Castello di Rivoli, il museo come organismo vivo di un ecosistema in movimento

Performance, suono e pratiche condivise nel Programma Pubblico primavera-estate 2026. Un calendario che attraversa linguaggi e discipline, trasformando gli spazi del Castello in un laboratorio aperto. Tra musica, editoria e arti performative, il pubblico diventa parte attiva di un ecosistema in movimento.


Tra aprile e giugno 2026 il Castello di Rivoli rilancia la propria vocazione sperimentale con un Programma Pubblico che mette al centro il rapporto tra corpo, spazio e comunità. Curato da Alberto Groja, il palinsesto si configura come una sequenza fluida di appuntamenti in cui performance, suono, pratiche editoriali e azioni collettive dialogano con l’architettura incompiuta del museo, trasformata in dispositivo attivo di ricerca.
Più che una semplice successione di eventi, il programma si presenta come una costellazione di esperienze: un ambiente relazionale in cui artisti, operatori culturali e pubblico contribuiscono a ridefinire il senso dello spazio museale. L’incompiutezza del Castello diventa così terreno fertile, capace di accogliere attraversamenti, ascolti e nuove forme di immaginazione condivisa.

Ad aprire il calendario, il 18 aprile, è XONG BOX LIVE, progetto a cura di Xing che ospita la sound performance Surplace Radio di Michele Di Stefano. Un dispositivo nomade di trasmissione sonora che intreccia esplorazioni discografiche ed echi etnomusicali, con la partecipazione di Margherita Morgantin, Mette Edvardsen e Cesare Pietroiusti. Nella stessa giornata, Luca Trevisani presenta Giungla da schermo / Foresta da tastiera, performance sviluppata a partire da una partitura testuale pubblicata nel formato LP.

Il 26 aprile Francesco Cavaliere porta in scena messages on paper airplanes, concerto per voci e celesta costruito su una trama epistolare tra luoghi e persone. Le lettere, inviate e ricevute dal Castello, diventano materia sonora e narrativa, dando forma a una composizione intima e corale.

Nel mese di maggio il programma si intreccia con il Salone Internazionale del Libro di Torino attraverso una speciale edizione di phonetics, festival dedicato all’editoria indipendente d’arte nato dalla collaborazione tra Axis Axis e Paint It Black. Dal 19 al 29 maggio, il Castello ospita una piattaforma che combina teoria, pubblicazione e arti contemporanee: una reading room introduce il percorso, ampliato da un’installazione sonora di Jasper Marsalis che rilegge l’oggetto editoriale in chiave immersiva e relazionale.

Il 23 maggio l’omaggio al cinema di Carl Theodor Dreyer prende forma in una rilettura di Vampyr firmata da Paolo Spaccamonti e Ramon Moro, che trasformano il film in un’esperienza audiovisiva capace di restituirne l’atmosfera perturbante a una sensibilità contemporanea.

Due appuntamenti, il 30 maggio e il 13 giugno, sono dedicati al centenario di György Kurtág, con progetti a cura di De Sono: Mozart destrutturato, con Michele Marelli e il Quartetto Pars, e Omaggi incrociati, interpretati dall’mdi ensemble diretto da Luca Ieracitano.

Il 20 giugno il focus si sposta sul tema dei beni comuni con Archiviare l’Ingovernabile, progetto dedicato all’esperienza di MACAO. L’incontro riunisce realtà associative, artisti e studiosi attorno a pratiche di autogestione e cura collettiva, culminando nella performance sonora Art and Repression, azione condivisa contro la censura e a favore della libertà di espressione.

Il programma si estende fino a settembre con Tongues in angle and a movie in conversation, lavoro di Cristina Caprioli e Ambra Pittoni che mette in relazione scrittura, danza e architettura in una continua ridefinizione coreografica dello spazio.

Prosegue inoltre la collaborazione con C2C Festival, che porta al Castello artisti internazionali impegnati nella ricerca sonora contemporanea, consolidando un dialogo sempre più stretto tra arti visive e musica.

L’intero programma invita il pubblico a vivere liberamente gli spazi del museo, non come spettatore passivo, ma come parte attiva di un processo condiviso, in cui l’esperienza estetica si intreccia con pratiche di relazione e costruzione collettiva di senso.

Calendario 2026
 
18 aprile — Xing, XONG BOX LIVE
26 aprile — Francesco Cavaliere, messages on paper airplanes (concerto per voci e celesta)
19 – 29 maggio — Salone Internazionale del Libro di Torino, phonetics
23 maggio — Paolo Spaccamonti, Ramon Moro, Vampyr
30 maggio — De Sono, Mozart destrutturato
13 giugno — De Sono, Omaggi Incrociati
20 giugno — MACAO, Archiviare l’Ingovernabile
settembre — Cristina Caprioli, Ambra Pittoni, Tongues in angle and a movie in conversation
 
 Gli aggiornamenti sono disponibili sulla pagina Instagram e Newsletter mensile del Castello di Rivoli. Il pubblico è invitato a visitare liberamente gli spazi durante tutta la durata del programma.

Da Press Office <press@castellodirivoli.org> 
Articolo redazionale

La voce della natura. Gianni Mantovani in mostra all’Orto Botanico di Modena

Dal 15 maggio al 20 giugno 2026 l’Orto Botanico dell’Università di Modena ospita la nuova personale di Gianni Mantovani. Un’esposizione che intreccia visione artistica e urgenza ecologica, nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile.


Sarà inaugurata venerdì 15 maggio 2026 alle ore 17, presso l’Orto Botanico dell’Università di Modena in viale Caduti in Guerra 127, la mostra personale di Gianni Mantovani, significativamente intitolata La voce della natura. L’iniziativa si inserisce nel programma del Festival dello Sviluppo Sostenibile ed è realizzata in collaborazione con il Sistema dei Musei e Orto Botanico MUSEOMORE, con il patrocinio del Comune di Modena e delle associazioni Legambiente “Circolo Angelo Vassallo” e WWF Emilia Centrale .

L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al 20 giugno, con orari articolati tra settimana e fine settimana, offrendo così un ampio margine di fruizione per visitatori e appassionati . All’inaugurazione interverranno rappresentanti istituzionali, i presidenti delle associazioni coinvolte e il critico d’arte Mario Bertoni, autore anche delle note critiche che accompagnano il percorso espositivo.

Il nucleo della mostra è costituito da una selezione di opere pittoriche incentrate sul tema ambientale, da sempre al centro della ricerca dell’artista modenese. Paesaggi, elementi vegetali e scorci naturali emergono da una sintesi formale essenziale, dove la memoria si intreccia a una dimensione visionaria e sospesa. Il tratto distintivo è rappresentato dall’uso ricorrente dello sfondo rosso: una scelta cromatica che allude al riscaldamento globale e ai mutamenti climatici in atto, trasformando la superficie pittorica in un campo di tensione tra bellezza e allarme.

Anche i titoli delle opere contribuiscono a delineare una narrazione intima e poetica, fatta di rimandi ai sentimenti, ai sogni e a una fiducia ancora possibile nel futuro del pianeta. Espressioni come Ascoltare il respiro delle piante o La luce che ci farà rinascere evocano un dialogo silenzioso tra uomo e natura, suggerendo una prospettiva di rinnovata consapevolezza.

Nato nel 1950, Gianni Mantovani vive e lavora a Concordia sulla Secchia. È stato docente di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e nel corso della sua carriera ha esposto in importanti sedi istituzionali, tra cui il Palazzo delle Esposizioni di Roma, la Pinacoteca Nazionale di Bologna e il Palazzo Ducale di Genova, oltre che in numerose gallerie in Italia e all’estero . La sua opera è stata oggetto di attenzione critica da parte di studiosi e storici dell’arte di primo piano, consolidando una posizione riconosciuta nel panorama contemporaneo.

Con La voce della natura, Mantovani propone dunque un racconto visivo che si muove tra contemplazione e responsabilità, restituendo alla pittura un ruolo attivo nel dibattito culturale sul presente. Un invito, sottile ma deciso, a riconsiderare il nostro rapporto con l’ambiente.



Da Gianni Mantovani <gianni_mantovani@alice.it> 
Articolo redazionale

“Una nota ancora” tra i finalisti ai World Indie Film Awards


Il cortometraggio di Simone Ollino prosegue il suo percorso nel circuito internazionale. Un riconoscimento di rilievo per il corto prodotto da Canova Production, che affronta il tema della resistenza emotiva attraverso il linguaggio universale della musica. L’opera si distingue per intensità narrativa e ricerca estetica.


C’è un nuovo passaggio significativo nel percorso festivaliero di “Una nota ancora”, il cortometraggio diretto da Simone Ollino e prodotto da Canova Production, recentemente selezionato tra i finalisti ai World Indie Film Awards, tra i più rilevanti appuntamenti internazionali dedicati al cinema indipendente .

Il riconoscimento arriva a confermare la forza espressiva di un’opera breve che sceglie di confrontarsi con una dimensione universale e quanto mai attuale: la capacità dell’essere umano di resistere emotivamente di fronte alla perdita. Ambientato in uno scenario segnato dall’imminenza della guerra, il film segue la vicenda di Roman, musicista muto e profondamente segnato dalla morte della moglie. In un mondo che si sgretola progressivamente attorno a lui, l’uomo tenta di portare a termine una melodia incompiuta, trasformando la musica nell’unico spazio possibile di sopravvivenza interiore.

Il racconto si sviluppa attraverso un crescendo di tensione che conduce a un epilogo fortemente simbolico, dove il gesto creativo assume il valore di atto di resistenza. È proprio su questa tensione tra distruzione e necessità espressiva che si concentra la visione produttiva del progetto. Come sottolinea Emiliano Canova, produttore del film, l’intento è stato quello di raccontare «il bisogno umano di aggrapparsi a qualcosa anche quando tutto crolla», individuando nella musica un linguaggio capace di attraversare e superare il trauma.

Un ruolo determinante nella costruzione del ritmo e dell’impatto emotivo è affidato alla post-produzione, curata da Jessica Beltramello in collaborazione con Prism Studio Produzioni. Già premiata ai Rome International Movie Awards per il montaggio, Beltramello conferma anche in questo lavoro una particolare sensibilità nel modulare tempi narrativi e tensione visiva.

Poster di
“Una nota ancora

La selezione ai World Indie Film Awards rappresenta dunque un ulteriore tassello in un percorso che continua a consolidarsi nel panorama internazionale, rafforzando l’identità di un progetto capace di coniugare ricerca estetica e profondità tematica.

Fondata nel 2022 da Emiliano Canova e Jessica Beltramello, Canova Production si distingue per un approccio orientato alla sperimentazione dei linguaggi audiovisivi e alla costruzione di opere dal forte impatto narrativo. L’attività della società si estende dalla produzione cinematografica e teatrale alla post-produzione, fino allo sviluppo di contenuti per brand e comunicazione, mantenendo un equilibrio tra ricerca artistica e visione produttiva contemporanea.

Tra i lavori più rilevanti, il lungometraggio “Succede in una notte”, promosso dal Ministero della Cultura e distribuito nelle sale italiane, ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui il Special Award al “Paladino d’Oro”, oltre a una significativa visibilità televisiva. Parallelamente, il mediometraggio “Avorio Nero”, già disponibile su Prime Video, ha raggiunto milioni di visualizzazioni ed è stato selezionato al Social International Film Festival.

Con “Una nota ancora”, Canova Production prosegue dunque una linea progettuale coerente, orientata alla realizzazione di opere capaci di dialogare con un pubblico ampio senza rinunciare alla complessità dei temi affrontati. Un equilibrio non sempre scontato, ma che qui trova una sintesi efficace e riconoscibile.

PER INFO www.canovafilmproduction.com


Da I Canova <jessica.beltramello@gmail.com>
Articolo redazionale

A Venezia HANGOUTS III: dialoghi in movimento tra arte, materia e visioni


A Venezia, Lo Studio – Nadja Romain rinnova il racconto di una comunità creativa internazionale tra trasformazione, artigianato e sperimentazione. Una mostra collettiva che intreccia linguaggi e pratiche diverse, restituendo uno spaccato vivo e in evoluzione della scena artistica contemporanea. Tra vetro, tessuti, ceramica e pittura, HANGOUTS III indaga i temi della trasformazione e della memoria nel cuore di Venezia.


Nel tessuto stratificato di Venezia, città sospesa tra permanenza e transito, prende forma HANGOUTS III, terzo capitolo del progetto espositivo ideato da Nadja Romain. Dal 17 marzo al 20 aprile 2026, gli spazi de Lo Studio – Nadja Romain, affacciati sulle Zattere, accolgono una nuova costellazione di artisti e designer internazionali, chiamati a dialogare attorno a temi emersi in modo spontaneo da relazioni e scambi creativi .

Più che una mostra collettiva nel senso tradizionale, HANGOUTS III si configura come un dispositivo relazionale: una piattaforma in cui pratiche e sensibilità differenti si incontrano, dando origine a una narrazione corale. Al centro resta l’idea di connessione – personale e universale – che nasce dall’esperienza condivisa del fare artistico.

La selezione degli artisti – tra cui Irene Cattaneo, Clément Gloaguen, Béatrice Serre, Osman Yousefzada e Lucia Massari – restituisce un panorama eterogeneo, dove materiali e tecniche diventano strumenti di riflessione sul presente. Il percorso espositivo si sviluppa attorno ad alcuni nuclei tematici ricorrenti: esplosione e trasformazione, acqua e luce, memoria e patrimonio.

Particolarmente significativo è il dialogo tra le opere di Clément Gloaguen e Béatrice Serre. Le “Turbulences” del primo – visioni di nuvole, fumo e combustioni – evocano una dimensione di instabilità e mutazione, che trova un contrappunto nei mosaici di Serre, costruiti attraverso frammenti di vetro e materiali preziosi. In entrambi i casi, la materia si fa processo: si disgrega e si ricompone, generando nuove forme.

Il vetro, elemento profondamente legato alla tradizione veneziana, attraversa diversi lavori in mostra. Nelle opere di Irene Cattaneo diventa superficie di indagine percettiva, capace di riflettere la luce mutevole della laguna. Allo stesso tempo, nelle creazioni di Piccoli Smalti, antiche tecniche artigianali vengono rilette in chiave contemporanea, mantenendo vivo un patrimonio che è insieme storico e operativo.

Accanto a queste ricerche sulla materialità, emergono pratiche che interrogano il rapporto tra corpo, spazio e identità. I tessuti di Alexandre Philippe Franck si trasformano in superfici pittoriche e scenari immaginari, mentre le opere di Osman Yousefzada affrontano temi legati alla migrazione e alla memoria culturale, attraverso un linguaggio che attraversa installazione, scultura e performance.

Non manca una riflessione sul design come territorio ibrido, in cui funzione e narrazione si intrecciano. Le opere di Paolo Gonzato, con le loro geometrie ispirate alla tradizione veneziana, o i lavori di Lucia Massari, che coinvolgono artigiani locali, testimoniano un approccio che supera le distinzioni disciplinari.

HANGOUTS III si inserisce così nel solco delle precedenti edizioni, ma amplia il proprio raggio d’azione, consolidando Lo Studio – Nadja Romain come luogo di incontro e sperimentazione. Qui, mostre, collaborazioni e relazioni informali convivono, dando forma a una comunità fluida e internazionale.

In una città che da secoli vive di scambi e contaminazioni, la mostra restituisce un’immagine attuale e dinamica della produzione artistica: un insieme di traiettorie che si incrociano, si trasformano e continuano a generare nuove possibilità.


Da Cristina Gatti – Press & P.R. – Venezia <press@cristinagatti.it>
Articolo redazionale

Alla Casa del Mutilato di Genova Cristina Romeo indaga il presente della Liberazione

Un progetto espositivo che intreccia storia e contemporaneità, osservando le manifestazioni del 25 aprile come gesto ancora attivo e necessario. La fotografia diventa strumento per leggere la tensione tra memoria e urgenze del presente.


Dal 14 aprile al 15 maggio 2026, la Casa del Mutilato di Genova ospita Noi sfiliamo. Manifestare la Liberazione di Genova, mostra personale di Cristina Romeo a cura di Matteo Lenuzza. Il progetto, promosso dalla Fondazione A.N.M.I.G. in collaborazione con lo Studio Fotografico Daruma, si inserisce nel programma culturale avviato dopo l’apertura al pubblico della collezione dell’ente, con l’obiettivo di attivare una riflessione sul rapporto tra partecipazione collettiva e senso di impotenza contemporaneo.

Il lavoro di Romeo prende forma a partire da un momento storico preciso – il 24 aprile 1945, data della liberazione autonoma di Genova dall’occupazione nazifascista – ma si sviluppa osservando il presente. Le sue immagini restituiscono l’atmosfera delle manifestazioni che ogni anno rinnovano quella memoria, soffermandosi su corpi, gesti e relazioni che abitano lo spazio urbano. Nei cortei, colti nella loro dimensione spontanea e popolare, emerge una forza che non è solo commemorativa, ma profondamente attuale.

Locandina di
Noi sfiliamo. Manifestare la Liberazione di Genova

Il titolo della mostra richiama una frase attribuita a una partigiana genovese della Brigata “Alice Noli”, risposta orgogliosa a un episodio di violenza verbale e sessista. In quell’affermazione – “Noi sfiliamo” – si condensa una presa di posizione che attraversa il tempo, riaffiorando oggi nei movimenti e nelle forme di partecipazione dal basso. È proprio questa continuità a interessare l’artista: la capacità delle manifestazioni di trasformarsi in presidio civile, mantenendo viva una memoria che rischierebbe altrimenti di diventare retorica.

Le fotografie costruiscono così una narrazione in cui il passato non è mai distante, ma agisce nel presente. Le piazze e le strade di Genova diventano luoghi attraversati da una memoria incarnata, dove l’identità collettiva si rinnova attraverso il gesto del manifestare. In questo senso, il progetto si inserisce in una più ampia riflessione sul ruolo dello spazio pubblico, approfondita anche dal contributo critico di Saverio Colacicco, che analizza come la presenza umana continui a ridefinirne significati e funzioni.

Con questo lavoro, Cristina Romeo restituisce un’immagine complessa e stratificata della Liberazione: non un evento concluso, ma un processo in divenire, che trova nelle pratiche collettive contemporanee la sua forma più autentica e necessaria.


Da Matteo Lenuzza <lenuzzamatteo@gmail.com>
Articolo redazionale

Liquida Photofestival 2026: la fotografia emergente riscrive le regole a Moncalieri


Dal 17 al 19 aprile la quinta edizione trasforma il Real Collegio Carlo Alberto in un laboratorio di visioni, tra mostre, editoria e confronto professionale. Tre giorni dedicati alla nuova fotografia contemporanea, con oltre 50 autori e un programma che intreccia esposizioni, talk e attività partecipative. Al centro, il tema “Learning and Unlearning”, per interrogare linguaggi e identità del presente.


Dal 17 al 19 aprile 2026 torna a Moncalieri Liquida Photofestival, appuntamento ormai consolidato nel panorama della fotografia emergente contemporanea. Ideato e curato da Laura Tota e prodotto da PRS Srl Impresa Sociale, il festival giunge alla sua quinta edizione confermando la propria vocazione: offrire uno spazio di ricerca, visibilità e confronto per una nuova generazione di autori .

La sede è il Real Collegio Carlo Alberto, luogo simbolico della città che, per l’occasione, si apre a un progetto culturale più ampio destinato a svilupparsi fino a novembre 2026. L’obiettivo è chiaro: trasformare questo spazio storico in un hub dinamico, capace di connettere patrimonio e produzione contemporanea, artisti e comunità.

Il tema scelto per questa edizione – “Learning and Unlearning – (ri)scrivere le regole” – orienta un programma articolato che attraversa mostre, editoria e momenti di approfondimento. Cuore del festival è la mostra collettiva Fuori traccia. Storie di ribellione, identità e nuove possibilità, che riunisce oltre cinquanta artisti selezionati tramite call e premi. I lavori esposti indagano questioni urgenti come adolescenza, dissenso, costruzione dell’identità e rapporto con il paesaggio, restituendo una pluralità di sguardi sulle forme dell’autodeterminazione.

Accanto alla collettiva, il percorso espositivo si sviluppa attraverso le sezioni Full Project e One Shot. Nella prima trova spazio il progetto di Victoria Ruiz, artista multidisciplinare tra Venezuela e Stati Uniti, che con We Knew the World in Fragments of Color costruisce una narrazione visiva sulla frammentazione dell’esperienza contemporanea. La sezione One Shot raccoglie invece dieci scatti selezionati tra le candidature internazionali, affiancati dai riconoscimenti assegnati dai partner del festival.

Il programma si estende anche all’editoria fotografica con la sezione EdiTable, che sabato 18 aprile ospita due talk – Fine pena mai con Veronica Barbato e Le Monde ou Rien con Angelo Leonardo – dedicati a storie e contesti spesso marginali. Tra le pubblicazioni presenti spicca Unlike Flowers di Francesco Pennacchio, progetto che intreccia immagini, polaroid e archivio familiare in un dialogo tra natura e memoria.

Non mancano le occasioni di confronto diretto: le letture portfolio gratuite permettono agli emergenti di dialogare con curatori ed editori, mentre le visite guidate – novità di questa edizione – accompagnano il pubblico alla scoperta sia del complesso storico sia dei retroscena dei progetti esposti, grazie alla presenza degli artisti.

A completare il quadro, la partecipazione di numerosi autori della sezione Liquida Exhibition e il coinvolgimento di realtà del territorio come Moncalieri 365 e Avvalorando APS. Gli spazi sono inoltre valorizzati dalla collaborazione con PRT Visual, partner tecnico del progetto, che contribuisce alla definizione degli allestimenti.

Più che una semplice rassegna, Liquida Photofestival si configura così come un dispositivo culturale aperto: un luogo di scambio in cui la fotografia diventa strumento di apprendimento collettivo e occasione per ridefinire linguaggi e prospettive. Un invito, in definitiva, a mettere in discussione regole e codici, per immaginare nuove possibilità espressive e comunitarie.


Da Daccapo Comunicazione <info@daccapocomunicazione.it>
Articolo redazionale

La mostra dell’artista americano riflette sui paradossi del viaggio globale

Una sequenza di oltre trenta dipinti dà forma a un racconto visivo continuo che indaga il turismo contemporaneo. A Ca’ Pesaro, Hernan Bas costruisce un universo ambiguo e teatrale, dove il visitatore diventa insieme osservatore e protagonista di una realtà instabile.


Dal 7 maggio al 30 agosto 2026, le Sale Dom Pérignon di Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia accolgono The Visitors, il nuovo progetto espositivo di Hernan Bas, a cura di Elisabetta Barisoni. La mostra, concepita come un’installazione immersiva, riunisce oltre trenta dipinti realizzati appositamente per gli spazi veneziani, anche durante una residenza dell’artista in laguna.

Il punto di partenza è Venezia stessa, città emblematica delle trasformazioni indotte dal turismo globale. Bas costruisce un corpus di opere incentrato su figure di visitatori – prevalentemente uomini occidentali -collocati in ambienti che oscillano tra realtà e immaginazione. Dai grandi classici del turismo di massa fino alle mete del cosiddetto dark tourism, come Chernobyl o la foresta giapponese di Aokigahara, ogni scena rivela un cortocircuito tra esperienza autentica e consumo superficiale dei luoghi.

Le sue figure abitano uno spazio ambiguo: tra curiosità e appropriazione, tra desiderio di conoscenza e spettacolarizzazione. Spesso colte in pose costruite – mentre fotografano, recitano o simulano identità – incarnano una condizione contemporanea segnata da spaesamento e finzione. In questo senso, Bas prosegue la sua indagine sull’identità, già centrale nella sua produzione, ma qui orientata verso una dimensione collettiva e sociale.

La pittura si struttura come una narrazione continua: inquadrature di matrice fotografica, superfici sature e dettagli simbolici – slogan, accessori, tatuaggi – funzionano come elementi di una moderna vanitas. Ne emerge un affresco critico della mobilità globale, in cui il viaggio si svuota di significato e si trasforma in rituale ripetitivo, talvolta inconsapevole.

Non è assente, tuttavia, una sottile componente empatica. I “visitatori” di Bas, goffi e disorientati, suscitano al contempo ironia e partecipazione, mentre l’artista riflette anche sulla propria esperienza biografica: cresciuto a Miami, città segnata dal turismo, e figlio di immigrati cubani, Bas si riconosce egli stesso in una condizione di perenne transito.

Come sottolinea la curatrice Elisabetta Barisoni, le opere restituiscono una visione paradossale e a tratti grottesca della contemporaneità: ciò che appare come semplice scoperta del mondo si rivela presto una messa in scena, dove i confini tra realtà e rappresentazione si fanno incerti e la memoria stessa vacilla.

Con The Visitors, Bas offre così una riflessione lucida e stratificata sul nostro tempo, trasformando Venezia – città fragile e simbolica – in uno specchio delle contraddizioni del presente.

Hernan Bas (nato a Miami, Florida, nel 1978) vive e lavora a Miami. Tra le sue recenti mostre personali istituzionali figurano: Hernan Bas: The Conceptualists, The Bass Museum of Art, Miami (2023); Hernan Bas: Choose Your Own Adventure, Space K, Seoul; Yuz Museum, West Bund, Shanghai (2021–22); Hernan Bas, Rubell Museum, Miami (2020–22); Hernan Bas: A Brief Intermission, CAC Málaga, Spagna (2018) e Florida Living, SCAD Museum of Art, Savannah (2017).

Il lavoro di Bas è stato inoltre presentato in The Collectors, progetto concepito da Elmgreen & Dragset per i Padiglioni Nordico e Danese in occasione della 53ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia (2009). Le sue opere fanno parte delle collezioni del Brooklyn Museum of Art (New York), Detroit Institute of Arts, Hammer Museum (Los Angeles), Hirshhorn Museum and Sculpture Garden (Washington, DC), Museum of Contemporary Art (Los Angeles), Museum of Contemporary Art (North Miami), Museum of Fine Arts (Boston), Museum of Modern Art (New York), San Francisco Museum of Modern Art e Whitney Museum of American Art (New York), tra gli altri.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo redazionale

Nel silenzio, l’anima: Sara Morante porta in scena Eleonora Duse


Un monologo tra memoria e identità per raccontare il ritorno della grande attrice sulle scene. Un viaggio teatrale intimo e stratificato nella vita di Eleonora Duse. Sara Morante ne restituisce la complessità umana e artistica, tra frammenti biografici, tensione emotiva e riflessione sul mestiere dell’attore.


Venerdì 17 aprile 2026, alle ore 18.00, la Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre dell’Aquila ospita Eleonora Duse: nel silenzio, l’anima, monologo scritto, diretto e interpretato da Sara Morante . Un lavoro che si inserisce nel solco della ricerca teatrale contemporanea, interrogando la memoria scenica e l’identità dell’interprete attraverso una delle figure più emblematiche del teatro moderno.

Lo spettacolo si concentra su un momento preciso e simbolico: la sera del 5 maggio 1921, quando Eleonora Duse torna sul palcoscenico dopo oltre un decennio di assenza. È un ritorno carico di tensione e consapevolezza, che Morante trasforma in un dispositivo narrativo introspettivo. La Duse evocata in scena non è solo la “Divina”, ma una donna che ripercorre la propria esistenza, sospesa tra infanzia e maturità, tra vocazione artistica e fragilità personale.

Il monologo si sviluppa come un flusso di coscienza che intreccia arte, dolore e desiderio di vita. Le parole – anche quelle di Gabriele d’Annunzio – diventano materia viva per esplorare una personalità complessa, attraversata da contraddizioni e tensioni irrisolte. Ne emerge un ritratto mobile, mai definitivo, che rivendica il diritto all’impermanenza e al mistero, tanto per l’artista quanto per l’essere umano.

A sottolineare la qualità del lavoro è anche il contributo critico di Anna Sica, docente di Discipline dello spettacolo all’Università di Palermo, che evidenzia come Morante abbia costruito una drammaturgia a partire da materiali eterogenei – lettere, documenti, suggestioni biografiche – lavorati con precisione quasi artigianale. Il risultato è un’opera che si muove sul confine tra verità e rappresentazione, tra documento e invenzione scenica.

La figura di Eleonora Duse, nata nel 1858 e scomparsa nel 1924, continua a esercitare una forte attrazione sull’immaginario artistico internazionale. Attrice rivoluzionaria, capace di ridefinire i codici della recitazione, la Duse ha lasciato un’eredità che travalica epoche e confini. Il suo teatro, essenziale e profondamente emotivo, ha segnato l’inizio di una modernità interpretativa ancora oggi riconosciuta.

Il progetto di Sara Morante si inserisce in questa eredità, proponendo una rilettura personale e rigorosa. Aquilana di origine e berlinese d’adozione, l’artista ha intrapreso il percorso teatrale dopo una formazione giuridica e un’esperienza nel volontariato internazionale, avvicinandosi alla scena in seguito al terremoto del 2009. La sua formazione include esperienze con l’Actors Studio di New York e collaborazioni con la Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin.

Da anni Morante dedica il proprio lavoro alla figura della Duse, sviluppando studi e performance presentati in contesti accademici e culturali internazionali. Questo monologo rappresenta una sintesi matura di tale ricerca, capace di coniugare rigore filologico e tensione poetica.

La sede dell’evento, la Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre, conferma la propria vocazione alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. Nata nel 2004, custodisce un vasto archivio documentario e una biblioteca specializzata, promuovendo attività espositive e progettuali che dialogano con la contemporaneità.

L’ingresso è libero, a sottolineare la volontà di rendere accessibile un’esperienza teatrale che si propone non solo come spettacolo, ma come occasione di riflessione sul senso stesso dell’arte e della presenza scenica.

Eleonora Duse, nata a Vigevano il 3 ottobre 1858 e morta a Pittsburgh il 21 aprile 1924, è stata la più celebrata attrice italiana della storia e nel mondo. La sua recitazione raffinata, innovativa e geniale ha segnato una svolta rivoluzionaria nell’arte e viene considerata la prima recitazione moderna. Nelle sue tournée Eleonora Duse affascinò il pubblico e la critica teatrale dell’Europa, del Nord e del Sud America, pur recitando esclusivamente in italiano. Anton Čechov affermò che gli era sembrato di capire ogni parola nel vederla recitare nonostante non conoscesse la lingua. Nel gennaio 1909 Eleonora Duse lasciò le scene, per ritornarvi nel maggio del 1921, a Torino, in un’Italia appena uscita dalla guerra. Costretta a imbarcarsi in un’ennesima, serrata tournée negli Stati Uniti, si ammalò e morì a Pittsburgh nel 1924. Riposa ad Asolo, secondo il suo desiderio. I più profondi legami sentimentali di Eleonora Duse furono al contempo connubi intellettuale-artistici: da quello con Arrigo Boito, rimasto a lungo segreto, a quello recentemente emerso con il pittore Aleksandr Volkov, al celeberrimo legame con Gabriele d’Annunzio. Da più di un secolo la figura di Eleonora Duse continua a ispirare generazioni di artisti di ogni percorso, al di là di ogni confine geografico: è il potere affascinante e persistente di quello che Hugo von Hofmannstahl definì come “il mistero della sua irripetibile arte”.

Sara Morante è aquilana di nascita e berlinese di adozione. Dopo una formazione giuridica e diversi anni di esperienza nel settore del volontariato internazionale, a seguito del terremoto dell’Aquila del 2009 si è avvicinata alla recitazione, intraprendendo un nuovo cammino artistico. Si è formata sotto la supervisione di Cathy Haase dell’Actors Studio di New York e Mike Bernardin a Berlino. Ha collaborato per diversi anni con gli studenti della Accademia Tedesca del Cinema e della Televisione di Berlino (DFFB). Da tempo è dedita alla ricerca e allo studio della figura di Eleonora Duse, da cui sono nati lavori che ha interpretato presso l’Università degli Studi di Palermo, presso gallerie private a Torino, Berlino, in Abruzzo e per il Lycée International de St. Germain-en-Laye, Parigi. Ha collaborato con la Prof.ssa Anna Sica alla pubblicazione di D’amore e d’arteLe lettere a Eleonora Duse di Aleksandr Volkov, Mimesis 2021, curando la revisione dell’epistolario in lingua francese e contribuendo alla ricerca documentaria.


La Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre viene istituita a L’Aquila nel 2004 allo scopo di conservare, tutelare e valorizzare il patrimonio documentario e librario raccolto dal professor Giorgio de Marchis nel corso della sua carriera di storico dell’arte. Manifesti, locandine, inviti e brossure sono solo alcuni esempi delle tipologie documentarie che caratterizzano l’archivio composto da quasi 200.000 pezzi. Cataloghi di mostre, monografie e saggi, che popolano la biblioteca, contribuiscono a restituire l’immagine di un periodo denso di cambiamenti non solo a livello sociale ma anche storico-artistico, quale gli anni Sessanta e Settanta in Europa. Dal 2018 abita gli spazi del primo piano del Palazzo Cappa Cappelli che apre costantemente per eventi, mostre e collaborazioni con artisti ed enti.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo redazionale

Il modello Sicilia al Vinitaly: il biologico come strategia di sistema


Dalla sostenibilità ambientale all’identità produttiva, l’isola si afferma laboratorio avanzato del vino green. La Sicilia apre, infatti, il Vinitaly 2026 puntando sul biologico come motore della filiera vitivinicola. Numeri, politiche e visioni delineano un modello che coniuga sostenibilità, qualità e sviluppo territoriale.


La Sicilia sceglie il Vinitaly 2026 per ribadire una traiettoria ormai consolidata: il biologico non è più segmento di nicchia, ma architrave di un sistema produttivo che guarda al futuro. Con la più ampia superficie vitata bio d’Italia, l’isola si propone come riferimento europeo nella transizione ecologica del comparto.

Al centro della strategia regionale c’è una filiera articolata, capace di tenere insieme sostenibilità ambientale, qualità produttiva ed etica sociale. Accanto alle grandi realtà convivono cooperative attive su terreni confiscati alla criminalità, startup guidate da giovani e imprese femminili che custodiscono tradizioni e innovazione. Un ecosistema che rafforza l’identità del vino siciliano e ne amplia le prospettive.

Gli investimenti pubblici hanno accompagnato questo percorso negli anni, favorendo l’espansione dell’agricoltura biologica e valorizzando la biodiversità del territorio. Il risultato è un primato nazionale che si traduce anche in una presenza significativa a Vinitaly: 164 cantine, di cui 28 biologiche, riunite in uno spazio espositivo che racconta una Sicilia compatta e consapevole del proprio posizionamento.

I numeri confermano l’impatto del modello. I 33 mila ettari di vigneto biologico consentono un risparmio stimato di 8 milioni di CO2, oltre 2 mila tonnellate di azoto nitrico e circa 7 milioni di metri cubi d’acqua. Proiezioni su scala nazionale indicano margini ancora più ampi: una conversione totale della viticoltura italiana al biologico genererebbe benefici ambientali di grande rilievo. In questo quadro, la Sicilia si configura come uno dei principali “polmoni ecologici” del Paese.

Il ruolo della regione si rafforza anche nel contesto produttivo europeo. L’Italia resta il primo produttore di vino del continente e l’isola detiene il primato biologico nazionale, elemento che contribuisce a ridefinire l’immagine complessiva del made in Italy enologico. La presenza al Vinitaly riflette questa ambizione, con un’offerta che affianca degustazioni, promozione culturale e narrazione territoriale.

Non è un caso che il Padiglione 2 ospiti, oltre alle cantine, spazi dedicati ai beni culturali e allo street food d’autore, a sottolineare il legame sempre più stretto tra vino ed enoturismo. Una dimensione che negli anni è cresciuta, trasformando un fenomeno inizialmente marginale in un vero sistema integrato.

Il dinamismo del settore si inserisce inoltre in un contesto più ampio di crescita agricola, sostenuto anche dall’accesso alle misure del PNRR e da una progettualità diffusa. La filiera del vino diventa così uno dei principali indicatori della vitalità economica e culturale della regione.

Il calendario degli eventi conferma la centralità del dibattito: dall’enoturismo alle strategie di comunicazione, fino ai temi della ricerca e dell’innovazione, con un focus dedicato al rapporto tra natura e tecnologia. A chiudere la giornata, una mostra che ripercorre millenni di storia del vino nel Mediterraneo, restituendo profondità culturale a un comparto che oggi guarda avanti senza dimenticare le proprie radici.


Da I PRESS <ipress@onclusivenews.com> 
Articolo redazionale

Shadow Crackers. Materia, suono e percezione alla Milano Design Week

Dal 20 al 26 aprile 2026, nel cuore del Fuorisalone, Sogimi Holding ospita un progetto espositivo che unisce le ricerche di Jacopo Mandich ed Eric Oder. Un percorso sensoriale che mette in discussione i confini tra fisico e digitale.


In occasione della Milano Design Week 2026, gli spazi di Sogimi Holding in via Tortona 27 accolgono Shadow Crackers, progetto espositivo che intreccia la scultura di Jacopo Mandich con la pratica audiovisiva e sonora di Eric Oder. Realizzata in collaborazione con Raffaella De Chirico Arte Contemporanea e Superstudio Design, la mostra si sviluppa dal 20 al 26 aprile come un’esperienza immersiva capace di superare le tradizionali distinzioni tra linguaggi artistici .

Più che una semplice esposizione, Shadow Crackers si configura come un sistema dinamico. Lo spazio è articolato in tre ambienti interconnessi, concepiti come un organismo unitario: un nucleo centrale interattivo e due ambienti laterali che ne rappresentano estensioni quasi inconsce. Il percorso si costruisce come una narrazione fluida, dove ogni passaggio contribuisce a un’esperienza progressiva e coinvolgente .

Al centro del progetto vi è il ruolo attivo del visitatore. L’interazione diventa elemento generativo: il movimento nello spazio innesca vibrazioni, modifica gli equilibri, trasforma l’opera in evento. In questo processo, la materia non è più statica ma si configura come campo energetico, aperto a continue possibilità di trasformazione .

L’itinerario prende avvio nella cosiddetta Nuvola Quantica, una dimensione sospesa in cui il ferro – materiale primario e ancestrale – si presenta in apparente quiete. Le sculture di Mandich, essenziali e rigorose, sembrano trattenere una tensione interna che si attiva solo attraverso l’intervento del pubblico. L’azione del visitatore dissolve la fissità dell’oggetto e genera una risposta che si traduce in flussi visivi su una parete LED, dove la realtà fisica si smaterializza in energia digitale. Le frequenze sonore elaborate da Oder diventano così architetture luminose e paesaggi percettivi .

Il dialogo tra suono e scultura non ha funzione illustrativa, ma strutturale: il suono attraversa la materia, mentre l’immagine ne prolunga l’esistenza in una dimensione altra. In questo scarto si inserisce la “frattura” evocata dal titolo, una soglia tra visibile e invisibile che ridefinisce la percezione stessa dell’opera.

La seconda fase del percorso conduce nello spazio degli Sciacalli, ambiente più oscuro e denso, dove le forme assumono caratteri quasi animaleschi. Qui emerge una dimensione archetipica e inquieta, che richiama simbolicamente figure di guardiani liminali. Il suono si fa più profondo e stratificato, mentre il visitatore è chiamato a confrontarsi con una dimensione primordiale, ai margini della coscienza razionale.

Il percorso si conclude con il Ritorno alla luce, momento di sintesi in cui la materia si ricompone in una nuova consapevolezza. L’esperienza attraversata si traduce in visione, suggerendo una possibile convergenza tra arte contemporanea e progettualità futura. In questo senso, Shadow Crackers si propone come riflessione sulle potenzialità dell’interdisciplinarità, intesa non come semplice contaminazione ma come costruzione di un ecosistema percettivo complesso.

Inserita nel contesto del Fuorisalone, la mostra offre così una lettura critica del rapporto tra corpo e sistema, tra oggetto e flusso, tra presenza e dato. Un’indagine che, attraverso il dialogo tra materia e tecnologia, apre nuove prospettive sul modo di abitare e interpretare lo spazio contemporaneo.


Da chiara.marrazzo@icloud.com 
Articolo redazionale