
Una sera al lume di candela
Il sole incerto, questo pomeriggio, è un ospite inatteso. È tornato dopo giornate di grigiore, e Parigi gli concede di mostrarsi fra le nuvole, timidamente, come se volesse scusarsi per le settimane di pioggia. Il cielo, d’un azzurro appena velato, promette una tregua, e mi sembra il momento giusto per proporre una passeggiata. Niente riunioni oggi, ho “sentenziato”, nessuna planimetria da discutere, solo un po’ d’aria. Camminiamo piano-piano, senza dire molto, lungo Rue du Faubourg Saint-Antoine, dove l’odore degli alberi umidi si mescola a quello dei caffè. Io e Lilli – che non ho voluto lasciare sola a casa – Eulalie e Alizée.
Arriviamo a Place de la Nation. Dallo studio bastano pochi minuti a piedi. È un piccolo cuore verde da guardare, non solo da attraversare frettolosamente. La Marianne di Dalou domina il traffico che gira intorno alla rotonda. La sua figura, fusa nel bronzo delle memorie, solleva lo sguardo verso un futuro che sa ancora di ideali. Ai tempi nostri. Impersonifica la Repubblica e guarda in direzione di Piazza della Bastiglia. I leoni del carro trionfale sembrano trattenere un ruggito, mentre all’intorno sfilano allegorie di popolo e di progresso.
Ci sediamo su di una panchina. Un anziano con un giubbetto da corsa passa e ripassa, con il fiato corto. Corre lungo il viale interno, con le cuffie nelle orecchie e lo sguardo fisso sull’orizzonte. Più in là, un gruppo di studenti è adagiato sull’erba del prato. Ridono forte. Io concludo la mia storia sul ritorno di Émile dalla guerra. Quando ho finito di raccontare, come già stamattina Lilli, neppure Eulalie e Alizée vorrebbero proferire parola. Devo confessarlo, anche io mi sono emozionato e, se potessi non parlerei più, ma tocca a me rompere la tensione, tirando le somme.
Sono tornato a lavorare su questo progetto – spiego – considerando la casa di Creil come una scatola di ricordi e immagini. Lilli sorride senza aggiungere nulla, tirandosi il colletto del paltò: conosce le sue insistenze perché accettassi questo impegno. Una bambina, con un cappottino rosso, forse troppo grande per lei, si lascia sfuggire un palloncino che si perde nel cielo lattiginoso. Io seguo il suo percorso finché non scompare. Eulalie, che fa finta di nulla, osserva le facciate ottocentesche che incorniciano la piazza. «Hanno qualcosa di teatrale, – dice – come quinte immobili per una commedia che non smette mai di andare in scena». È il compito dell’architettura, quello di superare le nostre stesse vite. Alizée, più silenziosa, segue con lo sguardo le linee curve delle ringhiere e il disegno delle cornici marcapiano.
Restiamo a lungo così, senza parlare, immersi in quella quieta geometria di suoni e di luce. Place de la Nation, con il suo monumento alla Repubblica, non è solo un crocevia urbano; è una dichiarazione di fiducia, una storia scolpita nel bronzo e riscritta ogni giorno dai passanti.
Intorno a noi la vita si distribuisce in gesti consueti e leggeri. I ragazzi, sdraiati sull’erba, si passano una bottiglia e continuano a scherzare. Una coppia discute a bassa voce, come se anche il loro dialogo facesse parte della storia che li circonda. Le panchine ospitano il chiacchiericcio, i lettori di giornali e di libri, i ragazzi che si fermano un attimo mentre giocano a palla. Si siede anche un passante solitario assorto nei propri pensieri.
Riprendo a parlare. Émile più volte nei suoi appunti ha detto che nella vita non vale la pena d’inseguire il successo, ma il valore. Il successo è una faccenda rumorosa, fatta di confronti, di misure e di traguardi che svaniscono non appena li hai raggiunti. Il valore, invece, è silenzioso: non si mostra, si manifesta.
Essere persone di valore significa dare più di quanto si riceve. Molti inseguono inutilmente il successo. Altri preferiscono il valore, per una innata disposizione a rendersi utili. C’è chi lo fa dipingendo, chi danzando, c’è chi coltiva un giardino, chi insegna, chi semplicemente ascolta, che è una capacità quasi andata perduta. Émile lo faceva costruendo. L’architettura, per lui, era una forma di riconoscenza: un modo per restituire al mondo qualcosa di armonico, di pensato, di giusto. Ricordate quelle parole dette a Vivienne? «Studiare serve a diventare modesti. A capire che possiamo dedicare la vita a qualcosa di migliore rispetto a ciò che la vanità ci impone. E questo per essere, in qualche modo, utili agli altri, senza aspettarci riconoscenza da nessuno».
Questa frase aleggia, secondo me, nell’aria della sua casa, come il bagliore di un lume che non si spegne. Perché, in fondo, è facile dimenticare che dare più di quanto si riceve è l’unico modo per vivere davvero. Ogni tanto un evento ce lo ricorda, come quello che vi ho raccontato. Tutto, allora, torna chiaro, quasi necessario. Successo o valore? È una questione di scelta.
«La vita il più delle volte ci pone davanti delle scelte, – commenta Alizée – altre volte ci costringe ad accettare le circostanze, anche se faremmo di tutto per respingerle. Finché viviamo, abbiamo tutti una scelta. Pensiamo che esistano due sole strade e invece da qualche parte ne esiste una terza. Qual è? Cominciare a essere la persona che vuoi essere davvero. Alla fine, la vita è la somma di tutte le tue scelte che hai fatto».
Eulalie ha seguito il discorso di Alizée continuando a scorrere con insistenza il dito sullo schermo del cellulare. Sembrerebbe più interessata ad aggiornare le pagine, a caricare nuovi contenuti. «È la vita che ci sceglie, per quanto crediamo il contrario. Vivienne non ha avuto scelta. Vorrei raccontarvi una storia, apparentemente distante da quella che ha interessato lei ed Émile. Per dimostrarvi che la vita la devi vivere. Quando Claude ha preso a corteggiarmi io non ne volevo sapere di stringere un legame. Una notte, dopo che ero rientrata a casa mia da una baldoria fra amici, fra i quali c’era pure lui, mi ha svegliato con un messaggio. Mezza assonnata ho riletto il “Sonetto perHélène”. Lo conoscete? È di Pierre de Ronsard. Ascoltate.
“Quando sarai molto vecchia, la sera, seduta accanto al fuoco al lume di candela, dipanando e filando, dirai, cantando i miei versi, meravigliata: Ronsard mi ha celebrata quando ero bella. Allora non avrai domestica che, già mezzo sonnecchiando vinta dalla fatica, nell’ascoltare una tale novità, al risuonare del mio nome non riapra gli occhi, e prenda a lodarvi per avere avuto una così buona stella. Da parte mia sarò sottoterra un fantasma senz’ossa. Io all’ombra di un mirto riposerò. Tu al focolare sarai una vecchia incurvita, che rimpiangerà il mio amore e il tuo orgoglioso disprezzo. Vivi, dammi ascolto, non aspettare fino a domani: cogli già oggi le rose della vita».
C’è qualcosa di speciale nelle piazze parigine: un miscuglio di malinconia e ripresa, di ricordi e di speranze. Quando ci alziamo per rientrare, il sole si nasconde dietro i tetti e l’aria torna fresca. «Avete lavorato anche oggi. – dice Lilli sorridendo – Solo in un modo diverso». Le prime automobili accendono i fari. Si sente il rumore dei passi sul selciato, fra poco il silenzio della notte tornerà a riempire la piazza, come fa sempre. Ogni rumore, ogni gesto, ogni respiro serve a dire ciò che spesso non si dice.
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
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