
Nulla è possibile senza un tetto
Come leggerle queste carte? Le ho portate in studio per passarle allo scanner e spedirle via e-mail a Eulalie e Alizée. È una giornata con nubi grigie cariche di pioggia. Anziché rimanere all’oscuro ho alzato del tutto l’avvolgibile. Ora, oscure mi sembrano ancor più queste parole. Con chi ce l’ha Émile? Sono convinto che si stia rivolgendo a un disegnatore un po’ sprovveduto, come quello che abbiamo avuto per anni in studio: meticoloso a cogliere pagliuzze nei disegni di tutti e poi non rilevava i suoi errori, grandi quanto una trave.
«Prima di prendere in mano una matita – si raccomanda Émile – devi sapere cosa vuoi. Abbiamo disegnato le planimetrie, ora riesci a vedere l’alzato? Cioè, riesci a vedere la casa in piedi, con i suoi piani, la soffitta, le sue finestre, e così via? Beh, dovresti prima immaginare questo edificio come se esistesse davvero…». Per esperienza, io stesso so bene che avere l’architettura negli occhi è molto difficile. Parlo di certi disegnatori che dopo avere delineato una pianta non riescono a percepire subito come si presenterà compiuto il loro edificio. Da un piano orizzontale, non sono capaci di immaginare una sezione o un prospetto, se non dopo averli effettivamente disegnati. Questo, dunque, è sempre stato un vizio comune. Ieri come oggi.
Eppure, soprattutto chi è appena uscito dall’università, si sente un riformatore dell’architettura. «Per questo disegni finestre rotonde? – protesta Émile – Non lo sai che i telai delle finestre rotonde sono difficili da montare? Che non funzionano bene neppure le serrature o le imposte. Non ti sei accorto che le finestre dello scalone principale che hai disegnato sono tagliate a metà dai gradini? Tu riusciresti ad aprirle? Capisci che basterebbe un calcio per mandare in frantumi il vetro?». Col tempo, maturando, molti neoarchitetti smusseranno le loro pretese. Per cui non c’è da meravigliarsi se Émile è costretto a farsi aiutare da un ragazzotto di paese.
In compenso, questi suoi appunti permettono di capire – a me, a voi – come abbia appreso per intero la lezione dei maestri ancora meglio di un neolaureato e, magari, di qualche archistar di oggi in vena di composizioni ad effetto. Quando, infatti, si comincia a concepire un edificio, dopo avere rappresentato la planimetria con rigore e chiarezza, è essenziale non fermarsi alla sola articolazione degli spazi interni, ma spingersi a immaginarne anche e soprattutto la copertura. Da Vitruvio Pollione, vissuto sotto Augusto, a Ottocento inoltrato tutti i trattatisti affermano questo medesimo principio. Perché se un edificio ha senso, vale in quanto accoglie, protegge, mette al riparo i suoi abitanti.
Nulla di tutto ciò è possibile senza un tetto. È la copertura, infatti, a coronare la costruzione, a renderla uno spazio abitabile, chiuso e sicuro. È il culmine logico e funzionale di ogni architettura. Sul suo quaderno, Émile abbozza due parallelogrammi che si intersecano. Questa forma offre una soluzione precisa quanto rigorosa proprio alla questione della copertura. Il fine è evidente: desidera spezzare la monotonia dei prospetti troppo uniformi attraverso un gioco di volumi, senza necessariamente ricorrere all’utilizzo di elementi unicamente decorativi.
Sopra i muri perimetrali, innalza tetti con un’inclinazione di 60 gradi, la più adatta per accogliere lastre di ardesia. Questa pendenza, frutto di esperienza più che di convenzione, garantisce che la neve scivoli via senza accumularsi e senza che il vento, anche il più impetuoso, provochi danni. In quanto roccia scistosa, formatasi con la sedimentazione di calcari e argille, l’ardesia non è, infatti, la migliore delle pietre da adoperare in copertura. Émile è consapevole che l’acqua piovana potrebbe infiltrarsi nelle lastre; ma una lunga pratica edilizia gli permette di fare ricorso a opportune tecniche costruttive, per supplire ai limiti dei materiali. Per questo l’uso dell’ardesia fu favorito da coperture mansardate e abbaini, permettendo la fioritura del gotico-flamboyant.
La stessa inclinazione di 60 gradi è mantenuta anche per i tetti che coprono il parallelogramma minore. Trattandosi di un corpo architettonico meno spesso rispetto al principale, per questioni di geometria elementare, la sua copertura andrà a intersecarsi con quella maggiore, generando angoli rientranti che, nel linguaggio tecnico dell’architettura, Émile chiama “noues” e noi compluvi. Sono punti delicati, in cui si raccolgono le acque piovane, in cui si gioca parte della tenuta e della funzionalità del tetto. Si ottiene così una copertura articolata, composta tuttavia da pochi elementi logici e armonici. Ed è bene ricordarlo: quando si tratta di tetti, la semplicità è sempre una virtù raccomandata. L’acqua, più di ogni altro agente atmosferico, è il pericolo numero uno, perché trova rifugio in ogni anfratto mal congegnato.
Passiamo ora alle scale – continua Émile – Ne abbiamo due, e ciascuna deve poter raggiungere comodamente l’ultimo livello. Questo implica che le loro murature debbano superare in altezza il cornicione dell’edificio. Le scale, quindi, formeranno due volumi emergenti rispetto al tetto. Il volume principale sarà coperto a forma di piramide; l’altro, relativo alle scale secondarie, avrà una struttura conica. Questi due elementi, pur funzionali, aggiungeranno varietà e slancio verticale alla composizione generale. La forma è una pura scelta estetica. Dal che è facile capire, che superate le questioni tecniche, tutta quella congerie neogotica di archi ogivali, finti contrafforti, torri merlate, erano pure scelte di maquillage, nient’altro che effetti decorativi, trucchi più o meno eccessivi come quelli di certe anziane signore troppo bistrate, al contrario di giovani donne tutte acqua e sapone.
Il tetto, in questo progetto di Émile, non si limita a coprire. Diventa uno spazio da abitare, perché è abbastanza alto. Il disegno rigoroso dei prospetti, il loro sviluppo lineare, consente infatti di sfruttare un terzo livello. Nel corpo principale esposto a sud-est, che è l’orientamento migliore, Émile dispone le camere per gli ospiti, formando in tal modo un’area separata e collegata agli ambienti sottostanti dalla scala principale. Realizza due ampie stanze da letto con le loro toilette e wc, nonché due camere più piccole. In tutte c’è la presenza di un camino. Sul lato opposto del piano, in diretta comunicazione con la scala di servizio, colloca facilmente quattro camere per i domestici, un water-closet e un ripostiglio ad uso del personale.
Anche sopra l’edificio delle scuderie, delle rimesse, e del lavatoio, sempre in soffitta ricava altre tre o quattro stanze per il cocchiere e il giardiniere.
In questa elaborazione volumetrica, non meno importante è l’attenzione alle altezze interne, che determinano la qualità dell’abitare. Il piano terra è sollevato di un metro e cinquanta rispetto al livello naturale del terreno, al fine di isolare dall’umidità gli ambienti e areare le sottostanti cantine. È inutile dilungarsi sulle misure, perché è chiaro che luce e aria aumentano quanto più l’edificio si eleva. Quindi, le stanze potranno ridursi adeguatamente in altezza.
Il disegno architettonico ha ormai preso forma compiuta. La facciata, che sembrava l’ultima delle preoccupazioni, diventa la sintesi visiva di un’intera costruzione. Non è fine a sé stessa, ma il riflesso coerente di tutto ciò che vi sta dietro: spazi interni, percorsi, servizi. È così che nasce un edificio ben progettato – sottolinea Émile – Non scaturisce di sicuro da un’idea isolata e fantasiosa, come i più sembrano credere, ma da un pensiero complesso e coerente, che unisce geometria e necessità, estetica e funzione. Dalla planimetria alla copertura, ogni dettaglio si accorda al successivo in una catena logica che è, in fondo, l’anima stessa dell’architettura.
C’è bisogno, a questo punto, di ricordare quanto lamentava papà Bernard sull’autorevolezza da richiedere a un direttore dei lavori, quando è pure un progettista? Per stabilire una disciplina in un cantiere – confessava l’anziano capomastro a Émile – la risposta è nei fatti: occorre dimostrare di conoscere bene il progetto e le sue difficoltà di esecuzione. Nessuno ne sa di più di chi lo ha ideato. Le opinioni, i commenti di estranei e perdigiorno, non sono che chiacchiere: lasciano il tempo che trovano.
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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