La Storia di Chef Danny Smaila Wahab: un Ponte di Sapori tra Due Mondi. Per lo Chef Danny Smaila Wahab, la cucina non è soltanto un mestiere: è un linguaggio universale, un’espressione d’amore e un ponte capace di unire culture diverse. La sua storia è un viaggio affascinante che lo ha portato dalla Nigeria, sua terra natale, al cuore dell’Italia, dove ha dato vita a Good Food: Afro-Italian Fusion Cuisine a Lodi.
Raccontiamo la storia dello Chef Danny Smaila Wahab e la nascita di Good Food: Afro-Italian Fusion Cuisine, il primo progetto culinario a Lodi che unisce tradizione africana e gastronomia italiana attraverso una visione culturale, sociale e imprenditoriale unica.
Radici Nigeriane, Cuore Italiano
Nato e cresciuto in Nigeria, Danny ha respirato fin da piccolo i profumi intensi e i sapori vibranti della cucina tradizionale africana. Ha osservato mani esperte all’opera, imparando i segreti delle ricette tramandate, la ricchezza dei prodotti autoctoni e l’arte di preparare piatti che nutrono non solo il corpo, ma anche lo spirito. Un’eredità culinaria intrisa di tradizione, calore familiare e identità: le solide fondamenta della sua passione.
Il suo arrivo in Italia ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo, un’immersione in un’altra cultura gastronomica millenaria: quella italiana. Danny ne ha subito ammirato la semplicità degli ingredienti, la precisione delle tecniche e l’armonia naturale che caratterizza la cucina mediterranea. Ha studiato, sperimentato e assimilato ogni sfumatura, fondendo la sua innata creatività con la disciplina della cucina italiana.
Chef Danny e i suoi piatti
La Nascita di una Visione: l’Afro-Italian Fusion
Col tempo è maturata una visione audace: non scegliere tra due mondi, ma unirli. Dare vita a una cucina che non fosse né soltanto africana né soltanto italiana, ma una celebrazione autentica e innovativa di entrambe. Così nasce l’idea di Good Food: Afro-Italian Fusion Cuisine: un luogo dove le materie prime africane incontrano l’eleganza della tradizione italiana; dove la robustezza di cereali e tuberi africani si intreccia con la delicatezza dei prodotti mediterranei; dove metodi di cottura ancestrali si fondono con tecniche contemporanee.
Più di un Menù: un Messaggio
Good Food non è soltanto un menù di oltre 32 piatti, inclusi proposte vegane e gluten-free: è la manifestazione della filosofia di Danny. Ogni pietanza testimonia il suo impegno verso ingredienti freschi, sostenibili e di qualità; un omaggio alla diversità e un invito a scoprire sapori inediti. Lo Chef Wahab crede profondamente nel potere del cibo di unire le persone, abbattere barriere e raccontare storie.
La sua cucina invita a sedersi e lasciarsi guidare in un viaggio sensoriale che sfugge alle definizioni tradizionali. Con Good Food, Danny non offre solo piatti deliziosi, ma un’esperienza che nutre l’anima, celebra la bellezza dell’incontro tra culture e sostiene attivamente le donne agricoltrici e commercianti africane, contribuendo a un impatto positivo e duraturo nelle comunità d’origine.
Good Food – Progetto Donna
All’interno del progetto prende forma anche Good Food – Progetto Donna, un’iniziativa dedicata alla valorizzazione e alla formazione di donne africane, con particolare attenzione a:
Selezione e formazione di donne da inserire nell’avvio dell’attività
Women in Wine – Sudafrica: un esempio virtuoso di leadership femminile e inclusione nel settore vinicolo
Donne agricoltrici e commercianti africane, sostenute attraverso la scelta consapevole delle materie prime
La nascita di una nuova visione culinaria: l’Afro-Italian Fusion, ponte gastronomico e culturale tra Africa e Italia
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ARTantide Gallery di Verona presenta “La trama del Mito”, la nuova mostra personale dell’artista camerunense Afran, tra le voci più originali e raffinate del panorama artistico contemporaneo. Nato in Camerun e residente in Italia, Afran ha rappresentato il proprio Paese alla Biennale d’Arte di Venezia 2022 ed è oggi riconosciuto a livello internazionale per l’incredibile perizia tecnica con cui fonde pittura, scultura e una profonda ricerca concettuale.
L’esposizione, curata da Sandro Orlandi Stagl, trasforma gli spazi di ARTantide Gallery in un percorso attraverso i miti, antichi e contemporanei, che continuano a modellare la nostra percezione del mondo. Il titolo, “La trama del Mito”, richiama l’uso emblematico che Afran fa del denim, materiale che diventa mezzo narrativo, simbolo dell’apparire nell’era dei social network e della memoria collettiva.
LA TRAMA DEL MITO
Una mostra d’arte personale di Afran che esplora il “mito” dell’apparire nell’era dei social network. Dal 18 dicembre 2025 al 13 marzo 2026 ARTantide Gallery Verona – Via Angelo Messedaglia 7, 37135, Verona (VR)
Una mostra in cui i miti vestono il presente
La poetica di Afran indaga la fragilità dell’essere umano, eternamente alla ricerca di oracoli a cui affidarsi: miti classici, divinità, ma anche moderne forme di culto come verità precostituite, fake news e social network. Nelle sue opere, la “trama” del denim diviene metafora della trama esistenziale dell’uomo contemporaneo, cucita e ricucita nel tentativo di dare un senso alle proprie contraddizioni.
Attraverso oltre 20 opere, tra dipinti, sculture e installazioni, la mostra invita il visitatore a interrogarsi su quali siano oggi i nuovi miti e come questi influenzino identità, desideri e paure.
Opere principali
Tra le opere più significative presenti nel percorso espositivo:
Opere in denim
Laocoonte rammendato – dipinto che trasforma il celebre gruppo scultoreo in un simbolo della nostra ansia di “riparare” la verità.
Medusa rammendata – un’icona femminile che sfida il consumismo dell’immagine e la sua costante manipolazione.
Street Imperator – scultura monumentale che fonde classicità e street culture.
– Eva – una figura arcaica che torna a interrogare le origini della colpa e della libertà.
Cavallo di Troia – dipinto che rilegge il mito come metafora della persuasione occulta contemporanea.
Paesaggio da rammendare – una riflessione poetica sulla necessità di “riparare” il mondo.
Gold Rush – dipinto che affronta il mito moderno della ricchezza come promessa salvifica.
Il ciclo dei funghi allucinogeni
Opere tra pittura e scultura:
Amanita – denuncia della proliferazione incontrollata delle fake news e dei nuovi culti digitali.
Dipinti su cartone
Una serie di lavori realizzati su cartoni da imballaggio, dove figure mitologiche e storiche emergono da materiali poveri, ribaltando con ironia e intelligenza le dinamiche del consumismo e della sacralizzazione dell’arte.
Un viaggio tra memoria, identità e critica sociale
“La trama del Mito” non è solo un’esposizione artistica, ma un vero e proprio percorso di riflessione:
sui miti che ancora abitano il nostro immaginario;
sul rapporto tra individuo e società;
sulla materia stessa dell’arte, capace di trasformare oggetti quotidiani in narrazioni universali;
sul bisogno di apparire nell’era dei social network.
Il denim, assume identità culturale e storica e diviene veicolo di critica sociale, mentre i funghi allucinogeni raccontano i pericoli della disinformazione digitale. I cartoni da imballaggio, infine, ricordano che anche il mito può essere “consumato”, riciclato, reinterpretato.
Un artista che parla al presente
Con la sua ricerca potente e raffinata, Afran propone un’arte che svela il presente attraverso i simboli del passato, invitando il pubblico a un confronto aperto con le proprie fragilità e convinzioni.
“La trama del Mito” è un’occasione unica per scoprire il lavoro di un artista capace di unire tecnica magistrale, profondità concettuale e uno sguardo lucido sulle contraddizioni del nostro tempo.
Paolo Mozzo CEO EBLand – www.artantide.com Fondatore MAT | Museo d’Arte Trasformativa President – Italian Director | Biennale Italia – Cina Ambasciatore | Cittadellarte – Fondazione Michelangelo Pistoletto
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Le gallerie L2Arte di Pavia e HR Docks Gallery di Torino hanno il piacere di presentare Storie, la mostra personale dell’artista Silvestro Bonaventura, a cura di Rosanna Accordino, che inaugura venerdì 12 dicembre 2025 negli spazi della Galleria Marco Fraccaro presso il Collegio Fratelli Cairoli a Pavia, visitabile fino al 17 dicembre 2025.
Il titolo Storie che Silvestro Bonaventura ha scelto per il suo più recente progetto pittorico racchiude in sé l’essenza del proprio lavoro, il movente che determina la realizzazione di ciascuna opera, ovvero, raccontare storie, le proprie e quelle degli amici più cari, di chi lo circonda e condivide con l’artista gli spazi personali delle proprie abitazioni. Da ciò si evince una profonda capacità di immedesimazione, di ascolto e di interpretazione senza formalismi, attraverso prospettive inventate dall’autore e un linguaggio personalissimo.
L’artista vibonese ha costruito un immaginario iconografico unico nel panorama dell’arte contemporanea, capace di distinguersi e rendersi da subito riconoscibile. La sua identità pittorica è determinata dagli elementi chiave che caratterizzano le sue opere, dagli oggetti domestici protagonisti delle opere, dalle prospettive distorte, come se gli ambienti fossero immersi all’interno di un fluido, e i colori a contrasto. Vi è poi una componente magica e favolistica che amalgama il tutto rendendo l’opera un mondo alternativo, nel quale le fantasie del bambino diventano il punto di vista dell’artista che ha saputo coltivare l’innocenza e il gioco anche in età adulta.
Per l’occasione, la mostra verrà ospitata nei prestigiosi spazi della Galleria del Collegio Fratelli Cairoli fondata dal Prof. Marco Fraccaro, che sin dagli anni Settanta ospita eventi artistici distinguendosi per la grande attenzione rivolta all’arte contemporanea.
Informazioni mostra Galleria Marco Fraccaro, Collegio Fratelli Cairoli, Piazza Collegio Cairoli, 1 – 27100 – Pavia Inaugurazione/Inizio mostra: 12/12/2025, ore 18 Orari di apertura: da lunedì a sabato 17 – 19 Fine mostra: 17/12/2025 Ingresso libero
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Fondazione Perugia, insieme a Fondazione CariPerugia Arte, ha tenuto giovedì 11 dicembre, presso La Sala delle Colonne e a seguire a Palazzo Baldeschi in corso Vannucci a Perugia, la presentazione dedicata a Il dittico di Pietro Perugino e le acquisizioni di Fondazione Perugia. L’iniziativa ha registrato un’ampia partecipazione di studiosi, pubblico e rappresentanti delle istituzioni culturali, confermandosi un momento significativo di approfondimento attorno alle più recenti acquisizioni della Fondazione.
Le due tavole di Perugino esposte in Palazzo Baldeschi sono del periodo veneziano del Maestro
Lo evidenziano gli studi e le analisi presentate a Perugia
Durante l’incontro sono intervenuti Alcide Casini, Presidente di Fondazione Perugia; Francesco Federico Mancini, storico dell’arte; Antonio Natali, storico dell’arte; Gianluca Poldi dell’Università degli Studi di Udine; Vittoria Garibaldi, storico dell’arte. Gli interventi hanno ricostruito il percorso storico, critico e diagnostico del dittico composto dalle due tavole raffiguranti Cristo coronato di spine e la Vergine, attribuite al Perugino e acquisite all’asta Dorotheum di Vienna del 22 ottobre 2024.
Nel corso della presentazione è stato ricordato come l’acquisizione rappresenti un atto di tutela e valorizzazione del patrimonio umbro, oltre che un ritorno alla fruizione pubblica di opere che per decenni erano appartenute a collezioni private inglesi e svizzere. Le tavole, già esposte in diverse occasioni – da Campione d’Italia nel 2011 a Parigi nel 2014 fino a Perugia nel 2023 – erano state confermate come opere del Maestro da numerosi studiosi, pur nel persistere di un vivace dibattito attributivo. Proprio questa pluralità di letture è stata richiamata più volte dagli esperti intervenuti, che hanno sottolineato il ruolo del dittico come caso di studio di grande rilevanza per la conoscenza dell’opera matura di Pietro Vannucci. Questa acquisizione si inserisce in un percorso che da molti anni vede la Fondazione impegnata nella salvaguardia e nell’arricchimento del patrimonio storico-artistico legato al territorio umbro e, in particolare, nella conservazione e valorizzazione di testimonianze riconducibili al linguaggio e alla produzione del Perugino, figura identitaria per Perugia e per l’Umbria. Nel 1987, l’allora Cassa di Risparmio di Perugia acquisì in asta la Madonna con Bambino e due cherubini, databile all’ultimo decennio del XV secolo; nel 2017 si aggiunse il San Girolamo penitente (1520 ca.). L’ingresso delle due nuove tavole si affianca a queste precedenti acquisizioni, consolidando una linea d’azione coerente e continuativa dedicata alla tutela di un capitolo fondamentale della storia artistica regionale.
Una parte significativa della discussione ha riguardato gli influssi veneziani riscontrabili nelle due opere, in particolare collegati alla produzione di Alvise Vivarini. Questa componente ha permesso di inserire il dittico nel contesto della presenza del Perugino a Venezia negli anni 1494–1495, quando l’artista era stato chiamato a intervenire nella Sala del Gran Consiglio di Palazzo Ducale.
Durante il convegno sono stati presentati anche i risultati della recente campagna di indagini diagnostiche promossa da Fondazione Perugia. Le analisi hanno evidenziato una pittura a velature sottili, una craquelure compatibile con la tecnica a olio e l’uso di pigmenti quali vermiglione, biacca, terre e composti a base di rame e carbonio. È stato inoltre illustrato il particolare rivestimento in cuoio marrone decorato in oro, che ha contribuito nel tempo alla buona conservazione dei pannelli. Sono state documentate integrazioni antiche e moderne, un tassello di restauro sulla tavola della Madonna e tracce di attività xilofaga ormai stabilizzata.
La presentazione si è conclusa con la riflessione condivisa sul valore culturale dell’ingresso del dittico nelle collezioni di Fondazione Perugia: un arricchimento importante per il percorso espositivo di Palazzo Baldeschi.
SCHEDA TECNICA
Il dittico attribuito a Pietro Perugino, acquisito da Fondazione Perugia, è composto da due tavole raffiguranti Cristo coronato di spine e la Vergine, realizzate a olio su tavola e misuranti 33 × 27 cm ciascuna. I pannelli, sottili (7 mm), sono rivestiti da un cuoio marrone decorato in oro che richiama l’aspetto di una copertina libraria e che contribuisce alla protezione e alla conservazione delle opere. La conformazione complessiva suggerisce la funzione originaria di un piccolo altarolo domestico.
Le indagini diagnostiche evidenziano una pittura condotta a velature sottili, una craquelure coerente con la tecnica a olio e l’impiego di una tavolozza che comprende vermiglione, biacca, terre naturali, pigmenti a base di rame e nero di carbonio. Il disegno preparatorio risulta visibile in contorni marcati e lievi aggiustamenti in corso d’opera. Sono presenti restauri antichi e moderni, abrasioni, lacune e un tassello di riparazione sulla tavola della Madonna; si riscontrano inoltre esiti stabilizzati di attività xilofaga.
Dal punto di vista stilistico, il dittico presenta influssi della cultura veneziana di fine Quattrocento, in particolare della produzione di Alvise Vivarini. Questi elementi permettono di collocare le opere nel contesto del soggiorno veneziano del Perugino negli anni 1494–1495.
Per quanto riguarda la provenienza, il dittico transita da una collezione privata inglese a una svizzera prima di approdare sul mercato viennese, dove viene acquistato da Fondazione Perugia. Le due opere compaiono in diverse esposizioni internazionali – nel 2011, 2014 e 2023 – sempre con attribuzione al Maestro.
Ufficio Stampa e Comunicazione di Fondazione Perugia Francesca Duranti T 075 5725981 – dir. 075 8680401 f.duranti@fondazioneperugia.it Area Comunicazione Segreteria Organizzativa
Sede Palazzo Graziani Corso Vannucci 47, 06121 Perugia Uffici Palazzo Lippi Alessandri Corso Vannucci 39, 06121 Perugia
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L’Etna diventa un’aula a cielo aperto: a Randazzo si valorizza lo “Sciarone – Paesaggio di fuoco e di memoria”
Regione Siciliana, Comune di Randazzo, Unpli e Fondo Ambiente Italiano ETNA, IL PARCO SCIARONE RACCONTA LA FORZA DEL VULCANO E LA VITA DELLA TERRA Il 20 dicembre, alle 10.00 a Randazzo – presso l’ex cinema Moderno – il primo grande meeting dedicato al paesaggio di fuoco e memoria
C’è un luogo, sul versante nord dell’Etna, in cui il fuoco del vulcano e la memoria delle comunità s’incontrano. È il Parco Sciarone, poco distante dal centro medievale di Randazzo: paesaggio di sciare, boschi e colate laviche che raccontano, strato dopo strato, la capacità della natura di rinascere e delle persone di ricostruire legami profondi con la propria terra. Lì dove i boschi di roverella si intrecciano con le ginestre dell’Etna, i sentieri naturali corrono tra rocce nere e radure attrezzate per l’accoglienza.
Per restituire valore e visibilità a questo patrimonio, sabato 20 dicembre 2025 – al Centro Polifunzionale “ex Cinema Moderno” di Randazzo (via Cairoli 51) – si terrà il meeting “La forza del vulcano, la vita della terra”, primo appuntamento del programma di eventi “Sciarone – Paesaggio di fuoco e di memoria” promosso dall’Assessorato dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea della Regione Siciliana, dal Comune di Randazzo, dalla Delegazione FAI di Catania e dal Gruppo FAI Etna Nord, con il coinvolgimento di università, associazioni e operatori del territorio. La giornata si aprirà alle ore 9.00 con la proiezione del video di Mario Mattia, primo tecnologo INGV, “Questo tempo da fine del mondo… eruzioni vulcaniche e catastrofi climatiche”, seguiranno i saluti istituzionali e, dalle 10.00 alle 12.00, la sessione tematica dedicata a “La forza del vulcano, la vita della terra”.
Sul palco si alterneranno vulcanologi, geologi, botanici, archeologi, geografi dell’Università di Catania e forestali della Regione Siciliana, per raccontare lo Sciarone come laboratorio a cielo aperto di biodiversità, resilienza naturale e memoria collettiva.
Al centro del meeting ci sarà proprio il Parco: la sua storia “dall’abbandono alla rinascita”, le colate laviche trasformate in paesaggi da vivere, la cenere che da scarto può diventare risorsa a impatto zero, il rapporto tra il vulcano e le comunità dell’Alcantara e di Randazzo, la rinascita delle sciare come scrittura vivente della natura. Ogni intervento offrirà chiavi di lettura diverse – scientifiche, paesaggistiche, educative – per arrivare a una convinzione condivisa: valorizzare il paesaggio etneo significa prendersi cura del futuro della Sicilia. Un evento che vuole dar vita al percorso, che continuerà nel 2026 con incontri dedicati ai prodotti d’eccellenza dell’Etna e con le Giornate FAI di Primavera, che vedranno Randazzo e lo Sciarone protagonisti di un itinerario di scoperta sul paesaggio vulcanico. Obiettivo comune è trasformare il Parco in un luogo educativo, emozionale e generativo: un’aula all’aperto per le scuole, uno spazio di ricerca per l’università, un laboratorio creativo per artis: ti e comunità.
Il meeting del 20 dicembre è dunque un invito a guardare l’Etna non solo come scenario, ma come bene comune da conoscere, rispettare e custodire. Partecipare significa contribuire a una nuova cultura del paesaggio, che riconosce nello Sciarone il simbolo di una Sicilia capace di trasformare la bellezza in responsabilità condivisa.
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Con ALBERO D’ARTISTA si giunge alla sesta edizione di OPENBOX, un progetto espositivo dell’Associazione Amici dell’Aventino*ETS, promosso con il Municipio I Roma Centro, che persegue le finalità statutarie di AdA* di custodia e valorizzazione dei luoghi del colle. Un progetto pilota incentrato sul dialogo tra la scultura contemporanea e i giardini dell’Aventino, che vuole dare la possibilità agli artisti di esporre le proprie opere in un contesto paesaggistico e storico unico.
OPENBOX6 | ALBERO D’ARTISTA
In mostra da domenica 14 DICEMBRE 2025 ORE 10.30 nei giardini di PIAZZA ALBINA e a seguire nel giardino di SANT’ALESSIO le installazioni site-specific di Fabio Maria ALECCI, Nina EATON, Gianluca ESPOSITO, Susanne KESSLER, Samuele VESUVIO e Paul WIEDMER, a cura di AdA- Cultura
Un “fil rouge” lega OPENBOX6 – ALBERO D’ARTISTA al precedente AVENTINOforFUTURE. Ambedue portano l’attenzione sul tema della sostenibilità, delle trasformazioni climatiche, con i relativi risvolti economici, politici e sociali. È risaputo che gli alberi sono elementi cruciali dell’ecologia, svolgendo un ruolo fondamentale nella purificazione dell’aria, nella protezione del suolo e nella regolazione del clima. La fotosintesi e la respirazione degli alberi assorbono anidride carbonica, mitigando il cambiamento climatico e producendo ossigeno. I boschi, in particolare, sono ecosistemi complessi che supportano la biodiversità, fornendo cibo e riparo a numerosi organismi, e influenzano il microclima locale. L’albero, simbolo assiale e universale, rappresenta la vita, la crescita, la forza e la connessione tra il mondo materiale e spirituale. Simboleggia la resilienza, la longevità, la stabilità e la fertilità. In molte culture, l’albero è associato all’albero della vita, all’albero cosmico, e rappresenta l’origine del mondo e la fonte della vita.
AdA vuole porre l’attenzione su Riforestiamo Roma! un piano imponente per restituire alla città alberature e arbusti che mitigano la temperatura, migliorano la qualità dell’aria, riducono l’inquinamento atmosferico, contrastano il fenomeno delle isole di calore, permettono una migliore gestione delle acque piovane e riportano decoro e bellezza in città.
PIAZZA ALBINA In mezzo al giardino, circondato da olmi, una unica installazione site-specific, un grande albero di Natale addobbato con le opere degli artisti: Fabio Maria ALECCI appende Cubi le scatole, Nina EATONFruits e Susanne KESSLER la sua In golden cage. I Bersagli i pesci di Gianluca ESPOSITO si affacciano tra i rami insieme ai Adoratores, di Samuele VESUVIO mentre i Rami di pianetiPaul WIEDMER si confondano con quelli dell’abete, lasciando brillare i pianeti immaginari.
Il giardino di SANT’ALESSIO Tra le sue mura protette sonoinstallate le opere individuali: Fabio Maria ALECCI presenta I moscerini, appoggiati sui rami contorti di un ficus e realizzati con materiali di ricupero, che scimmiottano delle creature viventi grottesche e ridicolmente mostruose. Gianluca ESPOSITO con La fisica del mondo quando brucia, fiammiferi che bruciano in una gabbia-edicola, ci riporta a una Natura che ci illudiamo di conoscere, ma che per incuria abbiamo contribuito a modificare, e che ora ci confronta con fenomeni sempre più estremi nel mondo naturale soggetto al cambiamento climatico. Nina EATON con la Wallflower deposita nell’uso del colore una componente progettuale, scenografica e costruttiva che nulla toglie alla eterna sorpresa dell’ignoto. Samuele VESUVIO crea un boschetto abitato da VulcanoShùshén figure sospese tra mito e natura, messaggeri di resilienza e curiosità. La narrazione che li accompagna evoca migrazioni botaniche, adattamenti e contaminazioni culturali. Paul WIEDMER propone Ospiti, uno scambio reciproco di doni. Ospiti di alberi che sono a loro volta gli ospiti dell’arte e dell’uomo, “accogliere l’altro che viene farsi abitare dall’altro custodendolo persino nella sua eccentricità e stravaganza” (Jacques Derrida).
GLI ALBERI DELL’AVENTINO Daniela Gallavotti Cavallero
Al tempo del mito il gigante Caco abitava in una caverna lungo il fianco scosceso dell’Aventino verso il Tevere. Virgilio descrive il colle nell’Eneide come
“Un cocuzzolo altissimo ed alpestro, Ch’ai nidi d’avvoltoi e di tali altri Augelli di rapina e di carogna Era opportuno albergo”.
Essendo disabitato, il colle era ricoperto di una fitta vegetazione, caratterizzata dalla presenza di querce, lecci, roverelle, cerri, sughere: il “bosco d’Aventino” ricordato in un altro passo dell’Eneide, dove dall’unione di Ercole e Rea era nato l’eroe eponimo, il bell’Aventino poi re degli Albani.
Se ci si affida alle memorie figurate bisogna arrivare fino al 1575 per vedere, in una stampa del francese Etienne Dupérac, il pendio verso il Tevere quasi del tutto spoglio, ad eccezione di cespugli bassi e arbusti tra le rovine. Solo il giardino del convento dei Santi Bonifacio e Alessio mostra una vegetazione non più spontanea ma organizzata in un filare di sei alberi di alto fusto.
Mentre il coronamento del colle era stato precocemente colonizzato da edifici ecclesiastici e conventuali insediatisi su preesistenze archeologiche, il carattere selvaggio della scarpata che si immergeva direttamente nel Tevere, così diverso dagli altri colli di Roma, era stato molte volte rappresentato in disegni, quadri, incisioni. Un disegno del pittore francese Nicolas Poussin, nella prima metà del Seicento, mostra le pendici punteggiate da alberi, forse lecci, alcuni disposti lungo il ripido cammino che dalla riva del fiume saliva verso l’attuale chiesa del Priorato.
Nel dipinto dell’olandese Gaspar van Wittel, negli anni ottanta del Seicento, sul profilo alto del colle, ormai tutto costruito, compaiono due pini a ombrello a fianco di Santa Sabina, una grande latifoglia e tre cipressi a destra del Priorato. Altre memorie pittoriche e incise sullo scorcio del Seicento e nei primi decenni del Settecento (Isaac de Moucheron, Paolo Anesi, Giuseppe Vasi, altri artisti anonimi) mostrano un’ordinata mescolanza di pini, cipressi, pioppi, giovani lecci. Lungo il sentiero che sale il pendio una doppia fila di piante capitozzate.
A partire dal tardo Cinquecento le mappe di Roma raffigurano il declivio dell’Aventino verso il Circo Massimo e verso la piana del Testaccio spartito in appezzamenti delimitati da mura e da strade, del tutto privi di costruzioni, tranne le chiese e qualche rudere affiorante. Vi si individuano campi coltivati, punteggiati da rari alberi da frutto. Una situazione che, poco prima della metà del Settecento, era consolidata in grandi proprietà ecclesiastiche e del patriziato romano ed era destinata a perdurare fino alla fine dell’Ottocento. Il casale già Torlonia in piazza del Tempio di Diana e il casaletto di fronte al convento di Santa Sabina sono le ultime tracce della secolare destinazione agricola del colle.
L’ultima trasformazione del verde dell’Aventino segue all’urbanizzazione che prende avvio agli inizi del Novecento. Non solo quella nei giardini degli edifici privati, che si popolano di specie vegetali secondo i gusti degli abitanti, con esemplari che nel tempo hanno assunto dimensioni monumentali, come alcuni cedri del Libano. Ai lati delle nuove strade nascono le alberate di pini, siliquastri, tigli, magnolie, olmi. Fra i primi giardini pubblici del colle prende forma lo scenografico Giardino degli Aranci, un unicum progettato da Raffaele de Vico (1931) in sintonia con l’arancio di san Domenico, che la tradizione identifica con la pianta al centro del vicino chiostro di Santa Sabina.
INFO OPENBOX6 | ALBERO D’ARTSITA. Mostra di arte contemporanea nei giardini dell’Aventino. Un progetto dell’Associazione Amici dell’Aventino, promosso con il Municipio I Roma Centro. Opere di: Fabio Maria Alecci, Nina Eaton, Gianluca Esposito, Susanne Kessler, Samuele Vesuvio, Paul Wiedmer. A cura di AdA-Cultura con Daniela Gallavotti Cavallero, Alessandro Olivieri, Mara van Wees. Testi di: DGC, Francesca Perti, Jasmine Pignatelli, MvW. Patrocinio: la SERPARA parco scultoreo di Paul Wiedmer e Samuele Vesuvio (www.serpara.info) La PRIMA STANZA Home Gallery di Fabio Maria Alecci e Gianluca Esposito
Opening domenica 14.12.2028, ore 10.30 Dove: Nei giardini di Piazza Albina e a seguire Sant’Alessio dal 014.12.2024 al 08.02.2026 ingresso gratuito dalle 9.30 al tramonto. info@aventino.org Si ringrazia per la collaborazione
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini. Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.
L’artista si è esibito con il pianista Julian Oliver Mazzariello, il contrabbassista Jacopo Ferrazza e il batterista Nicola Angelucci, nell’ensemble About ten, con la direzione e gli arrangiamenti di Paolo Silvestri
Fabrizio Bosso incanta il Regio: applausi a scena aperta per il Natale Insieme di Fondazione Cariparma
Calore, emozione e musica hanno avvolto il folto pubblico del Teatro Regio nella notte di Santa Lucia. Insieme, più di 900 persone si sono strette in una serata speciale per riscoprire la forza di una comunità coesa e solidale: il Natale Insieme di Fondazione Cariparma.
Dopo gli auguri del Presidente di Fondazione Cariparma Franco Magnani, l’ospite d’eccezione Fabrizio Bosso è salito sul palco per condurre il pubblico in un viaggio di note ed improvvisazioni. Accanto a lui About ten, l’ensemble che, sotto la direzione di Paolo Silvestri, curatore anche degli arrangiamenti, ha intrecciato i classici di grandi maestri come Ellington e Gillespie e ha regalato agli spettatori anche musica originale, raffinata, vivace, imprevedibile, ricca di colori e nuove sonorità.
Insieme all’inconfondibile tromba di Bosso, la line up formata dal pianoforte di Julian Oliver Mazzariello, dal contrabbasso di Jacopo Ferrazza e dalla batteria di Nicola Angelucci ha interpretato uno spirito jazz capace di abbattere distanze e diversità fino a creare un’unica, energetica, voce. Gli eleganti arrangiamenti, vivaci e pieni di swing, hanno preso vita anche grazie al sestetto di fiati, accuratamente selezionato tra i giovani talenti di tutta Italia.
Il lungo applauso e la commozione del pubblico sono stati la conferma della rinnovata forza del messaggio che Fondazione Cariparma, ogni anno, vuole trasmettere alla comunità. Natale Insieme è molto più di un semplice concerto, è un’occasione per riscoprirci uniti dallo spirito natalizio più autentico.
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LO SGUARDO CONTEMPORANEO SULLA NATIVITÀ A Longiano, al Polo museale Fondazione Tito Balestra, “Il Presepe della Speranza” e sculture lignee e carte Una mostra di Paolo Di Capua
Ex Chiesa Madonna di Loreto, Castello Malatestiano
Come ogni anno, il museo Fondazione Tito Balestra Onlus partecipa alla manifestazione Longiano dei Presepi con una mostra che unisce tradizione e arte contemporanea.
Il presepe della speranza e sculture lignee e carte, la mostra allestita negli spazi suggestivi dell’Ex Chiesa Madonna di Loreto al Castello Malatestiano è stata inaugurata il giorno lunedì 8 dicembre alla presenza dell’artista, del direttore della Fondazione Flaminio Balestra e del Sindaco di Longiano
Il Presepe della Speranza (Speranza, con la “S” maiuscola, come una delle virtù teologali) di Paolo Di Capua, fa parte della rassegna nazionale Presepe d’Artista, grazie alla collaborazione con il Museo Internazionale del Presepio “Vanni Scheiwiller” di Castronuovo Sant’Andrea (PZ), che invita ogni anno un artista a reinterpretare in chiave contemporanea il tema della natività. Una collaborazione che conferisce alla rassegna un respiro nazionale e rappresenta una linfa vitale per la Fondazione, oggi riconosciuta tra i più autorevoli musei dell’Emilia-Romagna dedicati all’arte contemporanea e al Novecento.
Nel Presepe della Speranza, Di Capua propone una visione essenziale e universale della Natività. Su una superficie circolare inclinata, al posto della tradizionale capanna, è stato scavato uno spazio geometrico netto in cui si svolge la Scena dell’Evento: il Bambino, sospeso in una culla composta da forme quadrate e circolari sovrapposte, simboli della Terra e del Cielo, è circondato da figure che si muovono con timoroso rispetto, sotto lo sguardo di una stella che domina la scena. L’opera, realizzata in legno di tiglio, restituisce attraverso la sua materia calda e armoniosa un senso profondo di accoglienza e pace.
Il presepe della speranza
Oltre al presepe saranno esposti i bozzetti preparatori e una selezione di opere lignee in armonia con il tema dell’evento con un linguaggio informale, omogeneo e minimalista
“Un presepe oggi, più che mai, ha senso– afferma Di Capua– In un tempo dominato da conflitti e divisioni, ho voluto restituire un messaggio di speranza e fraternità. La superficie inclinata è anche simbolo del cammino difficile, ma necessario, verso la comprensione reciproca.”
Con questa mostra dedicata alla natività, la Fondazione Tito Balestra conferma la propria vocazione a promuovere l’incontro tra arte e spiritualità, offrendo al pubblico uno sguardo contemporaneo sulla tradizione capace di suscitare riflessione, emozione e meraviglia.
Breve biografia dell’artista
Paolo Di Capua
Paolo Di Capua è nato a Roma nel 1957. Dopo gli studi in Architettura e Storia dell’Arte all’Università “La Sapienza”, ha completato la formazione all’Accademia di Belle Arti di Roma nel 1985, sotto la guida di Lorenzo Guerrini e Lorenza Trucchi. Artista di respiro internazionale, ha esposto in Italia, Spagna, Germania, Corea del Sud, Stati Uniti e Cina, con opere presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui il Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Seoul. Negli anni Duemila ha vissuto a lungo in Corea del Sud, dove ha insegnato presso l’Università Han Yang e realizzato un’importante installazione permanente per la Facoltà di Ingegneria dell’ateneo. Tra le sue mostre personali più recenti: Natura Umana (Museo Carlo Bilotti, Roma, 2024; Galleria La Nube di Oort, Roma, 2024; Palau Martorell, Barcellona, 2025). Il suo lavoro, fondato su un linguaggio essenziale e materico, esplora il dialogo tra arte, natura e spiritualità.
Il presepe Speranza sarà visitabile fino all’11 gennaio 2026 ad ingresso gratuito negli orari di apertura del polo museale fondazione Tito Balestra dal martedì alla domenica ore 10-12 e ore 15-19.
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Il Museo della Grafica (Comune di Pisa, Università di Pisa) è lieto di invitarvi all’inaugurazione della mostra
Ippolito Rosellini, Pisa e la nascita dell’Egittologia moderna
Dal 12 dicembre 2025 all’11 gennaio 2026
Pisa, Museo della Grafica – Palazzo Lanfranchi (Lungarno Galileo Galilei, 9)
La mostra, a cura di Mattia Mancini, Gianluca Miniaci e Daniele Cianchi, rientra nelle celebrazioni del bicentenario del primo corso accademico di Egittologia al mondo, tenuto da Ippolito Rosellini presso l’Università di Pisa nell’anno accademico 1825-26.
Si invita a prendere visione dell’informativa segnalando che durante l’evento saranno effettuate riprese foto e video. Con la partecipazione all’evento si intende prestato il consenso al trattamento della propria immagine che potrà essere pubblicata su siti web, canali social media e altre piattaforme pubbliche del Sistema Museale di Ateneo e dell’Università di Pisa.
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Da sinistra in alto in senso orario: Francesco Guadagnuolo – Cosmo, formella in terracotta Francesco Guadagnuolo – Energie dell’Universo, formella in terracotta Francesco Guadagnuolo – Geometrie circolari, formella in terracotta Francesco Guadagnuolo – Rappresentazione dell’infinito, formella in terracotta
1995/2025 trent’anni fa nasceva il Transrealismo italiano. Un contributo rilevante in occasione del Giubileo 2025
La scultura sacra fra mistero e infinito Da “Lo spirituale nell’arte” di Kandinskij alla Transrealtà visionaria di Guadagnuolo
Introduzione
Il Giubileo del 2025 coincide con il trentesimo anniversario della nascita del Transrealismo italiano, teorizzato dallo storico e critico d’arte Antonio Gasbarrini nel 1995, in occasione della mostra al Castello Forte Spagnolo – Museo Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila. Il movimento, riconosciuto tra le correnti più significative della fine del Novecento insieme al Nouveau Réalisme di Restany, all’Arte Povera di Celant e alla Transavanguardia di Bonito Oliva, trova in Francesco Guadagnuolo la sua espressione più compiuta. La sua arte si configura come medium di trascendenza, capace di tradurre in forme plastiche e pittoriche la tensione verso il mistero e l’infinito, in dialogo con la tradizione dell’arte sacra e con le sfide della contemporaneità.
Il retaggio spirituale di Kandinskij
Come già Kandinskij sosteneva in da Lo spirituale nell’arte (1910), l’opera deve rispondere a un’esigenza interiore e liberare l’anima dal materialismo. Guadagnuolo raccoglie questa eredità e la trasforma, collocando la sua ricerca nel solco di una spiritualità che si confronta con la modernità tecnologica e scientifica.
Guadagnuolo e la nascita della Transrealtà
La nozione di Transrealtà, elaborata da Guadagnuolo, si fonda su tre assi interpretativi:
la realtà sensibile come soglia verso l’invisibile;
il dialogo continuo tra finito e infinito;
la sintesi di elementi sacri e dettagli contemporanei.
La sua scultura non si limita ad evocare simboli religiosi, ma li ricontestualizza in un linguaggio che accoglie frammenti di spazio cosmico e geometrie universali. Opere come “Rappresentazione dell’Infinito”, “Cosmo”, “Energie nell’Universo” o “Geometrie circolari” testimoniano la capacità dell’artista di coniugare sacralità e immensità, trasformando la scultura in arena di riflessione universale.
Scrive Antonio Gasbarrini: «…La ricerca di Guadagnuolo, a ben riflettere, è tutta protesa alla liberazione di energie: fisiche ed immaginifiche, concorrenziali all’inesauribile creatività in atto nell’universo, infinito che sia. In una prospettiva estetica già protesa al futuro, e perciò sotto l’egida dell’avanguardia, sarà il dialogico confronto tra gli enigmatici segni preimpressi negli abissi dei cieli (le leggi fisiche indagate con molto affanno e con esiti incerti dalla scienza) e quelli inventati dalla sua vulcanica fantasia, a favorire una più attendibile comprensione della verità ultima inscritta nel nostro destino. Del rinsaldato binomio Arte/Scienza ha saputo ben coniugare l’istanza razionale e tecnologica a quella neo-umanistica. Anche per quest’ultima ragione, forse, l’errabondo “poema visivo” di Guadagnuolo non potrà mai includere la parola fine: la vera arte e la vera poesia si fiutano dalla incompiutezza e dalla provvisorietà di uno statuto dell’opera tutto concentrato nell’instabile nucleo della sua potenziale energia avanguardista protesa ad irraggiarsi in un futuro estetico aperto più che mai».
La scultura come rito visivo
Il Transrealismo guadagnuoliano si articola come rituale visivo:
L’osservatore è introdotto in un sistema di segni e simboli astratti.
Lo spazio scultoreo si trasforma in un tempio mentale, dove forme reali e immaginarie si sovrappongono.
L’esperienza culmina in una sospensione temporale, che restituisce allo spettatore la percezione del mistero e dell’infinito.
Come osserva lo storico dell’arte Renato Mammucari, il Transrealismo italiano “ci spinge a guardare con maggiore attenzione e consapevolezza alle espressioni artistiche contemporanee”. La scultura diventa così liturgia estetica, in cui modernità e sacralità convivono.
Eredità e prospettive
A trent’anni dalla sua fondazione, il Transrealismo italiano si conferma come movimento capace di incidere nel dibattito critico e teorico. Guadagnuolo è considerato “l’unico esponente del Transrealismo in Italia” ed uno dei maggiori autori del rinnovamento dell’iconografia dell’arte sacra. Guardando al futuro, la sfida consiste nel mantenere vivo il dialogo tra arte e trascendenza, tra scienza e spiritualità, in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia.
La scultura di Guadagnuolo si pone come testimonianza e profezia: testimonianza di un percorso che ha saputo coniugare tradizione e innovazione; profezia di un’arte che continuerà a esplorare le pieghe più nascoste dell’esistenza, restituendo all’uomo la consapevolezza del mistero e dell’infinito.
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