Robert Lee Frost

 

Citazioni e aforismi sono passati dalla carta al web. Ne leggiamo in continuazione, ma noi stessi dimentichiamo di mettere in pratica quanto abbiamo sollecitato all’attenzione degli altri. Non sarebbe il caso di passare dalle citazioni alle citAZIONI? Oppure sforzarci di rifletterci su?

Strumenti culturali per comprendere la realtà

 

Mandanici è il luogo dove a settembre, per input di “Archetipi e territorio, osservatorio di antropologia cognitiva”, confluiscono numerosi studiosi afferenti ad aree del sapere obiettivamente distanti. Sono chiamati a sviscerare un tema, nella settima edizione incentrato su “Mediterraneo Europa Occidente, nuovi scenari, immaginario e destino”. Chi ha organizzato e coordinato la connessione fra saperi, in tre giorni d’intense esposizioni, è Pino Mento: «La vera conoscenza di un “territorio” – puntualizza – dovrebbe sempre tendere ad una “esplorazione cognitiva delle memorie” dalla quale possa emergere una nuova coscienza collettiva dell’abitare e attraversare i luoghi, non solo in senso fisico ma anche in senso spirituale, immaginario, metafisico e simbolico». Ecco, allora, che discipline differenti tendono a convergere su principî comuni. Questa intesa è stata concettualmente definita da Jean Piaget come “interdisciplinarità”, poiché dà seguito «a interazioni vere e proprie, a reciprocità di scambi, tali da determinare mutui arricchimenti». Cito di Piaget “L’épistémologie des relations interdisciplinaires” dal momento che il termine è ormai entrato nel frullatore delle parole abusate, confuso in un tutt’uno con multidisciplinarità, pluridisciplinarità, transdisciplinarità. Sinonimi? Vale distinguere. Multidisciplinarità e pluridisciplinarità evidenziano una presenza concomitante di discipline senza relazione alcuna la prima e un accenno la seconda. A Mandanici, invece, i 50 studiosi convenuti hanno tentato di superare i limiti delle proprie conoscenze specialistiche per guardare l’uno con gli occhi dell’altro. La transdisciplinarità? Sarà il traguardo dei prossimi anni; non soltanto sui Peloritani. Le diverse discipline avvieranno una coordinazione complessa tralasciando origini distinte a vantaggio delle soluzioni.

La pasta secca esportata viaggiava in barili

 

GENOVA E SICILIA
In atti notarili, databili al 1316 e 1329, in un testo culinario napoletano, viene citata una ricetta di Tria tipica di Genova. Pur non essendoci notizie su una ipotetica produzione genovese di pasta, è lecito pensare che la città ligure fosse impegnata in un’attività di commercializzazione in tutto il Mediterraneo di prodotti provenienti da Sicilia e Sardegna. A provarlo esistono dei contratti, stilati tra il 1157 e il 1160, di esportazioni dalla Sicilia normanna alla Repubblica genovese. Solo, infatti, nel XVI secolo si ha notizia di Fidelari, produttori di pasta secca, a Genova.

La pasta secca in esportazione viaggiava contenuta in barili. Questa attività non era sporadica, ma continua. Essa è ampiamente attestata dai Registi del dazio del Banco di San Giorgio a Genova, per un lungo periodo (dal 1497 al 1535). Oltre alla pasta secca, la Repubblica marinara di Genova otteneva dalla Sicilia anche grano, farina, semola e biscotti, cioè tutti ingredienti derivati da prodotti molitori siciliani. A sua volta le navi genovesi smerciavano i prodotti in tutto il Mediterraneo occidentale. Non solo Roma, Napoli e altri centri del tirreno, ma raggiungendo anche Barcellona e Marsiglia.

La pasta di produzione sarda, invece, subiva la concorrenza di Pisa e di importatori spagnoli, che godevano di privilegi fiscali. Questi originavano dalla conquista spagnola di Alfonso IV d’Aragona (del 1326). Proprio il re incitò i mercanti spagnoli a vincere la concorrenza pisana e genovese, favorendo gli imprenditori catalani in ogni maniera. Tra il 1351 e il 1397, infatti, i Registri annotano traffico in partenza da Cagliari diretto proprio verso la Catalogna di tutti i formati di pasta secca e dei relativi prodotti di molitoria.

In questo periodo, al di fuori della penisola italiana non si hanno notizie di una sostanziosa produzione di pasta, se non in Provenza. Da rilevare che in Spagna, in periodo medievale, non si aveva la necessità di produrla, in quanto la Sicilia e la Sardegna erano sotto la corona aragonese.

Una irrefrenabile fantasia coloristica

 

C’è sempre uno scarto tra immaginazione e realtà. Théophile aveva vagheggiato la casa di Lucie nell’ordine assoluto della sua, dove ogni oggetto aveva il suo posto e giocava per l’equilibrio che ne scaturiva. E invece la casa di Lucie assomigliava a quella di Marion più di quanto una irrefrenabile fantasia coloristica avesse potuto fare concepire. Anzi, la casa di Marion e quella di Lucie erano ambedue luoghi in cui la fantasia trova appropriata sede. Al cospetto di tanta creatività, Théophile avvertì la gravità del proprio rigore monacale. Cucina-studio-soggiorno inviluppavano con armonica linearità il vano d’ingresso tanto ridotto da preparare l’insospettata sorpresa: un unico, singolare, spazio aperto, immerso nel paesaggio della città nuova che senza invito prorompeva dalle vetrate a tutt’altezza. La cucina di Marion, così intima come un bozzolo da cui nasce una farfalla, qui si dilatava, perché quella di Lucie si affacciava su di un lungo tavolo da pranzo, separato solo da un’isola attrezzata. Ingombro com’era, quel tavolo, di tinture e boccette d’inchiostri, matite e pennelli, fogli in carta di riso e di cotone, sembrava che Lucie non mangiasse mai. «Un aspetto che non conoscevo di te», mormorò Théophile a mezza bocca, mentre lei godeva per intero della sua meraviglia. In verità Théophile cercava i libri, che non tardarono a balzargli agli occhi, allineati in pile verticali quale schienale di un confortevole divano a sacco anni Ottanta. Ma ce n’erano anche negli scaffali a parete, dai quali si affacciavano burattini smorfiosi e pendevano marionette in studiatissime pose. Ma lo sbigottimento più grande fu scorgere, in un canto del soggiorno, un telaio dai fili tesi coloratissimi e, lungo la parete di fondo, ripiani e rastrelliere colme di gomitoli, rocchetti, matasse di cotone, seta, lana, alpaca. «Amo i filati tinti a mano», sospirò Lucie porgendogli una tazza di caffè e raggomitolandosi con la sua, a piedi scalzi, sul divano soffice. Quei fantastici piedi che avevano attratto Théophile sin dalla prima occhiata in libreria. Era come il rammagliarsi di un racconto rimasto sospeso, tra letteratura e arte.

Théo Feel, Racconti senza senso nella babele delle lingue.

Pubblicato da Entasis.it