Paolo Conte. Un artista “original” nel senso più radicale

Un successo straordinario per “PAOLO CONTE. Original”, la mostra-evento dedicata a uno dei più grandi protagonisti della cultura italiana contemporanea, che ha già conquistato un pubblico di oltre 18 mila visitatori, tra curiosi e appassionati dell’artista. A grande richiesta e visti l’entusiasmo e la partecipazione crescenti, la mostra è prorogata fino al 6 aprile negli spazi di Palazzo Mazzetti di Asti, confermandosi come uno degli appuntamenti culturali più rilevanti della stagione.

Paolo Conte. Un artista “original” nel senso più radicale

di Serena Galimberti
Arte e cultura visiva

Ad Asti la più ampia mostra mai dedicata all’anima pittorica del Maestro proroga fino al 6 aprile. Un percorso che attraversa settant’anni di disegni, jazz e memoria.

C’è un Paolo Conte che viene prima delle canzoni. Prima di Azzurro, prima dei teatri esauriti dall’Olympia di Parigi al Blue Note di New York, prima ancora del pianoforte in frac. È il Paolo Conte che disegna, che sperimenta il colore, che affida a una linea rapida e febbrile la costruzione di un mondo parallelo. È a questo universo che è dedicata “Paolo Conte. Original”, la più ampia mostra mai realizzata in Italia e all’estero sull’attività figurativa del Maestro, allestita a Palazzo Mazzetti ad Asti dal 5 novembre 2025 e ora prorogata fino al 6 aprile 2026, dopo aver già superato i 18 mila visitatori .

La rassegna riunisce 143 opere su carta, realizzate nell’arco di quasi settant’anni, molte delle quali inedite, provenienti dall’archivio personale custodito dalla Fondazione Egle e Paolo Conte ETS . È un corpus che restituisce, con sorprendente coerenza, la dimensione visiva di un autore che non ha mai separato davvero musica, parola e immagine.

Il disegno come “vizio capitale”

«Il disegno è uno dei miei due vizi capitali, più antico di quello per la musica e le canzoni», ha dichiarato Conte. La mostra prende sul serio questa affermazione e la traduce in percorso. Grafite e inchiostro, tempera e tecnica mista si alternano in un itinerario che mette in luce la centralità del segno: un tratto che non descrive soltanto, ma suggerisce, allude, lascia spazio al non detto.

Tra i lavori esposti figura Higginbotham (1957), omaggio a uno dei primi grandi trombonisti jazz, dipinto quando l’artista aveva appena vent’anni . È un’opera che anticipa un’intera costellazione iconografica: strumenti musicali, figure allungate, atmosfere sospese, un’espressività che dialoga con le avanguardie del primo Novecento.

Accanto ai disegni più rapidi e caricaturali – come quelli dedicati ai Jitterbug, frequentatori delle sale da ballo americane tra anni Venti e Quaranta – emergono figure femminili sinuose, mannequins che sembrano uscire da una canzone e rientrarvi subito dopo. Il confine tra immagine e testo resta mobile, come accade nei suoi versi.

Razmataz, opera totale

Cuore della mostra è un’ampia selezione di tavole tratte da Razmataz, il progetto multimediale che Conte concepisce a partire dal 1989 e che nel 2001 trova compimento in un’opera “totale” di oltre due ore e venti minuti, con 28 composizioni musicali e circa 1800 tavole. Ambientato nella Parigi degli anni Venti, il racconto intreccia la misteriosa scomparsa della ballerina Razmataz con l’arrivo in Europa del jazz afroamericano.

In mostra compaiono ritratti emblematici – M.me Fines Herbes, Mariam, Zarah, Flirt – e figure-simbolo come La Reine Noire, evocazione della stagione della Revue Nègre e dell’irruzione di Joséphine Baker sulla scena parigina. Il jazz, in questo contesto, non è citazione nostalgica ma energia primigenia, linguaggio che scardina gerarchie e rinnova l’immaginario europeo.

Il percorso, curato da Manuela Furnari sotto la guida diretta di Paolo Conte, è costruito secondo una logica interna all’universo poetico dell’artista: rigoroso e insieme sorprendente, invita il pubblico – come da esplicito desiderio del Maestro – a “immaginare con libertà massima”.

Il colore come suono

Un capitolo centrale è dedicato alla relazione tra tonalità musicale e colore. Conte ha più volte parlato di un proprio “immaginario cromatico”: a ogni tonalità corrisponde una tinta precisa. Questa sinestesia attraversa le opere degli anni Settanta – Squirrel, Uomo-Circo, Meridiana girata al contrario, Aquilone foulard – dove il gioco dei contrasti costruisce scene insieme ironiche e malinconiche.

Il colore si fa accordo, armonia visiva analoga a quella musicale. E non è un caso che nei pastelli su cartoncino nero realizzati dal 2013 in poi – ventinove opere in mostra – l’artista parli di “esercizio di stile”, evocando Queneau e, indirettamente, Kandinskij. Linee e piani danzano sul fondo scuro in omaggio alla musica classica, al jazz, alla letteratura, dal Mozart della Marcia alla turca a Baudelaire, fino a Picasso.

Asti e il ritorno a casa

Per Asti la mostra ha il valore di un ritorno. Paolo Conte, nato qui nel 1937, dopo gli studi in giurisprudenza e le prime esperienze jazz, ha mantenuto un legame costante con la città. Già nel 2023 era stato invitato a esporre agli Uffizi; ora Palazzo Mazzetti ospita la più vasta ricognizione sulla sua produzione figurativa.

Il successo di pubblico – oltre 18 mila visitatori nei primi mesi – ha spinto la Fondazione Asti Musei a prorogare l’esposizione fino al 6 aprile, includendo il periodo delle vacanze pasquali. Una scelta che conferma il ruolo di Asti come polo culturale di riferimento in Piemonte al di fuori dell’area torinese.

Un progetto corale

La mostra è realizzata dalla Fondazione Asti Musei, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, dalla Regione Piemonte e dal Comune di Asti, in collaborazione con Arthemisia, Fondazione Egle e Paolo Conte e REA Edizioni Musicali, con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali e di Fondazione CRT; sponsor è la Banca di Asti, media partner La Stampa.

Ad accompagnare l’esposizione è il catalogo edito da Moebius (144 pagine, formato cartonato), pensato come ritratto affettuoso e insieme critico dell’artista.

Un maestro “tout court”

“Original” non è soltanto un titolo. È una dichiarazione di poetica. Paolo Conte, artista fuori dalle mode, ha costruito un paesaggio sonoro e visivo abitato da pugili, pianisti, ballerine, lune ironiche e malinconiche. La pittura non è appendice della musica, ma sua gemella segreta.

La mostra di Asti rende visibile questa doppia anima. E ricorda che, prima di ogni successo internazionale, c’è stato un ragazzo con un foglio bianco – o nero – davanti, deciso a far danzare una linea.


Note essenziali
Paolo Conte. Original
Palazzo Mazzetti, Corso Vittorio Alfieri 357, Asti
5 novembre 2025 – 6 aprile 2026 (proroga)
Orari: lunedì–domenica 10.00–19.00 (ultimo ingresso un’ora prima)
Biglietto mostra incluso nello smarticket di Palazzo Mazzetti (€ 5)
Info: www.museidiasti.com
Hashtag ufficiale: #PaoloConteAsti


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332
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Museo del Genio, la rinascita che sorprende Roma: 40 mila visitatori per Vivian Maier e ora arriva Doisneau


In tre mesi oltre quarantamila presenze per la mostra dedicata alla fotografa americana e per la riapertura del Museo del Genio. Dal 5 marzo 2026 il testimone passa a Robert Doisneau, nel segno dei 200 anni della fotografia e del gemellaggio tra Parigi e Roma.

Museo del Genio, la rinascita che sorprende Roma: 40 mila visitatori per Vivian Maier e ora arriva Doisneau

di Serena Galimberti,
redattrice di Experiences specializzata in fotografia e arti visive contemporanee.

Il Museo del Genio, da spazio riservato agli addetti ai lavori, si è trasformato in un laboratorio aperto. La fotografia – ieri con Maier, domani con Doisneau – è il filo rosso di una rinascita che promette continuità.

Non era scontato. Restituire alla città un luogo rimasto a lungo ai margini dei circuiti culturali e trasformarlo in uno spazio vivo, capace di attrarre pubblico e critica, era una scommessa. Il bilancio dei primi mesi di attività del Museo del Genio – riaperto stabilmente al pubblico dal 31 ottobre 2025 – parla chiaro: oltre 40.000 visitatori in tre mesi tra museo e mostra temporanea, un’affluenza costante e trasversale, un interesse che ha coinvolto famiglie, scuole, studiosi, turisti e gruppi organizzati.

La grande protagonista di questa prima stagione è stata “Vivian Maier. The Exhibition”, la monografica dedicata alla fotografa americana nel centenario della nascita (1° febbraio 1926 – 1° febbraio 2026), conclusasi il 15 febbraio 2026 con uno straordinario successo di pubblico e di critica.

Vivian Maier, lo sguardo invisibile che ha conquistato Roma

La mostra, curata da Anne Morin e prodotta e organizzata da Arthemisia su progetto di Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography, ha proposto oltre 200 fotografie in bianco e nero e a colori, oggetti personali, documenti rari, registrazioni sonore e filmati in Super 8 . Un percorso ampio e immersivo dentro l’universo della tata–fotografa che, per tutta la vita, scattò in silenzio con la sua inseparabile Rolleiflex, documentando la vita quotidiana americana tra New York e Chicago.

La riscoperta della Maier – emersa solo nel 2007, quando l’archivio dei suoi negativi fu acquistato casualmente a un’asta – è ormai una delle storie più emblematiche della fotografia contemporanea. A Roma, il pubblico ha potuto attraversare le diverse sezioni tematiche: l’America del dopoguerra e i volti ai margini del sogno americano; le sperimentazioni in Super 8; le rare fotografie a colori realizzate con la Leica 35 mm; gli intensi autoritratti, veri e propri “selfie” ante litteram; l’infanzia, tema centrale nella vita e nell’opera di Maier.

Il successo non si è misurato soltanto nei numeri. Le visite guidate, i percorsi educativi e gli eventi collaterali hanno animato il calendario culturale del Museo, contribuendo a trasformare un edificio storico in un polo di incontro e confronto .

Il Museo del Genio: da istituto militare a centro culturale

La mostra su Maier ha avuto anche un valore simbolico: inaugurare una nuova fase per l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio (ISCAG), oggi conosciuto come Museo del Genio. Nato nei primi anni del Novecento e collocato nell’attuale complesso monumentale sul Lungotevere della Vittoria – costruito tra il 1936 e il 1939 su progetto del tenente colonnello Gennaro De Matteis – il museo custodisce un patrimonio tecnico e scientifico di straordinaria rilevanza.

Modelli di fortificazioni, plastici di ponti, strumenti delle specialità del Genio, l’attrezzatura radiotelegrafica originale di Guglielmo Marconi, uno dei primi telefoni attribuiti ad Antonio Meucci, documentano la simbiosi tra ingegneria militare e progresso tecnologico italiano. A questo si aggiungono una biblioteca di oltre 24.000 volumi, un archivio fotografico con più di 30.000 immagini e un patrimonio documentale di circa 150.000 pezzi.

La riapertura, promossa dal Ministero della Difesa, dall’Esercito Italiano e da Difesa Servizi, con produzione e organizzazione di Arthemisia e il patrocinio della Regione Lazio, ha puntato fin dall’inizio su una formula precisa: affiancare alla collezione permanente grandi mostre temporanee capaci di dialogare con il patrimonio storico.

Una sfida vinta

«Portare flussi costanti di visitatori in un museo di nicchia è stata una sfida», ha sottolineato Alessandra Taccone, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, partner del progetto, evidenziando il valore della cooperazione pubblico-privato nel rendere accessibile e vivo il patrimonio statale.

Sulla stessa linea Iole Siena, Presidente di Arthemisia, che ha parlato di un risultato non scontato e di una sfida riuscita, ringraziando l’Esercito Italiano e Difesa Servizi per l’opportunità offerta alla città .

La mostra su Vivian Maier, organizzata in partnership con Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale e Poema, con sponsor Generali Italia (programma Generali Valore Cultura), mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale e media partner la Repubblica, ha dunque segnato un nuovo punto di riferimento nella stagione culturale romana.

Dal 5 marzo Robert Doisneau: la poesia del quotidiano

Sull’onda di questo entusiasmo, il Museo del Genio guarda già avanti. Dal 5 marzo 2026 le sale ospiteranno una grande mostra dedicata a Robert Doisneau, uno dei maestri indiscussi della fotografia del Novecento. Oltre 140 scatti ripercorreranno l’intera carriera dell’autore che ha trasformato la vita quotidiana in poesia visiva, rendendo Parigi un’icona universale.

La scelta non è casuale. Il 2026 è un anno simbolico: ricorrono i 200 anni dalla nascita della fotografia e il 70° anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma. La mostra su Doisneau si inserisce in questo doppio orizzonte, come dialogo ideale tra due capitali della cultura europea e come omaggio a uno sguardo profondamente umano, capace di raccontare l’amore, il lavoro, la strada.

Dopo la riscoperta di Vivian Maier e con l’arrivo di Robert Doisneau, il Museo del Genio consolida una linea curatoriale chiara: fare della fotografia internazionale un linguaggio privilegiato per interrogare il presente, dentro un luogo che custodisce la memoria tecnica e scientifica del Paese.


Note essenziali

Museo del Genio – ISCAG
Lungotevere della Vittoria 31, Roma
Riapertura al pubblico: 31 ottobre 2025
Mostra “Vivian Maier. The Exhibition”: 31 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026
Visitatori nei primi tre mesi: oltre 40.000
Prossima mostra: Robert Doisneau, dal 5 marzo 2026
Informazioni: www.arthemisia.it


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
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M.C. Escher, l’arte dell’impossibile conquista Padova

Oltre 150 opere, installazioni immersive e un viaggio in realtà virtuale: dal 18 febbraio al 19 luglio 2026 il Centro Culturale Altinate | San Gaetano ospita la più ampia mostra italiana dedicata al genio olandese. Un percorso completo tra paesaggi italiani, tassellazioni, metamorfosi e paradossi geometrici.

“M.C. ESCHER. 
Tutti i capolavori”

di Davide Rinaldi,
redattore di Experiences – specializzato in arti visive e cultura contemporanea.

Una mostra che invita a perdersi per ritrovare il senso dello spazio. E che ricorda, con lucidità, come l’arte possa ancora insegnarci a dubitare di ciò che vediamo.

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in Maurits Cornelis Escher (1898–1972). Non solo perché le sue immagini continuano a circolare tra grafica, design, cinema e cultura pop, ma perché il suo lavoro interroga ancora oggi il nostro modo di guardare lo spazio, l’ordine, l’infinito. Dal 18 febbraio al 19 luglio 2026 Padova dedica al maestro olandese la più grande e completa esposizione mai organizzata in città: “M.C. ESCHER. Tutti i capolavori”, al Centro Culturale Altinate | San Gaetano .

Promossa dal Comune di Padova e prodotta da Arthemisia in collaborazione con la M.C. Escher Foundation, la mostra riunisce oltre 150 opere, tra cui Mano con sfera riflettente, Giorno e Notte, Metamorfosi II, Relatività, Belvedere, attraversando l’intero arco creativo dell’artista . Un percorso ampio, articolato, che restituisce Escher nella sua complessità: incisore raffinato, sperimentatore instancabile, visionario capace di coniugare intuizione visiva e rigore matematico.

Dall’Italia alla geometria: le radici di uno sguardo

Il percorso espositivo si apre con gli esordi. Dopo la formazione alla Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem sotto la guida di Samuel Jesserun de Mesquita, Escher affina tecniche come xilografia, litografia e mezzatinta. Nei lavori giovanili emergono l’influenza dell’Art Nouveau e del Simbolismo, insieme a una precoce attenzione per la struttura compositiva.

Fondamentale è il periodo italiano. Dal 1923 al 1935 l’artista vive a Roma, viaggia nel Centro e nel Sud della penisola, disegna borghi, architetture medievali, paesaggi scoscesi. Le vedute di San Gimignano o le serie dedicate ai Giorni della Creazione testimoniano un’osservazione meticolosa della realtà, già attraversata da prospettive inusuali . È in questi anni che si prepara il passaggio decisivo: dalla rappresentazione del mondo visibile alla costruzione di universi mentali.

L’Alhambra e la scoperta delle tassellazioni

La svolta arriva nel 1936 con il viaggio a Granada. Le decorazioni dell’Alhambra aprono a Escher la strada delle tassellazioni: figure geometriche ripetute all’infinito senza lasciare vuoti né sovrapposizioni. L’artista ne studia le simmetrie, cataloga motivi, elabora un proprio sistema di classificazione.

Da qui nascono opere come Limite del cerchio, dove la suddivisione del piano conduce alla rappresentazione dell’infinito. Il dialogo con matematici e studiosi – tra cui H.S.M. Coxeter – consolida una ricerca che non è mai accademica ma profondamente intuitiva: Escher non è un matematico, ma un artista che “vede” la matematica.

Metamorfosi, cicli, paradossi

La sezione dedicata alle metamorfosi mostra come dalle tassellazioni scaturiscano trasformazioni continue: una lucertola diventa alveare, un pesce si muta in uccello, una figura astratta si trasforma in elemento architettonico. In Metamorfosi I, II e III la ciclicità si traduce in narrazione visiva, in un flusso senza inizio né fine .

Parallelamente, la riflessione sulla struttura dello spazio conduce ai celebri paradossi geometrici. Relatività, Belvedere, Salire e Scendere, Cascata sono costruzioni perfettamente coerenti e al tempo stesso impossibili. Le scale non portano da nessuna parte, l’acqua risale contro gravità, le architetture sfidano ogni legge prospettica. È un gioco serio, in cui l’illusione diventa strumento di conoscenza.

Un allestimento immersivo, tra esperienza e tecnologia

La mostra padovana non si limita alla sequenza delle opere originali. L’allestimento – scenografico e coinvolgente – integra video, apparati didattici, installazioni interattive . Tra le esperienze più attese: la Relativity Room, che altera percezioni di scala e orientamento; la Mirror Room, dove i riflessi si moltiplicano; la postazione ispirata a Mano con sfera riflettente, che invita il visitatore a entrare nell’opera.

Ma il vero elemento di novità è l’installazione in realtà virtuale ospitata ai Musei Civici Eremitani, presentata in anteprima mondiale . Non più semplice spettatore, il pubblico diventa protagonista di un viaggio dentro le architetture escheriane: attraversa porte, sale scale infinite, cambia punto di vista. L’opera si trasforma in ambiente percorribile, in esperienza spaziale.

Eschermania: dall’incisore al mito pop

L’ultima sezione racconta la crescente fortuna critica e popolare di Escher. Dopo l’interesse della comunità scientifica – già evidente nel Congresso Internazionale dei Matematici del 1954 ad Amsterdam – le sue immagini vengono riscoperte negli anni Sessanta dal movimento hippie, soprattutto negli Stati Uniti. Poster, copertine, magliette: le sue visioni diventano icone di una cultura alternativa, talvolta contro la sua stessa volontà .

Oggi l’eredità escheriana attraversa design, architettura, grafica digitale, animazione. La sua ricerca sullo spazio e sull’infinito continua a influenzare generazioni di creativi.

Padova e la cultura come progetto

Curata da Federico Giudiceandrea, presidente della M.C. Escher Foundation, la mostra è patrocinata dall’Ambasciata e Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi . Accanto agli sponsor – Generali Valore Cultura e AcegasApsAmga – e al special partner Ricola, l’evento si inserisce in una strategia più ampia che vede Padova consolidare il proprio ruolo di destinazione culturale.

Dopo le grandi mostre dedicate a Monet e Vivian Maier, il Centro Altinate | San Gaetano torna a essere crocevia di pubblico nazionale e internazionale. L’obiettivo è chiaro: rendere l’arte accessibile, trasversale, capace di dialogare con scuole, famiglie, studiosi.


Informazioni essenziali

M.C. ESCHER. Tutti i capolavori
Centro Culturale Altinate | San Gaetano, Via Altinate 71, Padova
18 febbraio – 19 luglio 2026
Orari: martedì–domenica 9.00–19.30; lunedì 14.30–19.30 (biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietto intero: €16; riduzioni e convenzioni previste
Catalogo Moebius, 224 pagine a colori
Info e prenotazioni: www.arthemisia.it


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it | press@arthemsia.it | T. +39 06 69308306

Relazioni esterne e ufficio stampa Arthemisia
Camilla Talfani | ct@arthemisia.it

Ufficio stampa Comune di Padova
Franco Tanel | tanelf@comune.padova.it
Redazione Experiences

Toulouse-Lautrec, Parigi in scena. Firenze prolunga il viaggio nella Belle Époque

Oltre centomila visitatori e una richiesta che non accenna a diminuire: il Museo degli Innocenti prolunga fino al 7 giugno 2026 la grande mostra dedicata a Henri de Toulouse-Lautrec. Un percorso immersivo tra manifesti, notti bohémien e rivoluzioni grafiche che riportano a Firenze l’energia della Parigi fin de siècle.

Toulouse-Lautrec, Parigi in scena. Firenze prolunga il viaggio nella Belle Époque

Serena Galimberti
Fotografia e arti visive contemporanee

L’esposizione non solo ripercorre la parabola creativa di uno dei più grandi artisti di ogni tempo,
ma ci trasporta dentro quel clima unico di Parigi fin de siècle, con i suoi artisti, le luci, le scoperte, il fulgore dell’arte.

Il successo non è soltanto numerico, ma simbolico. Con oltre 100mila ingressi registrati, l’esposizione “Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Époque” si conferma tra gli appuntamenti più seguiti della stagione fiorentina e viene prorogata fino al 7 giugno 2026 . Un risultato significativo per una città abituata ai grandi flussi turistici e alle rassegne di richiamo internazionale, ma che qui ha intercettato un pubblico trasversale: scolaresche, gruppi organizzati, visitatori italiani e stranieri.

La mostra, in anteprima nazionale, è ospitata dal 27 settembre 2025 al Museo degli Innocenti e propone un’immersione ampia e articolata nella Parigi di fine Ottocento. Non si limita a ripercorrere la parabola creativa di Henri de Toulouse-Lautrec (1864–1901), ma ricostruisce un intero clima culturale: boulevard illuminati dalle prime luci elettriche, caffè frequentati da artisti e scrittori, nascita della società di massa e di una nuova comunicazione visiva.

Oltre cento opere per raccontare un’epoca

Il cuore del percorso è costituito da oltre cento opere iconiche dell’artista francese . Tra queste, alcune delle immagini che hanno definito l’immaginario della Belle Époque: Jane Avril (1893), Troupe de Mademoiselle Églantine (1896), Aristide Bruant nel suo cabaret (1893), oltre a litografie, disegni, illustrazioni per riviste come La Revue blanche (1895). Alcuni prestiti provengono dalla Collezione Wolfgang Krohn di Amburgo e dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi.

L’allestimento procede con una scenografia d’epoca, arricchita da arredi originali, oggetti storici, materiali d’archivio, fotografie e video, costruisce un percorso multisensoriale tra il 1880 e il 1900. L’idea è chiara: restituire il contesto. Lautrec è parte di un sistema visivo e sociale in piena trasformazione.

Quando il manifesto invade le strade

Una delle sezioni più dense affronta la nascita del manifesto moderno. Intorno al 1890, complice la crescita industriale, esplode una vera mania del manifesto: caffè, spettacoli teatrali, riviste, prodotti di consumo vengono pubblicizzati con grandi litografie a colori che trasformano i muri di Parigi in una galleria a cielo aperto. L’arte esce dagli atelier e si mescola alla vita quotidiana.

In questo scenario, Lautrec radicalizza il suo linguaggio. Silhouette marcate, linee essenziali, campiture piatte, prospettive ardite e una tavolozza ridotta ma incisiva segnano un distacco dalle idealizzazioni decorative di molta grafica coeva. L’influenza delle xilografie giapponesi – inquadrature asimmetriche, tagli improvvisi, uso espressivo del colore – viene assorbita e trasformata in un lessico personale.

Accanto a lui, il percorso ricorda altri protagonisti della Belle Époque e dell’Art Nouveau: Alphonse Mucha con le sue figure femminili sinuose, Jules Chéret, pioniere della pubblicità moderna, Georges de Feure, Frédéric-Auguste Cazals, Paul Berthon. Non un semplice corollario, ma la dimostrazione di come la grafica diventi arte e l’arte linguaggio urbano condiviso.

Tecnica e modernità: la rivoluzione del colore

La mostra dedica spazio anche alla svolta tecnica che rende possibile questa esplosione visiva. Dalla litografia inventata da Alois Senefelder nel 1798 alla svolta impressa da Jules Chéret a partire dal 1866, con una tecnica che consente di ottenere stampe policrome di grande qualità utilizzando poche lastre di pietra. Lautrec, disegnando direttamente sulla pietra e seguendo ogni fase del processo, porta questa innovazione a maturazione.

Il manifesto non è più solo strumento commerciale: diventa simbolo di un’epoca. Quando l’artista afferma “L’affiche, il y a qu’ ça” (il manifesto, questo è tutto ciò che c’è) sta sintetizzando un nuovo rapporto tra arte e comunicazione, tra estetica e società.

Montmartre: la vita come materia d’arte

Il percorso entra poi nella dimensione biografica e umana di Lautrec. Aristocratico di nascita, ma bohémien per scelta, fisicamente fragile, ma dotato di uno sguardo implacabile, l’artista trova nel mondo notturno di Montmartre il suo osservatorio privilegiato .

Le sezioni dedicate ai ritratti e alla serie Elles (1896) mostrano un approccio lontano dall’idealizzazione. Le donne dei bordelli sono presenze colte nella loro quotidianità: mentre si pettinano, riposano, attendono. Uno sguardo partecipe, mai moralistico, che restituisce dignità a figure marginali.

Non manca il capitolo più drammatico, quello del 1899, quando l’artista viene internato a causa dell’alcolismo e di una forma di demenza probabilmente legata alla sifilide. La serie dedicata al circo, realizzata per dimostrare la propria lucidità mentale, diventa testimonianza di una creatività che si fa strumento di salvezza. “Ho comprato la mia libertà con i miei disegni”, dichiarerà in seguito.

L’Art Nouveau come arte totale

Il contesto si amplia fino all’Art Nouveau, intesa come arte totale che invade la vita quotidiana: mobili, lampade, vetri, gioielli, oggetti d’uso comune. Da Tiffany negli Stati Uniti alla Sezession viennese, dal Liberty italiano al Modernismo spagnolo, il Modern Style rappresenta la risposta estetica a una società industriale in rapida trasformazione.

Firenze, con questa esposizione, sceglie di leggere la Belle Époque come laboratorio della modernità. Un momento di rottura con l’eclettismo ottocentesco e di sperimentazione che ancora oggi influenza la cultura visiva contemporanea.

Un progetto corale

La mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia insieme al Museo degli Innocenti, con il patrocinio del Comune di Firenze, in collaborazione con Cristoforo, Ernst Barlach Museumsgesellschaft Hamburg e BridgeconsultingPro. La curatela è affidata al Dr. Jurgen Doppelstein, con Gabriele Accornero project manager della Collezione. Il catalogo è edito da Moebius.

Partner dell’iniziativa sono Ricola (special partner), Mercato Centrale Firenze, Unicoop Firenze, La Rinascente; mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale; media partner FirenzeToday; educational partner LABA .


Note essenziali

Sede: Museo degli Innocenti, Piazza SS. Annunziata 13, Firenze
Data: fino al 7 giugno 2026
Orari: tutti i giorni 9.30–19.00 (biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti: intero €16, ridotto €14
Informazioni: www.arthemisia.itwww.museodeglinnocenti.it
Hashtag: #ToulouseFirenze


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>
Redazione Experiences

Da Palermo alla Francia del Re Sole, questa storia è la prova che la creatività siciliana non conosce confini

Dalla neve dell’Etna alle luci parigine: la storia del palermitano che inventò il gelato moderno e fondò il primo caffè d’Europa. Un talento tutto siciliano, fatto di ingegno, coraggio e arte del gusto.

Procopio, il genio siciliano che portò il gelato nel mondo (in occasione dell’anniversario della nascita di Procopio Cutò)

Articolo inviato spontaneamente e gratuitamente dall’Associazione
SICULOMANIA

La Sicilia del Seicento non smette mai di sorprendere. Tra le sue pieghe più luminose c’è la storia di Francesco Procopio Cutò, nato a Palermo esattamente 375 anni fa, il 9 febbraio del 1651, e destinato a diventare uno dei più grandi innovatori della gastronomia europea. Le notizie sulla sua giovinezza sono poche, ma un documento della chiesa di Sant’Ippolito, nel quartiere Capo di Palermo, ne certifica il battesimo il giorno dopo la nascita, figlio di Onofrio Cutò e Domenica Semarqua. Un’altra versione lo vuole nativo di Aci Trezza, figlio naturale di un Platamone, i principi di Cutò, una delle famiglie più illustri della Catania barocca; ma non ci sono documenti a supporto di questa tesi.

Da giovane pare che, effettivamente, visse tra Aci Trezza e Acireale, dove i Platamone gestivano il commercio della neve dell’Etna. È lì, tra pozzi di neve e antiche tecniche arabe, che il giovane Procopio respirò per la prima volta l’arte che avrebbe cambiato la sua vita. Aveva ereditato una piccola macchina a manovella per mantecare i sorbetti: un oggetto semplice, ma nelle sue mani diventò un laboratorio di invenzioni. Sostituì il miele con lo zucchero, aggiunse un pizzico di sale per conservare meglio il ghiaccio e perfezionò la consistenza delle creme. 

Poi il salto: Parigi. Nel 1674, lasciati gli studi, Procopio raggiunse la capitale francese, dove gli italiani erano già celebri per la loro maestria culinaria. La pronuncia del suo cognome in francese significa “coltelli” (couteaux) e così, come “Procopio de’ Coltelli”, sarà inteso dai francesi. Lavorò nel commercio delle nevi e nelle pasticcerie, forse anche accanto al leggendario Vatel. Nel 1686 rilevò una piccola caffetteria e la ribattezzò “Le Procope”. Nessuno poteva immaginare che quel locale, ancora oggi esistente, sarebbe diventato il primo caffè d’Europa e la prima gelateria moderna. 

Il successo fu immediato. Di fronte alla Comédie Française, il Procope divenne il salotto degli artisti e dei rivoluzionari. Voltaire, Balzac, Hugo, Robespierre, Diderot, D’Alembert, Napoleone, Franklin: tutti passarono da lì. Si racconta che sulle sue tovagliette siano nati i primi frammenti dell’Encyclopédie. E mentre Parigi si accendeva di idee, Procopio serviva granite, sorbetti, cioccolate, bevande alla cannella e al limone, e le prime vere creme di gelato.

Il suo talento non passò inosservato. Nel 1694 Luigi XIV – il Re Sole – gli concesse la prima “patente” ufficiale di gelataio, garantendogli il monopolio del gelato a Parigi. Un riconoscimento straordinario per un giovane partito dalla Sicilia con una macchinetta a manovella e un’intuizione geniale.

Procopio si sposò tre volte, ebbe tredici figli e lasciò loro un’eredità fatta di ricette, ingegno e spirito imprenditoriale. Ritiratosi nel 1717, continuò a inventare e perfezionare fino alla morte, avvenuta nel 1727, il giorno dopo il suo 76° compleanno, nella sua casa sul Boulevard Saint-Germain.

La sua storia è la prova che la creatività siciliana non conosce confini. Dalla neve dell’Etna ai boulevard parigini, Procopio portò nel mondo un’idea semplice e rivoluzionaria: trasformare un prodotto della natura in un’arte. E quell’arte, ancora oggi, si chiama gelato.


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Da info@siculomania.com 

Helmut Newton, quando la moda diventa racconto

Oltre cento fotografie per ripercorrere una carriera che ha trasformato l’eleganza in teatro, la seduzione in linguaggio e la moda in una forma di narrazione visiva. Al Filatoio di Caraglio, l’opera di Helmut Newton dialoga con la memoria industriale di un luogo simbolo della tradizione tessile europea.

Helmut Newton, quando la moda diventa racconto

Chiara Vassallo
Fotografia contemporanea e cultura visiva

Un autore che ha cambiato le regole
Pochi fotografi hanno inciso sull’immaginario del Novecento quanto Helmut Newton. La mostra Intrecci, ospitata al Filatoio di Caraglio, riunisce oltre cento fotografie realizzate nell’arco di una carriera lunga e decisiva, restituendo la complessità di uno sguardo che ha saputo muoversi tra moda, ritratto e pubblicità senza mai accettare confini rigidi. L’esposizione, curata da Matthias Harder, non si limita a ripercorrere i momenti più celebri dell’opera di Newton, ma ne mette in luce la struttura profonda: una continua sovrapposizione di piani narrativi, estetici e biografici.

Il luogo come chiave di lettura
Il titolo Intrecci trova nel contesto del Filatoio una risonanza particolare. Nato nel Seicento per la lavorazione della seta, l’edificio conserva una memoria materiale fatta di fili, trame e gesti ripetuti. È qui che le immagini di Newton trovano una nuova dimensione: non come semplice sequenza di fotografie, ma come tessuto visivo complesso, dove moda, desiderio, potere e rappresentazione si intrecciano in modo inseparabile. L’idea curatoriale gioca su questa corrispondenza, trasformando lo spazio espositivo in un dispositivo di lettura che lega il lavoro dell’artista alla storia produttiva del luogo.

Icone e rotture
Il percorso si apre con una selezione di immagini ormai entrate nella storia della fotografia: ritratti di figure centrali della cultura del secondo Novecento, da Catherine Deneuve ad Andy Warhol, fino a Paloma Picasso. Accanto a questi, uno scatto emblematico segna un punto di svolta: il nudo di Charlotte Rampling fotografata nel 1973 all’Hôtel Nord-Pinus di Arles. È un’immagine che sintetizza molti dei temi cari a Newton: l’ambiguità della posa, la tensione tra eleganza e provocazione, la consapevolezza dello sguardo femminile. Fotografie che, oggi come allora, parlano anche del mutamento del ruolo della donna nella società occidentale.

Moda come palcoscenico
Una parte centrale della mostra è dedicata alle collaborazioni con le grandi case di moda. Il sodalizio con Yves Saint Laurent, avviato alla fine degli anni Sessanta e proseguito per decenni, rappresenta uno dei nuclei più solidi del percorso. Newton non si limita a documentare le collezioni: le trasforma in vere e proprie scene teatrali, dove l’abito diventa elemento narrativo. Analogo è il lavoro realizzato per Versace a Montecarlo nel 1985, con una serie di immagini in cui le modelle appaiono quasi esclusivamente di spalle, come figure colte in un momento sospeso, sottratte allo sguardo diretto.

Blumarine e la libertà dell’autore
Una sezione specifica è dedicata al rapporto con Anna Molinari e il marchio Blumarine, una collaborazione fondata su una fiducia rara nel mondo della moda. Newton ottiene qui una libertà creativa quasi totale, scegliendo ambientazioni e costruendo vere e proprie micro-narrazioni visive. Hotel, ville e paesaggi della Costa Azzurra diventano lo sfondo per immagini interpretate da modelle come Monica Bellucci, Carla Bruni, Nadja Auermann e Carré Otis, chiamate non solo a posare, ma a recitare un ruolo.

Pubblicità e sperimentazione
La mostra racconta anche il lavoro di Newton nel campo della pubblicità di prodotto, spesso considerato marginale ma in realtà decisivo per comprendere la sua poetica. Campagne realizzate per brand internazionali – dalla moda al lusso, dal vino al caffè – mostrano come l’autore utilizzi la cosiddetta mood photography per evocare atmosfere più che promuovere oggetti. Il prodotto resta sullo sfondo, mentre l’immagine costruisce una relazione emotiva con lo spettatore, giocando su allusione, ironia e desiderio.

Un percorso pensato per Caraglio
Concepita appositamente per il Filatoio, la mostra è il risultato di una collaborazione articolata tra istituzioni culturali e fondazioni, e restituisce una lettura organica dell’evoluzione di Newton nel panorama internazionale. Non una retrospettiva in senso tradizionale, ma un racconto per nuclei tematici che mette in evidenza la continuità di uno sguardo capace di reinventarsi senza mai perdere coerenza.

Due visioni della moda
In parallelo, a Saluzzo, l’esposizione dedicata a Ferdinando Scianna costruisce un dialogo ideale tra due modi diversi di intendere la fotografia di moda: da un lato Newton, che lavora sull’immaginario e sulla messa in scena; dall’altro Scianna, che affida alla fotografia il compito di raccontare la vita. Un confronto che amplia il campo di riflessione e invita a leggere la moda come fenomeno culturale complesso.

Oltre la mostra
A completare il progetto, un articolato programma pubblico di incontri e dialoghi con esperti di fotografia, moda e cultura visiva accompagna l’esposizione. Un’occasione per approfondire il lavoro di Newton, ma anche per interrogarsi sulle relazioni tra produzione culturale, collezionismo e società contemporanea, restituendo alla fotografia il suo ruolo di strumento critico oltre che estetico.


Note essenziali

Helmut Newton. Intrecci
Caraglio (CN), Il Filatoio – via Matteotti 40
23 ottobre 2025 – 1° marzo 2026
Orari: gio–ven 15–19; sab, dom e festivi 10–19
Biglietti e informazioni: ticket.it


HELMUT NEWTON. Intrecci
Caraglio (CN), Il Filatoio (via Matteotti 40)
23 ottobre 2025 – 1° marzo 2026
 
ORARI
giovedì e venerdì, 15 -19
sabato, domenica e festivi, 10 -19
Chiusura biglietteria ore 18
 
BIGLIETTI 
intero: € 12,00 (esclusi i diritti di prevendita)
ridotto: € 9,00 (esclusi i diritti di prevendita)
riservato a: bambini/ragazzi 7- 19 anni, studenti universitari fino a 25 anni, adulti over 65, insegnanti con certificazione, possessori del biglietto di ingresso alla mostra Ferdinando Scianna. La moda, la vita, e i soci ACLI, soci FAI.
ridotto gruppi (min 10, max 20 persone): € 6,00
ridotto scuole (15-25 persone): € 3,00
ingresso gratuito: bambini fino ai 6 anni, soci ICOM, persone con disabilità + 1 accompagnatore; possessori di “Abbonamento Musei Piemonte e Valle d’Aosta” o di “Abbonamento Musei Formula Extra”; guide turistiche abilitate del territorio piemontese; giornalisti (con tesserino); residenti in Caraglio soltanto la domenica mattina.
 
Biglietteria presso Il Filatoio (via Matteotti 40, Caraglio – chiusura ore 18) o su ticket.it
 
Ufficio stampa nazionale:
CLP Relazioni Pubbliche
Clara Cervia clara.cervia@clp1968.it | T. + 39 02 36755700 | www.clp1968.it
 
Ufficio stampa locale:
Autorivari
Paolo Ragazzo paolo.ragazzo@autorivari.com | T. + 39 0171 601962 | www.autorivari.com
Redazione Experiences

L’Olimpiade culturale di Milano Cortina 2026 tra visione e fragilità del paesaggio

Con l’apertura ufficiale dei Giochi invernali fissata al 6 febbraio, l’Olimpiade culturale entra nella sua fase più visibile. Installazioni, interventi artistici e progetti diffusi ridisegnano temporaneamente valli alpine e spazi urbani, aprendo un confronto necessario tra creatività, ambiente e responsabilità.

L’Olimpiade culturale di Milano Cortina 2026 tra visione e fragilità del paesaggio

Luca Ferraris
Politiche culturali e grandi eventi – Experiences

Quando si parla di Olimpiadi, l’immaginario collettivo corre subito alle competizioni, ai record, alle medaglie. Eppure, come accade sempre più spesso nei grandi eventi internazionali, il racconto inizia molto prima della cerimonia inaugurale. Nel caso di Milano Cortina 2026, questo racconto passa anche – e in modo sempre più evidente – attraverso l’Olimpiade culturale, un programma articolato che mette al centro arte, creatività e partecipazione, estendendo il perimetro dei Giochi ben oltre lo sport.

Nell’ultima settimana, con l’avvicinarsi della data simbolica del 6 febbraio, il progetto ha conosciuto una forte accelerazione: decine di installazioni artistiche site-specific sono state presentate o annunciate tra le valli alpine e Milano, disegnando una geografia culturale diffusa che accompagna l’evento sportivo e ne amplia il significato.

Un programma diffuso, non ornamentale

L’Olimpiade culturale di Milano Cortina 2026 nasce con un obiettivo dichiarato: non limitarsi a “decorare” i Giochi, ma costruire un ecosistema culturale capace di coinvolgere territori, comunità e linguaggi diversi. Il programma, sviluppato su più anni, intreccia arti visive, musica, teatro, danza, design, fotografia e progetti partecipativi, con un’attenzione particolare alla dimensione site-specific.

Non si tratta di un calendario centralizzato di grandi mostre, ma di una costellazione di interventi che dialogano con luoghi spesso periferici rispetto ai grandi circuiti culturali. Valli alpine, piccoli centri, spazi naturali diventano così scenari temporanei di opere pensate per esistere in relazione diretta con il paesaggio, la storia e la memoria dei luoghi.

Questa impostazione risponde a una visione ormai consolidata nelle Olimpiadi contemporanee: la cultura come strumento di inclusione e di racconto identitario, capace di lasciare un’eredità immateriale che sopravvive alla durata dell’evento sportivo.

Arte in alta quota: dialogo o frizione?

È proprio nelle installazioni in alta quota che l’Olimpiade culturale mostra il suo volto più ambizioso – e al tempo stesso più controverso. Opere temporanee collocate in contesti naturali delicati sollevano interrogativi che non possono essere elusi: quale impatto hanno questi interventi sull’ambiente? Qual è il confine tra valorizzazione e spettacolarizzazione del paesaggio?

Il dibattito, in queste settimane, si è fatto acceso. Da un lato, i promotori sottolineano la natura effimera delle opere, spesso realizzate con materiali leggeri o reversibili, e il loro ruolo nel sensibilizzare il pubblico sul rapporto tra uomo e ambiente montano. Dall’altro, associazioni ambientaliste e osservatori indipendenti invitano alla prudenza, ricordando che anche interventi temporanei possono lasciare tracce, soprattutto in ecosistemi già messi sotto pressione dal turismo e dal cambiamento climatico.

La questione non è nuova, ma nel contesto olimpico assume una risonanza particolare. Le montagne, simbolo stesso dei Giochi invernali, diventano terreno di confronto tra due narrazioni: quella della natura come spazio da contemplare e quella della natura come palcoscenico culturale.

Milano come controcampo urbano

Se le Alpi rappresentano il versante più fragile e discusso del progetto, Milano offre il controcampo urbano dell’Olimpiade culturale. Qui le installazioni e gli eventi dialogano con un tessuto già abituato a grandi manifestazioni culturali e a interventi temporanei nello spazio pubblico.

La città assume il ruolo di hub creativo, capace di mettere in relazione istituzioni culturali, artisti, università e industrie creative. L’Olimpiade culturale diventa così anche un laboratorio per sperimentare nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato, tra produzione artistica e comunicazione, tra locale e internazionale.

In questo contesto, l’arte non è chiamata a mimetizzarsi, ma a misurarsi con una città che vive di stratificazioni e conflitti, offrendo un racconto complementare a quello delle competizioni sportive.

Cultura come eredità immateriale

Uno degli argomenti più ricorrenti nel discorso ufficiale sull’Olimpiade culturale riguarda il concetto di legacy, l’eredità lasciata al termine dei Giochi. Se le infrastrutture sportive rischiano spesso di diventare cattedrali nel deserto, la cultura viene presentata come un investimento più flessibile e duraturo.

Progetti educativi, reti tra istituzioni, valorizzazione di archivi e patrimoni locali sono parte integrante del programma e puntano a produrre effetti che vadano oltre il 2026. In questo senso, l’Olimpiade culturale ambisce a costruire una piattaforma di relazioni e competenze, più che una semplice sequenza di eventi.

Resta però aperta una domanda cruciale: quanto questa eredità sarà realmente condivisa dai territori coinvolti e quanto resterà legata alla straordinarietà dell’evento olimpico?

Una prova di equilibrio

L’Olimpiade culturale di Milano Cortina 2026 si muove su un crinale sottile. Da un lato, la volontà di usare l’arte come strumento di racconto e di apertura; dall’altro, la necessità di misurarsi con limiti ambientali, sociali e simbolici sempre più evidenti.

Il successo del progetto non si misurerà solo nel numero di eventi o di visitatori, ma nella capacità di tenere insieme visione e responsabilità. In gioco non c’è soltanto l’immagine dei Giochi, ma un’idea di cultura pubblica che, per essere credibile, deve saper dialogare con la complessità del presente senza rimuoverne le contraddizioni.


Note essenziali
– Olimpiade culturale Milano Cortina 2026: programma ufficiale promosso dal Comitato Organizzatore
– Avvio simbolico della fase conclusiva: 6 febbraio 2026
– Interventi artistici diffusi tra aree alpine e Milano



Redazione Experiences

Ettore Sottsass, la responsabilità del progetto

A Pistoia una grande mostra rilegge l’opera di Ettore Sottsass come architetto e intellettuale del progetto. Un percorso che attraversa trent’anni decisivi del Novecento italiano, tra disillusione moderna, sperimentazione formale e ricerca di un nuovo umanesimo.

Ettore Sottsass, la responsabilità del progetto01- Copertine & Commenti

Andrea Montesi
Architettura – Experiences

Dire “Ettore Sottsass” significa spesso evocare un’immagine precisa: colori accesi, oggetti diventati icone, una libertà formale che ha rotto gli argini del razionalismo. Ma ridurlo a questo sarebbe ingiusto e, soprattutto, incompleto. Ettore Sottsass è stato prima di tutto un architetto nel senso più ampio del termine: qualcuno che ha interrogato il progetto come strumento per capire il mondo, non solo per disegnarlo.

La mostra Io sono un architetto. Ettore Sottsass, ospitata a Palazzo Buontalenti dal 6 marzo al 26 luglio 2026, nasce proprio da questa esigenza: restituire la complessità di una figura che ha attraversato il Novecento con uno sguardo critico, spesso disincantato, ma mai indifferente. Un autore che ha saputo mettere in discussione il mito del progresso senza rinunciare alla responsabilità del fare .

Un percorso contro le semplificazioni

Curata da Enrico Morteo, la mostra è costruita attorno al fondo che Sottsass affidò al CSAC Parma, uno dei più importanti archivi italiani dedicati alla cultura del progetto. Non una celebrazione a posteriori, ma una rilettura critica di circa trent’anni di attività, dall’immediato dopoguerra ai primi anni Settanta. Un periodo decisivo, in cui l’Italia cambia volto e il progetto diventa terreno di conflitto tra industria, società e individuo.

Disegni, fotografie, ceramiche, oggetti, documenti d’archivio – molti dei quali esposti per la prima volta – permettono di seguire l’evoluzione di un pensiero che non procede per certezze, ma per domande. Sottsass non costruisce sistemi chiusi. Al contrario, li apre, li mette in crisi, li abbandona quando smettono di essere utili.

Architetto, prima di tutto

Il titolo della mostra non è una dichiarazione identitaria, ma quasi una precisazione necessaria: “Io sono un architetto”. Sottsass lo affermava sapendo che il suo lavoro era stato spesso letto attraverso altre lenti: quella del designer, dell’artista, del provocatore. Eppure, anche quando disegnava un oggetto, anche quando lavorava con il colore o con la ceramica, il suo era sempre uno sguardo architettonico. Uno sguardo che tiene insieme spazio, corpo, uso, simbolo.

La sua formazione e la sua pratica si muovono in un’epoca segnata dalla ricostruzione e dalla fiducia nella tecnica. Ma già negli anni Cinquanta e Sessanta emerge una distanza critica rispetto all’idea di progresso come destino inevitabile. Sottsass osserva con attenzione la società dei consumi che si sta formando e ne coglie presto le contraddizioni: l’accelerazione, l’omologazione, la perdita di senso.

La disillusione come punto di partenza

La mostra insiste su questo nodo centrale: la disillusione. Non come rinuncia, ma come condizione per ripensare il progetto. Sottsass non crede più alla neutralità della forma né alla promessa salvifica della funzione. Eppure non sceglie la fuga. Cerca piuttosto, nella forma, nel colore e nella luce, una possibilità diversa: un progetto che torni a parlare all’uomo, alle sue fragilità, ai suoi desideri.

È qui che emerge quella che Morteo definisce una ricerca di “nuovo umanesimo del progetto”. Non un ritorno nostalgico al passato, ma un tentativo di rimettere al centro l’esperienza umana, contro la freddezza dei sistemi e delle ideologie.

Il legame con la Toscana

Un capitolo importante del percorso è dedicato al rapporto di Sottsass con la Toscana, non come luogo mitico, ma come rete concreta di relazioni artigianali e industriali. Le ceramiche realizzate con Aldo Londi a Montelupo Fiorentino, le collaborazioni con Poltronova ad Agliana, il dialogo con imprenditori e progettisti locali raccontano un modo di lavorare fondato sulla sperimentazione condivisa.

In queste esperienze, Sottsass mette alla prova le sue idee, accetta il rischio dell’errore, usa il colore come strumento critico, non decorativo. La ceramica, in particolare, diventa un campo di libertà: fragile, imperfetta, lontana dalla serialità industriale. Un materiale che resiste alla standardizzazione e, proprio per questo, carico di significato.

Disegni e scrittura come pensiero

Accanto agli oggetti, i disegni e i testi occupano un ruolo centrale. Sottsass disegna e scrive per pensare. I suoi appunti non spiegano, ma accompagnano. Non illustrano un’idea già definita, ma la cercano. In questo senso, la mostra restituisce anche il metodo di lavoro di un autore che non separa mai teoria e pratica.

Le fotografie, spesso considerate un ambito laterale della sua produzione, rivelano la stessa attenzione: non documentazione, ma sguardo. Viaggi, architetture, dettagli urbani diventano occasioni per interrogare il rapporto tra uomo e ambiente.

Oltre il mito del radical design

È impossibile parlare di Sottsass senza incrociare il tema del design radicale e delle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta. Ma anche qui la mostra invita a superare le etichette. Sottsass partecipa a quel clima, lo attraversa, ma non vi si identifica mai completamente. Il suo è un radicalismo che non si esaurisce nella provocazione, ma cerca un esito costruttivo.

La critica al funzionalismo non si traduce in un rifiuto del progetto, ma in una sua rifondazione. Ogni oggetto, ogni spazio, ogni forma deve dichiarare la propria posizione nel mondo. Non esistono soluzioni innocenti.

Un’eredità ancora aperta

Rileggere oggi Sottsass significa confrontarsi con domande che restano attuali: che ruolo ha il progetto in una società complessa? Quale responsabilità ha chi disegna forme, spazi, oggetti destinati a entrare nella vita quotidiana? In un’epoca segnata da nuove accelerazioni tecnologiche, la sua cautela, il suo invito a rallentare e a osservare, suonano come un monito.

La mostra di Pistoia non propone risposte definitive. Offre piuttosto strumenti per capire. E questo è forse il suo valore più grande: restituire Sottsass non come icona, ma come interlocutore. Uno che ha saputo dubitare, cambiare strada, rimettersi in discussione.

“Io sono un architetto”. Dietro questa frase c’è un’idea precisa: il progetto come atto umano, prima che professionale. Un atto che implica responsabilità, attenzione, misura. E che, proprio per questo, continua a parlarci.


Scheda informativa per la visita

Mostra
Io sono un architetto. Ettore Sottsass

Sede
Palazzo Buontalenti, Pistoia

Date
6 marzo – 26 luglio 2026

A cura di
Enrico Morteo

Organizzazione
Fondazione Pistoia Musei ed Electa
In collaborazione con CSAC Parma, Archivio Museo Bitossi, Centro Studi Poltronova

Informazioni
www.pistoiamusei.it


Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Clara Cervia – clara.cervia@clp1968.it
Redazione Experiences

Il bianco e nero come misura del tempo

Novant’anni di fotografia tra rigore, sperimentazione e memoria. Dal Futurismo alle ricerche concettuali, dal Neorealismo al dialogo con i grandi maestri internazionali: Il bianco e nero è il secondo capitolo di I tempi dello sguardo, il progetto espositivo che ripercorre novant’anni di fotografia italiana. In scena a Milano, un percorso ampio e meditato che invita a rallentare e a guardare.

Il bianco e nero come misura del tempo

di Giulio Rinaldi
Commentatore – Experiences

MILANO | THE POOL NYC
16 GENNAIO | 28 FEBBRAIO 2026

A PALAZZO FAGNANI RONZONI: IL BIANCO E NERO

Un progetto che interroga lo sguardo
Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, The Pool NYC presenta a Palazzo Fagnani Ronzoni il secondo atto di I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti. Dopo l’episodio dedicato al colore, la rassegna sceglie il bianco e nero come terreno di confronto: non una nostalgia, ma una grammatica essenziale che attraversa epoche e linguaggi. Ottanta fotografie, ventotto autori italiani e internazionali, un arco storico che va dalle avanguardie al secondo Novecento, fino alle soglie del contemporaneo. I dati sono chiari; l’ambizione, altrettanto.

Dal Futurismo al Neorealismo: quando la forma diventa tempo
Il percorso prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, dove la fotografia sperimenta velocità e scomposizione come se l’immagine potesse trattenere l’energia del mondo moderno. Subito dopo, il Neorealismo di Alfredo Camisa riporta lo sguardo sulla realtà sociale, con un’idea di fotografia che è testimonianza e responsabilità. In mezzo, le prime ricerche formali di Mario De Biasi, che già anticipano una tensione tra cronaca e costruzione dell’immagine.

Giacomelli e Biasiucci: il bianco e nero come incisione
Due capitoli centrali segnano il cuore della mostra. Mario Giacomelli riduce colline e campi marchigiani a segni grafici: il paesaggio diventa una superficie incisa, come se la fotografia si facesse stampa. Antonio Biasiucci scava invece nella memoria del Sud, tra riti, oggetti e tracce della cultura contadina. Qui il bianco e nero è materia morale: luce e ombra come domande sull’identità collettiva, più che come risposte.

Dal quotidiano all’idea: l’immagine che pensa
In questa traiettoria si inserisce Franco Vaccari, che trasforma il banale in significativo e anticipa molte riflessioni sull’arte partecipativa e sulla fotografia come documento. Accanto a lui, Mario Cresci lavora sulla memoria e sull’identità, traducendo paesaggi e interni popolari in immagini sospese tra tradizione e mutamento. Luigi Erba procede per ripetizione e variazione: griglie sottili, segni minimi, uno spazio che si sfalda e rimanda a un reale ormai distante.

Il dialogo internazionale
La mostra non si chiude entro confini nazionali. Il confronto con autori come Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna e William Klein chiarisce un punto decisivo: il bianco e nero non è una scelta locale, ma una lingua comune, capace di tenere insieme rigore formale, ironia, astrazione e racconto del reale. È qui che la fotografia italiana mostra la propria statura internazionale, senza complessi né provincialismi.

Il tempo ritrovato della visione
Il titolo I tempi dello sguardo allude a una doppia urgenza. Da un lato, riconoscere come alcuni artisti abbiano segnato “un tempo” storico con il loro modo di vedere; dall’altro, sottrarsi all’eccesso di immagini del presente per recuperare una visione lenta, consapevole. Non è un caso che il progetto guardi anche all’esperienza di Viaggio in Italia, ideata da Luigi Ghirri: una fotografia che non consuma il mondo, ma lo interroga.

Una mostra come spazio pubblico
Durante il periodo di apertura, Palazzo Fagnani Ronzoni ospita incontri, talk, presentazioni di libri e serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia. La mostra diventa così un luogo di confronto, non un semplice contenitore. Ingresso libero, orari ampi: una scelta che ribadisce la vocazione pubblica del progetto.


Dati essenziali
Il bianco e nero
16 gennaio – 28 febbraio 2026
Milano, The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni, via Santa Maria Fulcorina 20
Inaugurazione: 15 gennaio 2026, ore 18.30
Orari: martedì–sabato 11.00–13.00 / 15.00–19.00
Ingresso libero

Artisti: Antonio Biasiucci, Alfredo Camisa, Giuseppe Cavalli, Franco Chiavacci, Mario Cresci, Mario De Biasi, Patrizia Della Porta, Renato Di Bosso, Mario Dondero, Luigi Erba, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Pino Musi, Enzo Obiso, Franco Vaccari, Luigi Veronesi, Egon Egone, Elliot Erwitt, Ralph Gibson, Arthur Gerlach, Jan Groover, Lucien Hervé, Horst P. Horst, Kennet Josephson, Michael Kenna, William Klein, Joost Schmidt, John Stewart, Silvio Wolf, Willy Zielke.


Orari: da martedì a sabato, 11.oo-13.00 – 15.00 – 19.00.
Ingresso libero
Informazioni: info@thepoolnewyorkcity.com
                        www.thepoolnewyorkcity.com
IG: @thepoolnyc
 
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Marta Pedroli | E. marta.pedroli@clp1968.it
T. + 39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

L’Aquila: Inizia l’anno della cultura, ideato all’insegna della rinascita

L’Aquila inaugura il 2026 come Capitale italiana della Cultura. Non un evento isolato, ma il punto di arrivo – e insieme di rilancio – di un lungo percorso che intreccia ricostruzione, identità e visione del futuro. Un anno di cultura che parla all’Italia intera.

L’AQUILA 2026

di Elena Serra

Editorialista – Experiences

Un inizio solenne, carico di significati
Il 17 gennaio 2026 L’Aquila ha aperto ufficialmente il suo anno da Capitale italiana della Cultura. La cerimonia inaugurale, alla presenza del Presidente della Repubblica e delle principali autorità civili e culturali, non è stata una semplice celebrazione protocollare. È apparsa piuttosto come un atto pubblico di riconoscimento: alla città, alla sua storia recente, alla capacità di trasformare una ferita profonda in un progetto collettivo.

Il titolo di Capitale italiana della Cultura
Il riconoscimento assegnato a L’Aquila dal Ministero della Cultura si inserisce in un programma nazionale avviato nel 2015, pensato per valorizzare il patrimonio culturale come leva di sviluppo sostenibile. Ma nel caso aquilano il titolo assume un peso particolare. Qui la cultura non arriva come ornamento o vetrina, bensì come strumento di ricostruzione materiale e simbolica, come linguaggio comune capace di tenere insieme memoria e prospettiva.

Una città segnata dal sisma, ma non definita solo da esso
È impossibile parlare di L’Aquila senza evocare il terremoto del 2009. Ma ridurre l’identità della città a quell’evento sarebbe un errore. L’Aquila è storicamente un centro culturale rilevante dell’Italia centrale: città universitaria, luogo di stratificazioni artistiche e architettoniche, crocevia di tradizioni civili e religiose. Il sisma ha interrotto bruscamente questa continuità, ma non l’ha cancellata.

Ricostruire non è solo riedificare edifici
Negli anni successivi al terremoto, la ricostruzione è stata lunga, complessa, spesso contraddittoria. Accanto ai cantieri materiali si è aperta una questione più profonda: come restituire alla città un tessuto sociale, una vita culturale, una dimensione simbolica condivisa. L’Aquila 2026 nasce anche da qui, dalla consapevolezza che senza cultura non esiste vera rinascita urbana.

Un progetto culturale articolato e diffuso
Il programma dell’anno prevede oltre trecento iniziative tra mostre, spettacoli, concerti, incontri, progetti di ricerca, residenze artistiche e attività di partecipazione. Non si tratta di un calendario concentrato in pochi luoghi iconici, ma di una rete di eventi che coinvolge il centro storico, i quartieri, i borghi del territorio, i comuni del cratere. L’idea è quella di una capitale culturale diffusa, capace di superare la dicotomia tra centro e periferia.

La cultura come infrastruttura civile
Uno degli aspetti più rilevanti del progetto aquilano è la sua impostazione strutturale. L’anno della cultura non viene concepito come una parentesi, ma come un investimento di lungo periodo. Emblematica in questo senso è l’istituzione del primo Osservatorio culturale urbano in Italia, pensato per misurare l’impatto delle politiche culturali su coesione sociale, qualità della vita, attrattività territoriale. Un segnale chiaro: la cultura non come spesa, ma come infrastruttura.

Luoghi simbolo che tornano a vivere
Il 2026 accompagna e accelera la restituzione alla città di spazi culturali fondamentali. Il Teatro Comunale, il Teatro San Filippo, i complessi museali e gli edifici storici riaperti o restaurati diventano non solo contenitori di eventi, ma luoghi di riconnessione civica. La riapertura di questi spazi segna il ritorno di una quotidianità culturale, fatta non solo di grandi appuntamenti, ma di fruizione costante.

Il ruolo del MUNDA e dei musei
Il Museo Nazionale d’Abruzzo, tornato nella sede del Forte Spagnolo, rappresenta uno dei nodi centrali di questo processo. La sua presenza rafforza l’idea di una città che recupera il proprio patrimonio come risorsa viva. Musei, archivi, biblioteche diventano presidi di continuità, luoghi in cui la memoria dialoga con il presente.

Tradizione e contemporaneità
L’Aquila 2026 non rinuncia alle proprie tradizioni. La Perdonanza Celestiniana, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale, trova nell’anno della cultura una risonanza nuova. Non come rievocazione folkloristica, ma come pratica di senso: un rito che parla di perdono, comunità, responsabilità collettiva, temi sorprendentemente attuali in un contesto globale segnato da fratture e conflitti.

Una città che si racconta con linguaggi nuovi
Accanto alla tradizione, il programma valorizza linguaggi contemporanei: installazioni luminose, performance urbane, arti digitali, progetti partecipativi. L’inaugurazione stessa, con eventi diffusi nel centro storico e interventi visivi di grande impatto, ha mostrato la volontà di parlare a pubblici diversi, di superare l’idea elitaria della cultura senza rinunciare alla qualità.

Il coinvolgimento della comunità
Uno dei punti più delicati – e più promettenti – del progetto riguarda il coinvolgimento diretto dei cittadini. Associazioni, università, scuole, operatori culturali locali sono chiamati non solo a ospitare eventi, ma a co-progettarli. È qui che si gioca una parte decisiva della scommessa: fare in modo che L’Aquila 2026 non sia percepita come qualcosa “calato dall’alto”, ma come un processo condiviso.

L’Aquila nel contesto nazionale
Essere Capitale italiana della Cultura significa anche assumere una responsabilità simbolica nei confronti del Paese. L’Aquila diventa un caso di studio: può la cultura contribuire davvero alla rigenerazione di una città ferita? Può produrre effetti duraturi, oltre l’anno celebrativo? Il 2026 aquilano si inserisce così in un dibattito più ampio sul ruolo delle politiche culturali in Italia.

Oltre il 2026
La sfida più grande comincia proprio ora. Perché un anno di cultura abbia senso, deve lasciare tracce: competenze, reti, spazi attivi, pubblico consapevole. L’Aquila sembra aver impostato il lavoro in questa direzione, puntando sulla continuità e non sull’eccezione. Se il progetto riuscirà, il 2026 non sarà ricordato come un apice isolato, ma come un passaggio decisivo.

Una rinascita che riguarda tutti
L’Aquila 2026 non è solo la storia di una città che rinasce. È una riflessione aperta sul rapporto tra cultura e comunità, tra memoria e futuro, tra istituzioni e cittadini. In un’Italia che spesso fatica a pensare la cultura come bene comune, l’esperienza aquilana propone una domanda semplice e radicale: che cosa siamo disposti a ricostruire, davvero, quando diciamo di voler ripartire?


Redazione Experiences