Categoria: Mostre&eventi

  • Stefano Miceli torna a Roma per gli 80 anni del Canto degli Italiani: l’Inno di Mameli

    Stefano Miceli torna a Roma per gli 80 anni del Canto degli Italiani: l’Inno di Mameli

    Il 12 ottobre 2026, ottant’anni dopo la decisione del Governo De Gasperi di adottare il Canto degli Italiani come inno nazionale, Stefano Miceli torna da New York a Roma per una serata dedicata alla musica e all’identità culturale italiana. Un appuntamento che unisce memoria repubblicana, tradizione pianistica e diplomazia culturale.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Diana Daneluz <dianadaneluz410@gmail.com>.

    Il 12 ottobre 1946 il Consiglio dei ministri, presieduto da Alcide De Gasperi, stabilì l’adozione provvisoria del Canto degli Italiani come inno nazionale della Repubblica Italiana. Ottant’anni dopo, nella stessa data, Roma celebra quella decisione con un concerto affidato a Stefano Miceli, pianista e direttore d’orchestra italiano che ha costruito gran parte della propria carriera sui palcoscenici internazionali.

    L’appuntamento è fissato per lunedì 12 ottobre 2026, alle ore 19, nella Sala Vanvitelliana della Biblioteca Angelica, uno dei luoghi più rappresentativi della tradizione bibliotecaria e culturale italiana. La serata, organizzata su invito, assume un significato particolare per la coincidenza con l’anniversario della scelta compiuta dal Governo De Gasperi, che individuò nell’Inno di Mameli il canto destinato a rappresentare la nuova Repubblica.

    Protagonista della celebrazione sarà Stefano Miceli, chiamato a interpretare un programma pianistico concepito per l’occasione. Il concerto attraverserà la tradizione musicale italiana e il più ampio repertorio europeo, costruendo un percorso nel quale il pianoforte diventerà il principale strumento di collegamento tra memoria nazionale e cultura musicale internazionale.

    Accanto a Miceli parteciperà il tenore Aldo Caputo, al quale sarà affidata una parte del programma. La presenza della voce contribuirà ad ampliare l’articolazione musicale della serata, affiancando al recital pianistico un ulteriore elemento espressivo.

    Il ritorno di Miceli nella capitale, da New York dove risiede da oltre un decennio, costituisce uno degli aspetti simbolici dell’iniziativa. La sua attività artistica si è sviluppata attraverso una continua relazione tra l’Italia e numerosi Paesi, accompagnata da un impegno nella promozione della cultura italiana all’estero. Il concerto romano riunisce così due dimensioni che caratterizzano il suo percorso: l’appartenenza alla tradizione musicale nazionale e una carriera costruita attraverso il confronto con istituzioni e pubblici internazionali.

    Pianista e direttore d’orchestra, Stefano Miceli ha maturato oltre trent’anni di attività artistica, esibendosi in alcune delle più importanti sale da concerto del mondo. Tra queste figurano la Carnegie Hall di New York, la Berliner Philharmonie, il Gewandhaus di Lipsia, la Sydney Opera House, il Teatro La Fenice di Venezia e la Forbidden City Concert Hall di Pechino.

    La sua presenza internazionale si è estesa anche al Boston Theatre, al Melbourne Arts Centre e a numerosi festival e teatri in Europa, America, Asia e Australia, con esibizioni in città come Tbilisi, Bangkok, Saigon, Hanoi, Milano, Roma, Napoli, Washington e Lugano.

    Un’attività che non si è limitata al repertorio pianistico, ma ha compreso un’intensa esperienza nella direzione orchestrale. Nel corso della carriera Miceli ha collaborato con numerose formazioni internazionali, tra cui la Leipzig Philharmonic Orchestra, l’Orchestra da Camera della Scala, l’Orchestra del Teatro La Fenice, la Beijing Symphony Orchestra, la Royal Bangkok Symphony Orchestra, la Slovak Philharmonic e la Dallas Virtuosi.

    A queste si aggiungono collaborazioni con la Salzburg Orchestra, l’Australian Symphony, l’European Symphony Orchestra, l’Orchestra Victoria di Melbourne, la Milano Metropolitan Orchestra, l’Orchestra Sinfonica Italiana, l’Orchestra del Saigon Opera House, El Sistema in Venezuela e la Moldova Philharmonic.

    La varietà delle esperienze artistiche ha accompagnato anche l’assunzione di incarichi di responsabilità musicale. Miceli è stato Artist in Residence dei Cameristi della Fenice di Venezia e Principal Conductor della Leipzig Philharmonic Orchestra al Gewandhaus di Lipsia. Ha inoltre ricoperto il ruolo di direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica Italiana, dell’Adelphi Symphony Orchestra e della Milano Metropolitan Orchestra.

    Parallelamente all’attività concertistica, ha sviluppato un percorso dedicato alla formazione e alla promozione della musica. Negli Stati Uniti ha fondato il Greenwich Piano Institute, del quale è presidente, e guida il Music & Conversations New York Festival. È inoltre presidente e direttore musicale della Milano Metropolitan Orchestra.

    Dal 2024 ricopre la carica di chairman della Miceli Arts Foundation di New York, istituzione a lui dedicata che opera con l’obiettivo di promuovere e intensificare le relazioni culturali tra Italia e Stati Uniti. Un impegno che si inserisce nella sua concezione della musica come strumento di dialogo tra Paesi, istituzioni e comunità.

    La diplomazia culturale rappresenta infatti una componente significativa della sua attività. Nel 2015, in qualità di direttore d’orchestra, Miceli accompagnò il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la visita di Stato in Vietnam, nell’ambito dell’accordo culturale tra Italia e Vietnam, con un appuntamento musicale presso la Saigon Opera House.

    Il rapporto tra attività artistica e rappresentanza culturale italiana è stato riconosciuto attraverso numerose onorificenze. Nel 2008 gli venne conferita a Roma la Medaglia d’Argento del Presidente della Repubblica Italiana, in occasione di un concerto celebrativo dedicato alla Carta costituzionale.

    Nel 2011 ricevette dal presidente della Steinway & Sons di Amburgo il titolo di Steinway Artist, riconoscimento legato alla sua attività pianistica. Nel 2016 e nel 2019 gli fu assegnata la Abraham Lincoln Medal dalla Union League of New York, onorificenza conferita, tra gli altri, anche a sette Presidenti degli Stati Uniti.

    Nel 2018 la American Society of Friends of Teatro alla Scala gli attribuì l’Award of Excellence in Performing Arts, riconoscendone l’impegno nel campo della diplomazia culturale. Un ulteriore momento significativo arrivò il 2 giugno 2023, quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli conferì il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, per i meriti artistici e per la costante attività di promozione della cultura italiana all’estero.

    Questi riconoscimenti accompagnano un percorso nel quale l’esperienza musicale si è progressivamente intrecciata con iniziative istituzionali, formative e culturali. La scelta di affidare a Miceli il concerto per l’ottantesimo anniversario dell’inno nazionale si colloca dunque in continuità con una carriera caratterizzata dalla presenza internazionale e dal mantenimento di un forte legame con l’Italia.

    La Sala Vanvitelliana della Biblioteca Angelica offrirà alla celebrazione una cornice strettamente legata alla storia culturale del Paese. La Biblioteca Angelica appartiene infatti alle più antiche istituzioni bibliotecarie europee e rappresenta un luogo particolarmente significativo per un appuntamento che intende richiamare la memoria della Repubblica attraverso il linguaggio musicale.

    Il programma del recital è stato concepito per mettere in relazione la tradizione pianistica italiana con il contesto europeo. Non si tratta quindi soltanto di una celebrazione affidata alla presenza di un interprete italiano, ma di un percorso musicale che intende evidenziare il rapporto tra identità nazionale e appartenenza a una cultura più ampia.

    La partecipazione del tenore Aldo Caputo contribuirà a questa costruzione, introducendo la dimensione vocale all’interno di una serata nella quale il pianoforte rimarrà il filo conduttore principale.

    L’anniversario del 12 ottobre richiama un momento preciso della storia istituzionale italiana. Nel 1946, a pochi mesi dalla nascita della Repubblica, la decisione del Governo De Gasperi individuò nel Canto degli Italiani il simbolo musicale destinato ad accompagnare la nuova stagione politica e civile del Paese. La scelta, inizialmente provvisoria, costituisce il riferimento storico della celebrazione romana.

    Ottant’anni dopo, quella data viene ricordata attraverso un’iniziativa che affida alla musica il compito di rievocare una pagina della memoria nazionale. La presenza di un artista italiano stabilmente impegnato sulla scena internazionale aggiunge alla ricorrenza una dimensione legata alla circolazione della cultura e al rapporto tra l’Italia e il resto del mondo.

    Il ritorno di Stefano Miceli da New York a Roma riunisce così esperienze artistiche e riferimenti istituzionali differenti. Da una parte la tradizione musicale italiana, dall’altra il percorso internazionale di un interprete che ha fatto della diplomazia culturale una componente essenziale della propria attività.

    Nella Sala Vanvitelliana, il 12 ottobre, il pianoforte di Miceli e la voce di Aldo Caputo accompagneranno la commemorazione degli ottant’anni dall’adozione del Canto degli Italiani. Una celebrazione che affida alla musica, prima ancora che alle parole, il compito di richiamare un passaggio fondamentale della storia repubblicana.

  • Spring Attitude porta la musica elettronica a Cinecittà: una notte con IVREATRONIC

    Spring Attitude porta la musica elettronica a Cinecittà: una notte con IVREATRONIC

    Dopo il successo dell’edizione 2026, Spring Attitude Festival torna negli Studi di Cinecittà con un appuntamento dedicato alla club culture italiana. Una notte costruita come un flusso musicale collettivo, senza la tradizionale successione di set a orari prestabiliti.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da FAM Press <info@fampress.it>.

    Il Teatro 26 degli Studi di Cinecittà aprirà per la prima volta le proprie porte a un evento musicale. Accadrà sabato 31 ottobre 2026, quando Spring Attitude Festival porterà nello storico complesso romano una notte interamente dedicata alla musica elettronica e alla cultura del club. Protagonista sarà IVREATRONIC, collettivo ed etichetta discografica nato a Ivrea, che riunirà alcuni dei suoi artisti per sette ore di musica, dalle 21 alle 4 del mattino.

    L’appuntamento, intitolato semplicemente Teatro 26, segna una nuova tappa nella programmazione di Spring Attitude, manifestazione che nel maggio scorso ha registrato oltre 20.000 presenze. Il festival prosegue così la propria attività oltre le giornate dell’evento principale, scegliendo di sperimentare nuovi formati e di riportare la musica contemporanea in luoghi particolarmente significativi della capitale.

    Il ritorno a Cinecittà assume un valore specifico nella storia della manifestazione. Gli Studi costituiscono infatti uno dei luoghi ai quali Spring Attitude è maggiormente legato. Questa volta, tuttavia, l’iniziativa interesserà uno spazio che non aveva ancora ospitato appuntamenti musicali: il Teatro 26, destinato a trasformarsi per una notte in un ambiente dedicato alla sperimentazione elettronica e alla dimensione collettiva dell’ascolto.

    La formula scelta si discosta dall’organizzazione abituale degli eventi dal vivo. Non ci sarà una successione di esibizioni rigidamente scandita da una tabella oraria. Cosmo, Leonar, Foresta, Santapazienza e Barbarella Le Mariage si alterneranno alla consolle, mentre Pan Dan porterà sul palco la propria performance dal vivo. L’obiettivo è costruire un percorso musicale continuo, nel quale gli interventi dei diversi artisti contribuiscano a un’esperienza condivisa.

    Al centro del progetto si trova IVREATRONIC, una delle realtà più riconoscibili della scena indipendente ed elettronica italiana. Nato a Ivrea come collettivo e successivamente sviluppatosi anche come etichetta, il gruppo ha costruito la propria identità attraverso l’incontro tra cultura del club, ricerca sonora, linguaggi pop e sperimentazione. La dimensione collettiva rappresenta uno degli elementi fondamentali della sua attività, insieme alla volontà di superare le separazioni tra generi e modalità espressive.

    La festa, secondo questa concezione, non coincide semplicemente con una serie di esibizioni individuali. Diventa piuttosto uno spazio nel quale differenti sensibilità musicali possono incontrarsi, sovrapporsi e produrre risultati non completamente prevedibili. È su questo principio che si fonda la struttura della serata romana, affidata a personalità artistiche accomunate dall’appartenenza al progetto IVREATRONIC, ma caratterizzate da percorsi e linguaggi distinti.

    Tra i protagonisti figura Cosmo, artista che ha contribuito in maniera significativa ad avvicinare il pop italiano alla cultura dei club e alla sperimentazione elettronica. Il suo lavoro si colloca in un territorio nel quale la forma canzone incontra le possibilità offerte dalla produzione elettronica e dalle pratiche della musica da ballo. La sua presenza costituisce uno dei riferimenti principali della serata.

    Accanto a lui si esibirà Pan Dan, performer e cantastorie dalla personalità artistica difficilmente riconducibile a categorie convenzionali. Nel 2025 ha pubblicato il suo primo album, Mi Manifesto, prodotto proprio da Cosmo. A differenza degli altri protagonisti, impegnati nei DJ set, Pan Dan proporrà una performance dal vivo, introducendo un ulteriore linguaggio all’interno del percorso musicale della notte.

    Leonar, resident di IVREATRONIC, porterà una ricerca che attraversa breaks, electro, ambient e sonorità percussive. Reduce dalla pubblicazione dell’EP Debacle, rappresenta una delle componenti del collettivo maggiormente legate alla sperimentazione ritmica e alla contaminazione tra differenti forme dell’elettronica.

    Un’altra presenza significativa sarà quella di Foresta, cofondatore di IVREATRONIC e selector caratterizzato da una ricerca musicale trasversale. Il suo percorso comprende suggestioni esotiche, riferimenti tribali, downtempo e sperimentazione, componendo una selezione che supera i confini dei generi più codificati della musica da club.

    Santapazienza sviluppa invece un linguaggio nel quale confluiscono registrazioni ambientali, ambient, elettronica sperimentale e strutture ritmiche percussive. L’utilizzo del field recording, cioè di suoni raccolti e registrati nell’ambiente, introduce nella sua ricerca una componente che amplia il repertorio tradizionale della produzione elettronica, mettendo in relazione materiali sonori di diversa provenienza.

    Completa la formazione Barbarella Le Mariage, DJ e ricercatrice sonora il cui lavoro attraversa ambient, dub psichedelico, trip hop, downtempo e techno. La sua selezione si sviluppa attraverso atmosfere e ritmi differenti, con particolare attenzione alla costruzione di una dimensione immersiva nella quale il dancefloor diventa uno spazio di partecipazione collettiva.

    La varietà delle esperienze riunite nel programma costituisce uno degli aspetti distintivi di Teatro 26. La serata non è concepita come una semplice presentazione dei singoli artisti, ma come un incontro tra percorsi musicali che condividono una medesima idea di sperimentazione. L’assenza di una scansione rigida dei set favorisce proprio questa continuità, lasciando che la musica si sviluppi attraverso passaggi e relazioni tra i diversi protagonisti.

    La scelta di Cinecittà contribuisce a definire il carattere dell’iniziativa. Il complesso romano, fortemente legato alla storia del festival, torna a essere un luogo nel quale Spring Attitude mette in relazione la musica contemporanea con gli spazi simbolici della città. L’apertura del Teatro 26 agli eventi musicali rappresenta, in questo senso, un elemento di novità che accompagna la sperimentazione del formato.

    L’appuntamento si inserisce inoltre nella volontà della manifestazione di mantenere una programmazione attiva durante l’anno. Dopo le oltre 20.000 presenze dell’edizione primaverile, Spring Attitude prosegue il proprio percorso attraverso iniziative capaci di valorizzare esperienze differenti della scena musicale contemporanea, senza limitarsi alla formula tradizionale del festival.

    Con IVREATRONIC, questa ricerca si concentra sulla club culture italiana e sulla possibilità di costruire una serata intorno alla partecipazione collettiva. Sei presenze artistiche, cinque DJ set e una performance dal vivo contribuiranno a un programma che privilegia la continuità dell’esperienza rispetto alla successione di appuntamenti separati.

    Teatro 26 si svolgerà sabato 31 ottobre 2026, dalle ore 21 alle 4 del mattino, presso gli Studi di Cinecittà, in via Tuscolana 1055 a Roma. I biglietti sono disponibili sulla piattaforma DICE.

    Per Spring Attitude sarà un nuovo incontro con un luogo importante della propria storia; per il Teatro 26, il debutto come spazio destinato alla musica. Una notte nella quale le differenti traiettorie di IVREATRONIC si ritroveranno in un unico flusso sonoro, affidando alla dimensione collettiva il compito di tenere insieme sette ore di sperimentazione elettronica.

  • Il rock prende il volo a Malpensa: sette leggende della musica diventano opere di luce

    Il rock prende il volo a Malpensa: sette leggende della musica diventano opere di luce

    Sette opere monumentali, un sistema di retroilluminazione e un allestimento costruito attraverso immagini, video e percorsi cromatici. Fino al 31 gennaio 2027, l’aeroporto di Milano Malpensa ospita «Rock Icons», una mostra che mette in relazione la storia del rock’n’roll con quella dell’aviazione commerciale.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Paola Martino Press <paolamartino@paolamartinopress.it>.

    Beatles, Rolling Stones, Queen, Led Zeppelin, Who, Pink Floyd e U2 hanno attraversato generazioni e continenti, accompagnando le trasformazioni della cultura musicale contemporanea. Ora le sette band diventano protagoniste di altrettante installazioni luminose realizzate dall’artista Sara Forte per Rock Icons. Aerei e aeroporti nelle leggende del Rock’n’Roll, la mostra ospitata alla Porta di Milano, lo spazio espositivo del Terminal 1 dell’aeroporto di Milano Malpensa.

    Aperta dal 1° ottobre 2026 al 31 gennaio 2027, l’esposizione è curata da Luciano Bolzoni e Fortunato D’Amico e promossa da SEA Aeroporti di Milano. Il progetto nasce dall’incontro tra due fenomeni che, soprattutto tra gli anni Cinquanta e Settanta, hanno contribuito a modificare profondamente la cultura occidentale: l’affermazione del rock’n’roll e la diffusione dell’aviazione commerciale. La musica si trasformava in un linguaggio capace di superare i confini nazionali, mentre il trasporto aereo rendeva il viaggio uno dei simboli più riconoscibili della modernità.

    Movimento, velocità e libertà costituiscono il terreno comune sul quale si sviluppa la mostra. L’aeroporto, luogo di partenze e arrivi, diventa così parte integrante di un racconto che associa l’immaginario musicale alla possibilità di attraversare territori e raggiungere nuovi pubblici. Una relazione che trova espressione nelle opere di Sara Forte e nella particolare soluzione tecnologica adottata per realizzarle.

    L’artista ha concepito sette grandi immagini digitali, ciascuna delle dimensioni di tre metri per due, dedicate alle formazioni musicali selezionate. Le opere sono stampate su una speciale tela al quarzo irradiante e montate su strutture in alluminio. La loro caratteristica principale consiste nella capacità di lasciarsi attraversare dalla luce proveniente dal retro, trasformando la superficie stampata in un elemento visivo dotato di una particolare intensità cromatica.

    La tecnologia impiegata è quella sviluppata da Quadruslight, realtà specializzata nella produzione di installazioni artistiche retroilluminate attraverso l’integrazione tra stampa fine-art e sistemi LED di ultima generazione. Il principio supera quello della tradizionale illuminazione di un quadro: anziché colpire la superficie dall’esterno, la luce attraversa il supporto e i pigmenti, modificando la percezione dei colori e della profondità.

    Il risultato è un’immagine che sembra acquistare una propria luminosità interna. Le figure emergono dalla penombra e il rapporto tra superficie e ambiente si modifica. La luce non svolge più una funzione esclusivamente tecnica, necessaria a rendere visibile l’opera, ma partecipa direttamente alla sua costruzione espressiva.

    È questo uno degli aspetti centrali della ricerca presentata a Malpensa. La tecnologia Quadruslight consente di intervenire sulla presenza fisica dell’immagine, accentuandone la profondità e stabilendo una relazione più stretta con lo spazio circostante. Le grandi dimensioni delle opere rafforzano tale effetto, conferendo alle sette rappresentazioni musicali una presenza adeguata alla scala architettonica dell’aeroporto.

    La scelta del formato, infatti, non risponde soltanto a esigenze di visibilità. In un ambiente caratterizzato da ampie superfici e da un continuo movimento di persone, le installazioni devono confrontarsi con proporzioni molto diverse da quelle di una sala espositiva tradizionale. I tre metri di larghezza e i due di altezza permettono alle immagini di mantenere una propria autonomia visiva senza essere assorbite dall’architettura.

    L’allestimento non si limita, tuttavia, alla disposizione delle sette opere. Il progetto è stato concepito come un ambiente unitario, nel quale immagini, illuminazione, video e colore concorrono a organizzare l’esperienza del visitatore. La componente scenografica assume quindi un ruolo determinante, costruendo collegamenti tra le diverse installazioni e trasformando il percorso espositivo in una successione di incontri con le icone della musica.

    A completare l’intervento è un grande video realizzato da Esedra, responsabile anche dell’art direction della mostra. Attraverso immagini, elaborazioni grafiche e contenuti visivi sviluppati in relazione alle opere di Sara Forte, il filmato amplia il racconto dedicato alle sette band. La proiezione introduce una componente dinamica che dialoga con la presenza delle installazioni luminose e contribuisce a stabilire una continuità tra le diverse parti dell’esposizione.

    Sempre Esedra ha progettato un sistema cromatico a pavimento che costituisce uno degli elementi più riconoscibili dell’allestimento. Dal centro dello spazio si diramano sette percorsi realizzati mediante tappeti colorati, ciascuno diretto verso l’opera dedicata a una specifica formazione musicale. Il colore diventa così contemporaneamente uno strumento di orientamento e un dispositivo scenografico.

    Il visitatore può scegliere quale direzione seguire, raggiungendo progressivamente le immagini delle band. La struttura radiale del percorso organizza fisicamente lo spazio e rende immediatamente leggibile la distribuzione delle opere. Le sette direzioni corrispondono ad altrettanti universi musicali, collegati attraverso un sistema che combina la funzione pratica dell’orientamento con quella espressiva dell’allestimento.

    Ne deriva una concezione della mostra nella quale le singole installazioni non sono elementi isolati. La retroilluminazione ne determina la presenza visiva, il video introduce il movimento e i tappeti colorati costruiscono le relazioni spaziali. L’architettura dell’aeroporto accoglie questi elementi e contribuisce a definire le modalità attraverso le quali il pubblico entra in contatto con il progetto.

    La Porta di Milano assume, in questo contesto, un’importanza particolare. Lo spazio, voluto da SEA Aeroporti di Milano per ospitare mostre e iniziative culturali, si trova all’interno di un’infrastruttura destinata principalmente al trasporto dei passeggeri. Chi attraversa il Terminal 1 non necessariamente ha programmato una visita espositiva, ma può incontrare le opere durante il proprio viaggio.

    È una condizione diversa da quella del museo, dove il pubblico entra generalmente con l’intenzione di osservare una mostra. A Malpensa l’arte si inserisce invece in un flusso di persone impegnate in attività differenti. Le dimensioni delle installazioni, la loro luminosità e la riconoscibilità dei protagonisti musicali contribuiscono a rendere il progetto percepibile anche in un ambiente caratterizzato dal movimento.

    La scelta di dedicare le opere a sette grandi formazioni del rock si lega direttamente a questa particolare destinazione. Le band rappresentano un patrimonio musicale riconoscibile a livello internazionale, mentre il tema dell’aviazione richiama la dimensione del viaggio e della circolazione culturale. Il progetto espositivo riunisce così due aspetti della modernità che hanno contribuito, con strumenti differenti, ad avvicinare luoghi e pubblici.

    La mostra è stata realizzata con il contributo di diverse competenze. Accanto a SEA Aeroporti di Milano, promotrice dell’iniziativa, figurano Artemide come sponsor tecnico, Esedra per l’art direction e Quadruslight come partner illuminotecnico. Il coordinamento del progetto è affidato a Ivo Stendardi in qualità di project manager.

    L’inaugurazione ufficiale è prevista per il 23 ottobre 2026 alle ore 12, mentre l’esposizione rimarrà visitabile fino al 31 gennaio 2027.

    Con Rock Icons, Sara Forte porta dunque le immagini della cultura musicale in uno spazio nel quale il viaggio costituisce un’esperienza quotidiana. Il progetto mette a confronto la memoria del rock con le possibilità espressive delle tecnologie luminose, affidando alla relazione tra opere e ambiente una parte essenziale del racconto.

    Le sette installazioni, il video e i percorsi cromatici compongono un intervento che utilizza la luce per rendere visibili le immagini e il colore per organizzare lo spazio. In un aeroporto, dove ogni percorso conduce abitualmente verso una destinazione, anche l’arte propone le proprie direzioni: sette itinerari che, questa volta, portano verso altrettante leggende della musica.

  • Vera Del Pilar Stigliano, Intimate Imaginary: autoritratti di un immaginario tra fiaba e ironia

    Vera Del Pilar Stigliano, Intimate Imaginary: autoritratti di un immaginario tra fiaba e ironia

    Ogni dipinto è un autoritratto, secondo la definizione della stessa artista. Nelle opere di Vera Del Pilar Stigliano, narrazione fiabesca, parodia e lirismo si intrecciano, dando forma a storie che invitano lo spettatore a entrare in un mondo personale e a costruire nuove interpretazioni.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Elena Jelmoni <jelmonistudio@gmail.com> .

    Ogni quadro è un autoritratto, anche quando non rappresenta il volto di chi lo ha dipinto. Vera Del Pilar Stigliano descrive così il rapporto con le proprie opere, attribuendo a ciascuna immagine il valore di una rappresentazione personale. È da questa concezione della pittura che prende forma Intimate Imaginary, la mostra personale presentata da Jelmoni Studio Gallery a Piacenza, dal 17 al 31 ottobre 2026.

    Il titolo introduce direttamente alla dimensione nella quale si sviluppa la ricerca dell’artista. L’immaginario è un territorio intimo, popolato di figure e situazioni che appartengono a una narrazione personale, ma che possono essere condivise attraverso il linguaggio pittorico. Le opere selezionate per l’esposizione invitano il visitatore a confrontarsi con immagini nelle quali il racconto fiabesco incontra una sottile ironia, mentre la parodia si accompagna a un lirismo leggero e divertito.

    Ne deriva un’atmosfera sospesa, nella quale le immagini non si esauriscono in ciò che mostrano. Ogni dipinto suggerisce una storia, lascia intravedere una relazione tra personaggi e situazioni, sollecita l’osservatore a immaginare quanto precede o segue la scena rappresentata. La pittura diventa così uno spazio narrativo che non impone una lettura definitiva, ma si apre alla sensibilità di chi guarda.

    La pittura come racconto personale

    Nella concezione di Vera Del Pilar Stigliano, l’autoritratto non coincide necessariamente con la riproduzione delle proprie sembianze. È piuttosto una forma di riconoscimento interiore, attraverso la quale l’artista affida alle immagini aspetti del proprio universo emotivo e immaginativo.

    La definizione di ogni opera come autoritratto assume quindi un significato particolare. Il dipinto non documenta soltanto un soggetto, ma conserva una relazione con l’identità di chi lo ha realizzato. Le immagini diventano strumenti per comunicare esperienze, sensazioni e visioni personali, pur mantenendo una dimensione narrativa accessibile allo spettatore.

    Il progetto espositivo insiste proprio su questa capacità di raccontare. Le opere sono presentate come pagine di un libro, ciascuna portatrice di una storia che può essere osservata singolarmente, ma anche posta in relazione con le altre.

    La componente fiabesca contribuisce a costruire questa continuità narrativa. Accanto a essa interviene l’ironia, che modifica il tono delle immagini e introduce una distanza giocosa rispetto ai soggetti rappresentati. La parodia e il lirismo convivono senza annullarsi, partecipando alla definizione di un linguaggio pittorico nel quale la leggerezza non esclude la sensibilità.

    Tra cultura occidentale e tradizione orientale

    Un altro elemento centrale della mostra riguarda il rapporto tra differenti tradizioni culturali. Il testo di presentazione individua nelle opere di Vera Del Pilar Stigliano un dialogo tra cultura occidentale e tradizione orientale, due mondi spesso considerati contrapposti.

    La pittura dell’artista viene proposta come luogo di incontro tra queste dimensioni, attraverso immagini che riflettono una conoscenza della storia culturale e pittorica e una particolare attenzione agli sviluppi della cultura cinese.

    Il riferimento alla Cina introduce una componente importante nella lettura del suo lavoro. Le opere non sono presentate soltanto come espressioni di un immaginario individuale, ma anche come testimonianze di un confronto con tradizioni figurative e culturali differenti.

    Questa relazione amplia il significato delle immagini, permettendo di considerarle sia nella loro dimensione personale sia nel rapporto con un patrimonio culturale più esteso. L’identità dell’artista e le suggestioni provenienti da contesti diversi concorrono alla costruzione di un linguaggio che attraversa riferimenti e sensibilità molteplici.

    Il percorso espositivo mette così in evidenza una pittura che non cerca di separare rigidamente le proprie componenti culturali. Le immagini si sviluppano in uno spazio di relazione, dove elementi differenti possono convivere all’interno della medesima narrazione.

    Immagini da leggere, emozioni da condividere

    L’accostamento tra pittura e racconto costituisce uno degli aspetti più riconoscibili di Intimate Imaginary. Ogni opera viene descritta come una pagina, parte di un libro ideale che il visitatore è invitato a percorrere attraverso lo sguardo.

    La metafora suggerisce un’esperienza di osservazione che richiede attenzione. Come accade nella lettura, il significato non si manifesta necessariamente in un solo momento, ma può emergere progressivamente, attraverso la scoperta dei dettagli e delle relazioni interne all’immagine.

    La mostra attribuisce inoltre un ruolo fondamentale alla dimensione emotiva. La capacità di un dipinto di suscitare emozioni viene indicata come una delle qualità essenziali dell’esperienza artistica. Le opere di Vera Del Pilar Stigliano sono presentate proprio in questa prospettiva, come strumenti attraverso i quali possono circolare esperienze e prendere forma nuove storie.

    L’immagine dipinta diventa dunque il punto d’incontro tra due sensibilità: quella dell’artista, che vi deposita una parte del proprio mondo, e quella dello spettatore, che la osserva e la interpreta a partire dalla propria esperienza.

    È in questo scambio che la dimensione intima dell’opera può trasformarsi in una forma di comunicazione. Le storie rappresentate non rimangono necessariamente circoscritte all’immaginazione di chi le ha create, ma acquistano nuove possibilità di lettura attraverso lo sguardo del pubblico.

    L’universo enigmatico di Vera Del Pilar Stigliano

    Il carattere personale della pittura di Vera Del Pilar Stigliano non coincide con una narrazione completamente esplicita. Le opere mantengono una componente enigmatica, che costituisce parte integrante del loro linguaggio.

    Fiaba, ironia e lirismo contribuiscono a costruire un immaginario nel quale l’osservatore può riconoscere suggestioni differenti, senza che ogni elemento debba necessariamente trovare una spiegazione univoca.

    La scelta di presentare una serie di dipinti all’interno di un’unica mostra personale permette di avvicinarsi a questo universo attraverso più immagini, cogliendo la continuità di una ricerca che attribuisce alla pittura una funzione espressiva e narrativa.

    Intimate Imaginary propone così un incontro con l’opera di un’artista che considera ogni quadro parte della propria identità. Il visitatore è invitato a entrare in questo mondo, a seguirne i racconti e a lasciarsi coinvolgere dalle emozioni che le immagini possono generare.

    La pittura conserva la propria autonomia, ma diventa anche un’occasione di relazione. Le storie che Vera Del Pilar Stigliano affida ai dipinti possono proseguire nell’immaginazione di chi le osserva, trovando ogni volta una nuova possibilità di interpretazione.

    Informazioni per la visita

    Intimate Imaginary, mostra personale di Vera Del Pilar Stigliano, è presentata da Jelmoni Studio Gallery, in via Molineria San Nicolò 8, a Piacenza.

    L’esposizione sarà visitabile dal 17 al 31 ottobre 2026.

    Il vernissage si terrà sabato 17 ottobre, dalle ore 17.30 alle 20.00.

    La galleria è aperta dal martedì al sabato, dalle ore 16.00 alle 19.00. Le visite al mattino sono possibili su appuntamento.

  • PATHOS, a Roma l’arte contemporanea esplora la forza delle emozioni

    PATHOS, a Roma l’arte contemporanea esplora la forza delle emozioni

    L’emozione diventa immagine, materia e gesto in un percorso espositivo che riunisce artisti di generazioni e sensibilità differenti. Una riflessione sul pathos come energia creativa, capace di trasformare l’esperienza individuale in un linguaggio condiviso.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da .

    L’emozione può prendere forma, depositarsi nella materia e diventare parte integrante del linguaggio artistico. È questo il tema attorno al quale si sviluppa PATHOS, la mostra internazionale d’arte contemporanea che dal 17 al 25 ottobre 2026 sarà ospitata a Palazzo Velli Expo, nel cuore di Trastevere a Roma. Curata da Anna Isopo e Martina Scavone, l’esposizione rientra nel programma dell’XI edizione della Rome Art Week e riunisce artisti provenienti da esperienze, generazioni e ambiti espressivi differenti.

    Il titolo richiama un concetto profondamente radicato nella cultura greca. Il pathos appartiene alla dimensione dell’esperienza umana che sfugge al controllo della ragione, dove sentimenti e tensioni interiori acquistano un’intensità capace di orientare il pensiero e l’azione. Trasferito nel campo dell’arte, questo principio assume un significato particolare: l’emozione non costituisce soltanto un soggetto da rappresentare, ma interviene direttamente nel processo creativo, influenzando le scelte formali, i materiali e i gesti attraverso i quali prende corpo l’opera.

    La mostra affronta questa relazione evitando di ricondurre il sentimento a una semplice manifestazione espressiva. L’attenzione si concentra piuttosto sulla sua capacità generatrice, sul passaggio attraverso il quale un’esperienza interiore si traduce in una presenza visibile. Il pathos diventa così un elemento che attraversa l’opera, ne determina l’intensità e conserva le tracce di ciò che l’artista ha vissuto o elaborato.

    L’emozione come materia dell’arte

    Pittura, scultura e fotografia costituiscono i linguaggi attraverso i quali si sviluppa il percorso espositivo. Ciascuna disciplina affronta il tema secondo modalità proprie, senza che le differenti ricerche vengano ricondotte a un’unica soluzione stilistica.

    Nella pittura, nella scultura e nell’immagine fotografica, la componente emotiva può assumere configurazioni differenti, mantenendo un rapporto diretto con la specificità del mezzo espressivo. Il progetto curatoriale individua proprio in questa pluralità uno degli aspetti fondamentali della mostra: ogni artista conserva la propria identità, contribuendo contemporaneamente a una narrazione collettiva.

    Il dialogo tra le opere si sviluppa attorno ad alcuni nuclei concettuali ricorrenti, dalla memoria alla trasformazione, dalla tensione interiore alla sua traduzione formale. L’esperienza personale costituisce il punto di partenza di un processo che, attraverso la creazione artistica, può acquisire una dimensione più ampia e condivisibile.

    In questa prospettiva, il rapporto con lo spettatore assume un ruolo significativo. Il pathos, infatti, non riguarda esclusivamente l’origine dell’opera, ma anche la sua capacità di suscitare partecipazione, empatia e coinvolgimento. L’emozione attraversa così due momenti distinti e complementari: quello della creazione e quello dell’incontro con il pubblico.

    Un dialogo tra generazioni e sensibilità differenti

    La dimensione internazionale dell’esposizione si esprime attraverso la presenza di numerosi artisti, riuniti attorno a un tema comune ma liberi di interpretarlo secondo la propria sensibilità.

    Partecipano a PATHOS: Ezgi Atay, Leon Amemiya Ph.D, Beate Batiajew, Lesley Bunch, Francesco Calia, Antonio Carbone, Gianfranco Cattani, Paola Ceci, Luigi De Leonibus, Daniela Duccini, Antonio Esposito, Carme Fageda, Marion Förster, Waltraud Gemein, Katharina Goldyn, Monika Hartl, Elke Hubmann-Kniely, Ulrich Kälberer, Ivan Kanchev, Haya Kim, Jana Kreft, Monika Kropshofer, Karen Kucharski, Silvana Landolfi, Lola Llinares, Andréa Lobel, Fabrizio Mancinelli, Rita Mele, Giuseppe Nubila, Maria Pacheco Cibils, Ada Pasta, Luciano Puzzo, Rebie Ramoso, Jean Marie Renault, Albina Rolsing, Luana Romano, Camelia Sadovei, Joakim Sederholm, Klára Sedlo, Yaroslav Seleznev, Przemko Stachowski, Maria Stamati, Ulli Ströbitzer, Anna Tonelli, Holger Triltsch, Véronique Vallet, Annibale Vanetti e Mònica Vilert.

    La varietà delle presenze risponde all’impostazione curatoriale di Anna Isopo e Martina Scavone, che hanno scelto di costruire un confronto tra linguaggi e sensibilità anziché proporre una lettura uniforme del tema.

    Il risultato è un percorso nel quale le singole opere partecipano a una riflessione collettiva, mantenendo riconoscibili le rispettive autonomie espressive. Il rapporto tra esperienza personale e comunicazione artistica diventa il filo conduttore dell’esposizione, mostrando come emozioni e memorie possano essere trasformate in forme capaci di entrare in relazione con sensibilità differenti.

    PATHOS nell’XI edizione della Rome Art Week

    L’inserimento della mostra nel programma dell’XI edizione della Rome Art Week colloca il progetto all’interno di una manifestazione dedicata all’arte contemporanea, offrendo al pubblico l’occasione di confrontarsi con una pluralità di ricerche artistiche.

    La sede scelta è Palazzo Velli Expo, in Piazza di Sant’Egidio 10 a Roma. L’inaugurazione è prevista per sabato 17 ottobre alle ore 17, mentre l’esposizione resterà visitabile fino al 25 ottobre.

    Il percorso proposto da PATHOS concentra l’attenzione su una questione che attraversa le diverse pratiche artistiche presenti in mostra: il modo in cui un’esperienza soggettiva, attraverso la mediazione della forma, può diventare percepibile anche da altri. L’emozione, sottratta alla dimensione esclusivamente privata, si trasforma in un elemento di relazione tra chi crea e chi osserva.

    Informazioni per la visita

    PATHOS, mostra internazionale d’arte contemporanea a cura di Anna Isopo e Martina Scavone, si svolgerà dal 17 al 25 ottobre 2026 presso Palazzo Velli Expo, Piazza di Sant’Egidio 10, Roma.

    L’inaugurazione si terrà sabato 17 ottobre alle ore 17. L’ingresso è libero e la mostra sarà aperta tutti i giorni, dal lunedì alla domenica, dalle ore 12 alle 19.

    Per informazioni: info@arteborgo.it – +39 345 22 28 110.

  • Alla BKV Fine Art di Milano: De Sanguine, il sangue nell’arte tra sacrificio, memoria e vita

    Alla BKV Fine Art di Milano: De Sanguine, il sangue nell’arte tra sacrificio, memoria e vita

    Il sangue attraversa la storia dell’arte come sostanza vitale, immagine del martirio e simbolo di redenzione. La mostra milanese ne indaga le trasformazioni attraverso linguaggi e sensibilità differenti, mettendo in relazione la tradizione figurativa con le ricerche artistiche contemporanee.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com>.

    Il sangue è materia della vita e, nello stesso tempo, immagine della sua fragilità. Attraversa la storia dell’arte con significati che cambiano secondo le epoche, le convinzioni religiose e le sensibilità degli artisti. Può evocare la sofferenza fisica, il sacrificio, la violenza, ma anche la possibilità di redenzione. A questa complessa stratificazione di significati è dedicata De Sanguine, la mostra che la galleria BKV Fine Art di Milano presenta dal 16 ottobre al 23 dicembre 2026, a partire da un progetto originale del poeta Gabriele Tinti.

    Quarantasei opere, appartenenti a epoche e linguaggi differenti, costruiscono un percorso che mette in relazione arte e teologia, rappresentazione del corpo e percezione della morte. La mostra prende avvio da una frase del Levitico, «La vita di ogni essere vivente è il suo sangue, in quanto sua vita», individuando nel sangue un elemento che unisce la dimensione biologica a quella simbolica.

    Il riferimento biblico introduce una questione che accompagna l’intero progetto: come rappresentare ciò che rende possibile la vita e che, quando viene versato, ne manifesta la perdita? L’arte ha affrontato questo interrogativo attraverso immagini di martirio, sacrificio e sofferenza, attribuendo alla materia corporea significati che superano la sua evidenza fisica.

    In De Sanguine questa relazione diventa il punto d’incontro tra opere lontane nel tempo. La mostra non propone una semplice successione cronologica, ma accosta esperienze artistiche che hanno attribuito al corpo e al sangue funzioni espressive differenti, facendo emergere continuità e trasformazioni.

    Il sangue e la teatralità della pittura antica

    Una parte significativa dell’esposizione è dedicata ai maestri del Cinquecento e del Seicento, secoli nei quali la rappresentazione della sofferenza e del sacrificio assume spesso una particolare intensità drammatica.

    Tra gli artisti presenti figurano Antonio De Bellis, Antonio d’Enrico detto Tanzio da Varallo, Andrea Vaccaro, Giuseppe Vermiglio e Louis Finson, insieme allo Pseudo Pier Francesco Fiorentino, ad Andrea De Aste, indicato come Maestro dei Penna, e a Giovan Pietro Rizzoli, detto Giampietrino.

    Le loro opere appartengono a una tradizione figurativa nella quale il corpo diventa il luogo privilegiato dell’espressione religiosa. Il dolore non è soltanto un episodio narrativo, ma una condizione resa visibile attraverso la luce, i gesti e la costruzione della scena.

    Il sangue acquista così un duplice valore. Da una parte testimonia la vulnerabilità della carne, dall’altra rinvia alla possibilità di attribuire alla sofferenza un significato spirituale. La ferita, il martirio e il sacrificio diventano immagini attraverso le quali la pittura affronta il rapporto tra la dimensione terrena e quella trascendente.

    L’intensità teatrale e luminosa di queste rappresentazioni costituisce uno degli elementi che il progetto espositivo pone in evidenza. Il corpo ferito, collocato al centro della scena, rende percepibile un’esperienza che coinvolge contemporaneamente la sensibilità dello spettatore e la dimensione religiosa dell’immagine.

    Dal corpo rappresentato al corpo come linguaggio

    Il passaggio all’arte contemporanea modifica profondamente il modo di affrontare questi temi. Il sangue non deve necessariamente essere raffigurato: può diventare materia dell’opera, elemento di una performance oppure presenza evocata attraverso una trasformazione della superficie artistica.

    In Joel-Peter Witkin, la morte assume i caratteri di una rappresentazione teatrale che richiama il Barocco, ma ne rielabora i codici attraverso un linguaggio contemporaneo. Il sangue, reale o simulato, entra in una costruzione visiva nella quale sacro e profano si incontrano, mettendo in discussione i confini tra ciò che viene venerato e ciò che provoca turbamento.

    Diverso è l’approccio di Andres Serrano, che utilizza il sangue come materia fotografica. La sostanza fisica entra direttamente nel processo di produzione dell’immagine, riducendo la distanza tra il simbolo e ciò che esso rappresenta. Il rapporto tra spiritualità e materialità diventa così una questione interna all’opera stessa.

    In Lucio Fontana il riferimento al corpo assume invece una forma concettuale. Il taglio della tela può essere letto come una ferita, ma anche come un’apertura verso una dimensione spaziale ulteriore. L’incisione modifica la superficie e trasforma il rapporto tra l’opera e lo spazio, attribuendo al gesto un significato che supera la semplice lacerazione materiale.

    Questi tre esempi mostrano quanto possa essere articolato il rapporto tra sangue, corpo e rappresentazione. Dalla teatralità della fotografia alla presenza fisica della materia, fino al gesto che interrompe la continuità della superficie, il tema si sviluppa attraverso soluzioni che non dipendono più necessariamente dalla narrazione figurativa.

    La violenza, la memoria e la vulnerabilità

    Un’altra direzione della mostra riguarda il rapporto tra il corpo e la dimensione politica e sociale della violenza.

    Regina José Galindo affronta questi temi utilizzando il proprio corpo come strumento espressivo. In una recente performance, l’artista ha messo in relazione il proprio corpo insanguinato con i nomi dei martiri latinoamericani, stabilendo un dialogo con Omaggio all’America Latina di Emilio Scanavino.

    Il sangue assume qui una funzione che va oltre l’esperienza individuale. Diventa un mezzo attraverso il quale richiamare una memoria collettiva, portando all’attenzione le conseguenze della violenza e dell’ingiustizia. Il corpo dell’artista si trasforma in un luogo di testimonianza, nel quale la dimensione personale incontra quella storica.

    Una diversa interpretazione della vulnerabilità emerge nella ricerca di Linda Carrara. Attraverso la tecnica del frottage, l’artista indaga il paesaggio e la memoria dei luoghi, restituendo l’immagine di una terra la cui superficie conserva tracce e trasformazioni.

    Il riferimento alla pelle vulnerabile della terra introduce un’estensione significativa del tema. La ferita non appartiene più soltanto al corpo umano, ma può essere riconosciuta anche nel paesaggio. La materia naturale diventa depositaria di memoria, in una relazione tra vita e morte che amplia ulteriormente il significato del progetto.

    Quarantasei opere, molteplici interpretazioni

    Accanto agli artisti già ricordati, De Sanguine presenta opere di Marina Abramović, Bertozzi & Casoni, Eteri Chkadua, He Yunchang, Francesco Clemente, Gina Pane, Carol Rama, Mario Segantini, Julio Galán, Roy Kortick, Paul McCarthy, Hermann Nitsch, Piotr Uklański, Jonathan Meese, Laura Panno, Zehra Doğan, Tania Pistone, Anish Kapoor, Roger Ballen e Giovanni Testori.

    La presenza di personalità così differenti contribuisce a definire il carattere trasversale dell’esposizione. Le opere appartengono a pratiche artistiche diverse e affrontano il rapporto tra corporeità, immagine e sacralità senza essere ricondotte a una sola interpretazione.

    È proprio questa pluralità a rendere il sangue un tema particolarmente significativo per una lettura della storia dell’arte. La sua presenza può essere esplicita oppure soltanto evocata, assumere una dimensione spirituale o richiamare una condizione materiale, rappresentare una sofferenza individuale oppure alludere a esperienze collettive.

    Il progetto di Gabriele Tinti individua in questa molteplicità una possibilità di confronto tra passato e presente. Le opere antiche e quelle contemporanee non condividono necessariamente gli stessi presupposti culturali, ma si misurano con una materia che continua a sollecitare interrogativi fondamentali sull’esistenza umana.

    Un libro tra poesia, filosofia e storia dell’arte

    Il progetto espositivo sarà accompagnato dalla pubblicazione del volume De Sanguine, edito da Eris Press.

    Il libro raccoglierà poesie di Gabriele Tinti e saggi di Simon Critchley, Dimitris Lyacos, Georges Didi-Huberman, Gabriele Finaldi, Angelo Tartuferi, Catherine Nixey e Massimo Cacciari.

    La presenza di contributi provenienti da ambiti disciplinari differenti amplia la riflessione avviata dalla mostra. Poesia, filosofia e storia dell’arte partecipano a un’indagine che considera il sangue non soltanto come soggetto iconografico, ma come elemento attraverso il quale le culture hanno cercato di interpretare il rapporto tra vita, morte e trascendenza.

    Il volume costituisce così un ulteriore livello del progetto, affiancando alla dimensione visiva delle opere quella della scrittura e dell’elaborazione critica.

    Un’immagine che attraversa i secoli

    La distanza tra un dipinto del Seicento e una performance contemporanea può apparire considerevole, tanto sul piano formale quanto su quello culturale. Eppure, il corpo continua a costituire uno dei principali luoghi attraverso i quali l’arte interroga l’esistenza.

    Nelle opere antiche, il sangue può accompagnare il racconto del martirio e rendere visibile la promessa della redenzione. Nelle ricerche contemporanee può invece assumere il valore di una presenza materiale, di una ferita simbolica o di una testimonianza della violenza.

    De Sanguine mette in relazione queste differenti possibilità, mostrando come un elemento fisico possa diventare, nel corso dei secoli, un linguaggio capace di esprimere concezioni della vita profondamente diverse.

    Il percorso proposto da BKV Fine Art riconduce così lo spettatore a una tensione essenziale: quella tra la concretezza del corpo e i significati che gli esseri umani hanno attribuito alla sua fragilità. Una tensione che l’arte continua a rendere visibile, anche quando cambiano i linguaggi, le forme e le convinzioni attraverso cui viene interpretata.

    Informazioni per la visita

    De Sanguine, da un progetto originale di Gabriele Tinti, sarà visitabile dal 16 ottobre al 23 dicembre 2026 presso BKV Fine Art, via Fontana 16, Milano.

    L’inaugurazione è prevista per giovedì 15 ottobre alle ore 18.30.

    La galleria è aperta dal lunedì al venerdì, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.30. Il sabato è visitabile su appuntamento. Ingresso libero.

    Informazioni: www.bkvfineart.com – info@bkvfineart.com – +39 02 89691288.

    La mostra è realizzata con il supporto di Excelsior Hotel Gallia, a Luxury Collection Hotel, Milan, in qualità di Exclusive Hospitality Partner.

  • Il siciliano entra nel viaggio linguistico d’Europa: una lingua da conoscere e preservare

    Il siciliano entra nel viaggio linguistico d’Europa: una lingua da conoscere e preservare

    Oltre 25 lingue raccontano un’Italia culturalmente e linguisticamente plurale. Tra queste figura il siciliano, con la sua storia, la sua letteratura e le espressioni della vita quotidiana. Il progetto europeo si rivolge alle scuole, ma richiama anche la responsabilità delle famiglie nel conservarne l’uso.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del testo ricevuto relativo da Accademia della Lingua Siciliana <accademialinguasiciliana@gmail.com>.

    Il siciliano ha una propria storia, una tradizione letteraria e una struttura linguistica che non possono essere liquidate con la generica definizione di dialetto. A ricordarlo è Il viaggio linguistico di Lara in Italia, la nuova guida didattica pubblicata dal Centro Europeo per le Lingue Moderne (ECML) del Consiglio d’Europa in occasione della Giornata Europea delle Lingue. Il volume presenta oltre 25 lingue appartenenti al patrimonio linguistico italiano e dedica al siciliano uno spazio specifico, con informazioni storiche, riferimenti letterari, espressioni quotidiane e strumenti per ascoltarne la pronuncia.

    L’iniziativa propone alle scuole italiane ed europee un’immagine dell’Italia diversa da quella comunemente associata all’esistenza di una sola lingua nazionale. Il territorio italiano conserva infatti una pluralità di tradizioni linguistiche che hanno accompagnato per secoli la vita delle comunità locali. La guida invita a conoscerle e a considerarle parte integrante del patrimonio culturale europeo.

    Il dato storico richiamato nel documento è significativo: prima dell’unificazione del 1861, oltre il 95 per cento degli italiani non utilizzava abitualmente l’italiano nella vita quotidiana. La lingua nazionale si è progressivamente diffusa attraverso processi storici e sociali che hanno modificato profondamente gli equilibri linguistici del Paese. Nel Novecento, anche in Sicilia, questa trasformazione ha comportato una crescente marginalizzazione della lingua locale, il cui impiego veniva scoraggiato e, in alcuni contesti scolastici, persino punito.

    Una lingua, non una variante minore dell’italiano

    Uno degli aspetti centrali della pubblicazione riguarda il significato attribuito all’espressione lingua regionale. La guida richiama la distinzione tra le lingue storicamente presenti nei territori e l’uso improprio del termine dialetto quando viene impiegato per suggerire una condizione di inferiorità linguistica.

    Le lingue regionali possiedono una propria grammatica, una storia e, in molti casi, una consolidata tradizione letteraria. Il loro riconoscimento trova riscontro anche nei sistemi internazionali di classificazione linguistica, tra i quali lo standard ISO 639-3.

    Il siciliano rientra in questo quadro. Parlato ancora da milioni di persone, costituisce un patrimonio che comprende modi di esprimersi, forme narrative, memorie collettive e conoscenze tramandate attraverso le generazioni. La sua importanza non dipende soltanto dalla diffusione attuale, ma dalla continuità culturale che rappresenta.

    La presenza del siciliano nella guida europea assume quindi un valore educativo preciso: consentire agli studenti di riconoscere una lingua che appartiene alla storia del territorio e di comprenderne la dignità culturale, senza contrapporla all’italiano.

    Lara scopre le lingue d’Italia

    Il progetto utilizza un linguaggio divulgativo e strumenti pensati per favorire l’apprendimento nelle scuole. Attraverso il viaggio di Lara, gli studenti vengono accompagnati alla scoperta delle diverse realtà linguistiche italiane.

    La sezione dedicata al siciliano presenta i numeri da uno a dieci e alcune espressioni fondamentali della conversazione, come i saluti, le formule per chiedere come sta una persona, i ringraziamenti e le risposte affermative o negative. A questi elementi si aggiungono una descrizione della lingua, indicazioni sulla sua area di diffusione, brevi cenni storici e riferimenti ad alcuni dei principali autori della sua letteratura.

    I contenuti sono accompagnati da registrazioni audio che permettono di ascoltare la pronuncia. Un codice QR rimanda inoltre a una guida per gli insegnanti, concepita per facilitare l’utilizzo del materiale durante le attività didattiche.

    L’obiettivo non è limitarsi alla conoscenza di qualche parola. La proposta intende avvicinare gli studenti all’idea che una lingua rappresenti anche un modo di organizzare l’esperienza, conservare la memoria e interpretare il mondo.

    Il carattere accessibile della pubblicazione non esclude il rigore dell’impostazione. Il progetto fa riferimento ai principi linguistici internazionali e al quadro europeo relativo alla valorizzazione della diversità linguistica.

    Il bilinguismo tra italiano e siciliano

    La guida dedica particolare attenzione al bilinguismo regionale, una condizione che in Sicilia si manifesta nell’alternanza tra italiano e siciliano nella comunicazione quotidiana.

    Le due lingue possono convivere nella vita delle persone, rispondendo a situazioni e contesti differenti. Questa compresenza, tuttavia, dipende dalla continuità dell’uso e dalla possibilità che le nuove generazioni acquisiscano entrambe.

    È proprio la trasmissione familiare a costituire uno dei punti più delicati. Il testo segnala una progressiva riduzione dell’impiego del siciliano tra i giovani, richiamando studi internazionali e l’Atlante UNESCO delle lingue in pericolo. La diminuzione dell’uso quotidiano può compromettere la capacità di una comunità di tramandare la propria lingua.

    La questione riguarda quindi tanto la scuola quanto la famiglia. L’insegnamento può contribuire a restituire visibilità e riconoscimento alle lingue regionali, ma la loro vitalità dipende anche dalla possibilità di ascoltarle e utilizzarle nelle relazioni tra generazioni.

    Una lingua che non viene più trasmessa rischia di perdere progressivamente la propria funzione nella vita quotidiana, anche quando continua a essere conosciuta attraverso libri, documenti e testimonianze culturali.

    La collaborazione con le realtà linguistiche regionali

    Il viaggio linguistico di Lara in Italia è stato realizzato con la collaborazione di Aurelio La Torre, dirigente della Presidenza del Consiglio e direttore del Collegio Scientifico del CLIRD.

    Al progetto hanno contribuito anche le associazioni aderenti al CLIRD per otto lingue regionali: emiliano, ligure, lombardo, napoletano, piemontese, romagnolo, siciliano e veneto.

    Questa collaborazione ha permesso di affiancare all’impostazione educativa europea il contributo di realtà impegnate nella conoscenza e nella valorizzazione delle rispettive tradizioni linguistiche.

    L’iniziativa considera il plurilinguismo una risorsa culturale e formativa. Conoscere più lingue, comprese quelle storicamente presenti nel proprio territorio, significa poter accedere a memorie e forme espressive differenti, senza che l’apprendimento dell’una debba comportare l’abbandono dell’altra.

    Il riconoscimento culturale e la questione delle tutele

    La pubblicazione europea riporta l’attenzione anche sul rapporto tra riconoscimento linguistico e tutela normativa.

    Fonso Genchi, presidente dell’Accademia della Lingua Siciliana, sottolinea la necessità di ampliare il numero delle lingue protette dalla legge 482 del 1999 e di dare effettiva applicazione agli articoli 6 e 9 della Costituzione, affinché il siciliano possa beneficiare di adeguate forme di tutela.

    La sua posizione richiama una distinzione importante: la presenza di una lingua in una pubblicazione educativa del Consiglio d’Europa non equivale automaticamente all’attribuzione di uno specifico regime di protezione giuridica nell’ordinamento italiano.

    Il progetto di Lara rappresenta dunque un’iniziativa di riconoscimento e promozione culturale, mentre il tema delle garanzie legislative rimane una questione distinta, richiamata dalle associazioni impegnate nella salvaguardia del siciliano.

    L’attenzione delle istituzioni europee contribuisce comunque a dare visibilità a un patrimonio linguistico che, pur conservando una significativa diffusione, si confronta con il progressivo indebolimento della trasmissione generazionale.

    Una responsabilità condivisa tra scuola e famiglia

    Il messaggio che emerge dalla guida riguarda il futuro delle lingue regionali e il ruolo che ciascuna generazione può svolgere nella loro conservazione.

    La scuola dispone degli strumenti per favorirne la conoscenza, presentarle nella loro dimensione storica e culturale e contrastare l’idea che rappresentino forme espressive prive di dignità. La famiglia conserva invece un ruolo decisivo nella trasmissione spontanea della lingua, attraverso le conversazioni e le relazioni quotidiane.

    Per il siciliano, il problema non consiste soltanto nel custodire un patrimonio del passato. Si tratta di mantenere viva una possibilità di espressione che appartiene ancora al presente dell’isola.

    Il viaggio linguistico di Lara invita a riconoscere questa continuità e a considerare la diversità delle lingue come parte della ricchezza culturale italiana ed europea. La presenza del siciliano nel progetto restituisce visibilità a una tradizione che continua a vivere attraverso chi la parla, la scrive e la trasmette.

    Dove consultare la guida

    Il viaggio linguistico di Lara in Italia è disponibile gratuitamente attraverso il sito del Centro Europeo per le Lingue Moderne del Consiglio d’Europa.

    Il materiale comprende la presentazione delle lingue, le registrazioni audio e gli strumenti didattici destinati agli insegnanti.

    La versione inglese è consultabile e scaricabile ai seguenti indirizzi:

    https://edl.ecml.at/en/Activities/language-journey/Laras-language-journey-through-Italy

    https://cdn.ecml.at/EDL/language-journey/italy/language-journey-italy-EN.pdf

    Il testo di presentazione annuncia inoltre una versione italiana di prossima disponibilità.

  • Nicola Bertellotti a Roma: la bellezza sospesa dei luoghi abbandonati

    Nicola Bertellotti a Roma: la bellezza sospesa dei luoghi abbandonati

    Dal 15 ottobre al 21 novembre 2026, la prima personale romana di Nicola Bertellotti esplora il rapporto tra architettura, memoria e tempo. Attraverso la luce naturale e la presenza silenziosa degli oggetti, il fotografo restituisce una diversa lettura dei luoghi dimenticati, lontana dalla semplice documentazione del degrado.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Culturalia di Norma Waltmann – CULTURALIA <info@culturaliart.com> .

    Un cinema senza spettatori, una chiesa di campagna ormai silenziosa, ambienti nei quali la presenza umana sopravvive soltanto attraverso gli oggetti e le tracce lasciate sulle superfici. Nicola Bertellotti fotografa questi luoghi nel momento in cui hanno cessato di svolgere la propria funzione, ma non hanno ancora assunto una nuova identità. È questa condizione intermedia a dare il titolo a Cronache dell’Intervallo, la mostra che Basile Contemporary presenta a Roma dal 15 ottobre al 21 novembre 2026.

    L’esposizione, prima personale romana del fotografo, inaugura la nuova stagione della galleria situata in via di Parione 10, nel centro storico della capitale, tra Piazza Navona e il Chiostro del Bramante. Tredici opere di dimensioni differenti, molte delle quali mai esposte prima, compongono un percorso dedicato alla trasformazione degli spazi e alla persistenza della memoria.

    Curata da Rosa Basile, alla guida della galleria dal 2021, la mostra riunisce una selezione di immagini nelle quali l’architettura diventa protagonista di una narrazione costruita attraverso il tempo, la luce e i segni dell’abbandono. Gli edifici fotografati non vengono presentati soltanto come testimonianze di un passato concluso. Le loro superfici continuano a modificarsi, gli oggetti rimangono al proprio posto e la luce naturale attraversa ambienti che hanno perduto gli abituali riferimenti della vita quotidiana.

    L’intervallo tra ciò che è stato e ciò che verrà

    Il concetto intorno al quale si sviluppa il progetto espositivo riguarda una particolare condizione temporale. Quando un edificio viene abbandonato, la sua destinazione originaria viene meno, mentre la struttura materiale continua a esistere. Un teatro non accoglie più spettacoli, una fabbrica interrompe la produzione, una casa perde i propri abitanti. Rimangono tuttavia gli ambienti, le decorazioni, gli arredi e le tracce delle attività che vi si svolgevano.

    Rosa Basile individua proprio in questo passaggio il nucleo della ricerca di Bertellotti. Nella sua lettura, il fotografo osserva gli edifici quando hanno smesso di essere ciò che erano, senza essere ancora diventati qualcosa di diverso. L’architettura perde la funzione per la quale era stata concepita e acquista una nuova capacità di testimonianza.

    La gallerista sottolinea inoltre come la presenza umana venga raccontata attraverso la sua assenza. Gli spazi non sono ancora rovine archeologiche, ma hanno già cessato di appartenere alla vita ordinaria. Si trovano in una fase di transizione, durante la quale il tempo modifica lentamente le condizioni materiali dell’edificio.

    Il lavoro fotografico si concentra su questa trasformazione, senza ridurre i luoghi alla rappresentazione del deterioramento. Le immagini registrano ciò che rimane e ciò che continua a cambiare, lasciando emergere le relazioni tra architettura, oggetti e memoria.

    La luce naturale come strumento di osservazione

    Uno degli elementi caratteristici della ricerca di Bertellotti è l’utilizzo esclusivo della luce naturale. L’illuminazione degli ambienti non viene costruita artificialmente, ma dipende dalle aperture, dalle condizioni del luogo e dal modo in cui la luce attraversa gli spazi.

    Questa scelta contribuisce a definire l’atmosfera delle fotografie. Le pareti segnate dal tempo, i pavimenti deteriorati, le decorazioni ancora visibili e gli oggetti abbandonati vengono osservati attraverso condizioni luminose che appartengono agli edifici stessi.

    La luce diventa così parte della trasformazione documentata. Può mettere in evidenza un dettaglio architettonico, attraversare una stanza vuota oppure rivelare la presenza di superfici sulle quali il tempo ha lasciato segni differenti.

    Il risultato è una rappresentazione nella quale passato e presente rimangono contemporaneamente leggibili. Gli oggetti e le strutture conservano le testimonianze delle attività precedenti, mentre le condizioni materiali degli ambienti mostrano le modificazioni intervenute dopo l’abbandono.

    Bertellotti chiarisce la propria posizione prendendo le distanze da una lettura nostalgica dei luoghi scomparsi. Il suo interesse non riguarda la semplice celebrazione di ciò che è andato perduto, né la ricerca di un’estetica del decadimento. L’obiettivo è riconoscere negli elementi sopravvissuti una bellezza che non dipende più dall’utilità o dalla necessità per le quali erano stati realizzati.

    Architetture che conservano le tracce della vita

    Tra le immagini presentate nel materiale della mostra figurano Cinema, Cieli di Toscana ed Elegia in una chiesa di campagna, tre fotografie che permettono di osservare differenti aspetti della ricerca dell’artista.

    In Cinema, l’insegna che identifica la precedente destinazione dell’edificio rimane visibile all’interno di uno spazio ormai privo della sua funzione originaria. La parola conserva il riferimento all’attività che vi si svolgeva, mentre l’ambiente circostante testimonia il passaggio del tempo.

    Cieli di Toscana presenta un interno segnato dal deterioramento delle superfici, nel quale sopravvivono decorazioni pittoriche e frammenti architettonici. La luce proveniente dall’esterno attraversa lo spazio e rende visibile la compresenza di elementi ancora riconoscibili e parti profondamente trasformate.

    In Elegia in una chiesa di campagna, gli apparati decorativi e gli elementi dell’architettura religiosa convivono con i segni dell’abbandono. Il rapporto tra ciò che è rimasto e ciò che è scomparso viene affidato alla composizione fotografica, senza la presenza di figure umane.

    Le tre immagini mostrano come Bertellotti utilizzi gli elementi superstiti per restituire la storia degli ambienti. Un’insegna, una decorazione, una finestra o un oggetto dimenticato possono diventare riferimenti attraverso i quali riconoscere la precedente identità di un luogo.

    L’assenza delle persone non cancella dunque la dimensione umana degli edifici. Al contrario, rende più evidenti le testimonianze materiali delle attività che li hanno attraversati.

    Il tempo come componente dell’immagine

    Nella ricerca di Bertellotti, il tempo assume un ruolo che va oltre la semplice successione degli eventi. Gli edifici fotografati mostrano contemporaneamente differenti fasi della propria esistenza: il momento della costruzione, quello dell’utilizzo e la successiva condizione di abbandono.

    Queste fasi non vengono ricostruite attraverso una narrazione cronologica, ma risultano leggibili nelle superfici e negli oggetti. La fotografia permette di osservarle insieme, concentrandole in un’unica immagine.

    Rosa Basile interpreta questo processo come una collaborazione tra il tempo e lo spazio. Il deterioramento, la polvere e le trasformazioni materiali contribuiscono a modificare l’aspetto degli ambienti, producendo configurazioni visive che non appartenevano al progetto originario.

    È in questa prospettiva che il titolo Cronache dell’Intervallo acquista il proprio significato. Le fotografie registrano una fase durante la quale l’edificio continua a esistere, pur essendo uscito dal sistema di relazioni che ne determinava l’utilizzo.

    La documentazione fotografica riguarda quindi una condizione transitoria, nella quale la perdita della funzione non coincide con la scomparsa del luogo. Rimangono strutture, materiali e testimonianze che continuano a essere modificati dal trascorrere del tempo.

    Nicola Bertellotti, una ricerca internazionale sui luoghi dimenticati

    Fotografo professionista, Nicola Bertellotti dedica da anni la propria attività alla ricerca e alla documentazione di luoghi abbandonati in diverse parti del mondo.

    Le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private e sono state presentate in mostre personali presso gallerie e musei internazionali. Il suo percorso comprende riconoscimenti quali il Premio Arte di Cairo Editore, il Trento Art Prize, il concorso AIPAI e il premio Rovine di Puglia.

    Ha inoltre partecipato a manifestazioni di rilievo come Paris Photo, mentre i suoi portfolio sono stati pubblicati su riviste tra cui Vanity Fair, Esquire, Elle Decor, Arte, Marie Claire e Milieu Magazine.

    La ricerca dell’artista è documentata anche attraverso due pubblicazioni monografiche, Fenomenologia della fine, uscita nel 2014, e In Absentia, pubblicata nel 2022. Titoli che richiamano i temi dell’assenza e della trasformazione, centrali anche nel progetto presentato a Roma.

    Con Cronache dell’Intervallo, Bertellotti propone una selezione di tredici fotografie che riunisce differenti momenti della sua indagine sui luoghi dimenticati. La scelta di presentare anche opere inedite permette di ampliare il percorso attraverso il quale l’artista affronta il rapporto tra spazio architettonico e memoria.

    L’allestimento della Basile Contemporary concentra l’attenzione sulla dimensione visiva delle fotografie, valorizzando la relazione tra le diverse immagini e la particolare condizione di sospensione che accomuna gli ambienti rappresentati.

    Le architetture fotografate hanno perduto la propria funzione, ma continuano a conservare le tracce delle persone che le hanno abitate e utilizzate. È in questa permanenza materiale, osservata attraverso la luce e le trasformazioni del tempo, che Bertellotti individua il soggetto delle proprie cronache.

    Informazioni sulla mostra

    Cronache dell’Intervallo di Nicola Bertellotti, a cura di Rosa Basile, sarà inaugurata giovedì 15 ottobre 2026, dalle ore 18.30 alle 21.00, presso Basile Contemporary, in via di Parione 10 a Roma.

    L’esposizione resterà aperta fino al 21 novembre 2026 e sarà visitabile dal martedì al sabato, dalle ore 11.00 alle 20.00.

    Per ulteriori informazioni: www.basilecontemporary.com, telefono 06 97165279, cellulare 340 0001260, email basilecontemporary@gmail.com.

  • Al Castello di Rivoli la Giornata del Contemporaneo: memoria, architettura e nuove ricerche

    Al Castello di Rivoli la Giornata del Contemporaneo: memoria, architettura e nuove ricerche

    Una giornata per attraversare le diverse identità del Castello di Rivoli, dal restauro architettonico alla conservazione degli archivi d’artista. Conferenze, incontri performativi e percorsi espositivi interpretano il tema «Geografie della contemporaneità», mettendo in relazione patrimonio storico e sperimentazione artistica.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto dal Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – Press Office <press@castellodirivoli.org>.

    Il restauro del Castello di Rivoli, l’eredità progettuale dell’architetto Andrea Bruno e la memoria artistica di Chiara Fumai sono al centro del programma che il Museo d’Arte Contemporanea propone sabato 10 ottobre 2026, in occasione della ventiduesima Giornata del Contemporaneo. L’iniziativa, promossa da AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, prevede l’ingresso gratuito al Museo e due appuntamenti dedicati al rapporto tra architettura, archivi e produzione culturale.

    Il tema scelto per l’edizione 2026, Geografie della contemporaneità, invita a considerare i luoghi come realtà in continua trasformazione, definite dalle relazioni che li attraversano e dai processi che ne modificano confini e significati. Una prospettiva che trova nel Castello di Rivoli un riferimento particolarmente significativo, dove la storia dell’edificio convive con le opere della contemporaneità e con una costante attività di ricerca.

    La manifestazione nazionale è sostenuta dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e realizzata in collaborazione con la Direzione Generale per la diplomazia pubblica e culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. A Rivoli, il programma si sviluppa attraverso le attività del CRRI – Centro di Ricerca Castello di Rivoli, il nuovo allestimento della Collezione e i progetti espositivi attualmente ospitati nelle sale del Museo.

    Andrea Bruno e il restauro come dialogo con la storia

    La giornata si apre alle 10:30, nel Teatro del Castello, con una conferenza dedicata ad Andrea Bruno (Torino, 1931-2025), protagonista dell’architettura italiana e autore dell’intervento che ha trasformato il complesso storico di Rivoli in Museo d’Arte Contemporanea.

    L’incontro conclude il ciclo Maestri del Progetto. Architettura torinese tra memoria e innovazione, organizzato dalla Fondazione per l’architettura di Torino in collaborazione con il CRRI. Dopo gli appuntamenti dedicati a Elio Luzi, Ada Bursi e Pietro Derossi, l’attenzione si concentra su una figura che ha contribuito a ridefinire il ruolo dell’architetto restauratore, attribuendogli una funzione di interprete critico del patrimonio costruito.

    Il lavoro di Bruno si è sviluppato attraverso una pratica progettuale fondata sulla conoscenza storica, sulla reversibilità degli interventi e sulla responsabilità culturale nei confronti delle preesistenze. Il confronto tra antico e nuovo costituisce uno degli aspetti centrali della sua attività, condotta anche in ambito internazionale.

    Tra le opere ricordate figurano, oltre alla trasformazione del Castello di Rivoli, il recupero della chiesa delle Brigittines a Bruxelles e gli interventi sul Minareto di Jam, in Afghanistan. Esperienze differenti per contesto e condizioni operative, accomunate dall’attenzione al rapporto tra progetto contemporaneo e testimonianza storica.

    La conferenza approfondisce tre ambiti fondamentali della sua ricerca: restauro, museografia e dimensione internazionale della pratica architettonica. Un’attenzione specifica è rivolta agli archivi professionali, considerati strumenti attraverso i quali ricostruire i processi progettuali e alimentare nuove occasioni di studio.

    Dopo i saluti istituzionali di Marcella Beccaria, Vice Direttrice del Museo e Responsabile del CRRI, l’incontro sarà introdotto e moderato da Alessandra Siviero, Presidente della Fondazione per l’architettura di Torino.

    Andrea Bruno Jr., architetto dello studio UBA, presenterà un profilo umano e biografico del progettista. Seguiranno gli interventi di Giorgio Danesi, storico dell’arte e autore del volume Il progetto del limite. Tempo, materia e monumento nell’opera di Andrea Bruno, e di Sara Di Resta, professoressa di Restauro architettonico all’Università Iuav di Venezia.

    Al termine della conferenza, prevista fino alle 12:30, Andrea Bruno Jr. accompagnerà i partecipanti in una visita guidata del Castello, soffermandosi sui punti nodali del restauro. Il percorso consentirà di mettere in relazione i temi affrontati durante l’incontro con gli interventi realizzati nell’edificio.

    Chiara Fumai e l’archivio come patrimonio condiviso

    Il secondo appuntamento, in programma dalle 14:00 alle 16:00, affronta un diverso aspetto della conservazione culturale: la costruzione e la trasmissione della memoria di un’artista attraverso i materiali del suo archivio.

    OCCULTA. Il corpo dell’archivio è una conferenza performativa che prende avvio dal Fondo Chiara Fumai, conservato presso il CRRI e dedicato alla valorizzazione dell’eredità artistica di Chiara Fumai (Roma, 1978 – Bari, 2017).

    L’incontro rientra nelle attività di OCCULTA – Osservatorio per la Cura Collettiva dei Linguaggi Tecno-Archiviali, progetto di divulgazione scientifica finanziato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino. La ricerca si concentra sui processi attraverso i quali documenti, testimonianze e materiali culturali vengono riconosciuti e valorizzati come beni comuni.

    Il progetto è ideato e coordinato da Cristina Voto, docente e ricercatrice presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino, insieme a Francesca Pegan, ricercatrice presso il Fondo Chiara Fumai. All’iniziativa collaborano il CRRI e l’associazione torinese Mucho Mas!.

    Il Fondo Fumai costituisce il punto di partenza per interrogarsi sulle modalità con cui si costruisce la memoria di un’artista, sulle pratiche necessarie alla sua conservazione e sulle possibilità di renderla accessibile alla collettività. La ricerca archivistica assume così una dimensione partecipativa, nella quale i materiali conservati diventano occasione di confronto pubblico.

    La conferenza adotta la formula del touch-and-speech, con interventi che mettono in relazione differenti competenze disciplinari. Dopo i saluti di Marcella Beccaria e l’introduzione di Cristina Voto, partecipano Massimo Bonifazio, professore di Letteratura tedesca all’Università di Torino; Eleonora Chiais, professoressa di Semiotica della moda; Daniela Fargione, professoressa di Letterature anglo-americane; ed Emilia Perassi, professoressa di Letterature ispano-americane, tutte dell’Università di Torino.

    A loro si affianca Guido Costa, storico gallerista di Chiara Fumai, che condividerà con il pubblico anche un dono ricevuto dall’artista. I diversi interventi consentiranno di affrontarne la pratica attraverso molteplici prospettive di ricerca, valorizzando il ruolo dei documenti nella ricostruzione del lavoro artistico.

    Inserzioni: nuove opere in dialogo con il Castello

    La Giornata del Contemporaneo offre anche l’occasione per visitare le mostre in corso e il rinnovato allestimento della Collezione permanente.

    Tra i progetti presentati figura la terza edizione di Inserzioni, il programma di committenze del Castello di Rivoli curato da Francesco Manacorda, che invita artisti contemporanei a realizzare nuove opere in relazione con l’architettura dell’edificio e con il patrimonio del Museo.

    Per questa edizione, Haris Epaminonda, Sung Tieu e Christelle Oyiri hanno sviluppato interventi specificamente concepiti per gli spazi espositivi. Le opere affrontano, attraverso linguaggi e prospettive differenti, questioni legate all’abitare, alla migrazione, al rapporto tra passato e presente e alle trasformazioni degli ambienti urbani e sociali.

    Il programma si inserisce nella ricerca del Museo sulle possibilità di confronto tra opere contemporanee, contesto architettonico e Collezione permanente, facendo degli spazi storici una componente attiva dell’esperienza espositiva.

    L’Arte povera torna al centro della Collezione

    Una parte importante del percorso museale è dedicata al nuovo allestimento dell’Arte povera, movimento che rappresenta una delle identità fondative del Castello di Rivoli.

    L’esposizione valorizza opere appartenenti alla Collezione del Museo, comprese quelle concesse in comodato dalla Fondazione Arte CRT, attraverso ambienti autonomi dedicati ad alcuni dei protagonisti principali del movimento.

    Il pubblico può incontrare lavori di Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Piero Gilardi, Michelangelo Pistoletto, Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giuseppe Penone, Emilio Prini e Gilberto Zorio.

    La scelta di riservare spazi distinti agli artisti consente di approfondire le singole ricerche e di osservare la pluralità delle esperienze che hanno contribuito alla definizione dell’Arte povera. Il riallestimento restituisce così centralità a una componente fondamentale del patrimonio del Museo.

    Il Castello Incantato e l’incontro tra arte ed educazione

    Un’altra sezione del programma espositivo riguarda Il Castello Incantato, progetto che coinvolge bambini e giovani nell’avvicinamento all’arte contemporanea attraverso opere e percorsi educativi.

    L’allestimento comprende lavori di John Baldessari, William Kentridge, Otobong Nkanga e Paola Pivi, ai quali si affiancano No prey, no pay di Peter Friedl e dream.lab di Rivane Neuenschwander, presentato in una nuova versione dell’opera prodotta dal Museo.

    Nell’ambito dello stesso progetto, la Sala 35 ospita CONTINUO INFINITO PRESENTE | Omaggio a Remo Salvadori, realizzato in collaborazione con l’Archivio Remo Salvadori.

    La presenza di queste opere all’interno di un programma rivolto anche alle nuove generazioni conferma l’attenzione del Castello di Rivoli per la dimensione educativa dell’esperienza museale, affiancando alla conservazione e all’esposizione del patrimonio artistico attività destinate a favorirne la conoscenza.

    Il Premio Piero Siena tra suono, corpo e memoria

    Nelle Sale storiche del Castello sono inoltre esposte le opere dei due artisti vincitori dell’edizione 2026 del Premio Piero Siena, nell’ambito della collaborazione tra il Museo, la Provincia Autonoma di Bolzano – Alto Adige e Museion – Museo di arte moderna e contemporanea di Bolzano.

    Stefano Bernardi, selezionato per il Castello di Rivoli, presenta Mélissa 4, un’installazione sonora costruita a partire dalle vibrazioni emesse dalle api. Il lavoro utilizza un fenomeno naturale come materiale per una ricerca artistica fondata sul suono.

    Samira Mosca, vincitrice per Museion, espone Interspace – Capitolo III, un progetto che combina fotografia, ceramica, installazione e performance. L’opera affronta il corpo come spazio attraversato da memorie, esperienze e costruzioni culturali e sociali.

    Le due ricerche ampliano ulteriormente il quadro dei linguaggi presenti nelle sale del Castello, affiancando alla dimensione visiva esperienze sonore e pratiche artistiche interdisciplinari.

    Il CRRI e la conservazione dei processi creativi

    Le iniziative dedicate ad Andrea Bruno e Chiara Fumai mettono in evidenza il ruolo del CRRI – Centro di Ricerca Castello di Rivoli, dipartimento istituito nel 2017 per raccogliere, studiare e valorizzare materiali d’archivio relativi alla produzione artistica e culturale dagli anni Sessanta al presente.

    Il Centro conserva documenti provenienti da artisti, architetti, curatori, galleristi, collezionisti e istituzioni culturali italiane, rendendoli disponibili alla ricerca nazionale e internazionale anche attraverso collaborazioni istituzionali.

    La sua attività comprende mostre temporanee realizzate insieme al Dipartimento curatoriale del Museo, pubblicazioni, cataloghi, documentari, workshop di alta formazione professionale, tavole rotonde e giornate di studio.

    Nel corso degli anni, il CRRI ha progressivamente sviluppato anche la propria funzione di archivio dei processi creativi, con l’obiettivo di conservare non soltanto le testimonianze delle opere realizzate, ma anche i materiali che permettono di ricostruirne l’elaborazione.

    Questa attenzione ai processi, alle trasformazioni e alle relazioni tra documenti e opere costituisce un collegamento concreto con il tema della Giornata del Contemporaneo. Al Castello di Rivoli, il confronto tra storia e presente passa tanto attraverso gli interventi architettonici quanto attraverso la ricerca sugli archivi e la produzione artistica contemporanea.

    La giornata del 10 ottobre riunisce queste differenti attività in un programma che consente di osservare il Museo nelle sue molteplici funzioni: luogo espositivo, istituzione di ricerca, centro di conservazione e spazio di formazione culturale.

    Informazioni per la visita

    La XXII Giornata del Contemporaneo si svolge sabato 10 ottobre 2026 al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, in piazza Mafalda di Savoia a Rivoli, Torino.

    L’ingresso al Museo è gratuito per l’intera giornata, mentre la partecipazione ai due incontri richiede la prenotazione.

    La conferenza Maestri del Progetto. Architettura torinese tra memoria e innovazione: Andrea Bruno si tiene dalle 10:30 alle 12:30, seguita da una visita guidata. L’incontro OCCULTA. Il corpo dell’archivio è previsto dalle 14:00 alle 16:00. Entrambi gli appuntamenti si svolgono nel Teatro del Castello.

    Per informazioni e prenotazioni è possibile consultare il sito www.castellodirivoli.org, scrivere a info@castellodirivoli.org oppure telefonare al numero 011 9565222.

  • Corrado Veneziano ad Amboise «Tre italiani straordinari»: Dante, Leonardo e Puccini

    Corrado Veneziano ad Amboise «Tre italiani straordinari»: Dante, Leonardo e Puccini

    Dalla Divina Commedia al Codice Atlantico, fino alle suggestioni musicali della Turandot, Corrado Veneziano rilegge tre protagonisti della cultura italiana attraverso simboli, geometrie e cromatismi. La mostra riunisce cicli pittorici già presentati in importanti sedi istituzionali e opere originali finora inedite.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Roberta Melasecca – associazione blowart – Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>.

    Ventisette dipinti per attraversare tre universi culturali apparentemente distanti: la poesia di Dante Alighieri, le indagini scientifiche di Leonardo da Vinci e la musica di Giacomo Puccini. Corrado Veneziano li riunisce nella mostra Tre italiani straordinari, allestita nella Chiesa dei Fiorentini ad Amboise, in Francia, fino all’11 ottobre 2026. Un percorso nel quale parole, disegni e partiture diventano materia pittorica, attraverso una ricerca che attribuisce ai segni un ruolo centrale nella costruzione dell’immagine.

    Curata da Francesca Barbi Marinetti, l’esposizione presenta un’ampia selezione dei cicli che Veneziano ha dedicato ai tre protagonisti della cultura italiana, affiancata da tele originali mai mostrate precedentemente al pubblico. L’iniziativa è coordinata dal Comitato di Gemellaggio Amboise-Vinci, d’intesa con il Comune di Amboise, e sostenuta da Iacovelli and Partners.

    La scelta della città francese assume un significato particolare per i riferimenti storici e culturali che la collegano all’Italia. Amboise è infatti il luogo nel quale Leonardo da Vinci trascorse gli ultimi anni della propria vita, mentre la Valle della Loira conserva numerose testimonianze dei rapporti artistici e intellettuali tra i due paesi.

    Tre protagonisti, un linguaggio comune

    La ricerca di Corrado Veneziano si sviluppa intorno a una componente ricorrente: la trasformazione dei sistemi di segni in elementi della composizione pittorica. Le ventisette tele esposte ad Amboise attraversano linguaggi differenti, dai riferimenti letterari della Divina Commedia alle geometrie degli studi leonardeschi, fino alle notazioni musicali del repertorio pucciniano.

    Nel ciclo dedicato a Dante compaiono anche i codici a barre editoriali, gli ISBN, che entrano nella struttura dell’immagine come elementi grafici riconoscibili. Nelle opere ispirate a Leonardo acquistano importanza le linee geometriche e i tracciati degli schizzi raccolti nel Codice Atlantico. Le composizioni dedicate a Puccini utilizzano invece pentagrammi e note musicali, trasferendo sulla superficie pittorica elementi propri della scrittura musicale.

    Questi differenti alfabeti visivi convivono con una marcata presenza figurativa e con una particolare attenzione al colore. Il riferimento alla cromaticità, termine che richiama contemporaneamente il linguaggio musicale e la dimensione cromatica della pittura, costituisce uno degli aspetti che accomunano i tre cicli.

    Le opere non si limitano dunque a richiamare personaggi e contenuti celebri, ma sviluppano una ricerca sulle forme attraverso le quali il pensiero poetico, scientifico e musicale viene registrato e trasmesso. Il segno scritto, il disegno tecnico e la notazione sonora diventano componenti di una stessa elaborazione visiva.

    Dante e Leonardo: dalla Divina Commedia al Codice Atlantico

    Tra i dipinti presenti ad Amboise figura Evocando Buffalmacco, opera appartenente alla ricerca dedicata a Dante, dalla quale è stato ricavato il francobollo emesso dallo Stato italiano nel 2021 per celebrare l’Inferno.

    Il lavoro testimonia il rapporto che Veneziano ha sviluppato con l’universo dantesco, già approfondito attraverso il ciclo Dante e altre visioni, realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura.

    Il percorso prosegue con le opere dedicate a Leonardo da Vinci, nelle quali la pittura entra in relazione con i disegni e gli studi del Codice Atlantico. Tra queste si distingue Studio sul volo, presentato a Palazzo Chigi durante l’inaugurazione delle celebrazioni per il cinquecentenario leonardesco.

    La presenza di questo ciclo ad Amboise riprende un rapporto espositivo già consolidato. Sette anni fa, in occasione delle celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo, Veneziano aveva presentato integralmente il proprio Codice Atlantico nella stessa città, nell’ambito di una rassegna sostenuta dalla Presidenza della Repubblica francese e patrocinata dal Museo del Louvre e da altre istituzioni.

    Il legame tra Leonardo e Amboise costituisce uno dei riferimenti culturali dell’esposizione. Il comunicato ricorda gli ultimi anni trascorsi dall’artista nella città francese e il rapporto con Francesco I, al quale viene collegata anche la presenza della Gioconda in Francia.

    La città viene inoltre richiamata per il suo rapporto con la diffusione della cultura dantesca, attraverso la traduzione francese della Divina Commedia associata a Margherita d’Angoulême, futura regina di Navarra.

    Puccini e il centenario della Turandot

    Il terzo percorso della mostra è dedicato a Giacomo Puccini, con particolare attenzione alla Turandot, della quale nel 2026 ricorre il centenario della prima rappresentazione, avvenuta alla Scala di Milano nell’aprile 1926.

    Tra le opere esposte compare Pentagramma di lanterne rosse, già presentata al Teatro alla Scala in coincidenza con le celebrazioni del centenario pucciniano. Il dipinto appartiene alla ricerca attraverso la quale Veneziano interpreta la musica del compositore, utilizzando elementi della scrittura musicale e riferimenti figurativi.

    Nel corso del 2026 l’artista ha portato le proprie tele dedicate alla Turandot anche al Teatro del Giglio di Lucca, sviluppando ulteriormente il rapporto tra pittura e repertorio lirico.

    Il riferimento alla Francia permette inoltre di richiamare un altro aspetto della produzione di Puccini: l’ambientazione e le suggestioni francesi presenti in opere come La Bohème, Il tabarro, Manon Lescaut e La rondine. Il comunicato sottolinea il ruolo esercitato dall’immaginario francese, tra provincia e capitale, nella costruzione di alcune delle vicende musicali del compositore.

    All’interno dell’esposizione, il ciclo pucciniano completa il confronto tra tre sistemi espressivi differenti. La parola poetica, il disegno scientifico e la partitura musicale vengono interpretati attraverso la stessa attenzione alla struttura dei segni e alla loro capacità di generare immagini.

    La Chiesa dei Fiorentini e il dialogo culturale tra Italia e Francia

    La mostra è ospitata nella Chiesa dei Fiorentini, al numero 1 di Quai du Général de Gaulle, ad Amboise, nel contesto della Valle della Loira, territorio riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio mondiale.

    Il luogo è legato alla memoria di Leonardo da Vinci e alle celebrazioni che, nel 2019, hanno ricordato il cinquecentenario della sua morte. La presenza delle opere di Veneziano rinnova dunque un rapporto già avviato con la città e con le istituzioni culturali francesi.

    L’iniziativa si inserisce nelle attività di collaborazione promosse dal Comitato di Gemellaggio Amboise-Vinci, che coordina l’esposizione insieme al Comune di Amboise. La scelta di riunire Dante, Leonardo e Puccini consente di sviluppare un percorso dedicato alla circolazione della cultura italiana in Francia, attraverso tre figure appartenenti a epoche e discipline differenti.

    Il finissage è previsto per domenica 11 ottobre 2026, giornata conclusiva dell’esposizione.

    Corrado Veneziano, una ricerca tra arte e sistemi di comunicazione

    Corrado Veneziano, PhD in arte, ha sviluppato un’attività espositiva internazionale attraverso cicli pittorici dedicati alla relazione tra immagine, scrittura e linguaggi culturali.

    Tra le sue mostre personali figura Segni, presentata su invito del Governo cinese, mentre Leonardo Atlantico ha ricevuto il patrocinio del Museo del Louvre e della Biblioteca Ambrosiana di Milano.

    Il ciclo Dante e altre visioni è stato sostenuto dal Ministero della Cultura. Dipingendo Cavalcaselle è stato presentato al Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps e alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, mentre Visse d’arte ha ottenuto il sostegno della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

    Nel 2026, oltre alle esposizioni dedicate alla Turandot al Teatro del Giglio di Lucca e alla Scala di Milano, Veneziano ha presentato il ciclo Animali fantastici nell’ambito del programma dell’Aquila Capitale italiana della Cultura.

    Numerose opere appartenenti ai suoi cicli pittorici sono catalogate ed esposte in musei statali americani, europei, africani e asiatici. Una sua creazione è stata utilizzata come logo della Rai in occasione del Prix Italia 2017, mentre nel 2021 un’altra opera è stata scelta per il francobollo italiano dedicato all’Inferno.

    Tra gli studiosi, gli autori e i curatori che hanno collaborato ai suoi cataloghi figurano Achille Bonito Oliva, Marc Augé, Francesca Barbi Marinetti, Derrick de Kerckhove, Raffaella Salato e Wu Weidung.

    La mostra di Amboise riunisce alcuni dei principali filoni di questa attività, presentando una selezione che permette di osservare la continuità della ricerca di Veneziano attraverso soggetti e linguaggi differenti. La letteratura, la scienza e la musica diventano occasioni per indagare il rapporto tra segno e immagine, mentre la pittura costruisce un terreno comune nel quale le tre tradizioni culturali possono incontrarsi.

    Informazioni sulla mostra

    Tre italiani straordinari. Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Giacomo Puccini nella reinterpretazione pittorica di Corrado Veneziano, a cura di Francesca Barbi Marinetti, è visitabile fino all’11 ottobre 2026 presso la Chiesa dei Fiorentini, 1 Quai du Général de Gaulle, Amboise, Francia.

    L’esposizione è aperta tutti i giorni, compresi i festivi, dalle ore 14 alle 18, con ingresso libero. Il finissage si svolgerà domenica 11 ottobre.

    Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito doyenne.amboise.catholique37.fr.

    Ufficio stampa dell’artista: Roberta Melasecca – associazione blowart.

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