Ecstatic Extinction: il dopo dell’eccesso secondo Chantal Spapens


A Roma una nuova performance indaga il collasso delle dinamiche sociali e il ruolo del corpo nella contemporaneità. Un’azione performativa che attraversa arte, teoria e spazio urbano per interrogare il presente. Il 24 aprile a Roma, Chantal Spapens apre un nuovo ciclo di ricerca tra rappresentazione, crisi e trasformazione.


Il 24 aprile 2026 alle ore 20.00, negli spazi in trasformazione di via Placido Zurla 63 a Roma, PROSA_contemporanea off site presenta Ecstatic Extinction. What are we doing after the orgy?, performance dell’artista franco-olandese Chantal Spapens. Il progetto, prodotto da Amelia Roccatelli con la direzione artistica di Colin Ledoux, inaugura una nuova fase delle attività fuori sede del programma, portando l’azione artistica in un luogo in corso di riqualificazione, aperto al pubblico per l’occasione.
Il lavoro segna l’avvio di un nuovo ciclo nella ricerca di Spapens, da tempo concentrata sulle rappresentazioni della figura femminile e sui ruoli sociali che la definiscono. In questa occasione, l’indagine si amplia fino a includere una riflessione più radicale sulla condizione contemporanea, letta attraverso la lente della crisi sistemica e della catastrofe prodotta da modelli culturali e sociali consolidati.

Il sottotitolo della performance – What are we doing after the orgy? – richiama esplicitamente il pensiero di Jean Baudrillard, evocando una società che ha esaurito tutte le possibilità di produzione e sovrapproduzione di oggetti, segni e desideri. In questo scenario, la domanda che resta aperta riguarda il “dopo”: cosa accade quando tutto è già stato consumato, liberato, portato al limite.

La pratica di Spapens si colloca al confine tra performance, scultura e installazione, con un’attenzione particolare alla dimensione materiale dell’azione. Attraverso l’uso di elementi come corda, cera, argilla e cemento, l’artista costruisce dispositivi in cui il corpo diventa parte attiva di un sistema che mette in tensione spazio, materia e durata. Il suo lavoro esplora il modo in cui comfort, abitudini e norme sociali agiscono come strutture invisibili, capaci di orientare comportamenti e rendere i corpi complici di dinamiche apparentemente naturali.

La scelta di un contesto non istituzionale – un edificio in fase di recupero – rafforza la dimensione processuale del progetto, in linea con la vocazione di PROSA_contemporanea a operare sul confine tra arte e design. Nato dalla trasformazione di una ex pasticceria, il progetto si configura oggi come spazio ibrido di lavoro, ricerca ed esposizione, aperto a pratiche contemporanee che interrogano lo spazio e le sue possibilità.

Con Ecstatic Extinction, Spapens propone un’esperienza che non si limita alla visione, ma coinvolge lo spettatore in una riflessione diretta sul presente. La performance diventa così un dispositivo critico, capace di mettere in discussione le logiche che regolano la vita quotidiana e di aprire uno spazio di consapevolezza sul tempo che stiamo attraversando.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it> 
Articolo redazionale

Arte e devozione urbana: a Roma rinasce l’edicola sacra dei Cappellari


La Galleria Pian de’ Giullari presenta l’opera di Veronica Piraccini per RAW for Peace. Un progetto che intreccia tradizione popolare e innovazione artistica restituisce alla città un simbolo di spiritualità condivisa. Dal 24 aprile una nuova opera invita i cittadini a partecipare attivamente alla sua collocazione.


Nel cuore di Roma, lungo via dei Cappellari, prende forma un intervento che unisce arte contemporanea, memoria storica e partecipazione civica. In occasione di RAW for Peace, la Galleria Pian de’ Giullari presenta venerdì 24 aprile 2026, dalle ore 16 alle 21, l’opera “Cristo risorto per la pace” di Veronica Piraccini, destinata a rinnovare la tradizione delle edicole sacre urbane.
L’iniziativa nasce dalla volontà di restituire alla devozione popolare un’immagine religiosa che per secoli ha accompagnato la vita quotidiana del quartiere. Il precedente “Cristo crocifisso”, collocato presso l’Arco dei Cappellari e risalente alla fine del Quattrocento, era stato rimosso nel 2002 per ragioni di sicurezza e custodito dal Venerabile Collegio Inglese. Da allora, l’edicola è rimasta vuota, simbolo di una continuità interrotta.

Il nuovo intervento si propone non solo come sostituzione, ma come evoluzione. L’opera di Piraccini – docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma – introduce infatti una ricerca visiva basata sulla sua tecnica della Pittura Impercettibile, Invisibile/Visibile, sviluppata a partire dal 1989. Grazie a particolari pigmenti, l’immagine appare e scompare a seconda delle condizioni di luce, creando un dialogo dinamico tra visibile e invisibile, tra presenza e assenza.

Questa dimensione tecnologica si intreccia con il valore simbolico dell’opera, che richiama il messaggio evangelico della pace. L’immagine del Cristo risorto diventa così un segno contemporaneo capace di parlare alla comunità, invitando alla riflessione sul vivere condiviso e sul rispetto delle differenze culturali.

Accanto alla presentazione artistica, il progetto si distingue per il coinvolgimento diretto dei cittadini. Durante l’esposizione in galleria, i visitatori potranno esprimere il proprio parere sulla futura collocazione dell’opera, partecipando a una consultazione pubblica che contribuirà a definirne la destinazione definitiva. L’ipotesi è quella di riportarla all’Arco dei Cappellari, ma non si esclude una diversa collocazione lungo la stessa via.

L’iniziativa è promossa dall’Associazione Pian de’ Giullari, attiva dal 2002 nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale del quartiere. Tra gli obiettivi, anche l’adozione di sistemi di sicurezza aggiornati, come la videosorveglianza, per garantire la protezione della nuova edicola.

In questo intreccio di arte, partecipazione e memoria, il progetto si inserisce in una più ampia riflessione sul ruolo dello spazio pubblico come luogo di incontro e identità. Un gesto che, partendo da una strada del centro storico, rilancia il significato della devozione urbana in chiave contemporanea.


Da Diana Daneluz <dianadaneluz410@gmail.com> 
Articolo redazionale

Design Vik 2026: quando il progetto perde funzione e diventa visione

In senso orario dall’alto, opere di: Dorota Koziara, Massimo Giacon, Pao, Tomoko Nagao. In copertina Sandi Renko

Alla Galleria Vik Milano una mostra collettiva indaga il lato inatteso del design tra arte, materia e immaginazione. Un percorso espositivo che attraversa linguaggi e discipline, mettendo in discussione l’idea stessa di design. Tra installazioni, opere ibride e sperimentazioni visive, la mostra propone uno sguardo alternativo, critico e poetico sul progetto contemporaneo.


In occasione della Design Week milanese, la Galleria Vik Milano inaugura una nuova edizione di Design Vik – The Other Side of Design, in programma dal 20 aprile al 24 maggio 2026 negli spazi di Vik Pellico Otto, affacciati sulla Galleria Vittorio Emanuele II. L’appuntamento, ormai consolidato nel calendario espositivo della galleria, si distingue per un approccio che si allontana dal design inteso come disciplina funzionale per aprirsi a una dimensione più libera e sperimentale.
Il titolo scelto chiarisce fin da subito l’intenzione curatoriale: esplorare ciò che accade quando il design viene attraversato dallo sguardo degli artisti. Ne emerge un territorio ibrido in cui oggetti e forme riconoscibili perdono la loro funzione originaria per trasformarsi in narrazione, percezione e linguaggio visivo. Il design, in questo contesto, non viene negato ma riformulato – diventa materia di riflessione più che strumento d’uso.

La mostra riunisce circa quindici artisti italiani e internazionali, chiamati a confrontarsi con il tema attraverso approcci diversi – ironici, visionari, talvolta critici – con una particolare attenzione alle questioni ambientali, al riuso e al rapporto tra uomo e natura.

Il percorso espositivo si sviluppa per nuclei tematici. Una prima sezione indaga la relazione tra materia naturale e progetto: Monica Bispo e Vaprio Zanoni lavorano con terra ed elementi organici dando vita a opere che si configurano come ecosistemi in trasformazione. Su una linea affine si colloca l’intervento di Dorota Koziara, che rielabora la tradizione del vimini in chiave immersiva, mentre Lucia Lo Russo introduce materiali naturali come i favi d’api, attraversati da luce interna e trasformati in strutture visive quasi architettoniche.

Un secondo ambito è dedicato al dialogo tra arte e tecnologia. I “Quadri Mediali” di Davide Maria Coltro portano la pittura in una dimensione digitale e mutante, mentre Andrea Crespi lavora sulla percezione visiva attraverso un linguaggio che unisce optical art e immaginario pop. Matteo Mandelli, infine, mette in relazione artigianato e tecnologia nei suoi tappeti ibridi, dove il tempo della manualità incontra la logica elettronica.

La trasformazione dell’oggetto quotidiano costituisce un ulteriore asse della mostra. Pao interviene sulla percezione dello spazio con opere anamorfotiche, Francesco De Molfetta gioca sull’ambiguità tra forma e significato con una seduta che diventa dispositivo concettuale, mentre Massimo Giacon continua la sua ricerca tra arte, fumetto e design, caricando gli oggetti di una dimensione narrativa e ironica. Sandi Renko, invece, esplora superfici e luce, spingendo il design verso territori percettivi.

Non manca una riflessione sull’immaginario storico e culturale del design. Tomoko Nagao rielabora icone della tradizione visiva in chiave iperpop, Ieva Petersone trasforma oggetti in paesaggi interiori, Carla Mura porta la materia tessile oltre la superficie pittorica, mentre Luigi Serafini introduce nel percorso una delle sue celebri sedie insieme a una tavola tratta dal suo universo visionario.

Completano il progetto gli interventi di Giordano Curreri, con i suoi disegni alla cieca dedicati agli oggetti quotidiani, e di E.T. De Paris, che costruisce una sequenza di micro-narrazioni visive capaci di trasformare frammenti ordinari in immagini sospese tra logica e paradosso.

Nel suo insieme, Design Vik 2026 si configura come una costellazione di opere in cui il design smette di servire per iniziare a raccontare. Gli oggetti perdono funzione per acquisire significato, aprendo uno spazio di libertà in cui lo sguardo prende il posto dell’uso. È in questa deviazione – silenziosa ma radicale – che si rivela, senza dichiararsi apertamente, l’altro lato del design.


Da Paola Martino ufficio stampa <paolamartinoufficiostampa@gmail.com> i
Articolo redazionale

Cecilia Vicuña al Castello di Rivoli: un’installazione tra memoria e natura


“El glaciar ido” inaugura la prima personale italiana dell’artista cilena, tra poesia, materia e partecipazione. Dal 29 aprile al 20 settembre 2026 il Castello di Rivoli dedica a Cecilia Vicuña una grande mostra site-specific. Un progetto che intreccia installazione, suono e parola per riflettere su ambiente, tempo e memoria collettiva.


Il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea presenta “El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso)”, prima mostra personale in un museo italiano di Cecilia Vicuña, a cura di Marcella Beccaria. Il progetto, allestito nella Manica Lunga al terzo piano, sarà visitabile dal 29 aprile al 20 settembre 2026, con anteprima stampa il 28 aprile.
Artista, poetessa e attivista nata a Santiago del Cile nel 1948 e residente a New York, Vicuña sviluppa una ricerca che intreccia pratiche artistiche e impegno politico. Il suo lavoro affronta temi legati alla democrazia, alla libertà d’espressione e alla tutela delle culture indigene, muovendosi tra performance, poesia, pittura, video e installazione. Centrale nella sua poetica è il concetto di “Arte Precario”, elaborato fin dagli anni Sessanta: una pratica effimera, partecipativa, spesso realizzata con materiali trovati, in dialogo diretto con luoghi e comunità.

Fulcro della mostra è una nuova commissione pensata appositamente per gli spazi longitudinali del museo. L’opera si configura come un quipu acostado – una grande installazione sospesa a diverse altezze – che rielabora i quipu delle antiche civiltà andine, sistemi di corde annodate utilizzati come strumenti di registrazione e calcolo. Nella rilettura contemporanea di Vicuña, questi dispositivi diventano architetture leggere e dinamiche, realizzate con lane grezze e materiali assemblati, capaci di attraversare simbolicamente spazio e tempo.

L’installazione assume un valore evocativo legato allo scorrere del tempo – umano e geologico – e al rapporto tra presenza umana e ambiente naturale. Il progetto coinvolge anche il territorio: l’artista invita le comunità locali a contribuire raccogliendo materiali naturali – legno, pietre, conchiglie, piume – provenienti da corsi d’acqua e bacini vicini, come la Dora Riparia e i laghi di Avigliana. Questo processo partecipativo rafforza la dimensione relazionale dell’opera, concepita come un tessuto di connessioni tra persone, luoghi e memoria degli antichi ghiacciai oggi scomparsi.

Il percorso espositivo include inoltre opere video e nuovi componimenti poetici scritti per l’occasione, elementi che da sempre accompagnano la pratica dell’artista. A completare il progetto, una pubblicazione dedicata che approfondisce i contenuti della mostra.

“El glaciar ido” segna anche un ritorno significativo per Vicuña al Castello di Rivoli, che aveva già presentato il suo lavoro in Italia nel 2000 all’interno della mostra collettiva “Quotidiana”. Un nuovo capitolo che conferma la centralità della sua ricerca nel panorama contemporaneo, capace di coniugare estetica, politica e sensibilità ecologica.


Da Press Office <press@castellodirivoli.org> 
Articolo redazionale

Venice 20:26, all’Arsenale una risposta italiana tra presenza e visione

Cinque artisti riportano il contemporaneo nazionale nel cuore simbolico della Biennale. Dal 29 aprile 2026 allo Spazio Thetis prende forma una collettiva interamente italiana che si inserisce nel contesto della 61ª Biennale di Venezia. Un progetto nato prima delle polemiche, ma oggi carico di significati.


Nel pieno del dibattito internazionale sull’assenza di artisti italiani alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, una mostra parallela riporta la presenza nazionale proprio all’interno dello stesso perimetro simbolico. Si intitola “Venice 20:26” e sarà inaugurata il 29 e 30 aprile 2026 allo Spazio Thetis, all’Arsenale, per restare aperta fino a ottobre, in concomitanza con la manifestazione principale.
Il progetto riunisce cinque artisti italiani – Angelo Crazyone, Vincenzo Profeta, Andrea Morucchio, Luca Rossi e Pucci Scafidi – chiamati a costruire una presenza che, pur non nata con intento polemico, assume oggi un valore inevitabilmente simbolico. La mostra, infatti, era stata pianificata ben prima che emergesse la questione dell’assenza italiana, ma si configura ora come una risposta concreta e visibile all’interno dell’ecosistema della Biennale.

Il titolo “Venice 20:26” si presta a una lettura stratificata: indica l’orario dell’inaugurazione, momento culminante dell’attivazione performativa; rimanda all’anno 2026, segnato dalla Biennale; e richiama infine Venezia stessa, intesa come spazio-laboratorio dove memoria, trasformazione e fragilità coesistono.

L’esposizione si presenta come una sorta di mappa contemporanea, un attraversamento simbolico del presente affidato a cinque artisti che operano come interpreti sensibili del tempo in cui vivono. Le loro ricerche – diverse per linguaggi e approcci – convergono in una visione che restituisce complessità e vitalità alla scena artistica italiana, spesso percepita come marginale nel contesto globale.

La scelta dello Spazio Thetis non è casuale: luogo in cui convivono dimensione industriale e sperimentazione tecnologica, diventa il contesto ideale per un progetto che intende riflettere sulle trasformazioni del presente. A promuovere l’iniziativa è Manuela Sandri, storica dell’arte e fondatrice di piattaforme dedicate alla promozione artistica, con l’obiettivo di dare forma a un organismo creativo plurale, capace di reagire alle accelerazioni del contemporaneo.

“Venice 20:26” si impone così come un gesto di presenza – più che di opposizione – che invita a riconsiderare il ruolo dell’arte italiana nel panorama internazionale. Se l’assenza può alimentare il dibattito, qui è la presenza a generare visione, restituendo centralità a una scena che continua a interrogare il proprio tempo.


Da Davide Federici – Ufficio stampa <info@davidefederici.it>
Articolo redazionale

Lucio Forte, la pittura come attraversamento di immaginari


La nuova personale di Lucio Forte è la settima edizione di “Recent Works” tra città, cinema e visioni fantastiche: un ampio spettro di tecniche e soggetti. In mostra opere recenti che spaziano tra urbano, natura e suggestioni narrative, con apertura il 23 aprile.


A Milano torna “Recent Works”, il ciclo espositivo dedicato alla produzione più recente di Lucio Forte, giunto alla sua settima edizione. L’appuntamento è fissato per giovedì 23 aprile negli spazi di Orygma, in via Corelli 34, dove alle ore 19:00 si terrà l’inaugurazione accompagnata da un rinfresco, aperta fino alle 22:00.
La mostra raccoglie un corpus eterogeneo di lavori che testimoniano la versatilità tecnica dell’artista: dipinti a olio su tela, acquerelli, disegni a inchiostro di china realizzati a pennino e opere eseguite con tecniche miste su diversi supporti – tavola, tela e carta. Una pluralità di linguaggi che si riflette anche nei temi affrontati.

Il percorso espositivo si sviluppa infatti attraverso una gamma ampia di soggetti e suggestioni. I paesaggi urbani dialogano con l’immaginario del fumetto e del cinema, mentre la natura emerge nelle rappresentazioni di animali e scenari naturali. Accanto a questi, trovano spazio riferimenti storici e incursioni nella fantascienza, delineando un universo visivo stratificato e in continua trasformazione.

Tra le opere in mostra figurano lavori recenti come View from Empire State Building (2026), realizzato con tecnica mista su carta di bambù, Landscape (2026) in acrilico, e Sin City (2026) a matita su carta di bambù. A questi si affiancano opere come Perspectival study (2025), acquerello, e Le ragazze del cotonificio, 1958 (2025), che combina inchiostro di china, acquerello e acrilico. Non manca uno sguardo retrospettivo con Airone (2015), acquerello di dimensioni più intime.

“Recent Works 7” sarà visitabile su appuntamento fino al 10 maggio, offrendo al pubblico l’occasione di entrare in contatto diretto con una ricerca pittorica che si muove tra osservazione del reale e costruzione di mondi possibili.


Da Arch.LucioLarsForte <jhonnylars@yahoo.it> 
Articolo redazionale

Urban Marginalia, lo sguardo laterale sulla città contemporanea

Dal 30 aprile al 24 maggio 2026, il progetto di Alberto Petrò e Marcello Barison trasforma frammenti trascurati della città in un atlante visivo denso di significati. In dialogo immagini, testo e suono per una riflessione sul paesaggio urbano contemporaneo.


Apre al pubblico il 30 aprile 2026 negli spazi del MO.CA – Centro per le Nuove Culture di Brescia “Urban Marginalia”, mostra fotografica di Alberto Petrò con testo di Marcello Barison e curatela di Carlo Sala. Il progetto, visitabile fino al 24 maggio, prende forma a partire da un’intuizione precisa: osservare la città non attraverso i suoi centri, ma nei suoi margini, là dove si accumulano segni, scarti e anomalie visive.
Il titolo richiama i marginalia dei manoscritti medievali – annotazioni e figure che abitavano le zone periferiche della pagina – per trasporre questo principio nello spazio urbano contemporaneo. Petrò orienta così la propria ricerca verso ciò che solitamente sfugge allo sguardo: interruzioni, accostamenti inattesi, tracce di trasformazione che attraversano il tessuto della città.

Il risultato è un corpus di immagini che costruisce una sorta di atlante visivo dei margini urbani, dove materiali, superfici e interventi casuali generano configurazioni ambigue, sospese tra documento e astrazione. La fotografia diventa qui uno strumento di rivelazione, capace di attribuire valore estetico a spazi considerati secondari, elevandoli a elementi emblematici di un’urbanità diffusa e senza coordinate geografiche nette.

In mostra sono presentate 39 fotografie selezionate da un insieme più ampio di 90 immagini, realizzate sia in tecnica analogica sia digitale e stampate in diversi formati. Il progetto espositivo si intreccia con l’omonimo volume pubblicato nel 2026 da Rubbettino, che raccoglie le fotografie di Petrò affiancate dal testo teorico Aftercity di Barison, configurandosi come un’estensione narrativa e critica del lavoro visivo.

Il dialogo tra immagine e pensiero si arricchisce ulteriormente grazie al contributo sonoro di Alessandro Mombelli: il progetto Soundscapes accompagna la mostra come una traccia ambientale che dilata il tempo della fruizione e invita a una modalità contemplativa.

Ospitata nello Spazio Espositivo del MO.CA, istituzione dedicata alla sperimentazione artistica contemporanea, la mostra è affiancata da un programma di eventi collaterali: la presentazione del libro con gli autori è prevista per il 16 maggio, mentre il 24 maggio, in chiusura, si terrà la performance sonora di Mombelli in due sessioni.

“Urban Marginalia” si configura così come un’indagine stratificata sulla città contemporanea – un attraversamento visivo e teorico che invita a riconsiderare ciò che resta ai margini, restituendogli centralità percettiva e valore culturale.


Da valeria magnoli <valeriamagnoli@gmail.com>
Articolo redazionale

Dalla terra al metallo: l’artigianato fra tradizione e distretti produttivi

Dalla ceramica artistica alle lavorazioni orafe, l’artigianato italiano continua a rappresentare un patrimonio culturale e produttivo di grande rilievo. Tra storia, identità locale e innovazione, emergono esempi emblematici come Capodimonte, Montelupo Fiorentino e il distretto orafo aretino.


Nel panorama dell’artigianato italiano, alcuni territori si distinguono per una continuità produttiva che affonda le radici nella storia e arriva fino alle sfide contemporanee. È il caso della ceramica di Capodimonte e di Montelupo Fiorentino, così come del distretto orafo di Arezzo: realtà diverse per materiali e tecniche, ma accomunate da una forte identità e da un sapere tramandato nel tempo.
La tradizione ceramica di Capodimonte nasce nel Settecento, in un contesto legato alla corte borbonica, e si afferma per l’eleganza delle forme e la raffinatezza decorativa. Ancora oggi, la produzione mantiene un legame diretto con quell’eredità, pur adattandosi a linguaggi contemporanei e a nuove esigenze di mercato. Le botteghe continuano a lavorare secondo metodi artigianali, con una particolare attenzione alla qualità e al dettaglio.

Diverso ma altrettanto significativo è il caso di Montelupo Fiorentino, uno dei centri più importanti per la ceramica in Toscana. Qui la tradizione si sviluppa già in epoca medievale, raggiungendo una notevole diffusione tra il Quattrocento e il Cinquecento. Oggi Montelupo rappresenta un modello di integrazione tra produzione artigianale, ricerca artistica e valorizzazione culturale, grazie anche alla presenza di musei, archivi e iniziative dedicate.

Accanto alla ceramica, il comparto orafo trova nel distretto di Arezzo uno dei suoi poli più rilevanti a livello internazionale. Nato nel secondo dopoguerra, il distretto si è rapidamente affermato come centro di eccellenza per la lavorazione dei metalli preziosi, con una produzione orientata sia al mercato interno sia all’export. La forza di Arezzo risiede nella capacità di coniugare tecniche tradizionali e innovazione tecnologica, mantenendo al contempo una filiera produttiva altamente specializzata.

In tutti questi contesti, l’artigianato si configura non solo come attività economica, ma come espressione culturale e identitaria. Le competenze manuali, spesso tramandate di generazione in generazione, si affiancano oggi a nuove forme di progettazione e comunicazione, aprendo prospettive di sviluppo che guardano al futuro senza perdere il legame con il passato.

La sfida attuale riguarda proprio questo equilibrio: preservare l’autenticità del saper fare artigiano, rendendolo al contempo competitivo in un mercato globale sempre più dinamico. Capodimonte, Montelupo e Arezzo offrono esempi concreti di come questa sintesi sia possibile, dimostrando che tradizione e innovazione non sono elementi contrapposti, ma parti di un unico processo evolutivo.


Da FirenzeFiera Press <Press@firenzefiera.it>
Articolo redazionale

SPIRAL ECONOMY – Julian Charrière dialoga con Canova al Museo Correr

A sinistra: Julian Charrière: Controlled Burn, 2022. Film still, Co-Director: Johannes Förster. Sound Composition and Design: Felix Deufel © The Artist / VG Bild-Kunst, Bonn, 2026
A destra: Julian Charrière: Albedo, 2025, 4K video, 16:10 aspect ratio, 3D ambisonics soundscape, continuous video loop. Score by Jana Irmert © The Artist / VG Bild-Kunst, Bonn, 2026

Dal 30 aprile al 22 novembre 2026, le Sale Canoviane del Museo Correr ospitano un confronto inedito tra il Neoclassicismo di Antonio Canova e la ricerca contemporanea di Julian Charrière. Una mostra che attraversa epoche e linguaggi, interrogando il rapporto tra permanenza e mutazione.


Nelle Sale Canoviane del Museo Correr di Venezia prende forma un nuovo capitolo di Dialoghi Canoviani, il progetto espositivo che mette in relazione la tradizione scultorea con le pratiche artistiche contemporanee. La seconda edizione, intitolata Spiral Economy: Charrière and Canova, propone un confronto serrato tra Antonio Canova e Julian Charrière, artista franco-svizzero classe 1987, oggi attivo a Berlino.

Curata da Chiara Squarcina e Pier Paolo Pancotto, con la collaborazione di Claudia Cargnel, la mostra sarà visitabile dal 30 aprile al 22 novembre 2026. Il percorso si sviluppa come un dialogo tra epoche che trova nella materia – e in particolare nel marmo – il proprio centro concettuale. Qui la pietra si fa presenza ambivalente: corpo e traccia, forma ideale e deposito del tempo.

L’impianto della mostra si fonda su una tensione produttiva tra due visioni opposte e complementari. Da un lato, l’aspirazione neoclassica a fissare nella materia un ideale eterno; dall’altro, la consapevolezza contemporanea della trasformazione continua, della fragilità e del divenire. Ne emerge un sistema di contrasti – permanenza ed erosione, stabilità e mutazione – che struttura l’intero percorso espositivo.

Charrière interviene con una grande installazione multisensoriale pensata in stretta relazione con la collezione canoviana, per la prima volta coinvolta in modo così diretto in un progetto contemporaneo. L’esperienza per il visitatore è immersiva e percettivamente densa: le opere si dispongono secondo una sequenza che alterna lavori storici e interventi recenti, molti dei quali realizzati appositamente. Tra i dialoghi proposti emergono accostamenti come Venus Italica e Albedo, Icarus e Controlled Burn, Orpheus e Eurydice e Stone Speakers, fino a Autoritratto e Imperfect Lovers.

L’artista utilizza una pluralità di linguaggi – installazione, video, fotografia, scultura, performance – per indagare il rapporto tra essere umano e ambiente. Le sue ricerche, spesso condotte in territori remoti e condizioni estreme, non mirano a celebrare la natura ma a metterne in evidenza le fragilità, interrogando le dinamiche tra tecnologia, ecologia e industria.

Il confronto con Canova nasce da una consonanza più profonda di quanto possa apparire. Entrambi, pur in contesti storici lontani, si confrontano con dimensioni universali – il mito, l’utopia, il tempo – attraverso un gesto plastico che ambisce a trascendere il presente. L’intervento di Charrière si inserisce così nelle sale del museo come una rilettura stratificata, che attraversa scultura, luce e suono per ridefinire lo spazio espositivo.

Il risultato è un incontro inatteso tra l’idealismo classico incarnato nel marmo e una riflessione contemporanea sull’entropia e sulla trasformazione biologica. Un dialogo che non si limita a sovrapporre epoche, ma le mette in tensione, restituendo al visitatore una visione complessa e attuale della materia e del tempo.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo redazionale

Mondi Presenti: la Sierra Leone debutta alla Biennale di Venezia

Alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte, la Sierra Leone partecipa per la prima volta con un progetto che intreccia voci locali, regionali e internazionali. “Mondi Presenti” è una mostra-processo che esplora nuove forme di relazione, memoria e responsabilità condivisa. Un padiglione che ridefinisce identità e appartenenza in chiave panafricana


Per la sua prima storica partecipazione alla Biennale di Venezia, la Sierra Leone presenta “Mondi Presenti / Worlds of Today”, un progetto espositivo che si inserisce nel tema generale “In Minor Keys”, concepito dalla curatrice Koyo Kouoh. L’invito è a spostare lo sguardo dalle narrazioni dominanti verso registri più sottili, capaci di cogliere dinamiche silenziose ma decisive. Il padiglione risponde a questa sollecitazione proponendosi non come semplice esposizione di opere, ma come piattaforma dinamica di ricerca e relazione .
Curato da Sandro Orlandi Stagl e Willy Montini, sotto il commissariato di H. E. Dr. Fatima Maada Bio, il progetto prende forma negli spazi del Liceo Guggenheim a Venezia. Qui la mostra si sviluppa come un dialogo serrato tra artisti provenienti da contesti diversi, evitando l’accumulo per privilegiare una costruzione più intima e riflessiva. Il percorso mette in relazione quattro artisti della Sierra Leone con una selezione di autori internazionali e con artisti provenienti dall’area ECOWAS, creando una trama complessa che sfugge a schemi puramente rappresentativi.

Al centro dell’impianto curatoriale si trova l’idea di “minorità” in senso deleuziano: uno spazio generativo in cui il linguaggio artistico diventa strumento di trasformazione. Le opere non sono pensate come entità autonome, ma come processi vitali, capaci di attivare nuove possibilità di lettura del presente. In questo senso, il padiglione si configura come un dispositivo aperto, dove temi come la memoria, la cura e la sostenibilità sociale si intrecciano con una riflessione più ampia sul futuro.

Un elemento distintivo del progetto è l’estensione del concetto di padiglione nazionale verso una dimensione transnazionale. La Sierra Leone sceglie infatti di condividere il proprio spazio con artisti provenienti da Nigeria, Togo, Senegal e altri paesi dell’Africa occidentale, dando vita a una sorta di “assemblea visiva” che mette in evidenza la pluralità culturale della regione. Lontano da una visione monolitica del continente, la mostra restituisce invece una geografia articolata, fatta di differenze linguistiche, religiose e sociali.

Questa apertura si traduce anche in una presa di posizione politica. In un contesto globale segnato da nuove forme di frammentazione, il padiglione propone un modello di cooperazione culturale che anticipa possibili sviluppi sul piano istituzionale. L’arte diventa così uno spazio di sperimentazione, capace di immaginare configurazioni future prima ancora che esse si concretizzino nella realtà politica.

Gli artisti coinvolti – tra cui Hawa-Jane Bangura, Ayesha Feisal, Hickmatu Leigh e Abu Bakarr Mansaray per la Sierra Leone, affiancati da nomi internazionali e da rappresentanti dell’area ECOWAS – condividono un approccio radicato nelle pratiche comunitarie e nell’uso di materiali vernacolari. Le loro opere agiscono come vettori di cambiamento, interrogando temi cruciali come la giustizia ambientale, la pace e la convivenza.

“Mondi Presenti” si propone dunque come un’esperienza che va oltre la dimensione espositiva. Visitare il padiglione significa attraversare una costellazione di mondi già in atto, in cui l’Africa occidentale emerge come laboratorio avanzato di nuove forme di umanesimo globale. Un invito, infine, a prestare attenzione non solo alle immagini, ma anche agli intervalli, a quel silenzio tra le opere in cui si annidano possibilità ancora da decifrare.

Sierra Leone: Hawa-Jane Bangura, Ayesha Feisal, Hickmatu Leigh, Abu Bakarr Mansaray.
Internazionali: Eros Bonamini (Italia), Piergiorgio Colombara (Italia), Jacopo Di Cera (Italia), Fernando Garbellotto (Italia), Gianfranco Gentile (Italia), Armando Romero (Messico), Margherita Levo Rosenberg (Italia), Alberto Salvetti (Italia).
ECOWAS: Seini Awa Camara (Senegal), Abdoul Ganiou Dermani (Togo), Eloy Lokossou (Benin), Mòy??sór?? Martins (Nigeria).


Da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it>
Articolo redazionale