Dico che alla fine ho avuto dalla vita tutto quello che ho desiderato. Ne usufruisco in modo naturale, come questo angolo di sole che mi avvolge mentre leggo in poltrona l’ultimo numero di Robinson e getto uno sguardo alle cime dell’albero nel giardino dell’asilo a fianco. Ho capito, però, che anche da giovane avrei dovuto decidermi ad assaporate un momento di serenità come questo e cogliere pienamente l’entusiasmo degli amici più sinceri.

L’entusiasmo di Marcel, per esempio, che mi ha telefonato stamani dicendomi di avere veduto il primo studio di progetto. Lui sì, io no. Mi chiede anzitutto se ho superato il mio periodo influenzale. Gli rispondo che quest’oggi va meglio, ma non ho ancora aperto il computer e, infatti, quando lo faccio immancabilmente fra le posta trovo la cartella zippata dei file che Eulalie e Alizée hanno spedito. Nelle righe che l’accompagnano si dicono infervorate. Mi pare che abbiano dato fondo al dizionario per esprimere la loro eccitazione. Parlano infatti di un progetto in grado di «enflammer, galvaniser, électriser». Un fervore troppo eccessivo pure se stessero alludendo a Eugène Viollet-le-Duc e alle sue Case a graticcio con facciate a sbalzo e rivestimento in Faenze.

La citazione non è fine a sé stessa, per la ragione che l’ultima volta che ci siamo visti nel loro studio di Parigi ho convinto le mie due esuberanti architette a seguirmi su di un terreno impervio che non pensavano di praticare. La casa storica dovrà mantenere tutte le sue funzioni e nessun ambiente sarà modificato, ma valorizzato e ripristinato dove ancora necessita. Per questo motivo abbiamo iniziato i lavori di manutenzione ordinaria, dal momento che le verifiche hanno confermato l’integrità del primo restauro prodotto oltre vent’anni addietro. Risponderemo, invece, alle nuove esigenze espresse da Anaïs e Marcel costruendo a fianco della casa storica dei nuovi corpi di fabbrica.

Per il nostro progetto trarremo ispirazione dall’audace proposta di Viollet-le-Duc – un maestro per Émile – di realizzare una casa interamente in ferro e rivestita all’esterno in ceramica di Faenza. Un edificio caratterizzato, in altri termini, dalla fusione fra elementi strutturali e decorativi. Nel nostro caso immaginiamo, perciò, a fianco della residenza esistente, una nuova struttura abitativa interamente giocata sui volumi, sui colori, sui materiali. Una struttura in acciaio, come Viollet-le-Duc la proponeva in ferro. Tuttavia, se per Marcel la casa di Émile è una scatola di legno dipinta a mano, la nuova costruzione, che realizzeremo, sarà una scatola di vetro impreziosita da ceramiche.

Il mio riferimento esplicito va alle Conversazioni (Entretiens sur l’architecture) pubblicate tra il 1863 e il 1872 da Viollet-le-Duc. È qui che troviamo le sue «Maisons à pans de fer de face en encorbellement avec revêtement de Fayence». So bene che neppure per molti miei colleghi sono una lettura corrente, ma certamente lo erano per Émile. Questa idea mi girava in testa anche prima della partenza, così non mi è stato difficile proporre a Eulalie e Alizée una soluzione apparentemente sorprendente.

il passo che segue potrebbe essere esemplificativo. Leggiamolo: «Oggi a Ginevra si costruiscono case simili a quelle di Lione, che a loro volta assomigliano alle abitazioni di Parigi. È dal XVII secolo che, a poco a poco, le disposizioni originali che erano state adottate, nella maggior parte delle città di Francia e d’Europa, a causa del clima e delle usanze locali sono andate perdute.

L’arte ha guadagnato qualcosa da questa uniformità? E, in un’epoca in cui si parla tanto di identità nazionale, di autonomia, non sarebbe l’occasione, per ogni regione, di adottare le forme architettoniche che si adattano alle usanze e ai climi? Non sarebbe anche l’occasione, per gli architetti, di studiare queste condizioni locali e di conformare ad esse i loro progetti, dimenticando un po’ Vignola, Palladio e i palazzi di Roma che non furono mai, per la maggior parte, abitati o abitabili; di prendere dall’antichità, prima delle forme esterne, la parte di buon senso che guidava i costruttori, che si trattasse di edifici pubblici o privati? A queste domande so bene che non si risponderà: ci si accontenterà di invocare la grande arte, il grande gusto, e non saremo alloggiati meglio o in modo più sano; a meno che l’opinione pubblica, in questa come in tante altre questioni, non metta le cose a posto e si occupi di ciò che gli interessa».

E cosa interessa davvero? Risponde sempre Viollet-le-Duc: in campagna, gli edifici isolati sono particolarmente esposti alle intemperie; qui le riparazioni sono difficili e spesso ritardate. Presto le case diventano inabitabili. È sorprendente notare come, da alcuni anni, le regole più elementari della costruzione rurale siano state in più di un’occasione trascurate, quasi dimenticate. Alcune di queste abitazioni non sembrano pensate per resistere al tempo, ma solo per prestarsi come scenografia, quasi fossero quinte teatrali erette a compiacere lo sguardo dei passanti. Vengono in mente i villaggi effimeri che i cortigiani di Caterina II innalzavano lungo il suo passaggio nelle steppe russe: finti borghi di cartone da smontare subito dopo.

Così, finché il sole splende, le notti restano miti, l’aria calma e senza pioggia, gli chalet di legno sulle coste della Manica, i castelli sul Mediterraneo che sembrano fatti di carta, i cottage balneari di Arcachon, possono offrire un soggiorno gradevole. Ma non appena sopraggiungono il caldo soffocante, o al contrario le tempeste improvvise, il maestrale o la nebbia, si avverte con forza la precarietà di queste dimore, e si finisce col rimpiangere la sicurezza di un solido albergo ammobiliato.

Le ragazze ridono di cuore, ma tutto ciò non sono io a dirlo. È Viollet-le-Duc che varrebbe seguire nelle sue conversazioni sull’architettura. Da tutte queste osservazioni dettagliate consegue che per mettere un’abitazione di campagna nelle migliori condizioni, è necessario ottenere una temperatura interna uniforme e asciutta, qualunque sia la stagione. La prima condizione è, quindi, isolare il più possibile l’abitazione dal terreno esterno; la seconda, proteggere le murature, scegliendo i materiali che devono comporli, in base al clima o all’orientamento.

Ed ora eccola qui, sotto i miei occhi, questa nostra proposta in acciaio e vetro. Eulalie e Alizée hanno sviluppato i grafici, discussi insieme. Tre padiglioni che si intersecano fra di loro in un gioco di volumi sono stati posti su di una piattaforma isolata totalmente dal terreno. Chi giunge alla casa sul poggio, vede ergersi i nuovi corpi di fabbrica sulla sinistra dell’ingresso principale. Li abbiamo pensati come un grande ambiente di vita che nasce quale estensione della villa storica. Da quella che avrebbe dovuto essere la sala da biliardo, trasformata poi in un petit salon, si scende alla veranda. Fino ad oggi la piccola scala serviva solo per uscire in giardino. Nel nostro progetto sfocia, invece, in una lunga passerella immersa nel verde che conduce ai padiglioni vetrati. Delimita la nuova corte il cui prato, quasi fosse una fitta moquette, la fa assomigliare ad una grande stanza all’aperto. 

I padiglioni luminosissimi in acciaio e vetro diventeranno un nuovo cuore pulsante della casa. Qui si svolgerà la vita quotidiana: il relax e la convivialità. La famiglia vi si riunirà. Si accoglieranno gli amici. Si godranno le ore del giorno, al chiuso o nella corte esterna. Gli ambienti notte resteranno quelli eleganti sui quali stiamo operando la manutenzione, ripartiti nella villa storica tra il secondo livello e le mansarde. Nelle stagioni più rigide, o anche d’estate quando il cielo volgerà alla pioggia, la passerella sarà completamente chiusa da vetrate telescopiche. Con questa soluzione la struttura originaria e quella nuova in progetto formeranno un’unica combinazione.

Dalla veranda della villa, la passerella immetterà in un grande cubo vetrato, a doppia altezza, il cui spazio sarà destinato all’accoglienza. L’idea fondamentale è quella di evitare l’open space, cioè uno spazio privo di partizioni, tipico dei nostri giorni. È nostro desiderio tornare a proporre nel nuovo gli ambienti che troviamo nella casa storica. Setti murari, mai porte, occluderanno la vista. Ma non del tutto, così da invitare ad accedere oltre. Gli spazi successivi si concentreranno nel padiglione del living e della sala da pranzo. Su quest’ultima affaccerà il padiglione della cucina. Interamente schermati saranno invece le aree di servizio, gli elettrodomestici, la dispensa alimentare. A sé stanti gli impianti igienico-sanitari.

Ho descritto i disegni tutti d’un fiato. E qui per il momento mi fermo. Ora – ho spiegato a Marcel – dobbiamo lasciare decantare il programma come faremmo con un buon vino corposo, ossigenandolo e separandolo dai sedimenti. Non a caso lo abbiamo classificato come “primo studio di progetto”. Vuol dire che ne seguirà un secondo e magari un terzo. Non mi innamoro mai delle mie proposte: e questo perché non faccio mai collezione di me, come diceva un amico di liceo.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri