Colpito e affondato. Come nella battaglia navale. Colpito dall’influenza deleteria di quest’anno e affondato per intero il mio programma di attività. Tutto questo nonostante il vaccino antiinfluenzale che avrebbe dovuto preservarmi. Nei primi giorni il Paracetamolo è stato il mio migliore amico. Io reclamavo un antibiotico, ma si sa che gli antibiotici non servono contro i virus. Me lo hanno spiegato i medici: in primis mio figlio che ho consultato continuamente via FaceTime. Sono felice che ci sia un ritorno alle dinamiche tipiche del periodo pre-pandemia, con un picco previsto entro febbraio, come accadeva regolarmente prima dell’emergenza Covid. Lilli mi dice di smetterla col mio sarcasmo, ma essere paziente. Infatti, sono un paziente rinchiuso in casa.

Niente febbre ormai, solo dolori muscolari e articolari diffusi, spossatezza, pressione sotto la soglia, tanto da non permettermi neppure due passi dalla mia camera da letto alla cucina, manco mi trovassi nella casa di Creil dove occorrerebbe scendere e salire due rampe di scale. A tavola non ho appetito e non assaporo più la cucina di mia moglie che prepara prelibatezze esclusive per il nostro privatissimo ristorante gourmet. Così per evitare di vedermi in vestaglia, pantofole e papalina – come mi ha raffigurato l’AI invitata a rappresentare questa mia situazione incresciosa – mi vesto regolarmente e faccio finta di lavorare.

Ho mandato l’immagine digitale alle mie due deliziose architette parigine. Si sono fatte matte risate, in compenso mi hanno assicurato che a giorni riceverò i primi disegni del progetto che abbiamo abbozzato insieme prima della mia partenza da Parigi. Fortuna che ho con me le scansioni dei documenti che mi ha fornito Marcel e che ho inviato anche alle ragazze. Quindi alterno alla lettura di quotidiani e settimanali in abbonamento quella degli scritti sulla casa di Creil, che ora sono diventati numerosi, ma non polverosi. Ho lasciato lo studio a Lilli, per ritirarmi in salotto e installarmi sulla mia “Wassily”. Sono l’unico in casa che la trova comoda, per cui di consueto familiari o amici me la cedono volentieri, lasciando a me il piacere di sedere su questa poltrona progettata da Marcel Breuer per l’abitazione di Wassily Kandinsky al Bauhaus.

Le carte che prendo in esame dicono tutte, più o meno, la stessa cosa. E tutte usano lo stesso tono. Chi mai avrebbe potuto pensare di erigere una casa in un tempo tanto incerto, come quello di guerra, quando l’intera Francia pareva vacillare. Non c’era giorno, in quelle settimane, che non arrivasse una lettera con lo stesso consiglio: «Lasciate ogni cosa, venite via di lì. lasciate tutto e raggiungeteci, è più sicuro». Ma la risposta non cambiava mai: «Se i prussiani giungessero fin qui e dessero fuoco alle nostre vecchie case di paese, come è probabile, non troveranno ancora un edificio da bruciare, perché lo dobbiamo ancora edificare. Almeno, i soldi spesi finora non finiranno in cenere insieme al resto».

Fra tutti, il più grato per questa decisione era il vecchio mastro Bernard. «Vostro padre è un signore vero d’alti tempi. Mette al lavoro noi artigiani, mentre altrove ci licenziano uno dopo l’altro e quelli della mia età, troppo anziani per usare il fucile, rischierebbero di passare un inverno di fame. Andrò a bere un bicchiere alla sua salute, caro Émile: vedrete, falegnami e carpentieri saranno felici come non lo sono da settimane».

Il mattino seguente il capomastro era già al lavoro. Aveva con sé corde, picchetti, chiodi e cavalletti di legno, una grande squadra da carpentiere e una livella ad acqua. Accanto a lui, Émile percorreva avanti e indietro il terreno umido, il foglio di progetto aperto, indicando distanze. Scrutava la pianta, prendeva le misure, e con l’aiuto di cordicelle tese faceva disegnare sul suolo la geometria della casa. Quei paletti piantati a terra, uniti da traverse, sarebbero stati l’ossatura ideale per orientare l’intero edificio. Tracciò prima la linea mediana della sala da pranzo e della sala da biliardo, seguendo l’esposizione desiderata, quindi, servendosi di un piccolo teodolite, ne disegnò un’altra perpendicolare, cioè l’asse del vestibolo principale. Da lì, tutte le altre linee sarebbero derivate, fedeli alle misure riportate sulla pianta.

Poiché le cantine dovevano estendersi sotto l’intero edificio, ordinò a mastro Bernard di fare scavare l’intero appezzamento, avanzando almeno un metro oltre il perimetro. Due operai, con le braccia nude e i picconi in spalla, si misero all’opera. «Se trovate pietra», disse loro Émile, «come è probabile a poca profondità, e se è di buona qualità, estraetela con attenzione senza frantumarla. Ci servirà per le murature, e vi pagheremo il lavoro extra. Se incontrate massi troppo grossi, fateli brillare e mettete da parte i pezzi migliori. Domani o dopodomani avrete pianta e sezione delle cantine. Intanto fate una buona scorta di mattoni, calce e sabbia: da queste parti conviene pensarci in anticipo, altrimenti resteremo senza materiali quando serviranno. È già settembre: dobbiamo finire almeno i seminterrati prima delle gelate».

Émile teneva in tasca un taccuino che riempiva di note, facendole firmare al capomastro a fine giornata. Segnava i carichi di mattoni, di calce, di sabbia: nulla doveva perdersi o sparire. Se ci fosse stato un appaltatore, si sarebbe affidato a lui, ma secondo gli accordi il vecchio Bernard sarebbe stato pagato a ore. È facile comprendere la necessità di impedire che i materiali fossero sottratti o sprecati. Il piano obbligava a essere attenti e vigili. Lo stesso contava per il falegname, che gli aveva mandato a dire di approfittare delle travi di quercia stagionate conservate da più di due anni nel deposito della sua fattoria. Bisognava quindi andare da Martin a vederle di persona, segnare le migliori e scartare quelle storte, nodose o con venature incrociate. Il progetto esecutivo indicava la lunghezza precisa delle travi dei solai.

Costeggiando il ruscello che scendeva lungo la valletta, Émile si fermò a osservare le sue sponde scoscese. Batteva le pareti rocciose con la punta ferrata del suo bastone da passeggio. Era certo che avrebbe trovato qui buoni materiali per le volte della cantina. Quella pietra giallastra era un dono inatteso. L’acqua depositava da secoli carbonato di calcio, formando un tufo leggero, morbido e friabile quando è ancora umido, ma capace di indurire all’aria e al sole fino a diventare resistente. Un tempo il ruscello era più grande, e a ragion veduta sembrava avere depositato uno spessore considerevole di questo tufo. «Guardate la pietra. È tufo, poroso come una spugna. A volerla schiacciare sotto il tallone resiste, a malapena se ne smussano le asperità. Una volta asciugata, in una settimana sarà ancora più dura. Vi basterà un colpo deciso di martello per romperla. È perfetta per le volte delle cantine». Ordinò a due scavatori di estrarne qualche metro cubo. Mentre era fresca, bastava tagliarla in blocchi regolari pronti per il cantiere.

Alla fattoria Martin, sotto una tettoia annerita dall’umidità, il legname era accatastato in pezzi grezzi, squadrati senza troppa cura. Émile osservava in silenzio, segnando con la lama del coltello i pezzi buoni e scartando quelli difettosi. Sapeva che il legno dei terreni asciutti è solido, quello di terreni umidi e argillosi non vale nulla. Sceglieva le travi dritte, senza nodi, senza venature ribelli. Le altre sarebbero servite per armare le centine delle cantine. Quanto ai pali di abete, forse li avrebbero impiegati per le impalcature. Il resto non serviva ad altro che come legna da ardere. Così, mentre la paura della guerra continuava a riempire lettere e sguardi, la nuova casa sarebbe cresciuta nella sua mente e sotto le mani dei suoi operai. Pietra dopo pietra, trave dopo trave, come se costruire fosse l’unico modo rimasto per non lasciarsi travolgere da quel tempo di paura che sembrava bruciare ogni speranza. A tutti pareva quasi una sfida al destino.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
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