Dal caos della metropoli alla cultura del “contract”: il pragmatismo radicale di OMA

Non è mai stato un teorico da salotto né un costruttore disciplinato. Rem Koolhaas attraversa l’architettura come un campo di battaglia, dove le idee contano quanto i cantieri. E oggi rilancia da Milano una parola chiave: “contract”.


di Carlo Venturi

Rem Koolhaas non ha mai cercato di piacere. Troppo irregolare per essere accademico, troppo lucido per farsi sedurre dalle mode. Da mezzo secolo osserva la città, la seziona, la rimonta. E nel farlo, spesso, infastidisce. È il prezzo di chi non si limita a costruire edifici, ma pretende di capire il mondo che li produce.
Nato a Rotterdam nel 1944, Koolhaas arriva all’architettura passando per il giornalismo e il cinema. Non è un dettaglio: prima impara a raccontare, poi a progettare. Questo spiega perché i suoi edifici sembrano sempre contenere una narrazione, anche quando appaiono ostili. Alla Architectural Association di Londra affina il metodo, ma è con la fondazione di OMA – Office for Metropolitan Architecture – nel 1975 che comincia a fare sul serio.

Il suo primo manifesto, “Delirious New York”, è già un programma: prendere la realtà, anche la più caotica, e trasformarla in teoria. Manhattan diventa un laboratorio dove l’eccesso non è una deviazione, ma una regola. Koolhaas non cerca ordine: cerca senso nel disordine.

Negli anni Novanta, con “S,M,L,XL”, porta questa attitudine all’estremo. Un libro che è insieme archivio, saggio e provocazione. Qui nasce l’idea della “Generic City” – la città senza identità, replicabile ovunque, figlia della globalizzazione. Un’intuizione che oggi, tra aeroporti identici e skyline intercambiabili, suona meno provocatoria di quanto sembrasse allora.

Nel frattempo costruisce. E costruisce molto. La Biblioteca Centrale di Seattle – un sistema di volumi sovrapposti e trasparenti – tenta di reinventare un’istituzione in declino. La Casa da Música di Porto rompe la grammatica del teatro tradizionale. Il quartier generale della CCTV a Pechino sfida la tipologia del grattacielo con un anello strutturale che è insieme simbolo e azzardo ingegneristico.

Ma Koolhaas non si è mai fermato all’oggetto architettonico. Il suo vero campo d’azione è più ampio: riguarda i processi, le economie, le relazioni tra discipline. È qui che si inserisce una delle sue riflessioni più recenti, emersa con chiarezza al Salone del Mobile di Milano, dove insieme al socio David Gianotten ha delineato la visione di OMA per l’edizione del 2027.

La parola chiave è “contract”. Termine scivoloso, difficilmente traducibile, che tiene insieme ideazione e produzione, progettazione e gestione. Non un semplice appalto, ma un sistema. Koolhaas lo definisce senza giri di parole: un gruppo di competenze diverse – architetti, designer, scienziati, artigiani, sviluppatori, imprenditori – che lavorano insieme su un progetto. Tradotto: meno autori solitari, più intelligenza collettiva.

Non è una teoria astratta. È pragmatismo. Koolhaas lo dice chiaramente: il contract è capacità di fare sistema. E Milano, con la sua rete produttiva e culturale, è il luogo ideale perché questo modello attecchisca. Non è un caso che proprio il Salone del Mobile diventi il laboratorio di questa idea: una fiera che da anni ha smesso di essere solo esposizione per trasformarsi in piattaforma di scambio.

Qui Koolhaas torna a fare quello che gli riesce meglio: leggere una trasformazione prima che diventi evidente. L’architettura, suggerisce, non può più essere un gesto isolato. Deve farsi infrastruttura di relazioni. Un cambio di prospettiva che mette in crisi il mito dell’architetto-star, ma che risponde a una realtà sempre più complessa.

Naturalmente, non tutto è lineare. Il lavoro di Koolhaas è stato spesso criticato per la sua ambiguità: troppo vicino ai grandi poteri economici, troppo disposto a operare dentro le logiche del mercato globale. Accuse non del tutto infondate. Ma è proprio questa posizione scomoda – interna e al tempo stesso critica – a renderlo ancora rilevante.

Negli ultimi anni ha spostato l’attenzione anche fuori dalle metropoli, indagando il mondo rurale con la mostra “Countryside, The Future”. Un altro terreno poco battuto dall’architettura spettacolare. Segno che, ancora una volta, preferisce le domande alle risposte.

Koolhaas non offre soluzioni rassicuranti. Non promette ordine. Piuttosto, insiste nel mostrare le contraddizioni. Oggi, con il “contract”, prova a indicare una via operativa dentro quel caos che lui stesso ha contribuito a descrivere. Non è detto che funzioni. Ma è un tentativo serio. E, di questi tempi, non è poco.


Articolo redazionale

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