23- Letture estive: “Feria d’agosto” di Cesare Pavese – Stato di grazia

La scelta delle letture estive è talmente impegnativa che si preferirebbe essere già a settembre. Naturalmente stiamo scherzando, perché i suggerimenti offerti sono talmente tanti che potremmo trascorrere tutto il tempo a passarli in rassegna. La Redazione Il Libraio, ad esempio, fornisce una lunga e documentata lista di Libri da leggere: oltre 200 consigli per l’estate 2022. Dovete solo acquistare il libro che preferite e portarvelo sotto l’ombrellone.

In verità, l’espressione “libro da ombrellone” sembra alquanto irriverente trattandosi di letture, che certo non vorremmo fossero del tutto disimpegnate e superficiali. La proposta che vi facciamo è, quindi, (ri)scoprire un bel libro di un grande autore italiano del Novecento. Un libro solo, da leggere, capitolo dopo capitolo, dovunque voi siate.

Feria d’agosto di Cesare Pavese, raccoglie brevi racconti incentrati sugli anni giovanili dell’autore: la vita in campagna, le vigne, l’infanzia in contrapposizione col mondo degli adulti, la voglia di lasciare quelle colline e conoscere il mondo. Infine, la città, le case, le feste, le amicizie. Sono temi che si ritrovano anche in altri capolavori di Cesare Pavese. Sono i temi che per tutto il mese d’agosto ci accompagneranno sulle pagine di Experiences. Buona lettura e buone ferie, per voi e per noi.

Parte terza: La vigna

Stato di grazia

I simboli che ciascuno di noi porta in sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto, sono i suoi autentici ricordi. Sono anche vere e proprie scoperte. Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.

Ciascuno ha una ricchezza intima di figurazioni – normalmente si lasciano ridurre a pochi grandi motivi – le quali compongono il vivaio di ogni suo stupore. Se le ritrova innanzi, nei momenti più impensati dell’anno, suggerite da un incontro, da una distrazione, da un accenno; e ogni volta vi figge lo sguardo come si scruta il proprio viso allo specchio. Sono una realtà enigmatica e tuttavia familiare, tanto più prepotente in quanto sempre sul punto di rivelarsi e mai scoperta. Accade che vi si pensi ad arte, come a ricordi che sono, e ci si sforzi di risalirne il movimento, quasi che la loro origine ne racchiuda il segreto. Ma esse non hanno origine, è questo il punto. Al loro principio non c’è una «prima volta» ma sempre una «seconda». È qui la loro ambiguità: in quanto ricordo esse cominciano a esistere solo da una seconda volta, e nascondono il capo come un mitico Nilo.

Perché proprio quelle tali figurazioni, e non altre? Perché, con tante immagini che la realtà ci ha proposto in ciascuno dei giorni, ci tocca l’estasi della «seconda volta» davanti a certune, che non furono nemmeno le più insistenti? Evidentemente l’intensità di un’anteriore consuetudine con fatti e cose non basta a imprimer loro la natura del ricordo. La scelta avviene secondo motivi che si direbbero capriccio, se non fosse la divorante serietà di questi simboli la quale ci fa credere che in essi si condensi l’essenza stessa della nostra singola vita. Siamo qui, senza dubbio, sul piano dell’istintivo, se è l’istinto che ci fa essere ciò che siamo e perseverare nel senso delle nostre premesse vitali.

Che i nostri ricordi nascondano il capo, vuol dire appunto che attingono alla sfera dell’istintivo-irrazionale. In questa sfera – la sfera dell’essere e dell’estasi – non esiste il prima e il dopo, la seconda volta e la prima, perché non esiste il tempo. Ciò che in essa è, è: qui l’attimo equivale all’eterno, all’assoluto. Nel senso che abbiamo dell’essere nostro, nell’assunzione al ricordo, stupiti di ritrovarci in esso, non cogliamo più traccia del tempo. Qui ogni volta è una seconda volta, o diciamo un ritrovamento, soltanto perché profondandoci in essa ritroviamo noi stessi. È evidente che non può avere inizio il simbolo di una realtà – noi stessi – la quale per il nostro istinto non ha avuto mai inizio, ma è.

Essa è, secondo modi che non sempre o quasi mai siamo in grado di risalire e comprendere. Ne tocchiamo in istanti inaspettati la piena sostanza come al buio si tocca un corpo o come un barbaglio guizza alla luce: presentiamo, intuiamo che lí siamo noi, ma perché proprio quel contatto, quel lampo con la loro guisa inconfondibile, e non un altro, un’altra parvenza, senza che nulla abbiamo fatto per la scelta, non sappiamo. Sappiamo che in noi l’immagine inaspettata non ha avuto inizio: dunque la scelta è avvenuta di là dalla nostra coscienza, di là dai nostri giorni e concetti; essa si ripete ogni volta, sul piano dell’essere, per grazia, per ispirazione, per estasi insomma.

Questi simboli del nostro essere sono altro dall’«ideale di vita», che qualcuno potrebbe scorgervi. Tutti ci facciamo immagini, favole, di una vita quale ci piacerebbe condurre, e non sempre le proiettiamo sul futuro: sovente vagheggiamo esperienze trascorse, contentandoci appunto di vagheggiarle. Ma non bisogna scambiare questi commossi programmi d’attività, sia pure contemplativa, coi mitici simboli della nostra perenne, assoluta realtà. Ciò che ci permette di riconoscere questi ultimi è lo sforzo conoscitivo che c’impongono, la tensione delusa e sempre vivace di tutto il nostro essere per afferrarli, incapsularli, incorporarceli nel sangue e conoscerli finalmente. Poiché il loro balenare dall’inconscio alla luce significa l’inizio di un processo che si placherà soltanto quando li avremo tutti penetrati di luce; ed essi sfuggono, ricadono nell’indistinto cui appartengono con la parte più ricca di noi.

Del resto, sovente la loro materia è la stessa degli «ideali di vita», o meglio gli ideali si sono costituiti concrescendo a questi germi, a queste figure, che lievitando nel nostro spirito hanno prodotto i più vistosi organismi del sogno, dove affluirono elementi dell’esperienza quotidiana e riflessa. Qui ciascuno non ha che a scomporre i suoi più elaborati sogni di vita e, se sarà fortunato, gli resterà nel crogiolo, irriducibile e forse inatteso, qualcosa in cui potrà riconoscere la sua verità.

Questo qualcosa è sovente un nonnulla. So di un uomo che una semplice finestra di scala, spalancata sul cielo vuoto, mette in stato di grazia. Forse ci furono nella sua vita più finestre di scala che in un’altra? Perché di tutte le possibili figure d’infinito, scelse proprio questa? Ognuno è sensibile all’idea d’infinito, e già il Leopardi ne ha chiarito l’operazione, ma perché una finestra invece che una fuga di piante o il profilo di una balaustra sul mare? Comunque, l’accenno al Leopardi suggerisce un sospetto. Quanto, nel costituirsi di una di queste nostre scoperte-ricordo, gioca l’influsso della poesia, la scuola della lettura, dell’audizione, della contemplazione? Per quali di questi simboli andiamo debitori ai poeti che ce ne hanno scavata in cuore l’impronta?

È chiaro che il primo contatto con la realtà spirituale è un fatto di educazione, e cioè ogni singolo in tanto impara a conoscere le cose in quanto le ha già conosciute nel gusto. Ciò, s’intende nel senso più lato possibile: un contadino, una donnetta si saranno educati attraverso la canzone, l’aneddoto, la ricorrenza festiva del paese. Anche qui, comunque, ritorna il caso della «seconda volta»: noi ammiriamo della realtà soltanto ciò che abbiamo già una volta ammirato. Ma siccome ammirare significa esprimere entro se stessi, il paradosso è risolto accettando che la prima scoperta della realtà ci viene fatta attraverso le espressioni esemplari che di questa realtà si sono date intorno a noi. Con le quali espressioni si risale a quella volta unica – che può estendersi a più momenti assommati nell’esperienza – quando si formò entro di noi come il mito di ogni singola figurazione: a quel momento velato in favolosa intemporalità, quando ricevemmo l’impronta che doveva dominare il nostro avvenire secondo i modi appunto del mito. Così l’oscurità della «prima volta» sarebbe spiegabile per l’analogia che offre con la natura del mito preistorico: e «prima volta» sarebbe insomma, assolutamente, ciò che accade una volta per tutte.

Fin dove giunga quest’alunnato non è facile accertare, ma pare evidente che le scosse impresseci nell’anima dalle rivelazioni della poesia portano faticosamente alla luce, aiutando anche – perché no? – a rifoggiarla, la materia estatica che dormiva nel nostro fondo. Viene il momento che la destinata struttura del nostro essere vero – quell’essere che è il modo, lo stile nostro, di guardare – traspare e affiora, balena e scompare e ci tenta alla sua comprensione-espressione. Tutti allora siamo creatori, in quanto interpreti di noi e del mondo.

E per ciò diremo che i simboli, le scoperte-ricordo della nostra sostanza, sono bensí un fatto di gusto, ma di gusto attivo, sono la risposta del nostro istinto alle sollecitazioni della cultura. Può darsi che la scala-finestra fosse quella della scuola dove si sono passati i primi anni e frequentati, sia pure con insofferenza, i poeti, ma ciò che in essa contava e conta ancora è il cielo vuoto e immemoriale.

Non dunque privilegio di chi fa della poesia è questo tesoro di simboli, che pure a far poesia sono indispensabili, ma bagaglio sovranamente umano, necessario a serbare la coscienza di sé e insomma a vivere. Il contadino o la donnetta non ci dicono gran cosa, ma anch’essi parlano, e cioè trasmettono e creano la realtà. Sotto la parola vige anche per loro un’immobile eternità di segni che, se non li travaglia col suo enigma, li soddisfa però, inconsapevoli, nella loro realtà istintiva.

Ciò è tanto vero che di qualunque individuo, anche il più colto e creatore, si può sostenere che i simboli non si radicano tanto nei suoi incontri libreschi o accademici, quanto nelle mitiche e quasi elementari scoperte d’infanzia, nei contatti umilissimi e inconsapevoli con le realtà quotidiane e domestiche che l’hanno accolto al principio: non l’alta poesia ma la fiaba, il litigio, la preghiera, non la grande pittura ma l’almanacco e la stampa, non la scienza ma la superstizione. Qui tutti gli uomini sono consorti. Differente soltanto è il risalto che la vita interiore darà in avvenire a questi simboli: qualcuno sentirà ingigantirsi nell’anima il ricordo remoto sino a comprendervi cielo e terra, e se stesso.

Nulla quindi è salutare come, davanti a qualunque più alta costruzione fantastica, sforzarsi di penetrarla sfrondandone ogni rigoglio e isolandone i simboli essenziali. Sarà un discendere nella tenebra feconda delle origini dove ci accoglie l’universale umano, e lo sforzo per rischiararne un’incarnazione non mancherà di una sua faticosa dolcezza. Si tratta di cogliere nella sua estasi, nel suo eterno, un altro spirito. Si tratta di respirarne un istante l’atmosfera rarefatta e vitale, e confortarci alla magnifica certezza che nulla la differenzia da quella che stagna nell’anima nostra o del contadino più umile.


Edizione completa sulla pagina dedicata a Feria d’agosto di liberliber.it . Testo digitalizzato da Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it, revisionato da Catia Righi, catia_righi@tin.it, e Ugo Santamaria.

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