«Ho visto pochi uomini felici, forse nessuno: ma ho visto spesso cuori contenti. La felicità non ha segni esteriori; per riconoscerla, bisognerebbe leggere il cuore dell’uomo felice; ma la contentezza si legge negli occhi, nel portamento, nell’accento, nell’andatura, e sembra comunicarsi a chi la vede».

Non sono parole di Éléonore che però trovo nel suo diario. È una citazione da Jean-Jacques Rousseau e la contentezza citata, Éléonore la riferisce a loro tre amici: Vivienne, Émile, sé stessa. 

Chiarisce che sovente, insieme a Vivienne, era divenuta abitudine di andare a spasso all’aria aperta tra i boschi che circondavano la tenuta, per poi adagio adagio risalire il poggio. Quel giorno a loro si era unito anche Émile. Un fatto eccezionale, perché era forse l’ultima volta che potevano soffermarsi sotto il castagno. Papà Bernard, in prossimità, già cominciava ad ammucchiare materiali per l’allestimento del cantiere in vista dell’inizio dei lavori.

Éléonore, dal canto suo, era ormai prossima a concludere un libricino del filosofo ginevrino intitolato “Le fantasticherie del passeggiatore solitario”, uscito postumo e incompleto, forse l’ultimo dei suoi lavori. Lo aveva portato con sé, per leggerne qualche passo. Quando furono all’ombra, aprì il libro e si rivolse a Émile, come se da lui si attendesse una risposta: «Gli alberi, gli arbusti, le piante sono l’ornamento e il vestito della terra. Nulla è così triste come l’aspetto di una campagna nuda e spoglia che non mostra agli occhi che pietre, limo e sabbia. Ma vivificata dalla natura e rivestita del suo abito da sposa, in mezzo al corso delle acque e al canto degli uccelli, la terra offre all’uomo nell’armonia dei tre regni uno spettacolo pieno di vita, di interesse e di fascino, il solo spettacolo al mondo di cui i suoi occhi e il suo cuore non si stancano mai».

Prese fiato, guardò intorno la natura, e riprese a leggere: «Fuggendo gli uomini – aggiunge Rousseau – cercando la solitudine, non immaginando più, pensando ancor meno, e tuttavia dotato di un temperamento vivace che mi allontana dall’apatia languida e malinconica, cominciai a occuparmi di tutto ciò che mi circondava, e per un istinto molto naturale diedi la preferenza a quanto mi è di più gradito. Il regno minerale, fra i tre regni, non ha in sé nulla di amabile e attraente».

Émile, non si scompose, scrive Éléonore nel suo diario. Rimase per qualche attimo in silenzio, poi si alzò e invitò le ragazze seguirlo: «Mi piacerebbe che qui con noi ci fosse il signor Rousseau: lo convincerei del contrario. Io non sono un naturalista che vaga con nonchalance – come lui stesso afferma – confrontando una pianta all’altra, per notarne relazioni e differenze. Nei prossimi giorni non sarò qui per prendermi dei divertimenti dolci e semplici che mi distraggano dalle umane sfortune. Io sono qui per osservare la natura e comprendere come ha operato nel tempo».

«Comprendere la situazione, decidere il da farsi – Parlava con tono pacato, suadente – Abbiamo un ottimo terreno calcareo, da cui potremo persino ricavare pietre o pietrisco adatti alla costruzione. Qui, sui pendii più bassi, abbiamo argilla sabbiosa piuttosto pulita, con cui faremo mattoni. E, guardate lì, c’è la sorgente d’acqua dolce che proviene dal bosco e sgorga sotto il livello più basso degli strati calcarei. La metteremo facilmente in sicurezza e la condurremo lungo la casa, dove sarà doppiamente utile, perché ci fornirà l’acqua per le necessità domestiche e convoglierà in un canale di scolo tutti i liquami e le acque sporche della casa, che scaricheremo in quel vecchio scavo che vedete alla vostra sinistra».

Éléonore, nelle sue note, non parla di quanto quel pomeriggio Émile spiegò, non avrebbe avuto le conoscenze tecniche per trascriverne i concetti. Émile sì. Nel suo brogliaccio ha annotato tutto e io cercherò di riportarlo nella maniera più semplice, come se ascoltassimo le sue parole rivolte a Éléonore e Vivienne: «Già scorgo un problema, fin troppo comune in questa zona. Mi sembra che il terreno non sia affatto vergine, non si presenta nelle condizioni in cui lo hanno posto i fenomeni geologici. Noto che è già stato sfruttato in alcuni punti. È ragionevole credere che ci imbatteremo in alcune di quelle cave di pietra da taglio condotte con negligenza. I giacimenti vengono aperti e poi abbandonati, alla ricerca di una buona pietra da costruzione rispetto a una di qualità inferiore.

Tra le pietre calcaree – insieme ad alcune arenarie – si trovano materiali facilmente estraibili e lavorabili, ma non tutte le varietà si comportano allo stesso modo. Alcuni calcari sono più duri, altri più teneri. Non sempre, tuttavia, quelli più compatti risultano i più resistenti nel tempo. In molti casi, i calcari contengono una certa quantità di argilla, e poiché questa trattiene l’umidità, durante le gelate tende a gonfiarsi e a provocare fratture nei blocchi, pur essendo composti principalmente da carbonato di calcio e da silice in proporzioni variabili. Al contrario, i calcari privi di argilla offrono una maggiore resistenza all’umidità e sono meno soggetti ai danni causati dal gelo.

Quando gli strati sono stati messi a nudo dall’erosione, come accade in questa situazione, si possono distinguere facilmente i materiali di buona qualità da quelli difettosi. Osservate, ad esempio, quella grande massa scura: il suo bordo, liscio e spoglio, è ricoperto da licheni cresciuti nel corso dei secoli. Si tratta di un ottimo calcare, poiché i licheni si sviluppano molto lentamente e riescono ad attecchire solo su pietre che resistono alla degradazione atmosferica, conferendo alla superficie quel caratteristico aspetto grigio a macchie.

Al contrario, guardate ora quello strato di un bianco quasi immacolato, che a prima vista sembrerebbe solido. In realtà, quell’aspetto compatto è solo apparente: ogni gelata ha eroso leggermente la superficie, provocandone il deterioramento. Provate a toccarla: vi resterà della polvere bianca sulle dita, segno che la roccia si sta sfaldando. Infatti, sotto questo strato bianco si notano sul prato delle minute scaglie calcaree, mentre sotto il blocco grigio, più resistente, l’erba è pulita, priva di depositi.

Per questo motivo, è fondamentale che un architetto, prima di costruire, visiti personalmente il terreno e osservi attentamente il comportamento degli strati rocciosi all’aria aperta. Purtroppo, devo constatare che questo tipo di verifica è poco praticato dai miei colleghi. Meno che mai lo fa la gente comune che si affida a persone inesperte per costruire la sua casa. Il signor Rousseau su questo avrebbe concordato con me e magari non si sarebbe più sorpreso quando interi villaggi, costruiti su declivi argillosi, scivolano a valle. Tocca a me, architetto coscienzioso, evitare certi pericoli».

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
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