Architettura, potere e solitudine del progetto

Un film che racconta un monumento senza celebrarlo, e un architetto senza mitizzarlo. Stéphane Demoustier porta sullo schermo la vicenda della Grande Arche come una parabola sul rapporto tra visione, politica e compromesso, là dove l’architettura diventa terreno di scontro tra idea e realtà.

Lo sconosciuto del Grande Arco
Una riflessione sul film e sul progetto

di Andrea Montesi

Un monumento per chiudere un asse
Nel 1983 la Francia bandisce un concorso internazionale per completare l’asse storico di Parigi, quello che dalla piramide del Louvre attraversa gli Champs-Élysées, l’Arco di Trionfo e si spinge fino alla Défense. Non si tratta di un edificio qualunque: l’opera deve essere simbolica, capace di rappresentare una stagione politica e una fiducia nel futuro. A vincere, contro ogni previsione, è un architetto danese poco noto, Johann Otto von Spreckelsen, autore fino a quel momento di poche opere, soprattutto chiese nei paesaggi nordici. Da questa vicenda reale prende le mosse Lo sconosciuto del Grande Arco, diretto da Stéphane Demoustier, che sceglie di raccontare l’architettura come processo fragile e conflittuale, non come esito trionfale.

Il sogno modernista di François Mitterrand
La figura del presidente aleggia su tutto il film. François Mitterrand appare come il grande committente politico, l’uomo dei “Grands Projets” che vuole lasciare un’impronta duratura sulla capitale. La Grande Arche deve essere la controparte contemporanea dell’Arc de Triomphe, non un arco militare ma una “finestra verso il cielo”, come la definisce Spreckelsen. Il progetto si inserisce in una tradizione monumentale precisa – dalla Torre Eiffel al Grand Palais – ma ne sovverte il linguaggio: non una massa piena, bensì un vuoto abitabile, un cubo scavato, un gesto astratto calato nel cuore del primo quartiere direzionale europeo.

Un architetto fuori contesto
Spreckelsen, interpretato con misura e intensità da Claes Bang, è un personaggio che sembra sempre leggermente fuori posto. Ascetico, ostinato, impermeabile alle logiche di mediazione, incarna una figura quasi anacronistica di architetto-artigiano, più vicino al cantiere che ai salotti del potere. Il film insiste su questo scarto culturale: da una parte il rigore nordico, la trasparenza dei processi, l’ossessione per la qualità dei materiali; dall’altra la macchina amministrativa francese, fatta di compromessi, bilanci, rivalità istituzionali e giochi di posizione.

Il cantiere come campo di battaglia
La costruzione della Grande Arche diventa progressivamente un luogo di tensione. Ogni scelta – il vetro per le facciate, i giunti, i marmi selezionati a Carrara – è il risultato di una lotta. Demoustier mostra con precisione come l’opera pubblica sia sempre una negoziazione permanente tra ideale e fattibilità. Attorno all’architetto ruotano figure emblematiche: il capocantiere pragmatico, interpretato da Swann Arlaud, e il funzionario dell’Eliseo incarnato da Xavier Dolan, viscido e abilissimo nel piegare il linguaggio tecnico alle esigenze della politica. Sono personaggi che non hanno bisogno di essere caricaturali: bastano poche battute per rendere evidente il sistema di forze in gioco.

Arte e potere: una relazione asimmetrica
Il cuore del film sta nel rapporto tra l’artista e il potere. Demoustier non idealizza Spreckelsen, ma ne mette in scena la vulnerabilità, l’ossessione, il rischio di isolamento. Il suo è un Don Chisciotte moderno che combatte contro un nemico invisibile: non una persona, ma un apparato. In questo senso, Lo sconosciuto del Grande Arco dialoga apertamente con The Brutalist di Brady Corbet, condividendone il tema della creazione architettonica come gesto totalizzante, destinato però a scontrarsi con la realtà economica e politica.

La Défense come teatro urbano
Il film è anche un ritratto di La Défense negli anni Ottanta: un paesaggio ancora incompiuto, fatto di superfici bagnate, passerelle sopraelevate, volumi astratti. La scelta di collocare lì il nuovo arco non è neutra. La Défense rappresenta l’idea di una Parigi proiettata nel futuro, che sposta il baricentro simbolico fuori dal centro storico. Spreckelsen coglie questa tensione e la traduce in un oggetto architettonico che è insieme continuità e rottura.

La moglie come bussola emotiva
Accanto all’architetto, la figura della moglie Liv, interpretata da Sidse Babett Knudsen, svolge un ruolo fondamentale. Non è una semplice spalla narrativa, ma la vera mediatrice tra il mondo interiore di Spreckelsen e la complessità esterna. È lei a tradurre, a smussare, a proteggere. In un film che parla di solitudine del progetto, Liv rappresenta l’unico punto di equilibrio possibile.

Un congedo amaro, non una sconfitta
La vicenda si conclude con l’allontanamento di Spreckelsen dal cantiere, un epilogo storicamente accurato e narrativamente doloroso. Demoustier evita il melodramma: il congedo è sobrio, quasi amministrativo, ed è proprio questa asciuttezza a renderlo efficace. Il monumento verrà completato, ma il suo autore non ne vedrà la fine. Resta una domanda sospesa: a chi appartiene davvero un’opera pubblica? A chi la immagina, a chi la finanzia o a chi la eredita?

Un film sull’architettura come destino
Lo sconosciuto del Grande Arco non è un film “per architetti”, ma un film sull’architettura come condizione umana. Racconta la vertigine di chi prova a dare forma a un’idea pura in un mondo che chiede continuamente aggiustamenti. È un racconto sul prezzo della coerenza, sulla difficoltà di lasciare una traccia senza essere risucchiati dal sistema che quella traccia la rende possibile. Un film che, parlando di un edificio, finisce per parlare di noi.


Redazione Experiences

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