Caldes (Trento), Castel Caldes: le mete privilegiate delle classi agiate della Mitteleuropa

Il Museo del Castello del Buonconsiglio propone nella sua sede di Castel Caldes una mostra sul termalismo, fenomeno storico e sociale che conobbe un notevole sviluppo in Trentino, specialmente nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento.

Gli stabilimenti termali sorti a Pejo, Rabbi, Levico-Vetriolo, Roncegno e Comano sono ancora oggi siti di grande richiamo per le proprietà terapeutiche e benefiche delle loro acque. Tra la fine della dominazione asburgica e gli anni Trenta, attraverso l’intera parabola della Belle époque, queste località divennero mete privilegiate di un raffinato turismo termale, che coinvolse le classi agiate della Mitteleuropa e del vicino Regno d’Italia. Le principali stazioni di cura si dotarono pertanto di infrastrutture turistiche e rinnovarono l’assetto architettonico dei diversi “bagni”, attuando in alcuni casi dei progetti decorativi che coinvolsero pittori specializzati nella decorazione d’interni, con risultati di alto profilo estetico.

ANTICHE FONTI. Tito Chini e la cultura termale nel Trentino

Caldes (Trento), Castel Caldes
20 Giugno 2025 – 02 Novembre 2025

In questo contesto si colloca la chiamata a Vetriolo di Tito Chini (Firenze 1898 – Desio 1947), pittore e ceramista appartenente a un’illustre dinastia di decoratori originari di Firenze e fondatori di una rinomata fornace a Borgo San Lorenzo, nel Mugello. Reduce da importanti imprese decorative portate a termine in Toscana e nel Veneto, nel 1936 il pittore venne incaricato di decorare lo Stabilimento Termale di Vetriolo.

Da tempo dismesso, l’edificio fu demolito nel 1997, ma parte della decorazione interna venne fortunatamente salvata grazie all’interessamento dell’Ufficio Beni Storico-Artistici della Provincia autonoma di Trento, che provvide d’urgenza allo stacco delle pitture murali interne e dei mosaici della facciata, ai fini di preservare la memoria di questo episodio di storia del termalismo. I dipinti di Vetriolo vengono per la prima volta esposti in pubblico in occasione di questa mostra, unitamente agli inediti bozzetti preparatori e a una selezione di manufatti ceramici prodotti dalla manifattura di Borgo San Lorenzo, nell’ambito di uno specifico focus dedicato a Tito Chini e alla stagione dell’art déco.

La mostra prosegue nel racconto della storia del termalismo trentino con particolare attenzione al territorio della Val di Sole, articolandosi in sezioni tematiche dedicate rispettivamente ai Bagni di Rabbi e alle Fonti di Pejo. Altri materiali documentano le vicende degli altri siti termali del Trentino. Ogni sezione è costituita da differenti tipologie di opere d’arte, antiche pubblica-zioni medico-scientifiche, oggetti legati alla fruizione delle acque salubri, cartoline e fotografie d’epoca, ritratti e ricordi di ospiti illustri.
Tra i materiali esposti, un posto di assoluto rilievo è riservato ai manifesti pubblicitari, spesso di grande qualità estetica, che rappresentano una prima modalità di promozione turistica del territorio e che sono al tempo stesso testimonianza dell’evoluzione del linguaggio artistico e del gusto. Gli esemplari originali dei manifesti sono stati concessi in prestito da collezionisti privati e dalla Collezione Salce di Treviso.

Nella sezione sulle Fonti di Rabbi, un focus è dedicato alla figura dello scrittore e geologo Antonio Stoppani (Lecco 1824 – Milano 1891), il celebre autore del Bel Paese, libro che si proponeva far conoscere a un vasto pubblico di lettori il territorio italiano dal punto di vista geografi-co e naturalistico, invitando a coltivare il sentimento nazionale. Stoppani contribuì in modo decisivo a far conoscere la Val di Rabbi e i suoi bagni, dove soggiornò più volte, anche attraverso la pubblicazione di uno specifico volume.
La mostra è curata dai conservatori del museo Elisa Nicolini e Roberto Pancheri ed è stata possibile grazie anche al sostegno dell’APT della Val di Sole e con la collaborazione delle Terme di Pejo e di Rabbi.


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Quest’estate, perché non trascorrere un pomeriggio d’arte?

Con l’arrivo del caldo estivo, una delle migliori alternative per rinfrescare la mente e vivere un’esperienza culturale è visitare le mostre d’arte nelle città italiane più vivaci. Da Venezia a Bologna, passando per Rovigo, Ferrara e Treviso, l’Italia offre un ricco calendario espositivo per chi vuole concedersi una pausa diversa, all’insegna della bellezza e della riflessione.

Vilhelm Hammershøi
Alphonse Mucha
Giovanni Boldini
Louise Nevelson
Roberto Capucci
Jung Youngsun
Harry Seidler
El Greco
John Baldessari
Davide Rivalta
Giulio Aristide Sartorio

Palazzo Roverella a Rovigo ospita ancora per pochi giorni, fino al 29 giugno, la prima mostra italiana dedicata a Vilhelm Hammershøi, uno dei pittori più importanti del Nord Europa tra Ottocento e Novecento. Conosciuto soprattutto per i suoi interni silenziosi e minimalisti, Hammershøi racconta con delicatezza e introspezione gli spazi privati, i ritratti enigmatici e le vedute architettoniche. La mostra non si limita a esporre le sue opere più famose, ma approfondisce anche il legame con l’Italia e il confronto con altri artisti europei che hanno esplorato temi come il silenzio e la solitudine.

Non ci allontaniamo di molto: a FerraraPalazzo dei Diamanti dedica due mostre parallele a un tema affascinante e sempre attuale: la rappresentazione della figura femminile nell’arte tra Ottocento e Novecento. Da una parte, la monografica su Alphonse Mucha celebra l’arte raffinata e armoniosa dell’Art Nouveau, con le sue donne eleganti, seducenti e iconiche protagoniste di manifesti, dipinti e oggetti decorativi. Le opere di Mucha incarnano un ideale femminile fatto di grazia e delicatezza, simbolo di una bellezza ideale che ha segnato un’epoca. Dall’altra parte, la mostra dedicata a Giovanni Boldini offre un ritratto della donna moderna, carismatica ed emancipata, ritratta con un linguaggio dinamico e raffinato. Boldini cattura l’energia, la personalità complessa e il fascino di figure femminili che incarnano la nuova società urbana e borghese. Entrambe le esposizioni, aperte fino al 20 luglio, hanno riscosso un grande successo di pubblico.

Per chi fosse interessato all’arte sacra e alla tradizione, il Museo di Santa Caterina a Treviso propone fino al 13 luglio “La Maddalena e la Croce. Amore Sublime“. Con un corpus di oltre cento opere, la mostra indaga il mito e la figura di Maria Maddalena, soffermandosi in particolare sul suo rapporto con Cristo e sulle molteplici rappresentazioni sacre che si sono succedute nei secoli di lei. Non si tratta di una semplice narrazione storica o religiosa, ma di un viaggio attraverso l’arte che rende universale l’esperienza del sacro, intrecciando fede, emozione e riflessione sulla condizione umana.

Rimanendo in tema di figure femminili, a Bologna è stata inaugurata da poco una grande monografica sull’artista ucraino-americana Louise Nevelson, famosa per i suoi assemblaggi lignei bianchi neri e dorati. Femminile e femminista Nevelson trovò successo già in vita. La mostra di Bologna rappresenta la prima grande esposizione di questa artista nella città e coincide con il 120° anniversario del suo trasferimento da Kiev, sua città natale, verso gli Stati Uniti. Questo trasferimento fu un momento cruciale nella sua vita: Louise si ricongiungeva al padre, che qualche anno prima aveva lasciato l’Ucraina per sfuggire alle persecuzioni antisemite dilaganti nel paese. Negli Stati Uniti, la giovane artista trovò un ambiente in cui poter affermare la propria identità e realizzarsi pienamente, sia come donna sia come creatrice. Fu lì che iniziò il suo cammino di indipendenza e successo artistico, segnando l’inizio di una carriera straordinaria. Visitabile fino al 20 luglio a Palazzo Fava.

Per chi ha un debole per la modaLa forza del colore. Roberto Capucci a Villa Pisani è la mostra giusta. Vi si celebra l’opera dello stilista italiano Roberto Capucci, noto per trasformare gli abiti in vere sculture indossabili. L’esposizione, ospitata nel Museo Nazionale Villa Pisani a Stra (Venezia) fino al 2 novembre 2025, presenta venti abiti, disegni, schizzi e fotografie, creando un dialogo unico tra le creazioni di Capucci e gli spazi storici della villa settecentesca. Il percorso espositivo mette in risalto il legame tra la moda scultorea e l’architettura monumentale, con un focus particolare sull’uso del colore, elemento distintivo dello stilista. Da non perdere: l’abito da nozze ispirato ai colori del Tiepolo, esposto nel Salone da Ballo sotto l’affresco di Giambattista Tiepolo.

Concludiamo questo tour delle mostre nelle principali città italiane con Venezia che quest’anno ospita la Biennale Internazionale di Architettura e moltissime mostre collegate.

In Piazza San Marco ha recentemente aperto un nuovo spazio espositivo: SMAC – San Marco Art Centre che ospita due mostre, entrambe aperte fino al 13 luglio. La prima, dal titolo “For All That Breathes On Earth” ruota attorno alla pioniera coreana dell’architettura del paesaggio: Jung Youngsun (classe 1941). La prima donna coreana a ottenere il titolo di ingegnere del paesaggio. Con lei è nata e cresciuta la sensibilità nei confronti del recupero di aree degradate e dell’impianto di nuovi spazi verdi, sia in area urbana che in contesti diversi, pubblici e privati. Tra i suoi interventi, la mostra documenta quelli pensati e realizzati in occasione dei grandi appuntamenti internazionali: le Olimpiadi e i Giochi Asiatici di Seul, l’Expo di Daejeon o per l’aeroporto Internazionale di Incheon.

La seconda mostra a SMAC è “Migrating Modernism. The architecture of Harry Seidler”. Un’ampia retrospettiva sulla vita e l’opera dell’architetto australiano di origine austriaca Harry Seidler (Vienna 1923 – Sydney 2006). Seidler è uno degli architetti moderni più influenti, è stato responsabile della progettazione di numerosi edifici pionieristici in Australia, oltre che di edifici in Messico, a Parigi, a Hong Kong e, alla fine della sua carriera, di nuovo nella città natale, Vienna.

Rimanendo in Piazza San Marco: “L’oro dipinto. El Greco e la pittura tra Creta e Venezia” Palazzo Ducale racconta la lunga storia di scambi artistici tra Creta e Venezia dal XV al XIX secolo, incentrata sull’uso dell’oro nella pittura sacra e sulla fusione tra la tradizione bizantina e l’arte rinascimentale veneziana. Il percorso espositivo presenta capolavori di maestri cretesi e veneziani, con un focus su El Greco, che ha iniziato la sua carriera a Creta e si è formato a Venezia.

A due passi da San Marco si intrecciano due importanti esperienze artistiche che raccontano la potenza dell’arte contemporanea nel dialogare con lo spazio. Da un lato, la mostra “No Stone Unturned – Conceptual Photography” di John Baldessari alla Fondazione Querini Stampalia, aperta fino al 23 novembre. Una mostra che ripercorre la ricerca di Baldessari dagli anni Sessanta agli Ottanta, mettendo in luce la sua capacità di trasformare oggetti semplici e quotidiani in opere ricche di riflessioni, umorismo e innovazione. Nel campo di fronte al museo, l’artista Davide Rivalta presenta “Leoni in campo”. Cinque leoni e leonesse, seduti ma vigili, incarnano la forza silenziosa della resistenza e della partecipazione attiva: non sono figure passive, ma protagonisti che “scendono in campo” con calma ma determinazione, trasformando lo spazio pubblico in un palcoscenico di simboli, potenza e controllo.

Se visitate Venezia, non potete non andare a Ca’ Pesaro! La Galleria Internazionale d’Arte Moderna presenta il ciclo monumentale “Il Poema della vita umana” di Giulio Aristide Sartorio, realizzato per la Biennale di Venezia del 1907. L’opera, composta da 14 grandi scene ispirate alla mitologia e al simbolismo, racconta la vita umana attraverso temi come la Luce, le Tenebre, l’Amore e la Morte. Il ciclo è stato recentemente restaurato e ora esposto, fino al 28 settembre, in un allestimento di grande suggestione che rievoca la sua prima apparizione ai Giardini della Biennale. Al Sartorio si aggiungono opere coeve di artisti simbolisti e con la storia culturale europea del primo Novecento.


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La Parigi pirotecnica di Brassaï in mostra al Centro Saint-Bénin di Aosta

Dal 19 luglio al 9 novembre 2025 torna al Centro Saint-Bénin di Aosta la grande fotografia internazionale con la mostra Brassaï. L’occhio di Parigi. La retrospettiva, promossa dall’Assessorato Beni e attività culturali, Sistema educativo e Politiche per le relazioni intergenerazionali della Regione autonoma Valle d’Aosta e prodotta da Silvana Editoriale, è curata da Philippe Ribeyrolles, studioso e nipote del fotografo che detiene un’inestimabile collezione di stampe di Brassaï e un’estesa documentazione relativa al suo lavoro di artista.

BRASSAÏ. L’occhio di Parigi
Aosta, Centro Saint-Bénin
19 luglio – 9 novembre 2025

A cura di Philippe Ribeyrolles

Inaugurazione: venerdì 18 luglio 2025, ore 18

La mostra presenterà più di 150 stampe d’epoca, oltre a sculture, documenti e oggetti appartenuti al fotografo, per un approfondito e inedito sguardo sull’opera di Brassaï, con particolare attenzione alle celebri immagini dedicate alla capitale francese e alla sua vita.

Le sue fotografie dedicate alla Ville Lumière – dai quartieri operai ai grandi monumenti simbolo, dalla moda ai ritratti degli amici artisti, fino ai graffiti e alla vita notturna – sono oggi immagini iconiche che nell’immaginario collettivo identificano immediatamente il volto di Parigi.

Ungherese di nascita – il suo vero nome è Gyula Halász, sostituito dallo pseudonimo Brassaï in onore di Brassó, la sua città natale – ma parigino d’adozione, Brassaï è stato uno dei protagonisti della fotografia del XX secolo, definito dall’amico Henry Miller “l’occhio vivo” della fotografia.

In stretta relazione con artisti quali Picasso, Dalí e Matisse, e vicino al movimento surrealista, a partire dal 1924 fu partecipe del grande fermento culturale che investì Parigi in quegli anni. Brassaï è stato tra i primi fotografi in grado di catturare l’atmosfera notturna della Parigi dell’epoca e il suo popolo: lavoratori, prostitute, clochard, artisti, girovaghi solitari. Nelle sue passeggiate il fotografo non si limitava alla rappresentazione del paesaggio o alle vedute architettoniche, ma si avventurava anche in spazi interni più intimi e confinati, dove la società si incontrava e si divertiva.

È del 1933 il suo volume Paris de Nuit, un’opera fondamentale nella storia della fotografia francese.

Le sue immagini furono anche pubblicate sulla rivista surrealista “Minotaure”, di cui Brassaï divenne collaboratore e attraverso la quale conobbe scrittori e poeti surrealisti come Breton, Éluard, Desnos, Benjamin Péret e Man Ray.

“Esporre oggi Brassaï – afferma Philippe Ribeyrolles, curatore della mostra – significa rivisitare quest’opera meravigliosa in ogni senso, fare il punto sulla diversità dei soggetti affrontati, mescolando approcci artistici e documentaristici; significa immergersi nell’atmosfera di Montparnasse, dove tra le due guerre si incontravano numerosi artisti e scrittori, molti dei quali provenienti dall’Europa dell’Est, come il suo connazionale André Kertész. Quest’ultimo esercitò una notevole influenza sui fotografi che lo circondavano, tra cui lo stesso Brassaï e Robert Doisneau.”

Brassaï appartiene a quella “scuola” francese di fotografia definita umanista per la presenza essenziale di donne, uomini e bambini all’interno dei suoi scatti sebbene riassumere il suo lavoro solo sotto questo aspetto sarebbe riduttivo.

Oltre alla fotografia di soggetto, la sua esplorazione dei muri di Parigi e dei loro innumerevoli graffiti testimonia il legame di Brassaï con le arti marginali e l’art brut di Jean Dubuffet.

Nel corso della sua carriera il suo originale lavoro viene notato da Edward Steichen, che lo invita a esporre al Museum of Modern Art (MoMA) di New York nel 1956: la mostra “Language of the Wall. Parisian Graffiti Photographed by Brassaï” riscuote un enorme successo.

I legami di Brassaï con l’America si concretizzano anche in una assidua collaborazione con la rivista “Harper’s Bazaar”, di cui Aleksej Brodovič fu il rivoluzionario direttore artistico dal 1934 al 1958. Per “Harper’s Bazaar” il fotografo ritrae molti protagonisti della vita artistica e letteraria francese, con i quali era solito socializzare. I soggetti ritratti in quest’occasione saranno pubblicati nel volume Les artistes de ma vie, del 1982, due anni prima della sua morte.

Brassaï scompare il 7 luglio 1984, subito dopo aver terminato la redazione di un libro su Proust al quale aveva dedicato diversi anni della sua vita. È sepolto nel cimitero di Montparnasse, nel cuore della Parigi che ha celebrato per mezzo secolo.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo bilingue italiano-francese edito da Silvana Editoriale e curato dallo stesso Philippe Ribeyrolles, con testi di Daria Jorioz, Philippe Ribeyrolles, Silvia Paoli e Annick Lionel-Marie, posto in vendita a € 36,00.

Biglietti: Intero 8 euro, ridotto 6 euro. Ingresso gratuito per i minori di 18 anni.
Mostra inserita nel circuito Abbonamento Musei.
Orari di apertura: martedì-domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18.


Per informazioni:
Regione autonoma Valle d’Aosta
Struttura Attività espositive e promozione identità culturale
Tel. 0165 275937
 
Centro Saint-Bénin
Via Festaz 27 – Aosta
Tel. 0165.272687
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A Palazzo Roverella, la prima italiana di Rodney Smith

Mostra promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con diChroma photography, prodotta da Silvana Editoriale. A cura di Anne Morin.

Mi avventuro nel mondo per respirare la sua dubbia reputazione e il suo umorismo, per vedere più chiaramente, per cercare finalità e conoscenza, per aprirmi, per cogliere in modo esuberante e inesorabile la luce.
Rodney Smith

RODNEY SMITH
Fotografia tra reale e surreale
Rovigo, Palazzo Roverella
3 ottobre 2025 – 1 febbraio 2026

Per la prima volta in Italia, arriva a Palazzo Roverella una grande mostra monografica che celebra l’opera dell’acclamato fotografo newyorkese Rodney Smith (1947-2016).

L’ampia retrospettiva, che espone oltre cento opere evocative di Smith, è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con diChroma photography, il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale. Sarà possibile visitare l’esposizione curata da Anne Morin dal 3 ottobre al primo febbraio 2026.

La mostra introduce il pubblico italiano a un grande protagonista della fotografia, noto per la sua inconfondibile estetica: un raffinato connubio di eleganza classica, composizione rigorosa e ironia elegante e surreale, che ha richiamato paragoni con le opere del pittore René Magritte. A lungo acclamato per le iconiche immagini in bianco e nero che combinano ritratto e paesaggio, Rodney Smith ha dato vita a mondi incantati e visionari pieni di sottili contraddizioni e sorprese. Realizzate con il solo ausilio di pellicola e luce naturale, le sue immagini oniriche, mai ritoccate, si distinguono per una meticolosa cura artigianale e una straordinaria precisione formale.

Allievo di Walker Evans, influenzato da Ansel Adams e ispirato dall’opera di Margaret Bourke-White, Henri Cartier-Bresson e William Eugene Smith, le sue fotografie sono apparse su pubblicazioni di spicco quali “TIME”, “Wall Street Journal”, “The New York Times”, “Vanity Fair” e molte altre. Non da ultimo, Smith ha ottenuto grandi riconoscimenti per la sua fotografia di moda in collaborazione con rinomati marchi tra cui Ralph Lauren, Neiman Marcus e Bergdorf Goodman.

L’estetica di Smith mostra inoltre evidenti parallelismi con la tradizione cinematografica, e si avvale di netti rimandi all’opera di registi del calibro di Alfred Hitchcock, Terrence Malick e Wes Anderson, e a leggende del cinema muto quali Buster Keaton, Charlie Chaplin e Harold Lloyd.

Rodney Smith, uomo colto e studioso di teologia e filosofia, mosso da una ricerca continua del significato della vita, ha trovato nella fotografia il linguaggio che gli ha consentito di esprimersi al meglio.

Proprio Smith che si descriveva come un “ansioso solitario”, trovava conforto nel catturare immagini considerandole un modo per “riconciliare il quotidiano con l’ideale”, per tradurre le proprie emozioni nella forma e per tramutarsi da osservatore a partecipe.

Le sue immagini iconiche catturano il mondo con humour, grazia e ottimismo. Con il suo stile distintivo ha affinato la percezione, portando ordine nel caos.

Le fotografie di Rodney Smith stupiscono, affascinano e intrigano, conducendo l’osservatore in regni poetici di riflessi e riflessioni. Sereni luoghi immaginari evocano un senso di benessere e inducono chi li osserva a sorridere e ad abbandonarsi alla tenerezza e, grazie a questa apertura e distensione, a provare stupore e ammirazione.

Così la curatrice Anne Morin descrive il lavoro di Rodney Smith:

“Ogni immagine creata da Smith, con la cura e la precisione di un orafo, è un tentativo sempre nuovo di ricreare questa armonia divina e di raggiungere uno

stato superiore, anche solo per un istante. Ogni immagine è eterea ed estatica.

(…) In qualsiasi punto dell’immagine si posi lo sguardo, l’occhio è immediatamente sedotto dalla grazia, dalla raffinatezza, dallo squisito accostamento di forme e contro forme, dalla diversità delle materie e dalla ricchezza narrativa che eccelle per sobrietà, parsimonia e silenzio.”

Il percorso espositivo è suddiviso in sei sezioni tematiche: La divina proporzioneGravitàSpazi etereiAttraverso lo specchioIl tempo e la permanenzaPassaggi.

La maggior parte delle opere esposte sono in bianco e nero, a testimonianza del fatto che Smith ha iniziato a lavorare con il colore solo a partire dal 2002.

Come spiega lo stesso fotografo: “Dopo quarantacinque anni e migliaia di rullini, provo ancora questo amore incondizionato per la pellicola in bianco e nero. Tuttavia, contrariamente a quanto pensavano molti miei conoscenti, ho cambiato idea e circa otto anni fa ho iniziato a scattare anche a colori. Assolve a una funzione diversa per me, e ne parlerò più avanti, tuttavia non c’è niente per me come l’oscurità e la sfolgorante intensità del bianco e nero. È un’astrazione che avviene per aggiunta. Sì, c’è molto più colore nel bianco e nero di quanto non ve ne sia nel colore”.

Di fatto, una volta che Smith ha abbracciato il colore e la fotografia di grande formato, i risultati sono stati sorprendenti.

Le opere di Rodney Smith sono ora esposte in musei, gallerie e importanti collezioni private in tutto il mondo.

L’imminente retrospettiva monografica che aprirà i battenti a Palazzo Roverella il 3 ottobre 2025, offrirà l’opportunità anche al pubblico italiano di lasciarsi trasportare nel mondo incantato di Rodney Smith e di approfondire la conoscenza di questo fotografo, maestro indiscusso di un’eleganza senza tempo.

Accompagna la mostra un catalogo edito da Silvana Editoriale, curato da Anne Morin e corredato dai testi delle curatrici internazionali Anne Morin e Susan Bright e di Leslie Smolan, Executive Director presso Estate of Rodney Smith.

Diplomatasi presso la National School of Photography di Arles e la École Supérieure des Beaux-Arts di Montpellier, è la direttrice di diChroma photography, società specializzata in esposizioni internazionali itineranti dedicate alla fotografia, nonché nello sviluppo e nella realizzazione di progetti culturali in collaborazione con musei e istituzioni prestigiosi, tra cui Fundación Canal (Madrid), Martin-Gropius-Bau (Berlino), Pushkin National Museum of Fine Arts (Mosca), Musée du Luxembourg, Jeu de Paume (Parigi), Palazzo Ducale (Genova). Mossa da grande passione ed entusiasmo, Anne Morin lavora alla riscoperta di artisti e fotografi. Ha curato numerose mostre di fotografi e artisti prestigiosi, tra cui Berenice Abbott, Antonio Lopez, Vivian Maier, Robert Doisneau, Jessica Lange, Jacques Henri Lartigue, Sandro Miller, Pentti Sammallahti e Margaret Watkins. Nel 2022 ha ricevuto il premio Photo Curator of the Year dei Lucie Awards (Carnegie Hall, New York) per il suo lavoro sulla mostra dedicata a Vivian Maier, Unseen, allestita al Musée du Luxembourg.


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All’esame di Maturità 2025 la scuola incontra il Futurismo di Boccioni

All’esame di Maturità 2025, una delle sorprese più inaspettate è arrivata dalla seconda prova del liceo scientifico, dove un esercizio di matematica ha preso spunto da una celebre scultura futurista di Umberto Boccioni. Un’insolita e stimolante connessione tra arte e scienza che ha aperto una riflessione sul potenziale dell’interdisciplinarietà nella scuola contemporanea.

La moneta italiana da 20 centesimi di euro


Raffigura sul lato principale la celebre scultura futurista di Umberto Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio (1913), emblema del dinamismo e della modernità tipici del Futurismo. Attorno all’immagine si dispongono le dodici stelle dell’Unione Europea. Sul lato sinistro compare il monogramma “RI”, che identifica la Repubblica Italiana, mentre sulla destra si trovano il simbolo della Zecca di Roma (“R”) e l’anno di emissione (2002 nella versione raffigurata). In basso compaiono le iniziali dell’autrice del disegno, Maria Angela Cassol (“M.A.C.”).

La moneta è coniata in “oro nordico”, una lega metallica composta da rame, zinco, alluminio e stagno. Misura 22,25 millimetri di diametro, pesa 5,74 grammi e presenta un bordo liscio con sette rientranze, che le conferiscono una caratteristica forma a “fiore spagnolo”.

La scelta della scultura di Boccioni rende omaggio a uno dei capolavori del Futurismo italiano, in cui il movimento e la continuità nello spazio si fondono nella materia per rappresentare l’energia dell’uomo moderno.

Alla Maturità 2025, la seconda prova scritta del liceo scientifico ha riservato una sorpresa. Accanto a funzioni, limiti e derivate, è comparsa la sagoma inconfondibile di una delle opere più iconiche del Novecento: Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni. Non si è trattato di una citazione decorativa o di un esempio collaterale, ma del fulcro di un esercizio di studio di funzione, fondato sull’analisi matematica di un profilo estratto dalla celebre scultura. Un esercizio che, a prima vista, può sembrare un semplice omaggio interdisciplinare. Ma che, a ben guardare, spalanca una finestra sorprendente sulla possibilità di dialogo tra logica scientifica e visione artistica.

Questa inattesa incursione dell’arte nel cuore della matematica ha suscitato la riflessione di studiosi e critici, come Vincenzo Trione sul Corriere dela Sera, che ha colto in questa scelta un segnale di rottura rispetto alla tradizionale compartimentazione del sapere scolastico. Un esercizio come questo impone infatti di interrogare la complessità dei linguaggi e dei metodi, facendo emergere connessioni fino a ieri trascurate. In fondo, Forme uniche nasce proprio come tentativo di fissare nella materia solida il dinamismo dell’esperienza, la durata del gesto, la traiettoria del corpo. E come un’equazione, condensa in un’unica figura molteplici istanti, punti di vista e tensioni.

Realizzata nel 1913, la scultura di Boccioni è un manifesto tridimensionale del Futurismo. Alta, compatta, tagliente, rappresenta un corpo umano in corsa, lanciato nello spazio. La figura, priva di braccia, è composta da volumi fluidi e sovrapposti che si slanciano in più direzioni, generando un senso di potenza inarrestabile. L’opera, oggi esposta in varie versioni in musei di tutto il mondo – tra cui il Museo del Novecento di Milano e la Galleria Nazionale di Cosenza – è anche impressa sul retro della moneta italiana da 20 centesimi di euro, testimonianza della sua potenza simbolica e della sua riconoscibilità popolare.

Nella concezione di Boccioni, ogni forma è il risultato di una fusione dinamica tra corpo e spazio, tra tempo e materia. La figura umana non è più ritratta nella sua immobilità ideale, ma attraversata dalle forze del movimento e della velocità, resa porosa rispetto al fluire della realtà. Per ottenere questo effetto, l’artista rompe con le convenzioni della scultura classica e lavora sul gesso con un’intenzione rivoluzionaria. Le versioni in bronzo, oggi celebri, sono state fuse soltanto dopo la sua morte. Le forme, spezzate e ripiegate, si protendono all’esterno, superano l’anatomia, cercano nello spazio il prolungamento del gesto. Così, nella fissità del bronzo, l’opera sembra muoversi, vibrare, correre.

L’interesse per il dinamismo accompagna tutta la carriera di Boccioni. Nato a Reggio Calabria nel 1882, cresciuto tra Roma e Milano, il giovane artista si forma accanto a Giacomo Balla, assorbendo l’energia delle avanguardie e delle teorie del movimento. Il suo incontro con Filippo Tommaso Marinetti segna una svolta. Insieme, tra il 1910 e il 1911, firmano il Manifesto dei pittori futuristi e il Manifesto tecnico della pittura futurista, documenti fondamentali per comprendere lo spirito di rottura del movimento. Boccioni, però, non si limita alle parole: le sue tele – come Dinamismo di un ciclista o Dinamismo di un calciatore – traducono la simultaneità degli istanti, la moltiplicazione delle prospettive, l’energia urbana e meccanica del nuovo secolo.

Nel 1912, l’artista inizia a dedicarsi con ossessione alla scultura, che considera un’arte da riformare radicalmente. In una lettera scrive: «Sono ossessionato dalla scultura! Credo di aver visto una completa rinnovazione di quest’arte mummificata». Inizia così a sperimentare con il gesso, spezzando e deformando i volumi, cercando di dare forma a un realismo “fisico”, quasi trascendentale, che accolga in sé la complessità della durata e del divenire. Opere come Sviluppo di una bottiglia nello spazio o L’antigrazioso – un ritratto spigoloso della madre – sono tappe fondamentali di questo percorso. Ma è con Forme uniche della continuità nello spazio che la sua visione tocca l’apice.

La scelta del Ministero dell’Istruzione di partire proprio da quest’opera per costruire un esercizio matematico non è casuale. La scultura di Boccioni incarna infatti una geometria fluida, una relazione aperta tra i volumi, una struttura che può essere interrogata anche in termini di funzione e di superficie. Così, un dettaglio plastico – la curva di una gamba, l’espansione di un’appendice, il flusso di un rilievo – diventa occasione per uno studio analitico, in cui il linguaggio dell’arte incontra quello della matematica.

È una suggestione che riecheggia lo spirito stesso del Futurismo, teso alla sintesi e all’integrazione dei saperi. In questo senso, l’opera di Boccioni si offre non solo come oggetto estetico, ma come “cronotopo”, per usare un termine caro alla critica letteraria: uno spazio in cui tempo e forma si fondono, dando luogo a una rappresentazione simultanea di eventi. I suoi lavori, infatti, pur nella loro apparente compiutezza, sembrano sempre aperti, attraversati da correnti, da tensioni, da forze contrapposte.

Umberto Boccioni muore tragicamente nel 1916, a soli 34 anni, in seguito a una caduta da cavallo durante l’addestramento militare, dopo essersi arruolato come fervente interventista. La sua opera, tuttavia, resta come una delle testimonianze più alte dell’utopia futurista, del desiderio di fondere arte e vita, pensiero e azione, e oggi – persino tra i banchi della Maturità – continua a parlare ai giovani, a interrogare il presente, a suggerire che anche la matematica, se osservata con occhi nuovi, può contenere una scintilla di visione.


Un ritratto sfaccettato attraverso arte, storia e memoria

Un’asta straordinaria accende i riflettori sulla figura di Napoleone Bonaparte: il 25 giugno, Sotheby’s Parigi presenta la collezione di Pierre-Jean Chalençon, una delle più vaste raccolte napoleoniche mai apparse sul mercato. Oltre cento oggetti raccontano l’Imperatore tra mito, potere e intimità, restituendo un ritratto sfaccettato attraverso arte, storia e memoria.

Pierre-Jean Chalençon, Napoléon: La collection

Pierre-Jean Chalençon è considerato uno dei massimi esperti e collezionisti al mondo nel campo delle arti legate a Napoleone Bonaparte. Ha curato importanti mostre internazionali ed è stato ospite d’onore alla Biennale di Parigi del 2018, tenutasi al Grand Palais. Figura nota anche al grande pubblico, partecipa regolarmente a trasmissioni radiofoniche e televisive, tra cui il programma Affaire conclue su France 2. Dirige il Souvenir napoléonien, il Cercle France Napoléon e sovrintende alla gestione del Palais Vivienne, storica dimora parigina. Autore prolifico, ha firmato articoli e volumi di riferimento sull’arte dell’epoca imperiale, tra cui Napoleone, l’Imperatore Immortale (2002) e L’Incoronazione di Napoleone (2004).

Il 25 giugno 2025, Sotheby’s Parigi ha aprerto le porte della sua storica sede di rue du Faubourg-Saint-Honoré a un evento che unisce storia, arte e collezionismo in una delle vendite più imponenti mai dedicate alla figura di Napoleone Bonaparte. Protagonista assoluta, la collezione privata di Pierre-Jean Chalençon: oltre cento oggetti tra arredi, cimeli, dipinti, documenti e reliquie personali che restituiscono la parabola straordinaria di un uomo diventato mito, dall’ascesa imperiale alla malinconia dell’esilio.

Frutto di oltre quarant’anni di ricerca appassionata e meticoloso studio, la collezione Chalençon è considerata una delle più vaste e autorevoli raccolte napoleoniche mai apparse sul mercato. Prima dell’asta parigina, due esposizioni internazionali ne hanno anticipato il prestigio: una a Hong Kong (23–27 maggio), l’altra a New York (5–11 giugno), tappe simboliche di un itinerario globale che conferma la rilevanza culturale del progetto. Ogni pezzo in asta è testimone della grandezza storica e della dimensione più intima dell’Imperatore: l’uomo stratega, il condottiero carismatico, ma anche il marito, il padre, il prigioniero.

A guidare la narrazione, oggetti di straordinario valore simbolico. In apertura, il leggendario bicorno indossato “en bataille”, uno degli emblemi più riconoscibili di Napoleone. Donato al generale Mouton dopo la battaglia di Essling, oggi è stimato tra i 500 e gli 800 mila euro. Seguono la spada cerimoniale usata per l’incoronazione a Notre-Dame (realizzata dall’armaiolo Boutet di Versailles), e il sigillo personale in oro ed ebano, sottratto a Waterloo e successivamente donato al maresciallo prussiano Blücher — entrambi icone di un potere costruito anche attraverso la cura dell’immagine e della rappresentazione.

Ma è forse nel dettaglio degli oggetti più minuti e privati che si coglie il senso profondo della raccolta: il codicillo autografo redatto a Sant’Elena, in cui Napoleone dispone gli ultimi beni a favore dei fedelissimi; la manica macchiata di salsa di un abito consolare, custodita per un secolo dal sarto Chevallier; o ancora il letto da campo pieghevole, compagno di viaggi e battaglie, progettato per accompagnarlo ovunque. Ogni oggetto è una scheggia di romanzo, un frammento autentico che collega l’epopea storica alla fragilità quotidiana.

Il percorso dell’asta tocca anche l’arte visiva e la pittura ufficiale, documentando l’impatto del linguaggio napoleonico sull’immaginario figurativo dell’epoca. Tra le opere in catalogo, lo studio per il ritratto d’incoronazione attribuito a François Gérard (stimato intorno ai 300 mila euro) e la struggente tela di Paul Delaroche, Napoleone a Fontainebleau (1848), in cui l’Imperatore è raffigurato nell’istante in cui prende atto della sconfitta, seduto e silenzioso in una stanza vuota: icona perfetta della transizione dal potere alla memoria.

Anche gli arredi parlano la lingua del potere e dell’intimità. Dal trono da parata proveniente dal palazzo di Stupinigi, espressione del gusto torinese sotto l’Impero, alla toeletta personale di Giuseppina, proveniente dal castello di Saint-Cloud, ogni oggetto è specchio di un’epoca che ha saputo coniugare la monumentalità della forma con l’eleganza della vita quotidiana. Non manca nemmeno un’intera sezione dedicata al giovane Re di Roma, figlio tanto atteso da Napoleone e Maria Luisa d’Austria: piccoli abiti, oggetti d’infanzia, testimonianze familiari che completano la narrazione con un registro più affettuoso e privato.

Il valore della collezione, però, non si misura soltanto nel pregio materiale o nell’unicità dei pezzi. Come sottolinea Marine de Cenival, responsabile della vendita per Sotheby’s, essa offre “una visione completa e complessa dell’eredità napoleonica, mescolando emblemi del potere e memorie personali”. Un punto di vista condiviso anche da Louis-Xavier Joseph, responsabile del dipartimento mobili europei, che evidenzia come questa raccolta rappresenti una sintesi insuperata di studio, passione e competenza istintiva, capace di raccontare tanto il mito pubblico quanto la vita privata dell’Imperatore.

Pierre-Jean Chalençon, “l’imperatore dei collezionisti”, è una figura nota agli appassionati di storia e al grande pubblico. Esperto di fama internazionale, volto televisivo e animatore culturale, ha costruito negli anni un vero e proprio cabinet de curiosités all’interno del Palais Vivienne di Parigi, tempio laico della memoria napoleonica. Direttore del Souvenir Napoléonien e del Cercle France Napoléon, ha anche pubblicato opere di riferimento come Napoleone, l’Imperatore Immortale (2002) e L’Incoronazione di Napoleone (2004), contribuendo alla diffusione e alla valorizzazione del patrimonio artistico dell’epoca imperiale.

Con questa asta, Sotheby’s non si limita a vendere oggetti: mette in scena un’intera visione del mondo, un universo culturale che ha saputo imporsi nella storia attraverso simboli forti e gesti teatrali. La collezione Chalençon non è un archivio di reliquie, ma un racconto continuo, un’opera aperta che rinnova la fascinazione per una delle figure più complesse e ambigue della modernità. E lo fa con la precisione del catalogo, la suggestione del museo e l’emozione di una biografia che continua a interrogarci.


Città a misura d’uomo in equilibrio organico tra funzioni e architettura

Figura centrale del dibattito urbanistico contemporaneo, Léon Krier ha sfidato per oltre mezzo secolo i dogmi del modernismo architettonico, proponendo una visione alternativa fondata sulla città tradizionale, policentrica e a misura d’uomo. Teorico militante, progettista selettivo e influente docente, ha lasciato un’impronta profonda nella riflessione sul futuro dell’abitare.

Gli scarabocchi polemici di Léon Krier, il padrino intellettuale del New Urbanism

Il Nuovo Urbanesimo è un movimento nato negli Stati Uniti negli anni ’80 che promuove uno sviluppo urbano sostenibile e a misura d’uomo. Al centro della sua visione ci sono quartieri pedonali, ben serviti da infrastrutture pubbliche, che combinano abitazioni, luoghi di lavoro e servizi. L’obiettivo è contrastare l’espansione urbana incontrollata e i modelli suburbani del dopoguerra, incoraggiando stili di vita più ecologici e comunitari.

Ispirandosi all’urbanistica pre-automobile, il movimento sostiene lo sviluppo tradizionale dei quartieri e la pianificazione orientata al trasporto pubblico. Promuove inoltre un’architettura contestuale, la tutela del patrimonio storico, la sicurezza stradale, l’edilizia sostenibile e la riqualificazione delle aree degradate. Dal punto di vista stilistico, gli interventi si rifanno spesso all’architettura neoclassica, postmoderna o vernacolare, pur non essendo vincolati a un unico linguaggio formale.

Nel panorama dell’architettura del Novecento e oltre, Léon Krier si distingue come una figura isolata e controcorrente. Nato in Lussemburgo nel 1946 e scomparso nel giugno 2025, Krier è stato molto più di un architetto: è stato teorico, urbanista e una delle voci più autorevoli contro l’egemonia del modernismo, di cui ha contestato tanto i presupposti ideologici quanto gli effetti concreti sullo spazio urbano. Ha difeso, invece, la forma urbana tradizionale, la città a misura d’uomo, policentrica, fondata su un equilibrio organico tra funzioni e architettura.

La sua carriera, iniziata con una rottura: dopo un solo anno, abbandonò gli studi all’Università di Stoccarda per lavorare a Londra nello studio di James Stirling, da cui si allontanerà per collaborare con Josef Paul Kleihues a Berlino, salvo poi tornare nel Regno Unito. È qui che Krier resterà per due decenni, dividendosi tra la pratica progettuale e l’insegnamento presso l’Architectural Association e il Royal College of Art. Nel frattempo, prende forma la sua vocazione teorica e militante, come dimostra la celebre frase: “Sono un architetto perché non costruisco”. Un paradosso che sintetizza bene il suo atteggiamento: l’architettura, per lui, è innanzitutto un pensiero critico, un impegno intellettuale e civile.

A partire dalla fine degli anni Settanta, Krier diventa una delle figure centrali nel dibattito sul destino delle città europee. La sua critica al modernismo si concentra in particolare sulla zonizzazione funzionale, che ha prodotto sobborghi alienanti e reti urbane frammentate, e sulla crescente tendenza al gigantismo urbano. Per contrastare questi esiti, Krier elabora una visione alternativa fondata sulla città tradizionale, densa, compatta, policentrica, capace di crescere per moltiplicazione e non per estensione.

Le sue teorie non restano sulla carta. Krier lavora a numerosi masterplan, il più noto dei quali è quello per Poundbury, sobborgo di Dorchester nel Dorset, progettato per conto del Ducato di Cornovaglia e supervisionato per oltre due decenni in collaborazione con Carlo III. Un esperimento urbano emblematico, che rappresenta l’applicazione concreta delle sue idee: un tessuto urbano misto, a scala ridotta, privo di gerarchie funzionali rigide, con edifici di altezze contenute e attenzione all’identità locale.

Un altro progetto emblematico è Paseo Cayalá in Guatemala, estensione urbana concepita secondo i principi del Nuovo Urbanesimo, movimento di cui Krier è stato ispiratore e figura di riferimento, sia in Europa sia negli Stati Uniti. La sua influenza si estende anche alla cultura accademica: per quarant’anni è stato visiting professor in importanti università americane — Princeton, Yale, Virginia, Cornell, Notre Dame — e ha diretto dal 1987 al 1990 il SOMAI (Skidmore, Owings & Merrill Architectural Institute) di Chicago.

Al di là del ruolo di consulente urbanistico, Krier ha scelto di progettare soltanto edifici a cui attribuiva un valore personale. Tra questi figurano il Museo archeologico di São Miguel de Odrinhas in Portogallo, la casa Krier nel villaggio di Seaside in Florida, il Windsor Village Hall sempre in Florida, il Jorge M. Pérez Architecture Center dell’Università di Miami, e il centro di quartiere Città Nuova ad Alessandria.

Tuttavia, l’inizio della sua carriera fu segnato da un linguaggio modernista, come dimostra il progetto per l’Università di Bielefeld del 1968. Il passaggio a una visione classica e vernacolare si consolida nel 1978, con la proposta (mai realizzata) di ricostruzione del centro di Lussemburgo, sua città natale, devastata da interventi modernisti. Da quell’idea nasce anche la progettazione della nuova Cité Judiciaire, completata tra il 1990 e il 2008 dal fratello Rob, architetto anch’egli.

Il suo attivismo lo porta a sostenere la ricostruzione della Frauenkirche e dell’area Historische Neumarkt a Dresda nel 1990, sfidando apertamente l’ortodossia architettonica dominante. Allo stesso modo, nel 2007 sostiene l’iniziativa per ricostruire lo storico quartiere di Hühnermarkt a Francoforte, anche in quel caso contro forti opposizioni tecniche e politiche.

Numerosi i masterplan da lui elaborati, spesso non realizzati, ma di grande influenza: da Kingston upon Hull e Roma (1977) a Berlino Ovest, Stoccolma, Poing Nord (Monaco di Baviera), Washington DC (1984, su commissione del MoMA), Tenerife (1987), Novoli a Firenze (1993), Corbeanca in Romania (2007), High Malton nello Yorkshire (2014), Tor Bella Monaca a Roma (2010), Cattolica (2017). In Belgio, il quartiere Heulebrug fu realizzato seguendo il suo masterplan, mentre a Newquay (2002-2006), il progetto fu poi sviluppato da Adam Associates.

Alla base della sua teoria urbana vi è una concezione quasi morale della forma della città. Krier condivideva il pensiero di Heinrich Tessenow: una città funziona davvero solo se la sua popolazione è limitata. Questa non è una convinzione astratta, bensì una constatazione storica. Le misure, la densità, l’organizzazione spaziale delle città tradizionali non sono il frutto di un ordine economico, ma il riflesso di un ordine etico e legislativo che garantisce la sopravvivenza anche in tempi di crisi. “L’intera Parigi è una città preindustriale che funziona ancora”, diceva Krier, “perché è adattabile. Milton Keynes, invece, non sopravvivrà mai a una crisi, perché è un sistema matematicamente chiuso”.

Da qui deriva la sua proposta di città a scala umana: quartieri autosufficienti, misti per funzioni e dimensioni, di massimo 33 ettari (percorribili a piedi in dieci minuti), con edifici di altezze comprese tra i tre e i cinque piani. Un tessuto urbano costruito a misura dell’uomo, delimitato non da confini astratti ma da parchi, viali, percorsi pedonali e ciclabili, in cui la forma stessa della città sia espressione visibile di una civiltà.

Negli scritti, raccolti in saggi e libri come The Architecture of Community e Drawing for Architecture, Krier ha sviluppato un linguaggio chiaro, spesso corredato da disegni esplicativi. L’urbanistica modernista, con la sua rigida divisione in zone monofunzionali (residenziale, commerciale, industriale, ecc.) è vista come espressione di una visione ideologica e autoritaria. Contro questa visione, Krier propone il modello della res publica + res privata, dove gli edifici pubblici sono monumentali e classici, collocati nei punti focali della città; gli edifici privati, invece, sono progettati secondo logiche vernacolari e tipologiche.

Il cuore della sua proposta è la tipologia. Le architetture, per Krier, devono essere riconoscibili: casa, palazzo, chiesa, torre, finestra, tetto. Questo linguaggio “senza equivoci”, come lo definiva, è ciò che permette alla città di mantenere un ordine e un senso. E quando i programmi diventano complessi, come nel progetto per la scuola di Saint-Quentin-en-Yvelines (1978), la risposta non è la megalitica espansione, ma la suddivisione: la scuola si trasforma in una piccola città.

A questa impostazione corrisponde anche un’idea precisa di varietà: non un’eterogeneità gratuita, ma una differenziazione organica, coerente con le funzioni e le tecniche. In ogni isolato devono convivere lotti di diversa dimensione, destinazione e forma, generando spazi pubblici articolati — strade, piazze, viali, parchi — pensati come parte integrante dell’architettura stessa.

Paradossalmente, è stato detto che l’architettura di Krier “non ha stile”. Eppure, le sue opere evocano chiaramente un’ispirazione romana, che si ripresenta con coerenza nei contesti più diversi: Londra, Stoccolma, Tenerife, Florida. Ha persino difeso — non senza polemiche — l’opera dell’architetto Albert Speer, distinguendola dal regime per cui lavorava. Una posizione estrema, ma coerente con il suo intento: restituire all’architettura e alla città un linguaggio leggibile, uno spazio civile, una misura umana.


Torna l’Art Nouveau Week: la settimana del Liberty in Europa

Dal 8 al 14 luglio 2025 si rinnova l’appuntamento con l’Art Nouveau Week, la manifestazione europea dedicata allo stile Liberty e alle arti di inizio Novecento. Giunta alla sua settima edizione, è promossa da Italia Liberty e curata da Andrea Speziali con un comitato scientifico e d’onore.

Il tema 2025 è la Farfalla, emblema della trasformazione. L’immagine coordinata presenta un’illustrazione tratta da Ver Sacrum con un riferimento al ventaglio pubblicitario “Putnam Fadeless Dyes-Tints”.

Torna l’Art Nouveau Week:
La settimana del Liberty in Europa
 
Da martedì 8 a lunedì 14 luglio 2025 torna la settimana internazionale del Liberty, tra visite guidate, grandi tour, mostre e convegni

In programma conferenze online su architettura, arti decorative, moda, illustrazione, cucina e letteratura, con 14 incontri a cura dell’esperto in materia e docente Andrea Speziali, due al giorno per tutta la settimana.

Tra gli eventi speciali, i tour tematici: “Eterno Liberty” (Italia in jet e Frecciarossa con rievocazioni storiche); “Puglia Modernista” (9-11 luglio tra Bari e Lecce); “Valencia Modernista” (11-14 luglio); “Freccia Liberty” (in treno tra dieci stazioni liberty italiane).

Sicilia protagonista con visite a Catania, Palermo e Mondello, il ciclo di conferenze “Il Modernismo in Sicilia dal Liberty all’Art Déco“, la mostra “La Belle Époque a Palermo tra arte moda e storia” a villa Pottino e aperture esclusive a Villa Ardizzone e alla Casa Museo Liberty di Chiaramonte Gulfi.

Oltre 100 visite guidate giornaliere in 70 città italiane, progettate da Andrea Speziali insieme alle guide turistiche abilitate, con accessi straordinari a ville e palazzi di norma chiusi al pubblico.

Grande spazio anche all’arte funeraria liberty con itinerari nei principali cimiteri monumentali italiani: da Milano a Genova, da Roma a Firenze, con capolavori di Bistolfi, Wildt, Orengo e Manzù.

Una settimana per esplorare un mondo elegante, fiabesco e sorprendentemente attuale.

UN’ITALIA LIBERTY DA SCOPRIRE: OLTRE 100 ITINERARI DA NORD A SUD

La settima edizione della Art Nouveau Week propone un viaggio unico tra i tesori del Liberty italiano, con un ricco calendario di oltre 100 visite guidate, passeggiate tematiche, aperture straordinarie e racconti di famiglia che svelano l’anima modernista del nostro Paese, dal 6 al 14 luglio 2025.

La Basilicata sorprende con Melfi, dove i proprietari di Palazzo Pastore – raro esempio di Liberty lucano – accolgono i visitatori in un percorso affascinante che include anche la Farmacia Carlucci e ville storiche della città.

In Abruzzo, da Pescara a Sulmona, da L’Aquila a Giulianova, si riscoprono dettagli in ferro battuto, cementi decorati e architetture floreali.

In Calabria, Reggio apre le porte dei suoi palazzi tra Déco ed eclettismo, con tour urbani dedicati alle residenze progettate da Gino Zani.

Napoli e i suoi quartieri collinari (Vomero, Chiaia, Petraio) si rivelano con itinerari tra scale monumentali, panorami e ville d’epoca.

In Emilia-Romagna, da Bologna a Riccione, ogni città propone passeggiate nella Belle Époque, come a Faenza, Ferrara e Gambettola, fino agli itinerari curati da collezionisti privati come Roberto Parenti a Sogliano al Rubicone.

In Friuli Venezia Giulia, l’eleganza nascosta di Trieste viene raccontata in una passeggiata tra case Liberty celate tra edifici ottocenteschi.

Roma apre luoghi solitamente inaccessibili come il Villino Ximenes, il Museo Boncompagni Ludovisi e la Casina delle Civette a Villa Torlonia, mentre passeggiate serali tra i quartieri Prati, Ludovisi e Coppedè restituiscono il volto fiabesco della capitale d’inizio Novecento.

La Liguria propone visite nei luoghi-simbolo del Liberty costiero: da Genova a Imperia, da La Spezia a Savona e Chiavari, si ammirano ville, vetrate artistiche e musei come Villa Rosa e il MACI di Villa Faravelli.

La Lombardia è la “capitale italiana del Liberty”, con eventi in 10 città: dai capolavori di Giuseppe Sommaruga a Milano e Varese, alle ville di Monza, Brescia e Lodi, fino al villaggio operaio di Crespi d’Adda. A Cernobbio, si inaugura con un DJ set ispirato al volo delle farfalle presso Villa Bernasconi.

Le Marche partecipano con un tour a Pesaro tra villini e ceramiche Molaroni.

In Molise, Campobasso racconta la sua trasformazione novecentesca con esempi della bottega Tucci e dell’architetto Guerriero.

Il Piemonte, secondo solo alla Lombardia per diffusione dello stile, presenta un grande evento a Stresa tra mostre, spettacoli e visite gratuite. Torino svela quartieri iconici come Cit Turin, Crocetta e San Donato.

In Puglia, Bari presenta itinerari tra Art Nouveau e Déco con tappe esclusive, tra cui affreschi attribuiti a Duilio Cambellotti.

In Sardegna, Cagliari, Arborea e Sassari celebrano la figura femminile nel Liberty e l’architettura del primo Novecento.

La Sicilia si distingue per ricchezza e varietà: da Catania con Villa Ardizzone e via XX Settembre, al percorso mattutino a Mondello con colazione in stile Liberty, fino a Palermo con le architetture di Basile e la Casa Museo di Chiaramonte Gulfi.

La Toscana propone itinerari a Lucca, Firenze, Livorno e soprattutto Viareggio, che omaggia Galileo Chini e Belluomini con tour pomeridiani e serali sul lungomare.

In Umbria, Foligno e Perugia rendono omaggio alla borghesia che plasmò il Liberty locale.

Il Veneto partecipa con Vicenza, Verona, Thiene e Venezia Lido, tra ville, fregi e giardini segreti.

All’estero, itinerari speciali conducono il pubblico fuori dai percorsi consueti.

Barcellona, visite guidate alla Manzana de la Discordia, Casa Vicens e Palau Güell rivelano il Modernismo catalano. In Svizzera, ad Ascona si svolgono workshop gratuiti di arte orafa, mentre Palma di Maiorca e Valencia aprono le porte ai gioielli del Modernismo spagnolo.

Il nuovo catalogo ufficiale della Art Nouveau Week 2025 include scoperte inedite, restauri recenti e un censimento mondiale di oltre 15.000 edifici Art Nouveau aggiornato, frutto di anni di lavoro condotto dal curatore Andrea Speziali e dalla rete internazionale di studiosi e appassionati.

Il Festival Art Nouveau Week è promosso da Italia Liberty, associazione di promozione sociale, in collaborazione con un ampio network di associazioni e istituzioni. Tra questi, ConfGuide di Confcommercio, AGI e GTI – Guide Turistiche Italiane, che garantiscono visite guidate condotte da professionisti abilitati, capaci di valorizzare con competenza il patrimonio storico-artistico e paesaggistico italiano.

L’evento si avvale anche di partner internazionali, come il magazine Coup de Fouet e Art Nouveau European Route, realtà di riferimento nella promozione dell’Art Nouveau e dell’Art Déco in Europa.

Organizzatori
Il Festival Art Nouveau Week è promosso da Italia Liberty, associazione di promozione sociale, in collaborazione con un ampio network di associazioni e istituzioni. Tra questi, ConfGuide di Confcommercio, AGI e GTI – Guide Turistiche Italiane, che garantiscono visite guidate condotte da professionisti abilitati, capaci di valorizzare con competenza il patrimonio storico-artistico e paesaggistico italiano.
L’evento si avvale anche di partner internazionali, come il magazine Coup de Fouet e Art Nouveau European Route, realtà di riferimento nella promozione dell’Art Nouveau e dell’Art Déco in Europa.
 
Biglietti
Le prenotazioni per le attività del Festival Art Nouveau Week si effettuano tramite i contatti indicati nel programma o sul sito www.italialiberty.it.
Dall’inizio di giugno sono disponibili:
Visite di gruppo prenotabili online.
Pacchetti per visitatori individuali con orari prestabiliti (da fine giugno).
Visite “su misura” con scelta di edificio, giorno e orario.
Le visite sono in italiano, con possibilità di altre lingue su richiesta.
Prenotare in anticipo consente un’esperienza più fluida e senza attese.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Massa, Museo Gigi Guadagnucci: in mostra un disegno inedito di Gio’ Pomodoro

Un’estate a Massa
con la mostra
 
“GIGI GUADAGNUCCI GIO’ POMODORO
CONVERSAZIONE SULLA NATURA”
 
Un disegno inedito di Gio’ Pomodoro e una dichiarazione inedita di Gigi
Guadagnucci

Opening: sabato 21 giugno 2025 ore 18.00
Preview: ore 16.00
21 giugno – 21 agosto 2025
Museo Gigi Guadagnucci, Villa Rinchiostra
Via dell’Acqua, 175 – Massa

Massa si prepara a vivere un’estate all’insegna dell’arte. Dal 21 giugno al 21 agosto, il Museo Gigi Guadagnucci a Villa Rinchiostra ospita la grande mostra “Gigi Guadagnucci Gio’ Pomodoro | Conversazione sulla natura”, un’iniziativa di grande prestigio che mette in dialogo i due scultori di fama internazionale, approfondendo il loro rapporto con la natura ed in particolare con il Sole. Questo tema, centrale nelle loro ricerche ed esecuzioni, viene messo in risalto non solo attraverso le loro straordinarie opere ma anche – simbolicamente – dalla scelta della data di apertura al pubblico, che non a caso cade il giorno del solstizio d’estate. A partire da sabato 21 giugno, sia all’interno che nel maestoso giardino con geometria settecentesca all’esterno della Villa, i visitatori avranno l’opportunità unica di ammirare ben 18 capolavori dei due artisti, di cui 13 sculture e 5 disegni, provenienti da Fondazioni e collezioni pubbliche e private. Elemento di elevato prestigio che impreziosirà questa già di per sé straordinaria mostra sarà la presentazione, per la prima volta in esclusiva, del disegno inedito di Gio’ Pomodoro “Senza titolo (Tensioni)“, realizzato nel 1963 con inchiostro di china su carta e prestato per l’occasione da un collezionista privato. Altro valore aggiunto che donerà originalità al progetto sarà l’esposizione di una dichiarazione inedita di Gigi Guadagnucci scritta di pugno, concessa e condivisa dalla moglie Ines Berti:”Scolpire vuol dire, per me, aver acquisito tanta familiarità con le forme della natura, attraverso il disegno… ma lo scultore non deve imitare la natura, deve procedere, nella creazione, come la natura.” – Gigi Guadagnucci (Massa, 18 aprile 1915 – Massa, 14 settembre 2013) La frase affiancherà uno scatto realizzato dal celebre fotografo Romano Cagnoni che ritrae Guadagnucci davanti ad un suo fiore di marmo, al fine di approfondire il rapporto che l’artista aveva con la scultura e di metterlo in relazione con quello di Gio’ Pomodoro.

Infatti, l’esposizione nasce con l’obiettivo di mettere in relazione i due Maestri, offrendo un’occasione unica di riflessione sul tema della natura attraverso le loro opere. Durante la conferenza stampa, il curatore Mirco Taddeucci ha raccontato le similitudini e le differenze tra i due scultori, dichiarando: “Guadagnucci e Pomodoro condividono non solo la ricerca sul rapporto con l’elemento naturale ma possiedono anche una profonda padronanza tecnica e un’enorme curiosità, elementi che hanno permesso loro di sperimentare materiali particolari, come ad esempio la pietra di Trani, il marmo statuario delle Apuane e il bronzo, fino a realizzare anche opere su carta. Gli esiti formali delle opere dei due artisti sono simili per certi versi, ma seguono percorsi differenti: all’approccio più emozionale di Gigi Guadagnucci si contrappone quello più razionale e fedele allo studio di Gio’ Pomodoro.

La natura che celebrano e indagano i due artisti è intesa sia come quella natura facente parte del luogo in cui hanno operato per un lungo periodo della loro attività – ai piedi delle Apuane – ma anche natura concepita come pretesto per parlare di movimentostrutture architettonichespazio e rapporti tra pieno e vuoto, che sono, come cita Gio’ Pomodoro, “l’ossessione di ogni vero scultore“.

Ulteriore elemento prestigioso del progetto espositivo che creerà un “ponte” con la Villa sarà l’installazione dell’opera monumentale in bronzo Sole Deposto di Gio’ Pomodoro nel centro storico poco distante dall’obelisco meridiana di Piazza Aranci in via Dante a Massa. La mostra, ideata dall’Amministrazione Comunale di Massa ed in particolare dall’Assessorato alla Cultura è curata da Mirco Taddeucci, in collaborazione con Bruto Pomodoro, figlio dell’artista e vicepresidente dell’Archivio Gio’ Pomodoro – diretto da Rossella Farinotti – e presenta i testi critici di Paolo Bolpagni, storico dell’arte e direttore della Fondazione Ragghianti.


INFORMAZIONI UTILI
TITOLO: Gigi Guadagnucci Gio’ Pomodoro | Conversazione sulla natura
CURATELA: Mirco Taddeucci con l’ausilio di Bruto Pomodoro
DOVE: Massa – Museo Gigi Guadagnucci, Villa Rinchiostra – Via dell’Acqua, 175
QUANDO: dal 21 giugno al 21 agosto 2025
ORARI: martedì e mercoledì 9:00 – 13:00 giovedì, venerdì, sabato, domenica 17:00 – 21:00
+ aperture serali fino alle 24.00 in occasione degli eventi
INGRESSO: gratuito
ORGANIZZAZIONE: NAVIGO TOSCANA
 
OPENING AL PUBBLICO: sabato 21 giugno ore 18:00
PREVIEW PER I GIORNALISTI: sabato 21 giugno ore 16.00
 
La giornata dell’inaugurazione sarà arricchita dallo spettacolo BIANCHISENTIERI, il primo appuntamento della rassegna Palcoscenici Stellati, in programma alle ore 18.00 nel giardino della Villa.
Ideazione Tuccio Guicciardini e Patrizia de Bari
Coreografia Patrizia de Bari
Composizioni originali Sabino de Bari
Produzione Giardino Chiuso
In collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo onlus
 
Il programma completo degli eventi collaterali è consultabile CLICCANDO QUI.
 
CONTATTI MUSEO GIGI GUADAGNUCCI
TEL: +39 0585 490204
EMAIL MUSEO: museoguadagnucci@comune.massa.ms.it
EMAIL SEGRETERIA MOSTRA: guadagnuccipomodoro@gmail.com 
SITO WEB: https://www.museoguadagnucci.it/
FACEBOOK: https://www.facebook.com/museoguadagnucci
INSTAGRAM: https://www.instagram.com/museo_gigi_guadagnucci/

UFFICIO STAMPA DELLA MOSTRA
CULTURALIA DI NORMA WALTMANN

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“Mirò incontra Maria Lai” – Un’occasione per lasciarsi coinvolgere anche durante l’estate

A soli due mesi dalla sua apertura lo scorso 12 aprile, la mostra Miró incontra Maria Lai – Il fascino della sorpresa, ospitata negli spazi del Museo CAMUC e della Stazione dell’Arte di Ulassai, ha già conquistato il pubblico registrando oltre 6.000 visitatori.
Di fronte all’interesse e all’intensa partecipazione del pubblico, la mostra viene straordinariamente prorogata fino al 14 settembre 2025. Un’occasione che permetterà a un numero ancora più ampio di visitatori – dai residenti agli amanti dell’arte in viaggio – di lasciarsi coinvolgere da questa mostra unica e suggestiva anche durante l’estate.

Grande successo per la mostra

“Mirò incontra Maria Lai. Il fascino della sorpresa”

che, negli spazi del Camuc e della Stazione dell’Arte di Ulassai, ha già accolto oltre 6.000 visitatori.

A grande richiesta, la mostra viene eccezionalmente
prorogata fino al 14 settembre.

CaMuC e Stazione dell’Arte, Ulassai

“Siamo felici di annunciare che oltre 6.000 persone hanno già visitato la mostra, confermando un grande interesse e un ampio apprezzamento da parte del pubblico – dichiara Marco Peri, co-curatore del progetto –. Per questo motivo, e per permettere anche ai visitatori e turisti di vivere questa esperienza nei prossimi mesi estivi, la mostra sarà prorogata fino al 14 settembre.”

La mostra propone un inedito dialogo tra le opere di Joan Miró (Barcellona, 1893 – Palma de Mallorca, 1983), maestro del Surrealismo, e Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013), figura centrale dell’arte contemporanea italiana. Attraverso un suggestivo percorso espositivo, si confrontano opere grafiche, pitture, arazzi e pezzi unici di Miró – provenienti dalla prestigiosa collezione della Fundació de Arte Serra di Palma de Mallorca – con una selezione significativa di lavori di Maria Lai, artista che ha saputo intrecciare memoria, identità e tradizione in un linguaggio visivo profondamente personale.

Curata da Lola Durán Úcar e Marco Peri, l’esposizione mette in luce le dimensioni poetiche e immaginative del lavoro di entrambi gli artisti: da un lato, Miró crea costellazioni simboliche con segni e colori che trasformano la realtà; dall’altro, Maria Lai cuce storie e relazioni attraverso fili di memoria e materia.

Un evento unico per scoprire il sorprendente incontro tra due grandi artisti dell’arte del XX secolo, uniti da una visione comune capace di emozionare, interrogare e ispirare.
Entrambi hanno radici in un’isola mediterranea: Miró ha sempre avuto un legame speciale con Maiorca, mentre Maria Lai con la Sardegna. Questi luoghi hanno plasmato il loro immaginario, pur spingendoli a cercare nuovi orizzonti. Miró ha vissuto a Parigi nel cuore delle avanguardie novecentesche, mentre Maria Lai ha trascorso periodi significativi a Roma e Venezia. Tuttavia, entrambi hanno scelto di trascorrere la parte più matura del loro percorso espressivo nei territori delle loro isole d’origine, trovando in essi una fonte inesauribile di ispirazione.

Attraverso una selezione di oltre 70 opere – tra grafiche, dipinti, libri, arazzi e pezzi unici della Fundació de Arte Serra di Palma de Mallorca – l’universo immaginifico di Miró dialoga con le opere tessili, i libri d’artista e i disegni che Maria Lai ha donato alla sua comunità nella Stazione dell’Arte di Ulassai. Il percorso espositivo rivela sorprendenti affinità espressive e interessi condivisi tra due artisti apparentemente lontani, ma uniti da connessioni immaginative e risonanze concettuali.

Promossa dal Comune di Ulassai, la mostra è prodotta dalla Fondazione Stazione dell’Arte con il supporto organizzativo di Arthemisia.
La mostra è finanziata dall’Unione Europea attraverso il programma NextGenerationEU, nell’ambito del PNRR | Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, per la rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi.


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