«Hey everyone, it’s so good to see you! Come on in and sit down». Appena queste poche parole, rivolte a un gruppetto di studenti provenienti da varie Università europee venuto a farmi visita in studio, accompagnati dal loro tutor. Stanno seguendo un corso di lingua italiana, incentrato su architettura e arte, per cui stamattina nel mio studio si parlerà esclusivamente in italiano. Risiedono temporaneamente nella tenuta vinicola di Riccardo, figlio di un mio amico. Ve li presento: Sara viene dall’Escola Tècnica Superior d’Arquitectura de Barcelona, Camille dall’École Nationale Supérieure d’Architecture de Paris-Malaquais, Elisabeth dalla Technische Universität Graz, Peter dalla Bauhaus-Universität Weimar. Il tutor agisce semplicemente da facilitatore nelle relazioni educative. In pratica, oggi il prof. sono io.

Per presentare tutti, Riccardo si è laureato qualche anno fa in Marketing Management alla Bocconi University di Milano, trascorso postlaurea un breve periodo al Nord, ha preferito tornarsene a casa e ora, dopo aver preso moglie, ha ridato vigore alle vigne di famiglia affacciate sul mare stupendo della Costa Saracena. È Il versante litoraneo compreso tra le spiagge di capo d’Orlando e il promontorio di Capo Calavà, che prosegue fino a Tindari.

Riccardo affianca alle sue pregiate bottiglie di vino – che distribuisce nei migliori ristoranti e che esporta soprattutto all’estero – un’attività di riflesso legata all’arte, e in questa scelta qualche responsabilità ce l’ho anch’io. Così, con l’obiettivo di sviluppare progetti diversi, accoglie pittori e scultori con proposte di Residenze d’artista, ma anche corsi di formazione di architettura e arte rivolti a studiosi e studenti di tutta Europa. I giovani di questa mattina, ne sono un esempio concreto. Riccardo ha voluto che parlassi loro di questa mia esperienza parigina, per cui appena saputo del mio rientro non si è fatto scappare l’occasione. Ieri mi hanno invitato da loro, alla tenuta; stamani mi hanno fatto visita in studio.

A proposito di occasione, ho desiderato che partecipasse anche il figlio della signora dell’ultimo piano. Frequenta un corso di dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo. Sua madre ogni tanto suona il campanello dello studio, sbandiera un ampio sorriso, e mi offre una guantiera di dolci fatti in casa. Ha imparato da suo padre pasticcere, a Napoli, e da generosa napoletana qual è non c’è Pasqua senza l’immancabile pastiera. Questo per compensare i miei consigli disinteressati di professionista che rifiuta di farsi pagare per le sue piccole richieste, se non col piacere della cordialità reciproca.

Nel corso della mia attività, varie volte ho ricevuto studenti impegnati nei loro stage. Mi sono sempre trovato bene con i giovani. Scherzando, dico loro che rendono giovane anche me, pur prendendo atto di come cambi la mentalità col trascorrere del tempo. Quelli di oggi non sono affatto disattenti, come comunemente si dice, rispetto ai nostri anni. Sono attenti in un modo diverso. Non ho mai avuto difficoltà a mantenere vivo il loro interesse, perché racconto la realtà senza idealizzazioni o abbellimenti. Studiare è meraviglioso per chi fa un lavoro creativo come il nostro. Occorre trovare il modo di farglielo capire. Quando se ne vanno, sia loro che io, siamo sempre pronti a ricominciare da capo.

La mente è un contenitore prodigioso: più la si alimenta, più spazio sembra trovare per accogliere l’amore per tutte le manifestazioni della vita. Il sapere ne fa parte. Tuttavia, come sulla la mia scrivania ben tenuta, anche il sapere ha bisogno di ordine. Accumulare conoscenze senza un criterio equivale a stipare carte a casaccio: nulla si trova mai al momento giusto. Occorre disciplina e la disciplina, mantenuta in uno studio come il mio, consiste pure in un piccolissimo principio: non lasciare che il lavoro si accumuli in sospeso, per ritagliarsi ore a favore del proprio tempo libero. Per un respiro, per guardarsi vivere.

«Come hai cominciato a fare architettura?». È questa la domanda che incuriosisce i giovani.

Né più né meno di come cominciano tutti, rispondo. Paghi un bollettino in segreteria e ti iscrivi all’Università. Ridono, e questo è un buon inizio. Più che parlare di me – continuo – preferirei piuttosto proseguire il discorso iniziato ieri pomeriggio e rispondervi parlando di come ha cominciato Émile, il progettista della casa di Creil di cui mi sto prendendo cura. Mi piacerebbe farvi comprendere come un giovane, anche allora, dovesse districarsi fra grandi difficoltà. Evocare il percorso di Émile, è come se nel suo racconto potessero trovare eco le mie esperienze trascorse, che in futuro probabilmente saranno anche le vostre.

Émile, appena uscito dal collegio, dove aveva frequentato il liceo, trovò impiego presso uno studio di architettura. Non ha cominciato progettando, ma semplicemente copiando: prospetti, piante, disegni di edifici di cui non conosceva né l’origine né l’età, né tantomeno la funzione. Un lavoro silenzioso, monotono, che affinava però l’occhio e la mano. Poi passò a colorare i disegni. Nel frattempo, seguiva corsi di geometria, matematica, disegno d’ornato. Tutto aveva un solo scopo: prepararsi a superare l’esame di ammissione all’École des Beaux-Arts. Esame rigidissimo e selettivo.

In questa prestigiosa istituzione – racconta con sarcasmo Émile – non si veniva istruiti nel senso consueto: in qualche modo, si veniva messi alla prova. Lì si correva dietro a medaglie, si gareggiava nei Salon, si aspirava a vincere il Grand Prix de Rome. Per tre anni Émile frequentò i corsi necessari a ottenere il diploma, sommando così cinque anni di studio: due di preparazione, tre alla Scuola di Belle Arti. Nel frattempo, doveva però sostenersi. Le sue risorse bastavano appena a pagare in città la pigione, i pasti e qualche indumento. Così trovò lavoro a tanto l’ora presso un altro studio di un noto e occupatissimo architetto. Anche qui, il lavoro era ripetitivo: disegnava lucidi di progetti. Sempre e solo lucidi. Raramente gli erano affidati anche particolari d’esecuzione, che avrebbe dovuto redigere – Dio sa come! – senza avere mai avuto l’opportunità di vedere come una costruzione nascesse davvero. Quello che gli mancava era la conoscenza del cantiere, ovvero il contatto con la materia viva dell’edilizia. Ma l’inesperienza gli veniva colmata dagli operai e dai maestri muratori, che correggevano i suoi disegni a volte inaffidabili. Quel metodo, per quanto pratico, ovviamente non gli bastava. In quanto tempo avrebbe acquisito la padronanza della professione?

Fu allora che, con una piccola somma risparmiata e qualche sostegno da parte della famiglia, Émile decise di viaggiare. Lasciò il tavolo da disegno e cominciò a osservare l’architettura sui monumenti costruiti. Edifici reali e non più mostrati solo sulla carta. Alcuni monumenti ancora integri, altri cadenti o addirittura diruti. Voleva capire non solo come si costruiva, ma principalmente perché questi edifici finissero in rovina. Dove si annidava l’errore? Studiò l’architettura sui tetti crollati, sulle colonne e sugli archi sbilenchi, sui muri scrostati e spanciati. Passarono così altri cinque anni. Finalmente, ora conosceva la materia, i metodi, i difetti. In conclusione, poteva dire di saper fare l’architetto, eppure, ancora non aveva costruito di suo nemmeno una cuccia per cani.

Fu un protettore a introdurlo in un ufficio tecnico pubblico. Ma lì, le cose non andavano come si aspettava. Le logiche erano altre, i metodi usati spesso contrastavano con quanto aveva appreso sul campo. Quando provava a far notare certe incongruenze, i superiori lo zittivano con sufficienza. Il dissidio tra ciò che sapeva e ciò che vedeva fare era troppo grande per poter restare un giorno di più. Per fortuna – perché mettetela come volete, ma nella vita occorre sempre capire quando passa il treno – un’occasione si presentò a fargli voltare pagina.

Una grande compagnia commerciale stava per costruire un complesso industriale. Avevano già assunto un architetto, che proponeva edifici in stile romano: colonne, timpani, grandiosità di marmo. Questo aveva appreso quell’architetto all’École des Beaux-Arts: una monumentalità inconcludente. Al contrario, i committenti volevano qualcosa di funzionale, moderno, adatto ai paesaggi operosi della Loira, non ai fasti di un passato imperiale. Fu così che, quando gli fu presentato Émile, i dirigenti decisero di metterlo alla prova. Gli esposero i programmi. Lui ascoltò. E poi si mise a studiare, ancora una volta. Visitò le fabbriche, parlò con dirigenti e maestranze, osservò gli impianti, analizzò i materiali. Quando tornò con un progetto di massima, il piano piacque. Oggi, forse, lui stesso non ne sarebbe più soddisfatto, quanto lo era allora, ma fu l’inizio.

Il cantiere si aprì. L’esperienza diretta, il controllo costante, il rigore nel colmare ogni lacuna, lo resero presto un architetto affidabile e la Società fu soddisfatta. Vedo che mi state seguendo con attenzione. Per questo vi dico, che ad ogni lavoro ben fatto ne segue un altro. Magari a distanza di anni: come è capitato a me con la casa di Creil. I dirigenti dell’impresa per cui Émile stava impiegando proficuamente energie, avevano case in città e in campagna. Gli affidarono, perciò, nuovi incarichi a titolo privato. E il lavoro si moltiplicò. In breve, accumulò richieste maggiori di quanto potesse soddisfare. Il segreto del suo successo, sempre secondo Émile, stava però altrove. Riteneva con convinzione di non smettere mai di interrogarsi. Approfondire, ragionare, osservare: queste sono le uniche costanti in una carriera lunga e mutevole. Più si avanza, più ci si accorge della complessità della professione. E ogni traguardo, anziché concludere un percorso, apre nuovi fronti di difficoltà. Perché, alla fine, l’anima dell’architettura – come ogni arte – è fatta di un sapere che non si finisce mai di imparare.

>>> Segue >>>


Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri