Design Vik 2026: quando il progetto perde funzione e diventa visione

In senso orario dall’alto, opere di: Dorota Koziara, Massimo Giacon, Pao, Tomoko Nagao. In copertina Sandi Renko

Alla Galleria Vik Milano una mostra collettiva indaga il lato inatteso del design tra arte, materia e immaginazione. Un percorso espositivo che attraversa linguaggi e discipline, mettendo in discussione l’idea stessa di design. Tra installazioni, opere ibride e sperimentazioni visive, la mostra propone uno sguardo alternativo, critico e poetico sul progetto contemporaneo.


In occasione della Design Week milanese, la Galleria Vik Milano inaugura una nuova edizione di Design Vik – The Other Side of Design, in programma dal 20 aprile al 24 maggio 2026 negli spazi di Vik Pellico Otto, affacciati sulla Galleria Vittorio Emanuele II. L’appuntamento, ormai consolidato nel calendario espositivo della galleria, si distingue per un approccio che si allontana dal design inteso come disciplina funzionale per aprirsi a una dimensione più libera e sperimentale.
Il titolo scelto chiarisce fin da subito l’intenzione curatoriale: esplorare ciò che accade quando il design viene attraversato dallo sguardo degli artisti. Ne emerge un territorio ibrido in cui oggetti e forme riconoscibili perdono la loro funzione originaria per trasformarsi in narrazione, percezione e linguaggio visivo. Il design, in questo contesto, non viene negato ma riformulato – diventa materia di riflessione più che strumento d’uso.

La mostra riunisce circa quindici artisti italiani e internazionali, chiamati a confrontarsi con il tema attraverso approcci diversi – ironici, visionari, talvolta critici – con una particolare attenzione alle questioni ambientali, al riuso e al rapporto tra uomo e natura.

Il percorso espositivo si sviluppa per nuclei tematici. Una prima sezione indaga la relazione tra materia naturale e progetto: Monica Bispo e Vaprio Zanoni lavorano con terra ed elementi organici dando vita a opere che si configurano come ecosistemi in trasformazione. Su una linea affine si colloca l’intervento di Dorota Koziara, che rielabora la tradizione del vimini in chiave immersiva, mentre Lucia Lo Russo introduce materiali naturali come i favi d’api, attraversati da luce interna e trasformati in strutture visive quasi architettoniche.

Un secondo ambito è dedicato al dialogo tra arte e tecnologia. I “Quadri Mediali” di Davide Maria Coltro portano la pittura in una dimensione digitale e mutante, mentre Andrea Crespi lavora sulla percezione visiva attraverso un linguaggio che unisce optical art e immaginario pop. Matteo Mandelli, infine, mette in relazione artigianato e tecnologia nei suoi tappeti ibridi, dove il tempo della manualità incontra la logica elettronica.

La trasformazione dell’oggetto quotidiano costituisce un ulteriore asse della mostra. Pao interviene sulla percezione dello spazio con opere anamorfotiche, Francesco De Molfetta gioca sull’ambiguità tra forma e significato con una seduta che diventa dispositivo concettuale, mentre Massimo Giacon continua la sua ricerca tra arte, fumetto e design, caricando gli oggetti di una dimensione narrativa e ironica. Sandi Renko, invece, esplora superfici e luce, spingendo il design verso territori percettivi.

Non manca una riflessione sull’immaginario storico e culturale del design. Tomoko Nagao rielabora icone della tradizione visiva in chiave iperpop, Ieva Petersone trasforma oggetti in paesaggi interiori, Carla Mura porta la materia tessile oltre la superficie pittorica, mentre Luigi Serafini introduce nel percorso una delle sue celebri sedie insieme a una tavola tratta dal suo universo visionario.

Completano il progetto gli interventi di Giordano Curreri, con i suoi disegni alla cieca dedicati agli oggetti quotidiani, e di E.T. De Paris, che costruisce una sequenza di micro-narrazioni visive capaci di trasformare frammenti ordinari in immagini sospese tra logica e paradosso.

Nel suo insieme, Design Vik 2026 si configura come una costellazione di opere in cui il design smette di servire per iniziare a raccontare. Gli oggetti perdono funzione per acquisire significato, aprendo uno spazio di libertà in cui lo sguardo prende il posto dell’uso. È in questa deviazione – silenziosa ma radicale – che si rivela, senza dichiararsi apertamente, l’altro lato del design.


Da Paola Martino ufficio stampa <paolamartinoufficiostampa@gmail.com> i
Articolo redazionale

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