
Il festival Varcare la frontiera porta in scena un confronto ideale tra il poeta triestino e uno dei suoi più autorevoli interpreti. Al Teatro Stabile Sloveno, le Poesie clandestine diventano un percorso nella storia culturale di una città dove identità, lingue e memoria continuano a intrecciarsi.
Trieste è una città che ha imparato a raccontarsi attraverso molte lingue e molte appartenenze. In questo paesaggio di confine si colloca l’incontro ideale tra Carolus L. Cergoly e Pier Paolo Pasolini, due autori che, pur appartenendo a esperienze diverse, hanno condiviso un’attenzione profonda per il valore della parola e per la complessità della storia.
Venerdì 10 luglio, alle ore 21, il Teatro Stabile Sloveno di Trieste ospita Poesie clandestine, uno degli appuntamenti più significativi della tredicesima edizione di Varcare la frontiera, il festival multidisciplinare promosso dall’associazione culturale Cizerouno. La serata mette in relazione l’opera del poeta triestino Carolus L. Cergoly con il celebre giudizio critico che Pier Paolo Pasolini dedicò alla sua produzione poetica, restituendo al pubblico un dialogo ideale tra due protagonisti della cultura italiana del Novecento.
L’iniziativa assume un valore particolare anche perché il 2026 coincide con il venticinquesimo anniversario di attività di Cizerouno, realtà nata nel 2001 con l’obiettivo di promuovere il dialogo culturale tra Italia, Slovenia e l’area adriatica, facendo del territorio di confine un luogo di incontro tra linguaggi, discipline e tradizioni diverse. Il festival Varcare la frontiera, giunto alla tredicesima edizione e dedicato quest’anno al tema delle Interferenze, rappresenta la sintesi di questa vocazione internazionale.

Carolus Ludovico Cergoly, nato a Trieste nel 1908 e scomparso nella stessa città nel 1987, occupa una posizione singolare nella letteratura italiana del Novecento. Formatosi nel clima culturale mitteleuropeo che caratterizzò la Trieste asburgica, sviluppò una scrittura capace di attraversare quattro lingue – triestino, italiano, tedesco e sloveno – mantenendole sempre autonome, senza mai fonderle in un’unica voce. Questa pluralità linguistica rifletteva la natura stessa della città, crocevia di culture, commerci e identità che, tra Otto e Novecento, aveva visto convivere comunità italiane, slovene, tedesche, ebraiche e croate.
Fu proprio questa originalissima esperienza linguistica ad attirare l’attenzione di Pier Paolo Pasolini. Nel 1974, recensendo Inter pocula, poesie segrete triestine, lo scrittore friulano definì Cergoly «una dichiarazione di squisitezza storica», cogliendo nella sua opera una raffinatezza culturale lontana dalle consuete esperienze della poesia dialettale. Secondo Pasolini, il triestino di Cergoly non nasceva dal desiderio di rappresentare il popolo, ma dall’uso naturale di una lingua appartenente alla propria formazione borghese e cosmopolita. Per questo lo accostò idealmente a Italo Svevo, riconoscendogli una sensibilità letteraria profondamente legata all’identità storica della città.
La serata del 10 luglio concentra l’attenzione soprattutto sulla sezione conclusiva dell’opera, Le clandestine, nella quale il tono della poesia cambia radicalmente. L’ironia, il gusto per il gioco linguistico e la leggerezza che caratterizzano molte pagine precedenti lasciano spazio al ricordo della comunità ebraica triestina travolta dalla persecuzione nazista. È in queste poesie che il plurilinguismo, osservava Pasolini, smette di essere una cifra stilistica per trasformarsi in una necessità espressiva, capace di dare voce a una tragedia che riguarda l’intera storia europea.
Il riferimento alla Risiera di San Sabba conferisce a questi testi una forza particolare. Situata alla periferia di Trieste, la Risiera costituisce un luogo unico nella storia italiana: fu infatti l’unico campo di concentramento nazista presente sul territorio nazionale dotato di forno crematorio. Tra il 1943 e il 1945 vi furono imprigionati, torturati e uccisi partigiani, oppositori politici ed ebrei destinati alla deportazione. Dal 1965 il complesso è monumento nazionale e continua a rappresentare uno dei principali luoghi della memoria della Shoah in Italia.
Nelle poesie dedicate a quella tragedia Cergoly sceglie di sottrarre le vittime all’anonimato, restituendo loro identità e dignità attraverso i nomi propri. Arone Pakitz, Simon, Paola, Rachele Fuà, Alvise Tron tornano così a vivere nella parola poetica, trasformando la memoria individuale in memoria collettiva. È proprio questa attenzione alla persona che rende ancora oggi la sua scrittura straordinariamente attuale.

A dare voce ai testi sarà Nikla Petruška Panizon, attrice della compagnia stabile del Teatro Stabile Sloveno, già apprezzata nelle precedenti edizioni del festival. La sua conoscenza del lessico triestino e delle sfumature linguistiche del territorio costituisce uno degli elementi centrali dello spettacolo, costruito come un continuo dialogo tra la parola poetica di Cergoly e le riflessioni critiche di Pasolini.
Il percorso dedicato allo scrittore friulano proseguirà anche il giorno successivo, quando il Teatro Stabile Sloveno ospiterà un nuovo appuntamento che ne ripercorrerà la figura attraverso le testimonianze di David Maria Turoldo e Libero Mazzi. Due serate consecutive che confermano la volontà di Varcare la frontiera di esplorare la cultura del Novecento non come patrimonio da celebrare, ma come occasione di confronto con le questioni ancora aperte della memoria, delle identità e delle frontiere, temi che Trieste continua a incarnare con rara intensità.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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