Categoria: Mostre&eventi

  • Settant’anni di architettura a Catania: una storia professionale nella Sicilia orientale

    Settant’anni di architettura a Catania: una storia professionale nella Sicilia orientale

    Dai 34 architetti iscritti al primo Albo del 1956 all’attuale organizzazione professionale, settant’anni di trasformazioni territoriali, culturali e istituzionali. Domenica 11 ottobre 2026, a Catania, protagonisti di diverse stagioni dell’Ordine e della Fondazione si ritrovano per ricostruire una memoria collettiva e discutere le nuove responsabilità dell’architettura.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto dall’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della provincia di Catania – I PRESS <ipress@onclusivenews.com> .

    Il 18 giugno 1956, a Catania, nasceva un Ordine professionale autonomo degli architetti. Il primo Albo, approvato nel luglio dello stesso anno, comprendeva appena 34 iscritti. Settant’anni dopo, quella decisione viene ricordata come l’inizio di un percorso istituzionale che ha accompagnato le trasformazioni dell’architettura, della professione e del territorio della Sicilia orientale.

    L’anniversario sarà celebrato domenica 11 ottobre 2026, alle ore 18.30, al Centro Fieristico Le Ciminiere di Catania, insieme a un secondo traguardo: i vent’anni della Fondazione dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della provincia di Catania. Un doppio appuntamento che riunirà presidenti, ex presidenti e rappresentanti di diverse generazioni professionali, chiamati a ripercorrere le vicende dell’istituzione e a confrontarsi sulle prospettive future.

    La storia dell’Ordine catanese comincia con una scelta organizzativa precisa. Fino al 1956, ingegneri e architetti condividevano un Albo professionale misto. La separazione consentì agli architetti di costituire una propria struttura di rappresentanza, riconoscendo una specifica identità professionale e una maggiore autonomia istituzionale.

    A guidare questa fase fu Raffaele Leone, fondatore e primo presidente dell’Ordine. Il suo compito non riguardava soltanto la costituzione del nuovo organismo, ma anche la definizione del suo ambito territoriale. Occorreva infatti evitare che gli architetti della Sicilia orientale confluissero in un unico Ordine regionale con sede a Palermo, garantendo invece una rappresentanza più vicina alle realtà professionali locali.

    La soluzione adottata attribuì a Catania un ruolo di riferimento per un territorio molto più esteso di quello provinciale. Per diversi anni, l’Ordine rappresentò anche gli architetti delle province di Caltanissetta, Enna, Messina, Ragusa e Siracusa, accompagnando successivamente il processo che avrebbe portato alla costituzione degli Ordini autonomi nelle rispettive province.

    Questa origine sovraprovinciale costituisce uno degli aspetti più significativi della vicenda istituzionale catanese. La nascita dell’Ordine non rispondeva soltanto all’esigenza di separare due categorie professionali, ma contribuiva a organizzare la rappresentanza degli architetti in una parte importante della Sicilia, in una fase nella quale l’assetto territoriale degli organismi professionali era ancora in evoluzione.

    Dalla rappresentanza professionale alla cultura del progetto

    Nei settant’anni successivi, l’Ordine ha attraversato stagioni differenti, accompagnando i cambiamenti urbanistici, sociali e professionali che hanno interessato Catania e il territorio etneo. Presidenti e Consigli si sono succeduti nella gestione dell’istituzione, mentre il ruolo dell’architetto si confrontava con esigenze e responsabilità progressivamente mutate.

    La celebrazione dell’anniversario intende ricostruire questo percorso attraverso le testimonianze di chi ha partecipato direttamente alla vita dell’Ordine. Documenti, immagini e ricordi contribuiranno a restituire una storia collettiva nella quale le vicende professionali si intrecciano con quelle della città e delle comunità locali.

    Accanto all’attuale presidente Alessandro Amaro interverranno alcuni protagonisti delle precedenti stagioni istituzionali. Maurizio Spina ricorderà il periodo legato alla presidenza di Antonio Licciardello, mentre gli ex presidenti Luigi Longhitano, Giuseppe Scannella, Sebastian Carlo Greco e Veronica Leone ripercorreranno le rispettive esperienze.

    La successione di queste testimonianze consentirà di osservare l’evoluzione dell’Ordine attraverso punti di vista differenti, mettendo in relazione le scelte compiute nelle diverse fasi della sua attività con le trasformazioni del contesto professionale.

    I vent’anni della Fondazione: formazione, ricerca e rapporto con la società

    Il secondo anniversario riguarda la Fondazione dell’Ordine degli Architetti PPC di Catania, istituita vent’anni fa per sviluppare e rafforzare le attività culturali, formative e di ricerca connesse alla professione.

    La Fondazione rappresenta un percorso parallelo e complementare a quello dell’Ordine. Mentre quest’ultimo svolge le proprie funzioni istituzionali di rappresentanza professionale, la Fondazione contribuisce alla produzione e alla diffusione della cultura architettonica, promuovendo occasioni di approfondimento e di confronto tra architetti e società.

    La sua attività ha progressivamente ampliato il significato della presenza istituzionale degli architetti sul territorio, affiancando alle funzioni ordinistiche iniziative dedicate alla formazione, alla ricerca e alla conoscenza del progetto.

    Anche la storia della Fondazione sarà ricostruita attraverso le testimonianze di chi ne ha accompagnato lo sviluppo. Accanto all’attuale presidente Melania Guarrera, interverrà Filippo Nasca, che ricorderà gli anni legati alla presidenza di Antonio Licciardello. Adelaide Longhitano ripercorrerà invece la stagione di Carlotta Reitano, mentre Paola Pennisi ed Eleonora Bonanno contribuiranno a ricostruire le successive esperienze.

    La serata, moderata dalla giornalista Assia La Rosa, vedrà inoltre la partecipazione del sindaco di Catania Enrico Trantino.

    Una memoria professionale rivolta al futuro

    L’incontro alle Ciminiere è concepito come un’occasione di confronto tra generazioni che hanno vissuto momenti differenti della professione. Il racconto delle origini e delle successive trasformazioni istituzionali si accompagnerà a una riflessione sulle responsabilità che attendono gli architetti nei prossimi anni.

    Le questioni ambientali, sociali e tecnologiche costituiscono oggi altrettanti ambiti nei quali la cultura del progetto è chiamata a misurarsi con nuove esigenze. La trasformazione delle città e dei territori richiede infatti competenze capaci di interpretare i cambiamenti e di rispondere alle necessità delle comunità.

    È su questo rapporto tra memoria e prospettiva che si concentra il significato del doppio anniversario. I settant’anni dell’Ordine e i vent’anni della Fondazione offrono l’opportunità di ricostruire una vicenda istituzionale che, a partire da un Albo di 34 professionisti, ha contribuito a definire la presenza organizzata degli architetti nella Sicilia orientale.

    Il percorso iniziato nel 1956 viene così riletto attraverso le persone che ne hanno assunto la responsabilità, le attività sviluppate nel tempo e il rapporto con un territorio sottoposto a continue trasformazioni.

    La celebrazione si svolgerà domenica 11 ottobre, alle ore 18.30, al Centro Fieristico Le Ciminiere di Catania. Sarà un incontro dedicato alla storia dell’istituzione, ma anche alle domande che riguardano il futuro della professione: quale ruolo attribuire all’architetto, come affrontare le trasformazioni urbane e territoriali e quale contributo la cultura del progetto potrà offrire alle comunità nei prossimi decenni.

  • Al Castello Sforzesco di Milano: Nino Ferrari, quando il metallo incontra la modernità

    Al Castello Sforzesco di Milano: Nino Ferrari, quando il metallo incontra la modernità

    Argento, rame e peltro diventano nelle mani di Nino Ferrari superfici plastiche e luminose. La mostra milanese ne ripercorre l’attività dagli anni Trenta agli anni Settanta, soffermandosi sul rapporto con Gio Ponti e sul dialogo fra arte decorativa, design e architettura.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Studio Esseci Comunicazione – Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>.

    Sessanta opere in metallo, trenta disegni preparatori e dieci testimonianze provenienti dall’officina permettono di entrare nel lavoro di Nino Ferrari non soltanto attraverso gli oggetti compiuti, ma seguendo il percorso che conduce dall’idea alla materia. È questa una delle chiavi di Nino Ferrari. La forma moderna del metallo, la mostra allestita nella Sala della Balla del Castello Sforzesco di Milano dal 7 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027.

    Curata da Stefania Cretella e Fiorella Mattio e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Castello Sforzesco e Silvana Editoriale, l’esposizione intende restituire visibilità a una figura delle arti applicate italiane del Novecento nella quale tradizione artigianale, ricerca artistica e modernità trovano un punto d’incontro. Ferrari, nato a Canneto sull’Oglio nel 1908 e morto a Brescia nel 1981, fu maestro nella lavorazione dei metalli, nell’incisione, nel cesello e nello sbalzo su argento, rame e peltro, svolgendo la propria attività con successo tra Brescia e Milano dagli anni Trenta agli anni Settanta.

    Il nucleo principale della mostra consente di osservare direttamente la versatilità con cui Ferrari affrontava materiali differenti. Le sessanta opere in argento, rame, peltro e altre leghe metalliche raccontano la capacità di trasformare superfici rigide in volumi nei quali la luce diventa parte della costruzione formale. Non sono però presentati soltanto gli esiti conclusivi. I trenta disegni su carta e cartoncino documentano la fase progettuale, mentre stampi in gesso, utensili e manufatti conservati in differenti stadi di lavorazione avvicinano il visitatore alla dimensione concreta dell’officina.

    Il rapporto tra ideazione ed esecuzione permette così di leggere una ricerca che non separa il mestiere dalla cultura del progetto. È precisamente su questo terreno che la figura di Ferrari si colloca nel contesto delle arti applicate del suo tempo, facendo dialogare le competenze tecniche del cesello e dello sbalzo con gli orientamenti più avanzati del design e dell’architettura.

    Il legame con Milano occupa una posizione determinante nella sua vicenda. Ferrari si formò all’Accademia di Brera, entrando in contatto con la tradizione delle arti applicate della città. Secondo l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, il ritorno delle sue opere al centro della vita culturale milanese offre l’occasione di riscoprire un protagonista del Novecento che seppe coniugare maestria tecnica e apertura alle avanguardie del design e dell’architettura, elaborando un linguaggio originale e moderno. La presenza della mostra al Castello Sforzesco valorizza quindi un rapporto profondo con Milano e con la sua cultura del progetto.

    Uno dei capitoli centrali dell’esposizione riguarda il sodalizio intellettuale e professionale con Gio Ponti. La collaborazione con l’architetto e designer milanese, iniziata negli anni Trenta, rappresentò un momento fondamentale per l’affermazione di Ferrari nel panorama nazionale dell’arte decorativa. Il rapporto viene ricostruito attraverso carteggi inediti, fotografie storiche, cataloghi di vendita e riviste dell’epoca, materiali che consentono di seguire non soltanto una collaborazione professionale, ma anche il contesto culturale nel quale essa maturò.

    La documentazione affianca dunque gli oggetti e amplia la prospettiva della mostra. Il lavoro di Ferrari viene ricollocato all’interno di una stagione nella quale le arti applicate partecipavano direttamente alla ridefinizione del gusto e delle forme della modernità, mettendo in relazione competenze artigianali, sperimentazione artistica, architettura e design.

    Un passaggio particolarmente significativo riguarda la VI Triennale di Milano del 1936. In quell’occasione Ferrari realizzò una coppia di vasi su disegno di Guido Frette. Uno dei due esemplari è oggi conservato nelle collezioni del Castello Sforzesco, stabilendo un legame diretto fra la storia dell’artista, la cultura espositiva milanese e la sede che oggi ne ospita la riscoperta.

    La maggior parte delle opere riunite per l’esposizione proviene dalla collezione degli eredi di Nino Ferrari. A questo nucleo si aggiungono prestiti da collezioni private e dallo stesso Castello Sforzesco, selezionati per il loro valore stilistico e storico. Il percorso permette così di seguire l’evoluzione dell’artista e di ricomporne l’universo creativo attraverso materiali di natura diversa, dagli oggetti finiti alle tracce del lavoro che li ha preceduti.

    La mostra non rimane inoltre confinata alla Sala della Balla. Tre opere di Ferrari vengono inserite nel percorso permanente del Museo delle Arti Decorative, nella Sala XXXI dedicata al Novecento. La scelta ricolloca il suo lavoro accanto alle esperienze più avanzate del periodo e rende evidente il rapporto con gli stili e le forme della modernità sviluppatisi nella prima metà del XX secolo.

    Ne emerge il profilo di un autore per il quale la lavorazione del metallo non coincideva semplicemente con l’esercizio di una tecnica raffinata. Incisione, cesello e sbalzo diventavano strumenti attraverso i quali misurarsi con un linguaggio moderno, mantenendo al tempo stesso un rapporto diretto con l’alto artigianato. È proprio questa relazione fra intuizione artistica e competenza esecutiva a costituire il centro del progetto espositivo e a spiegare la posizione attribuita a Ferrari nel panorama del design italiano del Novecento.

    Ad accompagnare la mostra è il catalogo pubblicato da Silvana Editoriale, che raccoglie saggi storico-critici sull’intero percorso creativo dell’artista, approfondimenti sulle metodologie di lavoro e sul rapporto con Gio Ponti, schede tecniche e apparati dedicati all’allestimento. Una documentazione fotografica presenta inoltre tutte le opere esposte.

    Realizzata con il sostegno di Biochim, Nino Ferrari. La forma moderna del metallo riporta così l’attenzione su una stagione nella quale la distinzione tra artista, artigiano e progettista poteva diventare meno netta. Nella materia lavorata da Ferrari, la perizia manuale non rappresenta il punto d’arrivo, ma lo strumento attraverso il quale la tradizione delle arti applicate incontra le forme della modernità.

  • Al Margutta Veggy Food & Art di Roma “Un sacco belle” rilegge le icone femminili dello schermo

    Al Margutta Veggy Food & Art di Roma “Un sacco belle” rilegge le icone femminili dello schermo

    Brigitte Bardot, Marilyn Monroe, Rita Hayworth, Sophia Loren e Stefania Sandrelli cambiano scenario e incontrano immagini della tradizione pittorica. Brivido Pop costruisce così un gioco di contaminazioni nel quale cinema, arte e immaginario popolare si sovrappongono con ironia.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Uozzart – Da Press – Uozzart <stampa@uozzart.com>.

    Le dive del cinema escono idealmente dallo schermo per entrare nei territori della pittura e della cultura pop. È il meccanismo visivo sul quale Brivido Pop costruisce Un sacco belle, la mostra personale ospitata a Roma negli spazi de Il Margutta Veggy Food & Art, in via Margutta 118. Curata da Marco Dionisi Carducci e ideata da Tina Vannini, l’esposizione riunisce alcune delle figure femminili più riconoscibili dell’immaginario cinematografico e le colloca dentro accostamenti inattesi.

    Brigitte Bardot, Marilyn Monroe, Rita Hayworth, Sophia Loren e Stefania Sandrelli sono alcune delle protagoniste scelte dall’artista. Attraverso collage digitali, citazioni pittoriche e riferimenti alla cultura popolare, Brivido Pop interviene su immagini sedimentate nella memoria collettiva, facendo incontrare le grandi dive con opere e suggestioni provenienti dalla storia dell’arte.

    Il centro dell’esposizione è l’opera che le dà il titolo, Un sacco belle. La composizione riunisce celebri icone femminili del Novecento, introduce il maresciallo Carotenuto interpretato da Vittorio De Sica e stabilisce un riferimento alla Maja desnuda di Francisco Goya. L’accostamento diventa un omaggio ironico alla bellezza, al talento e alla personalità delle donne che hanno segnato la storia del cinema.

    L’apertura della mostra ha trasformato gli spazi de Il Margutta in un luogo d’incontro tra arte, spettacolo e mondanità. Al vernissage hanno partecipato l’attrice Mita Medici, il giornalista e conduttore Alessandro Cecchi Paone e l’attore Pino Quartullo, accompagnato da Giorgio Melone e Lorenzo Innocenzi, rispettivamente attore e aiuto regista del suo spettacolo teatrale Il viaggio di Francesco.

    Tra i presenti anche Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, l’attore Saverio Vallone, la giornalista Rai Nadia Alese e Laura del Santo della Fondazione Alberto Sordi. Il pubblico ha potuto incontrare Brivido Pop e conoscere direttamente le opere durante una serata scandita da fotografie, brindisi, bollicine e proposte gastronomiche vegane.

    Il rapporto fra cinema e arte che caratterizza la mostra avrà un nuovo sviluppo martedì 13 ottobre, a partire dalle ore 18.00, con Red Carpet da Brivido, appuntamento organizzato in occasione della Notte Bianca di Roma dedicata al cinema. Brivido Pop sarà protagonista di una performance artistica dal vivo, accompagnata da melodie del cinema internazionale eseguite con pianoforte e tromba.

    La serata sarà completata da un Aperitif Art, mantenendo al centro quell’intreccio fra linguaggi artistici, musica e convivialità che caratterizza il progetto ospitato da Il Margutta.

    Un sacco belle proseguirà fino al 20 gennaio 2027. L’esposizione è visitabile da lunedì a domenica, dalle 10.00 alle 23.00, presso Il Margutta Veggy Food & Art, in via Margutta 118 a Roma.

  • Roma: Iconografia dell’assenza. Marco Stefanucci tra memoria, simbolo e silenzio

    Roma: Iconografia dell’assenza. Marco Stefanucci tra memoria, simbolo e silenzio

    Colombe, melograni, agnelli e specchi attraversano le opere di Marco Stefanucci sottraendosi a una lettura univoca. In Iconografia dell’assenza il patrimonio simbolico della tradizione viene ricondotto a una dimensione personale, nostalgica ed enigmatica.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Von Buren Contemporary. – Da Alessandra lenzi <alessandralenzi.press@gmail.com>

    Una donna ritorna da un’opera all’altra, presenza costante e insieme sfuggente. Non racconta attraverso le parole, ma attraverso gli oggetti e i simboli che la accompagnano: una colomba, un melograno, un agnello, uno specchio. È questa figura femminile a tenere il filo di Iconografia dell’assenza, la mostra personale di Marco Stefanucci presentata dalla Von Buren Contemporary di Roma dal 15 ottobre al 12 novembre 2026.

    Il titolo individua immediatamente il territorio nel quale si muove la ricerca dell’artista: quello della memoria e delle proprietà simboliche del ritratto. L’immagine non si limita a registrare una presenza, ma diventa il luogo nel quale qualcosa permane proprio attraverso ciò che non può essere interamente mostrato o dichiarato. La protagonista ricorrente assume così il ruolo di una voce narrante silenziosa, capace di stabilire relazioni tra figura, memoria e segno.

    Gli elementi iconografici che compaiono nelle opere appartengono a una tradizione riconoscibile. La colomba, il melograno, l’agnello e lo specchio possiedono significati consolidati nella cultura cristiana e religiosa, ma Stefanucci li sottopone a una rilettura che ne modifica il campo d’azione. Il simbolo non viene cancellato né semplicemente riproposto: viene ricondotto alla sfera individuale, dove può assumere significati legati all’esperienza personale, alla memoria e alle condizioni esistenziali dell’individuo.

    È proprio in questo passaggio che il percorso della mostra trova uno dei suoi nuclei più significativi. Le immagini utilizzano forme che sembrano familiari, ma evitano di consegnarsi a un’interpretazione immediata. Il loro significato resta trattenuto, nascosto tra memoria e intangibile, e resiste alla lettura culturalmente codificata. Ciò che appartiene alla tradizione viene dunque riconosciuto e contemporaneamente spostato, lasciando emergere una dimensione più privata.

    A questa costruzione contribuisce in modo decisivo la ripetizione. Stefanucci la pratica quasi come un rito: il ritorno della figura e dei motivi non produce immagini identiche, ma permette alle differenze di acquistare rilievo. Sono le variazioni dei dettagli a modificare ogni volta l’equilibrio dell’opera e a rendere visibile un processo meditato, nel quale la reiterazione non coincide con la replica.

    La ripetizione diventa così anche un modo per interrogare la memoria. Ciò che ritorna non ritorna mai nello stesso modo, perché sono i particolari a mutare e a ridefinire il rapporto tra la figura e ciò che la circonda. Il messaggio, tuttavia, non viene esplicitato. Rimane deliberatamente celato e conserva quella componente di inafferrabilità che attraversa l’intero progetto.

    Ne deriva il carattere nostalgico ed enigmatico delle raffigurazioni. Il silenzio che sembra avvolgerle non corrisponde a una mancanza di contenuto, ma alla scelta di non trasformare l’immagine in una dichiarazione. Le scene rimangono sospese, difficili da collocare con precisione nello spazio e nel tempo. Anche quando gli elementi rappresentati possiedono una lunga storia iconografica, il loro accostamento produce un territorio visivo nel quale le coordinate abituali perdono stabilità.

    Il rapporto con il passato è infatti un altro elemento centrale del lavoro di Stefanucci. La tradizione pittorica costituisce una fonte alla quale l’artista guarda per elaborare un linguaggio personale. Forme e riferimenti consolidati vengono recuperati e ricontestualizzati all’interno di una prospettiva contemporanea e individuale. Il passato non funziona quindi come repertorio da riprodurre, ma come materiale da sottoporre a una nuova elaborazione visiva.

    Iconografia dell’assenza si costruisce precisamente dentro questa tensione: tra riconoscibilità e sottrazione, tra simbolo condiviso ed esperienza individuale, tra ciò che l’immagine mostra e ciò che continua a tenere nascosto. La figura femminile che attraversa le opere diventa il punto di continuità di questa narrazione senza parole, mentre gli oggetti allegorici stabiliscono di volta in volta nuove relazioni con la memoria.

    Marco Stefanucci, nato a Roma nel 1970, si è diplomato in Grafica e laureato in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università La Sapienza. Nel corso della sua attività ha esposto in Italia, Francia, Belgio, Germania, Inghilterra e Lussemburgo.

    La mostra, con testo critico di Anna Gasperini e curatela e organizzazione di Michele von Büren, inaugura con due serate di vernissage, giovedì 15 e venerdì 16 ottobre 2026, dalle 18.00 alle 21.00. Rimarrà aperta fino al 12 novembre presso Von Buren Contemporary, in Via Giulia 13 a Roma, dal martedì al sabato, dalle 11.00 alle 13.30 e dalle 15.30 alle 19.30.

  • Nel cuore di Brera: Restanza, Karam Sebastiano Cannarella dipinge ciò che rimane

    Nel cuore di Brera: Restanza, Karam Sebastiano Cannarella dipinge ciò che rimane

    Una porta socchiusa, un palcoscenico vuoto, un paio di scarpe abbandonate. Nella pittura più recente di Cannarella la presenza si racconta attraverso la propria assenza e la luce diventa materia, ferita, soglia e traccia di ciò che il tempo ha lasciato dietro di sé.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Paola Martino Press <ufficiostampa@paolamartinopress.it> .

    Un fascio di luce entra da una porta socchiusa e attraversa una stanza vuota. Intorno dominano il nero e il grigio antracite, mentre il bianco luminoso dell’apertura interrompe l’oscurità con la nettezza di un taglio. La soglia rimasta, una delle opere centrali della nuova ricerca di Karam Sebastiano Cannarella, contiene già molti degli elementi intorno ai quali si costruisce Restanza, la personale curata da Vera Agosti, in programma dal 14 al 28 ottobre 2026 allo Studio Zecchillo, ex Studio Piero Manzoni, in via Fiori Chiari 16 a Milano.

    Il cambiamento rispetto alla precedente pittura dell’artista è evidente: le figure umane progressivamente scompaiono. Restano gli spazi, gli oggetti, le tracce lasciate da qualcuno che non vediamo più. Una porta aperta, una stanza abbandonata, un teatro senza pubblico, scarpe dimenticate sul pavimento diventano presenze indirette, indizi sufficienti a suggerire una storia senza raccontarla interamente.

    È qui che interviene la luce, autentico filo conduttore della mostra. Cannarella non la utilizza semplicemente per illuminare gli ambienti o definirne i volumi. La trasforma in materia pittorica ed emotiva, capace di modificare la percezione dello spazio e di stabilire una tensione continua con ciò che rimane nell’ombra. Può proteggere e conservare, dare forma alle cose e custodirle, ma può anche svelare, accecare, incidere il buio.

    La pittura procede così verso una crescente essenzialità. Gli elementi della composizione si riducono e il rapporto fra luce, spazio e assenza acquista una forza sempre maggiore. Il chiaroscuro diventa una grammatica del ricordo: ciò che emerge alla luce sembra riaffiorare con improvvisa evidenza, mentre l’oscurità conserva la propria parte di enigma.

    In La soglia rimasta questa tensione raggiunge una particolare intensità. Le tonalità scure, quasi monocromatiche, amplificano il bianco che irrompe nella stanza. Le pennellate materiche rimangono visibili e danno consistenza alla superficie, accentuando il senso di solitudine e di mistero. La porta diventa una soglia fisica e insieme psicologica: può suggerire un passaggio verso l’ignoto, una via di fuga, un’apertura verso una dimensione interiore. La luce che attraversa l’ambiente introduce, nel buio, anche una possibilità di speranza.

    Il vuoto cambia forma in L’eco resta. Questa volta lo spazio è quello di un teatro osservato da una prospettiva rialzata. La platea è deserta, i palchi vuoti. Sul pavimento illuminato del palcoscenico rimangono gli oggetti legati allo spettacolo: un pianoforte a coda bianco con lo sgabello, un mazzo di rose bianche, un calice, una maschera teatrale, una scarpa con il tacco. Al centro, un violino con il suo archetto introduce con i toni caldi del legno una nota cromatica distinta nella prevalenza di bianchi, avori e grigi.

    Nessun interprete occupa la scena, eppure tutto sembra conservarne il passaggio. Gli oggetti evocano ciò che è appena accaduto oppure ciò che deve ancora cominciare. Il teatro, sospeso fra il dopo e il prima dello spettacolo, diventa metafora dell’esistenza: luogo della presenza proprio mentre la presenza non è più visibile. L’assenza non coincide quindi con il vuoto assoluto, perché gli ambienti continuano a trattenere qualcosa di chi li ha attraversati.

    Ancora più concentrata è la costruzione di Spiraglio. Una stanza scura e spoglia viene aperta verso l’esterno da una porta semiaperta, dalla quale penetra una luce quasi accecante. Sul pavimento logoro sono rimaste due scarpe magenta, disposte come dopo un passaggio improvviso. Una è ancora dritta, l’altra giace su un fianco. Le loro ombre si allungano nella stanza.

    Poco distante, nella penombra, uno sgabello di legno sostiene una candela appena spenta. Un sottile filo di fumo si dissolve nell’aria. Bastano questi elementi per costruire una scena sospesa. La figura umana è stata eliminata, ma proprio la sua scomparsa rende più evidente la domanda sulla sua presenza precedente. Lo spazio domestico diventa il testimone silenzioso di qualcosa che è accaduto e che l’immagine non intende spiegare.

    È in questa zona di sospensione che prende significato il titolo Restanza. La memoria non coincide soltanto con il ricordo consapevole, ma con ciò che rimane nei luoghi attraversati, e ancora di più in quelli ai quali siamo stati legati. Gli ambienti dipinti da Cannarella diventano depositi di una presenza trascorsa: il tempo sembra essersi fermato lasciando dietro di sé pochi segni, sufficienti però a riattivare una storia. La luce consente di vedere questi frammenti, ma soprattutto invita a immaginare ciò che non è più visibile.

    La scelta dello Studio Zecchillo rafforza questo rapporto tra spazio e memoria. La mostra viene infatti ospitata nell’ex studio di Piero Manzoni e del cantante d’opera Giuseppe Zecchillo, un luogo che conserva a sua volta tracce di arte, incontri, amicizie e vita vissuta. La sede non funziona dunque come semplice contenitore dell’esposizione: la sua stratificazione entra in consonanza con una ricerca dedicata precisamente alla permanenza di ciò che è stato.

    La memoria accompagna Cannarella anche oltre la pittura. L’artista è infatti autore di cinque romanzi, uno dei quali già pubblicato. Anche nella scrittura ritornano la formazione, i luoghi dell’infanzia ritrovati e divenuti Casa Museo, i ricordi familiari e l’esistenza trascorsa. Pittura e parola si muovono così su territori paralleli, interrogando entrambe ciò che il tempo conserva dopo il passaggio delle persone.

    Restanza concentra questa ricerca in immagini nelle quali l’essenziale acquista progressivamente spazio: una porta, una stanza, un palcoscenico, una luce, pochi oggetti. Sono elementi ordinari che, privati della presenza umana, cambiano statuto e diventano soglie fra ciò che è ancora visibile e ciò che può essere soltanto ricordato.

    La mostra inaugura mercoledì 14 ottobre alle ore 18 e sarà visitabile fino al 28 ottobre 2026, dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 18, presso lo Studio Zecchillo – ex Studio Piero Manzoni, in via Fiori Chiari 16 a Milano. In occasione dell’esposizione sarà disponibile un catalogo dedicato alle opere presentate e alla più recente ricerca di Karam Sebastiano Cannarella.

  • Da Cinquant’anni alla Galleria Planetario: l’arte contemporanea passa da Trieste

    Da Cinquant’anni alla Galleria Planetario: l’arte contemporanea passa da Trieste

    Cinquant’anni di mostre, incontri, collaborazioni, editoria e sperimentazione: la Planetario ripercorre una storia costruita senza aderire a una sola corrente, seguendo le trasformazioni dell’arte contemporanea italiana e internazionale. L’inaugurazione è in programma venerdì 9 ottobre alle 18 nella sede di via Fabio Filzi 4 a Trieste.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Aps comunicazione – Da Federica Zar <zar@apscom.it>.

    Quando Clara e Livio Radin fondarono la Galleria Planetario a Trieste nel 1976, scelsero di affidarne l’identità non a una corrente o a una formula riconoscibile, ma alla disponibilità verso ciò che nell’arte stava cambiando. Cinquant’anni dopo, quella scelta consente di leggere la storia della galleria come una successione di incontri, esperienze e linguaggi differenti: oltre 120 esposizioni e un’attività che ha messo Trieste in relazione con alcuni dei protagonisti dell’arte contemporanea italiana e internazionale.

    Il cinquantesimo anniversario diventa ora occasione per ripercorrere questa vicenda attraverso una mostra dedicata agli artisti che ne hanno segnato le diverse stagioni. L’inaugurazione è fissata per venerdì 9 ottobre alle ore 18, nella sede della Planetario, al primo piano di via Fabio Filzi 4, alla presenza del critico Giancarlo Bonomo, che dialogherà con Livio Radin.

    L’elenco dei nomi restituisce immediatamente l’ampiezza dell’orizzonte seguito dalla galleria. Picasso, Emilio Vedova, Victor Vasarely, Piero Dorazio, Sonia Delaunay, Christo, Agostino Bonalumi, Tancredi sono alcuni degli artisti ricordati nel percorso, accanto agli esponenti delle generazioni più recenti. Non si tratta soltanto di una successione di personalità, ma della testimonianza di un’attività che ha cercato di portare a Trieste opere e tendenze capaci di rappresentare le trasformazioni dell’arte contemporanea.

    La continuità della Planetario sembra risiedere proprio nella scelta di non costruire la propria fisionomia attorno a un unico linguaggio. Pittura e scultura, astrazione e figurazione, fino alla videoarte, hanno trovato spazio nella programmazione insieme ad artisti già affermati e a presenze emergenti. Il filo conduttore è stato piuttosto la ricerca, intesa come attenzione alle trasformazioni in corso e apertura verso esperienze differenti.

    È la stessa prospettiva che Livio Radin individua ripensando ai cinquant’anni trascorsi: seguire l’arte contemporanea senza preclusioni, cercando di comprendere ciò che stava cambiando e, quando possibile, anticipare le nuove tendenze. La Planetario, nelle sue parole, ha cercato di rimanere nel tempo «uno spazio aperto alla ricerca, al confronto e alla conoscenza».

    In questo percorso ha avuto un ruolo importante anche il confronto con la critica. Nel corso degli anni la galleria ha lavorato con studiosi e critici come Achille Bonito Oliva, Guido Ballo, Pierre Restany, Nello Ponente, Italo Mussa, Giorgio Cortenova, Alberto Fiz e Marco Meneguzzo, chiamati a presentare e interpretare gli artisti ospitati. La storia espositiva si è così accompagnata a una riflessione critica che ha contribuito a contestualizzare le diverse esperienze proposte al pubblico.

    La ricerca della Planetario, tuttavia, non è rimasta circoscritta alle pareti della galleria. Negli anni Ottanta nacque Efolo, rivista che raccolse interventi di firme emergenti insieme a contributi di protagonisti dell’arte e della critica. Nei primi anni Duemila la sperimentazione si trasferì anche sul web con ArtPlus, indicato fra i primi portali italiani dedicati all’arte contemporanea. Due iniziative appartenenti a momenti tecnologici molto diversi, ma riconducibili alla medesima volontà di allargare gli strumenti attraverso i quali osservare e discutere l’arte.

    Anche la dimensione geografica dell’attività si è progressivamente ampliata. La Planetario ha partecipato alle principali fiere d’arte e collaborato con musei e istituzioni in Italia e all’estero. Il comunicato ricorda esperienze che hanno toccato Monaco di Baviera, Toronto, Zagabria, Budapest, Verona, Mantova, Catania, San Marino e Trieste. A questa rete di relazioni si è affiancata nel tempo la pubblicazione di numerosi cataloghi e monografie dedicati agli artisti presentati dalla galleria.

    Ne emerge una storia nella quale il dato quantitativo – cinquant’anni di attività e più di 120 esposizioni – acquista significato soprattutto attraverso la varietà delle esperienze accumulate. Clara e Livio Radin hanno attraversato stagioni artistiche profondamente differenti mantenendo aperto il confronto fra autori, generazioni e forme espressive, senza trasformare una scelta estetica in un confine permanente.

    La mostra del cinquantenario riunisce dunque artisti appartenenti a questa lunga vicenda e riporta l’attenzione sul principio che ne ha accompagnato lo sviluppo fin dall’inizio: osservare il presente dell’arte mentre cambia. Dal 1976 al 2026, la Planetario ha costruito la propria continuità proprio attraverso questa disponibilità alla trasformazione, facendo della ricerca del nuovo non una stagione della sua storia, ma il criterio con cui attraversarne tutte le altre.

  • Bolsena, Grancaro incontra la città ed entra nel centro storico e sul lungolago

    Bolsena, Grancaro incontra la città ed entra nel centro storico e sul lungolago

    Dal Golfo del Grancaro alle strade di Bolsena, l’arte contemporanea cambia scala e conquista lo spazio urbano. Una giornata a ingresso libero, una mappa per orientarsi fra le opere e diciannove artisti chiamati a confrontarsi con l’identità dei luoghi.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Comune di Bolsena – lcc1 uffstampa <uffstampalcc@gmail.com>.

    Il punto di partenza rimane il lago, ma questa volta il percorso si spinge oltre le sue rive. Il 10 ottobre Grancaro incontra la città porta l’esperienza artistica nata nel Golfo del Grancaro dentro Bolsena, estendendola al centro storico e al lungolago. Per la durata della manifestazione opere e luoghi costruiranno così un itinerario espositivo a cielo aperto, nel quale il contemporaneo viene messo direttamente in relazione con la storia e il paesaggio.

    Il progetto affonda le proprie radici nel Golfo del Grancaro, area di particolare valore paesaggistico e archeologico sulle rive del lago di Bolsena, dove ha preso forma l’esperienza del parco di sculture contemporanee. L’edizione speciale trasferisce ora quella ricerca nel tessuto della città, ampliando il rapporto tra le opere e il territorio e invitando il pubblico a percorrere Bolsena secondo una prospettiva differente.

    L’iniziativa è promossa dal Comune di Bolsena, con il contributo della Presidenza del Consiglio regionale del Lazio, sotto la direzione artistica di Francesca Perti e Serena Achilli. “Grancaro incontra la città” prosegue il percorso avviato con il parco di sculture contemporanee e si inserisce nelle iniziative di interesse pubblico dedicate alla valorizzazione culturale e turistica del territorio.

    Il carattere diffuso della manifestazione modifica anche il modo di avvicinarsi alle opere. Non un unico spazio espositivo da attraversare secondo un percorso prestabilito, ma diversi punti della città da raggiungere seguendo una mappa. Dalle ore 10.00 di sabato 10 ottobre, presso l’Ufficio informazioni di Bolsena, in piazza Matteotti, sarà infatti possibile ritirare gratuitamente la mappa dell’itinerario, con l’indicazione delle opere e dei luoghi che le ospitano. Il pubblico potrà così percorrere autonomamente la mostra tra il centro storico e il lungolago.

    Sono diciannove gli artisti coinvolti nell’edizione speciale: Matteo Basilè, Tommaso Cascella, Michele Stanzione, Fabio De Santis Scipioni, Massimo Di Giovanni, Simon D’Exèa, David Fagioli, Lorenzo Guerrini, Mutsuo Hirano, Thomas Lange, Carmine Leta, Ettore Marinelli, Armando Moriconi, Alessio Paternesi, Eliana Prosperi, Oliviero Rainaldi, Monica Sarandrea, Sandro Scarmiglia e Roberto Vignoli. Presenze e linguaggi differenti sono chiamati a misurarsi con un contesto che non funziona come semplice fondale, ma costituisce il filo conduttore dell’intero progetto: dalle acque del Grancaro agli spazi urbani di Bolsena.

    Accanto alle opere saranno organizzati incontri con gli artisti, momenti di approfondimento e visite guidate gratuite. L’intento è offrire diverse occasioni di avvicinamento ai linguaggi del contemporaneo, affiancando alla visita autonoma momenti di incontro e conoscenza. Tutte le attività previste saranno a ingresso libero.

    La giornata del 10 ottobre proseguirà anche in serata. Alle ore 19.00, nel Giardino comunale di Largo La Salle, è prevista la presentazione del libro “Obscura Luna” di Carmine Sorrentino. L’appuntamento introdurrà il momento serale della manifestazione e sarà seguito dal cocktail inaugurale.

    A lasciare una traccia dell’edizione 2026 sarà inoltre un catalogo ufficiale, destinato a raccogliere le opere, i protagonisti e i contenuti del progetto. La pubblicazione sarà presentata al termine della manifestazione, nella seconda settimana di novembre, restituendo in forma editoriale il percorso costruito tra paesaggio lacustre e città.

    “Grancaro incontra la città” sviluppa così, su una dimensione più ampia, l’esperienza nata sulle sponde del lago. Il passaggio dal Golfo del Grancaro al centro abitato non comporta soltanto l’estensione fisica del progetto, ma mette in comunicazione luoghi differenti attraverso le opere e la presenza degli artisti. Il centro storico e il lungolago diventano parti di uno stesso itinerario, mentre la città entra direttamente nel dispositivo espositivo.

    È questo rapporto fra linguaggi contemporanei e identità dei luoghi a definire l’edizione speciale: l’arte lascia lo spazio circoscritto del parco di sculture e attraversa Bolsena, costruendo una continuità tra il paesaggio del lago, le strade del centro e gli spazi della vita urbana. Un percorso che dal Grancaro arriva nel cuore della città e propone di osservare luoghi conosciuti attraverso la presenza, temporanea e diffusa, dell’arte contemporanea.

  • Hyunnart Studio di Roma presenta Elena Nonnis, il filo che dà spazio all’altro

    Hyunnart Studio di Roma presenta Elena Nonnis, il filo che dà spazio all’altro

    Figure costruite con ago e filo emergono dal bianco con l’essenzialità di un’incisione. Elena Nonnis mette al centro il volto dell’altro e lo spazio che siamo disposti a concedergli, facendo dell’accettazione un gesto silenzioso di rispetto e dignità.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Hyunnart Studio – Simona Pandolfi <pandolfisimona.sp@gmail.com>.

    Un filo nero attraversa un grande telo bianco. Entra nel tessuto, ne riemerge, torna a scomparire. Segmento dopo segmento, il gesto del cucire diventa disegno e sulla superficie prende forma una figura umana. È su questa pratica ridotta all’essenziale, e proprio per questo intensamente espressiva, che Elena Nonnis costruisce “Accettazione”, la personale presentata da Hyunnart Studio a Roma dal 14 ottobre al 14 novembre 2026, accompagnata da un testo in catalogo di Michela Becchis.

    La mostra si concentra su grandi teli bianchi che l’artista incide, disegna e segna utilizzando aghi e un sottile filo nero. Non si tratta semplicemente di trasferire al tessuto un procedimento grafico: il segno nasce fisicamente dal suo attraversamento. Ogni tratto comporta un passaggio da una parte all’altra della superficie e la successione dei segmenti finisce per costruire presenze umane poste davanti allo spettatore. Il cucito perde così qualsiasi connotazione ornamentale e assume la precisione di una scrittura visiva.

    La nettezza del nero sul bianco accentua questa impressione. Le opere possono ricordare grandi puntesecche: immagini nelle quali la riduzione degli elementi non impoverisce la figura, ma sembra piuttosto liberarla dal superfluo. Il volto e il corpo non hanno bisogno di una descrizione minuziosa per acquistare presenza. Sono sufficienti linee, intervalli, vuoti. E soprattutto è sufficiente quella relazione fisica fra filo e tessuto che rende il disegno inseparabile dalla materia sulla quale compare.

    Ma “Accettazione” non si esaurisce nel rapporto tra tecnica e immagine. Il dispositivo della mostra introduce una seconda presenza: una sequenza di figure allineate lungo metà del perimetro dello spazio espositivo. Sono ferme sulla soglia, in attesa di essere convocate e, appunto, “accettate”. È qui che il titolo comincia a rivelare la propria portata, spostando l’attenzione dalla rappresentazione dell’individuo alla relazione che instauriamo con chi ci sta di fronte.

    Il filo concettuale unisce le due serie presenti, “Allontanarsi dalla linea gialla” e “Accettazione”. Entrambi i titoli rimandano a situazioni nelle quali l’individuo incontra regole, confini, attese, distanze. Sono luoghi dell’anonimato, nei quali la persona può essere percepita prima come presenza indistinta che come individuo. Da qui nasce la questione affrontata dal lavoro di Nonnis: quanto dello sguardo rivolto allo sconosciuto è realmente disposto a interrogarsi su di lui?

    Michela Becchis individua precisamente in questa distanza il nucleo della mostra. Dietro il modo con cui guardiamo l’altro può aprirsi uno spazio di incomprensione, entro il quale chi non conosciamo viene facilmente ricondotto a categorie che non necessariamente gli appartengono. La questione, allora, non riguarda soltanto il tempo che dedichiamo all’altro, ma soprattutto lo spazio che siamo disposti a concedergli.

    Nel lavoro di Elena Nonnis questo spazio è innanzitutto il bianco. Non uno sfondo neutro o una superficie semplicemente disponibile al disegno, ma una parte attiva dell’opera. Intorno alle figure rimane aria. Il segno non occupa tutto, non satura, non costringe. Lascia che la persona rappresentata abbia una propria misura e che tra essa e chi guarda rimanga una distanza nella quale possa stabilirsi una relazione.

    È significativo che nel testo in catalogo quel bianco venga interpretato come spazio di respiro condiviso fra la persona e l’artista, fino a diventare una sorta di luogo della reciproca e silenziosa accettazione, una cavità capace di custodire rispetto e dignità. Il vuoto acquista così una funzione opposta a quella dell’assenza: è ciò che permette alla figura di esistere senza essere invasa.

    Anche i soggetti scelti dall’artista contribuiscono a spostare il significato del ritratto oltre l’identificazione individuale. Sono persone che appartengono a quella che Nonnis considera una famiglia nella sua accezione più ampia: possono esserci una madre, un padre, un fratello, un’amica cara. Eppure la prossimità affettiva o la parentela non costituiscono necessariamente una chiave privilegiata per comprendere l’altro.

    È un passaggio decisivo perché sottrae il concetto di famiglia alla semplice genealogia e lo riconduce a una dimensione umana più estesa. Le figure cucite sul telo possono essere vicine oppure sconosciute; ciò che conta è la disponibilità a riconoscerle nella loro individualità, senza pretendere che la familiarità garantisca automaticamente la comprensione.

    L’essenzialità tecnica delle opere finisce così per corrispondere all’essenzialità della domanda che attraversa l’intera esposizione. Un ago, un filo nero, una superficie bianca e delle figure. Elementi ridotti al minimo per affrontare qualcosa di molto più complesso: il modo in cui guardiamo le persone e costruiamo, spesso inconsapevolmente, la distanza che ci separa da loro.

    “Accettazione” inaugura mercoledì 14 ottobre alle ore 18.00 presso Hyunnart Studio, viale Manzoni 85-87, Roma, e resterà aperta fino al 14 novembre 2026. Lo spazio è visitabile dal martedì al venerdì, dalle ore 16.00 alle 18.30; sono previste anche visite su appuntamento.

  • Amuninni! Un modo contemporaneo di praticare il siciliano e guardare al futuro

    Amuninni! Un modo contemporaneo di praticare il siciliano e guardare al futuro

    Dal significato di “grasta” alle pagine di Giuseppe Pitrè, dalla “frittedda” alla memoria della Grande Guerra: Amuninni! costruisce attorno alla lingua un ambiente multimediale nel quale lettura, ascolto e strumenti interattivi concorrono alla conoscenza del patrimonio linguistico siciliano.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto dall’AUCLIS e da Gaetano Mocciaro – AUCLIS <federazione.auclis@gmail.com> e Gaetano Mocciaro <mocciaro@libero.it>. 

    Una lingua può conservarsi dentro i libri oppure continuare a essere pronunciata, ascoltata, interrogata, persino messa alla prova attraverso un quiz. È questa seconda strada che sceglie Amuninni!, progetto editoriale digitale curato da Gaetano Mocciaro, giunto alla quindicesima uscita e costruito attorno a un’idea precisa: considerare il siciliano non come una testimonianza da custodire sotto vetro, ma come una lingua capace di misurarsi con gli strumenti e i linguaggi della contemporaneità.

    Il progetto ha avviato le pubblicazioni digitali alla fine di settembre dello scorso anno e ha raggiunto in poco più di dodici mesi quindici numeri. L’interesse registrato, secondo la documentazione di presentazione, non riguarda soltanto la Sicilia, ma anche le comunità di siciliani e dei loro discendenti nel mondo. La rivista si rivolge inoltre a chi possiede già una certa conoscenza della lingua e desidera approfondirla attraverso una modalità di studio accessibile, nella quale il testo scritto è accompagnato dall’ascolto, dalle traduzioni e da strumenti di verifica della comprensione. Il progetto è curato da Mocciaro con il patrocinio dell’Accademia della Lingua Siciliana e dell’AUCLIS.

    Il numero 15 rende particolarmente evidente questa impostazione. Etimologia, poesia, narrativa popolare, gastronomia e memoria storica convivono con una struttura multimediale che consente di passare dalla lettura all’ascolto e dall’approfondimento linguistico all’interazione. L’obiettivo dichiarato è rivolgersi tanto ai madrelingua quanto a un pubblico internazionale interessato alla Sicilia e alla sua cultura.

    Uno dei percorsi parte da una parola apparentemente quotidiana: “grasta”. A ricostruirne la storia è Fonso Genchi, presidente dell’Accademia della Lingua Siciliana, che ne segue le antiche radici greco-latine e le attestazioni, dalle pagine del Decameron di Boccaccio ai primi vocabolari storici dell’Isola. La singola voce lessicale diventa così occasione per mostrare quanto possa essere lunga la biografia di una parola e quanta storia possa rimanere depositata nell’uso corrente.

    Alla ricerca etimologica si affianca la letteratura. Giuseppe Gerbino, poeta di Castellammare, è presente con Me frati arvulu, lirica ispirata all’antica usanza contadina di piantare un albero alla nascita di un figlio. Il rapporto fra parola e memoria ritorna con Li cumpari di S. Giovanni, racconto proveniente dalle raccolte etnografiche di Giuseppe Pitrè. Due registri differenti che riconducono entrambi alla trasmissione di un patrimonio nel quale la lingua conserva gesti, relazioni e consuetudini.

    La cultura materiale entra invece attraverso i sapori. Fra i contenuti compare la ricetta della “frittedda”, preparazione a base di fave, piselli e carciofi, mentre Maria Cristina Guarino racconta l’usanza della “Santa Figliulanza” a Sant’Angelo Muxaro. A questi contributi si aggiunge un omaggio alla lirica …E vui durmiti ancora, accompagnato da una ricostruzione storica ambientata sul fronte della Carnia durante la Prima guerra mondiale. Nel percorso trovano posto anche ndivinagghia, gli indovinelli della tradizione siciliana, insieme a un proverbio e a una filastrocca.

    Il quindicesimo numero comprende inoltre un’appendice dedicata all’“Anima delle Madonie che parla siciliano”, incentrata sull’attività di custodia linguistica portata avanti dallo stesso Gaetano Mocciaro.

    È tuttavia sul piano della fruizione che Amuninni! cerca di superare la forma della tradizionale pubblicazione dedicata alla cultura locale. Ogni articolo dispone di una lettura audio, permettendo di affiancare alla parola scritta la pronuncia e la musicalità del parlato. Nel numero 15 le audio-letture coinvolgono, fra gli altri, Franco e Salvatore Bianca, Gaetano Forti, Vincenzo Giannoni, Margherita Neri, Fonso Genchi e Giuseppe Gerbino.

    L’ascolto non costituisce un semplice complemento. Per una lingua la cui conoscenza può essere stata trasmessa oralmente, acquisita solo parzialmente o mantenuta a distanza da chi vive fuori dalla Sicilia, associare grafia e suono significa offrire due modalità complementari di accesso allo stesso testo.

    A questa dimensione si aggiungono i quiz interattivi in cinque lingue – siciliano, italiano, inglese, spagnolo e francese –, attraverso i quali il lettore può verificare la comprensione e approfondire il lessico. I testi sono inoltre tradotti in italiano, inglese, spagnolo e francese e la rivista comprende un piccolo repertorio finale, il Lèssicu, che raccoglie i termini impiegati negli articoli con le relative traduzioni.

    Ne deriva una pubblicazione che può essere letta, ma anche ascoltata ed esplorata. Il digitale non interviene dunque soltanto come supporto di distribuzione: diventa parte del progetto linguistico. La possibilità di accedere a traduzioni, audio e questionari consente di rivolgersi contemporaneamente a chi parla siciliano, a chi lo comprende senza padroneggiarlo pienamente e a chi vi si avvicina dall’estero.

    Tutti i quindici numeri pubblicati sono consultabili gratuitamente online e possono anche essere scaricati, sebbene nella versione scaricata alcune funzionalità interattive non siano disponibili.

    Il punto attorno al quale ruota Amuninni! rimane però la lingua. Non soltanto il recupero di parole che rischiano di essere dimenticate, ma il tentativo di mantenerle dentro una pratica culturale attuale. È la prospettiva riassunta da Mocciaro quando definisce il siciliano qualcosa che appartiene al proprio respiro quotidiano e indica nella piattaforma un luogo nel quale memoria e innovazione tecnologica possano incontrarsi, rivolgendosi alle nuove generazioni e a chi ama la Sicilia nel mondo.

    In questo incontro sta la direzione scelta dal progetto: non separare la conservazione dalla trasformazione. Una parola antica può arrivare a uno schermo, essere ascoltata da una voce, tradotta in quattro lingue, diventare domanda di un quiz e raggiungere un lettore a migliaia di chilometri dall’Isola. Il patrimonio rimane lo stesso, ma cambiano gli strumenti con cui può continuare a circolare.

  • Scarlet, duecento petali rossi per una grammatica della gentilezza e della resistenza

    Scarlet, duecento petali rossi per una grammatica della gentilezza e della resistenza

    Una parete bianca e circa duecento petali scarlatti in porcellana: da questa immagine prende avvio un progetto che affida all’arte il compito di generare parole e confronto. “Gentilezza” e “resistenza” sono le prime di una riflessione destinata a proseguire fino al 17 gennaio 2027.


    Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da blowart contemporary space – Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>.

    Duecento petali scarlatti si disseminano su un’unica parete bianca, toccandola ciascuno in un solo punto. È il gesto con cui Emanuela Mastria costruisce Scarlet, l’installazione site-specific che l’8 ottobre 2026 inaugura la stagione espositiva di blowart contemporary space, nuovo spazio per il contemporaneo nel quartiere Aurelio a Roma. La mostra, curata da Roberta Melasecca, resterà aperta fino al 17 gennaio 2027.

    La porcellana è il materiale privilegiato della ricerca di Mastria e normalmente conserva il proprio bianco. Per Scarlet, invece, diventa rossa: il colore scarlatto non riveste la superficie, ma è presente nell’impasto stesso. Da questa scelta nasce un lavoro che utilizza il colore come materia e come principio di una concatenazione di significati.

    Il rosso evocato dal progetto attraversa immagini differenti. È presentato come il primo colore riconosciuto dai neonati quando aprono gli occhi sul mondo, dunque come essenza, vita e “soffio primigenio”; è un nome di donna, ma anche il colore delle scarpe e delle panchine rosse. È inoltre il rosso delle fragole sul fazzoletto dedicato a Desdemona nel precedente progetto di Mastria Il fazzoletto di Desdemona, composto da cento fazzoletti in porcellana bianca, ognuno dedicato a una donna vittima di femminicidio e contrassegnato dalle sue iniziali in rosso. Ed è, ancora, il colore delle rose richiamate dalle parole “Vogliamo il pane e anche le rose”.

    La trama concettuale che accompagna l’installazione è sviluppata espressamente in Scarlet di Roberta Melasecca, testo nel quale il rosso diventa il punto di partenza per individuare le prime due parole chiamate ad accompagnare il progetto: gentilezza e resistenza. Non sono scelte come termini ornamentali o dichiarazioni astratte, ma come strumenti attraverso i quali interrogare i rapporti che legano le persone tra loro e all’ambiente nel quale vivono.

    La stessa struttura dell’opera rimane volutamente indefinita. I petali modellati dall’artista non costruiscono sulla parete un’immagine chiusa: sono disseminati attraverso un gesto consapevole e lasciano che lo spazio continui a esistere tra un elemento e l’altro. È proprio questa apertura a consentire all’installazione di diventare il punto di avvio di una riflessione più ampia. L’arte non è proposta soltanto come qualcosa da guardare, ma come occasione per discutere, comprendere e prendere posizione.

    Nel testo di Melasecca, la gentilezza viene ricondotta al latino gentilis, “della stessa famiglia”, e a gens, intesa come formazione familiare allargata. Il termine viene così sottratto alla semplice equivalenza con cortesia o garbo e riferito alle azioni attraverso le quali una comunità costruisce i propri legami: senso civico, opportunità, attenzione e cura. Essere gentili significa entrare nella vita dell’altro senza invaderla, rinnovando fiducia e rispetto.

    È una lettura che non nasconde l’ambiguità con cui la gentilezza viene spesso percepita. Può essere interpretata come debolezza, ipocrisia, sentimentalismo o moralismo. Proprio perché implica un coinvolgimento, può generare disagio. Nel ragionamento proposto attorno a Scarlet, invece, riconoscere la vulnerabilità non significa rinunciare alla vitalità: la gentilezza richiede impegno e volontà di trasmissione e assegna all’educazione un ruolo più complesso rispetto alla semplice predisposizione di norme e sanzioni.

    Da qui il discorso si allarga alle relazioni e ai modi dell’abitare, nella prospettiva indicata dal testo di un nuovo Umanesimo e di un nuovo Urbanesimo. Il mutamento climatico, lo sfruttamento delle risorse e le modalità con cui vengono costruiti gli habitat spostano la questione dalla sostenibilità alla sopravvivenza e impongono di ripensare il modo di vivere la città e il quartiere. In questo contesto Melasecca segnala anche due contributi dell’urbanista Maurizio Carta, professore ordinario di Urbanistica del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, City of Z. Forme e rituali dell’abitare di nuova generazione e Città per vite nomadi, messi a disposizione in galleria come documenti consultabili.

    La seconda parola è “resistenza”. Il testo ne richiama l’origine dal latino resistentia e il collegamento a una radice sanscrita che esprime l’idea del rimanere fermi e saldi in una determinata posizione. Ma la resistenza viene immediatamente accostata alla perseveranza e liberata dall’idea di una semplice immobilità. Resistere significa anche continuare a rinnovarsi di fronte alle pressioni esercitate dall’ambiente.

    In questa prospettiva resistenza e perseveranza non servono a mantenere immutato ciò che appartiene al passato, ma alimentano un agire sociale e civile capace di interagire con l’ecosistema e di produrre nuove relazioni fra culture e società fondate sulla collaborazione, sull’accettazione e sull’accoglienza. La resistenza, dunque, non è presentata come gesto esclusivamente individuale, ma come costruzione di alleanze fra comunità differenti orientate verso un bene comune.

    È in questo passaggio che il testo attribuisce all’arte una funzione precisa: resistere alla minaccia della disumanizzazione, conservando al tempo stesso una componente residuale e germinale di umanità. Il riferimento alla definizione foucaultiana della filosofia come “ontologia del presente” serve a porre arte e filosofia sul terreno dell’esercizio di comprensione: interpretare la realtà, riconoscere le trasformazioni che favoriscono la crescita e rendere visibili quelle che producono umiliazione e violenza.

    Scarlet non intende tuttavia esaurire il discorso in queste due parole. Gentilezza e resistenza costituiscono l’avvio di una “staffetta” destinata a proseguire, coinvolgendo il pubblico in una riflessione sul sistema di relazioni che unisce individui ed ecosistema, sulle trasformazioni degli habitat e delle comunità e sui rapporti che vi prendono forma. Il progetto espositivo vuole così generare uno spazio nel quale alle opere si affianchino occasioni di dialogo e confronto su questioni considerate urgenti.

    Questa impostazione coincide con l’identità di blowart contemporary space, sede dell’associazione culturale blowart con la direzione artistica di Roberta Melasecca. Lo spazio nasce nel quartiere Aurelio con l’obiettivo di costruire reti territoriali e piccole comunità collaboranti e resistenti, assumendo l’arte come strumento di dialogo e pensiero critico. Un luogo pensato per fermarsi, parlare, discutere, studiare, leggere, riunirsi, condividere tempo e mettere in relazione persone, idee, progetti e pratiche.

    Emanuela Mastria, artista visiva nata a Roma, dove vive e lavora, dopo il diploma al Liceo Artistico si è laureata nel 2013 in Lettere e Filosofia all’Università degli Studi Roma Tre. Dal 2012 al 2015 ha studiato ceramica alla Scuola d’Arte Nicola Zabaglia, scegliendo progressivamente la porcellana come materiale privilegiato della propria ricerca. La sua produzione si concentra soprattutto sulle installazioni site-specific in porcellana, affiancate, con minore frequenza, da opere ad acquarello.

    Tra i suoi progetti figurano Il fazzoletto di Desdemona, presentato alla Biblioteca Vallicelliana di Roma nel 2021, ed Ectoderma, alla Biblioteca Carminella di Roma nel 2023. Ha inoltre partecipato a oltre quaranta collettive in spazi espositivi e contesti museali, tra i quali il Museo Civico di Zoologia di Roma, il MACRO, il Museo delle Civiltà, Galleria Gallerati, Villa Sciarra, il MAAM, il Museo della Ceramica della Tuscia di Viterbo, il Palazzo delle Esposizioni di Faenza e il Museo del Bijou di Casalmaggiore. Sue opere sono entrate nelle collezioni del Museo del Bijou, di Cittadellarte Fondazione Pistoletto di Biella e del MAAM di Roma.

    Nel suo percorso figurano anche diversi riconoscimenti: nel 2018 il primo premio a Il Sapere delle mani del Museo del Fiume di Nazzano con Ginkgo; nel 2013 il primo posto nella sezione Scuola di Forme e colori della terra di Tuscia con Driope e nel 3° Concorso Raffa&Là Disegna il tuo gioiello con Yakamoz. Nel 2025 ha ricevuto il NICE & FAIR TALENT PRIZE a Paratissima KOSMOS, a Moncalieri, con Bianca Flut.

    Scarlet partecipa anche alla 22ª Giornata del Contemporaneo del 10 ottobre 2026 e a Rome Art Week, in programma dal 19 al 25 ottobre, con momenti di approfondimento e visite guidate. In occasione della Giornata del Contemporaneo la mostra sarà visitabile dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19; gli altri appuntamenti saranno comunicati successivamente.

    La mostra rimarrà aperta fino al 17 gennaio 2027 presso blowart contemporary space, in via dei Savorelli 34a a Roma, con visite su appuntamento. E mentre i duecento petali rimangono disseminati sulla parete, il progetto lascia deliberatamente incompiuto il proprio vocabolario: gentilezza e resistenza sono soltanto le prime parole. Le altre sono affidate al confronto che Scarlet intende mettere in movimento.

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