Alle radici dell’assoluto. Constantin Brâncuși tra Oltenia e Roma

Una mostra ai Mercati di Traiano ripercorre le origini culturali e formali di Constantin Brâncuși, nel 150° anniversario della nascita. Un viaggio che intreccia artigianato arcaico e classicità romana per spiegare come nasce l’idea moderna di infinito.

Alle radici dell’assoluto. Constantin Brâncuși tra Oltenia e Roma

di Chiara Vassallo
Arti visive del Novecento e avanguardie storiche.

Un’occasione rara per osservare, nel cuore di Roma, come un artista partito dall’intaglio contadino sia riuscito a ridefinire per sempre il concetto stesso di forma.

Dal 20 febbraio al 19 luglio 2026 i Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali ospitano Constantin Brâncuși. Le Origini dell’Infinito, un progetto che si inserisce nel programma bilaterale dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026, promosso dall’Ambasciata di Romania in Italia con il sostegno dei Ministeri della Cultura e degli Affari Esteri dei due Paesi, sotto l’Alto Patronato dei rispettivi Presidenti .

Non è una semplice retrospettiva celebrativa per il 150° anniversario della nascita di Brâncuși (1876–1957). La mostra, curata da Erwin Kessler, direttore del Museo Nazionale d’Arte della Romania, sceglie una prospettiva precisa: tornare alle matrici culturali e simboliche che hanno reso possibile la sua rivoluzione formale .

Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali – con il coinvolgimento della Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, l’esposizione nasce da una rete di collaborazioni che unisce istituzioni romene e italiane: il Museo Nazionale d’Arte della Romania, il Museo d’Arte Nazionale di Craiova, il Museo Distrettuale Gorj “Alexandru Ștefulescu”, con il supporto organizzativo di Civita Mostre e Musei e Zètema Progetto Cultura .

Oltenia: la scultura come gesto originario

Il primo asse curatoriale guarda all’Oltenia, la regione natale di Brâncuși. Qui l’intaglio ligneo non è arte “alta”, ma pratica quotidiana: pilastri, colonne, motivi torsionati, decorazioni geometriche che portano in sé una simbologia arcaica.

Il metodo della taille directe – lavorare direttamente il blocco di legno o di pietra senza mediazioni – nasce da questa tradizione. Non più lo scultore che concepisce e delega, ma l’artista che scava, inventa, scopre la forma dentro la materia. Il gesto diventa parte dell’opera, e l’opera conserva la traccia fisica del suo farsi .

In mostra compaiono anche pilastri lignei provenienti dal Centro di Ricerca e Promozione “Constantin Brâncuși” di Târgu Jiu e dal Museo Distrettuale Gorj, con altezze variabili tra 130 e 196 cm, esempi concreti di quella torsade lignea che diventerà, nel linguaggio dell’artista, la celebre Colonna senza fine . Qui la continuità tra tradizione contadina e astrazione modernista è evidente: il motivo modulare si fa ritmo, il ritmo si fa idea.

Roma antica: la forma come essenza

Il secondo asse si radica nella Roma antica. Durante la sua formazione, Brâncuși studia la scultura romana come modello di perfezione formale. Non si tratta di imitazione, ma di un apprendistato dello sguardo: partire dalla figura per estrarne l’essenza.

La mostra introduce questo dialogo attraverso opere meno note ma decisive. Testa di bambino (bronzo) , Frammento di torso (Coscia) in marmo, datato 1909–1910 , o la Danaide in pietra di Vratsa : lavori che giocano con l’idea del frammento archeologico, come se fossero reperti emersi da uno scavo.

Il Torso – una mezza coscia concepita come frammento di una presunta Venere antica – non è rovina, ma invenzione controllata. La frattura è scelta, non subita. La classicità diventa linguaggio da riscrivere.

Anche la monumentale Preghiera, fusa in bronzo e firmata sotto il braccio sinistro , si colloca in questa soglia: una figura ancora leggibile, ma già protesa verso l’astrazione, ponte tra realismo simbolico e sintesi formale .

Dal mito alla forma pura

Dopo aver delineato le due radici – arcaica romena e classica romana – il percorso segue l’evoluzione verso la sintesi modernista. Qui la semplificazione non è impoverimento, ma concentrazione.

Prometeo (Testa di bambino) , con la sua levigatezza quasi astratta, e soprattutto Signorina Pogany (bronzo, esemplare del 1950 dalla versione del 1912) , mostrano come la figura si trasformi in archetipo: occhi chiusi, volto ovale, superficie lucida che cattura e riflette lo spazio.

La Sedia in pietra , legata idealmente al complesso monumentale di Târgu-Jiu e alla serie della Tavola del Silenzio, segna un ulteriore passaggio: l’oggetto diventa forma pura, quasi geometrica. Non è più rappresentazione, ma dispositivo spaziale.

In questo processo, il mito resta una cornice concettuale: Brâncuși non abbandona il simbolo, lo condensa. Le sue opere sembrano provenire da un tempo remoto e, insieme, da un futuro ancora da nominare .

L’infinito come progetto moderno

Il titolo della mostra non è un omaggio poetico, ma una dichiarazione teorica. “Le origini dell’infinito” indicano un’idea precisa: l’infinito non come misura illimitata, ma come continuità visiva e spirituale tra forma, spazio e tempo.

La Colonna senza fine – evocata attraverso i pilastri lignei dell’Oltenia – cresce verso l’alto per suggerire una ripetizione potenzialmente illimitata. La modernità di Brâncuși sta qui: nell’aver compreso che la riduzione all’essenziale non chiude la forma, la apre.

Allestire questa riflessione nei Mercati di Traiano significa collocare la scultura modernista dentro un luogo che è esso stesso stratificazione di epoche. Tra le arcate romane e i mattoni imperiali, l’idea di frammento, di permanenza, di durata acquista un’eco particolare.

Brâncuși, che a Parigi dialogò con le avanguardie e trasmise il metodo della taille directe anche ad Amedeo Modigliani , appare così non solo come innovatore, ma come mediatore tra mondi: il villaggio e la capitale, il legno intagliato e il marmo classico, il mito arcaico e l’astrazione del Novecento.


Note essenziali per la visita

Constantin Brâncuși. Le Origini dell’Infinito
Roma, Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali
20 febbraio – 19 luglio 2026

Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, nell’ambito dell’Anno Culturale Romania-Italia 2026 .
Collaborazioni principali: Museo Nazionale d’Arte della Romania, Museo d’Arte Nazionale di Craiova, Museo Distrettuale Gorj “Alexandru Ștefulescu” .


Ufficio stampa Civita Mostre e Musei
Ombretta Roverselli | ombretta.roverselli@civita.art

Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura
Lorenzo Vincenti | l.vincenti@zetema.it
Anna Maria Baiamonte | a.baiamonte@zetema.it
Redazione Experiences

TEFAF Maastricht 2026 – Un primo sguardo alle opere

The European Fine Art Foundation (TEFAF) ha diffuso una speciale selezione di 43 opere che saranno esposte a TEFAF Maastricht 2026, prevista dal 4 al 19 marzo, con anteprima solo su invito nei giorni 12 e 13 marzo.

Questo primo sguardo sottolinea il fascino straordinario di TEFAF Maastricht, da sempre destinazione di spicco per collezionisti privati, curatori museali, professionisti del mercato dell’arte e appassionati. Pietra miliare del mondo dell’arte, TEFAF Maastricht porta in scena un’offerta di opere di qualità e pregio impareggiabili, appartenenti alle arti figurative e decorative. La Fiera celebra 7000 anni di storia dell’arte in un contesto altrettanto storico e pittoresco come la città di Maastricht.

L’ edizione di quest’ anno vedrà la partecipazione di 276 gallerie e mercanti d’arte, provenienti da 24 nazioni e tutti e 5 i continenti, per offrire un’esperienza senza eguali ai collezionisti e agli esperti.

TEFAF Maastricht 2026
Paesi Bassi, Maastricht Exhibition & Conference Centre (MECC)
14 – 19 marzo 2026

Il programma di TEFAF Maastricht

TEFAF Maastricht si correda di un programma dinamico e curato in ogni dettaglio con seminari ed eventi che mettono in contatto i visitatori con le voci più autorevoli della comunità globale dell’ arte, fungendo così da piattaforma di dialogo sui temi più attuali di arte, antichità e design, grazie alla partecipazione di specialisti, collezionisti, curatori e leader culturali.

Le Collector Talks saranno dedicate al pensiero strategico che si cela dietro al collezionismo istituzionale, offrendo un punto di vista esclusivo sul modo in cui musei e fondazioni identificano, acquistano e assicurano opere d’ arte straordinarie. Gli argomenti trattati includeranno anche la gestione culturale, dalla cura delle collezioni e l’organizzazione delle mostre, al coinvolgimento del pubblico, fino alla creazione di collezioni per il bene comune.

TEFAF Meet the Experts sarà teatro di coinvolgenti conversazioni con i più importanti espositori, che racconteranno opere significative dal punto di vista culturale e storico.

La terza edizione del TEFAF Summit avrà luogo il 16 marzo in collaborazione con la Commissione per l’UNESCO dei Paesi Bassi. Il tema di quest’ anno, Beyond Economic Impact [Oltre l’impatto economico], esaminerà il valore sociale, culturale e sanitario delle arti, e la loro crescente rilevanza nelle politiche pubbliche.


CONTATTI STAMPA  
 
GLOBALE                                                        
Responsabile della comunicazione  
Magda Grigorian | magda.grigorian@tefaf.com
 
Coordinatrice PR
Mirthe Sportel | mirthe.sportel@tefaf.com
 
ITALIA
Roberta Barbaro | roberta@studioesseci.net

Le opere incluse in questo documento non sono ancora state sottoposte al processo di vetting di TEFAF Maastricht, che avverrà in loco. Di conseguenza, l’organizzazione declina ogni responsabilità in caso di inesattezze, rappresentazioni fuorvianti od omissioni.
Il diritto d’autore sulle opere degli artisti affiliati a un’organizzazione CISAC è stato concordato con Pictoright ad Amsterdam. © c/o Pictoright Amsterdam 2026.
 
Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>

Ruth Orkin. L’illusione del tempo, tra cinema e fotografia

Dal 5 marzo al 19 luglio 2026 Bologna dedica la più ampia retrospettiva italiana a Ruth Orkin. Un percorso di 187 immagini racconta la visione di una fotografa che trasformò l’immagine fissa in racconto in movimento.

Ruth Orkin. L’illusione del tempo, tra cinema e fotografia

di Serena Galimberti
Experiences – Fotografia e linguaggi dell’immagine

Dal 5 marzo al 19 luglio 2026, le sale di Palazzo Pallavicini ospitano Ruth Orkin. The Illusion of Time, la più vasta retrospettiva mai organizzata in Italia dedicata alla fotografa e regista statunitense Ruth Orkin. La mostra, curata da Anne Morin, riunisce 187 fotografie, due macchine fotografiche originali e una selezione di documenti che restituiscono la traiettoria di una protagonista del Novecento visivo.

Promossa da Pallavicini srl – Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci – con il coordinamento testi di Francesca Bogliolo e in collaborazione con diChroma Photography, l’iniziativa gode del patrocinio del Comune di Bologna, della FIAF e dell’AIRF. Un progetto che si inserisce nel percorso avviato negli ultimi anni da Palazzo Pallavicini per valorizzare figure femminili decisive nella storia della fotografia, dopo le personali dedicate a Vivian Maier, Tina Modotti e Lee Miller.

Il cinema come vocazione mancata

Per comprendere Ruth Orkin occorre partire dal cinema. Nata nel 1921, cresce tra i set della Hollywood degli anni Venti e Trenta. La madre, Mary Ruby, è attrice del muto: la bambina frequenta le quinte degli studios, respira l’atmosfera dei grandi teatri di posa e sogna la regia. Ma nella prima metà del Novecento la strada per una donna cineasta è quasi impraticabile.

Il destino devia, non si spezza. Una macchina fotografica Univex, acquistata per pochi centesimi, diventa lo strumento di una reinvenzione. Orkin non abbandona il cinema: lo traduce. L’immagine fissa diventa sequenza, racconto, montaggio. È in questo scarto che nasce la sua cifra.

Road Movie: attraversare l’America

Nel 1939, appena diciassettenne, Orkin attraversa in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York. Non è soltanto un viaggio: è un esercizio di sguardo. Il progetto, poi noto come Road Movie, si sviluppa come un diario visivo in ordine cronologico, costruito con didascalie manoscritte che ricordano i taccuini di produzione cinematografica della madre.

Le immagini scorrono come fotogrammi: la linearità temporale è dichiarata, la progressione narrativa evidente. La strada diventa set, l’America un grande scenario mobile. In questo primo gesto si definisce il metodo: la fotografia come racconto in movimento, come “illusione del tempo” appunto.

La strada come palcoscenico

L’influenza della settima arte riaffiora nella serie Dall’alto, dove Orkin osserva la vita quotidiana affacciata alla finestra. La strada, vista dall’alto, si trasforma in teatro spontaneo. I passanti – inconsapevoli – diventano attori; le traiettorie dei corpi generano ritmo, alternanza, pausa.

Non c’è enfasi, ma una magnetica fluidità. Il movimento è suggerito, mai dichiarato. È qui che la fotografa mostra la propria maturità: il tempo non è solo ciò che passa, ma ciò che si costruisce nella mente di chi guarda.

Ritratti: l’intimità dell’icona

La mostra bolognese dedica un’ampia sezione ai ritratti di personalità che hanno segnato il Novecento culturale. Davanti al suo obiettivo passano Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock e Orson Welles.

Non sono immagini celebrative. Orkin evita la posa monumentale; preferisce un dialogo diretto, rapido, quasi domestico. La forza sta nell’immediatezza: ambienti e persone emergono con naturalezza, come se la macchina fotografica fosse un’estensione dello sguardo.

Un percorso espositivo strutturato

L’allestimento costruisce una narrazione coerente, che segue la traiettoria biografica e stilistica dell’artista. Le 187 fotografie sono accompagnate da documenti e dalle due macchine fotografiche che ne hanno segnato il percorso, oggetti che diventano parte integrante del racconto.

Il catalogo, edito da Pallavicini srl con prefazione di Mary Engel, direttrice dell’Archivio Fotografico Ruth Orkin, offre un ulteriore strumento di approfondimento, collocando l’opera della fotografa nel contesto più ampio della cultura visiva del XX secolo.

Una riflessione sul tempo

Il titolo della mostra non è un artificio retorico. “The Illusion of Time” rimanda alla tensione costante tra immobilità e movimento. In Orkin la fotografia non congela: suggerisce ciò che è appena accaduto o sta per accadere. È un tempo sospeso, cinematografico, ma privo di colonna sonora.

In un’epoca dominata dall’immagine istantanea e dalla riproducibilità infinita, il suo lavoro invita a rallentare. A osservare la sequenza, non il singolo scatto. A cogliere il racconto nascosto tra un fotogramma e l’altro.


Note essenziali per la visita

Ruth Orkin. The Illusion of Time
Bologna, Palazzo Pallavicini (via San Felice 24)
5 marzo – 19 luglio 2026

Orari: da giovedì a domenica, 10.00–20.00 (ultimo ingresso 19.00).
Aperture straordinarie: 5 e 6 aprile (Pasqua e Pasquetta), 25 aprile, 1° maggio, 1 e 2 giugno.

Biglietti: intero €16; ridotti e agevolazioni da €14 a €12; formule famiglia, scuole e gruppi previste.
Prenotazione obbligatoria per gruppi e scuole.

Accessibilità: ingresso per persone non deambulanti tramite montascale mobile a cingoli (portata fino a 140 kg complessivi).


Informazioni:
E-mail: info@palazzopallavicini.comsegreteria@palazzopallavicini.com
da martedì a sabato dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16
 
Ufficio stampaCLP Relazioni Pubbliche
Ilenia Rubino E. ilenia.rubino@clp1968.it
T. +39 02 36755700 | www.clp1968.it
Redazione Experiences

Paolo Conte. Un artista “original” nel senso più radicale

Un successo straordinario per “PAOLO CONTE. Original”, la mostra-evento dedicata a uno dei più grandi protagonisti della cultura italiana contemporanea, che ha già conquistato un pubblico di oltre 18 mila visitatori, tra curiosi e appassionati dell’artista. A grande richiesta e visti l’entusiasmo e la partecipazione crescenti, la mostra è prorogata fino al 6 aprile negli spazi di Palazzo Mazzetti di Asti, confermandosi come uno degli appuntamenti culturali più rilevanti della stagione.

Paolo Conte. Un artista “original” nel senso più radicale

di Serena Galimberti
Arte e cultura visiva

Ad Asti la più ampia mostra mai dedicata all’anima pittorica del Maestro proroga fino al 6 aprile. Un percorso che attraversa settant’anni di disegni, jazz e memoria.

C’è un Paolo Conte che viene prima delle canzoni. Prima di Azzurro, prima dei teatri esauriti dall’Olympia di Parigi al Blue Note di New York, prima ancora del pianoforte in frac. È il Paolo Conte che disegna, che sperimenta il colore, che affida a una linea rapida e febbrile la costruzione di un mondo parallelo. È a questo universo che è dedicata “Paolo Conte. Original”, la più ampia mostra mai realizzata in Italia e all’estero sull’attività figurativa del Maestro, allestita a Palazzo Mazzetti ad Asti dal 5 novembre 2025 e ora prorogata fino al 6 aprile 2026, dopo aver già superato i 18 mila visitatori .

La rassegna riunisce 143 opere su carta, realizzate nell’arco di quasi settant’anni, molte delle quali inedite, provenienti dall’archivio personale custodito dalla Fondazione Egle e Paolo Conte ETS . È un corpus che restituisce, con sorprendente coerenza, la dimensione visiva di un autore che non ha mai separato davvero musica, parola e immagine.

Il disegno come “vizio capitale”

«Il disegno è uno dei miei due vizi capitali, più antico di quello per la musica e le canzoni», ha dichiarato Conte. La mostra prende sul serio questa affermazione e la traduce in percorso. Grafite e inchiostro, tempera e tecnica mista si alternano in un itinerario che mette in luce la centralità del segno: un tratto che non descrive soltanto, ma suggerisce, allude, lascia spazio al non detto.

Tra i lavori esposti figura Higginbotham (1957), omaggio a uno dei primi grandi trombonisti jazz, dipinto quando l’artista aveva appena vent’anni . È un’opera che anticipa un’intera costellazione iconografica: strumenti musicali, figure allungate, atmosfere sospese, un’espressività che dialoga con le avanguardie del primo Novecento.

Accanto ai disegni più rapidi e caricaturali – come quelli dedicati ai Jitterbug, frequentatori delle sale da ballo americane tra anni Venti e Quaranta – emergono figure femminili sinuose, mannequins che sembrano uscire da una canzone e rientrarvi subito dopo. Il confine tra immagine e testo resta mobile, come accade nei suoi versi.

Razmataz, opera totale

Cuore della mostra è un’ampia selezione di tavole tratte da Razmataz, il progetto multimediale che Conte concepisce a partire dal 1989 e che nel 2001 trova compimento in un’opera “totale” di oltre due ore e venti minuti, con 28 composizioni musicali e circa 1800 tavole. Ambientato nella Parigi degli anni Venti, il racconto intreccia la misteriosa scomparsa della ballerina Razmataz con l’arrivo in Europa del jazz afroamericano.

In mostra compaiono ritratti emblematici – M.me Fines Herbes, Mariam, Zarah, Flirt – e figure-simbolo come La Reine Noire, evocazione della stagione della Revue Nègre e dell’irruzione di Joséphine Baker sulla scena parigina. Il jazz, in questo contesto, non è citazione nostalgica ma energia primigenia, linguaggio che scardina gerarchie e rinnova l’immaginario europeo.

Il percorso, curato da Manuela Furnari sotto la guida diretta di Paolo Conte, è costruito secondo una logica interna all’universo poetico dell’artista: rigoroso e insieme sorprendente, invita il pubblico – come da esplicito desiderio del Maestro – a “immaginare con libertà massima”.

Il colore come suono

Un capitolo centrale è dedicato alla relazione tra tonalità musicale e colore. Conte ha più volte parlato di un proprio “immaginario cromatico”: a ogni tonalità corrisponde una tinta precisa. Questa sinestesia attraversa le opere degli anni Settanta – Squirrel, Uomo-Circo, Meridiana girata al contrario, Aquilone foulard – dove il gioco dei contrasti costruisce scene insieme ironiche e malinconiche.

Il colore si fa accordo, armonia visiva analoga a quella musicale. E non è un caso che nei pastelli su cartoncino nero realizzati dal 2013 in poi – ventinove opere in mostra – l’artista parli di “esercizio di stile”, evocando Queneau e, indirettamente, Kandinskij. Linee e piani danzano sul fondo scuro in omaggio alla musica classica, al jazz, alla letteratura, dal Mozart della Marcia alla turca a Baudelaire, fino a Picasso.

Asti e il ritorno a casa

Per Asti la mostra ha il valore di un ritorno. Paolo Conte, nato qui nel 1937, dopo gli studi in giurisprudenza e le prime esperienze jazz, ha mantenuto un legame costante con la città. Già nel 2023 era stato invitato a esporre agli Uffizi; ora Palazzo Mazzetti ospita la più vasta ricognizione sulla sua produzione figurativa.

Il successo di pubblico – oltre 18 mila visitatori nei primi mesi – ha spinto la Fondazione Asti Musei a prorogare l’esposizione fino al 6 aprile, includendo il periodo delle vacanze pasquali. Una scelta che conferma il ruolo di Asti come polo culturale di riferimento in Piemonte al di fuori dell’area torinese.

Un progetto corale

La mostra è realizzata dalla Fondazione Asti Musei, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, dalla Regione Piemonte e dal Comune di Asti, in collaborazione con Arthemisia, Fondazione Egle e Paolo Conte e REA Edizioni Musicali, con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali e di Fondazione CRT; sponsor è la Banca di Asti, media partner La Stampa.

Ad accompagnare l’esposizione è il catalogo edito da Moebius (144 pagine, formato cartonato), pensato come ritratto affettuoso e insieme critico dell’artista.

Un maestro “tout court”

“Original” non è soltanto un titolo. È una dichiarazione di poetica. Paolo Conte, artista fuori dalle mode, ha costruito un paesaggio sonoro e visivo abitato da pugili, pianisti, ballerine, lune ironiche e malinconiche. La pittura non è appendice della musica, ma sua gemella segreta.

La mostra di Asti rende visibile questa doppia anima. E ricorda che, prima di ogni successo internazionale, c’è stato un ragazzo con un foglio bianco – o nero – davanti, deciso a far danzare una linea.


Note essenziali
Paolo Conte. Original
Palazzo Mazzetti, Corso Vittorio Alfieri 357, Asti
5 novembre 2025 – 6 aprile 2026 (proroga)
Orari: lunedì–domenica 10.00–19.00 (ultimo ingresso un’ora prima)
Biglietto mostra incluso nello smarticket di Palazzo Mazzetti (€ 5)
Info: www.museidiasti.com
Hashtag ufficiale: #PaoloConteAsti


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332
Redazione Experiences dai comunicati di UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 

Prorogata la mostra “Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci”

Prorogata la prima mostra monografica su Bartolomeo Cesi: c’è tempo fino a Pasqua per vederla al Museo Civico Medievale di Bologna, che ha già accolto più di 12.000 visitatori.

Settore Musei Civici Bologna | Musei Civici d’Arte Antica

Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci
A cura di Vera Fortunati

22 novembre 2025 – prorogata fino al 6 aprile 2026
Museo Civico Medievale | Lapidario
Via Alessandro Manzoni 4, Bologna
www.museibologna.it/medievale

È prorogata fino a Pasqua la mostra Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci in corso al Museo Civico Medievale di Bologna.
Rimarrà aperta ancora fino al 6 aprile 2026 la prima mostra monografica dedicata a Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556 – ivi, 1629), uno dei più significativi interpreti della cultura figurativa bolognese tra Cinquecento e Seicento, l'”artista della controriforma”, dalla sensibilità religiosa austera e schietta, che più di tutti, nel composito e vivace clima culturale della città felsinea, seppe e volle realizzare gli indirizzi della nuova arte cristiana tracciata nel Discorso sulle immagini sacre e profane (1585) del cardinale Gabriele Paleotti (Bologna, 1522 – Roma, 1597).

La mostra, a cura di Vera Fortunati e organizzata nell’ambito del Giubileo 2025, è promossa dal Comune di Bologna – con i Musei Civici d’Arte Antica del Settore Musei Civici e la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio del Settore Biblioetche e Welfare culturale – e dall’Arcidiocesi di Bologna, con la partecipazione dei Musei nazionali di Bologna – Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna e la main partnership di Gruppo Hera

Il prolungamento è reso possibile grazie alla collaborazione degli enti prestatori che hanno acconsentito ad estendere il prestito delle opere e al sostegno dei numerosi soggetti pubblici e privati coinvolti, permettendo al pubblico di fruire dell’esposizione e delle attività di valorizzazione correlate oltre la data di chiusura inizialmente prevista del 22 febbraio 2026.

Accolta con ampio apprezzamento dalla stampa nazionale e da un pubblico trasversale, non solo specialistico – dal 22 novembre scorso a oggi sono più di 12.000 i visitatori e i partecipanti alle attività collaterali – l’esposizione viene estesa di sei settimane, andando così ad arricchire l’offerta culturale di Bologna a disposizione della cittadinanza e dei turisti durante le prossime festività pasquali.

La mostra
Bartolomeo Cesi fu autore principalmente di opere di soggetto religioso, destinate a restare all’interno delle mura di chiese e conventi, tanto da meritarsi l’appellativo di “pittore conventuale”. Egli operò in diretta concorrenza con i coevi Agostino, Ludovico e Annibale Carracci, dai quali seppe distinguersi per la costruzione di un vocabolario espressivo originale fatto di figure immobili e solenni, ritmate da colori squillanti e collocate in paesaggi solitari in cui prevalgono effetti di sublimato naturalismo: una pittura alternativa a quella radicalmente innovativa dei Carracci, tesa allo studio diretto del naturale e del “vivo”.
La pittura di Cesi spinge lo spettatore verso una dimensione sovrasensibile di assorta e silenziosa contemplazione, quasi ad anticipare la ricerca del bello ideale che sarà poi la cifra stilistica di Guido Reni. Non a caso, Giulio Cesare Malvasia nel 1678 annotava come le opere di Cesi diedero a Guido “la prima mossa per inventar quella sua soave e gentil maniera”.

L’esposizione si concentra sul periodo più felice della lunga carriera di questo artista colto e raffinato, negli anni in cui si impegnò in un dialogo solitario e coraggioso con le novità della produzione carraccesca, tra il 1585 e il 1597 circa.
Attraverso un percorso di visita articolato in oltre 30 opere -tra dipinti, disegni e monumentali pale d’altare – vengono affrontati i temi salienti della sua poetica e i generi pittorici con cui si affermò come protagonista di grande rilevanza nella vivace geografia artistica e culturale di Bologna nel suo tempo. 
L’evoluzione stilistica della sua identità artistica, sempre in equilibrio con un rigore compositivo e tonale aderente ai dettami dell’ideologia cattolica post-tridentina, viene approfondita in cinque sezioni tematiche: la formazione; i ritratti; i disegni; le pale d’altare; i cicli decorativi presso le Certose.
In occasione della proroga, verrà riallestita la sezione dedicata ai disegni per garantirne la corretta conservazione, sostituendoli progressivamente con riproduzioni in facsimile.

Grazie al significativo investimento sostenuto dal Comune di Bologna per la tutela e la conservazione delle opere di Bartolomeo Cesi, la mostra è stata l’occasione per finanziare interventi di restauro e manutenzione di quattro dipinti di proprietà di enti pubblici, restituiti così ad uno sguardo rinnovato: La Trinità e la Vergine adorate dai santi Bernardino da Siena e Sebastiano (IRCCS Azienda ospedaliero-universitaria di Bologna – Policlinico Sant’Orsola); Madonna con il Bambino in gloria con i santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco (chiesa di San Giacomo Maggiore, proprietà del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno); San Benedetto seduto (Città Metropolitana di Bologna) e San Francesco in preghiera (Provincia di Bologna dei Frati Minori Cappuccini). 

Il catalogo della mostra, pubblicato da Silvana Editoriale, è destinato a rimanere un imprescindibile punto di riferimento bibliografico per lo studio dell’opera di Bartolomeo Cesi: curato da Vera Fortunati, contiene un ricco repertorio di contributi scientifici e saggi relativi agli interventi di restauro eseguiti (Stefano Ottani, Daniele Benati, Vera Fortunati, Alessandro Zacchi, Angela Ghirardi, Angelo Mazza, Michele Danieli, Flavia Cristalli, Ilaria Bianchi, Mark Gregory D’Apuzzo, Mirella Cavalli, Valeria Rubbi, Antonella Mampieri, Emanuela Fiori, Caterina Pascale Guidotti Magnani, Stefania Biancani, Giovanni Giannelli e Federica Restiani, Patrizia Moro).

Un ottimo risultato in termini di partecipazione ha ottenuto anche il ricco programma di attività collaterali (conferenze, visite guidate per il pubblico adulto, attività per famiglie) realizzate nelle sedi del Museo Civico Medievale e della Pinacoteca nazionale di Bologna.
Grazie alla collaborazione del Museo civico del Risorgimento di Bologna, le quattro conferenze, che hanno coinvolto eminenti studiosi e storici dell’arte, sono e rimarranno fruibili online sul canale YouTube Storia e Memoria di Bologna al seguente link: https://www.youtube.com/playlist?list=PLGkErHJeVIYkNpk80s0FN0BZsTEooVd6C

Le prossime attività
Oltre alla mostra temporanea allestita nel Lapidario del Museo Civico Medievale, è possibile visitare numerosi luoghi della città che custodiscono opere dell’artista, permettendo al grande pubblico di comprendere l’importanza del ruolo che egli ricoprì nel suo tempo. In particolare, lo splendido ciclo decorativo realizzato per la cappella maggiore della chiesa di San Girolamo della Certosa con le tre imponenti tele con le storie della passione di Cristo, tra i capolavori dell’artista, e alcune sale della Pinacoteca nazionale di Bologna, dove si trovano le opere di Cesi e dei pittori coevi, tra i quali i Carracci.

Proseguono gli itinerari tematici Bartolomeo Cesi, oltre la Mostra organizzati da Fondazione Bologna Welcome e condotti in città dalle guide turistiche iscritte alla Federazione Confguide Confcommercio Ascom Bologna
Info su modalità e orari di accesso: 
https://www.bolognawelcome.com/it/eventi/mostre-esposizioni/bartolomeo-cesi

Rimane fruibile gratuitamente anche la ricostruzione in ambiente di realtà virtuale del ciclo decorativo con le Storie della Vergine affrescato da Cesi nella cappella di Santa Maria dei Bulgari nel palazzo dell’Archiginnasio, andato perduto in seguito a un bombardamento anglo-americano nel 1944 e ricostruito a partire da 20 lastre fotografiche realizzate da Felice Croci all’inizio del Novecento.
Info su modalità e orari di accesso: 
www.bolognawelcome.com/it/esperienze/340705/Bartolomeo-Cesi–oltre-la-Mostra—Archiginnasio–la-Cappella-dei-Bulgari

Sono estese fino al 6 aprile 2026 le agevolazioni con scontistiche integrate tra Museo Civico MedievaleCollezioni Comunali d’ArtePinacoteca nazionale di Bologna e per i partecipanti ad alcuni itinerari promossi da Fondazione Bologna Welcome.
Per informazioni: www.museibologna.it/medievale

Prosegue l’offerta culturale ed educativa a cura di “Senza titolo”, con tre visite guidate rivolte al pubblico adulto e due attività laboratoriali per bambine e bambini di fasce d’età differenziate.

Visite guidate
Domenica 1 marzo 2026 ore 11.00
Domenica 15 marzo 2026 ore 11.00
Venerdì 3 aprile 2026 ore 16.30

Costo di partecipazione: biglietto museo
Prenotazione obbligatoria: musarteanticascuole@comune.bologna.it – 051 2193930 (durante gli orari di apertura del museo)

Laboratori per bambine e bambini
Sabato 7 marzo 2026 ore 16.00
Spolveriamo il disegno
Età consigliata: 6 – 8 anni

Lunedì 6 aprile 2026 ore 16.00
Alla base dell’arte
Età consigliata: 8 – 11 anni

Costo di partecipazione: gratuito per chi partecipa e per un adulto accompagnatore
Prenotazione obbligatoria: musarteanticascuole@comune.bologna.it – 051 2193930 (durante gli orari di apertura del museo)

Inoltre, ogni sabato e domenica pomeriggio è possibile usufruire, gratuitamente e senza prenotazione, di un servizio di mediazione museale. I mediatori sono riconoscibili dalla spilletta con il simbolo “Chiedimi”.

Grazie alla collaborazione di Fondazione Bologna Welcomelunedì 9 marzo 2026 alle ore 17.00 la Sala della Cultura di Palazzo Pepoli – Museo della Storia di Bologna (via Castiglione 10, Bologna) ospita la presentazione della guida storico-artistica Bartolomeo Cesi. Itinerari a Bologna (Silvana Editoriale), con l’autrice Giovanna Degli Esposti.
Intervengono Giorgia Boldrini (direttrice Settore Musei Civici Bologna) e Silvia Battistini (direttrice Musei Civici d’Arte Antica di Bologna).
L’agevole volume offre una breve rassegna delle opere realizzate da Bartolomeo Cesi ancora oggi custodite nella città di Bologna, suddivise per tipologia di luogo (collezioni pubbliche, palazzi, edifici ecclesiastici) e in ordine alfabetico. Ogni tappa del percorso è arricchita da una breve scheda che racconta la storia dell’opera, la sua committenza, l’iconografia e il periodo di esecuzione.

CREDITI

Comitato scientifico
Silvia Battistini, Daniele Benati, Mark Gregory D’Apuzzo, Giovanna Degli Esposti, Eva Degl’Innocenti, Costantino D’Orazio, Marzia Faietti, Vera Fortunati, Angelo Mazza, Massimo Medica, Stefano Ottani, Alessandro Zacchi, Alessandro Zuccari

Coordinamento organizzativo
Nicoletta Barberini Mengoli, Silvia Battistini, Mark Gregory D’Apuzzo, Giovanna Degli Esposti, Ilaria Negretti 

Con la partecipazione di
Musei Nazionali di Bologna – Direzione Regionale Musei nazionali Emilia-Romagna

Main partner
Gruppo Hera
Sponsor
Reale Collegio di Spagna

In collaborazione con
Fondo Edifici per il Culto
Fondazione Bologna Welcome
Padri Passionisti Bologna

Con il contributo di
Confcommercio Ascom Bologna
Profilati S.P.A
Rotary eClub 2072
Fondantico di Tiziana Sassoli

Con il patrocinio di
Regione Emilia-Romagna
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna | Dipartimento delle Arti

L’immagine coordinata della mostra Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura del silenzio nell’età dei Carracci è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti

L’intervento di ricostruzione virtuale del ciclo di affreschi nella cappella di Santa Maria dei Bulgari nel palazzo dell’Archiginnasio rientra nell’ambito del progetto “SIMBOLO – Il sistema digitale dei Musei Civici di Bologna verso il futuro” realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna.  

Informazioni
Museo Civico Medievale
Via Alessandro Manzoni 4 | 40121 Bologna
Tel. +39 051 2193916 / 2193930
museiarteantica@comune.bologna.it
www.museibologna.it/medievale
Facebook: Musei Civici d’Arte Antica
Instagram: @museiarteanticabologna
X: @MuseiCiviciBolo

Settore Musei Civici Bologna
www.museibologna.it
Facebook: Musei Civici Bologna
Instagram: @bolognamusei
YouTube: @museicivicibologna
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Milano: quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro di HANS MEMLING

Stefano Arienti (Asola, Mantova, 1961) Crocefisso a punti oro (da Hans Memling), 2026, Vernice base oro su telo antipolvere, 168 x 250 cm, Courtesy l’artista – Teschio (da Vincent van Gogh), 2025, Cera pongo su manifesto montato su pannello, 69 x 49 x 2 cm, Courtesy l’artista

Matteo Fato (Pescara, 1979) Sacrificio smontato (d’après Hans Memling, Crocifissione, dal Trittico di Jan Crabbe, 1470 circa) – 2026, N.3 olio su lino, 86 x 66 cm, cassa da trasporto in multistrato; pulitura pennello su straccio, cassa da trasporto in multistrato; n. 3 incisioni calcografiche, acquaforte su rame, 50 x 35 cm, 52 x 42 cm, 57 x 42 cm, cornice in multistrato; cavalletto in legno di multistrato, neon soffiato, dimensioni ambientali variabili, Courtesy l’artista & Monitor, Rome – Lisbon – Pereto (AQ)

Julia Krahn (Jülich, Germania, 1978) Non si può dividere ciò che è uno (per Memling), 2025-2026, Fotografia da installazione scultorea (argilla bianca, lino blu e bianco), stampa fine art su Canson Platine 310 g, Cornice in legno di noce, 225 x 145 cm, Edition: unique piece, Courtesy l’artista

Danilo Sciorilli (Atessa, Chieti, 1992) Il Cristo di stracci (Silentium Lucis), 2026, Video più due video-animazioni, durata 2’54” (sincro e loop continuo), Olio su tela, 5 x 5 cm, Courtesy l’artista

Il Museo Diocesano di Milano, in occasione della Quaresima e della Pasqua, ospita dal 19 febbraio al 17 maggio 2026 la Crocifissione di Hans Memling (Seligenstadt, Germania, 1435/1440 circa – Bruges 1494), databile intorno al 1467-1470 circa e proveniente dal Museo Civico di Palazzo Chiericati del Comune di Vicenza.

MILANO
MUSEO DIOCESANO CARLO MARIA MARTINI
 
HANS MEMLING
La Crocifissione


Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro

Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn, Danilo Sciorilli
 
A cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi
 
Dal 19 febbraio al 17 maggio 2026

L’opera, capolavoro di uno dei più importanti artisti del Rinascimento fiammingo, è al centro della mostra HANS MEMLING. La Crocifissione. Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro, a cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi. In un percorso realizzato in collaborazione con Casa Testori, l’esposizione mette in dialogo il capolavoro di Memling con le opere di Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn e Danilo Sciorilli.

La Crocifissione, posta al centro dell’allestimento, diventa così il punto di riferimento per gli artisti, chiamati a guardarlo con rispetto e discrezione, lasciandosi ispirare da dettagli compositivi, cromatici e iconografici che ciascuno rielabora in chiave attuale e contemporanea.

La mostra, con il patrocinio del Comune di Milano, è realizzata grazie a PwC Italia, main sponsor; Fiera Milano, sponsor; sostenitori: Fondazione Grana Padano e Fondazione Maurizio Fragiacomo; sponsor tecnico: Zeroglass.

Anche quest’anno, per il tempo di Quaresima e Pasqua proponiamo ai nostri visitatori un percorso che aiuti a guardare un capolavoro osservandolo da tanti punti di vista – afferma Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano di Milano e co-curatrice della mostra. Come negli ultimi due anni, il percorso di mostra, grazie alla collaborazione con Casa Testori, è arricchito dalla presenza di quattro opere di artisti contemporanei che hanno accettato di dialogare con il dipinto di Memling. Siamo grati ai Musei Civici di Vicenza per aver voluto collaborare con noi a questo progetto: la Crocifissione è un lavoro di grande raffinatezza che quasi obbliga a fermarsi davanti ad esso, a osservare ogni singolo, delicato dettaglio e a “stare” – ciascuno secondo i propri tempi – davanti al crocifisso”.

“Sono lieta – dichiara Valeria Cafà, direttrice dei Musei Civici di Vicenza e co-curatrice della mostrache uno dei capolavori custoditi al Museo Civico di Palazzo Chiericati, di qualità altissima, sia ospitato dal Museo Diocesano di Milano nell’ambito di un’iniziativa ormai consolidata, capace di promuovere un dialogo rigoroso e consapevole tra grandi maestri del passato e il linguaggio del contemporaneo. Non si tratta di semplici accostamenti, ma di un confronto rispettoso e profondo che, a partire dalla straordinaria densità del testo pittorico della Crocifissione di Hans Memling, richiama il momento più doloroso e intenso che precede la Pasqua. Con soddisfazione, rinnoviamo oggi, con questo prestito, il rapporto di collaborazione tra le nostre istituzioni, fondato sulla condivisione del patrimonio e sulla valorizzazione comune dei suoi significati”. 

“L’opera di Memling – afferma Giuseppe Frangi, presidente dell’Associazione Giovanni Testori e co-curatore della mostra ha una caratteristica di dolorosa intimità e chiede da parte degli artisti un atteggiamento di grande discrezione. È un’opera che gli artisti sono chiamati a “scrutare”, per intercettare tanti dettagli, compositivi, cromatici e iconografici. “Scrutare Memling” per mettersi al lavoro su suggestioni che stabiliscano una relazione stringente tra questo capolavoro e il nostro tempo”.

“Abbiamo scelto di proseguire il rapporto di collaborazione e sostegno alle iniziative del Museo Diocesano Carlo Maria Martini perché rappresenta indubbiamente uno dei punti di riferimento culturali più iconici per la città di Milano. Una scelta curatoriale virtuosa che ci ha da subito conquistati. Siamo fermamente convinti dell’importanza della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale presente nel nostro Paese ed è per questo che il nostro percorso a supporto della cultura si arricchisce di un nuovo tassello. L’obiettivo è continuare ad alimentare il nostro dialogo con le più importanti istituzioni museali su tutto il territorio nazionale, un percorso che trova grande apprezzamento da parte di tutti i nostri professionisti” afferma Chiara Carotenuto, Partner PwC Italia, responsabile della comunicazione PwC e del progetto PwC per la cultura.

L’opera di Memling, donata ai Musei Civici di Vicenza nel 1865 dai conti vicentini Matteo e Ludovico Folco, raffigura al centro Cristo Crocifisso, circondato sulla sinistra da San Giovanni Evangelista, che sorregge la Vergine addolorata, e dalla Maddalena, inginocchiata ai piedi della croce; mentre dall’altro lato appaiono San Giovanni Battista, che regge un agnello, e San Bernardo di Chiaravalle, protettori del committente, l’abate cistercense Jan Crabbe (1426-1488), nel dipinto inginocchiato in primo piano, che tra il 1467 e il 1470 avrebbe richiesto l’opera per l’Abbazia delle Dune presso Bruges, di cui era titolare. Formatosi probabilmente tra Colonia e Bruxelles, proprio intorno al 1465 il giovane Memling si era trasferito nella città delle Fiandre, da tempo un fiorente centro artistico.

Sullo sfondo della scena si apre un fiabesco paesaggio collinare a volo d’uccello, reso con meticolosità tipicamente fiamminga, dove si scorgono una città circondata da mura, con torri e campanili, alberi, rocce e un fiume che scorre placido verso l’alto orizzonte. I colori smaltati e brillanti, la resa analitica dei volti dei personaggi, i contorni nitidi e taglienti dei panneggi richiamano i modelli di Rogier van der Weyden, punto di riferimento fondamentale per Memling.

La tavola costituiva in origine il pannello centrale di un trittico, smembrato in un momento non precisato e ricostruito idealmente grazie ad una copia settecentesca, realizzata probabilmente proprio allo scopo di fissarne il ricordo prima dello smembramento. Secondo una pratica piuttosto diffusa nel XVIII secolo, le ante laterali sono state recise in modo da poter vendere separatamente le varie sezioni. I recti dei due sportelli laterali sono conservati alla Pierpont Morgan Library di New York e raffigurano probabilmente la madre e il fratello di Jan Crabbe, Anna e Guglielmo, affiancati dai santi omonimi. Sui versi delle ante, conservate al Groeningemuseum di Bruges, appaiono invece le due figure dell’Annunciazione, la Madonna e l’Arcangelo Gabriele.

I lavori degli artisti chiamati a mettersi in dialogo con il capolavoro di Memling sono caratterizzati dal ricorso a linguaggi diversi. Stefano Arienti (Asola, 1961) propone una riflessione sul tema del Crocifisso, asse visivo e simbolico dell’opera di Memling. È pittura su tela quella proposta da Matteo Fato (Pescara, 1979) concepita come parte di un’installazione di cui il cavalletto costruito dall’artista è parte integrante. Julia Krahn (Jülich,1978) offrirà con un dittico fotografico un’immedesimazione nella figura di Maria sotto la croce. Danilo Sciorilli (Atessa, 1992) lavora su un trittico di video, mettendo al centro le immagini di una perfomance realizzata nel suo paese d’origine.

L’opera di Hans Memling sarà presentata in un percorso espositivo che consente un approfondimento sia storico artistico che spirituale, con l’ausilio di apparati didattici, immagini, video e musiche, che permettono una riflessione sul dipinto e sul suo significato.

Sono inoltre previste visite guidate, laboratori per i bambini e un ciclo di conferenze di approfondimento.

Nell’ambito del percorso educativo e formativo “Cultura Accessibile”, avviato presso la Cooperativa Arcipelago – Anffas Nordmilano di Cinisello Balsamo, alcune persone con disabilità, dopo la collaborazione intrapresa nel 2024 in occasione della mostra “Divine Creature. Arte e disabilità”, condivideranno con i visitatori il loro personale pensiero emerso dal percorso di significazione a partire dalla Crocifissione di Hans Memling.

Catalogo Dario Cimorelli Editore


HANS MEMLING. La Crocifissione
Quattro artisti contemporanei attorno a un capolavoro
Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn, Danilo Sciorilli
A cura di Valeria Cafà, Giuseppe Frangi e Nadia Righi
Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (piazza Sant’Eustorgio 3 – MM Vetra)
19 febbraio – 17 maggio 2026
 
ORARI
Martedì – domenica, ore 10.00-18.00 (ultimo ingresso ore 17.30)
lunedì chiuso
 
BIGLIETTI €9 intero, €7 ridotto, €23 famiglia (2 adulti+max 4 giovani 7-18 anni)
 
CONTATTI: T +39 02 89420019; www.chiostrisanteustorgio.it
 
CATALOGO  Dario Cimorelli Editore
 
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#MuseoDiocesanoMilano #MuDiMi #MemlingMilano
 
UFFICIO STAMPA MUSEO DIOCESANO
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Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com>

Museo del Genio, la rinascita che sorprende Roma: 40 mila visitatori per Vivian Maier e ora arriva Doisneau


In tre mesi oltre quarantamila presenze per la mostra dedicata alla fotografa americana e per la riapertura del Museo del Genio. Dal 5 marzo 2026 il testimone passa a Robert Doisneau, nel segno dei 200 anni della fotografia e del gemellaggio tra Parigi e Roma.

Museo del Genio, la rinascita che sorprende Roma: 40 mila visitatori per Vivian Maier e ora arriva Doisneau

di Serena Galimberti,
redattrice di Experiences specializzata in fotografia e arti visive contemporanee.

Il Museo del Genio, da spazio riservato agli addetti ai lavori, si è trasformato in un laboratorio aperto. La fotografia – ieri con Maier, domani con Doisneau – è il filo rosso di una rinascita che promette continuità.

Non era scontato. Restituire alla città un luogo rimasto a lungo ai margini dei circuiti culturali e trasformarlo in uno spazio vivo, capace di attrarre pubblico e critica, era una scommessa. Il bilancio dei primi mesi di attività del Museo del Genio – riaperto stabilmente al pubblico dal 31 ottobre 2025 – parla chiaro: oltre 40.000 visitatori in tre mesi tra museo e mostra temporanea, un’affluenza costante e trasversale, un interesse che ha coinvolto famiglie, scuole, studiosi, turisti e gruppi organizzati.

La grande protagonista di questa prima stagione è stata “Vivian Maier. The Exhibition”, la monografica dedicata alla fotografa americana nel centenario della nascita (1° febbraio 1926 – 1° febbraio 2026), conclusasi il 15 febbraio 2026 con uno straordinario successo di pubblico e di critica.

Vivian Maier, lo sguardo invisibile che ha conquistato Roma

La mostra, curata da Anne Morin e prodotta e organizzata da Arthemisia su progetto di Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography, ha proposto oltre 200 fotografie in bianco e nero e a colori, oggetti personali, documenti rari, registrazioni sonore e filmati in Super 8 . Un percorso ampio e immersivo dentro l’universo della tata–fotografa che, per tutta la vita, scattò in silenzio con la sua inseparabile Rolleiflex, documentando la vita quotidiana americana tra New York e Chicago.

La riscoperta della Maier – emersa solo nel 2007, quando l’archivio dei suoi negativi fu acquistato casualmente a un’asta – è ormai una delle storie più emblematiche della fotografia contemporanea. A Roma, il pubblico ha potuto attraversare le diverse sezioni tematiche: l’America del dopoguerra e i volti ai margini del sogno americano; le sperimentazioni in Super 8; le rare fotografie a colori realizzate con la Leica 35 mm; gli intensi autoritratti, veri e propri “selfie” ante litteram; l’infanzia, tema centrale nella vita e nell’opera di Maier.

Il successo non si è misurato soltanto nei numeri. Le visite guidate, i percorsi educativi e gli eventi collaterali hanno animato il calendario culturale del Museo, contribuendo a trasformare un edificio storico in un polo di incontro e confronto .

Il Museo del Genio: da istituto militare a centro culturale

La mostra su Maier ha avuto anche un valore simbolico: inaugurare una nuova fase per l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio (ISCAG), oggi conosciuto come Museo del Genio. Nato nei primi anni del Novecento e collocato nell’attuale complesso monumentale sul Lungotevere della Vittoria – costruito tra il 1936 e il 1939 su progetto del tenente colonnello Gennaro De Matteis – il museo custodisce un patrimonio tecnico e scientifico di straordinaria rilevanza.

Modelli di fortificazioni, plastici di ponti, strumenti delle specialità del Genio, l’attrezzatura radiotelegrafica originale di Guglielmo Marconi, uno dei primi telefoni attribuiti ad Antonio Meucci, documentano la simbiosi tra ingegneria militare e progresso tecnologico italiano. A questo si aggiungono una biblioteca di oltre 24.000 volumi, un archivio fotografico con più di 30.000 immagini e un patrimonio documentale di circa 150.000 pezzi.

La riapertura, promossa dal Ministero della Difesa, dall’Esercito Italiano e da Difesa Servizi, con produzione e organizzazione di Arthemisia e il patrocinio della Regione Lazio, ha puntato fin dall’inizio su una formula precisa: affiancare alla collezione permanente grandi mostre temporanee capaci di dialogare con il patrimonio storico.

Una sfida vinta

«Portare flussi costanti di visitatori in un museo di nicchia è stata una sfida», ha sottolineato Alessandra Taccone, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, partner del progetto, evidenziando il valore della cooperazione pubblico-privato nel rendere accessibile e vivo il patrimonio statale.

Sulla stessa linea Iole Siena, Presidente di Arthemisia, che ha parlato di un risultato non scontato e di una sfida riuscita, ringraziando l’Esercito Italiano e Difesa Servizi per l’opportunità offerta alla città .

La mostra su Vivian Maier, organizzata in partnership con Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale e Poema, con sponsor Generali Italia (programma Generali Valore Cultura), mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale e media partner la Repubblica, ha dunque segnato un nuovo punto di riferimento nella stagione culturale romana.

Dal 5 marzo Robert Doisneau: la poesia del quotidiano

Sull’onda di questo entusiasmo, il Museo del Genio guarda già avanti. Dal 5 marzo 2026 le sale ospiteranno una grande mostra dedicata a Robert Doisneau, uno dei maestri indiscussi della fotografia del Novecento. Oltre 140 scatti ripercorreranno l’intera carriera dell’autore che ha trasformato la vita quotidiana in poesia visiva, rendendo Parigi un’icona universale.

La scelta non è casuale. Il 2026 è un anno simbolico: ricorrono i 200 anni dalla nascita della fotografia e il 70° anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma. La mostra su Doisneau si inserisce in questo doppio orizzonte, come dialogo ideale tra due capitali della cultura europea e come omaggio a uno sguardo profondamente umano, capace di raccontare l’amore, il lavoro, la strada.

Dopo la riscoperta di Vivian Maier e con l’arrivo di Robert Doisneau, il Museo del Genio consolida una linea curatoriale chiara: fare della fotografia internazionale un linguaggio privilegiato per interrogare il presente, dentro un luogo che custodisce la memoria tecnica e scientifica del Paese.


Note essenziali

Museo del Genio – ISCAG
Lungotevere della Vittoria 31, Roma
Riapertura al pubblico: 31 ottobre 2025
Mostra “Vivian Maier. The Exhibition”: 31 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026
Visitatori nei primi tre mesi: oltre 40.000
Prossima mostra: Robert Doisneau, dal 5 marzo 2026
Informazioni: www.arthemisia.it


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332
Redazione Experiences su comunicati stampa di UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>

M.C. Escher, l’arte dell’impossibile conquista Padova

Oltre 150 opere, installazioni immersive e un viaggio in realtà virtuale: dal 18 febbraio al 19 luglio 2026 il Centro Culturale Altinate | San Gaetano ospita la più ampia mostra italiana dedicata al genio olandese. Un percorso completo tra paesaggi italiani, tassellazioni, metamorfosi e paradossi geometrici.

“M.C. ESCHER. 
Tutti i capolavori”

di Davide Rinaldi,
redattore di Experiences – specializzato in arti visive e cultura contemporanea.

Una mostra che invita a perdersi per ritrovare il senso dello spazio. E che ricorda, con lucidità, come l’arte possa ancora insegnarci a dubitare di ciò che vediamo.

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in Maurits Cornelis Escher (1898–1972). Non solo perché le sue immagini continuano a circolare tra grafica, design, cinema e cultura pop, ma perché il suo lavoro interroga ancora oggi il nostro modo di guardare lo spazio, l’ordine, l’infinito. Dal 18 febbraio al 19 luglio 2026 Padova dedica al maestro olandese la più grande e completa esposizione mai organizzata in città: “M.C. ESCHER. Tutti i capolavori”, al Centro Culturale Altinate | San Gaetano .

Promossa dal Comune di Padova e prodotta da Arthemisia in collaborazione con la M.C. Escher Foundation, la mostra riunisce oltre 150 opere, tra cui Mano con sfera riflettente, Giorno e Notte, Metamorfosi II, Relatività, Belvedere, attraversando l’intero arco creativo dell’artista . Un percorso ampio, articolato, che restituisce Escher nella sua complessità: incisore raffinato, sperimentatore instancabile, visionario capace di coniugare intuizione visiva e rigore matematico.

Dall’Italia alla geometria: le radici di uno sguardo

Il percorso espositivo si apre con gli esordi. Dopo la formazione alla Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem sotto la guida di Samuel Jesserun de Mesquita, Escher affina tecniche come xilografia, litografia e mezzatinta. Nei lavori giovanili emergono l’influenza dell’Art Nouveau e del Simbolismo, insieme a una precoce attenzione per la struttura compositiva.

Fondamentale è il periodo italiano. Dal 1923 al 1935 l’artista vive a Roma, viaggia nel Centro e nel Sud della penisola, disegna borghi, architetture medievali, paesaggi scoscesi. Le vedute di San Gimignano o le serie dedicate ai Giorni della Creazione testimoniano un’osservazione meticolosa della realtà, già attraversata da prospettive inusuali . È in questi anni che si prepara il passaggio decisivo: dalla rappresentazione del mondo visibile alla costruzione di universi mentali.

L’Alhambra e la scoperta delle tassellazioni

La svolta arriva nel 1936 con il viaggio a Granada. Le decorazioni dell’Alhambra aprono a Escher la strada delle tassellazioni: figure geometriche ripetute all’infinito senza lasciare vuoti né sovrapposizioni. L’artista ne studia le simmetrie, cataloga motivi, elabora un proprio sistema di classificazione.

Da qui nascono opere come Limite del cerchio, dove la suddivisione del piano conduce alla rappresentazione dell’infinito. Il dialogo con matematici e studiosi – tra cui H.S.M. Coxeter – consolida una ricerca che non è mai accademica ma profondamente intuitiva: Escher non è un matematico, ma un artista che “vede” la matematica.

Metamorfosi, cicli, paradossi

La sezione dedicata alle metamorfosi mostra come dalle tassellazioni scaturiscano trasformazioni continue: una lucertola diventa alveare, un pesce si muta in uccello, una figura astratta si trasforma in elemento architettonico. In Metamorfosi I, II e III la ciclicità si traduce in narrazione visiva, in un flusso senza inizio né fine .

Parallelamente, la riflessione sulla struttura dello spazio conduce ai celebri paradossi geometrici. Relatività, Belvedere, Salire e Scendere, Cascata sono costruzioni perfettamente coerenti e al tempo stesso impossibili. Le scale non portano da nessuna parte, l’acqua risale contro gravità, le architetture sfidano ogni legge prospettica. È un gioco serio, in cui l’illusione diventa strumento di conoscenza.

Un allestimento immersivo, tra esperienza e tecnologia

La mostra padovana non si limita alla sequenza delle opere originali. L’allestimento – scenografico e coinvolgente – integra video, apparati didattici, installazioni interattive . Tra le esperienze più attese: la Relativity Room, che altera percezioni di scala e orientamento; la Mirror Room, dove i riflessi si moltiplicano; la postazione ispirata a Mano con sfera riflettente, che invita il visitatore a entrare nell’opera.

Ma il vero elemento di novità è l’installazione in realtà virtuale ospitata ai Musei Civici Eremitani, presentata in anteprima mondiale . Non più semplice spettatore, il pubblico diventa protagonista di un viaggio dentro le architetture escheriane: attraversa porte, sale scale infinite, cambia punto di vista. L’opera si trasforma in ambiente percorribile, in esperienza spaziale.

Eschermania: dall’incisore al mito pop

L’ultima sezione racconta la crescente fortuna critica e popolare di Escher. Dopo l’interesse della comunità scientifica – già evidente nel Congresso Internazionale dei Matematici del 1954 ad Amsterdam – le sue immagini vengono riscoperte negli anni Sessanta dal movimento hippie, soprattutto negli Stati Uniti. Poster, copertine, magliette: le sue visioni diventano icone di una cultura alternativa, talvolta contro la sua stessa volontà .

Oggi l’eredità escheriana attraversa design, architettura, grafica digitale, animazione. La sua ricerca sullo spazio e sull’infinito continua a influenzare generazioni di creativi.

Padova e la cultura come progetto

Curata da Federico Giudiceandrea, presidente della M.C. Escher Foundation, la mostra è patrocinata dall’Ambasciata e Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi . Accanto agli sponsor – Generali Valore Cultura e AcegasApsAmga – e al special partner Ricola, l’evento si inserisce in una strategia più ampia che vede Padova consolidare il proprio ruolo di destinazione culturale.

Dopo le grandi mostre dedicate a Monet e Vivian Maier, il Centro Altinate | San Gaetano torna a essere crocevia di pubblico nazionale e internazionale. L’obiettivo è chiaro: rendere l’arte accessibile, trasversale, capace di dialogare con scuole, famiglie, studiosi.


Informazioni essenziali

M.C. ESCHER. Tutti i capolavori
Centro Culturale Altinate | San Gaetano, Via Altinate 71, Padova
18 febbraio – 19 luglio 2026
Orari: martedì–domenica 9.00–19.30; lunedì 14.30–19.30 (biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietto intero: €16; riduzioni e convenzioni previste
Catalogo Moebius, 224 pagine a colori
Info e prenotazioni: www.arthemisia.it


Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it | press@arthemsia.it | T. +39 06 69308306

Relazioni esterne e ufficio stampa Arthemisia
Camilla Talfani | ct@arthemisia.it

Ufficio stampa Comune di Padova
Franco Tanel | tanelf@comune.padova.it
Redazione Experiences

Museo civico del Risorgimento, Bologna: Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860

È un oggetto rarissimo, unico esemplare noto al mondo, e appartiene al Museo civico del Risorgimento di Bologna. Per una serie di improbabili circostanze una giubba garibaldina non rossa, ma di color caffè, si è conservata fino ai giorni nostri e, dopo essere stata restaurata grazie all’Art Bonus, viene esposta al pubblico per la prima volta.

Settore Musei Civici Bologna | Museo civico del Risorgimento

Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860 
A cura di Otello Sangiorgi

14 febbraio – 22 marzo 2026  
Museo civico del Risorgimento
Piazza Giosue Carducci 5, Bologna
www.museibologna.it/risorgimento

Con la mostra Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860, visitabile dal 14 febbraio al 22 marzo 2026, il Museo civico del Risorgimento del Settore Musei Civici del Comune di Bologna è lieto di presentare un oggetto di eccezionale valore storico appartenente alle proprie collezioni.
Si tratta dell’unico esemplare rimasto di uniforme garibaldina del Reggimento Malenchini, un corpo di volontari organizzati tra Livorno e la Toscana che raggiunse i Mille di Giuseppe Garibaldi in Sicilia poco tempo dopo lo sbarco nel 1860, e le cui uniformi avevano una peculiarità singolare: erano di una sfumatura color caffè anziché rosse, secondo l’iconica divisa simbolo del percorso verso l’unità nazionale guidato dall’Eroe dei Due Mondi.
Ne accennavano alcune memorie scritte dai protagonisti, ne restavano testimonianze nell’iconografia dell’epoca, ma di queste uniformi così particolari sembrava essersi persa ogni traccia.

Il capo di vestiario, appartenuto al volontario Primo Baroni (Modena, 1840 ca. – Bologna, 1918), che lo donò al costituendo Museo civico del Risorgimento di Bologna nel 1888 (inv.  n. 641), viene esposto per la prima volta al pubblico dopo il recente restauro tessile finanziato attraverso la campagna di erogazioni liberali Art Bonus In Mille per la giubba da salvare, che nel 2025 ha consentito di raccogliere l’importo di 5.000 euro necessario per un intervento urgente sulle precarie condizioni di conservazione.

Il recupero alla fruizione pubblica di questo pezzo assolutamente unico contribuisce ad approfondire le conoscenze delle vicende legate alla cosiddetta Spedizione dei Mille, con particolare riferimento alle tematiche del vestiario e dell’approvvigionamento dei volontari militari.

All’interno della mostra, a cura di Otello Sangiorgi, sono inoltre esposti diversi cimeli e documenti di Baroni – tra cui il manoscritto originale delle sue memorie Da Genova a Gaeta e Milazzo -, ricordi della battaglia di Milazzo (20 luglio 1860) e altre uniformi garibaldine originali risalenti alla Spedizione dei Mille.
Un’opportunità preziosa e sorprendente per scoprire una pagina sconosciuta ai più dell’epopea risorgimentale italiana.

Alla vicenda di questo rarissimo oggetto e alla storia del suo proprietario Primo Baroni è dedicato l’ultimo numero del Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna (anno LXX, 2025), a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi, che sarà presentato al Museo civico del Risorgimento giovedì 5 marzo 2026 alle ore 17.00.  Il volume è disponibile presso la biglietteria del Museo al prezzo di vendita di € 15.

Durante il periodo di apertura della mostra, sono inoltre proposti appuntamenti di approfondimento in programma tra il Museo civico del Risorgimento e il Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna.

Domenica 22 febbraio 2026 ore 11.00
Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5
Visita guidata alla mostra con Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore)
Costo di partecipazione: biglietto museo

Giovedì 5 marzo 2026 ore 17.00

Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5
Presentazione del volume Un mese di cattura, un giorno di marcia, mezza giornata al fuoco, e due mesi di ospedale. Storia del garibaldino Primo Baroni e della sua uniforme a cura di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi (Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna, anno LXX, 2025)
Intervengono:
Mirtide Gavelli (storica)
Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore mostra)
Andrea Spicciarelli (storico e direttore Ufficio Storico dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini “Giuseppe Garibaldi”)
Andrea Viotti (studioso di storia del costume e delle uniformi e collaboratore dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito)
Ingresso: libero

Domenica 15 marzo 2026 ore 11.00
Museo civico del Risorgimento | Piazza Giosue Carducci 5
Visita guidata alla mostra con Otello Sangiorgi (direttore Museo civico del Risorgimento di Bologna e curatore)
La visita si svolge nell’ambito della rassegna La Cucina Letteraria di Slow Food Bologna.
Costo di partecipazione: biglietto museo

Domenica 15 marzo 2026 ore 15.00
Cimitero Monumentale della Certosa | Via della Certosa 18
Si scopron le tombe, si levano i morti… Garibaldi e garibaldini in Certosa
Visita guidata con Mirtide Gavelli (storica)
Una passeggiata alla coperta di chi ha contribuito alla causa nazionale durante il Risorgimento, al fianco dell’Eroe dei Due Mondi.
Costo di partecipazione: gratuito
Prenotazione consigliata: prenotazionicertosa@gmail.com
Ritrovo: Info Point storico artistico (cortile chiesa di San Girolamo della Certosa)

Il progetto espositivo si avvale del patrocinio dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini “Giuseppe Garibaldi”ed è realizzato in collaborazione con l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano – Comitato di Bologna e dell’Associazione Amici della Certosa di Bologna.

La storia
Il nome di Giuseppe Garibaldi è spesso associato alla sua impresa più importante, la cosiddetta Spedizione dei Mille volontari partiti da Quarto che nel 1860 abbatterono la dinastia borbonica, e consegnarono la Sicilia e l’Italia meridionale a Vittorio Emanuele II, poi proclamato primo Re d’Italia. In realtà, nel corso di quella campagna militare – che iniziò a maggio e si concluse a ottobre – furono organizzate molte altre spedizioni di volontari che si aggiunsero ai più celebri Mille. A una di queste, comandata da Clemente Corte, partecipò anche Primo Baroni.
La spedizione di Corte fu probabilmente la più sfortunata: i suoi 900 volontari, partiti da Genova un mese dopo i Mille, pochi giorni dopo furono bloccati da navi borboniche e portati al porto di Gaeta, dove rimasero molti giorni. La nave che li portava batteva bandiera americana, e questo permise di evitare loro l’arresto, ma dovettero tornare a Genova. Il 10 luglio partirono di nuovo e questa volta giunsero a Palermo il 18 luglio.
Non ebbero nemmeno il tempo di sbarcare: Garibaldi aveva fretta di prendere Milazzo, l’ultima piazzaforte della Sicilia ancora in mano ai borbonici, e quindi Baroni e gli altri uomini di Conte furono mandati là per combattere.
Mentre erano nel porto di Palermo furono loro consegnati armamento e uniformi: “una blouse di cotonata mista, filettata in rosso, con calzoni di tela crociata”. Quelle uniformi, dall’inconfondibile color caffè, in realtà appartenevano alla spedizione comandata da Vincenzo Malenchini e arrivata da Livorno poco tempo prima; vista l’urgenza, quegli ultimi arrivati furono vestiti alla svelta attingendo ai depositi del Reggimento Malenchini. 
Giunti a Milazzo il 20 luglio, Baroni e i suoi compagni furono subito mandati in battaglia e spediti in un punto particolarmente critico, dove subirono pesanti perdite. Baroni fu proprio uno dei primi a cadere, come lui stesso racconta: “Passammo il canneto al grido di viva Garibaldi, caricando il nemico alla baionetta. Avevo fatto poco più di cento passi, quando mi sentii come un grosso colpo di bastone alla coscia sinistra. Appena avuto il tempo di scorgere il buco prodotto dalla palla caddi a terra”.
Fu proprio grazie a queste circostanze che la sua uniforme color caffè poté essere conservata, l’unica ad arrivare fino a noi.
A causa della cattiva qualità del tessuto, le uniformi color caffè si rovinavano subito, così nel corso della campagna furono distribuite camicie rosse per sostituire quelle logore, che vennero buttate. Ma per Baroni e per la sua uniforme le cose andarono diversamente, come lui stesso annota nelle sue Memorie: la sua “non molto fortunata campagna si riassume in un mese di cattura, un giorno di marcia, mezza giornata al fuoco e due mesi d’ospedale”.
E così ebbe modo di conservare gelosamente il ricordo di quella memorabile giornata e di donarlo nel 1888 al costituendo Museo del Risorgimento di Bologna, città in cui si era trasferito attorno al 1880. 
La giubba reca ancora, nella falda inferiore, il foro della palla di piombo che lo ferì alla gamba sinistra e rappresenta, oggi, un’uniforme unica al mondo.

Le caratteristiche e il restauro
La giubba risulta realizzata in tela mélange di cotone marrone, con ampia bordatura in tela di lana rossa allo sparato anteriore e al bavero, piccoli bottoni semisferici e filettature rosse alle manopole, realizzate in tela di lana rossa su imbottitura in cordonetto di canapa.
La giubba conserva la traccia di un foro di proiettile nella parte anteriore, lungo il margine finale della parte sinistra. Primo Baroni stesso evidenziò il foro cucendovi attorno un cartoncino.
Prima del restauro la giubba appariva interessata da depositi superficiali di polvere e sporco, con una evidente disidratazione delle fibre. Erano visibili numerose lacerazioni in senso ordito su tutto il capo, incluse le tasche con brandelli di tessuto
parzialmente staccati. Si notavano rammendi con filato incongruo e punti grossolani e lacune di diverse dimensioni. Le profilature in lana rossa presentavano piccole rosure di insetto. Si evidenziavano anche macchie dovute probabilmente all’uso, mentre i peduncoli dei bottoni risultavano in precario stato conservativo.
Dopo un attento studio del materiale, la giubba è stata depolverata delicatamente e pulita mediante vaporizzazione ad ultrasuoni a freddo con leggero passaggio di morbide microfibre per la rimozione dello sporco superficiale. 
È seguita poi la messa in forma della giubba mediante imbottitura realizzata ad hoc. 
Quanto al consolidamento, lo stato precario del materiale non avrebbe consentito il passaggio dell’ago senza provocare ulteriori danni al tessuto. È stato quindi tinto in tono e trattato col film termoadesivo un leggerissimo velo di seta che è stato poi applicato all’interno della giubba, in modo da creare una sorta di “seconda pelle” trasparente a sostegno totale del capo.
Le lacune più significative sono state integrate mediante fissaggio a cucito di supporti locali tinti nel colore idoneo, rimuovendo i rammendi incongrui che trattenevano il tessuto in posizione scorretta.
Lungo la fascia in pannetto rosso dell’allacciatura, le numerose piccole lacune sono state integrate inserendo al di sotto un pannetto di lana del medesimo colore, applicando localmente un velo termoadesivo a rinforzo delle parti lacerate e ripristinando tutte le cuciture mancanti.
I peduncoli dei bottoni, in precario stato conservativo, sono stati rinforzati.
Le operazioni di restauro sono state supportate dall’analisi merceologica delle fibre tessili completata da una scheda tecnica corredata da immagini a microscopio digitale.
Il manichino utilizzato per l’esposizione è stato modellato e adattato alla giubba con imbottiture su misura, partendo da un busto preformato standard, per fornire adeguato sostegno al capo e consentirne una corretta lettura tridimensionale.

La ricostruzione grafica
Nella mostra Garibaldini in uniforme dall’Uruguay alle Argonne (1843-1915), organizzata dal Museo civico del Risorgimento di Bologna dal 30 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, sono state esposte le ricostruzioni grafiche di uniformi indossate da diversi corpi di volontari garibaldini tra 1843 e 1915, realizzate nel corso degli anni dal pittore e disegnatore Pietro Compagni sulla base dell’iconografia e di descrizioni coeve.
In quell’occasione Compagni “scoprì” che nel museo era conservata anche la giubba garibaldina color caffè qui esposta, che egli riconobbe essere un reperto assolutamente unico.
Già lo studioso Andrea Viotti nel 1979 aveva scritto un saggio sul Reggimento Malenchini, ipotizzando anche una ricostruzione grafica dell’uniforme unicamente in base alle memorie scritte. Compagni decise così di realizzare, basandosi su quello studio e sul reperto originale, un figurino attendibile dell’uniforme da volontario del Reggimento Malenchini (1860).
Al momento dell’inaugurazione della mostra il disegno non era ultimato, ma si decise di esporlo ugualmente, anche perché questo ci servì per attirare l’attenzione sul cattivo stato di conservazione del reperto, e per lanciare una campagna di raccolta fondi attraverso l’Art Bonus, operazione andata a buon fine.
Nel frattempo, Compagni ha potuto portare a termine anche la ricostruzione grafica dell’uniforme, che viene ora esposta accanto a quella originale, finalmente restaurata.

Il nucleo di uniformi garibaldine del Museo civico del Risorgimento di Bologna 
Il Museo civico del Risorgimento di Bologna conserva un nucleo di 30 uniformi di corpi garibaldini, quasi tutte rosse. 
Di queste poche risalgono al 1860, la maggior parte sono invece relative alla Terza Guerra di Indipendenza (1866), alcune alla Campagna dell’Agro romano (1867) e alla campagna a fianco della Francia contro la Prussia (1870).
Come è noto, le uniformi dei garibaldini vennero spesso realizzate in mancanza di regolamenti precisi che le codificassero e, anche nel caso in cui questi fossero presenti, come nel 1866, i volontari spesso li adattavano alle proprie esigenze e gusti personali. Nella loro multiforme varietà, le uniformi garibaldine del Museo esprimono pertanto quell’approssimazione e quella scarsa attenzione agli aspetti formali che, espresse icasticamente nel modo di dire “alla garibaldina” , consegnano al tempo presente la memoria dei seguaci dell’Eroe dei Due Mondi.

Per approfondire
Presentazione della campagna Art Bonus In mille per la giubba da salvare:
https://www.youtube.com/watch?v=lGOnloPzE2M&list=PLc1n2eDjgXeegS3j9-KaHOfUl-tzSCwSb&t=3s

Relazione di restauro della giubba di color caffè di Primo Baroni eseguito da R.T. Restauro Tessile, Albinea (RE):
https://storiaememoriadibologna.it/archivio/opere/giubba-garibaldina-di-primo-baroni

Schedatura delle uniformi garibaldine conservate al Museo civico del Risorgimento di Bologna:
https://www.storiaememoriadibologna.it/archivio/eventi/le-uniformi-garibaldine-del-museo-civico-del-risorgimento


Mostra
Unica al mondo… La giubba garibaldina color caffè del 1860

A cura di
Otello Sangiorgi

Promossa da
Settore Musei Civici Bologna | Museo civico del Risorgimento

Periodo di apertura
14 febbraio – 22 marzo 2026

Orari di apertura
Martedì e giovedì 9.00 – 13.00
Venerdì 15.00 – 19.00
Sabato, domenica 10.00 – 18.00
Chiuso lunedì, mercoledì

Ingresso
Intero € 5 | ridotto € 3 | ridotto speciale visitatori di età compresa tra i 19 e i 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura

Informazioni
Museo civico del Risorgimento
Piazza Giosue Carducci 5 | 40125 Bologna
Tel. + 39 051 2196520
www.museibologna.it/risorgimento
museorisorgimento@comune.bologna.it
Facebook: Museo civico del Risorgimento – Certosa di Bologna
YouTube: Storia e Memoria di Bologna

Settore Musei Civici Bologna
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Toulouse-Lautrec, Parigi in scena. Firenze prolunga il viaggio nella Belle Époque

Oltre centomila visitatori e una richiesta che non accenna a diminuire: il Museo degli Innocenti prolunga fino al 7 giugno 2026 la grande mostra dedicata a Henri de Toulouse-Lautrec. Un percorso immersivo tra manifesti, notti bohémien e rivoluzioni grafiche che riportano a Firenze l’energia della Parigi fin de siècle.

Toulouse-Lautrec, Parigi in scena. Firenze prolunga il viaggio nella Belle Époque

Serena Galimberti
Fotografia e arti visive contemporanee

L’esposizione non solo ripercorre la parabola creativa di uno dei più grandi artisti di ogni tempo,
ma ci trasporta dentro quel clima unico di Parigi fin de siècle, con i suoi artisti, le luci, le scoperte, il fulgore dell’arte.

Il successo non è soltanto numerico, ma simbolico. Con oltre 100mila ingressi registrati, l’esposizione “Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Époque” si conferma tra gli appuntamenti più seguiti della stagione fiorentina e viene prorogata fino al 7 giugno 2026 . Un risultato significativo per una città abituata ai grandi flussi turistici e alle rassegne di richiamo internazionale, ma che qui ha intercettato un pubblico trasversale: scolaresche, gruppi organizzati, visitatori italiani e stranieri.

La mostra, in anteprima nazionale, è ospitata dal 27 settembre 2025 al Museo degli Innocenti e propone un’immersione ampia e articolata nella Parigi di fine Ottocento. Non si limita a ripercorrere la parabola creativa di Henri de Toulouse-Lautrec (1864–1901), ma ricostruisce un intero clima culturale: boulevard illuminati dalle prime luci elettriche, caffè frequentati da artisti e scrittori, nascita della società di massa e di una nuova comunicazione visiva.

Oltre cento opere per raccontare un’epoca

Il cuore del percorso è costituito da oltre cento opere iconiche dell’artista francese . Tra queste, alcune delle immagini che hanno definito l’immaginario della Belle Époque: Jane Avril (1893), Troupe de Mademoiselle Églantine (1896), Aristide Bruant nel suo cabaret (1893), oltre a litografie, disegni, illustrazioni per riviste come La Revue blanche (1895). Alcuni prestiti provengono dalla Collezione Wolfgang Krohn di Amburgo e dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi.

L’allestimento procede con una scenografia d’epoca, arricchita da arredi originali, oggetti storici, materiali d’archivio, fotografie e video, costruisce un percorso multisensoriale tra il 1880 e il 1900. L’idea è chiara: restituire il contesto. Lautrec è parte di un sistema visivo e sociale in piena trasformazione.

Quando il manifesto invade le strade

Una delle sezioni più dense affronta la nascita del manifesto moderno. Intorno al 1890, complice la crescita industriale, esplode una vera mania del manifesto: caffè, spettacoli teatrali, riviste, prodotti di consumo vengono pubblicizzati con grandi litografie a colori che trasformano i muri di Parigi in una galleria a cielo aperto. L’arte esce dagli atelier e si mescola alla vita quotidiana.

In questo scenario, Lautrec radicalizza il suo linguaggio. Silhouette marcate, linee essenziali, campiture piatte, prospettive ardite e una tavolozza ridotta ma incisiva segnano un distacco dalle idealizzazioni decorative di molta grafica coeva. L’influenza delle xilografie giapponesi – inquadrature asimmetriche, tagli improvvisi, uso espressivo del colore – viene assorbita e trasformata in un lessico personale.

Accanto a lui, il percorso ricorda altri protagonisti della Belle Époque e dell’Art Nouveau: Alphonse Mucha con le sue figure femminili sinuose, Jules Chéret, pioniere della pubblicità moderna, Georges de Feure, Frédéric-Auguste Cazals, Paul Berthon. Non un semplice corollario, ma la dimostrazione di come la grafica diventi arte e l’arte linguaggio urbano condiviso.

Tecnica e modernità: la rivoluzione del colore

La mostra dedica spazio anche alla svolta tecnica che rende possibile questa esplosione visiva. Dalla litografia inventata da Alois Senefelder nel 1798 alla svolta impressa da Jules Chéret a partire dal 1866, con una tecnica che consente di ottenere stampe policrome di grande qualità utilizzando poche lastre di pietra. Lautrec, disegnando direttamente sulla pietra e seguendo ogni fase del processo, porta questa innovazione a maturazione.

Il manifesto non è più solo strumento commerciale: diventa simbolo di un’epoca. Quando l’artista afferma “L’affiche, il y a qu’ ça” (il manifesto, questo è tutto ciò che c’è) sta sintetizzando un nuovo rapporto tra arte e comunicazione, tra estetica e società.

Montmartre: la vita come materia d’arte

Il percorso entra poi nella dimensione biografica e umana di Lautrec. Aristocratico di nascita, ma bohémien per scelta, fisicamente fragile, ma dotato di uno sguardo implacabile, l’artista trova nel mondo notturno di Montmartre il suo osservatorio privilegiato .

Le sezioni dedicate ai ritratti e alla serie Elles (1896) mostrano un approccio lontano dall’idealizzazione. Le donne dei bordelli sono presenze colte nella loro quotidianità: mentre si pettinano, riposano, attendono. Uno sguardo partecipe, mai moralistico, che restituisce dignità a figure marginali.

Non manca il capitolo più drammatico, quello del 1899, quando l’artista viene internato a causa dell’alcolismo e di una forma di demenza probabilmente legata alla sifilide. La serie dedicata al circo, realizzata per dimostrare la propria lucidità mentale, diventa testimonianza di una creatività che si fa strumento di salvezza. “Ho comprato la mia libertà con i miei disegni”, dichiarerà in seguito.

L’Art Nouveau come arte totale

Il contesto si amplia fino all’Art Nouveau, intesa come arte totale che invade la vita quotidiana: mobili, lampade, vetri, gioielli, oggetti d’uso comune. Da Tiffany negli Stati Uniti alla Sezession viennese, dal Liberty italiano al Modernismo spagnolo, il Modern Style rappresenta la risposta estetica a una società industriale in rapida trasformazione.

Firenze, con questa esposizione, sceglie di leggere la Belle Époque come laboratorio della modernità. Un momento di rottura con l’eclettismo ottocentesco e di sperimentazione che ancora oggi influenza la cultura visiva contemporanea.

Un progetto corale

La mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia insieme al Museo degli Innocenti, con il patrocinio del Comune di Firenze, in collaborazione con Cristoforo, Ernst Barlach Museumsgesellschaft Hamburg e BridgeconsultingPro. La curatela è affidata al Dr. Jurgen Doppelstein, con Gabriele Accornero project manager della Collezione. Il catalogo è edito da Moebius.

Partner dell’iniziativa sono Ricola (special partner), Mercato Centrale Firenze, Unicoop Firenze, La Rinascente; mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale; media partner FirenzeToday; educational partner LABA .


Note essenziali

Sede: Museo degli Innocenti, Piazza SS. Annunziata 13, Firenze
Data: fino al 7 giugno 2026
Orari: tutti i giorni 9.30–19.00 (biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti: intero €16, ridotto €14
Informazioni: www.arthemisia.itwww.museodeglinnocenti.it
Hashtag: #ToulouseFirenze


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it>
Redazione Experiences