Marthe Lazarus: quando la fotografia segue il percorso imprevedibile della memoria

Buffet – Cires © Marthe Lazarus

Ad Arles una quarantina di fotografie, opere multimediali e lavori inediti raccontano la ricerca dell’artista francese, protagonista di un’indagine sulla memoria come processo creativo, tra autoritratto, collage e sperimentazione visiva.

Le immagini non conservano soltanto il passato: lo ricompongono, lo alterano e lo reinventano. È da questa idea che prende forma il lavoro di Marthe Lazarus, al centro di una mostra che attraversa fotografia e linguaggi ibridi, trasformando il ricordo in materia artistica.


La memoria non procede mai in linea retta. Affiora per frammenti, ritorna per associazioni inattese, sovrappone volti, luoghi ed emozioni fino a costruire una realtà diversa da quella vissuta. È proprio questa natura instabile del ricordo il terreno sul quale si sviluppa la ricerca di Marthe Lazarus, protagonista della mostra Mémoire Magnétique, che presenta una quarantina di fotografie, opere multimediali e lavori inediti insieme alle edizioni autoprodotte di TIME MACHINE, offrendo una visione ampia del suo percorso artistico. L’esposizione riunisce opere recenti e lavori precedenti, mettendo in evidenza la continuità di una ricerca che ha sempre posto al centro il rapporto tra esperienza personale e costruzione dell’immagine. Per Lazarus la fotografia non rappresenta uno strumento destinato a registrare fedelmente il reale, ma un dispositivo attraverso il quale ricostruire la complessità della memoria, trasformando emozioni e ricordi in una narrazione visiva stratificata.

Questa riflessione si inserisce in una delle principali linee di ricerca della fotografia contemporanea. A partire dagli anni Settanta, numerosi artisti hanno progressivamente abbandonato l’idea della fotografia come documento oggettivo, preferendo considerarla uno spazio di interpretazione, montaggio e costruzione del significato. L’immagine diventa così un luogo mentale, dove autobiografia, immaginazione e finzione convivono senza confini rigidamente definiti.

Nel lavoro di Marthe Lazarus questo processo assume una forma estremamente personale. Autoritratti, ritratti di persone vicine, scene accuratamente costruite e immagini raccolte sul web vengono selezionati, sovrapposti, ripetuti e trasformati attraverso un metodo che richiama il funzionamento stesso della memoria. I ricordi non vengono semplicemente evocati, ma continuamente riscritti, fino a generare nuove connessioni visive.

La sperimentazione tecnica accompagna costantemente questa ricerca. Collage fotografici, fotofilm e altre forme ibride si intrecciano in una pratica che sfugge alle tradizionali classificazioni disciplinari. La fotografia dialoga con il cinema, con il montaggio e con la manipolazione dell’immagine, dando vita a opere nelle quali ogni elemento sembra appartenere a una sequenza più ampia, aperta e continuamente modificabile.

L’artista descrive questo procedimento con un’immagine particolarmente efficace: le sue fotografie devono essere attraversate da molteplici livelli, proprio come il cervello umano è costantemente attraversato da ricordi, pensieri e immagini mentali. Le opere diventano così superfici nelle quali convivono tempi differenti, esperienze personali e suggestioni collettive, fino a costruire una sorta di geografia interiore della memoria.

Non si tratta, tuttavia, di un semplice esercizio autobiografico. Le immagini di Lazarus funzionano come strumenti di rivelazione, capaci di rendere visibile una memoria ricostruita piuttosto che documentata. Il ricordo perde la pretesa di autenticità assoluta e si trasforma in una forma di finzione intima, nella quale realtà e immaginazione diventano inseparabili. È una posizione che dialoga con molte riflessioni teoriche sulla memoria contemporanea, secondo cui ogni atto del ricordare implica inevitabilmente una nuova interpretazione dell’esperienza vissuta.

La vitalità della sua ricerca emerge anche dalla partecipazione, nel luglio 2026, alla mostra (DE)GENERATE(D): Generated and Degenerated Photography, ospitata dall’8 al 26 luglio ad Arles, nella casa in cui crebbe Lucien Clergue, uno dei protagonisti della fotografia francese del Novecento e tra i fondatori delle celebri Rencontres d’Arles. Curata da Nicolas Havette, l’esposizione non intende ricostruire una storia della fotografia sperimentale, ma interrogarsi sul significato contemporaneo di una fotografia “degenerata”: un’immagine che rifiuta le convenzioni, supera i confini disciplinari e mette in discussione le categorie consolidate del linguaggio fotografico.

La presenza di Marthe Lazarus in questo contesto appare particolarmente coerente. Il suo lavoro si colloca infatti in quella generazione di artisti che considera la fotografia un mezzo aperto, contaminato da pratiche differenti e costantemente disponibile alla trasformazione. L’immagine fotografica non è più un punto d’arrivo, ma una fase di un processo creativo più ampio nel quale convivono raccolta, selezione, montaggio e riscrittura.

Marthe Lazarus vive e lavora ad Aubervilliers, nell’area metropolitana di Parigi. Nel corso della sua carriera ha esposto, tra gli altri, al Passage de Retz, al Pierrevert Festival, al CentQuatre-Paris nell’ambito del Festival Les Inrockuptibles e a Photodoc. Il suo fotofilm Open Bar è stato trasmesso da Pink TV, mentre il suo lavoro è stato presentato anche alle Rencontres d’Arles attraverso il programma di proiezione della Oeildeep Masterclass, confermando una presenza ormai consolidata all’interno della scena fotografica francese contemporanea.

Più che raccontare il passato, Mémoire Magnétique invita a riflettere sul modo in cui i ricordi prendono forma e continuano a trasformarsi nel tempo. Le fotografie di Marthe Lazarus non cercano di fermare la memoria, ma ne accettano la natura mutevole, costruendo immagini nelle quali ogni frammento può generare nuovi significati. È proprio questa tensione tra documento e immaginazione a rendere il suo lavoro una delle espressioni più interessanti della fotografia contemporanea, sempre più orientata a esplorare non ciò che vediamo, ma il modo in cui ricordiamo.


Da Nathalie Dran RP <nathalierp@nathalierp.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

La sinagoga prende il volo e trasforma il cielo di Venezia in un luogo di appartenenza

Alla Biennale Arte 2026 l’artista e architetta Anna Kamyshan presenta una monumentale installazione sospesa sulla laguna. Un’opera che riflette su diaspora, identità e resilienza attraverso l’immagine di un’architettura capace di abitare il cielo anziché la terra.

Alcune architetture nascono per radicarsi al suolo, altre sembrano fatte per sfidare la gravità. Con Nabatele, presentata come Evento Collaterale della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, l’idea stessa di edificio si trasforma in una metafora della condizione umana contemporanea, sospesa tra memoria, appartenenza e continuo movimento.


Non sempre l’architettura coincide con un luogo stabile. Esistono edifici che, prima ancora di essere costruiti, appartengono alla dimensione dell’immaginazione. È da questa intuizione che prende forma Nabatele, la spettacolare installazione dell’artista e architetta Anna Kamyshan, allestita dal 16 luglio al 16 settembre 2026 all’Arsenale Nord di Venezia come Evento Collaterale della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia. Curata da Maria Veits e Yevgeniy Fiks e organizzata dal Montreal Jewish Museum, l’opera propone una riflessione che unisce arte contemporanea, architettura, memoria e identità culturale.

La visione è tanto semplice quanto sorprendente. Una gigantesca roccia sospesa nell’aria sostiene una sinagoga che fluttua sopra la laguna veneziana, oscillando al ritmo del vento e delle condizioni atmosferiche. Di giorno e di notte l’edificio resta visibile sopra l’Arsenale come un punto luminoso che modifica il profilo del cielo veneziano. L’immagine ribalta volutamente la storia delle antiche sinagoghe della città, che dal Cinquecento venivano ricavate ai piani superiori degli edifici del Ghetto, quasi invisibili dall’esterno per ragioni storiche e sociali. Nabatele, pur collocandosi anch’essa in alto, compie il gesto opposto: non si nasconde, ma si offre allo sguardo di tutti, trasformando la visibilità in un segno di apertura e condivisione.

L’opera dialoga apertamente con uno dei dipinti più celebri di René Magritte, Il castello dei Pirenei del 1959. Nel quadro surrealista una gigantesca roccia sorregge un castello sospeso sopra il mare in tempesta, immagine che nel tempo è stata interpretata come simbolo di isolamento, speranza e resistenza. Kamyshan riprende quella suggestione ma la traduce nel linguaggio dell’installazione contemporanea, sostituendo il castello con una sinagoga e trasformando il riferimento pittorico in una riflessione sul destino delle comunità diasporiche e sulla ricerca di un luogo di appartenenza che non coincide necessariamente con un territorio fisico.

Anche il titolo racchiude un preciso significato simbolico. Nabatele, parola yiddishizzata di origine slava e semitica, richiama l’idea dell’allarme e dell’attenzione nei momenti di pericolo. Il riferimento si inserisce in un presente attraversato da guerre, migrazioni forzate e profonde fratture geopolitiche, nel quale l’instabilità sembra essere diventata una condizione permanente. In questo scenario la mobilità non appare più soltanto come scelta, ma come necessità, mentre il concetto stesso di casa assume forme nuove e meno legate alla geografia.

Dal punto di vista tecnico l’installazione rappresenta una sofisticata sintesi fra ricerca artistica e progettazione ingegneristica. Nabatele è costituita da un aerostato a doppia membrana riempito di elio che può raggiungere circa venticinque metri di altezza sopra la superficie dell’acqua. La parte superiore riproduce una sinagoga dalle caratteristiche architettoniche riconoscibili, mentre la massa rocciosa sottostante custodisce radici e frammenti lapidei che evocano una terra d’origine. Il comportamento dell’opera varia continuamente: quando il vento aumenta, la struttura si abbassa fino a sfiorare la laguna; nelle giornate più tranquille torna invece a sollevarsi verso il cielo, instaurando un dialogo costante con gli elementi naturali.

Questa oscillazione continua non rappresenta soltanto una soluzione tecnica, ma costituisce il cuore poetico dell’opera. La sinagoga non è mai completamente immobile, proprio come l’identità che intende evocare. L’architettura perde la propria immobilità tradizionale per diventare organismo vivo, capace di adattarsi e di ridefinire continuamente il proprio rapporto con lo spazio.

Una lettura ancora più personale emerge dalla biografia dell’autrice. Anna Kamyshan, artista e architetta ucraina di origini ebraiche e russe, trasferisce nell’opera la complessità della propria esperienza. Nelle sue parole, Nabatele esplora la tensione tra gravità e galleggiamento, tra il desiderio di radicamento e la possibilità di esistere senza fondamenta. Rimane volutamente irrisolta la domanda se questa architettura abbia perduto una patria o se non ne abbia mai posseduta una. L’unico elemento costante è la luce che filtra dalle finestre della sinagoga, simbolo di una forza interiore capace di resistere anche nelle condizioni più instabili.

La riflessione si amplia attraverso il concetto di Yiddishland Pavilion, illustrato dai curatori Maria Veits e Yevgeniy Fiks. Più che rappresentare uno Stato, il padiglione immagina una comunità fondata sulla lingua, sulla memoria e sulla cultura yiddish. Si tratta di una nazione ideale, senza confini politici, costruita dall’esperienza della diaspora e dalla continuità culturale. In questa prospettiva Nabatele non è semplicemente un’opera dedicata allo Yiddishland, ma ne diventa una concreta incarnazione spaziale, rendendo visibile una forma di appartenenza che non dipende dalla geografia ma dalla condivisione di storia, lingua e memoria.

Il progetto è stato organizzato dal Montreal Jewish Museum, istituzione canadese che negli ultimi anni ha sviluppato un’intensa attività dedicata al dialogo fra arte contemporanea, patrimonio culturale e identità ebraica. Secondo la direttrice artistica Alyssa Stokvis-Hauer, Nabatele nasce con l’ambizione di proseguire il proprio percorso oltre Venezia, trasformandosi in un’installazione itinerante destinata a raggiungere altre istituzioni internazionali e a promuovere nuove occasioni di confronto tra comunità e culture differenti. L’opera, dunque, non conclude il proprio viaggio con la Biennale, ma lo considera soltanto una tappa di un percorso destinato a proseguire nel tempo.

Nel panorama della Biennale Arte 2026, spesso caratterizzato da installazioni immersive e da interventi di forte impatto visivo, Nabatele sceglie una strada diversa. Non cerca l’effetto spettacolare fine a se stesso, ma costruisce un’immagine essenziale che riesce a condensare temi universali come l’esilio, la memoria, la resilienza e la ricerca di un luogo in cui riconoscersi. La sua forza risiede proprio in questa apparente leggerezza: una sinagoga sospesa sopra Venezia diventa il simbolo di tutte le comunità che continuano a costruire la propria identità anche quando il terreno sotto i piedi sembra venire meno.


Da Cecilia Sandroni <comunicazione@italienspr.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Sui binari del vino: a Pachino la vendemmia diventa un viaggio nel paesaggio

Dal 18 al 20 settembre torna la Festa della Vendemmia: tre giorni dedicati al Nero d’Avola, all’enoturismo, alla memoria ferroviaria e alle tradizioni del Sud-Est siciliano, con un programma che intreccia degustazioni, cultura, laboratori e itinerari tra vigne e mare.

La vendemmia non è soltanto il momento culminante del ciclo agricolo. In molte terre del Mediterraneo rappresenta un rito collettivo che unisce paesaggio, lavoro, gastronomia e identità. A Pachino questo patrimonio prende forma in una manifestazione che trasforma il vino in occasione di conoscenza del territorio e delle sue comunità.


Ci sono luoghi in cui il vino racconta molto più della qualità di un raccolto. Diventa il filo conduttore di una storia fatta di paesaggi, architetture rurali, antichi mestieri e relazioni umane. È questa la prospettiva dalla quale nasce la quinta edizione della Festa della Vendemmia di Pachino, in programma dal 18 al 20 settembre 2026, manifestazione che propone un’immersione nella cultura del vino del Sud-Est siciliano, trasformando la raccolta dell’uva in un’esperienza capace di coinvolgere residenti, visitatori e appassionati.
Pachino occupa un posto particolare nella geografia vitivinicola dell’isola. Se il suo nome è oggi universalmente associato anche al celebre pomodoro IGP, il territorio appartiene da secoli all’area storica del Nero d’Avola, il vitigno simbolo della Sicilia sud-orientale. Il clima mediterraneo, i suoli ricchi di calcare e la vicinanza del mare hanno contribuito alla costruzione di un’identità agricola che negli ultimi decenni ha trovato nell’enoturismo una nuova occasione di sviluppo economico e culturale.

La manifestazione prende avvio con un’immagine che richiama la memoria della civiltà contadina: il tradizionale carretto carico delle botti di Nero d’Avola raggiungerà la Stazione del Vino, allestita in Piazza Pietro Nenni, dando simbolicamente il via alla festa. Il riferimento alla stazione ferroviaria non è casuale. La storica linea Noto-Pachino, inaugurata nel 1935 e dismessa nella seconda metà del Novecento, rappresenta ancora oggi un importante elemento della memoria collettiva del territorio e costituisce uno dei temi di riflessione della manifestazione.

Accanto ai momenti celebrativi troveranno spazio incontri dedicati proprio al recupero della tratta ferroviaria e alle prospettive dell’enoturismo, un settore che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più significativo nell’offerta turistica italiana. Secondo i principali studi di settore, il turismo del vino non interessa più soltanto gli appassionati, ma coinvolge un pubblico alla ricerca di esperienze che combinano degustazione, patrimonio culturale e scoperta del paesaggio.

Uno dei fulcri dell’iniziativa sarà costituito dai “Vagoni del Vino”, spazi espositivi dedicati alle cantine del territorio, nei quali sarà possibile degustare i vini locali e approfondire temi legati all’enologia, all’agricoltura e alla cultura materiale della campagna siciliana. Il programma comprende inoltre laboratori dedicati agli antichi mestieri, mostre, proiezioni di documentari sulla vendemmia e un “Vagone d’Autore”, dedicato alla letteratura, accanto alla Casa della Cooperazione promossa da BCC Pachino e Confcooperative Sicilia.

La festa si sviluppa ben oltre il centro cittadino. Tra le iniziative più rappresentative figura “Il Cammino del Nero Pachino”, passeggiata attraverso le contrade vitivinicole che permette di leggere il paesaggio agricolo come risultato di secoli di lavoro e di adattamento alle caratteristiche del territorio. A questa si affiancano “Le Rotte del Vino”, escursione in barca a vela verso Marzamemi, e la visita all’ex Stabilimento del Vino del Palmento Di Rudinì, testimonianza significativa dell’archeologia industriale siciliana e dell’evoluzione delle tecniche di produzione enologica. Il recupero di questi edifici rappresenta oggi uno dei temi più interessanti nella valorizzazione del patrimonio produttivo italiano, dove architettura, memoria e sviluppo turistico trovano nuovi punti d’incontro.

L’aspetto gastronomico dialoga costantemente con quello culturale. I visitatori potranno partecipare ai banchi d’assaggio, agli showcooking promossi da Sicilia da Gustare e ai laboratori di degustazione organizzati con la Condotta Slow Food di Siracusa, realtà impegnata nella valorizzazione delle produzioni locali e della biodiversità alimentare. Particolare rilievo assume anche la presenza delle Cuoche di Comunità, che proporranno cous cous e dolci tradizionali preparati da donne provenienti da Libia, Tunisia e Marocco, nell’ambito della collaborazione con L’Albero della Vita e Terre di Ebe. Il programma sottolinea così il ruolo storico della Sicilia come terra di incontri fra culture mediterranee, dove anche la cucina diventa linguaggio di integrazione.

La festa coinvolgerà inoltre famiglie e bambini attraverso giochi tradizionali, attività dedicate al vino, spettacoli musicali, esibizioni di magia e spettacoli con bolle di sapone, mantenendo quell’equilibrio fra divulgazione e intrattenimento che caratterizza molte manifestazioni dedicate ai territori del gusto. Non mancheranno gli appuntamenti più attesi dal pubblico locale, a cominciare dal Palio della Botte, competizione che richiama antiche prove di abilità legate al mondo del vino. Verrà inoltre assegnata la Pampina d’Oro, riconoscimento destinato a una personalità distintasi nel settore, mentre i concorsi “I Vini dello Scagno” e “La Vendemmia nel Piatto” premieranno rispettivamente le eccellenze enologiche e le interpretazioni gastronomiche ispirate alla tradizione vendemmiale.

La quinta Festa della Vendemmia è promossa dall’associazione Vivi Vinum Pachino, in collaborazione con la Cooperativa di Comunità Le Terre di Ebe, BCC Pachino, Confcooperative Sicilia, con il patrocinio del Comune di Pachino e della Fondazione Ferrovie dello Stato Italiane. Una rete di soggetti che testimonia come la valorizzazione del patrimonio vitivinicolo passi oggi attraverso la collaborazione tra istituzioni, associazioni e imprese locali.

Più che celebrare un momento della produzione agricola, la manifestazione propone un modo diverso di leggere il territorio. Il vino diventa il punto di partenza per raccontare paesaggi, memoria ferroviaria, architetture del lavoro, tradizioni culinarie e relazioni sociali. In un tempo in cui il turismo ricerca esperienze autentiche e sostenibili, Pachino sceglie di affidare alla vendemmia il compito di narrare la propria identità, ricordando che la cultura del vino nasce prima di tutto dall’incontro tra comunità, storia e territorio.


Da I PRESS <ipress@onclusivenews.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Rovigo: un biennio di grandi mostre su Cubismo, Miró e fotografia internazionale

Sette appuntamenti tra il 2027 e il 2028 porteranno a Palazzo Roverella e Palazzo Roncale alcuni dei più importanti progetti espositivi degli ultimi anni. Al centro, lo storico accordo con il Centre Pompidou, nuove ricerche sulla storia del territorio e il consolidamento del ruolo di Rovigo tra le capitali italiane della cultura espositiva.

Le grandi mostre non nascono per riempire un calendario, ma per costruire un’identità. È questa la direzione scelta da Fondazione Cariparo, che presenta un programma biennale capace di intrecciare arte moderna, fotografia e storia locale in una visione culturale di lungo periodo.


Negli ultimi vent’anni Rovigo ha costruito, con costanza e senza inseguire mode effimere, un progetto culturale che ha progressivamente modificato la percezione della città nel panorama espositivo italiano. Palazzo Roverella e Palazzo Roncale non sono più soltanto prestigiose sedi museali, ma luoghi nei quali la ricerca storico-artistica si traduce in grandi mostre capaci di attrarre pubblico, studiosi e turismo culturale. Il programma annunciato da Fondazione Cariparo per il biennio 2027-2028 conferma questa strategia e rilancia ulteriormente l’ambizione della città, attraverso sette esposizioni che spaziano dalla grande arte internazionale alla fotografia, fino alla valorizzazione della storia e dell’identità del Polesine.

La novità più significativa riguarda Palazzo Roverella, che inaugura una collaborazione destinata a lasciare il segno con il Centre Pompidou di Parigi. L’accordo rende Rovigo l’unica sede italiana coinvolta in due grandi progetti espositivi provenienti dal celebre museo francese durante il periodo di ristrutturazione dell’edificio progettato da Renzo Piano e Richard Rogers, interessato da un vasto intervento di riqualificazione fino al 2030. Attraverso il programma internazionale Constellation, il Centre Pompidou mantiene infatti viva la propria attività collaborando con istituzioni selezionate in tutto il mondo, e Palazzo Roverella entra ora a far parte di questa rete privilegiata.

Il primo risultato concreto arriverà nel febbraio 2027 con una grande esposizione dedicata al Cubismo, curata da Christian Briend, responsabile delle collezioni moderne del Centre Pompidou. L’iniziativa permetterà di riunire opere dei protagonisti assoluti di una delle rivoluzioni artistiche del Novecento, da Pablo Picasso a Georges Braque, da Fernand Léger agli altri interpreti di un movimento che trasformò radicalmente il modo di rappresentare lo spazio e la realtà. Nato tra il 1907 e il 1914, il Cubismo superò la prospettiva tradizionale per restituire gli oggetti attraverso molteplici punti di vista simultanei, influenzando non solo la pittura, ma anche architettura, grafica, fotografia e design del secolo successivo.

L’anno seguente sarà la volta di Joan Miró, protagonista della più ampia rassegna italiana a lui dedicata, costruita ancora una volta attingendo alle straordinarie collezioni del museo parigino. Pittore, scultore, ceramista e incisore, Miró rappresenta una delle figure decisive dell’arte europea del Novecento. Il suo universo poetico, fatto di segni essenziali, costellazioni cromatiche e forme sospese tra astrazione e immaginazione, contribuì a ridefinire il rapporto tra automatismo, surrealismo e linguaggio pittorico. La mostra offrirà così l’occasione di ripercorrere un itinerario creativo che continua a esercitare una profonda influenza sulle arti visive contemporanee.

L’autunno di Palazzo Roverella resterà fedele a una tradizione ormai consolidata: quella dedicata alla Grande Fotografia. Dal 13 novembre 2026 al 31 gennaio 2027 sarà protagonista Man Ray, figura centrale delle avanguardie del XX secolo. Pittore, fotografo e instancabile sperimentatore, l’artista statunitense contribuì in modo decisivo allo sviluppo del Dadaismo e del Surrealismo, rivoluzionando il linguaggio fotografico con tecniche innovative come le celebri rayografie. La scelta conferma una linea curatoriale che negli anni ha portato a Rovigo alcuni dei maggiori maestri internazionali della fotografia, consolidando un appuntamento ormai riconosciuto dal pubblico e dalla critica. A questa programmazione si aggiungerà inoltre un’altra grande esposizione nel 2027, il cui tema non è stato ancora reso noto.

Accanto alla vocazione internazionale del Roverella, il programma valorizza il ruolo di Palazzo Roncale come laboratorio dedicato alla storia e alla cultura del territorio. Prosegue infatti il ciclo Storia e storie del Polesine, avviato nel 2020, con due nuove esposizioni che affrontano figure poco conosciute ma di straordinario interesse.

La prima sarà dedicata a Luigi Groto, il celebre Cieco d’Adria, umanista, poeta e drammaturgo del Cinquecento che, pur privato della vista fin dalla nascita, conquistò fama europea grazie alla sua eccezionale memoria e alla brillante attività letteraria e oratoria. La mostra, curata da Antonio Lodo e Antonio Giolo, promette una rilettura aggiornata di un protagonista del Rinascimento italiano troppo spesso relegato ai margini della divulgazione storica.

Tra dicembre 2027 e giugno 2028 sarà invece la volta di Elisabetta Marchioni, pittrice attiva tra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento, conosciuta soprattutto per le sue raffinate composizioni floreali. La sua figura resta ancora avvolta da molte incertezze documentarie, ma proprio questa scarsità di notizie rende particolarmente significativo il progetto curatoriale affidato ad Alessia Vedova. L’esposizione tenterà infatti di ricostruire il profilo di un’artista che suscitò l’interesse anche di Federico Zeri e che rappresenta uno dei casi più affascinanti della pittura naturalistica femminile italiana. A queste iniziative si aggiungerà una terza mostra prevista per il 2028, ancora in fase di definizione.

La filosofia che attraversa l’intero programma emerge con chiarezza dalle parole del presidente della Fondazione Cariparo, Rosario Rizzuto, che individua nella continuità e nell’innovazione i due assi della nuova programmazione. Da una parte vi è la volontà di consolidare il patrimonio di relazioni costruito in oltre due decenni di attività; dall’altra la scelta di pianificare con largo anticipo un’offerta culturale capace di dialogare con le principali istituzioni internazionali e di rafforzare la comunicazione verso il pubblico. Una strategia che considera la cultura non come evento isolato, ma come investimento permanente sul territorio.

I numeri confermano questa impostazione. Dal 2005 Palazzo Roverella ha accolto oltre un milione e duecentomila visitatori, mentre Palazzo Roncale ha costruito un originale percorso di ricerca dedicato alla memoria storica del Polesine. In questo arco di tempo le mostre hanno generato benefici che vanno ben oltre la dimensione culturale, contribuendo allo sviluppo del turismo, dell’economia locale e dell’immagine della città. È una dimostrazione concreta di come una programmazione coerente, sostenuta da solide collaborazioni istituzionali e da una visione di lungo periodo, possa trasformare un centro di medie dimensioni in un punto di riferimento nazionale per la produzione culturale.

Il biennio 2027-2028 rappresenta quindi un nuovo capitolo di questa crescita. L’accordo con il Centre Pompidou apre una finestra privilegiata sull’arte europea del Novecento; la fotografia continua a occupare un ruolo centrale nella proposta del Roverella; Palazzo Roncale prosegue il lavoro di riscoperta del patrimonio storico del Polesine. Insieme, queste iniziative raccontano una città che ha scelto di fare della cultura un elemento strutturale della propria identità e una leva concreta per guardare al futuro.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Le mappe del mondo: a Venezia la cartografia diventa immaginazione

All’Abbazia di San Gregorio, la mostra “A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World” mette in dialogo manoscritti medievali, mappe storiche e arte contemporanea per raccontare come ogni rappresentazione dello spazio sia anche una costruzione culturale. Un progetto promosso dal Ministero della Cultura dell’Arabia Saudita nell’ambito della Biennale di Venezia.

Una carta geografica non registra semplicemente il mondo: lo interpreta. Da questa intuizione nasce una mostra che attraversa secoli di storia e culture diverse per riflettere sul modo in cui l’uomo ha costruito, immaginato e continuamente ridisegnato la propria idea di realtà.


Le mappe non descrivono soltanto il mondo: lo inventano. Ogni linea tracciata su una carta geografica è il risultato di una scelta culturale, di una visione politica, di una narrazione che decide cosa mostrare e cosa lasciare ai margini. È da questa consapevolezza che prende avvio “A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World”, la mostra ospitata fino al 22 novembre 2026 all’Abbazia di San Gregorio di Venezia, dove la cartografia smette di essere uno strumento apparentemente neutrale e diventa una delle più antiche forme con cui l’umanità costruisce il proprio immaginario.
Promossa dal Ministero della Cultura dell’Arabia Saudita, l’esposizione si inserisce nel programma culturale sviluppato in concomitanza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, confermando la crescente attenzione del Regno verso il dialogo internazionale attraverso la cultura. Curata da Sara Almutlaq e Aurora Fonda, con Zaira Carrer e Amina Diab come curatrici associate, e progettata dagli exhibition designer Ibrahim Kombarji e Bianca Pedron, la mostra propone un itinerario che attraversa epoche e continenti per interrogare il rapporto tra rappresentazione, conoscenza e potere.

Il titolo stesso, A Necessary Fiction, suggerisce il nucleo della riflessione. Ogni mappa è una finzione necessaria: riduce la complessità del mondo per renderla leggibile, seleziona informazioni, attribuisce gerarchie, costruisce orientamenti. La cartografia, fin dalle sue origini, non è mai stata soltanto una disciplina tecnica. È stata uno strumento scientifico, certamente, ma anche politico, religioso, economico e simbolico. Disegnare il mondo ha sempre significato interpretarlo.

La mostra sviluppa questa idea attraverso un dialogo continuo tra reperti storici e opere contemporanee. Manoscritti cosmografici del XIII secolo, carte geografiche della prima età moderna, globi astronomici e documenti del XVIII secolo convivono con installazioni, fotografie, video e interventi artistici che interrogano il significato stesso dell’orientamento. Il percorso suggerisce che ogni civiltà abbia elaborato il proprio modo di rappresentare lo spazio, molto prima che la cartografia moderna imponesse coordinate, latitudini e longitudini come linguaggio universale.

Fra i materiali storici esposti spicca il Globo celeste di Gerardus Mercator, figura fondamentale della cartografia rinascimentale, il cui nome resta indissolubilmente legato alla proiezione cartografica che ancora oggi domina gran parte delle carte geografiche occidentali. Accanto ad esso trovano posto preziosi manoscritti come una pagina del Kitab Aja’ib al-Makhluqat wa-Ghara’ib al-Mawjudat di Al Qazwini, uno dei più importanti testi cosmografici del mondo islamico medievale, e mappe della Penisola Arabica del XVIII secolo provenienti dalla King Abdulaziz Public Library di Riyadh. Non si tratta di semplici testimonianze storiche: ogni documento racconta un diverso modo di organizzare la conoscenza e di attribuire significato allo spazio.

L’arte contemporanea amplia ulteriormente questa riflessione. Le opere di Trevor Paglen, Yoko Ono, Manal AlDowayan, Simone Fattal, Wael Shawky, Ahmed Mater, Reena Saini Kallat, Giorgio Andreotta Calò e numerosi altri artisti trasformano la cartografia in una materia aperta, dove confini, memorie, migrazioni e identità diventano elementi mobili. Non interessa riprodurre fedelmente un territorio, ma comprendere come ogni rappresentazione contribuisca a costruire la nostra percezione della realtà.

Un ruolo centrale è riservato alle opere realizzate appositamente per l’esposizione. Sulla facciata dell’Abbazia si sviluppa The Children of Smokeless Fire di Monira Al Qadiri, installazione ispirata alle creature fantastiche descritte nei manoscritti cosmografici medievali. All’ingresso del chiostro, Each Time a Star Goes Astray di Nasser Al Salem richiama invece gli antichi sistemi di navigazione celeste utilizzati nel deserto, ricordando come l’orientamento umano sia nato molto prima delle moderne coordinate geografiche. Nel porticato, gli interventi di Reena Saini Kallat e Matilde Sambo riportano l’attenzione sul corpo come primo strumento di esplorazione dello spazio, mettendolo in relazione con le infrastrutture e i confini che oggi organizzano il pianeta.

L’allestimento accompagna il visitatore attraverso cinque sezioni – The Precartographic, The Imaginary Ideology, The Ideological Imaginary, The Hypercartographic e The Transformed – che non seguono una cronologia tradizionale ma costruiscono un percorso concettuale. Particolarmente significativa è la sezione dedicata alle geografie immaginarie, dove la celebre Islandia di Abraham Ortelius dialoga con il manoscritto di Ibn al-Wardi, popolato da creature mitiche e oceani simbolici. L’immaginazione, suggerisce la mostra, non rappresenta un errore della conoscenza, ma una componente essenziale di ogni tentativo umano di comprendere il mondo.

La riflessione acquista una particolare attualità nell’epoca delle mappe digitali. Oggi la geolocalizzazione sembra offrire una rappresentazione oggettiva e istantanea del pianeta, ma anche gli algoritmi che governano navigatori, satelliti e piattaforme digitali operano attraverso selezioni, priorità e criteri progettuali. La cosiddetta ipercartografia, evocata dalla mostra, non elimina la dimensione interpretativa delle mappe: la rende semplicemente meno visibile. In questo senso il progetto veneziano invita a guardare con maggiore consapevolezza agli strumenti che utilizziamo quotidianamente per orientarci.

L’esposizione assume anche un valore simbolico nel contesto della trasformazione culturale dell’Arabia Saudita. Attraverso il Ministero della Cultura e le numerose istituzioni coinvolte nel progetto – dalle biblioteche storiche alle fondazioni di ricerca fino ai musei nazionali – il Paese intende presentarsi come interlocutore attivo nella produzione culturale internazionale, valorizzando il proprio patrimonio storico senza rinunciare al dialogo con la contemporaneità. La presenza di opere provenienti da prestigiose istituzioni europee e mediorientali, insieme alla partecipazione di artisti di differenti continenti, conferma questa vocazione internazionale.

Alla fine del percorso resta una consapevolezza semplice quanto profonda. Nessuna mappa coincide davvero con il territorio che rappresenta. Ogni carta geografica, ogni globo, ogni diagramma cosmologico racconta soprattutto chi lo ha disegnato, quali domande si poneva e quale mondo desiderava rendere comprensibile. A Necessary Fiction restituisce alla cartografia questa dimensione culturale e immaginativa, mostrando come, dietro ogni tentativo di orientarsi nello spazio, si nasconda sempre il bisogno più antico dell’uomo: dare un ordine al caos e trasformare l’ignoto in racconto.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Nanakorobi Yaoki: Shu Takahashi, il ponte silenzioso tra Giappone e Italia

Alla Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre dell’Aquila una mostra racconta l’opera di Shu Takahashi, artista che ha trasformato l’incontro fra cultura giapponese e avanguardie europee in un linguaggio personale. Un percorso che intreccia pittura, architettura, memoria e spiritualità, restituendo il ritratto di uno dei protagonisti più originali del dialogo artistico tra Oriente e Occidente.

Ci sono artisti che appartengono a un luogo e altri che finiscono per abitare una frontiera. Shu Takahashi ha trascorso una vita intera in questo spazio di confine, dove la tradizione giapponese incontra l’astrazione europea e il colore diventa un linguaggio capace di unire culture, sensibilità e modi diversi di guardare il mondo.


Esistono biografie che raccontano più di una semplice vicenda artistica. Diventano la storia di un dialogo tra civiltà, di un incontro capace di modificare lo sguardo di chi crea e di chi osserva. È questa la prospettiva dalla quale leggere “Nanakorobi Yaoki. Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava”, la mostra allestita alla Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre dell’Aquila e visitabile fino al 4 settembre 2026. L’esposizione non si limita infatti a ripercorrere la carriera di Shu Takahashi, ma ricostruisce il rapporto umano e intellettuale che legò il pittore giapponese a Giorgio de Marchis, storico dell’arte, soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e poi direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, figura determinante nella promozione degli scambi culturali fra Italia e Giappone.

Curata da Marcello Deroma e Carlo Mangolini, con il testo critico di Anna Imponente, la mostra coinvolge tutti gli spazi della Fondazione attraverso un allestimento costruito su diversi livelli di lettura. Alle opere provenienti dalla collezione della Fondazione e da prestiti di raccolte pubbliche e private italiane e giapponesi si affiancano fotografie, documenti, videoproiezioni, interviste, materiali d’archivio e strumenti multimediali che permettono di entrare nel laboratorio creativo dell’artista. Il percorso, bilingue e arricchito da QR code, libretto di sala e una originale brochure-origami, propone un’esperienza che privilegia la conoscenza senza rinunciare al coinvolgimento emotivo.

Al centro dell’esposizione emerge una pittura che sfugge a classificazioni troppo rigide. Le superfici policrome, i contorni curvilinei e l’equilibrio tra pieni e vuoti trasformano il colore in una presenza fisica, quasi plastica. Non è un caso che tra le opere esposte trovi posto Incontro del 1992, monumentale lavoro proveniente dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, testimonianza della maturità raggiunta da Takahashi dopo decenni di ricerca. Le sue tele non raccontano un’immagine riconoscibile, ma costruiscono uno spazio mentale nel quale forma, luce e materia sembrano sospese in un equilibrio continuamente rinnovato.

Nato nel 1930 nella prefettura di Hiroshima, Takahashi si avvicinò alla pittura dopo un’esperienza lavorativa lontana dall’arte, vivendo il gesto creativo come una necessità espressiva e una forma di liberazione personale. Il primo importante riconoscimento arrivò nel 1961, quando ottenne il Premio Yasui al Museo Nazionale d’Arte Moderna di Tokyo. Quel successo gli consentì di trasferirsi a Roma due anni dopo grazie a una borsa di studio del Governo italiano, dando inizio a un rapporto con il nostro Paese destinato a durare oltre quarant’anni.

L’arrivo in Italia coincise con uno dei momenti più vivaci della ricerca artistica europea. Lo Spazialismo di Lucio Fontana, l’Informale, le sperimentazioni materiche e le nuove ricerche sul rapporto tra pittura e ambiente rappresentavano allora un terreno di confronto imprescindibile. Takahashi ne fu affascinato senza mai rinunciare alla propria identità culturale. Dopo un iniziale periodo caratterizzato da opere monocrome di ascendenza zen, nel 1966, durante la personale alla Galleria del Cavallino di Venezia, introdusse colori intensi, smalti e acrilici vibranti, inaugurando una fase nella quale l’energia vitale sostituì progressivamente l’essenzialità contemplativa degli esordi.

Da quel momento la sua ricerca seguì una direzione autonoma. L’artista sviluppò le celebri shaped canvas, tele sagomate che superano il tradizionale formato rettangolare e trasformano il dipinto in un oggetto capace di dialogare con lo spazio. Questa soluzione, sperimentata anche da protagonisti dell’arte americana come Frank Stella, assume però nelle opere di Takahashi un significato differente: la forma non è mai semplice esercizio geometrico, ma nasce dall’incontro tra il costruttivismo occidentale e la sensibilità organica della tradizione giapponese, dove il colore tende a espandersi nello spazio secondo i principi della pittura ukiyo-e. Il risultato è una pittura che sembra avvicinarsi alla scultura senza rinunciare alla leggerezza del segno.

L’esposizione dedica particolare attenzione anche alla dimensione pubblica della sua attività. Attraverso le videoricostruzioni curate da Ari Takahashi vengono riproposti tre interventi emblematici della sua carriera. Il primo riguarda l’allestimento del night club Mon Ami di Roma nel 1969, ambiente immersivo caratterizzato da forme organiche e colori accesi modellati nella gommapiuma. Il secondo è l’intervento realizzato nel Battistero di San Giovanni a Volterra nel 1973, occasione nella quale Takahashi dichiarò con chiarezza la propria idea di arte: non un oggetto prezioso destinato a pochi, ma un’esperienza capace di entrare nella vita quotidiana delle persone e modificarne la percezione del mondo. Il terzo conduce nel Tempio buddhista Renge-In Tanjo-Ji di Kumamoto, dove nel 2017 l’artista reinterpretò la cosmologia buddhista attraverso monumentali dipinti realizzati con materiali tradizionali come foglia d’oro e d’argento, integrati con tecniche contemporanee.

Questa vocazione verso l’arte ambientale attraversa l’intera produzione dell’artista. Takahashi ha sempre sostenuto che l’opera dovesse uscire dai musei per incontrare la società, una posizione che lo avvicina ad alcune delle principali riflessioni internazionali sull’arte pubblica sviluppatesi tra gli anni Sessanta e Settanta. Non sorprende quindi che la sua carriera comprenda grandi interventi monumentali in Giappone, mosaici urbani come Quattro Stagioni nella stazione Ottaviano della metropolitana di Roma e numerose opere destinate a spazi aperti, edifici religiosi e architetture contemporanee.

Il percorso espositivo mette inoltre in evidenza il riconoscimento internazionale ottenuto da Takahashi nel corso dei decenni. Dalla partecipazione alla Biennale di Venezia del 1976 alla Quadriennale di Roma del 1977, fino alla grande retrospettiva organizzata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna nel 1993, il suo lavoro ha progressivamente consolidato una posizione originale nel panorama artistico internazionale. Negli ultimi anni sono arrivati anche importanti riconoscimenti istituzionali, come il titolo di Persona di Merito Culturale conferito dal Governo giapponese nel 2020 e l’onorificenza di Commendatore della Repubblica Italiana ricevuta nel 2021, testimonianza di un percorso che ha saputo unire due tradizioni culturali senza mai appiattirne le differenze.

La mostra assume un significato particolare anche nel contesto dell’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, riaffermando il ruolo della Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre come luogo di conservazione e valorizzazione della memoria artistica contemporanea. L’istituzione custodisce un archivio di quasi duecentomila documenti raccolti nel corso della vita dello storico dell’arte Giorgio de Marchis e, dal 2018, ha trasformato Palazzo Cappa Cappelli in uno spazio aperto a mostre, studi e collaborazioni internazionali. La scelta di dedicare un progetto a Shu Takahashi si inserisce dunque in una più ampia riflessione sul valore degli archivi come strumenti vivi di ricerca e di trasmissione culturale.

Il titolo della mostra richiama un antico proverbio giapponese: “Nanakorobi Yaoki”, letteralmente cadere sette volte, rialzarsi l’ottava. È una formula che celebra la resilienza, ma anche la capacità di trasformare ogni esperienza in occasione di crescita. Guardando l’intera vicenda umana e artistica di Shu Takahashi, quel motto assume un significato ancora più ampio. Racconta la determinazione di un uomo che ha attraversato culture, linguaggi e continenti senza rinunciare alla propria identità, dimostrando che il dialogo fra Oriente e Occidente non nasce dalla ricerca delle somiglianze, ma dalla capacità di fare delle differenze una forma condivisa di bellezza.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Le bollicine siciliane fanno rete: l’enoturismo diventa il nuovo racconto dell’Isola

L’IRVO presenta il Manifesto della Rete delle Bollicine Siciliane, un progetto che unisce produttori, consorzi e istituzioni per trasformare gli spumanti dell’Isola in un itinerario culturale, paesaggistico ed enogastronomico capace di valorizzare territori, vitigni e identità locali.

Non è soltanto una questione di vino. Le bollicine siciliane diventano il filo conduttore di un viaggio che attraversa vulcani, siti archeologici, città d’arte e borghi storici. L’obiettivo è costruire una nuova idea di enoturismo, nella quale il calice rappresenta l’inizio dell’esperienza e non il suo traguardo.


La Sicilia ha imparato da tempo che il vino non si racconta soltanto in cantina. Ogni bottiglia porta con sé un paesaggio, una storia agricola, un patrimonio culturale e una comunità che nel tempo hanno modellato un territorio. È da questa consapevolezza che nasce la Rete delle Bollicine Siciliane, un progetto promosso dall’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio (IRVO) con l’obiettivo di trasformare la produzione spumantistica dell’Isola in un sistema integrato di itinerari enoturistici. Non un semplice marchio promozionale, ma un laboratorio di cooperazione che punta a fare delle bollicine una chiave di lettura dell’intera Sicilia.

L’iniziativa è stata presentata nel corso del convegno “Bollicine Siciliane. Dall’eccellenza enologica all’esperienza di un territorio”, organizzato a Realmonte nell’ambito della manifestazione Sicilia in Bolle, promossa da AIS Agrigento e Caltanissetta. In questa occasione l’IRVO ha lanciato il Manifesto della Rete delle Bollicine Siciliane, una dichiarazione d’intenti destinata a coinvolgere produttori, consorzi e istituzioni in un percorso condiviso di valorizzazione del comparto. L’idea è semplice quanto ambiziosa: costruire un’identità riconoscibile per gli spumanti siciliani e, al tempo stesso, utilizzare il vino come porta d’accesso alla scoperta del patrimonio naturale, storico e culturale dell’Isola.

Negli ultimi anni la produzione spumantistica siciliana ha conosciuto un’evoluzione significativa. Per lungo tempo la Sicilia è stata identificata soprattutto con i grandi vini rossi e con i bianchi mediterranei, mentre oggi gli spumanti rappresentano un segmento sempre più dinamico, sostenuto da investimenti tecnologici, ricerca enologica e valorizzazione dei vitigni autoctoni. La particolare varietà climatica dell’Isola, unita alla presenza di suoli vulcanici, collinari e costieri, consente infatti di ottenere basi spumante molto diverse tra loro, capaci di esprimere caratteri territoriali ben distinti.

Secondo i dati dell’Osservatorio IRVO 2025, oggi operano in Sicilia 140 aziende produttrici di spumanti, con 330 etichette presenti sui mercati nazionali e internazionali. Il 54% della produzione segue il Metodo Charmat, mentre il 46% utilizza il Metodo Classico, segnale di una crescente attenzione verso produzioni a più lungo affinamento. Dal punto di vista delle denominazioni prevalgono le IGT Terre Siciliane con il 49,1%, seguite dalla DOC Sicilia con il 29,3% e dalla DOC Etna con il 20,4%, quest’ultima protagonista della crescita più significativa negli ultimi anni. Gli spumanti bianchi rappresentano l’86% della produzione, mentre i rosati raggiungono il 14%.

Proprio l’Etna racconta una delle trasformazioni più interessanti del vino siciliano contemporaneo. Sulle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, riconosciuto Patrimonio Mondiale UNESCO, il Nerello Mascalese ha trovato una nuova espressione anche nella spumantizzazione secondo il Metodo Classico, affiancato da Carricante, Chardonnay e Pinot Nero. I terreni lavici, le forti escursioni termiche e i numerosi microclimi conferiscono ai vini una spiccata freschezza minerale, rendendo questo territorio uno dei più osservati dalla critica internazionale. Ma il progetto dell’IRVO invita a guardare oltre il vino: il Parco dell’Etna, la Valle del Bove, le Gole dell’Alcantara, Taormina, Randazzo e i borghi in pietra lavica diventano parte integrante dell’esperienza enoturistica.

La mappa della Rete attraversa poi la Sicilia occidentale, dove il Mediterraneo incontra una straordinaria ricchezza varietale. Qui Grillo, Catarratto, Inzolia, Zibibbo, Grecanico, Chenin Blanc, Chardonnay, Nero d’Avola e Pinot Nero danno vita a produzioni sia con Metodo Charmat sia con Metodo Classico. Accanto alle cantine si susseguono alcuni dei luoghi più rappresentativi dell’identità siciliana: le saline di Trapani e Paceco, l’Isola di Mozia, la Riserva dello Zingaro, la Scala dei Turchi, Selinunte, Segesta, Erice, Sciacca e la Valle dei Templi di Agrigento, uno dei più importanti complessi archeologici del Mediterraneo.

L’entroterra propone invece un volto diverso della Sicilia. Tra Enna, Caltanissetta e la provincia agrigentina il paesaggio collinare ospita vigneti che convivono con siti archeologici, castelli medievali e testimonianze della civiltà romana. Qui il percorso suggerito dalla Rete conduce alla Villa Romana del Casale, celebre per i suoi mosaici, al Lago di Pergusa, ai Monti Erei, a Morgantina, Sabucina, Sperlinga e Mussomeli, dimostrando come il turismo del vino possa diventare occasione di scoperta di territori ancora poco conosciuti rispetto alle tradizionali mete costiere.

Nel sud-est dell’Isola il viaggio incontra il barocco e la civiltà greca. Tra Siracusa, Noto e Ragusa cresce la produzione di spumanti ottenuti da Moscato Bianco e Nero d’Avola, mentre il patrimonio culturale offre alcuni dei siti più celebri della Sicilia: Ortigia, il Tempio di Apollo, il Parco archeologico della Neapolis, la Necropoli di Pantalica, le città tardo-barocche del Val di Noto e le riserve naturali di Vendicari e Cavagrande del Cassibile. Un paesaggio nel quale il vino dialoga con secoli di storia e con una biodiversità di straordinario valore.

Tra gli itinerari individuati dalla Rete occupa un posto particolare Pantelleria, dove la coltivazione della vite ad alberello, riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, continua a rappresentare uno degli esempi più significativi di adattamento dell’agricoltura alle condizioni climatiche estreme. Lo Zibibbo, allevato tra muretti a secco, dammusi e giardini panteschi, diventa così non soltanto un prodotto agricolo, ma l’espressione di un sapere tramandato nei secoli.

La sfida dell’IRVO guarda oltre i numeri della produzione, che rappresenta ancora appena l’1% del vino imbottigliato in Sicilia. L’obiettivo è costruire un racconto collettivo capace di mettere in relazione qualità enologica, identità territoriale e sviluppo economico. Come ha sottolineato la commissaria Giusi Mistretta, la competitività passa attraverso la capacità di fare sistema e di presentarsi con un’immagine condivisa, mentre il presidente di AIS Sicilia, Francesco Baldacchino, ha evidenziato come la collaborazione tra istituzioni e produttori possa rafforzare il legame tra cultura del vino e territorio.

Più che un nuovo progetto promozionale, la Rete delle Bollicine Siciliane rappresenta dunque un cambio di prospettiva. Il vino non è più soltanto il prodotto finale di una filiera agricola, ma diventa il punto di partenza per leggere la complessità della Sicilia: i suoi paesaggi, la sua storia, le sue tradizioni e la straordinaria varietà delle sue culture locali. In un mercato dove l’enoturismo premia sempre più le esperienze autentiche e integrate, la scommessa dell’IRVO è trasformare ogni calice in un invito a esplorare l’Isola, facendo della qualità del vino il primo passo di un viaggio molto più ampio.


Da I PRESS <ipress@onclusivenews.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Spettacolo della conoscenza: Palazzo Ducale apre i suoi cantieri al pubblico

A Venezia prendono forma due interventi esemplari su altrettanti simboli del Palazzo Ducale: la Scala dei Giganti e il Ratto d’Europa di Paolo Veronese. Tra ricerca scientifica, conservazione preventiva e mecenatismo internazionale, il restauro diventa un laboratorio aperto sul futuro del patrimonio.

Ci sono luoghi nei quali il restauro non si limita a preservare il passato, ma produce nuova conoscenza. A Palazzo Ducale, il cantiere si trasforma in uno spazio di ricerca condivisa, dove visitatori, restauratori e studiosi osservano da vicino come la conservazione possa diventare parte integrante del racconto di un monumento.


Palazzo Ducale non è soltanto il monumento simbolo della Venezia politica e istituzionale della Serenissima. È anche un organismo complesso, costruito nei secoli con materiali, tecniche e interventi che richiedono un costante equilibrio tra tutela e ricerca. In questa prospettiva si inseriscono due importanti restauri avviati dalla Fondazione Musei Civici di Venezia con il sostegno di Save Venice, dedicati alla monumentale Scala dei Giganti e al celebre Ratto d’Europa di Paolo Veronese. Due interventi differenti per natura e metodologia, accomunati dall’obiettivo di sviluppare nuove conoscenze scientifiche e rendere il pubblico partecipe del processo di conservazione.

I progetti testimoniano anche il ruolo sempre più significativo del mecenatismo privato nella tutela del patrimonio storico-artistico veneziano. Save Venice, organizzazione nata negli Stati Uniti nel 1971 dopo la devastante alluvione del 1966, rappresenta oggi uno dei principali soggetti internazionali impegnati nella conservazione dell’arte veneziana, affiancando istituzioni pubbliche, imprese e donatori privati in programmi di medio e lungo periodo. È un modello che negli ultimi decenni ha contribuito al recupero di centinaia di opere e monumenti della città lagunare.

Tra gli interventi più complessi figura quello sulla Scala dei Giganti, autentico capolavoro del Rinascimento veneziano. Realizzata tra il 1486 e il 1497 su progetto di Antonio Rizzo, la monumentale scalinata costituiva l’accesso d’onore agli appartamenti del doge e il percorso destinato ad accogliere ambasciatori e personalità illustri. Deve il proprio nome alle monumentali statue di Marte e Nettuno, scolpite da Jacopo Sansovino nel XVI secolo, simboli del dominio veneziano sulla terra e sul mare. Proprio sulla sommità della scala si svolgeva la cerimonia di incoronazione del doge, uno dei riti più solenni della Repubblica di Venezia.

Il monumento, costituito prevalentemente da marmo cristallino, presenta da tempo fenomeni di deterioramento che, nonostante due importanti campagne di restauro realizzate negli ultimi quarant’anni, continuano a manifestarsi. Le cause non sono ancora completamente chiarite e potrebbero dipendere sia dai materiali impiegati nei precedenti interventi sia dagli effetti delle trasformazioni ambientali e climatiche che interessano la laguna veneziana. Per questo motivo il nuovo intervento assume il carattere di un cantiere pilota dedicato alla conservazione preventiva, destinato a definire protocolli operativi replicabili anche su altri manufatti storici della città.

Il cantiere è concepito come un vero laboratorio scientifico. Per circa sei mesi saranno condotte analisi diagnostiche avanzate, seguite da un periodo di monitoraggio che consentirà di verificare il comportamento delle superfici trattate dopo la stagione invernale. Soltanto al termine di questa fase sarà possibile programmare gli interventi definitivi sulla base dei risultati ottenuti. La supervisione scientifica è affidata al CNR-ICMATE di Padova, istituto specializzato nello studio dei materiali, il cui contributo permetterà di approfondire anche il rapporto tra cambiamenti climatici e conservazione del patrimonio lapideo storico. L’investimento previsto per questa fase ammonta a circa 96 mila euro, finanziati da Save Venice Inc. e dalla Fondazione Save Venice-ETS con il sostegno del The Gritti Palace, a Luxury Collection Hotel, Venice.

Accanto alla ricerca scientifica trova spazio un secondo intervento di grande interesse, dedicato al Ratto d’Europa, una delle più celebri tele di Paolo Veronese, protagonista della pittura veneziana del Cinquecento insieme a Tiziano e Tintoretto. Il dipinto, ispirato al mito narrato nelle Metamorfosi di Ovidio, rappresenta Zeus trasformato in toro mentre rapisce la principessa fenicia Europa, episodio che la cultura rinascimentale interpretò come allegoria del viaggio, del potere e dell’incontro tra civiltà.

Il restauro è stato organizzato secondo una formula ormai sempre più apprezzata dai musei internazionali: il laboratorio a vista. Allestito nel Liagò di Palazzo Ducale, poco prima della Sala del Maggior Consiglio, permette ai visitatori di osservare direttamente il lavoro dei restauratori e di comprendere le diverse fasi di un intervento altamente specialistico. Il cantiere diventa così uno strumento di divulgazione, capace di raccontare non soltanto il risultato finale, ma anche il metodo, le competenze e le tecnologie che rendono possibile la conservazione delle opere d’arte.

L’intervento interessa principalmente la rimozione delle vernici applicate durante il restauro del 1971, oggi alterate dal tempo e responsabili dell’opacizzazione della superficie pittorica. La pulitura consentirà di recuperare la luminosità originaria della tavolozza di Veronese e il corretto equilibrio cromatico dell’opera. Successivamente saranno eseguite le integrazioni pittoriche delle lacune e la verniciatura finale, indispensabile per garantire protezione e leggibilità al dipinto. Il restauro è finanziato da Save Venice Inc. grazie al contributo della mecenate Rebecca Nemser.

I due cantieri raccontano una trasformazione più ampia nel modo di intendere la tutela del patrimonio. Oggi restaurare significa raccogliere dati, sperimentare nuovi protocolli, monitorare i materiali nel tempo e condividere il sapere con il pubblico. La conservazione non è più un’operazione invisibile, confinata ai laboratori, ma diventa parte dell’esperienza museale e occasione di educazione civica.

In questa prospettiva Palazzo Ducale conferma il proprio ruolo non solo come custode della memoria della Serenissima, ma anche come luogo nel quale ricerca scientifica, cultura del restauro e partecipazione pubblica convergono in una visione contemporanea della valorizzazione del patrimonio. Un modello destinato a fare scuola ben oltre i confini della laguna veneziana.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Giuseppe Chiari: la musica uscì dalla sala da concerto e diventò arte condivisa

Nel centenario della nascita, Spazio Eventi Orler dedica una grande retrospettiva a Giuseppe Chiari, protagonista di Fluxus e tra gli artisti che più hanno ridefinito il rapporto tra musica, performance e arti visive nella seconda metà del Novecento.

Un pianoforte può essere uno strumento musicale, ma può anche diventare un’idea, un gesto, una provocazione. È da questa semplice intuizione che prende forma l’opera di Giuseppe Chiari, artista capace di trasformare la musica in esperienza visiva e partecipata, abbattendo i confini tra discipline e anticipando molti linguaggi della contemporaneità.


Nel panorama dell’arte del secondo Novecento, pochi autori hanno saputo mettere in discussione il concetto stesso di opera quanto Giuseppe Chiari. Musicista, compositore, performer e artista visivo, fu una delle figure centrali del movimento Fluxus, contribuendo a ridefinire il rapporto tra gesto artistico, suono, parola e partecipazione del pubblico. A cent’anni dalla sua nascita, Spazio Eventi Orler di Marcon, in provincia di Venezia, gli dedica Un pianoforte in piazza, una vasta mostra antologica visitabile dal 17 luglio al 21 agosto 2026, curata da Willy Montini. L’esposizione riunisce oltre settanta opere realizzate dagli anni Cinquanta ai primi anni Duemila, offrendo un percorso che attraversa più di mezzo secolo di ricerca artistica.

Il titolo della mostra richiama una delle azioni più celebri dell’artista. Portare un pianoforte fuori dal teatro e collocarlo nello spazio urbano significava sottrarre la musica ai suoi rituali tradizionali, restituendola alla dimensione della vita quotidiana. L’opera non coincideva più con l’esecuzione musicale, ma con il gesto stesso, con la relazione che si instaurava tra artista, luogo e pubblico. In questa prospettiva, il concerto diventava un’esperienza aperta, condivisa e libera dalle convenzioni, nella quale arte e vita cessavano di essere ambiti separati.

Nato a Firenze nel 1926, Giuseppe Chiari si formò come musicista e compositore prima di orientare la propria ricerca verso le avanguardie artistiche internazionali. L’incontro con Fluxus, movimento nato all’inizio degli anni Sessanta attorno alla figura di George Maciunas e alimentato da artisti come Nam June Paik, Ben Vautier, Dick Higgins e George Brecht, gli offrì il contesto ideale per sviluppare una riflessione radicale sul significato dell’atto creativo. In Fluxus la musica non era più soltanto una successione di note, ma un processo, un comportamento, un evento capace di coinvolgere direttamente lo spettatore.

Chiari fu tra i protagonisti italiani di questa stagione, sviluppando una poetica nella quale spartiti, testi, gesti performativi, disegni e interventi grafici convivono senza gerarchie. Le sue celebri partiture visive, spesso costruite attraverso cancellature, sovrapposizioni e annotazioni, trasformano la scrittura musicale in immagine e la pagina in uno spazio di invenzione concettuale. Parallelamente, le performance mettono in discussione il ruolo dell’esecutore e quello dello spettatore, anticipando molte delle pratiche partecipative che caratterizzeranno l’arte contemporanea negli anni successivi.

La mostra segue questa evoluzione attraverso un itinerario cronologico che accompagna il visitatore dagli esordi degli anni Cinquanta fino agli ultimi lavori del primo decennio del Duemila. Dipinti, partiture, collage, documentazioni fotografiche, opere concettuali e materiali d’archivio restituiscono la complessità di un percorso nel quale ogni disciplina dialoga con le altre, rendendo impossibile una classificazione tradizionale.

Ad arricchire il progetto espositivo contribuiscono un documentario dedicato all’artista e il volume Musica Madre, pubblicato da Prearo Editore, proposto come strumento di approfondimento critico sulla sua produzione e sul contesto culturale nel quale si sviluppò. L’intenzione non è soltanto ricostruire una carriera, ma restituire la vitalità di un pensiero che continua a dialogare con le ricerche artistiche del presente.

L’attualità dell’opera di Chiari emerge proprio nella sua capacità di anticipare questioni oggi centrali: l’ibridazione tra linguaggi, la smaterializzazione dell’opera, il coinvolgimento attivo del pubblico e il superamento dei confini disciplinari. Molte pratiche diffuse nell’arte contemporanea, dalla performance partecipativa alle installazioni sonore, trovano nelle sue sperimentazioni un precedente significativo. Non sorprende quindi che le sue opere siano oggi conservate in importanti istituzioni internazionali, tra cui il Museum of Modern Art di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Museo del Novecento di Milano, il MART di Rovereto e il MAMbo di Bologna, a testimonianza del riconoscimento internazionale della sua ricerca.

Con questa retrospettiva, Spazio Eventi Orler rinnova il proprio impegno nella valorizzazione dei protagonisti dell’arte italiana del Novecento, proponendo un progetto che va oltre la celebrazione del centenario. Un pianoforte in piazza invita infatti a rileggere Giuseppe Chiari come uno degli autori che hanno contribuito a ridefinire il concetto stesso di opera d’arte. La sua lezione resta sorprendentemente attuale: ricordare che l’arte può nascere ovunque, ogni volta che un gesto riesce a trasformare un’azione quotidiana in un’esperienza condivisa.


Da ufficiostampa@artenetwork.it 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Il gessetto sfida il tempo: l’arte madonnara si rinnova senza perdere le radici

Il 52° Incontro Nazionale dei Madonnari introduce due importanti novità: per la prima volta gli artisti lavoreranno per due notti consecutive e il sagrato sarà preparato con una tecnica ispirata agli studi di Kurt Wenner. Un’edizione dedicata a San Francesco che conferma Grazie di Curtatone come capitale internazionale dell’arte madonnara.

Le opere dei madonnari nascono sapendo di essere destinate a scomparire. È proprio questa fragilità a renderle uniche: ogni Ferragosto il sagrato del Santuario delle Grazie diventa un laboratorio a cielo aperto nel quale tradizione, ricerca tecnica e partecipazione popolare continuano a reinventare una delle più affascinanti forme di arte effimera italiana.


Esistono manifestazioni nelle quali il valore dell’opera coincide con il momento della sua creazione. L’Incontro Nazionale dei Madonnari di Grazie di Curtatone appartiene a questa categoria: un evento in cui il pubblico non osserva semplicemente un risultato finale, ma assiste alla nascita dell’immagine, seguendone ogni fase fino al completamento. L’edizione 2026, la cinquantaduesima, introduce due significative innovazioni che rafforzano ulteriormente il carattere internazionale della manifestazione e ne confermano il ruolo di punto di riferimento per l’arte madonnara contemporanea.
Inserito nel programma dell’Antichissima Fiera delle Grazie, che nel 2025 ha celebrato i suoi seicento anni di storia, l’Incontro rappresenta da oltre mezzo secolo uno degli appuntamenti più importanti dedicati ai pittori di strada. Sul sagrato del Santuario della Beata Vergine delle Grazie, ogni Ferragosto centinaia di metri quadrati di asfalto si trasformano in una galleria d’arte temporanea, popolata da opere realizzate esclusivamente con gessetti colorati. È una tradizione che affonda le proprie radici nelle antiche pratiche dei madonnari itineranti, artisti popolari che fin dal XVI secolo decoravano piazze e sagrati con immagini sacre, vivendo delle offerte dei fedeli.

La prima novità dell’edizione 2026 riguarda proprio il tempo della creazione. Per la prima volta gli artisti inizieranno a lavorare già nel pomeriggio di giovedì 13 agosto, subito dopo la tradizionale benedizione dei gessetti prevista alle ore 18, proseguendo fino a sabato 15 agosto. Saranno quindi due le notti dedicate alla realizzazione delle opere, anziché una soltanto. La decisione, voluta dall’Amministrazione comunale di Curtatone, consentirà ai visitatori di osservare con maggiore continuità l’evoluzione dei dipinti e offrirà agli artisti condizioni di lavoro migliori, grazie alle temperature più miti delle ore serali e notturne. Il sagrato diventerà così un grande atelier all’aperto, nel quale il processo creativo acquisterà un ruolo ancora più centrale rispetto al passato.

La seconda innovazione riguarda invece la qualità tecnica delle opere. Il fondo stradale sarà preparato con uno speciale trattamento superficiale ispirato agli studi di Kurt Wenner, artista statunitense considerato uno dei maggiori innovatori della moderna street painting e tra i pionieri dell’anamorfosi tridimensionale su pavimentazione urbana. La miscela, ottenuta combinando pasta bituminosa, sapone di Marsiglia e colla da parati, rende l’asfalto più uniforme e compatto, migliorando l’adesione dei pigmenti e la brillantezza cromatica dei pastelli. Non si tratta di un semplice accorgimento tecnico, ma dell’applicazione di ricerche che testimoniano come anche un’arte profondamente legata alla tradizione continui a evolversi attraverso il confronto con la sperimentazione contemporanea.

L’interesse per questi aspetti scientifici sarà approfondito anche in occasione di un convegno internazionale dell’AIC, previsto a Firenze il 3 e 4 settembre, grazie al contributo di Paola Artoni, direttrice del Museo dei Madonnari, e dello storico dell’arte Paolo Bertelli, che porteranno all’attenzione della comunità scientifica gli studi sviluppati a partire dall’esperienza di Grazie.

L’edizione 2026 è dedicata al tema “Il messaggio di San Francesco nei colori dei Madonnari”, in occasione dell’ottavo centenario della morte del santo di Assisi, ricorrenza che sarà celebrata in tutta Italia. L’immagine ufficiale della manifestazione, realizzata dalla maestra madonnara bergamasca Giulia Monzani, vincitrice dell’edizione 2025, propone una sintesi iconografica di forte valore simbolico. San Francesco rivolge lo sguardo alla Vergine delle Grazie mentre stringe tra le mani i gessetti dei madonnari, creando un ideale passaggio tra spiritualità francescana e arte popolare. Attorno ai protagonisti compaiono il fiore di loto, emblema del territorio, gli elementi naturalistici del Parco del Mincio, un airone che richiama la Predica agli uccelli e il profilo del Santuario della Beata Vergine delle Grazie, da oltre cinquant’anni teatro della manifestazione.

La vocazione internazionale dell’evento continua nel frattempo a consolidarsi. Nelle ultime edizioni oltre il 20% dei partecipanti è arrivato dall’estero, confermando Grazie come uno dei principali punti di riferimento mondiali dell’arte madonnara. Una forma espressiva che può essere considerata una particolare declinazione della street art, ma che conserva una propria identità storica: nasce nello spazio pubblico, dialoga direttamente con la comunità e accetta come parte integrante della propria poetica la scomparsa dell’opera. La pioggia, il passaggio delle persone e il trascorrere del tempo cancellano inevitabilmente i disegni, lasciando però intatta la memoria dell’esperienza condivisa.

È proprio questa dimensione effimera a rendere l’Incontro Nazionale dei Madonnari un caso quasi unico nel panorama europeo. Per tre giorni il sagrato del Santuario diventa un museo senza pareti, nel quale ogni immagine nasce davanti agli occhi del pubblico e vive soltanto per il tempo necessario a raccontare una storia. L’edizione 2026 conferma questa vocazione, dimostrando come innovazione tecnica, ricerca artistica e tradizione popolare possano convivere senza alterare l’identità di una manifestazione che continua a fare della strada il proprio spazio creativo e della partecipazione collettiva il suo autentico patrimonio culturale.


Da Manuela Ruggeri <manuela.ruggeri.pm@gmail.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences