A leggere queste pagine di Émile, mi torna in mente un mio professore che obiettava: «La domanda è se ti interessa di più che una casa sia effettivamente una casa o che sia fatta delle tue fantasie estemporanee». Émile non stava costruendo una casa, seguendo la tendenza del momento, proprio perché gli eventi di quel momento non lo permettevano affatto. E neppure stava facendo scelte spinto da ristrettezze finanziarie causate dagli effetti della guerra. Nonostante il cupo susseguirsi delle notizie dal fronte, ogni giorno più minacciose, il padre di Émile – lo scrive lui stesso – insisteva per non sentir parlare di sospendere i lavori. Anzi, in quella corsa ostinata verso la realizzazione della nuova casa, tutti i familari trovavano un sollievo inaspettato, che li sottraeva all’angoscia del futuro.

La sera, quando tutti avevano terminato di leggere il giornale, passato di mano in mano, che snocciolava la consueta litania di disfatte e disastri, ci si raccoglieva in silenzio attorno al focolare. Allora Émile prendeva la parola, quasi a voler scacciare l’ombra della guerra, e pacatamente parlava dello stato dei lavori. Elencava con scrupolo i progressi della giornata, mostrava a suo padre i registri delle spese, illustrava i passi successivi che avrebbe compiuto. Quelle cronache del costruire restituivano a tutti un po’ di quiete.

Il progetto aveva ormai preso forma: la geometria della casa era tracciata sul terreno, le linee fondamentali fissate. Poco più in là del cantiere, a un centinaio di metri, scorreva il ruscello che avrebbe fornito l’acqua necessaria per i servizi domestici. Émile spiegava che un serbatoio, collocato nel punto più elevato della proprietà, avrebbe creato la pressione sufficiente a portare l’acqua almeno fino al primo piano della nuova residenza. Da lì, un sistema di tubature avrebbe raccolto le acque bianche lungo il lato nord della casa, convogliandole in una cisterna situata più a valle, nell’orto. Una volta decantata, quell’acqua sarebbe servita per irrigare il giardino: un ciclo semplice ed efficace, capace di dare autonomia alla futura abitazione.

Il terreno stesso, finora, aveva offerto più di quanto si sperasse. Gli scavi fornivano pietrame a sufficienza, evitando di dover ricorrere alle cave vicine e garantendo economie. A metà settembre, le pareti della cantina già sorgevano dal suolo, e si cominciava a pensare alle volte e al basamento esterno. Per queste opere occorreva legname: il carpentiere mandò allora i segatori a lavorare alcuni pioppi tagliati mesi prima. Le parti migliori furono ridotte in assi sottili per i listelli, le tavole più vicine alla corteccia servirono per armare delle volte a botte. Poiché il progetto prevedeva solo due archi diversi, le curve a tutto sesto furono presto tracciate e il carpentiere preparò i centri delle centine, che furono fissate non appena le pareti della cantina raggiunsero il livello d’imposta.

Con mastro Bernard, Émile discuteva di continuo sull’uso delle pietre. Sosteneva che, con una buona malta e un’incastonatura sapiente, la muratura portante avrebbe retto senza fatica due piani e il tetto. «Lasciamo che le pietre grezze si incastrino bene tra loro», spiegava, «così riduciamo il consumo di blocchi squadrati». Negli altopiani circostanti, aveva notato strati di calcare sottile, spaccati naturalmente in lastre regolari di quindici o venti centimetri di spessore. Un materiale ideale per una costruzione “a corsi”, con facce e giunti appena sbozzati, il cui aspetto rustico si sarebbe sposato bene con la solidità della muratura interna in pietrisco. Era un modo di costruire intelligente, economico, rispettoso delle risorse del luogo. «Non ha senso», diceva, «ridurre grandi blocchi di pietra in piccoli pezzi, solo per inseguire una finta raffinatezza. Conviene adattarsi alla natura del materiale che il terreno rende disponibile».

Così, giorno dopo giorno, il cantiere avanzava. Il canale di scolo era pronto, le volte completate, i gradini per le cantine posati, il basamento si innalzava ormai di oltre un metro. Si poteva finalmente ragionare sui prospetti. I disegni del lato che avrebbe dato sul giardino erano appena abbozzati, e Vivienne non esitò a confidare il suo desiderio di una facciata più regolare, come quelle delle graziose case di campagna che aveva visto nei dintorni: quattro vasi di pepe agli angoli, un portico al centro, un tetto sormontato da una cimasa di zinco. Non osò criticare apertamente la disposizione asimmetrica delle finestre sul prospetto d’ingresso, ma dentro di sé avrebbe preferito un ordine più armonioso. Quando vide il disegno preliminare della facciata sul retro, che si volgeva al giardino – questa volta rigorosamente simmetrica – si dichiarò soddisfatta.

La sera stessa, in presenza della famiglia riunita, chiese a Émile perché il prospetto principale non seguisse le stesse regole di equilibrio di quello sul retro. La risposta arrivò serena, ponderata, come al solito. «Sul lato del giardino le stanze da letto, hanno tutte una funzione identica; quindi, da quel lato la simmetria nasce da sé. Ma gli ambienti che si aprono sul prospetto d’ingresso sono molto diversi tra loro. Qui bisogna scegliere: o si progetta prima un involucro architettonico simmetrico e ci si arrangia poi a farci stare all’interno le stanze di ricevimento, lo studio e tutti i servizi della casa; oppure si dà priorità alle esigenze reali, si dispongono gli spazi in base alla loro funzione, e l’esterno si adatta di conseguenza».

E proseguiva: «Ne sono un esempio le case antiche: quelle di Pompei, la villa di Plinio compresa, i numerosi castelli medievali, persino tante splendide abitazioni in Inghilterra, Olanda o Germania. Nessuna di queste segue rigidamente il principio di simmetria. È un’idea tutto sommato recente, la simmetria, una pratica oggi corrente più che una necessità. Sono convinto che una casa privata deve prima di tutto servire chi la abita, non sembrare un edificio di rappresentanza costruito in pezzi per riflettere un’illusione di perfezione che spesso non esiste». Con queste parole, pronunciate senza enfasi, sembrò a Émile di avere risposto presentando la migliore soluzione. Nel silenzio della stanza, interrotto solo dal crepitio del fuoco, con quelle sue parole convalidava la certezza che la nuova casa sarebbe stata il frutto, non di un capriccio estetico, ma di ragione, necessità, misura.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
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