
La Petite Académie
La Fondazione di cui Marcel è presidente – La Petite Académie/Institut de littérature et beaux-arts – si riunisce su richiesta in una delle sale della Sorbona. È un soffio da Petit Montrouge arrivarci in taxi. Marcel mi ha anticipato di un’ora, perché ha preventivamente riunito il consiglio direttivo per l’approvazione di una sua proposta. Ne abbiamo parlato varie volte fra noi, ora a conclusione dei lavori si è deciso. Proporrà l’idea di aprire una ulteriore sede della Petite Académie a Creil, nella sua casa storica. La zona di rappresentanza si presta molto bene a eventi letterari e conviviali. Nel giardino si esporranno opere temporanee di scultura e nell’Orangerie (che presto sarà completata) opere pittoriche e installazioni d’arte.
La sala è quasi piena quando arrivo. I rimanenti iscritti prendono posto senza fretta. Presenze attente, non rumorose. Le voci si tengono basse. Un tavolo lungo copre quasi per intero la parete di fondo. Sul piano: folder per i relatori, riviste e libri, bottiglie e bicchieri d’acqua. Qualcuno sfoglia senza leggere davvero; qualcun altro parla sottovoce, prima che s’inizi. Sono persone colte, abituate alla parola e soprattutto all’ascolto. Lo capisco da come si siedono: nessuno occupa spazio più del necessario, nessuno ostenta. Nessuno prende posto in prima fila; nessuno cerca il margine. Molti sembrano già consapevoli delle intenzioni di Marcel, visto che la riunione del pomeriggio è cominciata prima che arrivassi.
Marcel mi fa cenno di sedermi accanto a lui: desidera che sia io a spiegare… A spiegare cosa? Sul tavolo appoggio le mie carte, poche, ordinate. Non ho bisogno di molto. Avverto l’emozione, ma non mi tradisce. È una tensione sottile: quella che precede sempre l’avvio di una conversazione (l’ho immaginato così il mio intervento). So che parlerò di Viollet-le-Duc, ma so anche che non parlerò solo di lui. Parlerò anche della casa costruita a Creil da Émile, soprattutto so che illustrerò un’idea di abitare. E mentre sollevo lo sguardo, noto la presenza di Eulalie e Alizée, che sorridono, e questo, in fondo, mi rassicura. È come se mi dicessero “Siamo qui, puoi iniziare”.
Quando Marcel mi dà la parola introduco Creil e come i destini di due architetti si confondano fra di loro. Creil, non come un caso di studio, ma come un luogo. Una casa costruita da Émile per permettere alla vita di prendere forma. Qualcuno si sporge leggermente in avanti. Qualcun altro smette di prendere appunti come ha fatto con gli altri relatori finora. Capisco che sto facendo la cosa giusta se nessuno annuisce troppo, perché l’assenso qui è silenzioso. Parlo della casa come di un individuo, come di un organismo che cresce con chi lo abita. E mentre lo faccio, sento che non sto spiegando, ma condividendo atmosfere.
Comincio da una constatazione semplice, quasi ovvia, e proprio per questo efficace: Viollet-le-Duc ed Émile lavoravano entrambi contro il tempo. Non lo stesso tempo, preciso subito, ma una pressione analoga. Nel caso di Eugène – prendo a chiamarlo famigliarmente e vedo che è gradito – nel caso di Eugène è il tempo storico, un secolo che accelera verso una modernità ancora senza volto, com’è sempre la modernità; nel caso di Émile è un tempo più raccolto, privato, fatto di scadenze interiori, di responsabilità che non attendono. In entrambi, però, c’è la stessa urgenza silenziosa: fare bene, prima che sia troppo tardi.
Ogni frase trova il suo peso. Ogni pausa lavora per me. Quando cito Eugène e il suo rifiuto della forma imposta, quando parlo della casa come avamposto morale, come luogo di resistenza discreta in un secolo attraversato da fratture, avverto un’attenzione piena, non teatrale.
È come se i presenti respirassero con me. Eugène costruisce e ricostruisce mentre la Francia cambia pelle. Ogni cantiere è una corsa contro la perdita del senso stesso della continuità in cui crede. Non restaura per nostalgia, ma per necessità intellettuale. Vuole capire come stanno in piedi le strutture, prima ancora di restaurarle. Desidera comprendere la logica profonda di un edificio, la sua ossatura, il suo equilibrio interno.
È lo stesso principio che guida Émile nella casa di Creil. Non architetta un passato ideale, non cita uno stile. Interroga ciò che ha ereditato, lo sottopone a ragione, decide solo dopo avere capito. Ogni muro che progetta è una presa di posizione, nulla di decorativo. Sento che la sala segue.
Negli ultimi anni della sua vita, continuo, Eugène lavora come un uomo che ha molto da restituire al mondo e pochissimo da chiedergli. È un periodo febbrile, ma senza disordine: l’urgenza calma di chi crede con fermezza che il proprio sapere debba trovare forma. Scrive, disegna, organizza come se ogni giornata fosse necessaria. La sua casa svizzera, a Losanna, diventa una sua difesa interiore: una stanza che guarda il lago, un tavolo carico di fogli, sezioni, rilievi. Qui separa il rumore del presente dalla chiarezza delle idee.
In quegli anni produce più che in molte stagioni precedenti. I grandi dizionari, ma anche quei libri apparentemente minori – Histoire d’une maison, Histoire d’une forteresse, Habitations de l’homme à toutes les époques, Histoire d’un hôtel de ville et d’une cathédrale, Histoire d’un dessinateur – che sceglie di affidare a una forma narrativa, quasi affettiva. Non perché rinunci al rigore, ma perché capisce che i giovani hanno bisogno di sentirsi parlare da vicino perché sono alla ricerca di un senso, sicuro che vogliano imparare a guardare avanti.
Anche Émile, l’allievo prediletto, lavora così. Teme di non poter vedere tutti gli effetti delle sue scelte. Sa, da architetto pragmatico, che le case dovranno vivere anche senza di noi, oltre di noi. Pensa alla sua come un organismo capace di resistere non solo al tempo, ma alle mode, alle scorciatoie, alle delusioni. È una forma di fiducia ostinata nella ragione costruttiva, la stessa che guida Eugène, quando rifiuta l’ornamento gratuito, la forma imposta, la simmetria vuota.
Entrambi conoscono la disillusione, e ne portano i segni senza proclami. Eugène attraversa il 1848 e poi il 1870-71 come una frattura definitiva con la politica. La sconfitta, la Comune, la morte del figlio. La politica smette di essere un orizzonte e diventa un rumore di fondo. Non crede più alle grandi promesse, ma non smette di credere nella responsabilità individuale. Anche Émile vive una frattura, meno visibile, ma altrettanto corrosiva: la distanza crescente tra l’ideale razionale dell’architettura e una società che chiede velocità, compromesso, semplificazione. Per entrambi, la risposta non è il ritiro, ma la continuità del lavoro.
Li accomuna una solitudine operosa. Nessuna lamentazione, nessuna ricerca di consenso. Eugène già da allora è accusato, emarginato agli accademici parigini. Negli ultimi anni, la sua teoria si fa definitiva. Ha compreso che la forza del gotico non è nella forma, ma nel suo rigore interno: la struttura che genera la decorazione, il sistema costruttivo che guida la bellezza. È qui che il suo pensiero diventa davvero moderno, anticipando le sensibilità del XX secolo. Émile, suo malgrado, è oggi ignorato perché la morte prematura ne ha isolato la figura in provincia. Eppure, ambedue, Eugène ed Émile, sanno che l’architettura non è un’arte dell’immediato, ma una disciplina della durata. Costruire significa assumersi la responsabilità di ciò che resta quando le idee sono già state archiviate.
Mi fermo un istante. Capisco che posso concludere senza chiudere del tutto. Dico soltanto questo: né Eugène né Émile lavorano per salvare il loro tempo. Lavorano per offrire al tempo che verrà qualcosa che abbia il senso ricercato dai giovani. E in una sala come questa, so che non serve aggiungere altro. Ho parlato cercando in sala la comprensione di stati d’animo e pensieri. Mi hanno seguito. Ora mi sembra che persino le lampade diffondano una luce più avvolgente e misurata. L’aria per un attimo resta immobile, attraversata solo dal fruscio di una pagina voltata, dal rumore ovattato di una sedia accostata.
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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