Come De Coubertin inventò le Olimpiadi moderne

Quando, nel corso dell’Ottocento, lo sport iniziò a diffondersi in gran parte del mondo, era ancora legato a poche discipline popolari: la corsa, il pugilato, il ciclismo, e verso la fine del secolo anche il calcio. In questo clima di rinnovato interesse, il pedagogista e storico francese Pierre de Coubertin (1863-1937) ebbe l’intuizione di rilanciare le antiche Olimpiadi greche, trasformandole in una celebrazione internazionale dello sport. Per lui l’atletica non era solo competizione fisica, ma un veicolo di educazione e di pace, un modo per favorire la comprensione tra i popoli.

La prima edizione dell’era moderna si tenne ad Atene nel 1896. Fu un evento modesto: 241 atleti, quasi tutti uomini e quasi tutti europei, provenienti da appena 14 nazioni. Gli sport previsti erano nove, fra cui ginnastica, lotta, sollevamento pesi, scherma e tiro. Nonostante le dimensioni ridotte, quell’esperimento segnò l’inizio di un rituale che si sarebbe ripetuto regolarmente ogni quattro anni.

Le Olimpiadi successive, a Parigi nel 1900 e a Saint Louis nel 1904, non riscossero grande entusiasmo: inserite nel contesto delle esposizioni universali, dispersero l’attenzione del pubblico e soffrirono di una scarsa organizzazione. Ma già nel 1908, con i Giochi di Londra, la manifestazione acquistò risonanza internazionale: furono introdotte regole più precise, nuove discipline e un maggior numero di partecipanti.

La vera svolta arrivò a Stoccolma nel 1912. Ventotto nazioni e oltre 2.500 atleti gareggiarono in una cornice moderna e ben strutturata. Fu in quella occasione che emersero per la prima volta tensioni politiche e identitarie: Finlandia, Ungheria e Cecoslovacchia non avrebbero voluto competere sotto le bandiere degli imperi cui appartenevano. Nonostante questi contrasti, i Giochi svedesi segnarono l’inizio di quella “universalizzazione dello sport” per la quale Coubertin si era battuto instancabilmente.

La Prima guerra mondiale interruppe la competizione. Quando, nel 1920, le Olimpiadi ripresero ad Anversa, il mondo era cambiato. Ventotto nazioni e 2.800 atleti parteciparono a una manifestazione che fu anche un simbolo di rinascita. Ma la pace non era per tutti: la Germania venne esclusa per la sua responsabilità nell’invasione del Belgio neutrale. Ad Anversa fecero il loro ingresso simboli destinati a durare: la bandiera a cinque cerchi e il giuramento olimpico.

In questi anni iniziarono a imporsi figure leggendarie: l’italiano Dorando Pietri, celebre per la sua drammatica maratona a Londra nel 1908, e soprattutto il finlandese Paavo Nurmi, il “finlandese volante”, che tra il 1920 e il 1928 conquistò nove ori e tre argenti, diventando il mito del mezzofondo.

Col passare delle edizioni, i Giochi si trasformarono in un gigantesco palcoscenico globale. Ogni nazione investiva somme crescenti non solo per superare i record sportivi, ma per esibire al mondo i propri progressi scientifici, tecnologici e organizzativi. Lo sport divenne vetrina identitaria e strumento politico: dalla propaganda dei regimi totalitari negli anni Trenta, alle Olimpiadi della Guerra fredda, fino alle edizioni più recenti segnate da spettacolari cerimonie inaugurali e da un impatto mediatico planetario.

L’idea di Coubertin, nata con l’ambizione di unire i popoli attraverso lo sport, si è così sviluppata in una delle più grandi manifestazioni del nostro tempo. Nonostante contraddizioni e tensioni, i Giochi continuano a incarnare un sogno universale: la competizione come occasione di incontro, il traguardo sportivo come simbolo di progresso condiviso.


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