In questi ultimi giorni, con Eulalie e Alizée, ho più volte percorso la strada che da Parigi porta a Creil e ritorno. Anche la nuova casa in acciaio e vetro è ormai completata e stanno arrivando i mobili scelti fra quelli più significativi dei protagonisti del Movimento Moderno. Per noi è stato come rendere omaggio a una continuità che da Viollet-le-Duc si spinge fino agli albori del Novecento. Nonostante ciò, abbiamo realizzato un organismo che non segue nessuna moda, ma soltanto la necessità. Un’architettura che non si limita a contenere la vita, ma la interpreta. È il senso più profondo dell’individuo-edificio. Lo si percepisce da subito, perché questa nuova casa non si annuncia.

Non ha facciata nel senso tradizionale del termine: si offre, piuttosto, come una soglia continua tra il giardino e l’interno. Acciaio e vetro non sono esibiti: tengono in tensione lo spazio, lo rendono permeabile, lo lasciano respirare. La casa è fatta di campi visivi. Entrando, non si ha la sensazione di varcare una soglia. Il pavimento, un parquet chiaro e continuo, accompagna lo sguardo senza interruzioni fino alle pareti vetrate. Nessun elemento arresta il movimento: tutto è disposto per favorirlo.

L’arredo del soggiorno non cerca mai la centralità. Le sedute sono basse, leggere. La pelle delle poltrone dialoga con la freddezza controllata dell’acciaio cromato. Nessuna imbottitura superflua. I setti rivestiti di Faenze dipinte a mano da validi artigiani ricordano le tele da parato della casa di Vivienne ed Éléonore. Una chaise longue guarda il giardino: non è orientata verso un punto preciso, ma verso il mutare della luce, il passaggio delle stagioni, l’ombra degli alberi che scivola sul vetro. Qui il tempo atmosferico entra in casa sommessamente.

Il camino, ridotto a una presenza orizzontale, non domina. È un braciere quasi arcaico, incassato in una parete che non vuole essere scenografica. Il fuoco non è centro simbolico, ma evento occasionale.

La zona pranzo mantiene la disciplina della leggerezza. Il tavolo sembra sospeso. Il piano è netto, essenziale, sostenuto da una struttura che sembra negare il peso. Le sedie, allineate con precisione, hanno una forma che non concede nulla al decorativo: tubolare metallico, seduta in cuoio, schienale flessibile. Qui il gesto del mangiare non è rituale, ma condiviso. Il tavolo non impone una gerarchia, non stabilisce un capotavola. Tutti siedono allo stesso modo, allo stesso livello, nella stessa luce. Il giardino entra nella scena come un commensale silenzioso. Quando la vetrata è aperta, non c’è più distinzione tra dentro e fuori. Il tavolo potrebbe essere all’aperto, o il prato potrebbe essere parte della stanza. La casa accetta questa ambiguità senza difendersi.

Il grande volume in legno che, da un lato, attraversa quasi tutto lo spazio non è solo funzionale. Dopo le stanze ottocentesche, dopo il rovere, i ferri battuti, i parati, qui il legno ritorna, ma senza ornamento. Superficie liscia, continua, senza maniglie evidenti. È il solo elemento che oppone resistenza alla trasparenza totale. Occupa la parete verso il bosco umido e ne isola l’interno. In questo nucleo sono raccolti gli oggetti che non devono essere visti sempre: i libri, i vecchi dischi in vinile, i compact disc. Memorie. Come lo studio-biblioteca accanto al petit salon della casa di Émile, questo è un luogo che protegge la concentrazione.

La vera protagonista, però, resta la luce. Non entra da un punto preciso. Circola, rimbalza sul pavimento, attraversa il vetro, si deposita sulle superfici in legno, scivola sulle strutture metalliche. Ogni ora del giorno ridisegna la casa senza modificarla. La riflette. E il giardino non sembra più essere uno sfondo, ma un’estensione naturale. Gli alberi non sono decorazione, ma misura del tempo e della loro crescita. In primavera filtreranno il verde; in autunno incendieranno lo spazio di riflessi caldi; in inverno renderanno la casa apparentemente più esposta, più essenziale.

Eppure, qui non c’è fragilità. L’acciaio sostiene senza ostentazione. Il vetro non isola, ma connette. La casa non si difende dal mondo: lo osserva, lo accoglie, lo lascia entrare. Grazie alla tecnologia più avanzata, il vetro che si proietta sul giardino, diventa opaco all’occorrenza. E di notte, la struttura illumina l’esterno come una splendida lanterna.

Se la casa di Émile è un organismo fatto di stanze, materiali, memorie, questa nuova casa in acciaio e vetro vive per riduzione consapevole. Non accumula: seleziona immagini. Eppure, tra le due case corre una linea chiara e continua. La stessa attenzione alla misura. La stessa fiducia nella continuità. La stessa idea che abitare non significa possedere lo spazio, ma accordarsi con esso. L’idea rimane sempre quella di lasciare che la casa diventi parte della vita, perché questa casa non chiede di essere guardata. Chiede di essere attraversata, giorno dopo giorno, come si attraversa un paesaggio che, lentamente, finisce per somigliare a chi lo abita.

Guardando le due case di Creil, quella nuova di vetro e quella rinnovata di Marcel e suo nonno Gaspard, ho l’impressione che siano una specie di orologio silenzioso. Già da ora non segnano le ore, ma le assorbono. Non misurano il tempo: lo trattengono. E la spiegazione è nei fatti: queste due case cresceranno insieme a chi le abita, per impossessarsi interamente di una memoria propria, fatta di luci sedimentate, di percorsi ripetuti, di gesti che diventeranno abitudine.

Né Viollet-le-Duc e neppure Émile, quando parlano della forma di una casa, menzionano il tempo in modo esplicito, ma in realtà i loro pensieri lo contengono sempre. Ogni pietra che si posa, ogni finestra che si apre verso un certo punto del cielo, è un accordo con il tempo: con la stagione, con il ritmo delle giornate, con il decadimento dei materiali. Una casa che invecchia diventa sempre una storia. E una storia ha bisogno solo di essere ascoltata.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri