
Come uno Champagne Rosé?
A volte mi sembra di scrivere una serie per Netflix, dove ogni episodio rimanda a quello successivo. Nelle note che esamino le vicende non hanno, però, lo stesso colore con cui le riporto. Sono note stringate, confuse, a volte complicate da comprendere, ma io devo pur raccontarla questa storia. Tento di spiegarlo a Lilli, ma non mi ascolta. Mi invita piuttosto a sedermi in salotto per un aperitivo. In occasione del rientro a casa ha preparato uno stuzzicante vassoio di blinis con panna acida e salmone affumicato. La sorpresa maggiore è stata, però, la bottiglia di Champagne Brut Rosé – Veuve Clicquot servita alla giusta temperatura di sei gradi. Da fare invidia a un sommelier. È la “declinazione”, quella Rosé, che Lilli ama in modo particolare. Per questo motivo nostro figlio ha voluto farcene omaggio, inducendoci a mettere la bottiglia in valigia anziché berla insieme, come avremmo voluto noi.
Un modo per augurarci un buon ritorno. Soprattutto un modo per festeggiare come Lilli ed io siamo riusciti a rendere possibile l’impossibile. Anche questa volta. L’impossibile era per me poter tornare a mettere mano sulla casa di Creil a distanza di oltre vent’anni. Ora, più che mai, colloquiare con quelle pietre mute mi ha fatto capire il legame imprescindibile che esiste tra vita e architettura, tra passato e presente, come dire, fra intangibile e tangibile.
Con sguardo amabile Lilli mi chiede, per cortesia, di tacere e rilassarmi, per gustare l’aperitivo e il pranzo che ha apparecchiato, così da godere la nostra ritrovata intimità familiare. D’accordo, ma io sento un irrefrenabile bisogno di raccontarle quello che ho fatto stamattina. Preferisce ascoltarmi più tardi, e suggerisce di ricordare insieme quel giorno d’autunno in cui per la prima volta ha pranzato a casa mia. Frequentavamo ambedue la medesima sezione del Liceo, lei il primo e io il secondo anno. Non dimentico l’emozione di certi momenti. Era anche la prima volta, mi racconta, che ha gustato un vero Champagne francese. In quel caso, un Moët & Chandon. Faceva parte di una piccola selezione di bottiglie pregiate che mio padre teneva ad avere sempre disponibili qualora un amico avesse condiviso la nostra tavola. La bizzarria è che mio padre era astemio, ma questa fissazione l’ha sempre divertito. Quando l’ho incontrato l’ultima volta, ha insistito che assaggiassi un’annata particolare di Amarone.
Così, come facemmo allora, diventando oramai un’abitudine, anche a tavola abbiamo proseguito a pasteggiare col Rosé aperto in salotto, fino a vedere il fondo della bottiglia. Temi del nostro colloquiare “en passant” sono stati naturalmente lo Champagne, Reims, “le méthode champenoise”, e la storia di questa nota maison iniziata quando nel 1772 Philippe Clicquot, uomo d’affari e proprietario terriero, fondò “un négoce de vin à l’enseigne Clicquot”. In azienda entrò anche il figlio François, ma la sua prematura perdita lasciò in gramaglie la moglie, Madame Clicquot Ponsardin, alla giovane età di 27 anni. Nonostante il dolore, che funzionò da spinta, animata da un travolgente spirito imprenditoriale, la Veuve (vedova) Clicquot prese in mano le sorti dei vigneti e continuò le sperimentazioni del marito alla ricerca di nuove cuvée, che fece conoscere e apprezzare in tutta Europa.
Chissà perché ogni cosa sembra riportarmi a Creil per poi parlare di coincidenze, che non lo sono affatto. Nel caso della Veuve Clicquot si trattava di aggirare il blocco continentale imposto da Napoleone Io Bonaparte con lo scopo di colpire l’economia inglese. Nel caso di Creil, sessantacinque anni dopo, occorreva superare gli eventi tragici e luttuosi della guerra franco-prussiana innescata da Napoleone IIIo, suo nipote. Lilli ed io abbiamo continuato il discorso senza soluzione di continuità, prendendo il caffè nello studio, come facciamo dopo pranzo. Una stanza di cui amiamo particolarmente la luminosità nelle ore pomeridiane.
Ho iniziato a parlare di Creil usando un paragone. Contrariamente a quanto pensano talvolta i principianti, nulla del passato spumeggia all’improvviso come se stappassimo una bottiglia di Champagne. Così come – ironizzava Marc Bloch – i documenti non saltano fuori casualmente, qua e là, quasi fossero il frutto di un impenetrabile disegno divino. La loro presenza, o la loro assenza, dipendono sempre da scelte umane, che devono essere comprese e analizzate. Mi riferisco in special modo al malloppo di carte che Marcel mi ha affidato il pomeriggio in cui siamo andati a Petit-Montrouge. Mi ha detto di averle reperite nel castello del padre di Émile, aggiungendo che mi avrebbero attratto molto. Questo è certo, perché – volendo proseguire il ragionamento di Bloch – le questioni legate alla trasmissione di taluni materiali riguardano profondamente la vita del passato, ma analizzate permettono di chiarire il presente. In gioco c’è il modo in cui la memoria si è trasmessa di generazione in generazione. Nel nostro caso, da Émile a Vivienne, da Vivienne a Gaspard, da Gaspard a Marcel. E tutto ciò interessa la nostra storia.
Sto parlando di questi documenti ai quali solo ora ho dedicato l’attenzione che meritano. La maggior parte sono di natura tecnica. Libretti di misure raccolte in cantiere, oppure ruolini, una sorta di taccuini usati per registrare manodopera, materiali di approvvigionamento, liste delle fasi di svolgimento dei lavori programmati e dei tempi effettivi di realizzazione. Marcel mi ha raccontato, che frugando in un armadio rimasto da lungo tempo chiuso, ne ha tratto, per caso, un faldone polveroso, assemblato nel miglior modo possibile. Sulla copertina di tela logora riportava un’etichetta strappata, dove di leggeva «Note per…». Probabilmente «Note per la direzione dei lavori» o giù di lì.
La scrittura è quella di Émile e il manoscritto principale è una compilazione metà diario, metà promemoria, con trascrizioni più o meno brevi. Paiono dichiarazioni orali, annotate in modo freddo e distaccato, sovente in terza persona, quasi degli “aide-mémoires, aiuti per la memoria”, conversazioni di cui voleva ricordare i punti salienti. A volte sembrano parole di estranei, altre volte considerazioni del tutto personali, tanto da portarmi a chiedere, leggendo: Era questo che Émile pensava? Era questo che si proponeva di fare? Era veramente orientato a fare così? Vista la natura dei contenuti, non c’è da meravigliarsi che il malloppo sgualcito sia rimasto custodito fra tante altre carte nel castello dei suoi genitori. Dopotutto è qui che Émile ha progettato la nuova abitazione; è qui che ha vissuto nel corso dei lavori con Vivienne in attesa che la loro nuova casa fosse edificata.
Concludendo, quando meno te lo aspetti, la vita del passato sembra saltarti agli occhi per un caso fortuito. Ma non c’è nulla di fortuito e non sai se sorridere o sospirare.
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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