
Una mostra a Villa Giulia ripercorre l’intero arco creativo di Alessandro Mendini, figura chiave del design italiano. Tra oggetti iconici e visioni teoriche, emerge un pensiero che ha ridefinito il progetto come pratica culturale e civile.
di Luca Ferraris
C’è un tratto distintivo nel lavoro di Alessandro Mendini: la capacità di trasformare il design da disciplina funzionale a dispositivo critico. La mostra “Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi”, in programma a Verbania dal 16 maggio al 27 settembre 2026, ricostruisce questa traiettoria con un’ampiezza rara, mettendo in scena oltre 130 opere che attraversano più di quattro decenni di attività .
L’antologica, curata da Loredana Parmesani e allestita negli spazi di Villa Giulia, non si limita a un’esposizione cronologica. Piuttosto, propone una lettura per ambienti – stanze appunto – che riflettono una delle ossessioni più fertili di Mendini: lo spazio come microcosmo emotivo e intellettuale. In un’epoca in cui il design tende a globalizzarsi sotto la spinta delle grandi piattaforme industriali, questa scelta restituisce centralità alla dimensione narrativa dell’oggetto.
Mendini emerge così non solo come designer, ma come intellettuale europeo capace di intercettare e reinterpretare le tensioni del secondo Novecento. Dalla stagione del Radical Design milanese degli anni Settanta – che contestava apertamente il funzionalismo modernista – fino alle declinazioni postmoderne, la sua opera si muove lungo una linea di frattura tra industria e cultura, tra mercato e immaginazione.
Il percorso espositivo mette in dialogo alcuni dei lavori più emblematici. La Poltrona di Paglia del 1974 segna un momento di rottura: non più oggetto utile, ma strumento di provocazione sociale. Poco dopo, la celebre Poltrona di Proust (1978) traduce la memoria letteraria in forma decorativa, fondendo rococò e puntinismo in un’operazione che anticipa la contaminazione dei linguaggi contemporanei. Più tardi, il Mendinigrafo (1985) sintetizza il suo alfabeto visivo, mentre la collezione “100% Make up” per Alessi (1992) introduce una dimensione corale, coinvolgendo progettisti internazionali in un processo creativo condiviso.

Questa apertura al dialogo internazionale non è un elemento accessorio. Mendini lavora con aziende come Alessi, Kartell, Swatch, Philips, intercettando la trasformazione del design in industria globale. Allo stesso tempo, mantiene una forte autonomia teorica, testimoniata anche dalla direzione di riviste come Casabella, Modo e Domus, luoghi cruciali per la costruzione del dibattito architettonico e progettuale.
Nel contesto attuale, segnato dalla standardizzazione dei consumi e dall’accelerazione tecnologica, la sua lezione acquista nuova rilevanza. Mendini rifiuta l’idea di un design neutrale: ogni oggetto è portatore di valori, di visioni del mondo, di implicazioni politiche. È una posizione che dialoga con le grandi trasformazioni economiche degli ultimi decenni – dalla delocalizzazione industriale all’ascesa dell’Asia come hub produttivo – e che invita a ripensare il ruolo del progettista in un sistema globalizzato.
La mostra di Verbania insiste su questo punto attraverso l’allestimento. Ogni stanza è dedicata a un’opera chiave, accompagnata da disegni, testi e materiali preparatori che ne ricostruiscono la genesi. Ne emerge un processo progettuale stratificato, in cui l’idea precede e spesso supera l’oggetto finale. È qui che Mendini si distingue da altri protagonisti del design italiano: nella capacità di fare del progetto un racconto, una forma di pensiero.
Non è un caso che il tema della “stanza” ricorra come filo conduttore. La stanza è spazio domestico ma anche mentale, luogo di riflessione e di inquietudine. In un mondo sempre più interconnesso, Mendini sembra anticipare il bisogno di spazi interiori, di pause nella continuità digitale. La sua ricerca diventa così sorprendentemente attuale, quasi una risposta anticipata alle tensioni del presente.

La dimensione internazionale del suo lavoro è confermata anche dalle numerose collaborazioni e riconoscimenti: tre Compassi d’Oro, incarichi in Europa e Asia, progetti che spaziano dalle fabbriche Alessi a Omegna al Museo di Groningen, fino agli interventi urbani in Corea del Sud . Una geografia che riflette l’evoluzione del design da fenomeno nazionale a linguaggio globale.
In questo scenario, la scelta di Verbania assume un significato preciso. Non si tratta solo di valorizzare una figura centrale del Novecento italiano, ma di inserirla in un contesto territoriale che dialoga con l’industria – basti pensare alla presenza storica di Alessi nel Verbano Cusio Ossola. La mostra diventa così un punto di incontro tra cultura e produzione, tra memoria e innovazione.
Il risultato è un percorso che non celebra semplicemente un autore, ma invita a interrogarsi sul senso del design oggi. Mendini ci ricorda che progettare significa prendere posizione, costruire visioni, immaginare alternative. In un’epoca dominata dall’efficienza e dalla velocità, la sua opera restituisce al design una dimensione umanistica, critica e profondamente politica.
Villa Giulia, con la sua architettura ottocentesca affacciata sul lago, diventa il luogo ideale per questo confronto. Un contesto che amplifica il dialogo tra spazio, oggetto e pensiero, e che conferma come il design – quando è autentico – non sia mai solo forma, ma interpretazione del mondo.
| Articolo redazionale |
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