Goffredo Fofi, ha intrecciato pensiero e azione, sempre dalla parte degli ultimi

Con la scomparsa di Goffredo Fofi si chiude una delle pagine più vitali e combattive della cultura italiana del secondo dopoguerra. Intellettuale irregolare, pedagogo militante, critico appassionato e creatore instancabile di riviste, Fofi ha attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana intrecciando pensiero e azione, sempre dalla parte degli ultimi. La sua è stata una voce fuori dal coro, capace di unire rigore morale, curiosità intellettuale e impegno civile in una forma rara di coerenza e generosità.

Son nato scemo e morirò cretino. Scritti 1956-2021
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Dalle baraccopoli siciliane alla Torino industriale del boom economico, dal fervore del Sessantotto alla disillusione degli anni Ottanta, fino alle battaglie sociali degli anni Novanta, Goffredo Fofi ha attraversato decenni cruciali del Novecento e ha continuato a interrogare il presente nel nuovo millennio, con uno sguardo limpido e un impegno costante. Instancabile promotore di riviste, autore prolifico, iniziatore di progetti culturali, scopritore di talenti, critico senza timori reverenziali, è stato una fonte inesausta di idee e di confronti, capace di mettere in discussione anche sé stesso. Questa raccolta di scritti, riorganizzata con coerenza e profondità, ripercorre la traiettoria di un intellettuale autentico, dal dialogo serrato con grandi figure del Novecento – come Fellini, Bene, Morante, Calvino – alla riscoperta di voci trascurate, fino all’analisi acuta della cultura popolare più viva, spesso colta ben prima che lo facesse il mondo accademico.

Con la morte di Goffredo Fofi, scomparso l’11 luglio 2025 all’età di 88 anni, si chiude davvero un’epoca. Non è un’espressione di circostanza. Con lui scompare uno degli ultimi grandi intellettuali italiani che abbiano saputo coniugare militanza culturale, impegno sociale e spirito critico in modo radicale, scomodo, ma sempre coerente. Fofi non è stato solo critico cinematografico o animatore di riviste, ma una figura-mondo, un testimone attivo dei fermenti, delle contraddizioni e delle delusioni del dopoguerra italiano. Ha attraversato decenni di battaglie culturali con l’ostinazione del pedagogo popolare, sempre dalla parte degli ultimi, degli emarginati, dei non ascoltati. Un uomo di passioni forti, amicizie sincere, entusiasmi contagiosi e rabbie mai del tutto pacificate.

Un’infanzia tra guerra e cinema

Goffredo Fofi nasce a Gubbio il 13 aprile 1937, ma viene registrato all’anagrafe due giorni dopo, il 15. I genitori sono contadini e artigiani: il padre, riparatore di biciclette, emigra presto in Francia con la famiglia in cerca di lavoro. È a Parigi che il giovane Goffredo conosce gli orrori della guerra – testimone bambino di una strage nazista – e al tempo stesso si innamora del cinema, passione che lo accompagnerà per tutta la vita.

Questo doppio imprinting – la violenza della storia e la potenza dell’immaginazione – segna profondamente la sua traiettoria. A diciassette anni, dopo il diploma magistrale, parte per la Sicilia, attratto dall’utopia concreta di Danilo Dolci, il “Gandhi italiano”. A Partinico, nel cuore della Sicilia contadina e mafiosa, partecipa agli “scioperi alla rovescia” con i disoccupati, finendo con l’essere espulso con un “foglio di via”. Quella stagione di lotta segnerà l’inizio di un lungo cammino tra le periferie d’Italia.

L’impegno radicale: tra i poveri, i matti, gli esclusi

Fofi si immerge in un’attività sociale intensissima: lavora in Calabria con i bambini negli ospizi e negli ospedali psichiatrici, dove si trova a dover accompagnare un piccolo paziente a un elettrochoc, esperienza che lo segnerà profondamente. Si trasferisce poi a Roma, entra in contatto con figure fondamentali dell’intellettualità critica del tempo: da Aldo Capitini a Ernesto De Martino, da Norberto Bobbio a Manlio Rossi-Doria. L’incontro più folgorante sarà forse quello con Elsa Morante, che considerava la sua “rabdomante zingaresca”, e con la sua cerchia di giovani amici.

Negli anni successivi, si sposta a Napoli e contribuisce all’attività della Mensa dei bambini proletari. La sua militanza è tutta sul campo, mai solo teorica. Lavora con immigrati, malati, carcerati, rom e disabili. Dove c’è un margine, lì c’è Fofi. E non come osservatore esterno, ma come parte attiva. Il suo metodo è quello della presenza, dell’ascolto, dell’intervento diretto.

Le riviste: luoghi di pensiero e contaminazione

Ma Fofi è anche e soprattutto un creatore di riviste. Dopo l’esperienza fondativa dei «Quaderni piacentini» negli anni Sessanta, autentico laboratorio della sinistra intellettuale indipendente, ne seguiranno altre, ciascuna con una propria identità ma unite da un medesimo spirito aperto e antidogmatico: «Ombre rosse», «Linea d’ombra», «La terra vista dalla luna», «Lo straniero», «Gli asini». Queste riviste non erano solo strumenti editoriali: erano comunità mobili, spazi di incontro e confronto, crocevia tra vecchie e nuove generazioni, tra politica e cultura, tra teoria e pratica.

Nel 2001, quando «Lo straniero» diventa un mensile, Fofi sintetizza così il senso del suo lavoro: ritrovarsi a discutere con insegnanti, scrittori, operatori del terzo settore, cineasti, fumettisti, anche in disaccordo, perché la curiosità è una forma di speranza, nonostante le delusioni. Una delle più grandi, confessò, fu la mancata saldatura tra le energie della cultura libera di sinistra e una forza politica capace di cambiare le cose davvero, negli anni Novanta.

Un mondo controcorrente

Fofi è stato sempre un intellettuale controcorrente. Ammiratore di Camus e Orwell, di Silone, Carlo Levi, Adriano Olivetti e dei teologi “disobbedienti”, ha incarnato un pensiero libertario e un’etica dell’impegno fortemente radicata nella realtà concreta. Si opponeva all’ideologia del progresso cieco e al consumismo, come pure a ogni forma di omologazione. Non mancavano in lui tratti pasoliniani, sebbene con molti dubbi verso l’antimodernismo di Pasolini stesso. Criticava la cultura “come oppio dei popoli”, denunciava il degrado intellettuale come una forma di stupidità organizzata, senza indulgere mai nel cinismo.

I suoi scritti lo dimostrano: da Zone grigie a Non mangio niente che abbia gli occhi (sintesi della sua etica vegetariana), fino a Sono nato scemo e morirò cretino, antologia di articoli che avrebbe voluto come ironico titolo per la sua autobiografia mai scritta. La sua voce ha trovato spazio nelle pagine de l’Unità, del manifesto, del Sole 24 Ore, di Internazionale, Avvenire, Panorama, a dimostrazione di una capacità di dialogo trasversale, senza perdere mai il rigore delle proprie convinzioni.

Il maestro di molti

Accanto alla critica e all’intervento, Fofi è stato anche un talent scout instancabile. Ha scoperto e sostenuto autori oggi centrali nella letteratura italiana, da Alessandro Leogrande a Niccolò Ammaniti, da Elena Ferrante a Giuseppe Genna, da Benni a Lagioia, da Atzeni a Ermanno Rea. Ha scritto con entusiasmo precoce su Vinicio Capossela, ha sostenuto i film di Ciprì e Maresco, ha promosso il lavoro teatrale di Emma Dante e quello cinematografico di Alice Rohrwacher. Era capace di scovare voci e volti fuori dai radar, con l’occhio attento del pedagogo e il gusto del rabdomante.

Il suo lavoro editoriale è stato altrettanto influente: per decenni consulente di case editrici, ha introdotto in Italia autori francesi, nordamericani e latinoamericani poco conosciuti. È rimasta celebre la bocciatura, da parte della casa editrice Einaudi, della sua Inchiesta sugli immigrati meridionali a Torino (1962), che provocò una rottura interna e fu poi pubblicata da Feltrinelli.

L’eredità di un uomo “ostinato e geniale”

Come scrisse Sandro Ferri, editore di e/o, all’indomani della sua morte, Fofi è stato “ostinato e geniale”, capace di creare luoghi di confronto veri, di tenere insieme il pensiero critico e l’impegno concreto. Ha attraversato il secondo dopoguerra italiano come protagonista di un’intellettualità viva, mobile, irregolare, che non ha mai accettato compromessi con il potere, né si è lasciata sedurre dalla fama.

Amava la solidarietà come forma di rivolta. Credeva che la cultura dovesse servire a trasformare la realtà, non a celebrarla. Ha speso la sua vita accanto agli esclusi, non per carità, ma per giustizia. E proprio per questo lascia un vuoto difficilmente colmabile in un tempo che sembra aver smarrito il senso dell’impegno e della responsabilità. La sua voce, ruvida e limpida, continua a interrogarci. E a ricordarci che pensare, per davvero, è un atto di rivolta.


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