
Negli ultimi anni la “prima serata” si è allungata fino a sconfinare nella notte. Non è un capriccio dei palinsesti, ma il risultato di scelte economiche, abitudini sociali e competizione tra reti. E gli spettatori, volenti o nolenti, si adattano.
di Davide Rinaldi
C’era una volta la prima serata. Iniziava alle 20:30, massimo 21:00, e aveva una virtù ormai rara: la puntualità. Oggi, accendere la TV all’ora di cena significa entrare in una lunga anticamera fatta di trailer, talk e anticipazioni. Il programma “vero” arriva dopo, spesso ben oltre le 21:30. E non è un ritardo occasionale: è diventata la norma.
Il motivo principale è semplice, anche se poco romantico: i soldi. La televisione generalista vive di pubblicità, e più a lungo trattiene il pubblico prima dell’inizio del programma principale, più spazi può vendere. Allungare il cosiddetto access prime time – quella fascia tra il telegiornale e la serata – permette di concentrare spettatori e inserzionisti nello stesso punto. È un gioco di attesa: si resta lì perché “tra poco comincia”, e intanto scorrono gli spot.
C’è poi la concorrenza. Con piattaforme streaming, social e contenuti on demand, la TV tradizionale deve trattenere lo spettatore il più possibile. Ritardare l’inizio della prima serata significa evitare sovrapposizioni dirette tra programmi forti su reti diverse. Una partita a scacchi invisibile, dove ogni mossa è pensata per non perdere pubblico.
Ma non è solo una questione di palinsesti. Anche le abitudini sono cambiate. Si cena più tardi, si rientra più tardi, si vive – in generale – più tardi. La televisione si adegua, o almeno ci prova. Il problema è che, così facendo, spinge ancora più avanti l’orario di fine. E qui nasce il cortocircuito: si comincia tardi perché viviamo tardi, ma finiamo troppo tardi anche per chi, il giorno dopo, deve svegliarsi presto.
Il risultato è un compromesso imperfetto. Chi può permetterselo registra o guarda in streaming il giorno dopo. Chi resta fedele alla diretta spesso cede prima della fine. E i programmi, inevitabilmente, si allungano: più contenuti, più pause, più tempo da riempire.
Nel frattempo, la “prima serata” ha perso il suo significato originario. Non è più la fascia iniziale della sera, ma un’etichetta elastica, adattabile alle esigenze del mercato. Un po’ come certi appuntamenti italiani: fissati per le otto, iniziano quando arrivano tutti.
Eppure, in questa dilatazione continua, c’è anche un piccolo paradosso. Mai come oggi possiamo scegliere cosa vedere e quando farlo. Ma la televisione lineare continua a dettare i suoi tempi, come un vecchio capotreno che fischia mentre tutti guardano il telefono. Forse la domanda giusta non è perché la prima serata cominci sempre più tardi. Ma perché continuiamo ad aspettarla.
| Articolo redazionale |
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