
La fine dei lavori
La costruzione della casa ormai volgeva al termine. Il peso dell’impresa gravava interamente sulle spalle del padre di Émile e di Vivienne, ma anche di Éléonore, che li affiancava con la sua presenza costante e premurosa. Ogni giorno redigevano promemoria, conteggiavano materiali, facevano e disfacevano elenchi per accertare quantità e scadenze. Il tempo non consentiva distrazioni: bisognava scrivere, ordinare, impartire istruzioni agli operai perché ciascuno arrivasse al momento opportuno e sapesse con chi lavorare e su cosa impegnarsi a fare.
Alla fine di agosto, il falegname aveva consegnato una parte degli infissi e delle porte, e quasi tutto il parquet. Da quel momento si susseguirono ordinazioni e verifiche: al fabbro furono commissionati angolari, staffe e ganci. A Parigi vennero acquistate le forniture di ferramenta: maniglie, cremonesi, serrature, catenacci, cardini e quant’altro potesse servire. Ogni articolo doveva essere scelto in base alla resistenza del legno e alla sua funzione, misurato con cura come riportato nelle note di cantiere. L’ingegnere Victorien, sempre solerte, residente in città, aveva modo di visionare i campioni e controllare la qualità della merce da acquistare. Di ogni cosa riferiva al “cugino Eugène” – l’architetto affermato, la voce dell’esperienza – così a Creil lo chiamava con orgoglio il padre di Émile.
La preoccupazione era di non perdere tempo. Un concetto quello della fretta che né falegnami né fabbri sembravano conoscere. Per ottenere da loro un minimo di coordinamento occorreva sollecitarli di continuo, regolare i tempi e gli interventi, evitare che un lavoro intralciasse l’altro. Ogni volta che si mettevano all’opera reclamavano la presenza del muratore, indispensabile per completare incastri, fissare telai, aprire passaggi. Ma poiché la loro paga era tutt’altro che modesta, bisognava evitare che trovassero pretesti per fermarsi.
Da Parigi, il cugino Eugène continuava a inviare lettere e raccomandazioni. «Ogni sera – scriveva – dovete farvi un’idea precisa dei lavori del giorno successivo: chi farà cosa, con chi e in quale ordine». Insisteva sul fatto che non ci si dovesse mai aspettare una pur minima iniziativa dagli operai. «L’operaio – sosteneva – è per natura imprevidente, perché abituato a essere comandato. Non ignora ciò che serve per portare a termine un lavoro, ma attende l’ultimo momento per agire, senza preoccuparsi se ci saranno o meno le condizioni richieste per la sua realizzazione. Quando artigiani diversi lavorano insieme, spesso si ostacolano a vicenda, anziché aiutarsi; ognuno fa il proprio lavoro senza preoccuparsi dell’altro. Per questo, da parte vostra, occorrono metodo, ordine e lungimiranza; altrimenti, si ricomincia da capo, così fatica e spese si moltiplicano».
Parole sagge, che tuttavia suonavano come un monito più che come un conforto. Il padre di Émile, Vivienne, Éléonore, dovevano portare a termine l’opera senza le competenze che Émile avrebbe saputo garantire. Gli operai, spesso, finivano per ostacolarsi a vicenda. Ciò che un giorno veniva costruito, il giorno dopo doveva essere rifatto. Nel frattempo, erano arrivati i tecnici incaricati d’installare l’impianto di riscaldamento e le griglie di aerazione. Durante la costruzione, Émile aveva già previsto tutto, disegnato tutto: passaggi per le canne fumarie, condotti per la ventilazione e spazi per i tubi caldi che salivano su per i solai di legno. Nonostante questo, gli installatori chiamavano di continuo il muratore o il falegname, come d’abitudine, pronti a forare muri e pavimenti a loro piacimento. Stavolta la progettazione attenta di Émile aveva evitato che la struttura subisse quegli interventi improvvisati che tanto spesso compromettono l’armonia di un edificio.
Anche i falegnami avevano bisogno dell’aiuto dei muratori per fissare i telai delle porte e delle finestre, e l’organizzazione del cantiere diventava un continuo esercizio di equilibrio. Mastro Bernard, confuso e indeciso, passava da un gruppo all’altro senza portare a termine nulla. Alla fine di settembre, tuttavia, i lavori di falegnameria erano ormai avanzati e la copertura del tetto in ardesia era completata. Finalmente! Restava soltanto la tinteggiatura, l’ultimo tocco prima del lungo riposo invernale.
Col tempo, Vivienne e gli altri due “direttori dei lavori improvvisati” avevano imparato quanto più si poteva imparare in simili circostanze. Osservarono i pittori stendere i fondi, passare successive mani di colore, rifinire gli angoli. Si attennero a una regola ferrea: evitare di correre rischi facendosi cogliere dall’umidità dell’inverno dietro l’angolo. Il lavoro doveva asciugare lentamente, in modo che la casa respirasse prima di accogliere le decorazioni e i rivestimenti.
Anche l’esterno aveva assunto un nuovo aspetto. Il terreno, un tempo coperto di sterpaglie, era stato livellato e cosparso di ghiaia; le aiuole col passare dei mesi cominciarono a mostrare le prime tinte primaverili, e alcuni vecchi alberi, rimasti in piedi a ridosso della facciata, davano alla casa un’aria già abitata. L’ingresso principale fu protetto da una nuova pensilina in ferro battuto. Dal bow window del salone lo sguardo spaziava verso l’orangerie di muratura e vetro, sulla destra del giardino. Per contro, le piombature e il coronamento non erano ancora del tutto completati, le finestre a lucernario mancavano dei pinnacoli, e quelle a battente erano appena montate, ma ancora prive di vetri. Anche così, l’edificio appariva compiuto, come un quadro a cui basti una cornice per trovare la propria unità.
«Finis coronat opus», disse il padre di Émile, sorridendo agli ospiti radunati per l’inaugurazione della casa. «La conclusione è coronamento dell’opera», completa un lavoro e lo rende perfetto. Avevano allestito un piccolo buffet sullo spiazzo davanti al portone. «In ogni impresa umana – aggiunse – il compimento non richiede sempre la massima competenza, ma di certo esige perseveranza, metodo e cura: le stesse che, credo, abbiamo saputo soddisfare fino a oggi».
Gli ospiti lo ascoltarono con simpatia, e sollevarono i calici per un brindisi. Alcuni, avvicinandosi, esclamarono un “vivat” di approvazione. Prima di entrare e visitare gli interni, fecero il giro dell’edificio; e quando giunsero al gruppo di capomastri e capisquadra, il padre di Émile li presentò uno per uno, ringraziandoli pubblicamente per la loro dedizione. Fu allora che il sindaco Dubois, osservando la facciata dalle proporzioni armoniose, esclamò più volte: “È un incantevole maniero feudale!”
Vivienne, stanca di sentire quella definizione, sorrise con garbo. «Ma perché, signor sindaco – replicò – la chiamate casa padronale, o addirittura maniero feudale? Qui non abbiamo né manieri né vassalli, e non desideriamo goderne. È semplicemente una casa: quella che Émile ha concepito, quella che avrebbe voluto costruire per noi due e per la nostra felicità. Una casa aperta agli amici, accogliente per chiunque abbia bisogno di un rifugio o di un po’ di benevolenza».
Quando gli ultimi invitati si dispersero lungo il viale o nella casa, la luce del tardo pomeriggio esaltò le sfumature calde dell’intonaco e il riflesso bluastro delle coperture d’ardesia. Le finestre del piano terra lasciavano intravedere i pavimenti di legno, le travi lucidate, le decorazioni murali.
Vivienne rimase qualche istante sulla scalinata. Guardava la facciata come se cercasse di riconoscervi qualcosa del passato. In quell’armonia di linee e proporzioni, sembrava respirare lo spirito di Émile: il suo rigore, la sua idea di bellezza sobria e funzionale, la sua fiducia nel lavoro ben fatto. Ogni dettaglio – dalla geometria dei davanzali all’inclinazione del tetto – recava l’impronta della sua mano invisibile.
Il padre, accanto a lei, non disse nulla. Aveva lo sguardo di chi mostra gratitudine per ciò che è stato compiuto. Nessuno pronunciò parole solenni, quel pomeriggio, per raccontare in sintesi il progetto di Émile – nato su fogli di carta, cresciuto tra ostacoli e imprevisti – che ora in modo evidente aveva infine trovato forma.
Col passare dei giorni, gli interni furono completati. Vivienne scelse per il salone un tappeto come quelli che amavano osservare nei negozi parigini; sul camino pose un piccolo orologio di bronzo, dono particolare del loro matrimonio. Ma tutto fu lasciato essenziale, ordinato, privo di eccessi. A primavera inoltrata, le aiuole attorno all’orangerie si riempirono di colori. I vecchi alberi proiettavano la loro ombra al contorno, e la casa appariva come un luogo vissuto da sempre e dove il tempo non pressava mai. Di sera, dalle finestre illuminate si udiva il suono discreto del pianoforte di Éléonore. In quei momenti, la nuova casa di Émile – come usavano chiamarla tutti – sembrava non avere più confini: apparteneva a chi l’aveva sognata, a chi l’aveva costruita, e a chi, senza pronunciare il suo nome, continuava ogni giorno a renderla viva.
>>> Segue >>>
Maison de campagne – 9
| Sergio Bertolami MAISON DE CAMPAGNE Experiences 2025 – Pubblicazione online in fieri |
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.







