Lilli ha preparato il caffè, quando Eulalie la chiama al telefono. Dice che non le ho risposto, così mi ricordo di avere lasciato l’iPhone in bagno, avendo intenzione di farmi la barba. Alizée ha dovuto portare la sua Renault 4 dal meccanico; quindi, la visita a Creil è saltata, dal momento che preferisco andarci tutti e tre insieme. Ci vedremo nel pomeriggio al loro studio. Avrò più tempo per radermi con cura.

Il bagno è un’altra sorpresa di questa casa. Mi ricorda il nostro quando ci siamo sposati. Le piccole mattonelle rettangolari bianche, leggermente opacizzate dal tempo, riflettono la luce che qui entra da un piccolo lucernario. Sulla vasca smaltata, profumi e sali minerali sono disposti in ordine sparso. L’asciugamano color avorio appeso con noncuranza l’ho lasciato io. Lo stesso vale per l’accappatoio, dopo aver fatto la doccia nella vasca: non mi capitava più da anni. C’è un odore di sapone e lavanda, e un senso di vita reale, per niente finta, confortevole più di qualunque altro lusso.

Radermi con calma mi permette di pensare e stamane penso che nelle storie come quelle che hanno sempre suscitato il mio interesse le date contano qualcosa. Danno il senso del tempo e tra una data e l’altra ci sono accadimenti di cui spesso s’è perso traccia, ma occorre ricostruirli attraverso una miriade di brani che recuperiamo da una lettera, da un diario o chissà da dove. Scritti a prima vista senza significato, ma che messi insieme formano le tessere di un mosaico. Penso a Émile, per esempio, e al silenzio della campagna così lontana dal fragore della guerra. Posso raccontare quei giorni della disfatta, non dal romanzo di Zolà, ma da cocci e brandelli della vita a Creil che ho raccolti a volontà.

So per certo che il freddo acuto e il cielo plumbeo avevano fatto sospendere ogni lavoro. So che Émile trascorreva le giornate chino sui disegni o su letture che lo aiutavano a tenere a bada l’inquietudine. Un pomeriggio, Vivienne lo osservò in silenzio, poi gli chiese con ingenua serietà: «Studi in continuazione, ma a che serve imparare?». Lui alzò lentamente lo sguardo, con quel sorriso che le piaceva tanto. «Affinché possiamo diventare modesti – rispose – affinché possiamo dedicare la vita a qualcosa di migliore rispetto a ciò che la vanità ci impone. E questo per potere essere, in qualche modo, utili agli altri, senza pretendere riconoscenza da nessuno».

Pochi giorni dopo questo breve colloquio, la quiete apparente fu rotta da un rumore sordo di scarponi militari. Soldati francesi entravano nel paese. I tedeschi stavano stringendo Parigi in una morsa, e Creil, spoglia e silenziosa, ne sentiva il fiato. Un generale, vecchia conoscenza di Émile, per un giorno o due stabilì il suo quartier generale al castello. La sera, seduti accanto al fuoco, parlarono a lungo. Émile si diceva perplesso per l’inerzia a cui s’era condannato da quando la guerra aveva iniziato a prendere una piega così fatale. L’indomani, annunciò a Vivienne la sua decisione di partire. Per lei non fu un risveglio felice. Non lo fu per nessuno. La notizia cadde come una lama tagliente.

Avrebbe seguito il corpo d’armata diretto a Champigny. Spiegò che mancavano ufficiali del Genio fra la Guardia nazionale mobile impiegata in appoggio all’esercito regolare. Lui avrebbe potuto svolgere le funzioni necessarie. Aggiunse che il generale suo amico approvava molto la sua decisione e che in circostanze tanto gravi riteneva suo dovere non esitare a partire. Nessuno osò opporsi. Il padre di Émile, con lo sguardo già carico di malinconia, capiva troppo bene quel desiderio di non sottrarsi mentre la guerra dilagava. Due ore dopo – con una piccola valigia e l’uniforme che il sarto, per ogni evenienza, gli aveva preparato e teneva appesa nell’armadio – Émile lasciava la casa insieme al generale. Émile e Vivienne si promisero di scriversi, ma entrambi sapevano che la distanza non si misura soltanto in chilometri.

Per il 30 novembre era previsto un tentativo di sfondamento verso Champigny, nell’ansa della Marna, con la speranza di unirsi all’esercito della Loira pronto ad avanzare su Fontainebleau. Si cercava in ogni modo di alleggerire Parigi dalla pressione. Marciarono verso est. I ponti, che prepararono in gran fretta, avrebbero dovuto consentire alle truppe del generale Ducrot di attraversare il fiume a Joinville, Neuilly e Bry. I piani prevedevano di fare abbandonare ai prussiani Champigny e Villiers-sur-Marne, ponendo così i francesi in diretta comunicazione tra il quartier generale di Versailles e Lagny, il maggiore punto di collegamento con la Germania. Ma il gelo, più del nemico, tradì ogni piano. I ponti non furono mai collocati. Le unità francesi rimasero bloccate sulla sponda sbagliata della Marna, mentre le riserve di Von Moltke si ammassavano sulle alture. L’attacco si concluse il 3 dicembre in un ritiro amaro: dodicimila uomini caduti, la neve imbrattata di sangue.

Da quel giorno, di fronte alla realtà dei fatti, la casa parve perdere la voce. All’inizio della guerra erano stati congedati i servitori più giovani; restavano solo due vecchi domestici e alcune donne, i cui mariti o figli combattevano chissà dove. Monsieur e Madame smisero di usare il grande salone trasformato in infermeria per i feriti che non arrivarono mai. Madame aveva spostato la vita familiare in una stanza più piccola, che di solito fungeva da dispensa, dove ora si pranzava e al vespro si pregava.

Fu un inverno lungo, immobile. Il tempo sempre più rigido impedì del tutto la ripresa dei lavori, che papà Bernard si diceva disposto a continuare. Il gelo copriva le parti iniziate lasciate a metà, i muri incompiuti erano avvolti da uno spesso strato di muffa e stoppie, poi dalla neve. Le giornate scorrevano interminabili, in attesa del postino. La sera, intorno a un lume, si leggevano i giornali e si discuteva di tutto pur di non parlare di guerra, mentre fuori il vento fischiava tra gli alberi spogli.

La casa era piena di ospiti in quel periodo; benché fossero sfollati dalle loro case, tutto quasi in modo inverosimile aveva un aspetto forzatamente brioso. Ma nei primi giorni di dicembre l’atmosfera era completamente cambiata. I villaggi vicini s’erano fatti vuoti o attraversati per poche ore da truppe stremate, vestite di panni lisi, male equipaggiate. Truppe che morivano di fame e di freddo. Si recavano al fronte senza convinzione, lasciando dietro di sé i compagni feriti o morenti, nelle loro case. Solo file di carri, come cortei funebri, continuavano a scorrere sulla strada gelata. Presto il silenzio divenne desolazione.

Il 21 dicembre, a Stains e a Le Bourget, il generale Ducrot tentò un nuovo attacco, ma il termometro segnava -14 °C e l’offensiva si spense il giorno seguente. Il 27 iniziò il bombardamento dei forti, dapprima da est, poi da sud: Châtillon, Avron, Noisy, Nogent, Rosny. Il 4 gennaio anche Montreuil e Bondy caddero sotto il fuoco. Parigi, sotto le bombe, non gridava più.

La neve, ora alta sui campi, assorbiva ogni rumore. Il postino arrivava regolare, ma le sue lettere non portavano conforto. Le notizie parlavano solo di disfatte, di fame, di possibile resa e non facevano altro che deprimere gli animi di ognuno. A volte si dava rifugio a membri della Guardia mobile o a soldati di linea, ma tutti erano muti. Gli ufficiali stessi preferivano riposare nelle proprie stanze con il pretesto della stanchezza, anziché scendere in salotto e unirsi agli altri ospiti. Al contrario, di buon mattino, ogni giorno il padre di Émile, incrollabile nonostante la gotta, usciva a cavallo tra le fattorie e il paese, per organizzare i trasporti di munizioni, distribuire viveri, assistere i feriti. La sua energia era l’unica cosa che sembrava resistere al gelo.

Vivienne ed Éléonore, un mattino, decisero di recarsi al cantiere. Lo trovarono deserto. La neve copriva i conci tagliati e non adoperati, i cumuli di pietrame per la concrezione cementizia, le travi sparse per le armature. I muri, anneriti dall’umidità, parevano le rovine di un incendio. Vivienne si sedette su di un grosso masso, tremante, la testa tra le mani, sopraffatta da pensieri cupi. Il vento le scompigliava i capelli. Ricordava quel luogo pieno di vita solo poche settimane prima: schiere di lavoratori indaffarati, martelli e seghe in azione, le voci, la polvere dorata dal sole. Ora tutto taceva. E l’anima di quella casa, che aveva imparato ad amare, era partita con Émile.

Fu allora che sentì una mano posarsi sulla spalla. Si voltò: era il suocero, che aveva visto le due giovani andare verso il cantiere e aveva percepito i loro sentimenti malinconici.
«Ragazza mia, calmati» disse con tono fermo. «Viviamo in tempi di prova. Pensa a quanta sofferenza c’è ora in Francia. Le nostre ansie non sono nulla di fronte a questo dolore. Trattieni le lacrime: avrai tempo per versarle. Non dobbiamo arrenderci alla tristezza. Lui tornerà. Mostragli di essere degna dell’affetto che ti ha dato».

Quelle parole la colpirono più del freddo pungente. Da quel giorno Vivienne trovò la forza di fare quanto poteva. Seguì l’esempio di Madame, che aveva organizzato un laboratorio nel quale le donne del villaggio cucivano biancheria per i soldati feriti. Ogni sera, attorno al fuoco, la famiglia ritrovava un barlume di pace: il silenzioso conforto che nasce dal dovere compiuto. Così i giorni trascorsero rapidamente. Alla fine di gennaio, la notizia dell’armistizio giunse come il sasso di una fionda: era finita la guerra, ma cominciava l’umiliazione. Nessuno esultò. Le donne smisero di cucire, gli uomini di parlare.

Pochi giorni dopo, Émile tornò a casa sorretto da due compagni d’armi. Entrò nel castello pallido, febbricitante, ma con lo sguardo vigile. Vivienne gli corse incontro, le braccia tese. Fu allora che scoprì la sua ferita di granata. Lui cercò di sorridere, ma il sorriso si spense presto.

Nel suo letto cercava il riposo di cui aveva bisogno, ma una smania l’aveva coinvolto. Voleva riprendere i lavori, rivedere i disegni, correggere gli schizzi. Chiedeva che gli leggessero gli appunti, che venisse il disegnatore per dargli istruzioni. Ma la febbre non lo lasciava e ogni cura fu inutile. Nei primi giorni di marzo non parlò più di riprendere i lavori. I suoi occhi parlarono per lui. Una mattina che si annunciava serena uno stormo di uccelli si levò in volo dalla grondaia. Uno colpì il sopraluce dell’infisso, Vivienne trasalì guardando di scatto la finestra, quando si voltò capì che avrebbe dato tutto ciò in suo possesso per avere un attimo ancora con lui.

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Sergio Bertolami
MAISON DE CAMPAGNE
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