Al via la seconda edizione di Ex Aequa, progetto gratuito rivolto a giovani producer e dj under 35. Tra Roma, Lione e Berlino, nove artistə selezionatə accederanno a un percorso formativo internazionale dedicato alla parità di genere nella musica elettronica.
Torna nel 2026 Ex Aequa – Empowering Equality in Electronic Music, programma internazionale di formazione e professionalizzazione dedicato a giovani artistə under 35 attivi nella musica elettronica. Promosso da Institut français Italia, Arty Farty, Spring Attitude Festival e 90MIL, in collaborazione con Equaly, il progetto si propone di affrontare in modo concreto il divario di genere che ancora caratterizza il settore. Dopo una prima edizione che nel 2025 ha coinvolto undici tra producer e dj emergenti, il format si amplia e assume una dimensione trinazionale: Italia, Francia e Germania diventano i tre poli di un percorso che porterà nove artistə selezionatə a confrontarsi con contesti produttivi e culturali differenti, tra Roma, Lione e Berlino.
Le candidature saranno aperte dal 16 aprile al 5 maggio e si rivolgono a giovani professionisti già attivi – con almeno una produzione originale all’attivo – residenti in uno dei tre Paesi coinvolti. L’accesso al programma è completamente gratuito, con l’obiettivo dichiarato di rendere la formazione accessibile anche a chi dispone di minori risorse economiche.
Ex Aequa si configura come una piattaforma articolata che unisce formazione tecnica, mentoring e opportunità di visibilità internazionale. Il percorso si sviluppa attraverso tre momenti principali, a partire da una prima fase a Roma: qui, negli spazi di Palazzo Farnese e del Core Backstage Hub, i partecipanti prenderanno parte a masterclass, incontri e sessioni di lavoro dedicate alla produzione musicale, al workflow in studio – con particolare attenzione all’utilizzo di Ableton Live – e allo sviluppo della propria identità artistica.
Accanto agli aspetti tecnici, il programma affronta anche temi professionali come comunicazione, booking e posizionamento nel mercato, con l’obiettivo di fornire strumenti concreti per la costruzione di una carriera. Il soggiorno romano si concluderà con uno showcase pubblico in occasione della Festa della Musica e un radio showcase con Rough Radio, prima di proseguire in autunno tra Lione e Berlino, ampliando le occasioni di networking internazionale.
Elemento centrale dell’edizione 2026 è il sistema di mentorship, affidato a figure di rilievo della scena elettronica. Madrina del progetto sarà Rebeka Warrior, artista di riferimento della cultura indipendente francese, affiancata da tutor come Whitemary, rRoxymore e Flore. Profili diversi per provenienza e linguaggio sonoro, accomunati da una forte attitudine alla sperimentazione e alla trasmissione di competenze.
L’iniziativa si inserisce in un più ampio ecosistema di collaborazioni europee che coinvolge istituzioni culturali, festival e spazi indipendenti, con il sostegno dell’Ambasciata di Francia in Italia e di programmi come PICC e OFAJ. In questo contesto, Ex Aequa si propone non solo come progetto formativo, ma come dispositivo culturale capace di attivare scambi, rafforzare reti e ridefinire le condizioni di accesso a un settore ancora segnato da forti disuguaglianze.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
A Spazio Sferocromia un percorso tra pittura, video e materia che traduce la musica in visione.Una personale che attraversa vent’anni di ricerca artistica, tra astrazione e sperimentazione. Le opere di Manuela Scannavini trasformano il suono in gesto visivo, in un dialogo continuo tra interiorità e materia.
Inaugura a Roma, sabato 18 aprile alle 18.30, negli spazi di Sferocromia in via Ippolito Pindemonte, la mostra personale di Manuela Scannavini dal titolo “Quando il suono si fa segno”. Ospitata nello studio di Umberto Ippoliti, la rassegna si configura come un momento di sintesi e rilancio di un percorso artistico sviluppato nell’arco di circa vent’anni . Il progetto espositivo riunisce cinque grandi opere pittoriche, litografie, un’installazione e due video, insieme a materiali di lavoro come taccuini e prove d’autore. A completare il percorso, le fotografie di Ilaria Turini realizzate durante il backstage del video principale. L’insieme costruisce un racconto stratificato che restituisce la complessità della ricerca dell’artista, da sempre in bilico tra dimensione astratta e tensione concettuale.
Fulcro dell’indagine è il rapporto tra suono e immagine. Le opere nascono infatti dall’ascolto delle musiche del maestro Carmelo Travia, che diventano impulso generativo per una trasposizione visiva fatta di ritmo, colore e gesto. Come evidenziato dalla curatrice Eugenia Querci nel catalogo, il lavoro di Scannavini si sviluppa lungo un’onda immateriale capace di tradurre stati interiori – ora sottili, ora più tumultuosi – in una sequenza di tele pensate come un’unica installazione.
Accanto alla produzione pittorica, i due video ampliano il campo della narrazione. Il primo, realizzato con la regia di Jacopo Brucculeri e la direzione della fotografia di Lorenzo Lattanzi, introduce una dimensione performativa grazie alla coreografia di Giulia Rosolin, interpretata dalla ginnasta Sofia Biancari. Il secondo si configura invece come un racconto del processo creativo, con la voce narrante di Francesca Ritrovato.
Il percorso si distingue anche per l’attenzione alla materia. Le opere utilizzano tecniche miste e una vasta gamma di materiali – dal gesso alla fibra naturale, dalla polvere di marmo all’oro zecchino – che contribuiscono a costruire superfici dense, spesso prive di riferimenti figurativi. Le tele si presentano come veri e propri paesaggi interiori, esiti di un flusso continuo di disegni sviluppati in bianco e nero e poi tradotti in grandi formati pittorici.
Nel testo critico, Querci interpreta il lavoro dell’artista come un’immersione profonda nell’ascolto di sé, un processo che supera i confini individuali per aprirsi alla relazione con l’altro. È proprio questa tensione verso la connessione a caratterizzare l’intero progetto, in cui ogni opera diventa tappa di un viaggio insieme intimo e condiviso.
La mostra assume anche una dimensione etica. Parte del ricavato delle eventuali vendite sarà devoluto a Medici Senza Frontiere, mentre i visitatori potranno contribuire liberamente durante il vernissage e nei giorni di apertura. È prevista inoltre un’apertura straordinaria il 24 aprile in occasione di RAW for Peace, iniziativa legata alla Rome Art Week.
“Quando il suono si fa segno” resterà visitabile fino al 16 maggio 2026, con aperture settimanali il sabato pomeriggio. Per Manuela Scannavini, artista romana con una formazione eclettica che attraversa pittura, incisione e installazione, questa personale rappresenta un momento di apertura verso un pubblico più ampio, segnando una tappa significativa nel suo percorso di ricerca.
Manuela Scannavini – Profilo
Manuela Scannavini – Foto di Ilaria Turini
Manuela SCANNAVINI (@manuela_scannavini) | Vive e lavora a Roma, dove è nata nel 1970. Sociologa, nella sua vita l’arte è sempre presente in tutte le sue forme. Nel 2007 comincia il suo percorso artistico frequentando studi di artisti che la stimolano a continuare la ricerca: dalla decorazione dei finti marmi a varie tecniche di disegno, pittura e alla stampa con tecniche manuali su carta con Eleonora Cumer; poi la litografia su supporto sintetico presso l’Atelier InSigna con Maria Pia Bentivenga, lo studio della tecnica per la creazione di pattern presso Portuense201 a cura di Daniela Pinotti, più avanti la tecnica della cera persa presso la scuola/laboratorio Lumina. Approfondisce presso l’Accademia di Belle Arti – Rufa i fondamenti d’incisione, in particolare il monotipo a ricalco e con il torchio calcografico, collografia, xilografia su linoleum, puntasecca, con Davide Miceli. La sua arte spazia tra l’astratto e il concettuale, utilizzando le tecniche miste di assemblaggio e installazioni apprezzate già da collezionisti tra Roma e Torino. Ha collaborato con la poetessa Laura Anfuso trovando ispirazione dalla forza dei suoi haiku. Con l’attrice e performer Alice Valente Visco si avvicina all’arte performativa. Con la fotografa Ilaria Turini ha firmato numerosi e stimolanti progetti fotografici e pittorici. La sua personalità eclettica la porta a collaborare anche con la stilista e modellista Elena Binni e con il designer e creativo digitale Carmine Fuorvia de I Magazzini Mediterranei. Dal 2024 è ospite presso lo studio di Umberto Ippoliti presso lo Spazio Sferocromia, nel quartiere Monteverde Vecchio a Roma.
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Alcune immagini dell’allestimento – Foto di F. Parenzan
Dopo oltre un secolo, una parte significativa della raccolta egizia dell’arciduca è rientrata a Miramare. Un progetto espositivo internazionale che intreccia storia, collezionismo e costruzione dello sguardo sull’antico.
A 143 anni dal trasferimento a Vienna, una parte rilevante della collezione egizia di Ferdinando Massimiliano d’Asburgo torna a Trieste. Dal 2 aprile al 1° novembre 2026, le Scuderie del Castello di Miramare ospitano la mostra Una Sfinge l’attrae. Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna, restituendo al pubblico un nucleo prezioso di opere rimasto per oltre un secolo nella capitale austriaca. Promossa dal Museo storico e Parco del Castello di Miramare e co-organizzata dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, l’esposizione è curata da Massimo Osanna, Christian Greco, Cäcilia Bischoff e Michaela Hüttner. Il progetto riunisce oltre cento reperti, tra prestiti viennesi e opere provenienti anche dal Civico Museo d’Antichità J.J. Winckelmann, offrendo uno sguardo articolato sulla fortuna dell’egittologia nel contesto del collezionismo ottocentesco triestino.
Il percorso si sviluppa attorno alla figura dell’arciduca, mettendo in luce la sua visione di un museo ideale capace di accogliere e valorizzare collezioni eterogenee. Non si tratta soltanto di una ricostruzione storica, ma di una riflessione più ampia sul significato stesso del museo nel XIX secolo: da spazio privato e simbolo di prestigio personale a luogo di conoscenza condivisa, destinato alla ricerca e alla fruizione pubblica.
La genesi della raccolta racconta un interesse precoce e strutturato per l’antico Egitto. Già negli anni Cinquanta dell’Ottocento, Massimiliano acquisisce un primo nucleo di reperti dall’ex console austriaco ad Alessandria, Anton von Laurin. Negli anni successivi la collezione si amplia attraverso viaggi, incarichi diplomatici e campagne di acquisto, fino a delineare un corpus significativo, destinato nelle intenzioni dell’arciduca a sostenere anche gli studi egittologici.
Determinante, in questo senso, il coinvolgimento dello studioso S.L. Reinisch, incaricato di catalogare le opere e approfondirne il valore scientifico. Lo stesso Reinisch sarà poi protagonista di una vasta campagna di acquisizioni in Egitto tra il 1865 e il 1866, quando Massimiliano – nel frattempo imperatore del Messico – immaginava di destinare la raccolta a un museo nazionale. Un progetto rimasto incompiuto, interrotto dalla morte prematura dell’arciduca.
Le opere esposte raccontano così una storia stratificata, fatta di spostamenti, interpretazioni e riletture. Ogni oggetto diventa testimonianza di almeno tre dimensioni: il contesto originario dell’antico Egitto, il momento del collezionismo europeo che lo ha ridefinito e il presente, in cui viene nuovamente interrogato e reso accessibile.
Accanto alla mostra, il Museo di Miramare propone un articolato programma di attività educative e divulgative – laboratori, incontri e workshop – rivolto a scuole, famiglie e pubblico adulto. Un’estensione naturale del progetto espositivo, che rafforza la dimensione partecipativa e contemporanea dell’esperienza museale.
Con Una Sfinge l’attrae, Miramare si conferma come luogo di connessione tra storie, geografie e saperi. Un progetto che, oltre a restituire visibilità a una collezione significativa, invita a ripensare il ruolo dei musei come spazi dinamici, capaci di costruire ponti tra epoche e culture.
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Franco Fanelliil direttore allestisce la mostrail direttore allestisce la mostra
Una selezione di 42 opere ripercorre il lavoro incisorio di Franco Fanelli dal 1983 al 2025. A Longiano, un’indagine profonda sul segno, tra letteratura, materia e immaginazione.
La Fondazione Tito Balestra di Longiano, nel cuore del Castello Malatestiano, dedica una mostra a Franco Fanelli, figura di primo piano della grafica contemporanea italiana. L’esposizione, inaugurata sabato 18 aprile alle ore 17 alla presenza dell’artista, resterà aperta fino al 14 giugno negli spazi dell’ex Chiesa Madonna di Loreto, offrendo al pubblico un percorso organico nella sua produzione incisoria. Intitolata Franco Fanelli. Acqueforti e altre metamorfosi e curata da Flaminio Balestra, la mostra raccoglie 42 opere realizzate nell’arco di oltre quattro decenni – dal 1983 al 2025 – costruendo un racconto coerente e stratificato dell’evoluzione del linguaggio dell’artista. Si tratta della prima occasione in Emilia-Romagna per osservare in modo così ampio e strutturato il suo lavoro grafico.
Il percorso espositivo evidenzia fin dagli esordi una tensione costante tra natura e trasformazione. Le incisioni degli anni Ottanta già contengono i nuclei tematici destinati a svilupparsi nel tempo: paesaggi minerali e visioni geologiche, suggestioni letterarie che spaziano da Edgar Allan Poe a Jorge Luis Borges, fino a Carlo Emilio Gadda, e una materia che sembra continuamente oscillare tra forma naturale e costruzione architettonica.
Negli anni Duemila, la ricerca si amplia includendo nuovi soggetti e iconografie – dai ritratti di pugili e musicisti afroamericani a scenari che evocano mondi tardo-antichi e archeologie immaginarie – mantenendo però una coerenza profonda. L’opera incisoria di Fanelli si configura come uno scavo, insieme fisico e mentale, dove la lastra diventa luogo di stratificazione, abrasione e ripensamento.
Tra i riferimenti dichiarati emergono i grandi maestri dell’incisione – da Goya a Piranesi, da Redon a Hercules Segers – non solo per affinità tematiche ma anche per l’approccio tecnico. Il segno si costruisce attraverso un processo complesso fatto di sovrapposizioni, cancellazioni e reintegrazioni, restituendo immagini dense, spesso enigmatiche.
La mostra, proveniente dal Museo Internazionale della Grafica di Castronuovo di Sant’Andrea, include anche lavori recenti del 2025, come Ara, Gli archeologi, Yorik e il Lanzichenecco e Teatrino (per Furio Jesi), a conferma di una ricerca ancora pienamente attiva.
Con questo progetto, la Fondazione Tito Balestra rinnova il proprio impegno nella valorizzazione dell’arte incisoria, ambito in cui si distingue da anni a livello regionale. Il risultato è un’esposizione che non si limita alla ricognizione storica, ma restituisce la vitalità di un linguaggio capace di interrogare il presente attraverso la profondità del segno e della memoria.
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Un progetto espositivo che intreccia linguaggi visivi e riflessione ambientale. A Pisa, il Museo della Grafica apre un percorso dedicato al rapporto tra creatività contemporanea e paesaggio naturale.
Il Museo della Grafica di Pisa presenta Verde Pisa 2026, un’iniziativa espositiva che mette al centro il dialogo tra arte e natura, offrendo uno sguardo articolato sulle pratiche contemporanee legate ai temi della sostenibilità e del paesaggio. Il progetto si inserisce in un contesto più ampio di riflessione culturale, proponendo un percorso che coinvolge artisti e linguaggi diversi, accomunati da un’attenzione condivisa verso l’ambiente. La mostra si sviluppa come un’indagine visiva capace di attraversare tecniche e sensibilità eterogenee, dalla grafica tradizionale alle sperimentazioni più recenti, mantenendo sempre come fulcro il rapporto tra uomo e natura.
L’esposizione si distingue per la sua capacità di coniugare dimensione estetica e consapevolezza ecologica. Le opere in mostra non si limitano a rappresentare il paesaggio, ma lo interpretano come spazio vivo, fragile e in continua trasformazione. In questo senso, Verde Pisa 2026 si configura come un dispositivo critico che invita il pubblico a interrogarsi sul proprio ruolo all’interno degli equilibri ambientali.
Il percorso curatoriale privilegia un approccio narrativo, in cui ogni lavoro contribuisce a costruire una trama complessa fatta di segni, materiali e visioni. La natura emerge così non solo come soggetto, ma come interlocutore, capace di influenzare profondamente i processi creativi.
All’interno degli spazi del museo, il dialogo tra opere e architettura rafforza questa dimensione immersiva. La grafica, nelle sue molteplici declinazioni, diventa strumento privilegiato per esplorare le relazioni tra forma, percezione e ambiente, offrendo al visitatore un’esperienza che è al tempo stesso visiva e concettuale.
Con Verde Pisa 2026, il Museo della Grafica conferma la propria vocazione a promuovere progetti capaci di coniugare ricerca artistica e attualità, aprendo uno spazio di confronto sulle urgenze del presente attraverso il linguaggio dell’arte.
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Al MA Project un racconto fotografico attraversa gli anni Novanta e Duemila, tra archivio emotivo e narrazione collettiva. Un viaggio visivo che intreccia intimità personale e memoria condivisa.
Dal 18 aprile al 3 maggio 2026, lo spazio indipendente MA Project di Perugia ospita Once We Were Kidz, mostra personale della fotografa Lulù Withheld, curata da Quadro Zero e Marco Frattaruolo. L’esposizione riunisce una selezione di immagini tratte dall’omonimo volume in uscita a metà aprile per Anticamente Presente Editore. Il progetto si configura come un attraversamento visivo degli anni Novanta e Duemila, restituiti non tanto come periodo storico quanto come esperienza emotiva condivisa. Il titolo suggerisce un punto di vista corale – un “noi” generazionale – che guarda al passato senza indulgere nella nostalgia, ma riconoscendolo come territorio ancora attivo, capace di dialogare con il presente.
La fotografia, nel lavoro di Withheld, diventa dispositivo di conservazione e insieme di perdita: uno spazio in cui si depositano frammenti di vita – volti, relazioni, gesti quotidiani – destinati altrimenti a dissolversi. Ne emerge un archivio intimo e insieme collettivo, costruito per accumulo di episodi e atmosfere.
All’interno di MA Project, le immagini si dispongono come una narrazione frammentaria ma coerente. Storie d’amore, amicizie e paesaggi urbani – dalle stazioni ferroviarie alle periferie, fino agli interni domestici dell’adolescenza – si intrecciano evocando un immaginario sospeso tra analogico e digitale. A fare da sfondo, una dimensione sonora suggerita, fatta di slowcore e rumori ambientali, che amplifica la percezione di distanza e prossimità.
Pur radicate in una forte dimensione autobiografica, le fotografie assumono una valenza universale. Ogni immagine apre uno spazio di riconoscimento, invitando lo spettatore a misurarsi con la propria memoria e con le tracce di un’epoca che continua a risuonare nel presente.
La mostra nasce dalla collaborazione tra Quadro Zero – piattaforma dedicata al supporto degli artisti emergenti attraverso pratiche multidisciplinari – e Marco Frattaruolo, giornalista e visual storyteller attivo tra Italia e Berlino. A fare da cornice è MA Project, artist run space fondato nel 2021, che si distingue per una programmazione orientata alla sperimentazione e al dialogo con il territorio.
Il finissage, previsto per il 3 maggio, vedrà la presenza dell’artista e coinciderà con la presentazione ufficiale del volume Once We Were Kidz, chiudendo idealmente il percorso tra immagine, memoria e racconto.
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Alla galleria romana Basile Contemporary una doppia personale mette in dialogo Luca Coser e Arianna Matta. La mostra, curata da Rosa Basile, indaga il confine tra presenza e sparizione attraverso linguaggi pittorici complementari.
Dal 17 aprile fino alla fine di maggio 2026, Basile Contemporary – galleria d’arte contemporanea in via di Parione 10 a Roma – ospita Trame d’assenza, una doppia personale dedicata a Luca Coser e Arianna Matta, sotto la cura di Rosa Basile. L’apertura è prevista venerdì 17 aprile, dalle 18:30 alle 21:00. La mostra si costruisce come un dialogo serrato tra due pratiche pittoriche che, pur divergenti nella forma, condividono una medesima tensione: interrogare ciò che resta quando l’immagine si sottrae. Il percorso espositivo si muove lungo una linea sottile – quella tra presenza e assenza – dove la pittura non rappresenta, ma evoca.
Nel lavoro di Luca Coser, la costruzione dell’immagine avviene per sottrazione. La sua pittura, nutrita di riferimenti alla letteratura, al cinema e alla storia dell’arte, si sviluppa attraverso una progressiva eliminazione del superfluo. Il risultato è una superficie attraversata da bianchi che non sono vuoti, ma campi attivi di luce e silenzio. Le figure emergono come apparizioni sospese, residui di memoria più che oggetti definiti. Coser, in questo senso, non dipinge il reale, ma il suo ricordo, interrogando l’identità attraverso frammenti della memoria collettiva e personale.
Arianna Matta, al contrario, muove dalla natura per trasformarla in paesaggio interiore. Le sue opere si caratterizzano per una forte energia segnica: pennellate vibranti e tratti nervosi che costruiscono e disgregano la forma in un continuo stato di instabilità. Non c’è descrizione botanica, ma una tensione dinamica che restituisce la fragilità dell’esistere. I suoi scenari sembrano fluttuare, riflettendo una dimensione psicologica in cui lo spazio naturale diventa specchio dell’anima.
Il confronto tra i due artisti si traduce così in una riflessione sulla percezione. Da un lato la sottrazione e il silenzio di Coser, dall’altro la vibrazione e l’instabilità di Matta: due modalità opposte che convergono in una pittura colta, misurata, capace di suggerire più che affermare.
In Trame d’assenza l’immagine si fa soglia – un luogo di passaggio dove lo spettatore è chiamato a riconoscere le proprie memorie sospese, in un equilibrio costante tra ciò che si mostra e ciò che sfugge.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
La crescente instabilità nello Stretto di Hormuz, con ripercussioni immediate sui mercati energetici e sulle relazioni internazionali, riporta l’attenzione mondiale su uno dei punti più vulnerabili del sistema globale. In questo scenario, Lo Stretto di Hormuz – Geopolitica del Flusso si presenta come un progetto artistico e culturale capace di offrire una prospettiva nuova e necessaria: un invito alla riflessione, alla responsabilità e alla cooperazione in un momento in cui il mondo affronta una delle crisi più delicate degli ultimi anni.
L’opera transrealista di Francesco Guadagnuolo nasce come risposta culturale a un’emergenza geopolitica, non come esercizio estetico. Artista internazionale attivo tra Roma, Parigi e New York e Ambasciatore di Pace dal 2010 per nomina dell’Universal Peace Federation (UPF), ONG accreditata presso le Nazioni Unite, Guadagnuolo intreccia responsabilità etica e ricerca visiva, trasformando un nodo strategico della geopolitica contemporanea in uno spazio di riflessione sulla sicurezza dei flussi globali.
Attraverso un linguaggio che combina tecnologia, luce e simbolismo contemporaneo, l’opera interpreta la fragilità del sistema energetico mondiale e la complessità delle relazioni tra Iran, Paesi del Golfo, Stati Uniti, Europa e Cina. La presenza di infrastrutture reali – tubazioni, flussi idrici ed energetici, rotte, mappe globali – radica il lavoro nel presente, trasformandolo in un dispositivo narrativo che dialoga direttamente con la realtà e con le interdipendenze che definiscono il sistema internazionale.
Il Trittico: tre visioni della crisi globale
Il Trittico, realizzato con tecnica mista (olio, acrilico e collage), si compone di tre pannelli in un unico quadro che interpretano, attraverso un linguaggio visivo contemporaneo, le dinamiche geopolitiche, energetiche e simboliche legate allo Stretto di Hormuz. Ogni pannello rappresenta un diverso livello di lettura della crisi: locale, sistemico e globale. I titoli – Pressione dello Stretto, Equilibrio Instabile, Flusso Globale – definiscono la struttura concettuale dell’intero progetto.
Pannello I – Pressione dello Stretto
Il primo pannello presenta un canyon roccioso attraversato da un corso d’acqua agitato, in cui grandi tubazioni metalliche emergono dalle pareti come vene artificiali che immettono flussi nel paesaggio naturale.
Sopra la scena, frammenti luminosi sospesi – simili a schegge di vetro o cristalli energetici – sembrano incrinare lo spazio, come se la realtà stessa fosse sottoposta a una pressione crescente. È l’immagine della vulnerabilità strutturale: un punto geografico minimo da cui dipende una parte significativa del sistema energetico globale.
Pannello II – Equilibrio Instabile
Il secondo pannello trasforma il canyon in un ambiente quasi astratto, dominato da due pareti energetiche contrapposte: un’incandescente, arancione, l’altra fredda, blu elettrico. Tra le due, un fascio di luce orizzontale attraversa la scena come una linea di tensione che tiene insieme forze opposte. Le tubazioni continuano a riversare acqua, ma il paesaggio è ormai un campo di forze, un luogo in cui caldo e freddo, stabilità e collasso, deterrenza e rischio convivono in un equilibrio precario. È la rappresentazione visiva di un sistema che oscilla continuamente tra ordine e disordine.
Pannello III – Flusso Globale
Il terzo pannello apre lo sguardo al pianeta: una Terra dorata, avvolta da anelli luminosi, domina la scena come un cuore energetico pulsante. Sotto di essa si estende una città futuristica, illuminata da bagliori dorati, mentre una mappa del mondo si dispiega sul terreno, attraversata da linee di flusso, dati numerici e traiettorie luminose. È il mondo che vive di connessioni – energetiche, commerciali, informative – e che deve imparare a proteggerle. Il passaggio dal locale al globale mostra come una crisi regionale possa trasformarsi in una crisi mondiale.
Un’opera che diventa strumento di dialogo
Il vortice di luce che attraversa i tre pannelli non è un semplice elemento estetico: è la metafora del flusso energetico globale, un flusso che può accelerare, rallentare, interrompersi o deviare sotto la pressione degli eventi geopolitici. La luce, che si espande e si contrae come un respiro, rappresenta la condizione stessa del sistema internazionale: un equilibrio dinamico che richiede attenzione costante e responsabilità condivisa.
L’opera invita a riflettere su tre dimensioni fondamentali della crisi contemporanea:
interdipendenza, perché nessuna nazione è isolata quando le rotte energetiche attraversano punti di vulnerabilità comuni;
memoria, intesa come capacità di riconoscere i segnali delle crisi passate;
trasparenza, condizione necessaria per costruire fiducia e favorire il dialogo tra attori spesso antagonisti.
In un momento in cui la sicurezza delle rotte marittime torna al centro dell’agenda internazionale, Geopolitica del Flusso propone una lettura che unisce sensibilità artistica e consapevolezza geopolitica. L’opera non si limita a rappresentare la crisi: la interpreta e la restituisce come spazio di confronto, diventando un ponte tra arte, diplomazia e analisi strategica.
INTERVISTA A FRANCESCO GUADAGNUOLO
Francesco Guadagnuolo – Lo stretto di Hormuz – Geopolitica del Flusso
Andrea Montesi (critico di Experiences): Maestro, perché ha scelto lo Stretto di Hormuz come tema centrale della sua opera?
Francesco Guadagnuolo (artista): Perché è un luogo che concentra in pochi chilometri una pressione immensa, proprio come il canyon del primo pannello. Quelle pareti che si stringono, le tubazioni che immettono flussi nel paesaggio naturale, le fratture luminose sospese nell’aria: tutto parla di un mondo che vive in uno spazio ristretto, dove ogni interruzione del flusso diventa un segnale di vulnerabilità globale. Hormuz è il punto in cui la geografia diventa destino.
Montesi: La rappresentazione è moderna, tecnologica, quasi analitica. È una scelta estetica o politica?
Guadagnuolo: È una scelta che nasce dall’osservazione del reale. Oggi lo Stretto non è un luogo mitico: è un corridoio attraversato da cargo, piattaforme, sensori, droni, infrastrutture che ho tradotto nelle tubazioni, nelle pareti energetiche e nei fasci di luce del secondo pannello. La tecnologia non è un’aggiunta estetica: è il paesaggio geopolitico contemporaneo. È ciò che determina la sicurezza, il rischio, la percezione del potere.
Montesi: La sua opera suggerisce che la crisi non è solo energetica ma culturale.
Guadagnuolo: Esattamente. La crisi nasce quando il flusso s’interrompe: quello del petrolio, ma anche quello del dialogo. Nel Trittico, la luce che attraversa i pannelli è un filo che unisce ciò che altrimenti resterebbe frammentato. Nel terzo pannello, la Terra dorata circondata da anelli luminosi e la città futuristica sottostante mostrano un mondo interconnesso che ha bisogno di una cultura della cooperazione, non solo di infrastrutture.
Montesi: Da analista, come interpreta la situazione attuale dello Stretto?
Guadagnuolo: La vedo come il secondo pannello: due forze contrapposte, una calda e una fredda, che convivono in un equilibrio instabile. Le pareti energetiche arancioni e blu rappresentano gli interessi divergenti di attori regionali e globali. Il fascio di luce centrale è la linea sottile su cui si regge la stabilità. Basta un’oscillazione, un incidente, un gesto mal calcolato perché tutto cambi direzione.
Montesi: In questo scenario, quale ruolo può avere l’Italia?
Guadagnuolo: Un ruolo di ponte, come la luce che attraversa il Trittico. L’Italia non è una potenza militare, ma è credibile come mediatrice. Può favorire dialogo culturale, sostenere iniziative multilaterali e contribuire alla diversificazione energetica. Nel terzo pannello, la mappa globale attraversata da flussi numerici ricorda che la sicurezza non è solo una questione di potenza, ma di connessione, fiducia e cooperazione.
Montesi: Come si può uscire da questa crisi globale?
Guadagnuolo: Con un cambio di paradigma. Non bisogna chiedersi chi controlla lo Stretto, ma chi garantisce il flusso. Nel Trittico, la luce non appartiene a nessuno: attraversa tutto, collega tutto. Serve un quadro multilaterale stabile, trasparente, capace di proteggere i flussi energetici e informativi. E serve memoria: le fratture luminose del primo pannello sono i segni delle crisi passate, che non possiamo ignorare. La luce che unisce i tre pannelli rappresenta la possibilità di immaginare un equilibrio nuovo.
Montesi: Il titolo “Geopolitica del Flusso” sembra suggerire una direzione.
Guadagnuolo: Sì. Il flusso è ciò che tiene insieme il mondo, come nel terzo pannello dove la Terra dorata irradia connessioni verso la città sottostante. Proteggerlo significa proteggere la nostra interdipendenza. L’arte non risolve le crisi, ma può aiutare a vedere oltre l’emergenza, a immaginare il mondo che vogliamo costruire dopo di esse.
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Alla Green Dust Cafè di Milano la prima personale dell’artista, tra tradizione pittorica e immaginario contemporaneo.Una quindicina di opere raccontano una tensione sospesa tra quiete apparente e inquietudine generazionale. Alfonso Umali rilegge la natura morta attraverso materiali non convenzionali e strumenti digitali, intrecciando storia dell’arte e cultura visiva contemporanea.
Dal 18 aprile al 17 maggio 2026, la Green Dust Cafè di Milano ospita Still Chill, prima mostra personale di Alfonso Umali, a cura di Christian Gangitano. Il progetto riunisce circa quindici lavori che segnano un passaggio significativo nella ricerca dell’artista milanese, classe 2001, attivo anche come curatore e membro della Felipe Cardeña Crew . Fin dagli esordi, il lavoro di Umali si muove lungo una linea di equilibrio instabile: immagini riconoscibili vengono accostate in modo inatteso, generando una tensione sottile tra immobilità e dinamismo. Una sensibilità che riflette quella della sua generazione, segnata da incertezza e trasformazioni rapide, e che si traduce in una pratica capace di connettere tradizione e linguaggi contemporanei.
Il titolo della mostra sintetizza questo doppio registro. Da un lato, still rimanda alla natura morta, dall’altro chill richiama uno stato di apparente calma tipico del linguaggio giovanile. L’accostamento suggerisce una condizione sospesa, in cui la quiete nasconde una tensione più profonda. Il progetto curatoriale di Christian Gangitano si inserisce in un percorso di dialogo con l’artista avviato fin dalle prime esperienze, con un’attenzione costante ai linguaggi urbani e musicali contemporanei .
Il punto di partenza della mostra risale al 2024, durante un workshop alla Casa degli Artisti di Milano dedicato alla figura di Fede Galizia. In quell’occasione Umali realizza un collage ispirato alla natura morta lombarda tra Cinquecento e Seicento, utilizzando una tecnica già sperimentata all’interno della Felipe Cardeña Crew. Da questo lavoro prende forma una riflessione che attraversa tutta l’esposizione.
Le opere più recenti segnano un’evoluzione decisiva. Realizzate ad acrilico su pannelli di legno industriale, introducono il truciolato come supporto pittorico: una superficie irregolare, materica, che non viene nascosta ma integrata nella composizione. Il supporto diventa così parte attiva dell’immagine, contribuendo alla costruzione di un linguaggio riconoscibile.
Accanto alla dimensione manuale, emerge anche l’uso dell’intelligenza artificiale nella fase progettuale. Umali impiega strumenti digitali per studiare le composizioni e definire i rapporti tra gli oggetti, secondo modalità sempre più diffuse tra gli artisti della Gen Z .
Nei formati più piccoli, la composizione si concentra su pochi elementi – frutti come limoni, mele, uva o pesche – disposti su superfici essenziali e organizzati in campi cromatici netti, in dialogo con la tradizione della natura morta. Nei lavori di dimensioni maggiori, invece, l’equilibrio si incrina: agli oggetti canonici si affiancano elementi perturbanti, come un elmetto militare trasformato in vaso, una granata accostata a una mela o un teschio vicino a una bottiglia di vino.
Riemerge così il tema della vanitas, storicamente legato alla riflessione sulla caducità della vita, ma reinterpretato alla luce del presente. Gli oggetti diventano segni ambivalenti, capaci di evocare tanto la tradizione pittorica quanto l’immaginario visivo della contemporaneità, tra simbologie pacifiste e riferimenti ai conflitti attuali.
Still Chill si configura dunque come un’indagine sulla persistenza delle immagini e sulla loro trasformazione. Una natura morta che non è più soltanto esercizio di stile, ma dispositivo critico – capace di interrogare il tempo presente attraverso una grammatica visiva che unisce memoria e sperimentazione.
Alfonso Umali – Profilo
Alfonso Umali
Alfonso Umali (Milano, 2001) è studente dell’Accademia di Brera, dipinge, scrive d’arte, è curatore di mostre e collabora in vari modi a progetti artistici. Da sei anni è uno dei membri più attivi della Felipe Cardeña Crew, gruppo che segue il lavoro dell’artista spagnolo Felipe Cardeña, realizzando progetti pubblici e collettivi, spesso con finalità sociali.
Tra i progetti a cui ha preso parte, ricordiamo: Pop Up Flower BAM, Parco Biblioteca degli Alberi Milano, 2020, a cura di Christian Gangitano; We Can Brigade, Galleria Gli eroici furori, Milano, 2021; live painting per New World Order Exhibition, Venice Faktory, Venezia; live painting per Festival dei Rifiutati, Massa, 2024; live painting per WWF, Outlet Castel Romano, Roma; live painting per Flowers for Peace, Massa Street Art, 2025.
Dal 2020 ha partecipato al Pride Milano con azioni live per la Felipe Cardeña Crew. Come curatore, ha organizzato le mostre XXX Stories, 2023, Milano; Pray for Pride, 2024, Galleria Gli eroici furori, Milano; OccupyPride, 2025, Galleria Fabbrica Eos, Milano.
Come artista, ha partecipato alle mostre collettive Variazioni: Fede Galizia, 2024, Casa degli Artisti, Milano, a cura di Diana Larrea; Propaganda, 2026, Arte Passante, Milano, a cura di Barbara Nahmad; Maledetta Primavera, 2026, Galleria Viscerale, Milano, a cura di Paola Martino.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
Dal 18 aprile al 13 maggio 2026 il Castello Medievale di Francolise ospita Oltreforma Art Prize, un progetto espositivo che intreccia ricerca artistica e valorizzazione del patrimonio storico. In mostra oltre trenta artisti e una sezione dedicata ai giovani talenti.
Nel cuore della provincia di Caserta, gli spazi del Castello Medievale di Francolise diventano teatro di un confronto articolato tra linguaggi artistici contemporanei. Dal 18 aprile al 13 maggio 2026 prende forma Oltreforma Art Prize, mostra collettiva promossa dall’Associazione Oltreforma APS e patrocinata dal Comune di Francolise, con l’obiettivo di attivare una relazione virtuosa tra produzione artistica e territorio. Il progetto si configura come una piattaforma espositiva e competitiva di respiro internazionale, a tema libero, che mette in dialogo pratiche e visioni differenti. Le opere selezionate da una giuria composta da critici, docenti universitari, professionisti del settore e collezionisti attraversano una pluralità di media – pittura, grafica, fotografia, arte digitale, textile art, disegno, scultura e installazione – restituendo un panorama articolato della ricerca contemporanea .
Accanto alla dimensione espositiva, il premio introduce un sistema di riconoscimenti sostenuto da istituzioni e partner come Galleria L2Arte, Associazione SudArs e Baustoff+Metall Italia. Tra i premi figurano mostre personali, menzioni speciali e una borsa di studio destinata a una delle tre finaliste della sezione Oltreforma Young, dedicata alle studentesse delle Accademie di Belle Arti .
L’elenco degli artisti selezionati restituisce l’ampiezza della partecipazione, con oltre trenta presenze tra cui Rosario Avino, Erica Bellan, Gabriele Benefico, Elisabetta Bosisio, Alessandra Cantamessa, Cesare Costi, Elena Di Felice, Igor Grigoletto, Rossana Maggi, Silvia Martoni, Stefano Monteleone, Filippo Moretti, Sebastiano Occhino, Flavia Pisanti, Mauro Raiola e Michele Schirinzi. A questi si affiancano le giovani finaliste Francesca Calzolari, Giallaz e 639, protagoniste della sezione emergente .
Locandina della Mostra Collettiva
Il senso dell’iniziativa risiede nella volontà di “andare oltre la forma”, superando le barriere tra discipline e ridefinendo il rapporto tra opera e pubblico. Un approccio che interpreta l’arte come spazio aperto di confronto e consapevolezza, lontano da logiche autoreferenziali e capace di attivare nuove connessioni culturali .
La mostra si inserisce inoltre in un contesto architettonico di forte identità: il mastio del Castello, incluso tra i Luoghi del Cuore del FAI, diventa parte integrante dell’esperienza, amplificando il dialogo tra contemporaneità e memoria storica. In parallelo, negli stessi ambienti, sarà visitabile anche la personale di Silvestro Bonaventura, Storie, a cura di Rosanna Accordino, già presentata a Pavia .
L’inaugurazione è fissata per sabato 18 aprile: alle ore 18 l’apertura della mostra personale, seguita alle 18:30 dal vernissage di Oltreforma Art Prize, durante il quale saranno annunciati i vincitori e presentato il catalogo ufficiale .
L’ingresso è libero. La mostra sarà visitabile il venerdì e il sabato dalle 15 alle 19, la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19, mentre negli altri giorni sarà accessibile su appuntamento.
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