Catania, Officina SocialMeccanica: il teatro come pratica di comunità

La Biennale di Teatro Sociale celebra i dieci anni di Officina SocialMeccanica tra inclusione, formazione e cittadinanza attiva

Dal 5 al 7 giugno il Bastione degli Infetti ospita la quinta edizione della Biennale di Teatro Sociale. Un appuntamento che riunisce artisti, educatori e operatori culturali da tutta Italia per riflettere sul ruolo del teatro come strumento di partecipazione, crescita collettiva e trasformazione sociale.


A dieci anni dalla sua fondazione, Officina SocialMeccanica ha celebrato il proprio percorso con la quinta edizione della Biennale di Teatro Sociale, in programma a Catania dal 5 al 7 giugno. La manifestazione, ospitata principalmente negli spazi del Bastione degli Infetti, rappresenta il momento più significativo dell’attività svolta dall’associazione catanese, impegnata da un decennio nello sviluppo di pratiche di teatro sociale, teatro dell’oppresso e drammaturgia di comunità all’interno di scuole, quartieri, istituti penitenziari e contesti segnati da fragilità economiche e relazionali.
Il teatro sociale costituisce oggi una delle più interessanti evoluzioni delle arti performative contemporanee. Nato dall’incontro tra ricerca teatrale, pedagogia e intervento sociale, trova alcune delle sue principali radici nelle esperienze del pedagogista brasiliano Paulo Freire e nelle pratiche del Teatro dell’Oppresso elaborate dal regista e teorico Augusto Boal a partire dagli anni Settanta. In questa prospettiva la scena non è soltanto uno spazio di rappresentazione, ma diventa un luogo di confronto in cui i cittadini possono riflettere sui conflitti, sulle disuguaglianze e sulle dinamiche che attraversano la vita collettiva.

La Biennale catanese si inserisce pienamente in questa tradizione. Per tre giorni la città si trasforma in un laboratorio diffuso che mette in relazione professionisti dello spettacolo, educatori, studiosi e cittadini attraverso workshop, spettacoli, tavole rotonde e momenti di formazione. L’obiettivo non è semplicemente produrre eventi culturali, ma creare occasioni di incontro capaci di generare nuove forme di partecipazione e consapevolezza.

Il programma formativo ha coinvolto esperti provenienti da diverse città italiane e ha testimoniato l’ampiezza delle pratiche oggi riconducibili al teatro sociale. Si è spaziato dalla drammaterapia alla danzaterapia, dalla drammaturgia autobiografica alla contact improvisation, passando per la musica concreta, la ludopedagogia e il circo sociale. Un panorama interdisciplinare che riflette l’evoluzione di un settore sempre più orientato alla contaminazione tra linguaggi artistici, educazione e benessere relazionale.

L’apertura della manifestazione è stata affidata a “Le cicatrici del quartiere”, performance di Teatro Forum realizzata nel quartiere San Giorgio. Lo spettacolo nasce da un percorso partecipativo sviluppato attraverso la metodologia freiriana e affronta temi legati all’abitare, alla convivenza e alla vita quotidiana. In questo caso il teatro diventa uno strumento per leggere criticamente il territorio e per stimolare il dialogo tra gli abitanti, secondo una pratica che da anni caratterizza numerosi progetti di rigenerazione sociale in Italia e in Europa.

Gli appuntamenti serali al Bastione degli Infetti hanno restituito invece alcuni dei percorsi sviluppati durante l’anno. Venerdì trova spazio “Accontentarsi”, esito di un progetto di drammaturgia di comunità realizzato con i docenti dell’Istituto Comprensivo San Giorgio, seguito dalla festa inaugurale della Biennale.

Particolarmente significativa è stata la programmazione del sabato, che ha proposto “Olympe”, spettacolo della compagnia romana Le donne del muro alto. Il lavoro nasce dall’esperienza teatrale sviluppata all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia e successivamente estesa a donne in misura alternativa ed ex detenute. Negli ultimi decenni il teatro in carcere è diventato uno dei campi più vitali della ricerca teatrale italiana, grazie a esperienze che hanno mostrato come la pratica artistica possa contribuire ai percorsi di responsabilizzazione, reinserimento sociale e ricostruzione dell’identità personale. La serata è proseguita con “Corpi Di/Versi”, produzione di Officina SocialMeccanica che prosegue la riflessione sui linguaggi del corpo e della relazione.

La giornata conclusiva ha concentrato l’attenzione proprio sul rapporto tra arte, detenzione e inclusione. La tavola rotonda “Oltre la scena. Corpi costretti – Teatro Sociale e Carcere” ha riunito studiosi e operatori impegnati da anni in questo ambito. Ad aprire il confronto Claudio Bernardi, tra i principali studiosi italiani del settore, seguito dagli interventi di rappresentanti di importanti realtà nazionali attive nelle carceri e nei contesti di marginalità. L’iniziativa è stata realizzata nell’ambito del progetto Labirinti, sostenuto da Con i Bambini attraverso il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

La serata ha previsto inoltre la proiezione del video “Con il tuo sguardo”, realizzato nella sezione femminile del carcere di Capanne a Perugia, e si è conclusa con “Architetture difensive”, performance della Piccola Scuola OrAzioni di Bologna. Due appuntamenti che ribadiscono come la creazione artistica possa diventare uno strumento di ascolto e di costruzione di relazioni in contesti spesso invisibili allo sguardo pubblico.

La Biennale ha rappresentato anche l’occasione per riflettere sul percorso compiuto da Officina SocialMeccanica in questi dieci anni. In un periodo storico caratterizzato da crescenti disuguaglianze sociali e da nuove forme di isolamento, il teatro sociale continua a proporsi come uno spazio di partecipazione attiva, capace di valorizzare le esperienze individuali e trasformarle in patrimonio collettivo. Non si tratta soltanto di fare spettacolo, ma di costruire comunità attraverso il dialogo, l’ascolto e la condivisione.

La manifestazione conferma così il ruolo di Catania come luogo di sperimentazione culturale e sociale nel panorama nazionale. La quinta Biennale non ha celebrato soltanto un anniversario associativo, ma testimoniato la maturazione di un’esperienza che ha saputo intrecciare arte, educazione e cittadinanza, mettendo al centro le persone e la loro capacità di immaginare nuove forme di convivenza.


Da I PRESS <ipress@onclusivenews.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

SCENARI: la natura raccontata attraverso nuovi sguardi

A San Pietro di Cadore si conclude la prima edizione del concorso fotografico dedicato ai volti e ai paesaggi del mondo naturale. Premiati tre autori che parteciperanno a una residenza artistica tra le Dolomiti, con una mostra finale destinata a proseguire anche in Sardegna.

Oltre cento candidature provenienti da differenti contesti geografici e culturali hanno partecipato alla prima edizione di “SCENARI. Volti e luoghi della Natura”. Il progetto, promosso dal Comune di San Pietro di Cadore e dall’Associazione Clematis Cultura, conferma la vitalità della fotografia contemporanea come strumento di interpretazione del paesaggio e delle relazioni tra uomo e ambiente.


La fotografia contemporanea dedica da tempo una crescente attenzione al rapporto tra essere umano e natura. Non più semplice rappresentazione del paesaggio, ma strumento di riflessione sulle trasformazioni ambientali, sulle identità territoriali e sulle relazioni culturali che legano le comunità ai luoghi in cui vivono. È in questo scenario che si inserisce “SCENARI. Volti e luoghi della Natura”, concorso fotografico e residenza artistica promosso dal Comune di San Pietro di Cadore, nel Bellunese, in collaborazione con l’Associazione Clematis Cultura.

La prima edizione dell’iniziativa si è conclusa con la proclamazione dei vincitori, selezionati tra oltre cento candidature pervenute da fotografi e autori interessati a confrontarsi con il tema del paesaggio naturale e della presenza umana all’interno dell’ambiente. Il numero delle adesioni testimonia l’interesse crescente verso formule che uniscono concorso, ricerca sul territorio e residenza artistica, favorendo una produzione fotografica legata all’esperienza diretta dei luoghi.

La giuria, composta dalla storica dell’arte e curatrice indipendente Angela Madesani in qualità di presidente, dal fotografo artista Marco Ceraglia, dal fotografo e teorico dell’immagine Paolo Dell’Elce, da Dario Piludu e Gabriella Locci del Museo DART Casa Falconieri di Dolianova, dal sindaco di San Pietro di Cadore Manuel Casanova Consier e dalla presidente dell’Associazione Clematis Cultura Valeria Riselli, ha valutato i lavori in piena autonomia, prendendo in considerazione l’aderenza al tema, l’originalità della ricerca, le tecniche utilizzate e la capacità delle immagini di generare emozione e riflessione.

Per la sezione Under 35 il riconoscimento principale è stato assegnato a Francesco Capasso, mentre una menzione speciale è andata a Erika Pezzoli. Nella sezione Over 35 sono stati premiati Joet Gerardine e Patrizia Riviera, ai quali si affiancano le menzioni speciali attribuite a Vito Vecellio e Giovanni Pomarè.

I tre vincitori assoluti riceveranno un premio di mille euro ciascuno e parteciperanno alla residenza artistica in programma dal 23 al 26 giugno 2026 a San Pietro di Cadore. Le residenze costituiscono oggi uno degli strumenti più significativi per la ricerca artistica contemporanea: consentono agli autori di lavorare a stretto contatto con un territorio, sviluppando progetti che nascono dall’osservazione diretta e dal dialogo con le comunità locali. In ambito fotografico rappresentano spesso un’occasione per superare la logica della singola immagine e costruire narrazioni più articolate e consapevoli.

Il risultato di questa esperienza confluirà nella mostra collettiva che verrà allestita dall’1 al 31 agosto 2026 presso Villa Poli De Pol, elegante edificio ottocentesco in stile veneziano che oggi ospita il municipio di San Pietro di Cadore e costituisce uno dei principali punti di riferimento culturali della località dolomitica. L’inaugurazione della mostra e la cerimonia di premiazione rappresenteranno il momento centrale di una più ampia rassegna di eventi che animerà il territorio tra il 1° e il 2 agosto, con appuntamenti dedicati alla musica, alle arti visive, alle tradizioni popolari e alla valorizzazione delle eccellenze gastronomiche locali.

La scelta di San Pietro di Cadore non appare casuale. Inserito nel paesaggio delle Dolomiti, patrimonio mondiale UNESCO, il comune si trova in un contesto naturale che da secoli ispira artisti, scrittori e fotografi. Le montagne, i boschi e i piccoli centri abitati dell’area costituiscono un laboratorio ideale per riflettere sui rapporti tra ambiente, memoria e identità.

Il progetto non si esaurirà però nel territorio veneto. La mostra sarà infatti successivamente ospitata presso il Museo DART – Casa Falconieri di Dolianova, in provincia di Cagliari. Il centro sardo è noto per le sue attività dedicate alla sperimentazione artistica contemporanea e alla ricerca sui linguaggi visivi, con particolare attenzione alle contaminazioni tra arte, nuove tecnologie e pratiche interdisciplinari. La circolazione della mostra tra due contesti geografici e culturali differenti contribuirà ad ampliare il dialogo tra paesaggi, sensibilità e comunità diverse.

Negli ultimi anni il tema della natura è tornato al centro della fotografia internazionale. Le questioni ambientali, il cambiamento climatico, la tutela della biodiversità e la ridefinizione del rapporto tra uomo e territorio hanno generato nuove modalità di rappresentazione del paesaggio. Sempre più autori scelgono di raccontare non soltanto la bellezza dei luoghi, ma anche le trasformazioni che li attraversano, mettendo in evidenza fragilità, contraddizioni e possibilità di rigenerazione.

In questo contesto, iniziative come “SCENARI” assumono un significato che va oltre la semplice dimensione concorsuale. Offrono agli autori l’opportunità di confrontarsi con un tema di grande attualità e al pubblico la possibilità di osservare il paesaggio con uno sguardo più consapevole. Attraverso le immagini, la natura smette di essere soltanto sfondo e torna a essere protagonista di una riflessione culturale che riguarda il presente e il futuro delle comunità.

La prima edizione del progetto lascia così intravedere prospettive interessanti. La qualità delle candidature ricevute, la presenza di una giuria qualificata e la combinazione tra concorso, residenza e mostra suggeriscono la volontà di costruire nel tempo un appuntamento capace di valorizzare la fotografia come strumento di ricerca e conoscenza. Un percorso che parte dalle Dolomiti ma che guarda a un dialogo più ampio tra arte, territorio e natura.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Napoli pensa al sottosuolo per costruire la città del futuro

Nel cuore storico della città prende forma la proposta di una Comunità Energetica Geotermica Urbana che unisce innovazione, sostenibilità e valorizzazione del patrimonio culturale

La geotermia a bassa entalpia, integrata con fonti rinnovabili e criteri ESG, potrebbe trasformare il centro storico di Napoli in un laboratorio di transizione energetica. Al centro del progetto il futuro SHub – Sustainable Hub Museum, promosso da ANTUR S.r.l. Benefit come modello replicabile di rigenerazione urbana sostenibile.


Per secoli Napoli ha costruito la propria identità guardando il mare. Oggi, però, una delle più interessanti opportunità per il suo sviluppo sostenibile potrebbe trovarsi nella direzione opposta: sotto la superficie della città. È dal sottosuolo, infatti, che prende forma una proposta destinata ad alimentare il dibattito sulla transizione energetica urbana e sul futuro delle comunità energetiche nel Mezzogiorno. L’idea è emersa durante un Tavolo Tecnico dedicato alla geotermia e alle nuove strategie energetiche, nel quale è stata avanzata la candidatura del centro storico napoletano come sede di uno dei primi progetti pilota italiani di Comunità Energetica Geotermica Urbana, fondata sull’impiego della geotermia a bassa entalpia, integrata con impianti fotovoltaici e sistemi avanzati di recupero energetico.

L’iniziativa nasce nell’ambito della collaborazione tra il Centro Studi Regione Mezzogiorno Mediterraneo Eu-Med e l’Associazione Green Salus, realtà che negli ultimi anni hanno sviluppato attività di ricerca, missioni internazionali, studi comparativi e proposte progettuali dedicate ai temi dell’innovazione sostenibile e dello sviluppo territoriale.

A raccogliere concretamente la sfida è ANTUR S.r.l. Benefit, società impegnata nei settori della sostenibilità ambientale, della ricerca applicata e della valutazione degli impatti ESG. La proposta individua come sede ideale dello sviluppo sperimentale SHub – Sustainable Hub Museum, progetto destinato a sorgere nell’antico opificio della storica Villa Pignatelli di Monteleone, con l’obiettivo di trasformare uno spazio legato alla memoria cittadina in un centro dedicato all’innovazione, alla ricerca e alla cultura della sostenibilità.

L’aspetto più interessante dell’iniziativa consiste nella capacità di mettere in relazione tecnologie avanzate e patrimonio storico. La geotermia a bassa entalpia rappresenta infatti una delle soluzioni più promettenti per la climatizzazione sostenibile degli edifici. A differenza delle centrali geotermiche tradizionali, che sfruttano fluidi ad alta temperatura, questi sistemi utilizzano il calore naturalmente presente nel sottosuolo a profondità relativamente contenute, consentendo significativi risparmi energetici e riducendo le emissioni climalteranti.

In molti Paesi europei, dalla Germania ai Paesi Bassi, passando per la Svizzera e la Scandinavia, tali tecnologie sono già impiegate con successo anche in contesti urbani storici. La sfida napoletana consiste nell’applicare queste soluzioni all’interno di un tessuto architettonico complesso e stratificato, trasformando il patrimonio culturale in un alleato della transizione energetica.

Secondo i promotori, il progetto non punta esclusivamente alla produzione di energia. L’obiettivo è costruire un modello capace di dimostrare come la valorizzazione delle risorse locali possa generare benefici ambientali, economici e sociali. In quest’ottica, SHub viene immaginato come un luogo di incontro tra ricerca scientifica, imprese, istituzioni, cultura e cittadinanza.

Un ruolo centrale nell’elaborazione della proposta è stato svolto dal dott. Paolo Pantani, vicepresidente del Centro Studi Regione Mezzogiorno Mediterraneo, e dalla dott.ssa Maria Luisa Conza, responsabile scientifica e Sustainability Manager di ANTUR S.r.l. Benefit. Sono loro a sottolineare la portata strategica dell’iniziativa e la necessità di trasformare il potenziale naturale della città in un progetto concreto.

«Le città del futuro non saranno quelle che consumeranno più risorse, ma quelle che sapranno valorizzare meglio ciò che possiedono. Napoli ha sotto i propri piedi una straordinaria opportunità. Oggi abbiamo il dovere di trasformare questa opportunità in un progetto concreto, misurabile e replicabile», affermano congiuntamente Paolo Pantani e Maria Luisa Conza, indicando nella sperimentazione geotermica un possibile modello per l’intero Mezzogiorno.

Il progetto prevede inoltre l’applicazione di metodologie di Life Cycle Assessment (LCA) e di criteri ESG, strumenti sempre più utilizzati per valutare gli impatti ambientali, sociali e gestionali degli interventi infrastrutturali. In questo modo la sostenibilità non verrebbe considerata soltanto come una questione energetica, ma come un processo complessivo di misurazione e miglioramento delle prestazioni ambientali.

La proposta si inserisce in un contesto europeo caratterizzato da una crescente attenzione verso le comunità energetiche, strumenti che consentono a cittadini, imprese e istituzioni di produrre, condividere e gestire energia da fonti rinnovabili a livello locale. In Italia il settore è ancora in fase di sviluppo, ma viene considerato una delle leve più efficaci per accelerare la decarbonizzazione e rafforzare l’autonomia energetica dei territori.

Nel caso di Napoli, il valore aggiunto risiede nella possibilità di coniugare innovazione tecnologica e rigenerazione urbana. Il sottosuolo della città, modellato dall’origine vulcanica del territorio e da secoli di stratificazioni storiche, potrebbe diventare una risorsa strategica per immaginare nuovi modelli di sviluppo sostenibile.

La proposta avanzata da ANTUR e dai partner scientifici coinvolti non rappresenta soltanto un intervento tecnico. È una riflessione più ampia sul rapporto tra città, energia e patrimonio culturale. L’idea di fondo è che gli edifici storici possano diventare infrastrutture attive della transizione ecologica e che l’innovazione possa nascere dalla valorizzazione intelligente delle risorse già presenti sul territorio.

Se il progetto riuscirà a trasformarsi in realtà, Napoli potrebbe diventare uno dei laboratori più interessanti d’Europa per sperimentare nuove forme di integrazione tra sostenibilità ambientale, ricerca scientifica e tutela del patrimonio. Una prospettiva che, come ricordano Paolo Pantani e Maria Luisa Conza, parte da una convinzione semplice: il futuro non è qualcosa che attende le città, ma qualcosa che le città costruiscono giorno dopo giorno, utilizzando al meglio le opportunità che già possiedono.


Da Paolo Pantani paolopantani44@gmail.com
Articolo a cura della Redazione Experiences

ARTEVENTO, il cielo di Cervia con i suoi aquiloni ha conquistato il mondo

La 46ª edizione del Festival Internazionale dell’Aquilone chiude con numeri record, una straordinaria visibilità globale e nuovi progetti che rafforzano il ruolo della manifestazione come laboratorio culturale permanente tra arte, patrimonio e diplomazia culturale.

Oltre un milione e duecentomila visualizzazioni sui social, centinaia di migliaia di visitatori, maestri provenienti da cinquanta Paesi e una crescente presenza internazionale. ARTEVENTO conferma la propria capacità di trasformare l’aquilone in uno strumento di dialogo tra culture, educazione, spettacolo e valorizzazione del patrimonio immateriale.


Da oltre quarant’anni trasforma il litorale romagnolo in un teatro a cielo aperto dove tradizioni millenarie, creatività contemporanea e relazioni internazionali si incontrano. Anche nel 2026 ARTEVENTO, il Festival Internazionale dell’Aquilone di Cervia, ha confermato la propria unicità, chiudendo la quarantaseiesima edizione con risultati che ne consolidano il prestigio come manifestazione di riferimento a livello mondiale. Nato nel 1981 da un’intuizione di Claudio Capelli e Caterina Capelli, il festival è oggi considerato il più longevo appuntamento internazionale dedicato all’arte del vento. Nel corso del tempo è riuscito a trasformarsi da evento spettacolare a vero progetto culturale permanente, capace di intrecciare arte, tutela delle tradizioni, educazione ambientale e dialogo interculturale. Un’evoluzione che trova conferma nei numeri dell’edizione appena conclusa.

Per undici giorni consecutivi la spiaggia di Pinarella di Cervia ha accolto maestri aquilonisti provenienti da cinquanta Paesi, offrendo una panoramica pressoché completa delle molteplici espressioni dell’aquilone nel mondo. Il programma ha proposto 130 eventi, oltre ottanta performance di volo acrobatico, trentuno spettacoli di circo contemporaneo realizzati in collaborazione con ATER Fondazione, nove appuntamenti di teatro-danza orientale, cinque concerti, tre mostre e numerose attività dedicate all’approfondimento culturale, ambientale e sociale. Particolarmente significativa è stata la partecipazione delle nuove generazioni: ben 1.250 bambini hanno preso parte alle attività educative e formative organizzate durante la manifestazione.

L’edizione 2026 ha inoltre rafforzato la dimensione scientifica dell’evento grazie alla collaborazione con l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura e con l’Università degli Studi di Perugia, che hanno realizzato sul campo il primo laboratorio etnografico dedicato alla manifestazione. Un elemento che conferma il crescente interesse degli studiosi verso l’aquilone come espressione culturale, antropologica e identitaria.

Accanto alla partecipazione del pubblico, impressionano i risultati ottenuti sul piano mediatico. La manifestazione ha beneficiato della collaborazione di Rai Italia, Rai Radio Tutta Italiana e Rai Radio Kids, ottenendo una copertura internazionale che ha coinvolto televisioni, radio, quotidiani e piattaforme digitali. I dati diffusi dagli organizzatori parlano di oltre mille articoli pubblicati e di servizi realizzati da emittenti e testate di diversi Paesi. Ancora più rilevante l’impatto sui social network, dove ARTEVENTO ha superato 1,28 milioni di visualizzazioni complessive, registrando una crescita particolarmente significativa su Instagram e Facebook. Un risultato che ha contribuito alla diffusione internazionale dell’espressione “Kite Paradise”, ormai frequentemente associata a Cervia e alla sua manifestazione simbolo.

L’aquilone possiede una storia lunga oltre duemila anni. Nato probabilmente in Cina, dove ancora oggi rappresenta una forma d’arte e un elemento identitario, ha attraversato secoli e continenti assumendo significati religiosi, scientifici, ludici e artistici. ARTEVENTO ha saputo raccogliere questa eredità e reinterpretarla in chiave contemporanea, trasformando l’aquilone in uno strumento di comunicazione universale capace di parlare di pace, sostenibilità e inclusione.

Non sorprende quindi che le immagini della manifestazione siano state scelte da Destinazione Turistica Romagna per la campagna promozionale dell’estate 2026, trasmessa anche durante eventi televisivi di grande richiamo come l’Eurovision Song Contest e il Giro d’Italia. Il festival è diventato così uno degli strumenti più efficaci per raccontare il territorio romagnolo attraverso immagini spettacolari e immediatamente riconoscibili.

L’attività di ARTEVENTO non si esaurisce però nei giorni del festival. Il progetto continua durante tutto l’anno attraverso collaborazioni internazionali che ne amplificano la portata culturale. Nel maggio scorso Caterina Capelli ha partecipato alla realizzazione della performance inaugurale della mostra Fanfare/Lament dell’artista britannico Matt Copson presso la nuova sede veneziana della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, contribuendo all’organizzazione del team di volo e alla logistica dell’evento. Un’esperienza che ha portato l’arte del vento nel contesto della Biennale di Venezia, uno dei principali appuntamenti mondiali dedicati all’arte contemporanea.

Sempre sul fronte internazionale, ARTEVENTO ha rinnovato la propria presenza a Roma in occasione del Festival degli Aquiloni organizzato dall’Associazione Culturale Sino-Italiana Melodie di Seta, consolidando i rapporti con la città cinese di Weifang, universalmente riconosciuta come la capitale mondiale dell’aquilone. Da anni, infatti, Cervia e Weifang condividono un dialogo culturale fondato sulla valorizzazione di una tradizione che accomuna Oriente e Occidente.

Il prossimo appuntamento internazionale porterà invece il festival oltreoceano. Claudio Capelli sarà ospite d’onore del Festival Grain de Ciel di Montréal, dove una grande mostra personale presenterà al pubblico canadese i suoi aquiloni dipinti, testimonianza di una ricerca che ha contribuito a ridefinire il rapporto tra aquilone e arte contemporanea.

Lo sguardo degli organizzatori è già rivolto al futuro. La 47ª edizione si svolgerà dal 23 aprile al 2 maggio 2027 e introdurrà nuove collaborazioni internazionali. Particolare interesse riveste il progetto dedicato ai Barriletes Gigantes del Guatemala, gli enormi aquiloni cerimoniali che ogni anno accompagnano le celebrazioni del Giorno dei Morti a Santiago Sacatepéquez e Sumpango. La collaborazione coinvolgerà ancora una volta l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale e l’Università di Perugia, rafforzando il ruolo di ARTEVENTO come piattaforma di ricerca e valorizzazione delle tradizioni del mondo.

A ciò si aggiunge il consolidamento del rapporto con il gruppo colombiano BIMANA e l’avvio di nuove iniziative di carattere internazionale che verranno sviluppate nei prossimi mesi.

Tra le prospettive più ambiziose emerge infine il progetto del primo Museo dell’Aquilone – Centro di Documentazione sull’Arte del Vento, previsto a Forlì. La struttura dovrebbe diventare un punto di riferimento permanente per studiosi, appassionati e visitatori, contribuendo alla destagionalizzazione dell’offerta turistica e alla conservazione di un patrimonio unico. Il futuro museo ospiterà anche la prestigiosa collezione del Museo Tako No Hakubutsukan di Tokyo e centinaia di aquiloni etnici provenienti da collezioni private internazionali. Un patrimonio che testimonia come l’aquilone non sia soltanto un oggetto volante, ma un documento culturale capace di raccontare storie, credenze, tecniche artigianali e identità collettive.

Dopo quarantasei edizioni, ARTEVENTO continua dunque a crescere senza perdere la propria natura originaria. In un tempo segnato da conflitti, trasformazioni sociali e crisi ambientali, il festival romagnolo conferma la forza simbolica di un oggetto semplice che, sospinto dal vento, continua a unire persone, culture e generazioni diverse sotto lo stesso cielo.


Da CULTURALIA <info@culturaliart.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

David Berkovitz a Venezia. Il taglio come soglia verso altri cieli possibili

Alla Blue Gallery di Dorsoduro la nuova personale dell’artista bolognese esplora il tema del limite, della trasformazione e della possibilità di guardare il reale da prospettive inattese

Dal 30 maggio al 30 giugno 2026 la Blue Gallery di Venezia ospita “Iοίην – Che io possa andare”, mostra personale di David Berkovitz curata da Giovanni Gardini. Un percorso che attraversa le più recenti ricerche dell’artista, tra carta, tagli, oro e luce, alla ricerca di un oltre capace di trasformare la percezione del mondo.


Venezia continua a confermarsi uno dei luoghi privilegiati della sperimentazione artistica contemporanea. In questo contesto si inserisce la mostra “Iοίην – Che io possa andare”, personale di David Berkovitz allestita presso la Blue Gallery, nello storico sestiere di Dorsoduro, e visitabile fino al 30 giugno 2026. Curata da Giovanni Gardini, l’esposizione presenta una selezione di opere recenti che sintetizzano la maturità di una ricerca costruita negli anni attorno ai temi del passaggio, della trasformazione e del superamento del limite.
Il titolo scelto per la mostra deriva da un termine della lingua greca antica, ἰοίην, una forma verbale appartenente all’ottativo, il modo che esprime il desiderio. Traducibile come “che io possa andare”, l’espressione compare nei frammenti di Saffo e diventa per Berkovitz una dichiarazione poetica e programmatica. Non si tratta di una fuga dalla realtà, bensì della volontà di attraversarla in profondità, cercando nuovi punti di vista e nuove possibilità di interpretazione.

Autodidatta, nato a Bologna nel 1978, Berkovitz proviene da un percorso atipico. La sua formazione affonda le radici nella cultura Hip Hop degli anni Novanta, nel writing e nella pratica della scrittura urbana. Prima ancora della pittura, è stata infatti la parola a rappresentare per lui uno strumento di elaborazione personale e di conoscenza. Questo rapporto con il segno, con il gesto dell’incidere e del tracciare, rimane ancora oggi una componente fondamentale della sua ricerca.

Una tappa decisiva del suo percorso arriva nel 2011 con la nascita del cosiddetto “Cubo di Berkovitz”, elemento simbolico destinato a diventare il centro del suo linguaggio visivo. Successivamente, a partire dal 2020, la sua indagine si concentra sulle Divaricazioni, opere nelle quali il taglio della superficie diventa strumento di conoscenza e di apertura. È proprio in questa fase che emerge con chiarezza il tema dell’oltre, inteso come possibilità di accedere a ciò che normalmente rimane nascosto.

Le opere esposte a Venezia nascono da materiali essenziali. Carta, dime e cutter costituiscono gli strumenti fondamentali di un processo creativo che rifiuta la velocità e richiede tempo, precisione e disciplina. Ogni lavoro è il risultato di una preparazione accurata: la superficie viene dipinta, arricchita da foglia oro, talvolta sottoposta a processi di ossidazione che introducono una componente di imprevedibilità. Solo successivamente interviene il taglio, gesto tanto delicato quanto irreversibile.

Osservando le opere si comprende come il taglio non abbia una funzione distruttiva. Al contrario, esso genera nuovi spazi percettivi. Le fenditure, le arricciature e le aperture della carta trasformano la bidimensionalità della superficie in una struttura complessa, attraversata dalla luce, dalle ombre e dai riflessi. Ciò che inizialmente appare come una semplice incisione si rivela invece una soglia, un invito a guardare oltre l’apparenza.

In questo senso il lavoro di Berkovitz si inserisce idealmente all’interno di una lunga tradizione della ricerca artistica del Novecento. Il riferimento più immediato conduce naturalmente alle sperimentazioni spazialiste di Lucio Fontana, che con i suoi celebri tagli aveva aperto la superficie pittorica a una dimensione nuova. Tuttavia il percorso dell’artista bolognese segue una direzione autonoma. Nei suoi lavori il taglio non si limita a mettere in discussione la natura del quadro, ma diventa uno strumento di introspezione, una forma di meditazione visiva che coinvolge memoria, spiritualità e desiderio.

Tra le opere più significative figurano le serie Divaricazioni del Bianco Venezia e Divaricazioni dell’Oro Venezia. Qui il bianco e l’oro assumono un valore simbolico che supera la semplice dimensione cromatica. Il bianco, secondo la lettura proposta dall’artista, non coincide con il candore ma con una condizione fragile e complessa dell’esistenza. L’oro, invece, amplifica la luce e conferisce profondità allo spazio, dialogando naturalmente con la tradizione visiva veneziana, dai mosaici bizantini di San Marco fino alle grandi stagioni della pittura lagunare.

Non è un caso che proprio Venezia abbia rappresentato negli ultimi anni un punto di svolta nella ricerca di Berkovitz. Nel 2024 l’artista è stato ospite in residenza presso la Fondazione Donà dalle Rose, esperienza che ha contribuito ad approfondire la sua riflessione sull’oro e sulla luce. Alcune opere realizzate in quell’occasione sono entrate a far parte della collezione della fondazione.

Un capitolo particolarmente significativo della mostra è rappresentato da Anime salve, opera il cui titolo rende omaggio all’omonimo album di Fabrizio De André. Qui diventano protagonisti gli scarti del processo creativo: sottili strisce di carta che normalmente verrebbero eliminate vengono recuperate e trasformate in elemento centrale della composizione. È una scelta che possiede una forte valenza etica oltre che estetica. Ciò che appare marginale viene restituito a una nuova dignità, suggerendo una riflessione sul valore delle cose e delle persone che la società tende a considerare residue.

La mostra veneziana offre così una chiave di lettura efficace dell’intero percorso dell’artista. Dietro la precisione tecnica e il rigore formale emerge una ricerca profondamente umana, costruita attorno al desiderio di dare forma all’invisibile. Le sue opere chiedono tempo, attenzione e lentezza. Invitano a sostare davanti alla superficie per cogliere ciò che si nasconde dietro una piega della carta, un’ombra, una traccia di colore o un riflesso.

In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini e dalla frammentazione dell’esperienza, il lavoro di David Berkovitz propone un gesto controcorrente. Non cerca l’effetto immediato, ma l’approfondimento; non l’accumulo di informazioni, ma la qualità dello sguardo. Il suo invito, racchiuso nel titolo della mostra, rimane semplice e insieme radicale: andare oltre, immaginare altri cieli possibili e non smettere di cercare ciò che ancora non si vede.


Da Cristina Gatti – Press & P.R. – Venezia <press@cristinagatti.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

ARTonWORLD presenta il N. 27: speciale dedicato all’apertura di DATALAND

Giugno 2026

ArtonWorld annuncia l’uscita del suo nuovo numero speciale, un’edizione internazionale che celebra l’apertura di DATALAND, il primo museo al mondo progettato fin dall’origine per ospitare esclusivamente arte generata da intelligenza artificiale. Situato nel complesso The Grand LA, firmato da Frank Gehry, il museo si estende su oltre 25.000–35.000 piedi quadrati e comprende cinque gallerie immersive dedicate alla creatività computazionale. 

La mostra inaugurale, Machine Dreams: Rainforest, utilizza il Large Nature Model, un modello AI addestrato su milioni di immagini e registrazioni provenienti da istituzioni come Smithsonian, Cornell Lab of Ornithology e Natural History Museum di Londra, per generare ambienti multisensoriali che reinterpretano l’intelligenza della natura attraverso algoritmi avanzati. 

All’interno di questa edizione speciale saranno presenti:

  • La nascita di un nuovo paradigma museale: DATALAND come istituzione che unisce arte, scienza, tecnologia e ricerca AI, con un approccio etico e trasparente alla gestione dei dati;
  • Il ruolo di Refik Anadol nella ridefinizione dell’esperienza estetica contemporanea, tra installazioni immersive, modelli open-source e sperimentazioni sensoriali;
  • Le dinamiche del mercato dell’arte del 2026, segnato da aste internazionali di forte impatto e da un crescente interesse per le opere digitali e computazionali;
  • Gli highlights culturali del momento, tra cui: La grande mostra Raphael al MET di New York,   Volta Basel,   Il focus su Emma Donnesberg Gallery Paris,   Il progetto Polo Museale Sapienza Cultura,    e una selezione di artisti emergenti e affermati, tra cui Ardiana Dajti.

La copertina del nuovo numero è dedicata a Refik Anadol, simbolo della convergenza tra immaginazione umana e intelligenza artificiale, nonché co-fondatore e direttore artistico del museo, riconosciuto come uno dei pionieri globali dell’estetica dei dati e della machine intelligence. Le sue “machine hallucinations“, già presentate in istituzioni come MoMA e Serpentine Galleries, trovano ora una casa permanente in DATALAND, definito da Artnet News come un “living museum” capace di ridefinire ciò che l’arte può essere nell’era dell’intelligenza artificiale

Il nuovo numero di ArtonWorld è disponibile in:  
– edizione digitale internazionale, 
– edizione cartacea da collezione,  
– speciale distribuzione per musei, università, fondazioni e gallerie.


Da CULTURALIA <info@culturaliart.com>

Francesco Paterlini alle Grotte di Catullo: lo specchio del nostro tempo

A Sirmione dieci opere dello scultore bresciano si intrecciano con le collezioni archeologiche permanenti, dando vita a un percorso che riflette sul rapporto tra memoria, rovina, identità e trasformazione.

Dal 20 giugno al 4 ottobre 2026 il Museo Archeologico Nazionale di Sirmione ospita “Frammenti”, mostra personale di Francesco Paterlini. Le opere si inseriscono direttamente nell’allestimento permanente delle Grotte di Catullo, creando un dialogo serrato tra reperto archeologico e scultura contemporanea, tra passato remoto e inquietudini del presente.


Le collezioni archeologiche raccontano quasi sempre una storia incompleta. Statue prive di arti, iscrizioni lacunose, architetture sopravvissute soltanto nelle fondazioni. È proprio questa dimensione dell’incompiuto a diventare il fulcro della mostra “Frammenti”, personale dello scultore Francesco Paterlini ospitata al Museo Archeologico Nazionale di Sirmione, all’interno del suggestivo complesso delle Grotte di Catullo, uno dei più importanti siti romani dell’Italia settentrionale.
Curata da Flora Berizzi e Michele Tavola e promossa dalla Direzione regionale Musei nazionali Lombardia, l’esposizione presenta dieci opere tra sculture in pietra, terracotta e installazioni. Più che occupare uno spazio autonomo, i lavori dell’artista si inseriscono direttamente nel percorso permanente del museo, confondendosi con i reperti archeologici e invitando il visitatore a individuarli lungo il tragitto espositivo. Il risultato è una sorta di grande installazione diffusa che trasforma l’intero museo in un unico organismo narrativo.

La scelta di privare le opere del titolo accentua ulteriormente questo dialogo. I lavori non si presentano come entità separate ma come presenze che sembrano emergere naturalmente dal contesto archeologico. Tempietti votivi, rilievi in pietra, piccoli sarcofagi, frammenti anatomici in terracotta e strutture evocative si intrecciano ai reperti romani, generando una continua ambiguità tra antico e contemporaneo.

Il tema del frammento occupa una posizione centrale nella storia dell’arte occidentale. Dalle rovine romane riscoperte durante il Rinascimento fino alle riflessioni romantiche sull’incompiuto, il frammento è stato interpretato come testimonianza del tempo e della fragilità delle civiltà. Nel Novecento artisti come Alberto Giacometti, Anselm Kiefer o Antony Gormley hanno ripreso questa idea per interrogare la condizione contemporanea. Paterlini si inserisce in questa tradizione, ma la declina attraverso una sensibilità fortemente archeologica e antropologica.

Le sue opere evocano infatti oggetti provenienti da un passato indefinito. Corpi mutilati, mani spezzate, teste danneggiate e strutture architettoniche alterate suggeriscono una civiltà in rovina, senza indicare con precisione quale essa sia. In questo modo il frammento smette di essere soltanto un reperto storico e diventa metafora della società contemporanea. Non più testimonianza di un passato remoto da preservare, ma immagine di una condizione presente segnata dalla dispersione, dal consumo e dalla perdita di riferimenti condivisi.

Particolarmente significativa è la presenza di elementi che contaminano il linguaggio dell’antichità classica. Architetture che richiamano il mondo romano convivono con figure inattese, come insetti o corpi abbandonati, introducendo una dimensione perturbante. L’effetto è quello di un cortocircuito visivo che mette in discussione la linearità della storia e suggerisce una visione ciclica dell’esistenza, fatta di costruzioni, decadenze e continue rinascite.

Al centro della ricerca emerge anche il tema della spiritualità. La mostra ruota attorno all’immagine del larario, il piccolo santuario domestico presente nelle abitazioni romane, luogo di culto privato dedicato alle divinità protettrici della famiglia. Da questa figura archetipica l’artista sviluppa una riflessione più ampia sul rapporto tra vita e morte, tra superficie e profondità. Il sottosuolo, le cavità ipogee e gli spazi sepolcrali diventano simboli di una dimensione originaria nella quale si incontrano memoria, sacralità e trasformazione.

Una delle opere più suggestive del percorso è una torre ogivale realizzata in terra o gesso che occupa il corridoio centrale del museo. La struttura può essere letta contemporaneamente come tomba, architettura rituale o nave cosmica. La sua ambiguità rappresenta efficacemente la poetica di Paterlini, interessata a generare immagini aperte, capaci di attraversare epoche e significati differenti.

Il contesto che accoglie la mostra amplifica ulteriormente il valore del progetto. Le Grotte di Catullo costituiscono infatti il più importante esempio di villa romana conservato sulle rive del Lago di Garda. Edificata tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C., la monumentale residenza occupava circa due ettari all’estremità della penisola di Sirmione. Il nome con cui è conosciuta deriva da un equivoco rinascimentale: i primi visitatori, trovandosi di fronte a rovine invase dalla vegetazione, interpretarono gli ambienti crollati come grotte naturali. Solo successivamente gli studi archeologici hanno ricostruito la reale natura del complesso, associato tradizionalmente alla figura del poeta latino Catullo.

All’interno di questo scenario, le opere contemporanee assumono una forza particolare. Il visitatore è chiamato a interrogarsi continuamente su ciò che appartiene al passato e su ciò che è stato creato oggi. La distinzione si fa sottile, quasi irrilevante. Ciò che emerge è invece una riflessione sulla persistenza delle domande fondamentali dell’esistenza umana: il rapporto con il tempo, la memoria delle civiltà, il desiderio di lasciare una traccia e la consapevolezza della propria fragilità.

Nato a Brescia nel 1987, Francesco Paterlini ha intrapreso un percorso non convenzionale. Dopo la laurea in Giurisprudenza si è trasferito a Pietrasanta, uno dei principali centri internazionali della scultura, perfezionando le tecniche tradizionali nei laboratori artigiani della città. Tra le esperienze più significative figurano le collaborazioni con lo Studio Cervietti e con Douglas Gordon, artista scozzese insignito del Turner Prize. Negli ultimi anni il suo lavoro ha attirato l’attenzione di istituzioni e gallerie internazionali, portandolo a esporre in Italia, in Svezia e in Cina.

Con “Frammenti”, Paterlini realizza probabilmente il progetto più coerente con la propria poetica. Le sue sculture non cercano di imitare il passato né di sovrapporsi ad esso. Si insinuano piuttosto negli spazi della memoria archeologica per mostrare quanto il concetto stesso di frammento continui a parlare al presente. In un’epoca dominata dall’accelerazione e dall’obsolescenza, queste opere ricordano che ogni civiltà, ogni oggetto e ogni individuo sono parte di un processo continuo di costruzione, trasformazione e inevitabile dissoluzione.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Cento artiste raccontano il passaggio all’età adulta con “adolescĕre”

All’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 prende il via la sesta edizione di “Seminiamo Arte”, un progetto internazionale che trasforma l’esperienza dell’adolescenza femminile in un grande racconto collettivo fatto di immagini, memoria e partecipazione

Dal 10 al 25 giugno la One Gallery dell’Aquila ospita “adolescĕre”, mostra inaugurale della sesta edizione di “Seminiamo Arte”. Promossa dal MuBAq Museo dei Bambini L’Aquila nell’ambito del programma di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, l’esposizione riunisce artiste provenienti da tutto il mondo chiamate a riflettere sul delicato passaggio dall’infanzia all’età adulta.


L’adolescenza è una soglia. Un tempo di trasformazioni profonde, di scoperte, inquietudini e nuove consapevolezze che lascia tracce durature nella memoria individuale. È proprio da questa fase cruciale dell’esistenza che prende forma “adolescĕre”, il progetto espositivo che inaugura il 10 giugno la sesta edizione di “Seminiamo Arte”, rassegna promossa dal MuBAq Museo dei Bambini L’Aquila e inserita nel programma ufficiale di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. Curata dall’associazione Wind Mill in collaborazione con il Women Visual Artists Database, la mostra resterà aperta fino al 25 giugno negli spazi della One Gallery di via Roma.

Il titolo riprende il verbo latino adolescĕre, che significa crescere, svilupparsi, maturare. Un termine che sintetizza efficacemente il cuore dell’iniziativa: invitare artiste provenienti da diversi Paesi a confrontarsi con il proprio passato, recuperando emozioni, ricordi ed esperienze legate al periodo dell’adolescenza. Attraverso opere su carta accompagnate da testi personali, ogni partecipante offre una testimonianza che si colloca tra autobiografia, riflessione sociale e ricerca artistica.

L’esposizione costruisce così una narrazione corale nella quale il vissuto individuale diventa patrimonio condiviso. Le opere affrontano temi che attraversano l’esperienza di molte donne: il rapporto con il corpo che cambia, la scoperta della propria identità, le prime relazioni, i conflitti interiori, le aspettative sociali e le trasformazioni psicologiche che accompagnano il passaggio verso l’età adulta. Ne emerge una mappa emotiva complessa, fatta di fragilità e forza, di timori e conquiste.

L’aspetto più significativo del progetto risiede nella sua dimensione internazionale. Il coinvolgimento del Women Visual Artists Database, piattaforma dedicata alla valorizzazione delle artiste contemporanee, permette di mettere in dialogo esperienze provenienti da contesti culturali differenti. Pur nella diversità delle storie personali, le opere rivelano temi universali che superano confini geografici e generazionali, mostrando come l’adolescenza rappresenti uno dei momenti più intensi e formativi dell’esistenza umana.

“adolescĕre” è però soltanto il primo tassello di un programma più ampio. La rassegna Seminiamo Arte, nata nel 2021 durante gli anni della pandemia, si è progressivamente affermata come uno dei progetti culturali più originali del territorio aquilano. Ideata nel Villaggio di San Lorenzo, insediamento sorto dopo il terremoto del 2009 per ospitare gli abitanti del borgo medievale di Fossa, l’iniziativa ha sviluppato negli anni una riflessione sul ruolo dell’arte come strumento di rigenerazione civile e sociale.

Affidata alla direzione di Lea Contestabile e Antonio Gasbarrini, la manifestazione continua a promuovere una visione dell’arte contemporanea capace di incidere sul tessuto urbano e comunitario. L’obiettivo non è soltanto esporre opere, ma creare occasioni di incontro, partecipazione e riflessione collettiva. In questo senso, il progetto si inserisce pienamente nelle strategie culturali che negli ultimi anni hanno attribuito crescente importanza alla rigenerazione dei territori attraverso pratiche artistiche e processi di coinvolgimento delle comunità locali.

Per l’anno di L’Aquila Capitale della Cultura, Seminiamo Arte si sviluppa attraverso numerose sezioni tematiche dedicate al rapporto tra arte e natura, spiritualità, spazio pubblico e relazioni sociali, affiancate da residenze d’artista, workshop e laboratori. Le iniziative coinvolgeranno luoghi storici e simbolici del territorio, dal Convento di Sant’Angelo d’Ocre al Monastero di San Basilio, dall’Orto Botanico di Collemaggio a Palazzo Camponeschi, fino al Palazzetto dei Nobili e alla Fontana Luminosa.

La scelta di inaugurare il programma con una riflessione sull’adolescenza appare particolarmente significativa. In una società spesso dominata dalla velocità e dalla semplificazione, il progetto restituisce centralità a una fase della vita che continua a rappresentare un laboratorio di crescita, consapevolezza e costruzione dell’identità. Le opere raccolte nella mostra non offrono risposte definitive, ma aprono spazi di ascolto e riconoscimento reciproco, invitando il pubblico a confrontarsi con la propria memoria personale.

Al termine del percorso espositivo, tutte le opere e i relativi testi confluiranno in un libro d’artista destinato a un’istituzione pubblica e successivamente pubblicato anche in formato digitale, scaricabile gratuitamente dal sito dell’associazione Wind Mill. Un modo per garantire continuità al progetto e trasformare l’esperienza della mostra in una testimonianza permanente.

Attraverso la voce di oltre cento artiste provenienti da differenti parti del mondo, “adolescĕre” si presenta dunque come una grande narrazione collettiva sulla crescita, sulla memoria e sulla costruzione dell’identità femminile. Un racconto che trova nell’arte un linguaggio capace di trasformare l’esperienza individuale in patrimonio condiviso e che conferma il ruolo della cultura come strumento di dialogo, partecipazione e consapevolezza.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

“Natura Extensa” di Elena di Felice: la natura ferita e la possibilità di rinascita

Alla Borgo Pio Art Gallery di Roma la mostra “Natura Extensa” esplora il rapporto tra dolore, trasformazione e mondo naturale attraverso il linguaggio del collage

Dal 6 al 13 giugno la Borgo Pio Art Gallery ospita la personale di Elena di Felice, artista romana attiva a Narni. Diciotto opere recenti raccontano una natura in continua metamorfosi, dove la ferita diventa simbolo universale di sofferenza ma anche di rigenerazione e speranza.


La natura come organismo vivente, vulnerabile e al tempo stesso capace di rigenerarsi. È attorno a questa idea che si sviluppa “Natura Extensa”, la mostra personale di Elena di Felice ospitata presso la Borgo Pio Art Gallery di Roma dal 6 al 13 giugno 2026. Curata dalla storica dell’arte Giovanna Canu, con un testo critico in catalogo firmato da Sveva Manfredi Zavaglia, l’esposizione presenta diciotto opere realizzate tra il 2025 e il 2026 e offre l’occasione per approfondire la ricerca di un’artista che ha fatto del collage il proprio principale strumento espressivo.

Nata a Roma e oggi residente a Narni, Elena di Felice sviluppa un linguaggio che si colloca in una tradizione artistica consolidata ma continuamente rinnovata. Il collage, nato come pratica moderna nelle avanguardie del primo Novecento con artisti come Pablo Picasso e Georges Braque, viene qui reinterpretato attraverso l’utilizzo di frammenti di carta dipinta che, una volta assemblati sulla superficie della tela, generano forme e spazi autonomi. Non si tratta semplicemente di una tecnica compositiva, ma di un procedimento che riflette il tema stesso della trasformazione: parti separate che trovano una nuova unità e costruiscono nuove possibilità di significato.

Al centro della mostra emerge una forma ricorrente, una sorta di foglia appuntita che attraversa le opere come un segno archetipico. Nella lettura proposta dall’artista, questa figura richiama la ferita sul costato di Cristo, simbolo di sofferenza e sacrificio. Tuttavia il riferimento religioso si amplia fino a diventare metafora universale del dolore umano e morale. La stessa immagine può essere letta anche come rappresentazione della natura ferita, della vulnerabilità degli ecosistemi e delle conseguenze che l’azione dell’uomo produce sull’ambiente. In questa sovrapposizione di significati risiede uno degli aspetti più interessanti del progetto espositivo.

La riflessione sul rapporto tra uomo e natura costituisce infatti uno dei temi più presenti nell’arte contemporanea degli ultimi decenni. Dalle ricerche della Land Art alle più recenti pratiche ecologiche e ambientali, numerosi artisti hanno affrontato il tema della fragilità del pianeta. Elena di Felice sceglie però una strada diversa da quella della denuncia esplicita. Nelle sue opere il dolore non viene mostrato in modo drammatico o spettacolare. È suggerito attraverso simboli, forme e relazioni cromatiche che invitano alla contemplazione piuttosto che allo shock visivo.

L’artista costruisce così un universo nel quale materia, segno e colore si stratificano in un equilibrio costantemente mobile. Le foglie-ferite diventano nuvole, stormi, fiori o organismi in trasformazione. Le immagini sembrano nascere da processi naturali di crescita e metamorfosi, evocando un mondo in cui ogni elemento è collegato agli altri da relazioni invisibili. È una natura che non appare mai statica, ma sempre in movimento, attraversata da tensioni e possibilità.

Particolarmente significativa è la dimensione ottimistica che attraversa l’intero progetto. Pur partendo dal tema della sofferenza, l’artista non si sofferma sulla dimensione tragica dell’esperienza. Le composizioni suggeriscono piuttosto la possibilità di una rinascita. I colori luminosi, le aggregazioni organiche e le forme che ricordano elementi vegetali o atmosferici introducono un’idea di trasformazione positiva, nella quale la ferita può diventare occasione di cambiamento e crescita.

In questo senso “Natura Extensa” dialoga con una sensibilità contemporanea sempre più attenta ai temi della sostenibilità, della cura e della responsabilità verso il mondo naturale. Senza ricorrere a dichiarazioni programmatiche, la mostra propone una riflessione poetica sul rapporto tra fragilità e resilienza, tra perdita e rigenerazione.

La sede espositiva contribuisce a rafforzare questo dialogo. Situata in via degli Ombrellari, nel cuore di Borgo Pio e a pochi passi dal Vaticano, la Borgo Pio Art Gallery si conferma uno spazio dedicato alla promozione di artisti contemporanei impegnati nella ricerca di linguaggi personali e riconoscibili. In questo contesto, le opere di Elena di Felice trovano una collocazione particolarmente efficace, invitando il visitatore a rallentare lo sguardo e a cogliere le relazioni sottili che uniscono esperienza umana e mondo naturale.

“Natura Extensa” si presenta così come un percorso compatto ma intenso, capace di trasformare il collage in uno strumento di riflessione sul presente. Attraverso frammenti di carta, colori e simboli, Elena di Felice costruisce immagini che parlano di ferite, ma soprattutto della capacità di superarle, suggerendo che ogni trasformazione autentica nasce proprio dalla consapevolezza della propria vulnerabilità.


Da sirenzi@libero.it
Articolo a cura della Redazione Experiences

Gaetano Cipolla e Arba Sicula, mezzo secolo di impegno per la lingua siciliana

Da New York a Palermo, il lungo lavoro di una comunità culturale che ha trasformato il siciliano in uno strumento di studio, ricerca e identità condivisa

La lingua siciliana continua a vivere e a rinnovarsi anche grazie all’impegno delle comunità della diaspora. A Palermo, il ritorno di Gaetano Cipolla e dell’associazione Arba Sicula diventa l’occasione per riflettere su quasi cinquant’anni di attività dedicati alla tutela, alla diffusione e all’insegnamento di uno dei patrimoni linguistici più importanti del Mediterraneo.


Esistono legami che resistono al tempo, alle distanze e persino ai cambiamenti generazionali. Tra la Sicilia e gli Stati Uniti uno di questi legami passa attraverso una lingua che milioni di persone continuano a parlare, studiare o semplicemente custodire come parte della propria memoria familiare. È il filo che unisce Palermo a New York e che trova uno dei suoi interpreti più autorevoli nel professor Gaetano Cipolla, docente emerito della St. John’s University e figura centrale della promozione della cultura siciliana nel mondo. In occasione del trentunesimo tour annuale organizzato da Arba Sicula, l’associazione internazionale fondata nel 1979, Cipolla è tornato in Sicilia per partecipare a un incontro dedicato alla valorizzazione della lingua siciliana, svoltosi nella Sala Borremans del Grand Hotel Piazza Borsa di Palermo.

L’iniziativa, realizzata in collaborazione con l’Accademia della Lingua Siciliana, ha visto la partecipazione del vicepresidente dell’Accademia Marco Lo Dico e di studiosi e poeti come Euranio La Spisa e Arcangela Rizzo, entrambi membri del Collegio Scientifico dell’istituzione. Il momento simbolicamente più significativo dell’incontro è stato la consegna delle copie del manuale “Mparamu lu Sicilianu” all’Accademia, un gesto che sintetizza decenni di attività dedicate all’insegnamento e alla diffusione della lingua siciliana ben oltre i confini dell’isola.

La storia di Arba Sicula rappresenta uno dei casi più interessanti di tutela linguistica sviluppatisi all’interno delle comunità emigranti. Fondata a New York alla fine degli anni Settanta, in un periodo in cui molte lingue regionali europee apparivano destinate a una progressiva marginalizzazione, l’associazione ha perseguito un obiettivo ambizioso: trasformare il siciliano da patrimonio familiare tramandato oralmente a oggetto di studio, ricerca e produzione culturale.

Nel corso degli anni Arba Sicula ha costruito una rete internazionale che coinvolge studiosi, scrittori, insegnanti e appassionati. Uno dei suoi strumenti più importanti è la rivista bilingue “Arba Sicula”, pubblicazione che raccoglie poesie, racconti, saggi storici, studi linguistici e materiali dedicati alla tradizione siciliana sia in lingua inglese sia in siciliano. Accanto a essa è nata anche “Sicilia Parra”, rivista dedicata alle tematiche di maggiore interesse per la comunità siciliana internazionale.

L’attività dell’associazione si è evoluta parallelamente alle trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni. Il sito web di Arba Sicula ospita una vasta libreria digitale e uno dei primi sistemi di traduzione automatica dedicati alla lingua siciliana, sviluppato grazie al lavoro del socio Eryk Wdowiak utilizzando l’ampio patrimonio di testi bilingui raccolti dall’associazione nel corso degli anni.

Particolarmente rilevante è il contributo fornito alla costruzione di strumenti scientifici per l’apprendimento della lingua. In un contesto nel quale il siciliano è stato a lungo considerato esclusivamente una parlata regionale, Arba Sicula ha favorito la produzione di opere lessicografiche, grammaticali e didattiche che hanno contribuito a consolidarne lo studio accademico. Joseph Bellestri ha realizzato i primi vocabolari siciliano-inglese e inglese-siciliano, mentre Arthur Dieli ha tradotto in inglese i quindicimila proverbi raccolti da Giuseppe Pitrè, il grande studioso palermitano che tra Ottocento e Novecento documentò il patrimonio etnografico e linguistico dell’isola. Kirk Bonner ha elaborato una grammatica accademica del siciliano, mentre Joseph Privitera ha approfondito il ruolo della lingua siciliana nella storia delle lingue romanze.

Un capitolo fondamentale di questo percorso riguarda i manuali “Learn Sicilian – Mparamu lu Sicilianu” e “Learn Sicilian II”, testi costruiti secondo i principi della didattica comunicativa contemporanea. La loro diffusione testimonia come l’interesse per il siciliano abbia ormai superato da tempo l’ambito esclusivamente identitario. I manuali vengono utilizzati presso istituzioni e centri culturali negli Stati Uniti, tra cui l’Università della Pennsylvania, oltre che in realtà educative di New York, New Orleans e Buffalo. Una versione italiana, adattata dal professor Alfonso Campisi, è stata adottata anche dall’Università de La Manouba di Tunisi, dove è attiva una cattedra dedicata alla Lingua e Cultura Siciliana.

L’impegno di Gaetano Cipolla si estende anche all’editoria. Attraverso Legas, la casa editrice collegata ad Arba Sicula, sono state create collane che hanno contribuito a rendere accessibili opere spesso difficili da reperire. La serie “Pueti d’Arba Sicula” ha riportato l’attenzione su autori fondamentali come Giovanni Meli, Antonio Veneziano, Nino Martoglio e Ignazio Buttitta, figure che rappresentano momenti diversi ma decisivi della storia letteraria siciliana. Parallelamente, la collana “Studi Siciliani” ha dato spazio a ricerche dedicate alla lingua, alla storia e alle tradizioni dell’isola. Complessivamente, Legas ha pubblicato 158 volumi, la maggior parte dei quali dedicati alla Sicilia e alla sua cultura.

La vitalità di questa esperienza dimostra come la questione linguistica siciliana sia oggi molto diversa rispetto alle previsioni pessimistiche formulate nel corso del Novecento. Se in passato molti studiosi temevano una progressiva scomparsa dell’uso del siciliano, oggi si osserva una situazione più complessa e dinamica. Cresce l’interesse universitario, aumentano le iniziative di ricerca e la lingua continua a essere utilizzata come strumento di espressione artistica, letteraria e identitaria. Il riconoscimento del valore culturale delle lingue regionali da parte di organismi internazionali e delle istituzioni europee ha inoltre contribuito a rafforzare l’attenzione verso patrimoni linguistici storici come quello siciliano.

In questo scenario, il lavoro svolto da Arba Sicula assume un significato che va oltre la semplice conservazione. La lingua non viene trattata come un reperto da museo, ma come un organismo vivo capace di adattarsi ai tempi, dialogare con le nuove tecnologie e attraversare continenti. I trentuno viaggi organizzati in Sicilia dall’associazione hanno contribuito a costruire una rete di rapporti culturali che continua a collegare l’isola con le comunità della diaspora sparse nel mondo.

L’incontro palermitano dedicato a Gaetano Cipolla rappresenta dunque qualcosa di più di una cerimonia accademica. È la testimonianza concreta di come una lingua possa continuare a vivere grazie all’impegno di chi la studia, la insegna e la trasmette alle nuove generazioni. In un’epoca caratterizzata dalla globalizzazione e dall’omologazione culturale, il percorso di Arba Sicula ricorda che identità e apertura internazionale non sono termini in contraddizione. Al contrario, possono diventare le due facce della stessa storia.


Da Accademia della Lingua Siciliana <accademialinguasiciliana@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences