La Via degli Angeli, tra Marche e Abruzzo sulle tracce della Santa Casa di Loreto

Un progetto culturale propone di unire due regioni attraverso storia, spiritualità e turismo lento, rileggendo la Traslazione della Santa Casa alla luce delle ricerche dello storico Fernando Frezzotti e della tradizione della Corsa degli Zingari.

Le grandi vie della storia non sono fatte soltanto di strade, ma di racconti che attraversano i secoli e continuano a modellare i territori. Da questa consapevolezza nasce “La Via degli Angeli – La via di Pace e di Perdono”, un itinerario che intreccia ricerca storica, memoria collettiva e valorizzazione del patrimonio culturale tra Marche e Abruzzo.


Le Marche e l’Abruzzo condividono un patrimonio storico e spirituale che affonda le proprie radici nel Medioevo e che oggi si propone come occasione di sviluppo culturale e turistico. È questa l’idea alla base del progetto “La Via degli Angeli – La via di Pace e di Perdono”, presentato a Roma nel corso della conferenza dedicata all’edizione 2026 della Corsa degli Zingari, la storica manifestazione che si svolgerà il 6 settembre a Pacentro, in provincia dell’Aquila. L’iniziativa punta alla realizzazione di un itinerario culturale interregionale capace di collegare i luoghi della Traslazione della Santa Casa di Loreto con quelli della tradizione celestiniana, promuovendo il turismo lento e la riscoperta delle aree interne.

La presentazione si è svolta nella Sala stampa della Camera dei Deputati, su iniziativa del vicepresidente della XII Commissione Affari Sociali, Luciano Ciocchetti. Al centro del progetto vi sono gli studi dello storico Fernando Frezzotti, autore del volume La Via degli Angeli. La traslazione delle Pietre della Santa Casa, e una rilettura della vicenda storica della Traslazione che propone nuove chiavi interpretative su uno degli episodi più noti della tradizione lauretana.

Secondo la ricostruzione elaborata da Frezzotti, un ruolo determinante sarebbe stato svolto da Celestino V, il pontefice eletto nel 1294, figura tra le più complesse della storia medievale. La sua bolla del 2 ottobre di quell’anno avrebbe disposto che le pietre della Santa Casa trovassero definitiva collocazione a Loreto, dopo che era sfumata l’ipotesi di custodirle presso la Basilica di Collemaggio all’Aquila, a causa di una controversia con Carlo II d’Angiò sul possesso del sito.

Il racconto si sviluppa lungo un itinerario che unisce Marche e Abruzzo. Mentre il convoglio incaricato del trasporto delle pietre sostava nella località oggi conosciuta come Angeli di Varano, nei pressi di Ancona, Celestino V avrebbe inviato un messaggio affinché il nuovo ordine fosse ricevuto e applicato senza equivoci. Per garantire il buon esito della comunicazione sarebbero stati scelti alcuni messaggeri, identificati dallo storico come fanti di etnia valacca, chiamati “Zingari”, che dopo giorni di marcia avrebbero raggiunto il pontefice a Pacentro il 12 ottobre 1294.

Questa ipotesi storica offre una possibile spiegazione delle origini della Corsa degli Zingari, antichissima tradizione popolare dedicata alla Madonna di Loreto che ogni anno richiama a Pacentro numerosi partecipanti e visitatori. La leggenda dei messaggeri sarebbe sopravvissuta nella memoria collettiva, mentre il luogo della loro partenza avrebbe lasciato traccia persino nella toponomastica della Via Flaminia, ancora oggi identificata in quel tratto come Strada degli Zingari. Sempre secondo la ricostruzione proposta da Frezzotti, due distinti gruppi avrebbero portato conferma dell’avvenuta ricezione del messaggio: un primo gruppo di cavalieri avrebbe raggiunto Celestino a Sulmona il 10 ottobre, mentre i fanti sarebbero arrivati due giorni dopo a Pacentro, durante il viaggio del pontefice verso Napoli.

L’interpretazione avanzata dallo storico attribuisce inoltre un diverso significato al ruolo di Celestino V nella vicenda della Traslazione della Santa Casa, proponendo una lettura che intende superare l’immagine tramandata dalla celebre espressione con cui Dante Alighieri, nella Divina Commedia, allude al “gran rifiuto”. Si tratta di un tema che continua a suscitare interesse tra gli studiosi e che si inserisce nel più ampio dibattito sulla figura del pontefice eremita e sul suo breve ma significativo pontificato.

Al di là degli aspetti storiografici, il progetto guarda soprattutto al futuro dei territori coinvolti. L’obiettivo è costruire un percorso storico-culturale capace di collegare la Santa Casa di Loreto, la Perdonanza Celestiniana e la Corsa degli Zingari in un unico cammino di pace, fede e memoria. L’iniziativa si inserisce nel crescente interesse verso i cammini spirituali italiani, che negli ultimi anni hanno conosciuto una significativa espansione grazie alla valorizzazione di itinerari come la Via Francigena, il Cammino di San Benedetto e i percorsi francescani, oggi considerati strumenti efficaci per promuovere un turismo sostenibile e destagionalizzato.

“La Via degli Angeli – La via di Pace e di Perdono” è promossa dall’Associazione Culturale Corsa degli Zingari di Pacentro, in collaborazione con la Confraternita Madonna di Loreto, il Club Auto Moto Storiche Ancona (CAMSA) – Arco degli Angeli Wine Factory, oltre che con numerosi Comuni, Diocesi ed enti di promozione culturale e turistica delle due regioni.

Le ricerche di Fernando Frezzotti sulla Traslazione della Santa Casa sono state pubblicate, a partire dal 2018, sulla rivista scientifica Studi sull’Oriente Cristiano, edita dall’Accademia Angelico Costantiniana. È proprio da questo lavoro di approfondimento che prende forma un progetto destinato a trasformare un’ipotesi storica in un itinerario culturale, capace di mettere in relazione luoghi, tradizioni e comunità attraverso una narrazione condivisa del patrimonio religioso e storico dell’Italia centrale.


Da sirenzi@libero.it 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Teatro Abeliano Bari: in scena un percorso di crescita col musical “Il sogno di un re” 

A Bari l’Accademia dello Spettacolo Unika porta in scena “Il sogno di un re”, spettacolo ispirato a “Padre Pio – Actor Dei” che conclude un intenso laboratorio guidato da Attilio Fontana e Maurizio Semeraro

Prima ancora dello spettacolo c’è il lavoro quotidiano: studio, disciplina, interpretazione, ascolto. È da questo percorso che nasce “Il sogno di un re”, il musical con cui l’Accademia dello Spettacolo Unika trasforma un’esperienza formativa in un progetto artistico condiviso, affidando ai giovani interpreti una rilettura della figura di Padre Pio tra teatro, musica e ricerca interiore.


Il teatro può essere un luogo dove si apprendono tecniche interpretative, ma anche uno spazio in cui maturano consapevolezza, collaborazione e capacità di dare forma a emozioni complesse. È da questa idea che nasce “Il sogno di un re”, il musical presentato dall’Accademia dello Spettacolo Unika di Bari e liberamente ispirato alla celebre opera musicale “Padre Pio – Actor Dei”. Lo spettacolo sarà rappresentato venerdì 17 luglio alle ore 21 al Teatro Abeliano, con ingresso gratuito, nell’ambito della rassegna Luna Barese, organizzata dal Gruppo Abeliano di Vito Signorile all’interno del cartellone estivo Le Due Bari 2026.

L’appuntamento conclude il Laboratorio Musicale dell’Accademia Unika, un percorso intensivo di oltre trenta ore dedicato al musical performing e condotto da Attilio Fontana e Maurizio Semeraro, due artisti che da anni operano nel teatro musicale italiano. Ospitato nella sede dell’Accademia in via Padre Massimiliano Kolbe, il workshop ha coinvolto gli allievi in un programma che ha intrecciato recitazione, canto, danza e movimento scenico, sviluppando il lavoro sul personaggio attraverso alcune delle pagine più significative dell’opera originale. La rappresentazione finale costituisce così il naturale approdo di un percorso di formazione costruito sul lavoro collettivo e sull’esperienza diretta del palcoscenico.

Lo spettacolo propone una rilettura della figura di San Pio da Pietrelcina, presentandolo non soltanto come protagonista della devozione popolare, ma come uomo attraversato da conflitti interiori, sacrifici e ricerca spirituale. La narrazione mette al centro temi universali quali il sogno, la vocazione e il confronto con i propri limiti, riletti attraverso la sensibilità delle nuove generazioni. I giovani interpreti restituiscono così le atmosfere dell’opera originaria privilegiandone la dimensione umana, con una messinscena che punta sull’intensità emotiva e sul coinvolgimento corale.

La direzione artistica è affidata a Sabrina Speranza, mentre Attilio Fontana firma anche la regia e, insieme a Maurizio Semeraro, accompagna il pubblico nel doppio ruolo di mentore e narratore. Per Fontana, il valore dell’iniziativa assume un significato particolare proprio perché si svolge in Puglia, una terra dove la figura di Padre Pio continua a rappresentare un riferimento culturale e spirituale profondamente radicato. Semeraro sottolinea invece come il materiale tratto da “Padre Pio – Actor Dei”, destinato a tornare in tournée nella prossima stagione teatrale, costituisca un banco di prova ideale per giovani performer chiamati a confrontarsi contemporaneamente con recitazione, canto e coreografia.

L’opera originale, da cui prende ispirazione questo nuovo allestimento, appartiene alla tradizione del musical italiano contemporaneo che negli ultimi decenni ha progressivamente ampliato i propri temi, affiancando ai grandi titoli internazionali produzioni dedicate a figure storiche, religiose e letterarie. In questo contesto, il teatro musicale si conferma uno strumento capace di coniugare linguaggi differenti – musica, parola, movimento e scenografia – trasformando il racconto biografico in esperienza emotiva condivisa.

Anche il percorso professionale dei due docenti testimonia questa evoluzione del musical italiano. Attilio Fontana, attore, cantante e performer, ha interpretato produzioni di grande successo come Hair, Vacanze Romane, Tosca Amore Disperato e Cenerentola.com, alternando teatro, televisione e attività di autore musicale. Maurizio Semeraro, formatosi proprio all’Accademia Unika, ha costruito una carriera che lo ha portato da Actor Dei a spettacoli come Billy Elliot, Rapunzel, Evita, Robin Hood e, più recentemente, Pirati dei Caraibi – La maledizione di Davy Jones, fino al nuovo allestimento di Cantando sotto la pioggia.

Più che un semplice saggio conclusivo, “Il sogno di un re” rappresenta dunque il risultato di un progetto educativo che considera il palcoscenico parte integrante della formazione artistica. L’esperienza proposta da Unika dimostra come il teatro musicale possa diventare un laboratorio di crescita personale oltre che professionale, nel quale la qualità dell’apprendimento si misura non soltanto nella preparazione tecnica, ma nella capacità di trasformare una storia condivisa in un’esperienza autentica di interpretazione e partecipazione.


Da Stefania Di Mitrio <stefania.dimitrio@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Diversi universi, un solo linguaggio: l’arte come esperienza condivisa

Il Premio Sinestesie seleziona 72 opere per la quinta edizione dedicata al tema del Multiverso. La mostra e il catalogo critico saranno tra gli appuntamenti di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026

L’arte come attraversamento di mondi possibili, capace di mettere in relazione percezione, immaginazione e ricerca contemporanea. La quinta edizione del Premio Sinestesie conferma la propria vocazione interdisciplinare con una selezione di 72 opere che confluiranno nella mostra “Diversi Universi”, in programma all’Aquila nel novembre 2026.


Il Premio Sinestesie, promosso dall’Associazione aquilana Fuoriscala da oltre vent’anni alimenta un confronto continuo tra linguaggi artistici differenti, favorendo l’incontro tra ricerca, sperimentazione e partecipazione. La quinta edizione, significativamente inserita nel programma di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, rappresenta uno dei momenti più importanti della sua storia, riaffermando il ruolo dell’arte come strumento di conoscenza e di dialogo con il presente.
Al termine di una lunga campagna di promozione del bando a livello nazionale, la giuria – composta da studiosi, curatori, professionisti e personalità del mondo dell’arte e della ricerca – ha selezionato 72 opere tra le centinaia di candidature pervenute. I lavori appartengono alle cinque sezioni previste dal concorso – pittura, grafica, scultura e installazione, fotografia e video – e condividono una riflessione sul tema scelto per questa edizione, “Diversi Universi”, interpretato attraverso il concetto di Multiverso e della sinestesia come possibilità di attraversare dimensioni percettive differenti.

Il riferimento alla sinestesia non è soltanto un espediente poetico. In ambito artistico il termine indica la capacità di mettere in relazione sensazioni appartenenti a sfere percettive diverse, trasformando il dialogo tra vista, suono, materia e movimento in un linguaggio creativo. Dalle sperimentazioni simboliste di fine Ottocento alle avanguardie storiche del Novecento, fino alle pratiche multimediali contemporanee, la sinestesia è divenuta uno degli strumenti attraverso cui l’arte ha cercato di superare i confini tradizionali tra le discipline. Il Premio Sinestesie raccoglie questa eredità proponendo il Multiverso come metafora della pluralità delle esperienze, delle identità e delle possibilità interpretative offerte dall’arte contemporanea.

Le opere selezionate saranno raccolte nel catalogo critico della manifestazione e costituiranno il nucleo della mostra collettiva “Diversi Universi”, prevista per il mese di novembre 2026. L’esposizione sarà allestita nella Sala Baiocco, raffinato ambiente liberty della fine dell’Ottocento recentemente restituito alla città grazie a un accurato intervento di restauro. La riapertura dello spazio, resa possibile dalla collaborazione con l’Associazione L’Aquila Young, assume un valore simbolico nel contesto dell’anno dedicato alla Capitale Italiana della Cultura: un edificio storico torna infatti a vivere come luogo di produzione culturale contemporanea. Durante l’inaugurazione saranno inoltre proclamati i vincitori delle cinque sezioni, assegnati i premi in denaro e presentato il catalogo edito dall’Associazione Fuoriscala.

La scelta della Sala Baiocco non rappresenta soltanto una soluzione espositiva. Il dialogo tra un ambiente appartenente alla stagione della Belle Époque e le ricerche dell’arte contemporanea riflette una delle caratteristiche più interessanti delle politiche culturali dell’Aquila negli ultimi anni: valorizzare il patrimonio storico attraverso nuovi usi, facendo convivere tutela, memoria e sperimentazione. In questa prospettiva la candidatura a Capitale Italiana della Cultura non si traduce esclusivamente in una successione di eventi, ma diventa occasione per rafforzare il rapporto tra identità urbana e produzione artistica.

Il Premio Sinestesie si inserisce pienamente in questa visione. Nato oltre vent’anni fa, ha progressivamente consolidato un modello che considera l’arte uno spazio di incontro fra discipline, sensibilità e comunità differenti. L’obiettivo dichiarato non è soltanto offrire visibilità agli artisti emergenti e affermati, ma costruire percorsi realmente inclusivi, capaci di ampliare lo sguardo sul contemporaneo e di favorire il dialogo tra pratiche espressive diverse. La stessa articolazione del concorso, aperta a pittura, grafica, installazione, fotografia e video, testimonia la volontà di interpretare la complessità della ricerca artistica attuale senza rigide suddivisioni disciplinari.

La qualità della selezione emerge anche dall’ampia rappresentanza delle cinque sezioni. La pittura continua a costituire il nucleo numericamente più consistente, affiancata da installazioni e opere scultoree che riflettono la crescente attenzione verso pratiche ambientali e partecipative. Fotografia e video confermano invece il ruolo centrale delle immagini in movimento e dei linguaggi digitali nella ricerca contemporanea, mentre la grafica mantiene viva una tradizione progettuale che continua a rinnovarsi attraverso nuovi strumenti e nuove sensibilità.

L’iniziativa si avvale del patrocinio della Regione Abruzzo, della Provincia e del Comune dell’Aquila, oltre che di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, e del sostegno di numerose istituzioni culturali, tra cui MAXXI L’Aquila, Fondazione Carispaq, Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre, Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema sede Abruzzo, L’Aquila Young, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste e Banca BCC L’Aquila. Una rete che conferma come il progetto abbia ormai assunto una dimensione stabile nel panorama artistico nazionale.

Con Diversi Universi, il Premio Sinestesie propone dunque una riflessione che supera il semplice concorso artistico. La pluralità dei linguaggi, la valorizzazione di uno spazio storico restituito alla città e il coinvolgimento di istituzioni culturali e scientifiche convergono in un progetto che interpreta l’arte contemporanea come esperienza condivisa e come strumento di relazione. In un tempo segnato dalla frammentazione delle prospettive, la mostra invita a considerare il multiverso non come fuga dalla realtà, ma come metafora della ricchezza delle visioni che l’arte è ancora capace di generare.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

A Villa Altieri Roma: Monica Argentino – Gazzie Rimembranza

A Villa Altieri la nuova mostra di Monica Argentino trasforma pittura, performance e installazione in un percorso dedicato alla permanenza del ricordo e alla costruzione dell’identità

La memoria non è un archivio immobile, ma una materia viva che continua a modificare il presente. Con Gazzie Rimembranza, Monica Argentino costruisce un progetto multidisciplinare in cui pittura, corpo e gesto si intrecciano per restituire al ricordo una dimensione condivisa, capace di oltrepassare la sfera individuale.


Esistono parole che custodiscono un’intera geografia affettiva. Non hanno bisogno di essere tradotte, perché il loro significato si rivela attraverso le immagini, gli odori e i legami che evocano. Gazzie, termine dialettale calabrese scelto da Monica Argentino come titolo della sua nuova mostra, appartiene a questa categoria: una parola che diventa il punto di partenza per riflettere sul rapporto tra memoria, identità e trasformazione. Dal 27 luglio al 7 agosto 2026, Villa Altieri – Palazzo della Cultura e della Memoria Storica di Roma ospita Gazzie Rimembranza, esposizione personale curata da Roberta Melasecca e promossa dall’Associazione culturale Il Segno con il patrocinio della Città Metropolitana di Roma Capitale.

Lontano dall’idea di una semplice mostra di pittura, il progetto assume fin dall’origine un carattere multidisciplinare. Le diciassette opere esposte dialogano con installazioni, video, azioni performative e interventi dal vivo, costruendo un ambiente nel quale il visitatore è chiamato a confrontarsi con una memoria che non appartiene soltanto al passato, ma continua ad agire nel presente. La ricerca dell’artista si sviluppa infatti attorno all’idea della memoria come luogo di permanenza, relazione e continua trasformazione, dove corpo, gesto e pensiero si intrecciano senza soluzione di continuità.

L’inaugurazione amplia ulteriormente questa dimensione esperienziale. Dopo gli interventi di Tiziana Biolghini, delegata alla Cultura, Politiche sociali e Pari opportunità della Città Metropolitana di Roma Capitale, e della docente di Filosofia e Storia Barbara Gentili, lo spazio espositivo viene attraversato da due installazioni viventi interpretate da Maria Carla Generali e Carlotta Valitutti, i cui corpi, dipinti dall’artista, diventano superfici espressive in continuo dialogo con le opere. A completare il percorso interviene la performance di danza di Marie Claire Graneri, che trasforma il movimento in una prosecuzione naturale del linguaggio pittorico.

Il titolo dell’esposizione racchiude il nucleo simbolico dell’intero progetto. “Gazzie” è il nome con cui, in alcune aree della Calabria, vengono indicate le acacie farnesiane, alberi noti per l’intensità del loro profumo, capace di persistere anche dopo la caduta dei fiori. Monica Argentino dedica questa parola al padre e la assume come metafora della memoria: un’eredità invisibile che continua a diffondersi, sedimentandosi nelle persone e nei luoghi, alimentando l’identità individuale e quella collettiva. L’immagine dell’aroma che permane oltre la presenza fisica richiama un tema ricorrente nella cultura occidentale, dove il ricordo viene spesso rappresentato come traccia capace di oltrepassare il tempo e di rigenerare continuamente il significato dell’esperienza.

Questa riflessione trova una precisa traduzione nella pratica artistica di Argentino. Le superfici pittoriche non si limitano a ospitare il colore, ma vengono costruite attraverso una stratificazione di materiali differenti: tessuti, elementi metallici, frammenti lignei, testi poetici e oggetti appartenenti alla sfera personale emergono dalla materia pittorica come reperti di una biografia che si apre alla dimensione universale. Il risultato è un linguaggio che supera la tradizionale distinzione tra pittura e installazione, trasformando ogni opera in uno spazio attraversabile, nel quale la memoria assume una consistenza fisica. Come osserva Roberta Melasecca nel testo curatoriale, le opere diventano luoghi d’incontro fra esperienze individuali e storie condivise, aprendo continuamente nuovi livelli di lettura.

Il ricorso a materiali eterogenei inserisce il lavoro dell’artista all’interno di una ricerca che, dalla seconda metà del Novecento, ha progressivamente ampliato il concetto stesso di pittura. Dalle sperimentazioni dell’Informale europeo alle poetiche della materia sviluppate da Alberto Burri, fino alle pratiche installative e performative contemporanee, molti artisti hanno sostituito la rappresentazione con la presenza fisica dell’opera. Anche Monica Argentino costruisce superfici che non illustrano un ricordo, ma lo incarnano, trasformando la materia in esperienza e il gesto artistico in processo di conoscenza.

L’interdisciplinarità rappresenta da tempo il tratto distintivo della sua ricerca. Attiva dagli inizi degli anni Novanta, Monica Argentino opera tra pittura, performance, videoarte e installazione. Dopo l’esordio alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma nel 1991, il suo percorso si è sviluppato attraverso progetti come Chimera: le forme del male alla Galleria Polmone Pulsante, Archetipo Umano al MACRO di Roma e la videoopera Involucro, premiata alla Biennale Internazionale d’Arte di Bari e successivamente presentata al DORCAM di Miami. Le sue opere sono oggi presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui il MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz e la Pinacoteca d’Arte Contemporanea di Teora. Nel 2024 ha ricevuto una Menzione di Merito nell’ambito della mostra Arte per i Diritti Umani, patrocinata da Amnesty International, mentre nel 2026 la sua ricerca è stata al centro di un documentario realizzato dall’Accademia del Cinema Renoir di Roma.

Con Gazzie Rimembranza, Monica Argentino conferma una poetica che concepisce l’opera come luogo di attraversamento più che come oggetto concluso. Pittura, corpo e performance concorrono a costruire un racconto nel quale la memoria non viene celebrata con nostalgia, ma riconosciuta come forza generativa, capace di modellare continuamente il presente. Villa Altieri diventa così il teatro di un’esperienza che invita il pubblico non soltanto a osservare le opere, ma a riconoscere nelle loro stratificazioni le tracce della propria storia, dimostrando come il ricordo possa trasformarsi in uno spazio condiviso di relazione e di futuro.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Quando una collezione smette di essere un archivio e torna a produrre futuro

Il Castello di Rivoli inaugura la stagione autunnale con nuove commissioni, riallestimenti e acquisizioni che ridefiniscono il ruolo del museo come laboratorio permanente dell’arte contemporanea

Una collezione pubblica non è soltanto un patrimonio da custodire. È un organismo che cresce, cambia, produce nuove opere e rilegge quelle esistenti. Con il programma autunnale 2026, il Castello di Rivoli propone una riflessione sul museo come luogo di ricerca, capace di intrecciare memoria e sperimentazione senza separare conservazione e produzione culturale.


Ogni museo custodisce opere. Pochi, però, scelgono di interrogare continuamente il significato stesso del collezionare. È da questa domanda che prende forma la stagione autunnale 2026 del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, un progetto articolato che non si limita a presentare nuove esposizioni, ma ripensa il museo come organismo in evoluzione, nel quale conservazione, ricerca, committenza e partecipazione pubblica diventano parti di un unico processo culturale.
La visione emerge già nelle parole della presidente Francesca Lavazza e del direttore Francesco Manacorda, che individuano nella collezione pubblica uno spazio capace di mantenere vivo il patrimonio attraverso nuove produzioni, acquisizioni e riallestimenti. Da questa impostazione nasce un programma che comprende la terza edizione di Inserzioni, un importante riallestimento dedicato all’Arte povera, una sala permanente per Giulio Paolini in memoria del collezionista Gino Viliani, una nuova edizione de Il Castello Incantato con un omaggio a Remo Salvadori e la presentazione delle opere vincitrici del Premio Piero Siena 2026. Insieme, questi interventi raccontano una precisa idea di museo: non un luogo concluso, ma uno spazio di ricerca che continua a trasformarsi.

Cuore della stagione è Inserzioni, programma di commissioni avviato da Francesco Manacorda e giunto alla terza edizione. Dal 25 settembre le sale del primo e del secondo piano del Castello ospitano nuove opere realizzate appositamente da Haris Epaminonda, Christelle Oyiri e Sung Tieu. Le tre artiste affrontano temi centrali della contemporaneità – migrazioni, identità, memoria e strutture del potere – utilizzando l’architettura come dispositivo culturale e politico. Lo spazio museale diventa così materia narrativa: Epaminonda mette in dialogo gli ambienti juvarriani con Casa Mollino, Sung Tieu realizza un intervento site-specific dedicato ai meccanismi della memoria collettiva, mentre Christelle Oyiri riflette sulla trasformazione dei simboli religiosi e monumentali attraverso la cultura popolare e gli immaginari della diaspora nera.

Accanto alle nuove produzioni prende forma un ampio riallestimento della Collezione dedicato all’Arte povera, movimento nato a Torino nel 1967 grazie alla definizione critica di Germano Celant e destinato a modificare profondamente il linguaggio dell’arte internazionale. Il Castello di Rivoli conserva uno dei nuclei più significativi di questa esperienza e ne propone oggi una rilettura che assegna a ciascun artista uno spazio autonomo. Le opere di Alighiero Boetti, Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto dialogano con quelle di Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giuseppe Penone e Gilberto Zorio, mentre da ottobre una sala sarà dedicata a Emilio Prini. Sempre in autunno entrerà nel percorso anche Carol Rama, figura fondamentale dell’arte italiana del Novecento, alla quale il museo dedica per la prima volta uno spazio permanente.

Il rapporto fra opera, collezione e memoria attraversa anche Giulio Paolini: In due atti, progetto curato da Marcella Beccaria e Andrea Viliani. L’artista trasforma la sala in un dispositivo espositivo nel quale studio, casa, museo, autore, collezionista e pubblico convivono come elementi di un’unica rappresentazione. Dopo una prima fase già avviata durante l’estate, da ottobre il percorso accoglierà opere appartenute a Gino Viliani, promesse in dono al museo, trasformando l’allestimento in una riflessione sul collezionismo come costruzione condivisa del patrimonio culturale.

La dimensione educativa trova invece espressione nel nuovo Castello Incantato, concepito come esperienza partecipativa rivolta ai più giovani. Ispirato all’idea dell’agorà greca, il progetto considera il museo una palestra di cittadinanza, nella quale l’arte contemporanea diventa occasione di confronto, inclusione e formazione. Opere di John Baldessari, William Kentridge, Otobong Nkanga e Paola Pivi dialogano con le installazioni di Peter Friedl e Rivane Neuenschwander, quest’ultima sviluppata anche attraverso laboratori che hanno coinvolto bambini del territorio nella creazione di nuovi immaginari condivisi.

Nello stesso contesto si inserisce Continuo infinito presente, omaggio dedicato a Remo Salvadori dopo la sua recente scomparsa. Realizzata in collaborazione con l’Archivio Remo Salvadori, la sala presenta La stanza delle tazze (1985-1986), opera ispirata ai principi antroposofici di Rudolf Steiner, affiancata da lavori provenienti dall’Archivio. Il progetto restituisce la profondità di una ricerca che ha sempre intrecciato forma, spiritualità ed esperienza percettiva.

Completa il programma il Premio Piero Siena 2026, sviluppato insieme alla Provincia Autonoma di Bolzano e al Museion. Le opere premiate di Stefano Bernardi e Samira Mosca vengono presentate nelle sale storiche del Castello, mentre quella di Bernardi entra stabilmente nella collezione permanente, confermando come l’acquisizione di nuove opere rappresenti uno degli strumenti attraverso cui il museo continua a costruire il proprio patrimonio pubblico.

L’intero progetto autunnale restituisce così l’identità di un’istituzione che, fin dalla sua apertura nel 1984, ha contribuito a definire il ruolo internazionale di Torino nel sistema dell’arte contemporanea. Il Castello di Rivoli non propone semplicemente una successione di mostre, ma una riflessione sul significato stesso del museo nel XXI secolo: un luogo dove la memoria non viene conservata in modo statico, ma continuamente riattivata attraverso nuove opere, nuovi allestimenti e nuovi sguardi sul presente.


Da Press Office <press@castellodirivoli.org> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Nivola vis-à-vis: quando lo spazio diventa esperienza con una riflessione sull’abitare

A sinistra: La luce abbracciando una stanza tende i sogni ad occhi aperti, 1978, legno dipinto e vetro, 40,8 x 40,8 x 40,8 cm; all’interno: argilla semirefrattaria con cordoncino in cotone, 17 x 20,4 x 5 cm, Orani, Museo Nivola
A destra: 2 “Spazio elastico, 1967, Elastici fluorescenti, motori elettrici, lampada di Wood 400x400x400 cm, Neue Gallerie am Landesmuseum Johanneum, Graz, 1967, Archivio Gianni Colombo, Milano” *** “Elastic space, 1967-68, environment, Elastic cord, black light, electromechanical, 400x400x400 cm / 156x156x156 in c/o Neue Gallerie am Landesmuseum Johanneum, Graz, 1967 – Courtesy: Galleria L’Attico, Roma, 1968

Il Museo Nivola di Orani inaugura un nuovo programma espositivo mettendo a confronto Costantino Nivola e Gianni Colombo in una riflessione sull’abitare, la percezione e la memoria

Lo spazio non è soltanto ciò che ci circonda: è ciò che attraversiamo, interpretiamo e ricordiamo. Da questa idea prende avvio “Nivola vis-à-vis”, il nuovo ciclo espositivo del Museo Nivola di Orani, che inaugura il suo percorso con un dialogo tra Costantino Nivola e Gianni Colombo, due protagonisti della ricerca artistica del secondo Novecento accomunati da una radicale riflessione sull’ambiente come esperienza.


Dal 24 luglio al 25 ottobre 2026 il Museo Nivola di Orani presenta “Nivola, Colombo e lo spazio intorno”, mostra curata da Chiara Gatti e Anna Pirisi in collaborazione con l’Archivio Gianni Colombo di Milano. L’esposizione inaugura STANZE, primo capitolo del nuovo programma Nivola vis-à-vis, un progetto destinato a svilupparsi tra l’estate e l’autunno del 2026 attraverso una serie di confronti tra Costantino Nivola e alcune figure decisive dell’arte del Novecento. L’obiettivo non è costruire semplici accostamenti storici, ma far emergere affinità progettuali, convergenze di ricerca e modi diversi di concepire il rapporto tra opera, architettura e presenza umana.

L’iniziativa nasce da un confronto con Claire Nivola, figlia dell’artista, e rappresenta una nuova direzione per il museo di Orani, che sceglie di leggere l’opera del grande scultore sardo attraverso il dialogo con i suoi contemporanei. A guidare il progetto è Chiara Gatti, direttrice artistica del museo, che ha immaginato un percorso articolato in tre capitoli – Stanze, Le relazioni fruttuose e Corrispondenze – destinati a mettere in luce aspetti meno esplorati della ricerca di Nivola e il suo rapporto con protagonisti come Gianni Colombo, Ruth Guggenheim, Bruno Munari e Regina Cassolo Bracchi. Il programma assume un significato particolare anche perché coincide con la grande retrospettiva dedicata a Nivola alla Triennale di Milano, contribuendo a rilanciare il ruolo del museo sardo come centro di studio e interpretazione della sua opera.

Il primo capitolo prende forma attraverso tre ambienti distinti, pensati non come semplici sezioni espositive ma come esperienze da attraversare. La Stanza dei sogni di Costantino Nivola dialoga con lo Spazio elastico di Gianni Colombo e conduce infine alla Stanza della memoria, luogo partecipativo destinato a raccogliere ricordi, testimonianze e materiali prodotti dalla comunità di Orani. Il visitatore non osserva soltanto le opere, ma diventa parte di un percorso che mette in discussione il modo stesso di abitare e percepire lo spazio.

Il confronto tra i due artisti nasce da una significativa coincidenza storica. Nel 1968, mentre Gianni Colombo presenta il celebre Spazio elastico alla Biennale di Venezia, Costantino Nivola realizza il Modello per il monumento ad Antonio Gramsci, avviando una riflessione sul monumento come luogo da attraversare più che da contemplare. Sebbene i due percorsi si sviluppino con linguaggi differenti, entrambi mettono al centro il rapporto fisico tra il corpo e l’ambiente, anticipando molte delle ricerche che caratterizzeranno l’arte ambientale e installativa degli anni successivi.

Per Nivola lo spazio non coincide mai con il semplice involucro architettonico. È un volume costruito attorno alla presenza umana, capace di accogliere relazioni, luce e memoria. Questa concezione attraversa gran parte della sua produzione, dai monumenti orizzontali ai celebri teatrini, piccole architetture modulari nelle quali forme geometriche, rapporti proporzionali e variazioni luminose costruiscono scenari sospesi tra realtà e immaginazione. L’attenzione verso il dialogo tra scultura e architettura costituisce uno degli aspetti più originali della ricerca di Nivola, sviluppata soprattutto negli Stati Uniti, dove l’artista collaborò con alcuni dei maggiori protagonisti dell’architettura moderna, tra cui Le Corbusier, Marcel Breuer ed Eero Saarinen, contribuendo a ridefinire il ruolo della scultura nello spazio pubblico.

Diversa ma complementare è la ricerca di Gianni Colombo, protagonista del Gruppo T e tra i principali interpreti dell’arte cinetica e programmata italiana. Fin dagli anni Sessanta Colombo concentra il proprio interesse sulla percezione, trasformando lo spettatore in elemento attivo dell’opera. Lo Spazio elastico, realizzato attraverso una trama di fili luminosi che modificano continuamente la percezione dell’ambiente, non rappresenta un luogo, ma produce una condizione di instabilità visiva e corporea. L’opera invita a sperimentare direttamente la perdita di riferimenti spaziali, facendo della percezione un autentico materiale artistico.

Il dialogo costruito dalla mostra mette così in evidenza una sorprendente consonanza tra due percorsi apparentemente lontani. Se Nivola attribuisce alla luce il compito di modellare l’architettura e di trasformare il tempo della contemplazione, Colombo utilizza la luce per alterare l’equilibrio percettivo dello spettatore. In entrambi i casi lo spazio non è mai neutrale, ma diventa un organismo dinamico che esiste soltanto nella relazione con chi lo attraversa.

La terza sezione del progetto amplia ulteriormente questa riflessione, coinvolgendo direttamente la comunità di Orani. La Stanza della memoria, allestita nello storico Lavatoio, raccoglierà racconti, immagini, testimonianze e frammenti di memoria collettiva destinati a entrare nell’archivio del museo. Lo spazio espositivo si trasforma così in uno strumento di cittadinanza attiva, capace di intrecciare arte contemporanea, patrimonio immateriale e partecipazione civile.

Parallelamente alla mostra, il Museo Nivola rende omaggio a Grazia Deledda nel centenario del Premio Nobel per la Letteratura, esponendo fino al 20 settembre 2026 una scultura in bronzo che Costantino Nivola dedicò alla scrittrice nuorese a metà degli anni Settanta. L’opera, concessa in prestito dal Banco di Sardegna, trova collocazione nel nuovo spazio del lucernario, stabilendo un ulteriore legame tra la cultura artistica e quella letteraria della Sardegna.

Il programma Nivola vis-à-vis proseguirà tra novembre 2026 e marzo 2027 con il secondo capitolo, dedicato a Ruth Guggenheim, moglie di Nivola e raffinata interprete dell’astrazione plastica, e al confronto tra Bruno Munari e Regina Cassolo Bracchi, due figure centrali della sperimentazione italiana del secondo dopoguerra. Seguirà Corrispondenze, nuovo allestimento della collezione permanente che valorizzerà opere conservate nei depositi e materiali fotografici inediti realizzati dallo stesso Nivola tra le vie di Orani, oltre a un progetto partecipativo dell’artista Giammarco Cugusi dedicato alla comunità locale.

Fondato nel 1995 e dedicato alla tutela dell’opera di Costantino Nivola (1911-1988), il Museo Nivola continua così a interpretare la propria missione come laboratorio di ricerca piuttosto che come semplice luogo di conservazione. Entrato nel 2026 nell’AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, il museo conferma una vocazione che unisce studio, sperimentazione e partecipazione pubblica, nel segno di un artista che ha sempre concepito la scultura come parte integrante dello spazio dell’abitare. Con Nivola, Colombo e lo spazio intorno, questa visione trova una nuova attualità, ricordando come ogni ambiente sia, prima ancora che un luogo fisico, un’esperienza condivisa.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com
Articolo a cura della Redazione Experiences

Sotto il cielo delle stelle, dove arte e scienza tornano a parlarsi

In Valle d’Aosta un progetto espositivo diffuso mette in relazione artisti, astronomi, archeologi e ricercatori per riflettere sul rapporto tra l’uomo, il cosmo e le nuove tecnologie

Cinque luoghi, dieci artisti, un unico itinerario culturale. Dal 23 luglio al 18 ottobre 2026 la Valle d’Aosta ospita “Sotto il cielo di stelle”, un progetto multidisciplinare che intreccia arte contemporanea, ricerca scientifica, archeologia e spiritualità, trasformando il territorio in una costellazione di esperienze dedicate alla conoscenza e all’immaginazione.


C’è un momento in cui alzare lo sguardo non significa semplicemente osservare il cielo, ma interrogarsi sul posto che occupiamo nell’universo. È da questa prospettiva che prende forma “Sotto il cielo di stelle. Costellazione di arte, scienze e culture”, un articolato progetto curatoriale ideato da Fortunato D’Amico, promosso dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta e da Valle d’Aosta Heritage. Più che una mostra diffusa, è un percorso di ricerca che attraversa il territorio valdostano mettendo in relazione discipline che raramente dialogano con tale intensità: arte contemporanea, astronomia, archeologia, tecnologia, filosofia e spiritualità. L’iniziativa si svolgerà dal 23 luglio al 18 ottobre 2026, coinvolgendo il Castello Gamba di Châtillon, il MEGA Museo di Aosta, Les Maisons de Judith in Val Ferret, la Chiesa Evangelica Valdese di Courmayeur e l’Osservatorio Astronomico di Saint-Barthélemy.

L’idea nasce dall’esperienza degli incontri che da anni animano la Val Ferret con la partecipazione di astronauti, scienziati, studiosi e rappresentanti del mondo della cultura e della fede. Quel confronto interdisciplinare diventa oggi un progetto espositivo capace di trasformare il paesaggio alpino in una costellazione simbolica, nella quale ogni sede rappresenta una tappa di un racconto dedicato alla relazione tra essere umano e universo. Il cielo, suggerisce il progetto curatoriale, non è soltanto un oggetto di osservazione scientifica, ma anche uno spazio culturale che da millenni alimenta miti, religioni, arte e conoscenza.

La riflessione proposta da D’Amico si inserisce in una lunga tradizione che attraversa la storia dell’umanità. Dalle antiche civiltà mesopotamiche alle osservazioni astronomiche del mondo greco, fino alla rivoluzione copernicana e alle moderne missioni spaziali, il firmamento ha rappresentato insieme uno strumento di orientamento, un calendario naturale e una sorgente inesauribile di immaginazione. Oggi, accanto ai telescopi, operano satelliti, sonde, reti digitali e sistemi di intelligenza artificiale che ampliano la capacità di osservazione dell’uomo, modificando profondamente il nostro modo di interpretare il cosmo. È proprio questa nuova condizione che il progetto intende esplorare attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea.

Alla mostra partecipano alcuni dei protagonisti più autorevoli dell’arte italiana degli ultimi decenni: Michelangelo Pistoletto, Grazia Toderi, Gilberto Zorio, Mimmo Paladino, Angelo Bonello, Daniela Pellegrini, Giuliana Cunéaz, Marco Nereo Rotelli, Massimo Uberti e Franco Perrotti. Le loro opere affrontano temi che spaziano dalle geografie cosmiche alle archeologie del futuro, dall’identità dell’essere umano nell’universo alle implicazioni etiche delle nuove tecnologie, costruendo un dialogo continuo tra ricerca artistica e conoscenza scientifica.

Il cuore del progetto trova sede al Castello Gamba, dove la sezione Stazione orbitante. Traiettorie espressive del contemporaneo sviluppa un percorso tra installazioni luminose, sculture, video e opere ambientali. Qui la luce diventa elemento narrativo, mentre il tema del cosmo viene interpretato come spazio fisico e mentale, luogo dell’esplorazione ma anche della memoria e dell’immaginazione. Le ricerche di Angelo Bonello, Grazia Toderi, Gilberto Zorio, Massimo Uberti, Marco Nereo Rotelli, Daniela Pellegrini, Mimmo Paladino e Franco Perrotti costruiscono un itinerario in cui la dimensione poetica convive con quella tecnologica.

Al MEGA Museo, il confronto assume una prospettiva diversa. La sezione Archeologie del cielo futuro mette in relazione il patrimonio archeologico dell’area megalitica con opere contemporanee che riflettono sul tempo lungo della civiltà e sulla continuità tra passato e futuro. Reperti antichi, allineamenti astronomici e installazioni artistiche dialogano sul tema della conoscenza, suggerendo come il desiderio di comprendere il cielo accompagni l’umanità fin dalle sue origini. La presenza di opere di Michelangelo Pistoletto, Giuliana Cunéaz, Grazia Toderi, Gilberto Zorio, Mimmo Paladino, Angelo Bonello e Daniela Pellegrini rende evidente questa continuità tra memoria archeologica e ricerca contemporanea.

Alle Maisons de Judith, in Val Ferret, il progetto si concentra invece sul rapporto tra arte, sostenibilità e coscienza planetaria. Il percorso dialoga con il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, realizzato con tronchi recuperati dopo una tempesta, simbolo di una possibile riconciliazione tra natura e intervento umano. Qui trova spazio anche il progetto SPAC3, sviluppato in relazione alla missione spaziale VITA del 2017, durante la quale l’astronauta Paolo Nespoli portò nello spazio il simbolo del Terzo Paradiso, rafforzando il legame tra ricerca artistica, esplorazione spaziale e riflessione sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Una riflessione diversa prende forma nella Chiesa Evangelica Valdese di Courmayeur, dove Franco Perrotti presenta Dissuader. Il volo della colomba dall’Arca di Noè ai cieli antropizzati. Il progetto affronta la trasformazione del volo da simbolo di libertà e pace a spazio regolato da tecnologie, sorveglianza e controllo. Le colombe, reinterpretate come organismi ibridi, evocano un presente in cui droni, reti di monitoraggio e infrastrutture tecnologiche modificano profondamente il nostro rapporto con il cielo.

L’ultima tappa conduce all’Osservatorio Astronomico di Saint-Barthélemy, uno dei principali centri italiani dedicati alla divulgazione e alla ricerca astronomica. Qui il percorso si concentra sulle tecnologie della visione cosmica, dai telescopi ai Big Data fino alle applicazioni dell’intelligenza artificiale nello studio dell’universo. La collaborazione con astronomi e ricercatori sottolinea come il progetto non intenda utilizzare la scienza come semplice suggestione, ma come interlocutore reale dell’esperienza artistica.

Tra gli elementi più innovativi dell’intera manifestazione figura l’impiego della tecnologia Quadruslight, utilizzata per numerose installazioni retroilluminate. Basata sull’integrazione tra stampa fine-art, illuminazione LED ad alta efficienza e progettazione luminosa di precisione, questa soluzione trasforma la luce in materiale espressivo, contribuendo alla costruzione di ambienti immersivi nei quali percezione, emozione e conoscenza convergono in un’unica esperienza. Non si tratta di un semplice supporto espositivo, ma di un dispositivo progettuale che amplia le possibilità narrative dell’opera contemporanea e rafforza il dialogo con gli spazi architettonici e il paesaggio alpino.

Ad accompagnare la mostra sarà anche un calendario di incontri che ne anticipa e approfondisce i contenuti. Il programma si aprirà il 18 luglio con un dialogo tra Paolo Nespoli e Fortunato D’Amico dedicato all’esplorazione spaziale; proseguirà il 31 luglio con una visita guidata del curatore al Castello Gamba; il 1° agosto vedrà confrontarsi Michelangelo Pistoletto, Fabio Grimaldi, amministratore delegato di ALTEC, e Roberto Battiston, già presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, sul rapporto tra creatività e ricerca spaziale; infine, il 2 agosto, Courmayeur ospiterà l’incontro Sconfinato: quanto la Terra ha bisogno di cielo, con la partecipazione di Don Luca Peyron e Jean Marc Christille, dedicato al dialogo tra scienza, spiritualità e futuro del pianeta.

Più che proporre una riflessione sullo spazio, Sotto il cielo di stelle invita a considerare il cielo come uno specchio attraverso cui osservare la nostra civiltà. In un’epoca in cui l’esplorazione dell’universo procede insieme allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie di osservazione, il progetto valdostano ricorda che ogni conquista scientifica continua ad avere bisogno dello sguardo critico dell’arte e della capacità della cultura di attribuire significato alle scoperte. È in questo dialogo tra sapere scientifico e immaginazione che la mostra trova la propria originalità, trasformando l’intero territorio della Valle d’Aosta in una mappa di relazioni tra discipline, linguaggi e visioni del futuro.


Da Paola Martino Press <ufficiostampa@paolamartinopress.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Il futuro del classico passa da Firenze dove incontra le avanguardie del Novecento

La 34ª Biennale Internazionale dell’Antiquariato presenta i primi capolavori di un’edizione che mette in dialogo archeologia, Old Masters, arti decorative e Novecento

Un’opera antica non è mai soltanto un frammento del passato: continua a produrre nuovi significati ogni volta che viene inserita in un contesto capace di rileggerla. È l’idea che guida la 34ª Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, dove il patrimonio storico incontra il design dell’allestimento e le grandi avanguardie del Novecento.


Dal 26 settembre al 4 ottobre 2026 Palazzo Corsini ospiterà la trentaquattresima edizione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze (BIAF), la più antica mostra-mercato al mondo dedicata all’arte italiana. In attesa dell’apertura ufficiale, gli organizzatori hanno svelato una prima selezione delle opere che comporranno il percorso espositivo, anticipando l’impostazione culturale di una manifestazione che quest’anno si presenta sotto il titolo programmatico “Il futuro del classico”.
La Biennale inaugura una nuova fase sotto la guida del Segretario Generale Bruno Botticelli, con il patrocinio della Regione Toscana, del Comune di Firenze, della Città Metropolitana e della Camera di Commercio di Firenze, oltre al sostegno del main sponsor Gucci. Più che una semplice esposizione antiquaria, la BIAF conferma il proprio ruolo di luogo d’incontro tra mercato, ricerca storico-artistica e tutela del patrimonio, mantenendo quel profilo internazionale che ne ha caratterizzato la storia sin dalla fondazione nel 1959.

La selezione delle opere è stata affidata a un comitato composto da 63 direttori di musei, curatori e restauratori, chiamati a valutare i lavori destinati a entrare in mostra. È un sistema di selezione che distingue la Biennale fiorentina dalle tradizionali fiere d’arte, avvicinandola piuttosto a un’esposizione di livello museale, dove la qualità scientifica precede quella commerciale. Anche il progetto espositivo riflette questa impostazione: le scenografie aperte ideate da Matteo Corvino, insieme agli arredi firmati Minotti, sono pensate per favorire un dialogo continuo tra opere appartenenti a epoche molto distanti.

Il percorso attraversa oltre sette secoli di storia dell’arte. Nella sezione dedicata alla scultura emergono la delicata terracotta invetriata di Andrea della Robbia, il monumentale gruppo marmoreo La Carità di Lorenzo Bartolini, la rara terracotta quattrocentesca di Giovanni de Fondulis, fino ai capolavori del Novecento rappresentati dalla Bagnante di Antonio Maraini e dal Bozzetto per l’Arengario di Milano di Marino Marini. Particolarmente significativa è anche la presenza del monumentale Maggio (Apollo) di Antonio Novelli, commissionato da Maria de’ Medici per i Giardini del Lussemburgo e per lungo tempo attribuito a Michelangelo.

L’itinerario dedicato agli Old Masters offre una panoramica di eccezionale livello, dal Trecento al Settecento. Tra le opere già annunciate figurano il prezioso fondo oro di Paolo Veneziano, la Madonna con Bambino e angeli adoranti di Neri di Bicci, una tavola di Lorenzo Costa, il drammatico Cristo nel Giardino del Getsemani di Mattia Preti e la teatrale Giuditta e Abra con la testa di Oloferne di Francesco Furini. Completano questo nucleo dipinti di Bernardo Strozzi, Luca Giordano, Anton Maria Vassallo e una veduta toscana di Jakob Philipp Hackert, artista che contribuì a definire il paesaggismo europeo tra Illuminismo e Neoclassicismo.

Grande attenzione è riservata anche alle opere su carta. Il disegno del Guercino dedicato a San Gerolamo scrivente e quello realizzato da Giuseppe Vannini per il monumento canoviano a Vittorio Alfieri nella basilica di Santa Croce testimoniano quanto il disegno costituisca non solo uno strumento preparatorio, ma una forma artistica autonoma capace di documentare processi creativi, architettura e memoria storica.

Un capitolo importante riguarda le arti applicate, da sempre uno degli elementi distintivi della Biennale. La rarissima maiolica dell’Officina Granducale Medicea, il sontuoso cabinet trapanese in corallo, tartaruga e rame dorato e un elegante trumeau veneziano del Settecento raccontano la tradizione italiana delle arti decorative, confermando come il collezionismo contemporaneo guardi sempre più alla qualità delle manifatture storiche oltre che alla pittura e alla scultura.

Il Novecento rappresenta però uno degli aspetti più interessanti della nuova edizione. La presenza di Umberto Boccioni, Gino Severini, Alberto Savinio, Giorgio de Chirico, Lucio Fontana, insieme ai lavori di Vittorio Zecchin, Umberto Brunelleschi, Carlo Scarpa e Gio Ponti, dimostra la volontà della BIAF di superare la tradizionale distinzione tra antico e moderno. Le celebri urne “Archi e corde” progettate da Gio Ponti per Richard-Ginori nel 1927 e la coppa in vetro a murrine disegnata da Carlo Scarpa per Venini sono esempi emblematici di come design, artigianato e arti figurative possano condividere lo stesso spazio culturale.

La Biennale guarda inoltre alla valorizzazione del patrimonio cittadino attraverso collaborazioni istituzionali di grande rilievo. Tra le iniziative annunciate figurano l’esposizione del primo disegno di Michelangelo per la facciata della basilica di San Lorenzo, il successivo restauro sostenuto dalla Fondazione CR Firenze e realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure, oltre alle sinergie con Fondazione Palazzo Strozzi. Sono progetti che confermano la vocazione della manifestazione a essere non soltanto una vetrina del mercato antiquario, ma anche un laboratorio di conservazione, ricerca e divulgazione.

Quella annunciata rappresenta soltanto una prima anticipazione di un catalogo destinato ad ampliarsi nei prossimi mesi. Già da questa selezione, tuttavia, emerge con chiarezza la direzione scelta dalla BIAF 2026: costruire un racconto continuo dell’arte italiana, dove il Rinascimento dialoga con il Futurismo, il Barocco incontra il design del Novecento e il collezionismo diventa occasione per riflettere sul valore culturale delle opere oltre il loro prestigio storico. È proprio in questa capacità di mettere in relazione epoche, linguaggi e discipline che Firenze continua a confermare il proprio ruolo di capitale internazionale del patrimonio artistico.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

A Castelnuovo del Garda debutta “MusicalBrolo”, tre sere per raccontare il ritmo


A Castelnuovo del Garda debutta un nuovo festival che unisce funk, soul, swing e jazz con Dirotta su Cuba, Mauro Ottolini e Chiara Luppi

Ci sono festival che nascono inseguendo le mode e altri che scelgono fin dall’inizio un’identità precisa. MusicalBrolo appartiene a questa seconda categoria: tre serate costruite attorno alla musica dal vivo, alla qualità degli interpreti e alla tradizione delle grandi sonorità afroamericane rilette in chiave italiana.


Dal 7 al 9 agosto 2026 Castelnuovo del Garda inaugura la prima edizione di MusicalBrolo, una nuova rassegna musicale promossa dal Comune di Castelnuovo del Garda in collaborazione con la Pro Loco e con il sostegno di RMI Srl. La manifestazione trova la propria sede naturale nel Brolo delle Melanie, suggestivo spazio all’aperto che, in caso di maltempo, sarà sostituito dal DIM – Teatro Comunale. Tre serate consecutive, una direzione artistica affidata al trombonista Mauro Ottolini e un programma che attraversa funk, soul, swing, latin e jazz, mettendo al centro la musica eseguita dal vivo e il dialogo tra tradizione e contemporaneità.

L’idea del festival è quella di esplorare alcuni dei linguaggi che hanno maggiormente influenzato la musica popolare del Novecento. Il soul nato tra Detroit e Memphis, il funk sviluppatosi a partire dall’eredità di James Brown, lo swing delle grandi orchestre americane e le contaminazioni latinoamericane hanno infatti attraversato decenni di storia musicale, influenzando jazz, pop e musica d’autore. MusicalBrolo sceglie di raccontare questo patrimonio attraverso interpreti italiani che da anni ne rappresentano alcune delle espressioni più autorevoli.

L’apertura, venerdì 7 agosto, è affidata al Trio Soul, formazione guidata dalla cantante Chiara Luppi, affiancata per l’occasione dal trombettista Gianluca Carollo. Il repertorio guarda ai grandi classici della black music degli anni Settanta, ma evita la semplice riproposizione filologica. I brani vengono reinterpretati con ampio spazio all’improvvisazione, mantenendo vivo quel rapporto tra libertà esecutiva e intensità emotiva che costituisce uno dei tratti distintivi della tradizione soul e rhythm and blues. Accanto alla voce di Chiara Luppi, musicista dalla lunga esperienza tra jazz, gospel e musica afroamericana, salgono sul palco Pietro Taucher all’organo Hammond e Carmine Bloisi alla batteria. L’ingresso è libero.

Il momento centrale della manifestazione arriva sabato 8 agosto con il concerto dei Dirotta su Cuba, unico appuntamento a pagamento del festival. Fondata nel 1989 da Rossano Gentili e Stefano De Donato e guidata dal 1990 dalla voce di Simona Bencini, la formazione rappresenta una delle esperienze più riconoscibili del funk italiano. Negli anni Novanta contribuì a portare l’acid jazz e il groove funk nelle classifiche nazionali con un linguaggio che univa energia ritmica, fiati e melodie immediatamente riconoscibili. Oggi la band propone il tour “Into the Gruv”, uno spettacolo che rinnova il repertorio storico attraverso nuovi arrangiamenti e una sezione ritmica ulteriormente arricchita dalle percussioni, confermando la capacità del gruppo di mantenere viva una cifra stilistica costruita sul movimento, sul dialogo tra strumenti e sulla forza della musica dal vivo.

La chiusura, domenica 9 agosto, porta sul palco Mauro Ottolini & Orchestra Ottovolante, una delle realtà più originali del jazz italiano contemporaneo. Attiva da oltre vent’anni, la formazione è tornata all’attenzione del grande pubblico anche grazie alla partecipazione al Festival di Sanremo nel 2019 con Raphael Gualazzi e alla finale di X Factor nel 2021 al fianco di Mika. Musicista, arrangiatore e polistrumentista, Ottolini dirige un’orchestra che guarda ai grandi ensemble dei varietà televisivi del dopoguerra e rilegge il patrimonio della musica leggera italiana attraverso jazz, swing, mambo e cha cha cha. Il risultato è uno spettacolo che alterna ironia, raffinatezza musicale e una continua ricerca sugli arrangiamenti orchestrali, dimostrando come la tradizione possa essere reinterpretata senza perdere la propria vitalità.

La scelta degli artisti rivela una linea progettuale coerente. MusicalBrolo non propone una semplice successione di concerti, ma costruisce un percorso nel quale differenti linguaggi dialogano tra loro attraverso il comune denominatore del ritmo. Dal soul americano reinterpretato in chiave contemporanea al funk italiano, fino al jazz orchestrale che recupera la memoria dello spettacolo televisivo del secondo Novecento, ogni appuntamento contribuisce a raccontare un diverso modo di intendere la musica come esperienza collettiva.

I concerti inizieranno alle ore 21. Tutti sono a ingresso gratuito, ad eccezione dell’esibizione dei Dirotta su Cuba, per la quale è previsto un biglietto di 15 euro più diritto di prevendita. In caso di maltempo gli spettacoli saranno trasferiti al DIM – Teatro Comunale di Castelnuovo del Garda, garantendo così il regolare svolgimento dell’intera manifestazione.

Con questa prima edizione, MusicalBrolo si presenta come una nuova proposta culturale capace di valorizzare il territorio attraverso la musica dal vivo, puntando su interpreti di consolidata esperienza e su repertori che hanno segnato la storia della musica popolare internazionale. Un debutto che sceglie la qualità artistica come proprio tratto distintivo e che potrebbe rappresentare il primo passo verso un appuntamento destinato a trovare un posto stabile nel panorama estivo del Veneto.


Da Daniele Cecchini <daniele@musicforward.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

ESPOSTI – Mostra personale di Diana Marcadini a cura di Mariateresa Zagone

Dal 25 luglio al 15 settembre, Tenuta Rasocolmo ospita Esposti, mostra personale di Diana Marcadini, secondo appuntamento con la ricerca visiva del Summer Fest 2025. Attraverso una pittura intensa e vibrante, la giovane artista catanese, indaga il rapporto tra corpo, natura e memoria. Figure umane immerse nel paesaggio, colori iridescenti e antinaturalistici,  atmosfere sospese danno forma a immagini che parlano di vulnerabilità, presenza e trasformazione.

Il titolo della mostra allude a una condizione condivisa. Corpi, ricordi e paesaggi si mostrano senza difese, esposti allo sguardo, al tempo e agli elementi. Una dimensione ulteriormente amplificata dall’allestimento all’aperto, dove le opere dialogano direttamente con la luce e l’ambiente naturale della Tenuta. Vernissage, Sabato 25 luglio 2025, ore 19.00, ingresso libero. A seguire sarà possibile fermarsi in Tenuta per un Calice, un Aperitivo o una Degustazione su prenotazione


Diana Marcadini E S P O S T I

Recensione a cura di Mariateresa Zagone

Ci sono pitture che cercano di rappresentare il mondo e altre che sembrano attraversarlo. Le opere di Diana Marcadini appartengono a questa seconda possibilità. Non raccontano una storia precisa, non costruiscono una narrazione da seguire. Accadono. Emergono come immagini che conservano qualcosa di irrisolto, di aperto e di vulnerabile.

Il titolo della mostra nasce da questa impressione.

Esposti non significa soltanto esposti allo sguardo. Significa essere consegnati a una condizione di fragilità, accettare la possibilità di essere attraversati dagli eventi, dal tempo, dalla memoria. È una parola che riguarda i corpi dipinti dall’artista, ma anche le opere stesse, chiamate a confrontarsi con la luce naturale, con il vento, con il paesaggio che le circonda.

Nei lavori presentati a Tenuta Rasocolmo il corpo appare spesso nudo, immerso nella vegetazione, lontano da qualsiasi costruzione eroica o idealizzante. Sono presenze che sembrano appartenere a una dimensione sospesa. Non posano, non si offrono allo sguardo. Esistono. Abitano uno spazio in cui il confine tra figura e ambiente diventa sempre più incerto.

La natura che emerge da questi dipinti non è un luogo da descrivere. È una forza che assorbe. Gli alberi si dilatano, il colore invade la superficie, il paesaggio sembra respirare insieme ai corpi. In alcuni momenti ho avuto l’impressione che la pittura di Marcadini non volesse rappresentare la natura, ma diventare essa stessa natura. Qualcosa di organico, instabile, in continua trasformazione.

È soprattutto il colore a determinare questa sensazione. Verdi elettrici, viola profondi, blu inattesi e improvvise iridescenze costruiscono un linguaggio emotivo prima ancora che visivo. La realtà viene attraversata e alterata, come accade nei ricordi o nei sogni, quando ciò che resta non è la fedeltà dell’immagine ma la sua intensità.

Osservando alcune opere dedicate ai corpi immersi nel paesaggio, affiora inevitabilmente una lontana risonanza con la ricerca degli artisti di Die Brücke. Penso alla libertà cromatica, alla presenza di figure nude nella natura, al desiderio di recuperare una relazione più immediata e istintiva con il mondo di Pechstein o di Kirchner. La distanza storica e culturale è naturalmente enorme, ma esiste una comune fiducia nella capacità del colore di farsi esperienza e non semplice descrizione. Se gli espressionisti tedeschi erano in eterna lotta con la rigidità della società,  Marcadini sembra rivolgere lo sguardo verso un territorio più interiore, dove memoria, emozione e percezione finiscono per sovrapporsi.

Anche quando compaiono tracce autobiografiche o immagini che evocano l’infanzia, il lavoro evita qualsiasi deriva nostalgica. Il ricordo non viene conservato. Viene trasformato. È una materia viva che riaffiora in forme sempre diverse, come accade a certe immagini che ci accompagnano per anni senza mai restare identiche a se stesse.

C’è poi un aspetto che considero particolarmente significativo. Diana Marcadini affronta temi complessi e spesso dolorosi senza cedere alla tentazione dell’illustrazione, quella forma di evidenza immediata alla quale il presente ricorre ogni volta che il linguaggio smette di interrogare la realtà. La pittura non spiega. Non fornisce risposte. Preferisce abitare le domande. In un’epoca che sembra pretendere continuamente dichiarazioni e definizioni, questa scelta possiede qualcosa di coraggioso.

L’allestimento amplifica ulteriormente tale condizione. Le opere sono sostenute da reti elettrosaldate, elementi normalmente associati alla separazione e al controllo. Qui accade il contrario. La rete non protegge l’immagine ma la espone ulteriormente, rendendola parte dello spazio e del paesaggio. Anche il supporto sembra rinunciare a ogni forma di difesa.

Forse è proprio questo il nucleo più autentico della mostra. Non la semplice esposizione di una serie di dipinti, ma la costruzione di una condizione. Corpi esposti. Immagini esposte. Memorie esposte.

E, insieme a loro, anche noi.

BIOGRAFIA
Diana Pina Marcadini (Catania, 2000) si laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Catania nel 2025, dove prosegue attualmente la propria formazione come cultrice della materia. Ha partecipato a mostre, progetti e residenze artistiche in Italia e all’estero, tra cui Tà Erotikà (Liège, 2020), la residenza “I Madonnari” a Palazzolo Acreide (2024), la mostra D’après dedicata a Piero Guccione (2024) e la rassegna Paratissima (Saluzzo, 2025). Nel 2024 riceve il Premio Sciuti come giovane artista emergente.

Abstract
Esposti explores the relationship between body, nature, and memory through the painting of Diana Marcadini. The works present figures immersed in landscape, in a suspended dimension where the boundaries between human being and environment become increasingly fluid. Through an intense, free use of color, the artist transforms reality into an emotional experience that evokes the language of memory and dream. Far from any narrative or illustrative intent, her research engages with themes of fragility, identity, and transformation, inviting the viewer to confront a shared condition of openness and vulnerability.


Da Mariateresa Zagone <mtzagone@gmail.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences