
Dal 9 maggio al 6 settembre 2026 Palazzo Marin ospita il nuovo progetto dell’artista iraniana. Tre film ambientati a New York interrogano il confine tra realtà e immaginazione attraverso la vicenda di Nasim Aghdam.
In occasione della Biennale di Venezia 2026, Palazzo Marin accoglie Do U Dare!, la nuova trilogia cinematografica di Shirin Neshat, tra le voci più incisive della scena artistica internazionale. Il progetto, visibile dal 9 maggio al 6 settembre, è promosso da Associazione Genesi e Banca Ifis, con la curatela di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi, e la collaborazione di Gladstone Gallery, Galleria Lia Rumma e Magonza editore .
Al centro dell’opera si colloca la figura di Nasim Aghdam, giovane donna iraniana emigrata negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni religiose. La sua esistenza, segnata da isolamento e perdita di appartenenza, diventa materia narrativa e simbolica per Neshat, che ne ricostruisce il percorso attraverso una lente sospesa tra cronaca e interpretazione artistica. Cresciuta in California, Aghdam costruisce un’identità alternativa nel mondo digitale, dove video performativi e provocatori le consentono di esprimere frustrazione, rabbia e desiderio di riconoscimento, fino all’epilogo tragico del 2018 .
La trilogia si sviluppa in tre episodi ambientati in differenti contesti socioeconomici dell’area metropolitana di New York, componendo un ritratto frammentato e inquieto della protagonista. Nel primo capitolo, ambientato in una comunità di immigrati a Brooklyn, emerge il tema dello sradicamento: un paesaggio umano segnato da marginalità e alienazione, dove la tensione interiore sfocia in un gesto estremo di protesta. Il secondo episodio si sposta nel cuore finanziario di Wall Street, trasformando la città in un teatro di automatismi e disconnessione emotiva. Qui la protagonista assume i tratti di una performer capace di attrarre e sedurre una folla svuotata, incarnando il desiderio compulsivo di visibilità e riconoscimento.

L’ultimo film conduce lo spettatore nello spazio domestico, dove Aghdam costruisce i propri contenuti digitali, moltiplicando identità e ruoli in una sequenza di performance che oscillano tra ironia e critica. In questo contesto, Neshat mette in discussione l’immagine dell’America come modello globale, evidenziandone le contraddizioni: dalle disuguaglianze economiche alla spettacolarizzazione del corpo femminile, fino alle tensioni tra libertà dichiarata e controllo sociale .
Dal punto di vista formale, Do U Dare! alterna registri visivi differenti, passando dal realismo in bianco e nero a dimensioni più visionarie e surreali. Questa oscillazione riflette la fragilità psicologica della protagonista e la sua incapacità di distinguere tra realtà e immaginazione, una condizione che diventa metafora più ampia dell’esperienza migratoria e del processo di integrazione.
L’opera si configura così come una riflessione stratificata su identità, esilio e costruzione del sé nell’epoca dei media digitali. Ma soprattutto interroga il prezzo della visibilità: quanto un individuo – e un artista – sia disposto a sacrificare per essere visto, riconosciuto, ascoltato. In questo senso, la trilogia di Neshat si muove lungo un confine sottile, dove creazione e autodistruzione si sfiorano costantemente, restituendo un racconto complesso e profondamente contemporaneo.
| Articolo redazionale |
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