce da un capriccio estetico, né da una posizione di prestigio sociale. Nasce, esattamente al contrario, dalla necessità di stare insieme, di custodire un ricordo, di accogliere un bambino come Gaspard, che ripeto non è il Gaspard che ho conosciuto in Place des Vosges, ma suo padre. Un bambino che non è loro figlio, ma diventa parte integrante della loro vita. È un radicamento affettivo, come quello di Paul e di sua sorella Marie.
La casa è sempre questo: una piccola patria, una radice concreta che tiene ancorata la grande patria. Lo dice bene Louis Ulbach, amico dello stesso Viollet-le-Duc: abbiamo tutti bisogno di un riparo certo, modesto e onorevole, posato su un suolo senza scosse. E credo che, se potessi mostrargli la casa di Creil, come è cresciuta oltre i disegni di Émile – voglio dire, dopo la scomparsa di Émile – Viollet-le-Duc annuirebbe. È La forma che segue la vita.
Torno alle pagine del romanzo e mi accorgo che l’intero itinerario che Paul compie con il cugino architetto è un percorso iniziatico, quasi un antico rito di passaggio. Paul immagina una casa secondo le convenzioni del tempo: la simmetria accademica, le facciate uniformate al gusto del momento, la distribuzione delle stanze secondo uno schema ideale più che reale. Il cugino, invece, disfa questo impianto in un unico, lunghissimo, monologo che occupa pagine fitte. In un’edizione americana che trovo in inglese su internet, il cugino è direttamente identificato come Eugène. E mentre Eugène parla a Paul, gli mostra che l’architettura non è semplicemente un gioco di forme, ma un metodo: una deduzione, una logica, una risposta al luogo.
È il programma e la struttura che devono determinare la forma, mai il contrario. È qui che la casa rurale, con la sua volumetria irregolare, la sua disposizione organica nel paesaggio, diventa modello. Se cambia il vento, se la luce gira in altro modo, se l’acqua ristagna in un punto, tutto deve adattarsi. La casa non è un quadro da guardare, come confondono le soprintendenze che un tempo chiamavamo delle Belle Arti. La casa è un corpo che vive.
Leggo, e mi rendo conto che questo principio governa anche la mia scrittura. Quando descrivo la casa di Creil, non concepisco uno schema da imporre ai personaggi di un immaginario racconto: sono Vivienne, Éléonore, e lo stesso Émile a determinare la forma della casa. Le loro abitudini, la loro intimità silenziosa, la loro storia comune modellano le stanze. Il salone dove si riuniscono, la cucina dove la cuoca e la domestica giovane – Madame Rouvière e Jeanne – lasciano il segno del proprio lavoro discreto, le camere nelle suite delle due padrone di casa: tutto segue il rapporto tra “la busta e il contenuto”, come dice Viollet-le-Duc.
Cosa significano “busta e contenuto”? È presto detto: tra la Quattordicesima e la Diciottesima degli Entretiens sur l’architecture, Viollet-le-Duc spiega che la forma di un edificio – come aveva insegnato anche allo stesso Émile – non deve essere concepita come un involucro preliminare, la “busta”, dentro cui poi si collocano casualmente funzioni e stanze, ma come il risultato diretto di ciò che l’edificio conterrà: percorsi, abitudini, pratiche, vita quotidiana. In altre parole, l’esterno nasce dall’interno, e mai dal contrario.
Quello che più conta è che in Histoire d’une maison questa idea ha un risvolto morale preciso. La casa costruita secondo ragione, e non secondo moda, diventa uno strumento di riforma sociale. Genera l’amore del focolare, e da esso – scrive nella sua Diciottesima Entretien – scorrono l’amore dell’ordine, del lavoro, della misura. È la consapevolezza, la responsabilità, di essere parte di un sistema più grande, una radice, una continuità che attraversa il tempo.
Anche la casa che ho restaurato a Creil porta questa responsabilità: è il luogo dove una famiglia non certamente tradizionale ha trovato il proprio modo di esistere, il proprio equilibrio, la propria fedeltà alla vita quotidiana. È un “individuo-edificio”, direbbe Viollet-le-Duc, un organismo coerente a sé stesso, che soddisfa i bisogni di chi lo abita e, facendolo, rende omaggio anche alla tradizione domestica francese senza imitarla pedissequamente. Mentre leggo le ultime pagine del libro, mi accorgo che qui teoria e narrazione si sovrappongono perfettamente. Histoire d’une maison non è soltanto un racconto; è il manifesto di un’architettura che segue la vita, e che della vita accoglie il ritmo, le inclinazioni, il respiro. E così mi ritrovo a pensare che la casa di Creil, quella dei ricordi, appunti e sensazioni, non è poi così diversa dalla casa di Paul e di Marie. Entrambe le case – quella nei dintorni di Bourges nel Berry e quella nei dintorni di Parigi a Creil – nascono dalle medesime carte che prima ha avuto sottomano quel mirabile architetto che fu Eugène Viollet-le-Duc e poi sono pervenute a me grazie a Gaspard. Entrambe le case hanno resistito al tempo e raccontano, ancora oggi, l’esatto modo in cui due famiglie si sono radicate col mondo e di questo hanno lasciato tracce perenni. Tracce leggibili.
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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