Medea. Fragments of Memory – La memoria come territorio instabile


Tamara Kvesitadze a Venezia trasforma il mito in esperienza immersiva tra scultura, suono e architettura. Dal 9 maggio al 31 ottobre 2026, Palazzo Bragadin ospita un progetto espositivo che rilegge la figura di Medea come dispositivo critico. Un percorso installativo che intreccia memoria, identità e trasformazione attraverso linguaggi visivi e sonori.


A Venezia, negli spazi di Palazzo Bragadin, Tamara Kvesitadze presenta “Medea. Fragments of Memory”, una mostra personale che si sviluppa come un’indagine complessa sulla memoria, intesa non come archivio stabile ma come processo dinamico, fragile e stratificato. Il progetto, presentato da Eka Enukidze e Hervé Mikaeloff, è visitabile dal 9 maggio al 31 ottobre 2026, con anteprima stampa il 7 maggio.
L’artista georgiana costruisce un ambiente installativo in cui tensioni opposte – presenza e assenza, costruzione e dissoluzione, radicamento e dislocazione – convivono senza risolversi. In questo contesto, la figura di Medea viene sottratta alla dimensione narrativa tradizionale per assumere un valore concettuale: non più personaggio, ma soglia interpretativa attraverso cui leggere le dinamiche dell’esilio, della trasformazione e della discontinuità culturale.

Il riferimento alla Colchide, territorio mitico legato alle origini georgiane, non si configura come semplice richiamo identitario, ma come spazio simbolico attraversato da stratificazioni storiche e geografiche. Venezia stessa diventa parte integrante del dispositivo espositivo: città sospesa tra conservazione e perdita, si offre come metafora di una memoria precaria, continuamente esposta al rischio di scomparsa.

Questa condizione si traduce in un impianto formale in cui un modello urbano modulare emerge e si disgrega ciclicamente, mettendo in crisi l’idea di permanenza. Le superfici in carta rossa e blu, segnate da accumuli e fratture, non rappresentano ma trattengono tracce – depositi temporali che sfuggono a ogni fissità. All’interno di questo sistema, l’immagine di Medea affiora come presenza instabile, un’eco che si trasforma senza mai stabilizzarsi.

Nella immagine di copertina: Tamara Kvesitadze, Revolving woman, Kinetic sculpture: fiber glass, metal, mechanism – Photo Credits: Courtesy of the Artist

Le sculture cinetiche introducono una dimensione corporea e temporale che amplifica la percezione di instabilità. In “Reptile”, una struttura ibrida che connette pavimento e parete, prende forma un immaginario arcaico legato alla mutazione e alla sopravvivenza, mentre la frammentazione del corpo – ridotto a una sequenza di piedi femminili – nega ogni idea di totalità. In “Whirling Woman”, invece, il movimento rotatorio diventa gesto continuo, una coreografia minima che dissolve l’orientamento in una temporalità circolare.

A completare l’esperienza interviene la dimensione sonora di Soundwalk Collective, fondata da Stephan Crasneanscki e Simone Merli. La composizione “Medea”, costruita a partire da onde radio, frammenti vocali e registrazioni ambientali del Mar Nero, genera un paesaggio acustico discontinuo che non accompagna ma destabilizza la visione, ampliando il campo percettivo.

“Medea. Fragments of Memory” si configura così come un ambiente aperto, in cui l’esperienza precede l’interpretazione e lo spettatore è chiamato a ridefinire continuamente il proprio ruolo. La memoria non emerge come dato, ma come processo in atto – un movimento incessante tra apparizione e cancellazione, tra ciò che resta e ciò che inevitabilmente si perde.


Da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it>
Articolo redazionale

Chiedi alla Luna: arte e intelligenza artificiale dialogano al FuoriSalone

Un’installazione immersiva al femminile trasforma il pubblico in interlocutore dell’universo. Alla Milano Design Week 2026, nel Cortile d’Onore dell’Università degli Studi, prende forma un progetto che unisce arte, tecnologia e introspezione. “Chiedi alla Luna” invita i visitatori a interrogare l’infinito attraverso un’esperienza sensoriale guidata dall’intelligenza artificiale.


Nel fitto calendario del FuoriSalone 2026, all’interno della rassegna INTERNI MATERIAE, si inserisce un progetto che coniuga ricerca artistica e innovazione tecnologica. Dal 20 al 30 aprile, il Cortile d’Onore dell’Università degli Studi di Milano ospita “Chiedi alla Luna”, un’installazione esperienziale firmata dal duo Artset – Gala Rotelli e Mara Mentasti – con il contributo dell’architetto Marco Nereo Rotelli.

Il lavoro si distingue per una forte impronta femminile e per l’integrazione dell’intelligenza artificiale, elemento che non resta sullo sfondo ma diventa parte attiva dell’esperienza. Il pubblico è infatti invitato a entrare in uno spazio raccolto, costruito come un ambiente notturno e avvolgente: una pedana circolare di quasi tre metri, rivestita in moquette blu, dialoga con una quinta in velluto della stessa tonalità, creando una dimensione sospesa rispetto al frastuono del Salone.

Al centro, una presenza simbolica: la luna. Non semplice oggetto contemplativo, ma interlocutore. I visitatori possono rivolgerle una domanda – un gesto intimo, quasi rituale – e ricevere una risposta generata attraverso la tecnologia sviluppata da LiveHelp, che anima l’opera. L’interazione si concretizza in un output tangibile: una risposta stampata, da portare con sé come traccia personale dell’esperienza.

L’installazione si configura così come uno spazio di pausa e riflessione, una parentesi di silenzio in cui il rapporto tra umano e tecnologia assume una dimensione poetica. Non a caso, la presentazione ufficiale della componente tecnologica è prevista per il 22 aprile alle ore 18.30, in un evento dedicato alla stampa, seguito da un momento conviviale.

A rafforzare il respiro internazionale del progetto contribuisce la partecipazione straordinaria di Kerry Kennedy, figura impegnata nel campo dei diritti umani e figlia di Robert Kennedy, con il patrocinio di Robert F. Kennedy Human Rights Italia.

Prodotta da Ever in Art, “Chiedi alla Luna” si inserisce nel panorama del design contemporaneo come un dispositivo narrativo e sensoriale capace di ridefinire il ruolo dello spettatore, trasformandolo in protagonista di un dialogo aperto tra interiorità, arte e intelligenza artificiale.

Nata in una famiglia di architetti e artisti, Gala ha sempre dipinto e creato fin dall’infanzia trascorsa nello studio del padre, dove ha realizzato la sua mostra personale all’età di 6 anni. Dopo la laurea in Architettura presso l’Università di Firenze, Gala ha lavorato a Milano e New York. Ha frequentato il corso di Design e Trend Forecasting alla Parsons School of Design di Parigi, ha studiato arte al Sotheby’s Institute of Art di Londra e, nel 2016, ha frequentato il Master in Jewellery Design, diretto da Alba Cappellieri, presso la School of Design del Politecnico di Milano.

Il suo lavoro si divide in due aree principali: il brand e lo studio, attraverso cui progetta capsule collection, allestimenti, set up, installazioni e si occupa di direzione creativa e sviluppo prodotto. Il suo approccio è multidisciplinare e narrativo: parte da una storia e poi disegna. Esplorando la natura e la differenza tra ciò che è realtà e apparenza, Gala si affianca a maestranze italiane per creare oggetti e spazi che creino meraviglia. Ciascuno dei suoi progetti spera che possa generare stupore e innescare un dialogo con chi ci sta accanto e con il proprio cuore. Ha lavorato, tra gli altri, con Acqua di Parma, Veuve Cliquot, Baglioni Hotels, Campomarzio70 e Studio Boeri.


Da melina cavallaro free trade <melina@freetrade.it>
Articolo redazionale

“Pathos”: il contemporaneo nella biblioteca più antica di Roma

Quasi sessanta artisti, oltre ottanta opere e una sede carica di storia: la mostra “Pathos” trasforma la Biblioteca Angelica in uno spazio vivo di dialogo tra passato e presente. Un progetto che riflette sul ruolo dell’emozione come motore dell’arte.


Roma celebra i suoi 2779 anni aprendo uno dei suoi luoghi più emblematici all’arte contemporanea. Alla Galleria Angelica, all’interno della storica Biblioteca Angelica in via Sant’Agostino, è visitabile fino al 28 aprile 2026 la mostra collettiva “Pathos”, curata da Nicoletta Rossotti, storica dell’arte e Coordinatrice Nazionale del Settore Artistico dell’Accademia Internazionale Medicea.
Inaugurata il 21 aprile, in occasione del Natale di Roma, l’esposizione ha preso avvio con un vernissage che ha unito celebrazione e riflessione, coinvolgendo il pubblico in un dialogo serrato tra opere contemporanee e patrimonio librario. La scelta della Biblioteca Angelica – la più antica biblioteca pubblica della città – conferisce al progetto un valore simbolico preciso: mettere in relazione la produzione artistica attuale con secoli di storia e conoscenza sedimentata.

Il percorso espositivo riunisce oltre ottanta opere di quasi sessanta artisti, selezionati per la capacità di interpretare il concetto di pathos come energia generativa e forza trasformativa. Pittura, scultura e linguaggi visivi differenti si confrontano con gli spazi della biblioteca, creando un’interazione che supera il semplice allestimento per diventare esperienza immersiva.

Al centro del progetto emerge una riflessione condivisa dai protagonisti dell’inaugurazione. La curatrice Rossotti ha sottolineato l’importanza di non perdere il legame con la storia, considerata fondamento imprescindibile per la crescita culturale. Un pensiero ripreso anche dal giornalista Rai Gianni Maritati, che ha evocato il ruolo del pathos come elemento capace di “riattivare” i libri e, più in generale, di dare vita all’arte. La professoressa Silvia Mantini, dell’Università dell’Aquila, ha invece posto l’accento sulla necessità di costruire connessioni tra passato e presente, richiamando la figura di Margherita d’Austria come esempio di committenza e visione politica legata ai territori.

Promossa con il patrocinio di Roma Capitale e sostenuta da Corrado Garofalo, “Pathos” si presenta come un progetto accessibile – l’ingresso è libero – e aperto a un pubblico ampio, invitato a riscoprire il valore dell’emozione come chiave di lettura dell’arte e della storia. Un’occasione per attraversare il tempo, in uno dei luoghi più evocativi della città, dove le opere contemporanee dialogano con i volumi antichi, restituendo alla memoria una dimensione attuale e condivisa.


Da Daniela Gambino <danielagambino@gmail.com>
Articolo redazionale

A Cordenons “Voci & Visioni. Il viaggio dalla carrozza al web”


Un progetto tra memoria e contemporaneità racconta l’evoluzione del viaggio attraverso lo sguardo dei giovani. Un cortometraggio, un convegno e un catalogo per esplorare il significato del viaggio, dalle carrozze ottocentesche alla dimensione digitale. Al centro, la riflessione delle nuove generazioni tra passato, tecnologia e desiderio di esperienza reale.


Martedì 28 aprile 2026 alle ore 11.00 il Centro Culturale Aldo Moro di Cordenons ospita “Voci & Visioni – Il viaggio dalla carrozza al web”, un’iniziativa che intreccia linguaggi e prospettive per indagare il tema del viaggio nella sua evoluzione storica e simbolica.
Il progetto si articola in un convegno, nella proiezione di un cortometraggio e nella presentazione di un catalogo, proponendo un percorso che si sviluppa a ritroso nel tempo. Protagonisti sono alcuni giovani che, attraverso video e narrazione filmica, si confrontano con l’esperienza del viaggio tra passato e presente. Due amici – mossi da passioni diverse, tra fiabe e carrozze da un lato, treni e velocità dall’altro – intraprendono un itinerario ideale che li conduce dall’era digitale alla storia dei trasporti.

La riflessione prende avvio proprio dal web: uno spazio di scoperta che, tuttavia, genera il bisogno di un ritorno alla concretezza dell’esperienza. I protagonisti spengono il computer, escono in bicicletta, osservano, visitano musei e studiano modellini ferroviari. Da qui si sviluppa un racconto che attraversa l’Ottocento delle carrozze – pubbliche e private, eleganti o sportive – fino alla nascita della locomotiva a vapore nel 1804, per arrivare al fascino dell’Orient Express e alle innovazioni del Novecento, tra design e velocità.

Il cortometraggio si struttura in tre capitoli – Dal Web alla Bici, Dal Web alla Carrozza, Dal Web al Treno – delineando uno storytelling che mette al centro il valore dell’incontro e della socializzazione, riletti attraverso le voci delle nuove generazioni.

La mattinata prevede, oltre alla proiezione alla presenza degli studenti del Liceo Artistico Galvani, un convegno con diversi interventi. Sabrina Zannier e Lorena Matic, ideatrici e direttrici artistiche del progetto, approfondiranno concept e sviluppo dell’iniziativa. Donatella Guarneri, conservatrice del Museo Civico delle Carrozze d’Epoca di Codroipo, interverrà sul tema del viaggio in carrozza, mentre Romano Vecchiet affronterà l’evoluzione del viaggio in treno.

“Voci & Visioni” è prodotto e organizzato da ECO-ETS con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con il Comune di Codroipo, il Liceo Artistico Statale Enrico Galvani di Cordenons, Ortoteatro Società Cooperativa e il Club Triestino Federmodellisti Mitteleuropa, con media partnership di Teleantenna New Media.

Un progetto che, muovendosi tra storia e contemporaneità, invita a ripensare il viaggio non solo come spostamento, ma come esperienza culturale e relazionale, capace di connettere epoche, strumenti e sensibilità diverse.


Da eco.ets <eco.ets@libero.it> 
Articolo redazionale

Ottant’anni fa per la prima volta nella storia d’Italia votarono le donne

Un memorabile 25 aprile a Messina. Ottant’anni fa per la prima volta nella storia d’Italia votarono le donne. Ottant’anni di lotte e di conquiste non solo per le donne, ma per tutti, con la Repubblica antifascista e la Costituzione. La Festa della Liberazione del 25 aprile 2026 assume un eccezionale valore: la Costituzione non si tocca, si attua. Con questo spirito l’Anpi di Messina vuole non solo ricordare la Resistenza e la Liberazione, ma anche rilanciare in avanti la tensione verso la piena attuazione della Costituzione.

Il programma della Festa è denso.

Alle ore 9, appuntamento con la “Pedalata resistente”, organizzata in particolare dalla Fiab e dalla Uisp. Cicliste e ciclisti si ritroveranno davanti al rifugio Galleria Giuseppe Maria Occhipinti, nota come Galleria Santa Marta (via Pascoli, traversa di via Tommaso Cannizzaro). Dalla stessa via Tommaso Cannizzaro i partecipanti con le loro biciclette si dirigeranno verso piazza Francesco Lo Sardo, nota anche come piazza del Popolo. Dopo una breve sosta la “Pedalata” si spingerà verso il Cimitero monumentale, per rendere un omaggio floreale alla tomba dello stesso Lo Sardo. In via Cesare Battisti è prevista un’altra sosta in corrispondenza della targa apposta all’Università in ricordo della cacciata degli Ebrei da Messina. In ogni fermata si preannunciano interventi di Giuseppe Restifo, vice-presidente dell’Anpi messinese. Infine, alle 11, è previsto l’arrivo della “Pedalata” in piazza dell’Unione europea (Municipio).

Qui si attenderà la conclusione della manifestazione istituzionale, nel corso della quale Giuseppe Martino, presidente provinciale dell’Anpi, pronuncerà il discorso ufficiale.

Dalle 11 in avanti la piazza vedrà alternarsi letture collettive di poesie, brani di letteratura sulla Resistenza e la Liberazione, biografie di partigiani e patrioti, con particolare rilievo conferito all’azione decisiva delle donne. Le voci di lettrici e lettori saranno intervallate da brani musicali eseguiti dal Corpo bandistico “S. Cecilia” Città di Villafranca Tirrena, diretto dal maestro Emanuele Celona.

Nel pomeriggio la Festa della Liberazione, organizzata dall’Anpi insieme a numerose associazioni, i sindacati Cgil e Uil, il Birrificio Messina, si sposta al Parco Horcynus Orca di Torre Faro. Dalle 17 in avanti, per un grande concerto, diretto artisticamente da Giacomo Farina, si alterneranno sul palco artiste e artisti: Paola Fazio ed Ersilia Dolci, Le Armonie del Sud, Oriana Civile, Sicilia e dintorni, Iasti, Nympha. Ospite Giovanni Alibrandi. Presentano Caterina La Rocca e Marcello Mento. Nel corso del concerto intervengono anche Silvana Salandra (Anpi Messina), Gaetano Giunta (Fondazione Messina), Marcella Magistro (Cgil), Santino Cannavò (Uisp), Salvatore Rizzo (Libera), Orazio Grimaldi (Emergency), Mariafrancesca Pellizzeri (Udu).

Cittadine e cittadini sono invitati, a ingresso libero, a partecipare alla Festa della Liberazione 2026.


Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia
Comitato provinciale di Messina
comunicato stampa – 23 aprile 2026

Alba si prepara al ritorno della terza edizione dell’AL Blues Festival


Cinque giorni di concerti, incontri e arti visive per raccontare l’evoluzione del blues. Dal 6 al 10 maggio 2026 il Teatro Sociale “G. Busca” ospita la terza edizione dell’AL Blues Festival. Un programma articolato tra musica dal vivo, approfondimenti e progetti culturali che coinvolgono artisti affermati, giovani talenti e il tessuto cittadino.


A Alba il blues torna protagonista con la terza edizione dell’AL Blues Festival, in programma dal 6 al 10 maggio 2026 negli spazi del Teatro Sociale “G. Busca”. Un appuntamento che si consolida nel panorama culturale locale e che amplia il proprio raggio d’azione, proponendo un calendario capace di intrecciare concerti, incontri e iniziative espositive .
Promosso dall’Associazione Alec in collaborazione con il Comune di Alba e sostenuto dalla Fondazione CRC e dalla Banca d’Alba, il festival si configura come un progetto articolato dedicato al blues e alle sue trasformazioni – dalle radici originarie fino alle contaminazioni elettriche e rock . Non solo musica, ma anche un lavoro di rete che coinvolge scuole e realtà culturali del territorio: dagli studenti del Liceo Artistico “P. Gallizio” e del Liceo Musicale “L. Da Vinci” fino all’Istituto Musicale “L. Rocca” e alla Scuola Media “S. Pertini”, chiamati a partecipare attivamente alle diverse iniziative .

Il programma musicale vede la presenza di nomi di rilievo della scena blues italiana. Tra i protagonisti la Gabriel Delta Band, impegnata nella presentazione del nuovo album, la Fabio Treves Blues Band – punto di riferimento storico del genere – e il Bonfunky Soul Collective con la Paolo Bonfanti Band . A questi si affiancano ospiti come i Fratelli Lambretta, Alex Nicoli e Silvia Ivaldi, coinvolti in un progetto originale ideato appositamente per il festival.

Accanto ai concerti, il cartellone propone momenti di approfondimento culturale: incontri con giornalisti, musicisti e autori – tra cui Helga Franzetti, Fabio Treves, Paolo Bonfanti e Paolo Vites – e il format “Blues Club”, dedicato alla storia del genere attraverso contributi audio e video . Spazio anche alle arti visive con la mostra “Blues in Copertina”, quest’anno focalizzata sulla scena italiana, e con il progetto degli studenti del Liceo Artistico, chiamati a immaginare e realizzare copertine di dischi di artisti blues inesistenti.

Non manca l’attenzione alle nuove generazioni: come nelle edizioni precedenti, il festival ospita le esibizioni dal vivo degli studenti degli istituti musicali cittadini, a testimonianza di un dialogo continuo tra formazione e produzione artistica . L’intera manifestazione sarà inoltre documentata dal Gruppo Fotografico Albese.

Inserito nel cartellone della stagione teatrale 2025–2026, l’AL Blues Festival si distingue anche per la cura degli allestimenti, progettati dall’architetto Danilo Manassero in dialogo con gli spazi del teatro. Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria, e si svolgeranno in ambienti pienamente accessibili .

Più che una rassegna musicale, il festival si presenta come un contenitore culturale dinamico, capace di connettere linguaggi, generazioni e discipline attorno a una tradizione – quella del blues – in continua evoluzione.


Da A-Z Press <info@a-zpress.com>
Articolo redazionale

CYFEST 17 a Venezia – Media art tra natura e tecnologia con un programma articolato

Dall’8 maggio al 31 agosto 2026, CYFEST 17 approda a Venezia con un programma articolato tra mostra, performance e video. Un’indagine contemporanea sul rapporto tra essere umano, natura e paesaggio attraverso linguaggi ibridi e sperimentali.


Arriva a Venezia CYFEST 17, una delle più longeve piattaforme internazionali dedicate alla media art, che presenta l’edizione Natura Naturans: Human Beings, Nature, Landscape negli spazi di CREA Cantieri del Contemporaneo alla Giudecca. Il festival, a cura di CYLAND MediaArtLab in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari e il Centro Studi sull’Arte Russa, dell’Asia Centrale e del Caucaso, si svolge dall’8 maggio al 31 agosto 2026, con anteprima stampa il 7 maggio .
Nato come progetto itinerante, CYFEST giunge alla sua diciassettesima edizione dopo l’avvio a Salonicco nel 2025, proponendo a Venezia un programma che intreccia performance, proiezioni e incontri, culminando nella mostra centrale. Il titolo richiama il concetto filosofico di Natura Naturans, intesa come forza generativa e processo in divenire. In questa prospettiva, l’arte non è rappresentazione ma azione – uno spazio in cui luce, tempo e materia si manifestano come elementi costitutivi.

L’esposizione mette in relazione opere della Collezione Frants con la produzione contemporanea, delineando una continuità tra le avanguardie del Novecento e le pratiche attuali. Il passaggio storico dalla rappresentazione alla costruzione – dalla raffigurazione del visibile all’indagine delle forze che lo determinano – trova oggi nuove declinazioni attraverso tecnologie digitali, sistemi cinetici e automazione. In questo contesto, le nuove tecnologie non sono semplici strumenti, ma ambienti sensibili in cui l’opera prende forma e si trasforma.

Tra gli artisti in mostra, Anna Frants indaga la relazione tra luce e tempo attraverso disegni cinetici automatizzati, mentre Jaanika Peerna evoca la memoria dei ghiacciai con installazioni che riflettono sulla fragilità ambientale. Tuula Närhinen propone una visione speculativa dell’evoluzione aviaria, immaginando specie ibride capaci di adattarsi a un ecosistema contaminato. Mariateresa Sartori, con il suo anemometro, traduce il vento in segni circolari sospesi tra oggettività meccanica e intervento umano.

Il percorso espositivo include inoltre le installazioni di Elena Gubanova e Ivan Govorkov, che reinterpretano il dinamismo delle avanguardie storiche in chiave contemporanea, e i lavori del collettivo AES+F, dove estetica digitale e narrazione visiva affrontano temi legati alla corporeità e alla percezione alterata. Il festival riunisce una rete ampia di artisti, curatori, ingegneri e attivisti, confermandosi come piattaforma di confronto tra arte, scienza e tecnologia.

L’inaugurazione dell’8 maggio è accompagnata da una performance sonora di Hugo Solis e da un’azione partecipativa di Jaanika Peerna, che utilizza un elemento di ghiaccio come simbolo della tensione tra creazione e dissoluzione. Il giorno successivo, all’Auditorium Santa Margherita, si tiene il programma video What’s in a Story?, curato da Barbara London, dedicato alle possibilità narrative delle tecnologie contemporanee, seguito dalla presentazione del volume Afterwards. Art in the Time of Change.

Organizzato da CYLAND Foundation con il supporto della Frants Foundation e in collaborazione con istituzioni accademiche e culturali, CYFEST 17 conferma la propria vocazione a indagare i linguaggi emergenti e le trasformazioni in atto. In un’epoca segnata da accelerazioni tecnologiche e crisi ambientali, il festival propone uno spazio critico in cui l’arte diventa strumento di osservazione e interpretazione del presente.


Da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it> 
Articolo redazionale

Padiglione Croazia, Biennale Arte 2026 – Dubravka Lošić a Palazzo Zorzi

Una grande installazione site-specific ripercorre quarant’anni di ricerca dell’artista croata, intrecciando pittura, scultura e materia in un dialogo serrato con lo spazio veneziano. Un lavoro che trasforma esperienza personale e memoria collettiva in forme aperte e in continua evoluzione.


Alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, il Padiglione della Croazia presenta Compelled by Fright and Beauty, progetto espositivo di Dubravka Lošić curato da Branko Franceschi e ospitato a Palazzo Zorzi. L’intervento, concepito come installazione site-specific, riunisce e rielabora un ampio corpus di opere realizzate nel corso di oltre quattro decenni, riconfigurandole in relazione allo spazio e alla sua stratificazione simbolica .

Il percorso prende avvio nel cortile, dove i cicli Campane Libertas (2014–2026), Rosario (2026) e Tondo (2020–2025) instaurano un dialogo dinamico tra forme scultoree in ferro corroso e bronzo e oggetti-dipinti in legno e tessuto. L’esposizione prosegue al piano nobile, nella Sala Codussi, con serie che includono Alba Albula, Piogia Parigi, Imago Anima, Rosario e Squali, in un allestimento che coniuga gesto pittorico, materia e costruzione plastica, evocando una teatralità affine tanto alla cultura veneziana quanto a quella di Dubrovnik, città natale dell’artista .

La pratica di Lošić si fonda su un’idea di opera come sistema aperto: ogni ciclo evolve nel tempo, si espande, si trasforma nei materiali e nelle relazioni interne. Pittura, tessuto, metallo e oggetti costruiti convivono in un linguaggio ibrido che affonda le radici nel modernismo, attraversa il postmodernismo e dialoga con esperienze neoavanguardiste, mantenendo al contempo un forte legame con tradizioni locali . La formazione all’Accademia di Belle Arti di Zagabria negli anni Ottanta ha orientato questa ricerca verso formati sperimentali e auto-generati, in cui la pittura diventa punto di partenza per espansioni materiche e concettuali.

Il lavoro si nutre di tensioni profonde: superfici che si contraggono, flussi di colore e materia, processi corrosivi che rendono la materia stessa protagonista. Le opere evocano movimenti sotterranei, personali e collettivi, traducendo esperienze intime in forme visive capaci di riflettere anche le fratture del presente. Il tema della libertà – radicato nella storia e nella cultura di Dubrovnik – emerge come valore estetico e politico, oggi amplificato dal contesto globale .

Le serie presentate – tra cui Libertas Bells, Tondo, Rosary, Imago Anima, Sharks, Rains Paris e Alba Albula – si sviluppano secondo una logica non lineare: ogni nucleo nasce da un’intuizione che può maturare nel tempo e non giunge mai a una conclusione definitiva. L’artista parte dalla pittura per poi trasformarla, incorporando tessuti, fili e materiali che ne ampliano il significato. Le opere vengono spesso avvolte, compresse, sigillate, ma lasciano comunque affiorare frammenti, suggerendo l’impossibilità di contenere completamente l’esperienza .

In questo processo, il visibile e l’invisibile si confrontano continuamente. Alcuni lavori custodiscono elementi nascosti – memorie, immagini, tensioni interiori – mentre altri espongono tracce di intimità attraverso dettagli minimi, come fili che emergono dalla superficie. Il gesto artistico diventa così un atto di selezione: trattenere e proteggere, oppure lasciare emergere.

Nata a Dubrovnik nel 1964, Dubravka Lošić espone regolarmente dal 1983 in Croazia e a livello internazionale. La sua ricerca si distingue per la capacità di coniugare dimensione personale e linguaggio universale, dando forma a un’estetica in cui la materia diventa veicolo di esperienza e memoria. A Venezia, questa tensione si traduce in un progetto espositivo che non si limita a presentare opere, ma le mette in scena come un organismo in continua trasformazione, capace di rispondere al contesto e di rinnovarsi nel tempo.

L’inaugurazione è prevista per l’8 maggio 2026 alle ore 17.00. Il Padiglione sarà visitabile fino a novembre con orari differenziati stagionalmente.



Da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it> 
Articolo redazionale

DO U DARE! Shirin Neshat a Venezia con una trilogia filmica

Dal 9 maggio al 6 settembre 2026 Palazzo Marin ospita il nuovo progetto dell’artista iraniana. Tre film ambientati a New York interrogano il confine tra realtà e immaginazione attraverso la vicenda di Nasim Aghdam.


In occasione della Biennale di Venezia 2026, Palazzo Marin accoglie Do U Dare!, la nuova trilogia cinematografica di Shirin Neshat, tra le voci più incisive della scena artistica internazionale. Il progetto, visibile dal 9 maggio al 6 settembre, è promosso da Associazione Genesi e Banca Ifis, con la curatela di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi, e la collaborazione di Gladstone Gallery, Galleria Lia Rumma e Magonza editore .

Al centro dell’opera si colloca la figura di Nasim Aghdam, giovane donna iraniana emigrata negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni religiose. La sua esistenza, segnata da isolamento e perdita di appartenenza, diventa materia narrativa e simbolica per Neshat, che ne ricostruisce il percorso attraverso una lente sospesa tra cronaca e interpretazione artistica. Cresciuta in California, Aghdam costruisce un’identità alternativa nel mondo digitale, dove video performativi e provocatori le consentono di esprimere frustrazione, rabbia e desiderio di riconoscimento, fino all’epilogo tragico del 2018 .

La trilogia si sviluppa in tre episodi ambientati in differenti contesti socioeconomici dell’area metropolitana di New York, componendo un ritratto frammentato e inquieto della protagonista. Nel primo capitolo, ambientato in una comunità di immigrati a Brooklyn, emerge il tema dello sradicamento: un paesaggio umano segnato da marginalità e alienazione, dove la tensione interiore sfocia in un gesto estremo di protesta. Il secondo episodio si sposta nel cuore finanziario di Wall Street, trasformando la città in un teatro di automatismi e disconnessione emotiva. Qui la protagonista assume i tratti di una performer capace di attrarre e sedurre una folla svuotata, incarnando il desiderio compulsivo di visibilità e riconoscimento.

L’ultimo film conduce lo spettatore nello spazio domestico, dove Aghdam costruisce i propri contenuti digitali, moltiplicando identità e ruoli in una sequenza di performance che oscillano tra ironia e critica. In questo contesto, Neshat mette in discussione l’immagine dell’America come modello globale, evidenziandone le contraddizioni: dalle disuguaglianze economiche alla spettacolarizzazione del corpo femminile, fino alle tensioni tra libertà dichiarata e controllo sociale .

Dal punto di vista formale, Do U Dare! alterna registri visivi differenti, passando dal realismo in bianco e nero a dimensioni più visionarie e surreali. Questa oscillazione riflette la fragilità psicologica della protagonista e la sua incapacità di distinguere tra realtà e immaginazione, una condizione che diventa metafora più ampia dell’esperienza migratoria e del processo di integrazione.

L’opera si configura così come una riflessione stratificata su identità, esilio e costruzione del sé nell’epoca dei media digitali. Ma soprattutto interroga il prezzo della visibilità: quanto un individuo – e un artista – sia disposto a sacrificare per essere visto, riconosciuto, ascoltato. In questo senso, la trilogia di Neshat si muove lungo un confine sottile, dove creazione e autodistruzione si sfiorano costantemente, restituendo un racconto complesso e profondamente contemporaneo.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com> 
Articolo redazionale

Vincenzo Scolamiero: la pittura come spazio di risonanza interiore


Al Mattatoio di Roma una retrospettiva ripercorre quindici anni di ricerca tra materia, poesia e percezione. Un’esposizione ampia e articolata attraversa il lavoro di Vincenzo Scolamiero, restituendo la complessità di una pratica pittorica che dialoga con musica, parola e tempo. Oltre trenta opere per raccontare un percorso in continua trasformazione.


Dal 1° aprile al 17 maggio 2026 il Mattatoio di Roma – Padiglione 9a ospita Con qualche parte della terra, mostra dedicata a Vincenzo Scolamiero e curata da Maria Vittoria Pinotti. Promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale insieme ad Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio, l’esposizione offre uno sguardo ampio su quindici anni di ricerca dell’artista.
Il progetto riunisce oltre trenta opere tra tele, tavole, carte e libri d’artista, delineando un percorso che consente di cogliere l’evoluzione di una pittura profondamente radicata in una dimensione riflessiva. Attivo sulla scena dagli anni Ottanta – la sua prima personale risale al 1987 – Scolamiero sviluppa una pratica che intreccia suggestioni provenienti dalla poesia, dalla musica e dall’osservazione del quotidiano, trasformando la pittura in un luogo di interrogazione filosofica.

Il titolo della mostra, tratto da un verso della poetessa Louise Glück, suggerisce un rapporto intimo e totalizzante con il mondo. Nelle opere esposte questo legame emerge attraverso segni minimi, tracce leggere che alludono alla fragilità e all’impermanenza dell’esperienza umana. La costruzione dello spazio pittorico si fonda su un equilibrio dinamico, dove il vuoto assume un ruolo attivo, diventando elemento strutturale della composizione.

Il percorso espositivo si apre con lavori caratterizzati da una forte essenzialità – pochi elementi sospesi in uno spazio rarefatto – per poi svilupparsi verso una crescente complessità tonale e formale. In questa progressione si riflette un dialogo sempre più intenso con la musica e la poesia, esplicitato anche nei titoli delle opere che rimandano a figure come Piero Bigongiari, Harrison Birtwistle, Louise Glück e Luigi Nono.

L’allestimento è pensato in continuità con la sperimentazione tecnica che contraddistingue la ricerca dell’artista. L’uso di pigmenti, oli, inchiostri e acrilici, insieme a strumenti diversi per incidere o tracciare la superficie, genera una varietà di esiti – dalle velature più morbide alle campiture ampie e stratificate. Il gesto pittorico coinvolge l’intero corpo, seguendo un ritmo che alterna lentezza e improvvise emergenze formali, tra astrazione e accenni figurativi.

Docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma, città in cui vive e lavora, Scolamiero ha esposto in importanti contesti nazionali e internazionali e ha partecipato a manifestazioni come la Quadriennale di Roma e la Biennale di Venezia. Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private, confermando una ricerca coerente e riconosciuta nel panorama contemporaneo.

Accompagnata da un catalogo bilingue con testi critici di Francesca Bottari e Maria Vittoria Pinotti, la mostra restituisce l’immagine di una pittura che non si limita alla rappresentazione, ma si configura come esperienza sensibile e mentale. Un campo aperto in cui segno, materia e silenzio concorrono a costruire una visione del mondo in continuo divenire.


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Articolo redazionale