
Il cerchio non si chiude mai del tutto
Ci sono notti che non trovo posizione. Mi giro nel letto e non riesco a dormire. Mi volto, cerco un margine fresco del cuscino, ascolto il respiro della stanza, ma il sonno sembra un ospite che non decide se entrare o non entrare. Poi, all’alba, quando la città comincia a stirarsi, il letto diventa un paradiso, mi piace deliziarmi al tepore delle coperte e non mi alzerei mai. È come se il tempo si dilatasse, come se la giornata potesse concedersi il lusso di quarantotto ore.
E oggi, in effetti, non ho nulla che mi obblighi. Nessun programma. Il volo aereo è fissato per il pomeriggio. La mattina è mia. Vorrei raggiungere la villetta allo Square de Châtillon dove Italo Calvino è restato per tredici anni. Un quarto d’ora a piedi, senza fretta. Mi piace l’idea di salutare Parigi così, come si farebbe con un’amica prima di partire. Attraversare la città in silenzio. Forse c’è il sole. Forse no.
Prima, la colazione nella caffetteria all’angolo. Due uova strapazzate, una fettina di camembert o di brie, un morso di baguette ancora tiepida e croccante. Ormai l’espresso è degno di questo nome ovunque, non solo in Italia. Ho cambiato i miei gusti mattutini quest’ultimo anno, senza accorgermene.
Ieri sera ci siamo salutati. Anaïs e Marcel hanno voluto tutti intorno al tavolo di casa loro. Tutti quelli che avete conosciuto tra queste pagine del mio diario senza data. C’era un’aria di festa trattenuta, come se nessuno volesse pronunciare la parola “partenza”. Marcel insiste di tornare a Natale con Lilli. Quest’anno festeggeremo a Creil, dice. Se nostro figlio confermerà di esserci pure lui, noi rinunceremo a Berlino. Sarà il modo per intrecciare definitivamente i fili: la mia famiglia e la loro. Volti, abitudini, storie.
La casa di vetro sarà definitivamente pronta per allora, e di certo sarà uno spettacolo vedere quelle scatole trasparenti illuminare come tre lanterne la casa di Gaspard e, prima di lui, di suo padre e delle zie Éléonore e Vivienne.
Eulalie e Alizée sorridono: «N’oubliez pas, hein: c’est d’abord la maison d’Émile… mais bon, un peu celle d’Eugène et de Paul aussi (Oh, non dimenticatevi, ragazzi: è soprattutto casa di Émile… però sì, dai, anche un po’ di Eugène e di Paul)». Sono proprio belle queste due ragazze: è con la leggerezza della giovinezza che parlano. Mi chiamano “papà Serge”. Vorrebbero che collaborassi “per sempre” con il loro studio. Dicono che è anche il mio studio, qui a Parigi.
Anaïs ribatte allegramente, che se le cose stanno così, allora anche la loro casa di Petit Montrouge è la nostra casa a Parigi. Mia e di Lilli. Io non escludo nulla, non nego nulla. Non prometto nulla. Le certezze appartengono a chi ha davanti tutto il tempo del mondo.
Stéphane, già proiettato alla primavera – quando le aiuole cominceranno a fiorire e riappariranno il sole e la bella stagione – immagina sculture disseminate nel labirinto del giardino che Anaïs e Lilli hanno sognato e progettato insieme. Poi un artista, di cui non rivela il nome, riempirà l’Orangerie di installazioni spettacolari. Sarà l’esordio della nuova sede a Creil della “Petite Académie”, la Fondazione di Marcel.
Tutti sembrano volermi tenere incollato a Parigi. Claude, il primogenito di Marcel e Anaïs, è il più entusiasta. Mi trascina nel progetto di uno Spritz vero, uno Champagne “Orange & Lemon”, con agrumi di Sicilia. Sorrido. Posso essere un estimatore, forse un narratore. Non so cos’altro di più.
Ora però so che voglio tornare da Lilli. La sua lontananza mi è pesata. Mi consola saperla serena a Monteverde, nella villetta fiorita, con sua zia. Come da bambina. La sento al telefono: un regista famoso, dopo aver girato lì uno dei suoi film più apprezzati, ha acquistato la casa accanto alla nostra. Il cinema si è infilato tra gli alberi. La chiamo “nostra” per modo di dire. In verità non possiedo nulla. Né a Monteverde, né a Petit Montrouge, né a Creil. Neanche lo studio d’architettura in Rue du Faubourg Saint-Antoine. Eppure, in ogni luogo mi sembra di abitare. Ne assaporo gli spazi, i rumori, i profumi. Ne conosco il suono dei passi, l’odore del legno, il modo in cui dalle finestre entra la luce.
Stasera mi accoglieranno come un re, dice Lilli. Lei, sua zia, Anusha – che l’assiste, ma parla solo inglese e sorride molto. Ceneremo in casa. Sarà apparecchiato il servizio di piatti realizzato per l’ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone, quando fece una breve apparizione al castello di Sessa Aurunca. Il duca proprietario era un antenato dello zio Ottavio. Ricordo ancora la sua voce, i suoi autorevoli silenzi, prima dell’immatura scomparsa. La zia di Lilli non vuole lasciare i ricordi di una vita felice con lui.
Camminare nella sua casa, oggi, è quasi come passeggiare negli ambienti ducali di un tempo. Molti arredi, i dipinti, i volumi di giurisprudenza provengono da lì. Mancano gli affreschi, impossibili da staccare. Ma i piatti di re Franceschiello ci saranno. Li avevo richiesti prima di partire per Parigi; la zia non ricordava dove li avesse riposti. Agli anziani accade. E forse anche a noi, quando cominciamo a temere che il tempo si porti via le cose insieme ai giorni.
Io non sono più giovane. E ogni partenza – da Roma, da Parigi, da Berlino – ha il sapore sottile del distacco. Ma so, con una certezza che non ha bisogno di proclami, che la felicità nasce solo dagli affetti. Il distacco è auspicabile, anche se apparentemente impossibile, quanto le cose della vita.
Camminerò fino alla villetta di Calvino. Guarderò dalla strada le finestre socchiuse. Nulla di più. Eppure, avvertirò che qualcosa si compie, che il cerchio non si chiude mai del tutto. Poi tornerò da Lilli. Siederemo alla tavola apparecchiata e parleremo del passato e di ciò che resta. Perché alla fine non si possiede veramente una città, né una casa, né l’eredità delle cose. Si possiede soltanto il luogo dove qualcuno ci aspetta.
>>> Fine <<<
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online conclusa |
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