Ettore Sottsass, la responsabilità del progetto

A Pistoia una grande mostra rilegge l’opera di Ettore Sottsass come architetto e intellettuale del progetto. Un percorso che attraversa trent’anni decisivi del Novecento italiano, tra disillusione moderna, sperimentazione formale e ricerca di un nuovo umanesimo.

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Andrea Montesi
Architettura – Experiences

Dire “Ettore Sottsass” significa spesso evocare un’immagine precisa: colori accesi, oggetti diventati icone, una libertà formale che ha rotto gli argini del razionalismo. Ma ridurlo a questo sarebbe ingiusto e, soprattutto, incompleto. Ettore Sottsass è stato prima di tutto un architetto nel senso più ampio del termine: qualcuno che ha interrogato il progetto come strumento per capire il mondo, non solo per disegnarlo.

La mostra Io sono un architetto. Ettore Sottsass, ospitata a Palazzo Buontalenti dal 6 marzo al 26 luglio 2026, nasce proprio da questa esigenza: restituire la complessità di una figura che ha attraversato il Novecento con uno sguardo critico, spesso disincantato, ma mai indifferente. Un autore che ha saputo mettere in discussione il mito del progresso senza rinunciare alla responsabilità del fare .

Un percorso contro le semplificazioni

Curata da Enrico Morteo, la mostra è costruita attorno al fondo che Sottsass affidò al CSAC Parma, uno dei più importanti archivi italiani dedicati alla cultura del progetto. Non una celebrazione a posteriori, ma una rilettura critica di circa trent’anni di attività, dall’immediato dopoguerra ai primi anni Settanta. Un periodo decisivo, in cui l’Italia cambia volto e il progetto diventa terreno di conflitto tra industria, società e individuo.

Disegni, fotografie, ceramiche, oggetti, documenti d’archivio – molti dei quali esposti per la prima volta – permettono di seguire l’evoluzione di un pensiero che non procede per certezze, ma per domande. Sottsass non costruisce sistemi chiusi. Al contrario, li apre, li mette in crisi, li abbandona quando smettono di essere utili.

Architetto, prima di tutto

Il titolo della mostra non è una dichiarazione identitaria, ma quasi una precisazione necessaria: “Io sono un architetto”. Sottsass lo affermava sapendo che il suo lavoro era stato spesso letto attraverso altre lenti: quella del designer, dell’artista, del provocatore. Eppure, anche quando disegnava un oggetto, anche quando lavorava con il colore o con la ceramica, il suo era sempre uno sguardo architettonico. Uno sguardo che tiene insieme spazio, corpo, uso, simbolo.

La sua formazione e la sua pratica si muovono in un’epoca segnata dalla ricostruzione e dalla fiducia nella tecnica. Ma già negli anni Cinquanta e Sessanta emerge una distanza critica rispetto all’idea di progresso come destino inevitabile. Sottsass osserva con attenzione la società dei consumi che si sta formando e ne coglie presto le contraddizioni: l’accelerazione, l’omologazione, la perdita di senso.

La disillusione come punto di partenza

La mostra insiste su questo nodo centrale: la disillusione. Non come rinuncia, ma come condizione per ripensare il progetto. Sottsass non crede più alla neutralità della forma né alla promessa salvifica della funzione. Eppure non sceglie la fuga. Cerca piuttosto, nella forma, nel colore e nella luce, una possibilità diversa: un progetto che torni a parlare all’uomo, alle sue fragilità, ai suoi desideri.

È qui che emerge quella che Morteo definisce una ricerca di “nuovo umanesimo del progetto”. Non un ritorno nostalgico al passato, ma un tentativo di rimettere al centro l’esperienza umana, contro la freddezza dei sistemi e delle ideologie.

Il legame con la Toscana

Un capitolo importante del percorso è dedicato al rapporto di Sottsass con la Toscana, non come luogo mitico, ma come rete concreta di relazioni artigianali e industriali. Le ceramiche realizzate con Aldo Londi a Montelupo Fiorentino, le collaborazioni con Poltronova ad Agliana, il dialogo con imprenditori e progettisti locali raccontano un modo di lavorare fondato sulla sperimentazione condivisa.

In queste esperienze, Sottsass mette alla prova le sue idee, accetta il rischio dell’errore, usa il colore come strumento critico, non decorativo. La ceramica, in particolare, diventa un campo di libertà: fragile, imperfetta, lontana dalla serialità industriale. Un materiale che resiste alla standardizzazione e, proprio per questo, carico di significato.

Disegni e scrittura come pensiero

Accanto agli oggetti, i disegni e i testi occupano un ruolo centrale. Sottsass disegna e scrive per pensare. I suoi appunti non spiegano, ma accompagnano. Non illustrano un’idea già definita, ma la cercano. In questo senso, la mostra restituisce anche il metodo di lavoro di un autore che non separa mai teoria e pratica.

Le fotografie, spesso considerate un ambito laterale della sua produzione, rivelano la stessa attenzione: non documentazione, ma sguardo. Viaggi, architetture, dettagli urbani diventano occasioni per interrogare il rapporto tra uomo e ambiente.

Oltre il mito del radical design

È impossibile parlare di Sottsass senza incrociare il tema del design radicale e delle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta. Ma anche qui la mostra invita a superare le etichette. Sottsass partecipa a quel clima, lo attraversa, ma non vi si identifica mai completamente. Il suo è un radicalismo che non si esaurisce nella provocazione, ma cerca un esito costruttivo.

La critica al funzionalismo non si traduce in un rifiuto del progetto, ma in una sua rifondazione. Ogni oggetto, ogni spazio, ogni forma deve dichiarare la propria posizione nel mondo. Non esistono soluzioni innocenti.

Un’eredità ancora aperta

Rileggere oggi Sottsass significa confrontarsi con domande che restano attuali: che ruolo ha il progetto in una società complessa? Quale responsabilità ha chi disegna forme, spazi, oggetti destinati a entrare nella vita quotidiana? In un’epoca segnata da nuove accelerazioni tecnologiche, la sua cautela, il suo invito a rallentare e a osservare, suonano come un monito.

La mostra di Pistoia non propone risposte definitive. Offre piuttosto strumenti per capire. E questo è forse il suo valore più grande: restituire Sottsass non come icona, ma come interlocutore. Uno che ha saputo dubitare, cambiare strada, rimettersi in discussione.

“Io sono un architetto”. Dietro questa frase c’è un’idea precisa: il progetto come atto umano, prima che professionale. Un atto che implica responsabilità, attenzione, misura. E che, proprio per questo, continua a parlarci.


Scheda informativa per la visita

Mostra
Io sono un architetto. Ettore Sottsass

Sede
Palazzo Buontalenti, Pistoia

Date
6 marzo – 26 luglio 2026

A cura di
Enrico Morteo

Organizzazione
Fondazione Pistoia Musei ed Electa
In collaborazione con CSAC Parma, Archivio Museo Bitossi, Centro Studi Poltronova

Informazioni
www.pistoiamusei.it


Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche
Clara Cervia – clara.cervia@clp1968.it
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