Un saggio di Cristian Horgos trae spunti dalla rivista “Clinical Anatomy”

 di Cristian Horgos

Lo studio “The Hidden Symbols of the Female Anatomy in Michelangelo Buonarroti’s Ceiling in the Sistine Chapel”, pubblicato nel 2016, ha suscitato grande attenzione, con la maggior parte dei notiziari globali che lo hanno presentato in termini positivi. Tuttavia, alcune pubblicazioni hanno espresso scetticismo, offrendo controargomentazioni. Ad esempio, un articolo di Forbes ha concluso: “Ma collegare il simbolo del bucranio, che risale al Neolitico, con una comprensione dell’anatomia femminile non comunemente nota fino a molto tempo dopo l’epoca di Michelangelo, è piuttosto forzato”.
Questo saggio non mira ad affrontare direttamente tali critiche. Invece, cerca di fornire ulteriori prove a sostegno dell’ipotesi che Michelangelo possa aver incorporato consapevolmente simboli dell’anatomia femminile nella sua opera. Se le società neolitiche potevano rappresentare metaforicamente le tube di Falloppio, diventa ancora più plausibile che Michelangelo, con le sue avanzate conoscenze anatomiche, potesse fare lo stesso.
L’attenzione qui è sulla cultura Cucuteni-Trypillia (circa 5050-2950 a.C.), che ha prodotto ceramiche con disegni intricati (astratti, antropomorfi o zoomorfi), tra cui il simbolo del bucranio, un elemento fondamentale nelle discussioni sul simbolismo anatomico femminile nella Cappella Sistina. Un tale bucranio è presente nella galleria di Wikipedia per la cultura Cucuteni-Trypillia.

I genitali femminili interni dipinti da Michelangelo nella Cappella Sistina potrebbero avere un predecessore nella cultura neolitica dei “Cucuteni”

Perché le tube di Falloppio sono rappresentate metaforicamente
Data la distanza temporale della cultura Cucuteni-Trypillia, che abbraccia dai cinque ai sette millenni, lo studio si basa su prove indirette, impiegando un metodo simile a quello utilizzato da Deivis de Campos e colleghi nella loro indagine sull’uso simbolico dell’anatomia da parte di Michelangelo.
Mentre le popolazioni neolitiche sono spesso percepite come primitive, la cultura Cucuteni-Trypillia era notevolmente avanzata. Presentava insediamenti proto-urbani, manufatti sofisticati che enfatizzavano le spirali, una comprensione precoce dei concetti matematici e simboli astratti che precedevano il taoismo e il giainismo. Questi includevano motivi che ricordavano lo Yin-Yang o le croci uncinate. Inoltre, l’antropofagia, inquietante per gli standard moderni, era probabilmente praticata, come nel caso di altre società preistoriche. Questo contesto di dissezione umana, combinato con la curiosità per i processi riproduttivi, ha fornito le condizioni per rappresentazioni metaforiche dell’anatomia femminile.
Perché, allora, tali rappresentazioni erano metaforiche piuttosto che letterali? La risposta sta nel contesto culturale di Cucuteni-Trypillia, dove l’astrazione e il simbolismo dominavano l’espressione artistica. Gli animali, ad esempio, erano stilizzati, con caratteristiche esagerate, enfatizzando la trasfigurazione rispetto al realismo.
Didascalia della foto: Rappresentazioni stilizzate di gatti con colli allungati e code esagerate. Trasfigurazioni simili si vedono nei motivi di uccelli sulla ceramica di Cucuteni.

Fonte della foto: Cristian Chirita, Wikipedia Gallery

Una cultura della fertilità con simboli di fecondità
Al suo apice (circa 4000-3500 a.C.), la cultura Cucuteni-Trypillia vantava i più grandi insediamenti in Eurasia, alcuni dei quali ospitavano migliaia di strutture e popolazioni che superavano i 20.000 individui. Questa società agraria, organizzata secondo linee proto-democratiche e che abbracciava l’attuale Romania, Ucraina e Moldavia, rifuggiva l’architettura monumentale in favore di una spiritualità incentrata sulla fertilità. Le prove includono l’Assemblea delle Dee dal sito “Isaiia” Cucuteni con i 21 oggetti stilizzati a forma di falli, il vaso di iniziazione nell’atto erotico e con una donna incinta dal sito Ghelaesti e numerose statuette che enfatizzano la fecondità femminile.

Testo della foto: Il vaso del sito di “Ghelaesti” contiene una statua di una donna incinta con entrambe le mani distese sul suo grembo, ciascuna mano con sei dita
Fonte della foto: Museo di arte eneolitica “Cucuteni” Piatra-Neamt

“Tentacoli” pelvici e mani con molte dita
Unici tra le culture antiche, alcuni manufatti di Cucuteni-Trypillia raffigurano figure femminili con “tentacoli pelvici”, assenti in altre civiltà. Queste caratteristiche, plausibilmente simboliche delle tube di Falloppio, si allineano con l’iperbole anatomica osservata nell’opera di Michelangelo.
Sottolineiamo alcune:
Un manufatto significativo è stato scoperto nel sito di “Poduri”, raffigurante tube di Falloppio dipinte vicino alla corretta posizione anatomica:

Testo della foto: La stilizzazione della dea rinvenuta nel sito di “Poduri”. Nel vero artificio, su ogni coscia è dipinta una forma di tuba di Falloppio
Fonte della foto: antropologa Daniela Bulgarelli e Cristian Chirita – Wikipedia Gallery

Vicino alla possibile tuba di Falloppio, osserviamo un altro simbolo nell’immagine stilizzata che assomiglia molto al simbolo della vulva trovato nella scultura aurignaziana di “La Ferrassie” (l’originale è esposto al Musée National de Préhistoire, Les Eyzies, Francia).
Ciò suggerisce che gli organi genitali erano probabilmente raffigurati su ciascuna coscia.
Entrambi i simboli appaiono nell’immagine della stessa dea, ma da dietro, che è pubblicata al seguente indirizzo o può essere cercata tramite ‘Pinterest Cucuteni “Council of Goddesses”. c.4200 BE, Romania’

Ora vediamo i “tentacoli” pelvici in altri artefatti.

Testo della foto: Un vaso con “tentacoli pelvici” è stato scelto per un manifesto pubblico
Fonte della foto: Museo di arte eneolitica “Cucuteni” Piatra-Neamt e Museo di storia ed etnografia Targu Neamt
Didascalia della foto: La stessa figura con tentacoli pelvici enigmatici apparsa sulla copertina di un volume accademico.
Fonte della foto: Studi in onore del professor Dumitru Boghian, 65° anniversario, Editura Mega
Testo della foto: Ancora una volta, sono presenti i “tentacoli” pelvici
Fonte della foto: Collezione del Museo di Storia Nazionale della Moldavia
Testo della foto: Qui c’è anche una connessione tra i “tentacoli” pelvici e le mani
Fonte della foto: Collezione del Museo di Storia Nazionale della Moldavia

Vale la pena notare anche l’associazione tra i tentacoli pelvici e quelli delle dita, che ci porta al seguente indizio trovato nel sito di Trușești, nel distretto di Botoșani.

Testo della foto: Le mani e le gambe hanno più di cinque dita
Fonte della foto: Muzeul Judetean Botosani (“Museo della contea di Botosani”) – Facebook, 4 aprile 2024

Si osservano quindi delle silhouette femminili con sei o sette “dita”, che trasfigurano la nozione anatomica di una mano con cinque dita, suggerendo una correlazione con il maggior numero di piccole “dita” di Falloppio. Inoltre, la prima immagine di questo articolo raffigura una donna incinta con sei dita per mano, a indicare che non si tratta di una rappresentazione isolata. Analizziamo un altro reperto che suggerisce che le mani sono trasfigurate e assomigliano ai tentacoli pelvici.

Testo della foto: Stilizzazione di una ceramica dall’articolo “Cucuteni-Trypillia o Moldavia 7.000 anni fa”
Fonte della foto: voloshin.md/en/cucuten-trypillia/

Inoltre, sono state scoperte centinaia di piccole statue della cultura Trypillia-Cucuteni, tutte prive di mani. Questa assenza evidenzia che quando vengono raffigurate delle mani, è probabile che servano come una forma di allegoria.

Didascalia della foto: “Venere di Draguseni” non ha mani
Fonte della foto: Muzeul Judetean Botosani (“Museo della contea di Botosani”)

Antropofagia nella cultura Cucuteni
L’antropofagia è stata documentata in tutta l’Europa preistorica, compresi i siti di Cucuteni.
La più antica testimonianza archeologica di antropofagia proviene dalla grotta Gran Dolina e Castell de Castells (entrambi in Spagna), dalle grotte di Goyet (Belgio), dalla grotta di Gough e dal Gloucestershire (entrambi in Inghilterra), da Herxheim (Germania), dalla grotta di Fontbrégoua e da Moula-Guercy (entrambi in Francia) e da Krapina (Croazia).
Uno dei primi archeologi a identificare l’antropofagia nella cultura “Cucuteni” è stata Alexandra Bolomey (1932–1993). Nel suo studio “New Discoveries of Human Bones in a Cucuteni Settlement” (Vol. 06, pp. 159-173, 1983), Alexandra Bolomey fa riferimento a un osso umano: “Le incisioni sul corpo femorale (forse anche segni di rosicchiamento?) possono essere collegate solo a pratiche di antropofagia, indipendentemente dal fatto che avessero o meno un carattere rituale”.
Nello stesso studio, Bolomey nota anche: “Ho riservato una sezione speciale per le quattro sepolture ‘in fosse circolari’ dall’insediamento Cucuteni A-B a Traian-Dealul Fintinilor, che l’archeologa Hortensia Dumitrescu ha classificato come appartenenti alla categoria dei rituali di sacrificio umano”.
Un altro studio, “The Human Bone with Possible Marks of Human Teeth Found at Liveni Site (Cucuteni Culture)” di Sergiu Haimovici, è stato pubblicato in Studia Antiqua et Archaeologica, IX (Iași, 2003).
In questo lavoro, Haimovici scrive: “Se effettivamente i segni sul femore provengono da denti umani, come sembrano, dobbiamo concludere che abbiamo a che fare con un fenomeno di antropofagia. Tuttavia, se questa pratica esisteva davvero, in modo simile ad alcune culture in tempi più recenti, dove era praticata anche nel XIX secolo, era probabilmente limitata a una natura cultuale e rituale”.
L’archeologa Senica Turcanu ha anche spiegato: “L’esistenza dell’antropofagia rituale e delle sepolture parziali è presunta” nel documento preparato per la prima edizione della conferenza “CUCUTENI–5000 Redivivus”, tenutasi a Chișinău nel 2006.
Non da ultimo, gli archeologi Maria Diaconescu e Aurel Melniciuc, entrambi del Museum Botosani County, hanno dichiarato ai media che l’antropofagia era altamente probabile nella cultura Cucuteni. Lo studio “Funeral Meal and Anthropophagy in Gumelniţa Chalcolithic Civilization in the North-western Black Sea”, di Anne Dambricourt Malassé, Pavel Dolukhanov, Michel Louis Séfériadès, Leonid Subbotin ha nell’Abstract: “La scoperta nel 1999 di un osso parietale in una fossa domestica a Bolgrad, sito archeologico, situato sul bordo del lago Yalpug in Ucraina, ci consente di confermare l’ipotesi. Tracce di preparazione con l’uso di un punteruolo, consentono di ricostituire le prime fasi del rito, quello di un pasto funebre antropofagico probabilmente organizzato attorno ai membri di una famiglia. La conoscenza anatomica rivelata dalle tracce consente inoltre di prevedere l’esistenza di una casta sociale caratterizzata da una doppia funzione di terapeuta e sacerdote in relazione alle pratiche magico-religiose”. La civiltà di Gumelnita si trovava proprio al confine con la cultura di Cucuteni-Trypillia ed esisteva nello stesso periodo, quindi è ragionevole supporre che si siano influenzate a vicenda.

Anche all’indietro
Questo studio rafforza le interpretazioni anatomiche degli affreschi della Cappella Sistina di Michelangelo, ottenendo anche il reciproco supporto dal suo lavoro. E dal 2016 sono emersi altri studi sui probabili aspetti anatomici nelle opere d’arte di Michelangelo.
Nel 2022 è stato pubblicato lo studio “Intrecciare arte, religione e anatomia: Michelangelo Buonarroti ha influenzato la rappresentazione di una morte materna di Berengario da Carpi?”, di Donatella Lippi, Tommaso Susini, Simon Donell, Raffaella Bianucci con l’abstract: “Obiettivo: confermare che il chirurgo-anatomista del XVI secolo, Jacopo Berengario da Carpi, usò una donna morta di rottura dell’utero come modello per una xilografia dell’anatomia genitale femminile e che la presentazione si basava sul mantello nella Creazione di Adamo di Michelangelo dopo aver visitato la Cappella Sistina in Vaticano mentre era a Roma”. Inoltre, nel 2024 è apparso lo studio “Michelangelo ha dipinto una giovane donna adulta con tumore al seno in ‘Il diluvio’ (Cappella Sistina, Roma)?”, di Andreas G. Nerlich, Johann C. Dewaal, Antonio Perciaccante, Serena Di Cosimo, Laura Cortesi, Judith Wimmer, Simon T. Donell, Raffaella Bianucci. Lo studio coordinato da Andreas G. Nerlich – patologo forense presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, è stato pubblicato sulla rivista “Breast”.

Conclusione
Tracciando parallelismi tra il simbolismo neolitico e l’arte rinascimentale, mettiamo in evidenza l’universalità della curiosità e della creatività umana attraverso i millenni.
Perché suggerisco che lo studio su Michelangelo e le tube di Falloppio nella Cappella Sistina supporti indirettamente un’ipotesi simile per la cultura Cucuteni-Trypillia? Il genio non è emerso solo nel XV secolo, ma è esistito nel corso della storia. Si consideri, ad esempio, il contemplativo “Il pensatore di Hamangia” (5000 a.C.), che è stato scoperto vicino alla cultura Cucuteni.

Testo della foto: Il Pensatore di Hamangia, un contemporaneo della cultura Cucuteni-Trypillia, esemplifica l’introspezione umana primitiva
Fonte della foto: Wikipedia

Figure come lo splendido “Pensatore di Hamangia” (“Thinker of  Hamangia”) dimostrano che il genio trascende il tempo, sfidando l’assunto di superiorità moderna sui nostri antichi antenati. Spesso tendiamo a credere che loro fossero primitivi e che noi siamo assolutamente superiori. Tuttavia, molti di loro erano altrettanto curiosi delle origini dell’anima. Abbiamo ora una risposta chiara a questa domanda? Sappiamo davvero qualcosa di fondamentalmente nuovo sul momento in cui l’anima o la coscienza emerge o si materializza per la prima volta? Speriamo che scorci del passato ci guidino verso risposte più profonde. La cultura Cucuteni-Trypillia, con la sua arte simbolica e le sue strutture sociali avanzate, fornisce prove convincenti del fatto che i primi esseri umani possedevano sia la curiosità che la capacità di rappresentazioni metaforiche dell’anatomia. Queste scoperte non solo rafforzano le interpretazioni dell’opera di Michelangelo, ma sottolineano anche la continuità del genio e dell’innovazione nella storia umana.

Riferimenti
Alexandra Bolomey, “New Discoveries of Human Bones in a Cucuteni Settlement”, Archaeological Research, 1983
Andreas G. Nerlich, Johann C. Dewaal, Antonio Perciaccante, Serena Di Cosimo, Laura Cortesi, Judith Wimmer, Simon T. Donell, Raffaella Bianucci. “Did Michelangelo paint a young adult woman with breast cancer in ‘The Flood’ (Sistine Chapel, Rome)?”,  Breast, 2024
Anne Dambricourt Malassé, Pavel Dolukhanov, Michel Louis Séfériadès, Leonid Subbotin. Funeral Meal and Anthropophagy in Gumelniţa Chalcolithic Civilization in the North-western Black Sea area. 2008. ffhalshs-00343023ff
Deivis de Campos, Tais Malysz, João Antonio Bonatto-Costa, Geraldo Pereira Jotz, Lino Pinto de Oliveira Junior, Jéssica Francine Wichmann, Guilherme Reghelin Goulart, Marco Antonio Stefani, Andrea Oxley da Rocha “The hidden symbols of the female anatomy in Michelangelo Buonarroti’s ceiling in the Sistine Chapel”, Clinical Anatomy, 2016
Donatella Lippi, Tommaso Susini, Simon Donell, Raffaella Bianucci “Intertwining art, religion and anatomy: did Michelangelo Buonarroti influence Berengario da Carpi’s representation of a maternal death ?”, Matern Fetal Neonatal Medicine, 2022
Sergiu Haimovici, “The Human Bone with Possible Marks of Human Teeth Found at Liveni Site (Cucuteni Culture)”, Studia Antiqua et Archaeologica, IX, 2003


Da Cristian Horgos <cristian.horgos@qubiz.com> i

CARLO BOSSOLI alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate

Finalmente una mostra di rilievo su Carlo Bossoli affascinante artista ticinese di origine, italiano di adozione e giramondo per vocazione. La propone, colmando una vera lacuna, la Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio) dal 20 ottobre 2024 al 23 febbraio 2025, a cura di Sergio Rebora con il coordinamento scientifico di Mariangela Agliati Ruggia e Alessandra Brambilla.

Pinacoteca cantonale Giovanni Züst Rancate (Mendrisio), Cantone Ticino, Svizzera

CARLO BOSSOLI. Pittore giramondo tra le corti reali e il magico Oriente

Fino al 23 Febbraio 2025

A cura di: Sergio Rebora
Coordinamento scientifico e organizzativo: Mariangela Agliati Ruggia e Alessandra Brambilla

Bossoli (Lugano, 1815 – Torino, 1884) è stato, a cavallo della metà dell’Ottocento, uno degli artisti più apprezzati, e contesi, in Europa. Le sue vedute, i suoi quadri evocativi di vicende storiche, i suoi ritratti erano apprezzati da re – dai Savoia alla regina Vittoria –, principi, dalla migliore nobiltà e dalla borghesia più sofisticata. Chi non poteva permettersi i suoi olii, bellissimi, o le sue tempere, magistrali, ne acquistava sul mercato, soprattutto inglese, le riproduzioni. Editori londinesi pubblicarono l’album “The War in Italy” nel 1859, dove raccontava la battaglia di Solferino e altri episodi della Guerra d’Indipendenza o “Wiew of the Crimea” (1853).
I Savoia, che lo elevarono a “pittore di storia”, gli commissionarono ben 150 tra tempere e litografie. Documentano le imprese ferroviarie del Regno, in particolare la nascita della Torino-Genova, ma anche altre vicende storiche. 105 tempere raccontano le guerre piemontesi e nazionali del 1859, 1860 e 1861, gli anni dell’Unità d’Italia: Bossoli segue l’esercito sabaudo sul campo e documenta come un “reporter” tutti gli eventi e le principali battaglie.
Se si volesse azzardare un connubio comunque parziale, Carlo Bossoli è stato l’Achille Beltrame del suo tempo. Nelle inconfondibili copertine della Domenica del Corriere, all’epoca diffusissima, Beltrame raccontava la cronaca. Una cronaca che spesso, anche grazie alla sua capacità, diventava Storia. Bossoli, in un mondo in cui a saper leggere era una minoranza, trasmetteva informazioni con le sue magnifiche tempere, affidandone la riproduzione e diffusione universale all’abilità dei grandi editori di Londra.

Bossoli è un pittore “girovago”. Si allontana ancora bambino, al seguito della famiglia, dalla natia Lugano a Odessa. Qui a mettere gli occhi sul giovane artista sono il governatore, conte Michail Voroncov, e sua moglie Elizaveta, che per abbellire la città affidarono lavori di grande prestigio anche ad altre maestranze ticinesi. Nel 1840 torna in Europa, a Milano, artista già di fama; qui documenta, come un vero e proprio reporter, gli avvenimenti delle Cinque Giornate del marzo 1848.
Nobili e ricchi borghesi gli commissionano vedute dei loro giardini e dei loro palazzi.
È un artista di successo, che però non riesce a resistere a lungo in nessun luogo. Di Paesi ne percorre tanti: Inghilterra, Irlanda, Russia, Spagna, Marocco…. Sono gli anni in cui la vecchia Europa si lascia travolgere dalla magia dell’Oriente e dell’Esotico e lui sa ricreare quelle atmosfere sospese tra sogno, leggenda e realtà in modo perfetto, avendole vissute da vicino e amate.
A contestualizzare l’arte di Bossoli, nella sezione dedicata all’esotismo, è ricreata una period room con arredi “alla turca” dell’ebanista piemontese Giuseppe Parvis e altri pezzi d’epoca provenienti dal Nord Africa e dall’Oriente.
Dal 1853 risiede a Torino, dove muore; per sua esplicita richiesta, riposa oggi nel cimitero Monumentale di Lugano, la patria che, nonostante la vita cosmopolita, non aveva mai smesso di frequentare e di amare.

Le sezioni della mostra
La prima sezione permette di rivivere, con opere provenienti da musei e da collezioni del Cantone, l’intenso rapporto tra Bossoli e il Ticino, l’amata Lugano in primis.
Si continua quindi con i viaggi e soggiorni in Italia, tra Roma, Napoli, Venezia, Genova e, naturalmente Milano, ancora capitale del Lombardo-Veneto: vengono qui rievocate le Cinque Giornate ma anche le Feste del Carnevale Ambrosiano ed altri luoghi o momenti.
Dall’Italia al mondo: Scozia, Irlanda. Spagna e soprattutto la Russia degli Zar, Crimea, Marocco, Tunisi: il Bossoli pittore giramondo. Vedute e scene di vita in cui cattura l’anima dei luoghi proponendoli ad un pubblico affascinato dall’esotismo, dalla sensualità di culture e società lontane. Rispetto al racconto degli altri, anche eccellenti, interpreti dell’Orientalismo europeo, Bossoli dimostra di saper andar oltre le esigenze della moda. Dei Paesi che visita coglie non solo vedute e storie ma fa propri anche i modelli pittorici, l’arte bizantina e araba in particolare.
Straordinaria la sezione riservata ad una delle “specialità” di Bossoli: la raffigurazione delle ville e soprattutto dei giardini dei suoi nobili committenti. Per i Litta Visconti Arese dipinge un intero ciclo, a documentare i loro tesori architettonici e soprattutto naturalistici. Così come fanno altre famiglie della nobiltà milanese.
Segue quindi una sezione tutta, intensamente, “torinese”. Alla Corte Sabauda Bossoli è ufficialmente il “pittore di storia” e a lui viene richiesto di eternare la nascita della linea ferroviaria tra Torino e Genova. A Torino, Carlo si costruisce un’affascinante dimora in stile orientaleggiante, a ricordo dei suoi numerosi viaggi, dove risiede con la sorella Giovanna e il nipote Francesco Edoardo (Odessa, 1830 – Torino, 1912). A quest’ultimo, pure artista, è dedicata una speciale sezione in mostra che raccoglie una scelta delle numerose vedute da lui realizzate per il CAI – Club Alpino Italiano nell’ambito di una collaborazione intensa e prolungata nel tempo. È Francesco Edoardo, appassionato di montagna, a pubblicare anche una serie di “panorami”, molto richiesti all’epoca, che riproducono la catena alpina.

Il catalogo
Al catalogo, interamente illustrato, che accompagna la rassegna, ha contribuito un gruppo di studiosi svizzeri e italiani che ha affiancato il curatore Sergio Rebora, offrendo contribuiti originali sui vari aspetti dell’arte di Bossoli: Riccardo Bergossi, Matteo Bianchi, Maria Cristina Brunati, Alberto Corvi, Paolo Crivelli, Luca Mana, Giorgio Picozzi.

La mostra riunisce più di 100 opere dell’artista e di suo nipote, a documentare tutti i molteplici aspetti della sua arte. Sono prestiti concessi da istituzioni pubbliche italiane e svizzere e da importanti collezioni private. Molte sono esposte per la prima volta.
Alla Züst, imperdibile, fino al 23 febbraio 2025.


Mostra e catalogo a cura di
Sergio Rebora

Coordinamento scientifico e organizzativo
Mariangela Agliati Ruggia
Alessandra Brambilla

Testi in catalogo di
Mariangela Agliati Ruggia (presentazione)
Riccardo Bergossi
Matteo Bianchi
Maria Cristina Brunati
Alberto Corvi
Paolo Crivelli
Luca Mana
Giorgio Picozzi
Sergio Rebora

Allestimento
Progettazione
Paola Tallarico
Studio it’s Architettura e Interni Sagl, Lugano

Direzione lavori e coordinamento
Paolo Bianchi
Alessandra Brambilla

Realizzazione
Dipartimento delle finanze e dell’economia
Sezione della logistica
con Piercarlo Bortolotti
e Desio Canzali

Assistenti alla segreteria, mediazione
e allestimento
Eleonora Mariotta
Beatrice Mastropietro
Monica Pagani
Leonardo Pomodoro
Micol Sofia Regazzoni
Andrea Sorze

Ufficio stampa
per la Svizzera:
Pinacoteca Züst
Rancate (Mendrisio), Cantone Ticino, Svizzera
Tel. +41 (0)91 816.47.91
decs-pinacoteca.zuest@ti.ch
www.ti.ch/zuest
per l’Italia:
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo Padova, Italia
Tel. +39 049.663.499 (Simone Raddi)
simone@studioesseci.net www.studioesseci.net

Milano, BKV Fine Art : ULTIMI GIORNI per “Perdere la testa”

Prosegue fino al 17 gennaio 2025 la mostra Perdere la testa, organizzata da BKV Fine Art di Milano e incentrata su uno dei motivi più inquietanti e attraenti della storiografia artistica: la testa mozza. Un’accurata selezione dell’iconografia dall’antichità ai giorni nostri, che mette in luce alcune delle teste più famose della storia, come quelle di San Giovanni Battista, Golia e Oloferne. Accanto ad essi, compaiono anche i rispettivi carnefici: Salomè, Davide e Giuditta.

Milano
BKV Fine Art
(via Fontana 16)
 
ULTIMI GIORNI DI MOSTRA
 
PERDERE LA TESTA
 
Fino al 17 gennaio 2025

Il percorso espositivo, che presenta 64 opere – dai pittori lombardi seguaci di Andrea Solario a Bertozzi&Casoni, da Giuseppe Vermiglio a Julian Schnabel, da Vik Muniz a Mario Balassi, da Arturo Martini a Claude Vignon – intende riflettere sul cambiamento del nostro modo di percepire la violenza nel mondo contemporaneo, a partire da uno sguardo sull’antico.

Così, ad aprire l’esposizione è l’imponente tela barocca di Giovanni Battista Maino, raffigurante Salomè con la testa del Battista, la quale ritorna, attraverso una ripetizione ossessiva, in un fitto nucleo di opere che occupano due intere pareti della galleria, divise in due aree cronologiche diverse. Una prima legata al XVI secolo e all’area lombarda, e una seconda dedicata alla pittura barocca, in cui il tema della decapitazione trova fortuna a partire dalle invenzioni caravaggesche per essere enfatizzata successivamente in declinazioni che arrivano al tenebroso e al macabro, come nelle tele che derivano dall’Erodiade di Francesco Cairo, di cui sono in mostra tre esemplari derivanti dall’originale del pittore lombardo conservato ai Musei Civici di Vicenza.

Sempre legate al tema dell’ossessione e della ripetizione, troviamo alcune sculture in legno e marmo del cinque e seicento raffiguranti teste mozzate, come la testa di giovane martire attribuita a Domenico Poggini, o la reinterpretazione in chiave moderna di Bertozzi&Casoni, dove la figura del Battista è sostituita da quella di un gorilla.

La modernità dell’arte antica emerge attraverso il dialogo con l’arte contemporanea di Giovanni Testori, in prestito dall’Associazione Giovanni Testori, Renato Guttuso Andrea Salvatori, o i corpi decapitati stampati su lastre di acciaio specchiante dell’artista iraniano Arash Nazari. Parte della selezione di opere in mostra, ora nella Collezione Koelliker, proveniva originariamente dalla collezione di Giovanni Testori, scrittore, giornalista e artista, anche egli ossessionato da questa tipologia di opere. Nella mostra vengono esposti due suoi acquerelli del 1968, proprio mentre scriveva il monologo teatrale “Erodiade“.

Accostate ad una terracotta di Arturo Martini dei primi anni ’30, sono esposte una serie di Giuditte di pittori seicenteschi, tra cui una tela di Giuseppe Vermiglio, esponente di spicco del caravaggismo lombardo. Si giunge poi al pieno contemporaneo con Julian Schnabel e il suo Number 3 (Self-Portrait of Caravaggio as Goliath, Michelangelo Merisi) del 2020 e con Vik Muniz e la sua Medusa, after Caravaggio (Picture of Junk) del 2009, realizzata con lattine, metalli arrugginiti, vecchi pneumatici e altri materiali di scarto.

La mostra è accompagnata da un catalogo che riproduce le opere esposte e il loro allestimento negli spazi della galleria, con un testo di Leyre Bozal, storica dell’arte e curatrice spagnola, e un racconto di Gianni Biondillo.


Che poi il mio onomastico è proprio il ventiquattro giugno. San Giovanni Battista, il decollato. L’immaginario cattolico è così cruento che fa apparire i romanzi di Stephen King delle fiabe per educande: santi usati come tiro a segno, arrostiti sulla graticola, con gli occhi cavati, scuoiati, sbudellati, e chi più ne ha più ne metta. E, ovviamente, con la testa mozzata. Il Battista, su tutti. Per non parlare dell’antico testamento (Giuditta che decapita Oloferne, Davide che esibisce la testa di un Golia sconfitto), o della cultura classica (Perseo con la testa della Medusa).

E io, bambino, che mi bevo tutte queste storie. Altro che televisione, altro che internet o TikTok. I miei traumi infantili vengono da molto più lontano. Così, quando per farmi un complimento la maestra diceva a mia madre: “è una bella testa”, e lei orgogliosa rispondeva: “è un bambino con la testa sulle spalle”, be’, insomma, io un po’ timoroso mi toccavo il collo. Ma perché, dove dovrebbe stare la testa se non sulle spalle? C’è qualcosa che non so? Se mi comporto male che succede? Me la tagliate? I miei compagnetti di cortile la sapevano lunga (chissà perché gli altri bambini sembra sempre che ne sappiano più di te). “Mio padre mi ha fatto una lavata di testa” (anche mia madre mi lavava, ma mica andavo in giro a vantarmene). “Mio fratello è fuori di testa” (ma che vuol dire?) “Mia sorella ha messo la testa a posto” (perché, prima dov’era?).

Certe volte non sapevo dove sbattere la testa (anche perché se l’avessi sbattuta mi sarei fatto male). Crescendo ho iniziato a tener testa alle avversità. A testa alta. Lottando corpo a corpo, spesso in un testa a testa con certe teste di rapa che si credevano teste d’uovo (e invece erano teste di cazzo, diciamocelo). Ma di perdere la testa non se ne parlava proprio. Il mio santo è il decollato. Ha fatto una brutta fine, meglio andarci cauti. Lo so, sono un tipo con la testa dura, non capisco chi ha sempre la testa fra le nuvole. Come fanno? Se la testa è lassù, i piedi dove stanno? Poi le cose capitano, agiscono
di testa propria. Incontri una ragazza che ti fa girare la testa e tu non capisci più nulla. Altro che tenere la testa a posto. La verità è che mi ero fasciato la testa prima di rompermela. M’ero montato la testa, insomma.

In quel tempo iniziò a frullarmi un pensiero in testa. “Tagliamo la testa al toro, voglio vivere con te” le confessai. Lei mi guardò, dalla testa ai piedi. Avevo paura mi rifiutasse. Non andò così. Furono anni bellissimi: una casa, una figlia (l’abbiamo chiamata Salomè), una famiglia. Avevamo messo entrambi la testa a partito. Poi accadde. Era proprio il ventiquattro giugno. Non so cosa avessi in testa quel giorno, ma mi ritrovai quasi per caso a leggere un articolo sulle decollazioni. Mi balenò in testa un pensiero: di tutti i modi di martirizzare qualcuno, la decollazione sembrava il più umano. Immaginate di essere arsi vivi, buttati in un dirupo con la testa in un sacco, o in un fiume con un masso appeso al collo. Mi ci gioco la testa che preferireste la testa mozzata. La ghigliottina, un taglio netto e via, verso miglior vita…
un bel modo di perdere la vita (e la testa). Solo che, leggendo, scoprii un curioso inconveniente. Che dopo il taglio, per qualche secondo, la testa resta ancora cosciente. Si vede staccata dal corpo, consapevole. Quanto può essere orribile tutto ciò?

“Ma si può sapere cosa leggi?” Quel giorno mia moglie mi fece una testa così. “Poi le racconti alla bambina che si spaventa. Hai proprio la testa di legno!”
Mi infuriai. Mi sentì salire il sangue alla testa. Era finita con lei, lo decisi lì, al momento. Ne avevo fin sopra la testa dei suoi atteggiamenti da testa coronata. Altro che testa sulle spalle, altro che bella testa, la verità è che sono sempre stato una testa calda. D’impulso mi giocai a testa o croce l’appartamento dove vivevamo. Persi, come è ovvio. Brutta cosa agire di testa propria, ci si ritrova su una strada, con la testa
vuota, senza farci entrare in testa di essere in errore, in colpa. Meno male che c’era il lavoro sul quale metterci la testa. Sono passati anni, molte teste sono cadute, io sono ancora lì, una testa di ponte fra i nuovi arrivati e quelli che stanno andando in pensione. Mi sono tolto dalla testa l’idea di tornare con mia
moglie. Ma con Salomè il rapporto è bellissimo. Abbiamo la stessa testa. Ora lei sta partendo per una vacanza a Malta. Le ho consigliato di andare a La Valletta, a vedere il San Giovanni del Caravaggio. Roba da perderci la testa.


Perdere la testa
Milano, BKV Fine Art
Fino al 17 gennaio 2025
 
BKV Fine Art
Via Fontana 16 – 20122 Milano
T +39 02 89691288
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Orari
Dal lunedì al venerdì, ore 10.00 – 18.30
Sabato su appuntamento
 
Ufficio stampa
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Gruppo Matches: ShenZhen100, il Trail Running fa impazzire la Cina

Prima collaborazione d’oltre oceano per l’agenzia Gruppo Matches, volata in Cina ospite del gruppo LeTourSport, realtà di prestigio che organizza molteplici gare di Trail nell’Impero Celeste, con il fine ultimo di unire sempre più l’Italia alla Cina, dove la Via della Seta diventa anche Sport grazie alla prestigiosa competizione sportiva della SHENZHEN100, con l’assist dell’importante brand outdoor KAILAS, sempre più attivo nel Trail Running internazionale. Obiettivo ultimo della collaborazione, creare una promozione bilaterale tra diverse realtà sportive, come con la Dolomiti Extreme Trail nella Val di Zoldo, così da far conoscere i reciproci territori ed incrementare il turismo nel segmento sport tra i due Paesi.

ShenZhen100, il Trail Running fa impazzire la Cina
Lo Sport lungo la Via della Seta

Ecco la prestigiosa competizione sportiva ShenZhen100, cui hanno partecipato anche molti corridori italiani ed europei tra i 5000 iscritti. 

Un inno alla montagna più bella e ai valori più alti dello sport come nello spirito del Running anche la competizione cinese e l’idea è quella di far dialogare competizioni simili tra loro, per uno scambio culturale e turistico sempre maggiore tra le diverse nazioni.

Alla Shenzhen100 Mountain Running Race, gara internazionale di Trail Running, hanno partecipato in questa edizione, 27/29 dicembre 2024, oltre 5.000 atleti provenienti da tutto il mondo, anche da Italia, Germania e Canada, accolti nel Villagio dell’evento sportivo organizzato a ShenZhen sulle spettacolari spiagge di Dameisha Beach. Una volta partiti, gli atleti hanno avuto potuto scoprire le bellezze e gli orizzonti delle montagne del territorio circostante. Una combo tra asfalto e natura, salite ripide, sentieri accidentati e viste panoramiche è ciò che qualifica la Shenzhen100 Mountain Running Race, molto apprezzata sia dagli amatori sia dai professionisti della disciplina e sviluppata su 5 categorie: 168 chilometri con 8.775 metri di massimale dislivello, 100 chilometri, 50 chilometri, 35 chilometri e 10 chilometri. La 100Km è battezzata dal TORX, primo marchio italiano di Trial ad approdare in Cina con una progettualità strutturata e di grande visione. Tra gli atleti classificatisi primi posti nelle competizioni nazionali dello stesso livello. MARIA Fuentes OLCINA, Anna DARMOGRAI e altri atleti d’élite d’oltremare del team Kaileshi FUGA, nonché atleti d’élite cinesi rappresentati da membri del Kaileshi Running Team come Zhang Weiqiang, Wang Shengji, Chen Hualing, Jiang Wenli, Chen Na, che non solo hanno portato diverse esperienze di gara e un’atmosfera di scambio, ma hanno anche presentato la cultura e l’entusiasmo della corsa cinese ai corridori del mondo.

La manifestazione è stata ospitata congiuntamente dall’Ufficio municipale di Shenzhen per la cultura, la radio, la televisione, il turismo e lo sport e dal Governo popolare del distretto di Yantian, organizzata dall’Ufficio distrettuale di Yantian per la cultura, la radio, la televisione, il turismo e lo sport e gestita dalla Shenzhen Langtu Sports Culture Development.

In Cina alla Shenzhen100 Mountain Running Race è volata Gruppo Matches per curare la comunicazione in Italia delle competizioni cinesi ed anche per gettare le basi di una possibile partnership che ha come obiettivo quello di far conoscere le Dolomiti Venete e Dolomiti Extreme Trail,  una delle più prestigiose e tecniche gare d’Europa, a un mercato in costante crescita che ama l’Italia e in un contesto di respiro sportivo internazionale. Lo Sport è infatti sempre più un volano di promozione turistica e scambio culturale importante. La rappresentanza della Dolomiti Extreme Trail in Cina è guidata dalla società di comunicazione Group Matches che sta seguendo da tempo molti progetti nel segmento Sport e nello specifico la stessa gara tra le Dolomiti della Val di Zoldo.  

Così Andrea Cicini, Ceo dell’agenzia: “È stato un vero onore essere ospiti alla Shenzen100k Mountain Race, una gara emozionante e da scoprire, come i molti eventi organizzati dal gruppo LeToursSport, tra i quali solo per citarne alcuni, The Northeast 100 Mountain Running Race, The KAILAS Mogan Mountain Running Race, The GUANZHOU 100 Ultra Trail Running Race. La grande affluenza di atleti che si sono sfidati nelle diverse competizioni testimonia di una manifestazione dal grande appeal e ben coordinata e infatti abbiamo potuto apprezzare un’organizzazione impeccabile, affiancata dalla presenza importante del marchio Kailas, sponsor dell’iniziativa, che con il suo materiale tecnico ha consentito agli atleti presenti di esprimersi al meglio. Il nostro obiettivo ora è quello di implementare questa collaborazione – ad ora limitatasi a contribuire per una adeguata copertura mediatica alla gara – e creare un ponte tra le due nazioni, che unisca gli appassionati di Trail running. Dopo aver trascorso personalmente 13 anni in CINA e la recentissima opportunità di occuparci della campagna lanciata quest’anno in Italia per le nuove tratte della China Eastern Airlines, sono convinto che ci siano tante opportunità serie e concrete per chi ha voglia di investire e collaborare”. “L’idea è quindi quella – ha ribadito Cicini –di creare un ponte attivo con la Dolomiti Extreme Trail e la Shenzhen100 Mountain Running Race, che preveda sia la reciproca promozione, sia “scambi” di atleti – cinesi ed europei – alla scoperta delle due gare. Creando così di fatto nuove esperienze e potenziando la dimensione internazionale della DXT, che ogni anno ospita oltre 3000 atleti da 62 paesi e 5 continenti”.

La prossima edizione della DXT è confermata per le date del 6-7-8 giugno 2025 con l’inserimento di una nuova distanza all’interno del palinsesto dell’evento, che prevederà, quindi, la storica 103K, 72K, 55K, la nuova 35K, 22K, 11 K e la MiniDXT per i più giovani. Ad oggi si è registrato un +38% di iscrizioni, già quasi tutte sold out, segnale importante per l’evento ed il territorio stesso delle Dolomiti della Val di Zoldo, una valle di storia e di alta tradizione sportiva.


Gruppo Matches – Nasce nel 2019 a Roma, ma con una visione internazionale grazie all’esperienza maturata all’estero da Andrea Cicini: oltre 13 anni in CINA nella comunicazione, strategia marketing e coordinamento dei grandi eventi internazionali quali Olimpiadi Pechino 2008, Casa Italia Paralimpiadi 2008, Shanghai Expo2021, Super Coppa, F1, Moda, Cinema ed altro.  Tra i suoi asset: creatività per lo sviluppo di campagne Atl-Btl, Graphic e Web Design, Social Media, organizzazione di Eventi, Produzione Audiovisiva come casa cinematografica indipendente e Management Sportivo (ANDY DIAZ, ALESSIA SCORTECHINI, JACOPO LUCHINI).


Media / Press Office
Gruppo Matches Srl – ROMA – TREVISO
Web: www.gruppomatches.com

Perugia, Galleria Nazionale del’Umbria: In breve, ROBERT DOISNEAU

Dal 15 novembre 2024 al 4 maggio 2025, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio CAMERA OSCURA dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso espositivo del museo perugino, ospita per la prima volta in Umbria la mostra In breve, Robert Doisneau, a cura di Alessandra Mauro.

L’esposizione presenta 30 fotografie che raccontano l’intera poetica del fotografo parigino: tra di esse spicca la sua immagine più iconica, il famoso Bacio dell’Hotel de Ville, pubblicato sulla rivista americana Life nel 1950 e divenuto immediatamente il simbolo di epoca e di una generazione.

MUSEI NAZIONALI DI PERUGIA
DIREZIONE REGIONALE MUSEI NAZIONALI UMBRIA
 
GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA
 
In breve,
ROBERT DOISNEAU
 
DAL 15 NOVEMBRE 2024 AL 04 MAGGIO 2025
 
Per la prima volta in Umbria 30 fotografie iconiche che raccontano la poetica
di uno dei più grandi e amati fotografi del Novecento,
tra cui il celebre Bacio dell’hotel de Ville.
 
Nuovo appuntamento con CAMERA OSCURA,
lo spazio per la fotografia della Galleria Nazionale dell’Umbria.

Robert Doisneau, tra i fotografi più influenti del suo tempo, fu in grado di raccontare come nessun altro la Parigi del Secondo dopoguerra in una serie di immagini perfette per costruzione e poesia.
L’appuntamento con Robert Doisneau – dichiara Costantino D’Orazio, direttore dei Musei Nazionali dell’Umbria – prosegue il lavoro della Galleria Nazionale dell’Umbria nella proposta delle esperienze artistiche internazionali più significative del Novecento. Con il suo obiettivo, Doisneau ha colto le fragilità, i sogni e l’entusiasmo di un periodo storico eccezionale, che presentiamo in Umbria per la prima volta”.

Nato nel 1912 a Gentilly, si avvicina ben presto alla fotografia: la professione perfetta per chi, come lui, vuole essere un non-conformista, un solitario, un osservatore. Essere fotografo per lui vuol dire soprattutto perlustrare la città, muovendosi come su un palcoscenico privilegiato dove tutto avviene come in una messa in scena fantastica. La fotografia regala a Doisneau “prima di tutto la libertà, – scrive in catalogo Alessandra Mauro – bene supremo a lungo inseguito, e gli permette poi di realizzare fotografie come piccoli haiku visivi, garbati e intensi, con cui riempire di sguardi, di sorrisi, di immagini la sua personalissima e dettagliata mappa del mondo. Un mondo che, in gran parte, è contenuto nella città di Parigi.

Nella sua carriera collabora con le principali riviste del mondo (Life prima di tutte) e incarna nella realtà, ma soprattutto nella fantasia di generazioni di ammiratori, l’emblema del fotografo pronto a cogliere le scene di quotidiano bonheur, di tenerezza e solidarietà, che, dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, tutti volevano ritrovare nelle città distrutte dall’odio per poterle scoprire di nuovo accoglienti, solidali, pronte a rimettere in sesto il tessuto sociale e morale dell’Europa.

Tante e memorabili sono le immagini che ha lasciato e che formano l’orizzonte visivo e l’immagine straordinaria di una città che in parte esiste e in parte è forse frutto della sua fantasia.

La mostra si compone di una scelta di immagini tra le più celebri della sua produzione, in una selezione messa a punto con i suoi eredi e l’Atelier Robert Doisneau di Parigi.

Catalogo Silvana Editoriale.

La mostra è realizzato con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo e il contributo del GRUPPO FIORENZONI.

Radio Monte Carlo è la radio ufficiale della mostra.

«L’incarico è prestigioso: la rivista Life chiede a Robert Doisneau di illustrare come, più o meno fantasiosamente, i parigini si scambino effusioni in pubblico incuranti del pudore e del bisogno di preservare la loro intimità. Del resto, in quell’inizio degli anni Cinquanta la fama di Parigi come città dell’amore è uno stereotipo e insieme un sogno condiviso da europei e americani.

Doisneau cerca di capire come risolvere la questione. Certo, può tentare di cogliere i baci degli amanti occasionali. Ma li troverà? E poi, saranno le situazioni giuste? Non si rischierà di “bucare” il servizio? In cerca di ispirazione, si ferma per schiarirsi le idee e bere un bicchiere in un bistrot presso Les Invalides. Lì, una coppia attrae la sua attenzione. Sono giovani, belli e visibilmente innamorati. Li raggiunge, ci parla. Si tratta di due aspiranti attori, Françoise Delbart, 20 anni, e Jacques Carteaud, 23. Nasce l’idea, quasi un gioco, di girare per Parigi con loro. “Non vi dispiacerà baciarvi di fronte alla mia macchina fotografica?”, chiede il gentile e premuroso fotografo. Niente affatto. Ci piace baciarci. Rispondono sorridendo. “Monsieur Doisneau ci portò in tre differenti posti di Parigi per le riprese, ricorda Françoise. Camminammo tanto. È stato un gioco, un bellissimo momento di piena libertà per noi. Tutto quello che dovevamo fare, era restare a circa 4 metri da lui e baciarci. Per prima cosa, siamo andati a Place de la Concorde, poi sulla Rue de Rivoli e alla fine, all’Hotel de Ville”.

E proprio lì, di fronte all’imponente municipio cittadino, nasce la foto.»

Alessandra Mauro, nel catalogo della mostra


CAMERA OSCURA

La rassegna fotografica Camera Oscura. La Galleria Nazionale dell’Umbria per la fotografia, a cura di Marian Bon Valsassina e Costanza Neve, si propone di esplorare l’essenza dell’arte fotografica, un mezzo che, sin dalla sua nascita, ha catturato momenti e raccontato storie, diventando una testimonianza della nostra realtà e delle emozioni umane. Il concetto stesso di camera oscura, che risale a secoli prima dell’invenzione della fotografia, rappresenta l’idea di un luogo in cui la luce penetra esclusivamente da un minuscolo foro, creando immagini proiettate su una superficie. Questo processo di rivelazione è il cuore della fotografia: un dialogo tra luce e ombra che dà vita a visioni uniche e personali.

Il progetto offre una nuova chiave di lettura della realtà, illuminando, anche nell’oscurità, sull’arte della fotografia, intesa sia come atto tecnico sia come espressione artistica, proponendosi di dimostrare, attraverso le fotografie, il fil rouge che collega l’arte del passato al presente. Un’insegna al neon segna l’ingresso a questo spazio ‘segreto’, avvolto in luci soffuse e ombre suggestive. Qui non si trovano tempere, oli, pennelli o collanti, ma si esplorano concetti di tempo, esposizione, profondità e messa a fuoco.


In breve, ROBERT DOISNEAU
Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria (corso Pietro Vannucci, 19)
15 novembre 2024 – 04 maggio 2025
 
Orari di apertura: lunedì chiuso | dal martedì alla domenica 08.30 – 19.30 (ultimo ingresso 18.30)
 
Biglietti: intero € 10,00 | ridotto € 2,00.
 
GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA
Perugia, corso Pietro Vannucci, 19
 
Informazioni: T +39 075 58668436; gan-umb@cultura.gov.it
 
Sito internet: www.gallerianazionaledellumbria.it
 
Ufficio Promozione e Comunicazione Musei nazionali di Perugia-Direzione regionale Musei nazionali Umbria
Ilaria Batassa | ilaria.batassa@cultura.gov.it
 
Facebook @GalleriaUmbriaPerugia
Instagram @gallerianazionaledellumbria
 
Ufficio stampa Musei nazionali di Perugia-Direzione regionale Musei nazionali Umbria
CLP Relazioni Pubbliche | Clara Cervia | clara.cervia@clp1968.it

Ferrara, Spazio Antonioni: BRUCE DAVIDSON / ZABRISKIE POINT. I volti dell’America

Un nuovo appuntamento allo Spazio Antonioni racconta l’incontro sul set del film Zabriskie Point del grande fotografo con uno dei padri della cinematografia moderna. Approdato negli Stati Uniti nel 1968 per ritrarre un paese che incarnava l’essenza del suo tempo, Michelangelo Antonioni sceglie Bruce Davidson come fotografo di scena. Ad accomunare il loro lavoro è la vocazione a scrutare nelle pieghe della realtà senza preconcetti, regalando all’osservatore uno sguardo meravigliato e al tempo stesso consapevole su un mondo denso di luci e ombre. Accanto ad Antonioni, che considera «il più grande regista con cui abbia mai collaborato», Davidson trova ispirazione per alcuni dei suoi scatti più memorabili. Sarà possibili ammirarli dal 14 dicembre 2024 al 4 maggio 2025 allo Spazio Antonioni nella mostra organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara e curata da Chiara Vorrasi.

BRUCE DAVIDSON / ZABRISKIE POINT

I volti dell’America
Spazio Antonioni
Corso Porta Mare 5
Organizzata da
Fondazione Ferrara Arte in collaborazione con il Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara

A cura di Chiara Vorrasi

Entrato nella leggendaria agenzia Magnum nel 1958 dopo aver conosciuto Cartier-Bresson a Parigi, Davidson ha messo in campo sin dalla prima produzione una straordinaria capacità di addentrarsi nei territori che appaiono meno familiari, facendo emergere, anche dai soggetti più degradati, una dignità morale ed estetica. Le sue foto rivelano, tra splendore e solitudine, l’universo delle bande giovanili, dei circhi, dei movimenti per i diritti civili, dei ghetti di Harlem, dei minatori gallesi, della vita nelle metropolitane. Come altri fotografi Magnum, Davidson si è misurato anche con l’immaginario cinematografico, accettando la sfida di giocare sul terreno scelto da un regista. I suoi scatti ci hanno lasciato immagini inattese di icone come Marilyn Monroe. Il fascino della settima arte lo ha coinvolto fino al punto di impegnarsi egli stesso nella produzione di documentari.
Il reportage che Davidson dedica a Zabriskie Point è considerato uno dei servizi magistrali della storia delle foto di scena. Il soggetto del film di Antonioni propone un viaggio nell’universo giovanile delle controculture, ma è anche l’occasione per esplorare le dimensioni affascinanti e contraddittorie che l’ambiente americano esprimeva e in cui si riconoscono tratti ancora attuali. Sul set del film il fotografo statunitense trova materia infinita per dare un volto indimenticabile a ciascuna di queste sfaccettature. Ritratti, vedute di Los Angeles, paesaggi lunari della Death Valley restituiscono il mosaico composito di una società dove convivono il mito del benessere e l’evasione in territori incontaminati, la violenza e la repressione, le architetture più avveniristiche e una natura quasi primordiale. Prolungando lo sguardo oltre il consueto, con una sensibilità capace di accogliere e trasfigurare, la realtà più comune assume un significato emblematico e il paesaggio più solitario si sublima in un’opera d’arte ai limiti dell’astrazione. Un altro affascinante punto di tangenza tra Antonioni e Davidson è l’affinità con le ricerche visive, tra informale e Pop Art, che sfidano le proprietà della materia grezza o s’interrogano sull’immaginario della società dei consumi.

Marco Gulinelli, Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, accoglie così l’apertura della mostra: «Sono felice di poter inaugurare allo Spazio Antonioni la mostra di un grande fotografo già membro della leggendaria agenzia Magnum quale Bruce Davidson. Bruce Davidson e Michelangelo Antonioni condividono una straordinaria capacità di scrutare nelle pieghe della realtà senza preconcetti. Davidson cattura l’essenza di un’epoca e di una società, rivelando la dignità nascosta anche nei contesti più degradati. Allo stesso modo, Antonioni, attraverso la sua cinepresa, esplora le complessità e le contraddizioni dell’animo umano e della società moderna. Entrambi, con sensibilità e maestria, trasformano la realtà quotidiana in opere d’arte che sfidano il tempo e le convenzioni, offrendo uno sguardo incantato e consapevole su un mondo ricco di luci e ombre.
Abbiamo, in questi anni, implementato le mostre fotografiche con la consapevolezza di quanto esse rivestano un ruolo fondamentale nella cultura contemporanea. In un’epoca dominata dai media digitali, le mostre fotografiche mantengono viva l’importanza della fruizione diretta e tangibile dell’arte visiva. Inoltre, rappresentano un’opportunità unica per i visitatori di immergersi in mondi diversi, esplorando culture, paesaggi e momenti storici attraverso l’obiettivo del fotografo.»

Prosegue all’insegna del dialogo tra le arti la programmazione del nuovissimo spazio museale inaugurato a giugno 2024: un luogo di scoperta dall’opera del grande cineasta ferrarese e delle intense relazioni che ha stabilito con l’arte e la cultura di ieri e di oggi.


Aperto dal martedì alla domenica
10.00-13.00 / 15.00-18.30
Ingresso compreso nel biglietto del museo

Ufficio informazioni e prenotazioni
artemoderna.comune.fe.it
diamanti@comune.fe.it

museiferrara.it
Prenotazioni
https://www.comune.ferrara.it/prenotazionemusei

Ufficio stampa
Studio Esseci
Simone Raddi | simone@studioesseci.net

FORO G gallery di Ganzirri (Me): A che punto siamo, Alice?

A che punto siamo, Alice?

Seconda mostra del Segnalibro d’Artista
a cura di Mariateresa Zagone e Roberta Guarnera

La FORO G Gallery è lieta di annunciare la seconda mostra del Segnalibro d’Artista. Dopo una Call nazionale lanciata nel mese di ottobre e dopo un’attenta selezione operata dalla curatrice del progetto Mariateresa Zagone e dalla gallerista Roberta Guarnera, dal 19 gennaio al 2 febbraio saranno esposti i Segnalibro selezionati.

A differenza della prima edizione del 2022, la Call ha avuto un tema forte sul quale gli artisti sono stati invitati a riflettere. Partendo dalla fiaba di Lewis Carroll “Alice nel paese delle meraviglie”, scritta nel 1862 e pubblicata nel 1865, il progetto ha inteso invitare gli artisti ad abbracciare la non convenzionalità e ad esplorare l’inaspettato proprio come fa la protagonista che, sfidando le norme della realtà, incarna la conoscenza frutto della curiosità. Il Paese delle Meraviglie, del resto, è un riflesso distorto del mondo reale che ci invita a esplorare l’inaspettato e a sfidare il convenzionale; i personaggi eccentrici che popolano questo regno sono specchi della società e dei suoi difetti e ciascuno offre una satira divertente delle convenzioni sociali.

La restituzione visiva è avvenuta nel formato di 20×6 cm, un formato piccolo che ha messo a dura prova fantasia e capacità tecniche degli artisti. Le opere esposte sono 18+1 e gli artisti in mostra sono: Valeria Alibrandi, Mariana Cacciola, Martina Carollo, Rita Cavallaro, Marcella Cilona, Laura Costantino, Antonello Ferrara, Paola Formica, Giovanni Gargano, Fanni Kopacsi, Valeria Macadino, Michela Magazzù, Salvatore Pulvirenti, Veronica Rastelli, Liliana Romano, Graziella Romeo, Loredana Tutone, Simone Ventura + Roberta Guarnera.

Il vernissage sarà domenica 19 gennaio alle ore 17
La mostra sarà visitabile fino al 2 febbraio 2025 giorni e orari on line


FORO G gallery
foroggallery.com
Via Lago Grande 43B 98165 Ganzirri (ME)
Instagram: @forog.gallery

Torino: CLEOPATRA un viaggio nel mito della regina d’Egitto

L’esposizione propone un viaggio di oltre 2000 anni nella storia e nel mito della regina d’Egitto, sia attraverso tracce storico-archeologiche del personaggio e del suo tempo, sia lasciandosi sedurre dalla leggenda e dalla fascinazione esercitata nel corso dei secoli, in diversi campi della cultura, dalla letteratura, all’arte, al cinema.

MUSEI REALI DI TORINO
 
GALLERIA SABAUDA | SPAZIO SCOPERTE
 
DAL 23 NOVEMBRE 2024 AL 23 MARZO 2025
UNA MOSTRA CELEBRA
CLEOPATRA
La donna, la regina, il mito

A cura di Annamaria Bava ed Elisa Panero

A Cleopatra, regina d’Egitto, donna di grande potere e fascino, le cui vicende hanno ispirato importanti scrittori come William Shakespeare, Théophile Gautier e George Bernard Shaw, oltre ad artisti, musicisti e registi, i Musei Reali di Torino dedicano una mostra dossier che s’inserisce nell’ambito delle celebrazioni dei 300 anni del Museo di Antichità (1724-2024).

Dal 23 novembre 2024 al 23 marzo 2025, lo Spazio Scoperte della Galleria Sabauda ospita la rassegna dal titolo Cleopatra. La donna, la regina, il mito, curata da Annamaria Bava ed Elisa Panero, che si avventura nella vicenda storica e nella leggenda, attraverso un profilo del personaggio e del suo tempo, la nascita del mito e la fascinazione esercitata nel corso dei secoli.

Il percorso espositivo è suddiviso in cinque aree tematiche e riporta al centro degli studi l’enigmatica Testa di fanciulla c.d. di Cleopatra, in marmo bianco della metà del I secolo a.C., del Museo d’Antichità, che nella capigliatura e nei tratti mostra caratteristiche che rimandano all’iconografia nota di Cleopatra VII, a cui si affiancano manufatti archeologici e sculture antiche, provenienti dal patrimonio dei Musei Reali e da collezioni pubbliche e private, messi in dialogo con opere pittoriche e grafiche e documenti cinematografici che hanno visto protagonista nel corso dei secoli la regina d’Egitto.

La mostra si apre con un inquadramento storico del periodo nel quale ha vissuto e governato Cleopatra VII (51-30 a.C.), ultima regina della dinastia tolemaica in un Egitto ormai ellenizzato, in virtù dell’azione di Alessandro Magno iniziata nel IV secolo a.C. L’Egitto, paese all’avanguardia, inserito nel Mediterraneo, luogo d’incontro di diverse civiltà e tradizioni, connotato da un forte rispetto per le tradizioni dell’Egitto faraonico e nello stesso tempo dall’adesione alla Koiné culturale ellenistica.

La sezione Cleopatra: la regina che sfidò Roma si focalizza sulla figura di Cleopatra e sul suo operato politico, in relazione ai protagonisti del suo tempo rappresentati dalla Testa di Giulio Cesare da Tusculum dei Musei Reali, considerato il ritratto più veritiero del Dittatore, e con quelli di Marco Antonio e Ottaviano Augusto, in prestito dalla Soprintendenza del Molise e dai Musei Capitolini. Dall’altro si analizza la Cleopatra come donna di potere, a capo di una nazione che vive, sotto il suo regno, un importante sviluppo economico, grazie anche alla riforma monetale voluta dalla stessa regina, che la posiziona in un ruolo di preminenza all’interno dello scacchiere del Mediterraneo.

La mostra prosegue con il racconto della nascita del mito di Cleopatra, nato con la regina ancora in vita e sviluppatosi negli anni immediatamente successivi, con l’assimilazione della sua figura con quella della dea Iside, che contribuì ad accrescere il fascino e il mistero della sua persona nei secoli a venire.

Durante il Rinascimento, l’immagine di Cleopatra inizia ad avere una certa fortuna nell’arte occidentale, come mostra una raffinata incisione di Marcantonio Raimondi della Galleria Sabauda nata dalla collaborazione dell’artista bolognese con Raffaello. Nel Seicento e nel Settecento la sovrana è protagonista di molte opere, nelle quali spesso è rappresentata nel momento della morte, come nel caso dei dipinti di Giovanni Giacomo Sementi (1625-1626 ca.), proveniente dalle raccolte viennesi del principe Eugenio di Savoia Soissons e ora conservata in Galleria Sabauda, di Giovanni Lanfranco (circa 1630) delle Gallerie Nazionali di Palazzo Barberini e Galleria Corsini, e di  Guido Cagnacci (1660-1662) della Pinacoteca di Brera, oppure in relazione a figure storiche quali Giulio Cesare, Marco Antonio o Ottaviano Augusto, come il bel dipinto della pittrice Elisabetta Sirani di collezione privata modenese nel quale la sovrana mostra il prezioso orecchino di perle che scioglierà in una coppa di aceto per poi consumare la costosissima bevanda, alludendo all’episodio che sarebbe avvenuto nel sontuoso banchetto al cospetto di Marco Antonio raffigurato nella maestosa tela di Francesco Fontebasso (circa 1750) in prestito dal Palazzo Madama di Torino, e come il bozzetto di Claudio Francesco Beaumont raffigurante Cleopatra che si avvia verso il Palazzo di Cesare (1740), preparatorio per uno degli arazzi che costituiscono la serie con le Storie di Cesare conservata a Palazzo Reale.

Nell’Ottocento l’interpretazione del tema in chiave esoterica darà vita a composizioni di gusto orientaleggiante come nel curioso dipinto di Anatolio Scifoni (1869), proveniente dalle raccolte di Palazzo Reale, che trasmette l’atmosfera sospesa e misteriosa dell’incontro tra Cleopatra e una maga.

L’esposizione si chiude con una sezione dedicata alla fortuna pop della regina: in questa, oltre a dischi, fumetti e giochi da tavolo, spiccano le trasposizioni della vita di Cleopatra sul grande schermo, evocate attraverso locandine, fotografie e spezzoni di film, dall’epoca del cinema muto all’interpretazione di Elizabeth Taylor nella pellicola di Joseph Mankiewicz del 1963 fino a quella di Monica Bellucci nella commedia Asterix & Obelix – Missione Cleopatra del 2002.


Cleopatra. La donna, la regina, il mito
Musei Reali, Galleria Sabauda, Spazio Scoperte
23 novembre 2024 – 23 marzo 2025
 
Venerdì 22 novembre 2024 è prevista l’apertura straordinaria e in anteprima della mostra dalle 19.30 alle 23.30 (ultimo accesso 22.45) al costo di 5 euro.
 
Ingresso compreso nel biglietto dei Musei Reali
Intero € 15,00 Ridotto: € 2,00 (ragazzi di età dai 18 ai 25 anni)
Gratuito: minori di 18 anni; persone con disabilità e un loro accompagnatore; Insegnanti con scolaresche; Guide turistiche con gruppi; Personale del Ministero; Possessori di Abbonamento Musei, Torino+Piemonte Card, tessera ICOM; Giornalisti regolarmente iscritti all’Ordine
 
E-mail: info.torino@coopculture.it 
Telefono: +39 011 19560449
Sito per acquisto biglietti: https://www.coopculture.it/
Sito internet: museireali.it
Social:
FB museirealitorino
IG museirealitorino
X MuseiRealiTo
YouTube Musei Reali Torino
 
Ufficio stampa Musei Reali Torino
CLP Relazioni Pubbliche
Clara Cervia | T +39 02 36755700 | clara.cervia@clp1968.it | www.clp1968.it

A Bologna, THEA MARIS di Anna Caterina Masotti

La magia dei Bagni di Mario a Bologna, nome erroneamente attribuito dalla storia alla Conserva di Valverde – una cisterna di epoca rinascimentale –  ospiterà dal 5 al 10 febbraio 2025, in occasione di Arte Fiera Bolognail progetto fotografico inedito di Anna Caterina Masotti dal titolo Thea Maris | Risonanze del Mare, a cura di Alessia Locatelli e organizzata da Laura Frasca, Art Manager della fotografa.

Thea Maris | Risonanze del Mare
Bologna, Conserva di Valverde
Dal 5 all’11 febbraio 2025

A cura di Alessia Locatelli

In questo luogo suggestivo, progettato dall’architetto palermitano Tommaso Laureti e realizzato per alimentare la Fontana del Nettuno ed altri luoghi funzionalmente correlati all’acqua, si immergerà quindi un lavoro a sua volta legato indissolubilmente all’elemento liquido.

Protagonista della narrazione di Anna Caterina Masotti è il mito di Afrodite, riletto nella chiave di una giovane adolescente in procinto di entrare nell’età adulta, immersa in un mondo in cui il mare e la natura fanno da sfondo a questa transizione cruciale. “Riscoprendo antichi codici e riferimenti alla Grecia classica – afferma Masotti – ho reinterpretato l’idea di bellezza attraverso forme e tecniche contemporanee. Le immagini sono state scattate quasi tutte nello stesso luogo, Maratea. Qui, mia madre era incinta di me al sesto mese, e il mio destino era ancora nascosto nel suo grembo. Maratea non è solo un semplice sfondo; è un teatro delle estati della mia infanzia trascorse con lei, dove il sole e le onde danzavano insieme a noi. Oggi torno in questo mare con mia figlia, creando un legame che si rinnova e si arricchisce come ogni onda che bacia la riva.”

“Thea Maris” vuole quindi raccontare, tramite il linguaggio di Anna caratterizzato da un bianco e nero contrastato, non solo l’essenza del mare ma anche la forza del legame tra madre e figlia che si intrecciano in questo viaggio nel tempo, in cui il passato ritorna trasformato e rinnovato nel presente in un paesaggio intriso di storia e amore.

Un viaggio quindi, che nel suggestivo spazio della Conserva sarà pensato e allestito per accogliere il visitatore e immergerlo nel racconto che si dipana in circa 20 immagini:  quattro di esse saranno stampate su altrettanti teli in Chiffon di ben 4 metri di altezza, posti al centro della cisterna, mentre due foto saranno riprodotte su altri due teli di seta larghi 2 metri e alti 1,33 metri, posti perimetralmente quasi a racchiudere quelli centrali; su ogni immagine Anna Caterina andrà poi a ricamare segni, contorni e simboli, a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.

Sui muri della Conserva verranno al contempo proiettati video e foto tramite video mapping, conferendo in questo modo un movimento ondulatorio continuo allo spazio e alla sua percezione. Infine, il percorso andrà a terminare nei cunicoli che dal volume centrale della cisterna si irraggiano nelle profondità della terra: in questi spazi troveranno posto, sulla scala che si incrocia passando da due corridoi opposti, due foto da 60x100cm stampate su seta e poi ricamate.

Il nuovo progetto fotografico di Anna Caterina” – afferma la curatrice Alessia Locatelli – “Si distacca nettamente dalla mera rappresentazione fisica della bellezza, per esplorare una dimensione più profonda e simbolica, che si estende oltre il visibile. La sua interpretazione moderna del mito di Afrodite non è solo una rivisitazione estetica, bensì una riflessione sul concetto contemporaneo di genere, seduzione e femminilità. Mentre la scultura classica celebra un archetipo di bellezza senza tempo, la fotografia contemporanea sfida questo ideale, esplorando il corpo femminile come spazio di contraddizioni e trasformazioni. La fotografia non cristallizza la fisicità, ma la cattura nel suo continuo divenire.

Con questo progetto, Anna Caterina Masotti propone una nuova lettura di Afrodite, interrogandosi sulla continuità e trasformazione della figura femminile nella società moderna, attraverso un lavoro delicato e intimo.”


Info:
Thea Maris | Risonanze del Mare
Bologna, Conserva di Valverde, dal 5 all’11 febbraio 2025
Inaugurazione 05 Febbraio 2025, ore 18.30
Orari dal 06: dalle 10.00 alle 13.00 – dalle 15.00 alle 20.00
Solo per il Sabato in occasione del Art White Night Bologna dalle 16.00 alle 00.00

Ufficio stampa
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
www.studioesseci.net
Ref. Simone Raddi, 049.663499, simone@studioesseci.net

Adriano Sinivia, un veneziano di successo internazionale torna a vivere nella sua Città 

Venezia, purtroppo, affronta da anni il problema del crollo demografico. In questo contesto, ci sono esempi di chi sceglie di tornare per contribuire alla rinascita culturale della cittàAdriano Sinivia, regista veneziano di fama internazionale, ha deciso di rientrare nella sua città natale dopo 40 anni di successi nel mondo dello spettacolo per creare un laboratorio di ricerca teatrale e gestuale.

Dopo un brillante percorso artistico, cominciato a fianco del padre del mimo Marcel Marceau, Sinivia desidera ora trasmettere la sua esperienza ai giovani talenti locali. 

Questa storia rappresenta un esempio di resilienza e amore per le proprie radici

Adriano Sinivia ha scelto di tornare e investire nella cultura in Italia, in particolare a Venezia.

Venezia, la città meravigliosa, ha fra i problemi che la affliggono quello del crollo demografico. A prescindere dallo snaturamento socioeconomico che ne deriva e dalle scelte politiche e amministrative che hanno portato a questa situazione, è importante segnalare qualche isolato caso di chi decide, dopo aver seminato arte e cultura con successo all’estero, di tornare. Fra queste personalità controtendenza c’è Adriano Sinivia, il cui «L’Elisir d’Amore» continua ad incantare da ben 12 anni il pubblico dei teatri fra i più prestigiosi d’Europa e che attualmente è stato in cartellone all’Opera di Montecarlo fino al 31 dicembre.

Nato a Venezia, Adriano Sinivia, giovanissimo, era già molto attratto dal mondo delle arti. Inizia la sua ricerca espressiva dedicandosi alla pittura e alla danza. Nonostante il suo amore per la pittura, che gli permise di esporre in diverse gallerie, le arti dello spettacolo lo affascinano sempre di più.  Studia scenografia all’Accademia di Belle Arti di Venezia e, allo stesso tempo, si dedica con un gruppo all’animazione teatrale al servizio di cause sociali come il femminismo, i quartieri disagiati ed i centri psichiatrici.  Appena diplomato lascia la sua città natale per iscriversi alla Scuola Nazionale di Circo Annie Fratellini di Parigi. L’anno successivo si iscrive alla Scuola Internazionale di Mimodramma di Marcel Marceau, si diploma nel 1981 e diventa suo partner di scena con il quale intraprende una tournée mondiale. Nel 1982 la Biennale di Venezia gli offre per la prima volta l’opportunità di scrivere e dirigere i suoi spettacoli. “Mezz’Ora Di Luna” e “Una Delle Ultime Sere di Carnovale” quest’ultimo avrà un grande successo e sarà rappresentato a Napoli, a Pompei e poi successivamente a Parigi ed in altre città francesi. Nello stesso anno fonda e dirige a Parigi una compagnia di ricerca teatrale e creazione coreografica con la quale realizza diversi spettacoli.  Viene notato dall’Opera di Parigi, che gli chiede di mettere in scena una delle sue produzioni. 

Da allora è stato chiamato a mettere in scena opere liriche nei luoghi più prestigiosi teatri d’Europa. Parallelamente insegna teatro al CDAS di Parigi ed è invitato a tenere diversi workshop in scuole come la TNS di Strasburgo, l’Atelier Lyrique de l’Opéra de Lyon, la Haute école de Musique de Genève o ancora Stage Entertainment France.

« Sono tornato da poco a vivere nella mia città natale – dice Adriano che, nonostante i molti anni passati all’estero, ha molti amici e gode di grande stima e simpatia fra calli e campielli  –  e desidero poter creare a Venezia un laboratorio di ricerca teatrale e gestuale con persone la cui passione è l’arte della scena; grazie a mio figlio (Alvise Sinivia), che ha vissuto recentemente qualche anno a Venezia, ho potuto incontrare giovani talentuosi in diverse discipline, che spaziano dai video alla musica sperimentale e con cui non mi dispiacerebbe collaborare ».

I primi contatti sono cominciati. « Ora – continua Sinivia – mi rendo conto che è mio compito quantomeno fare sapere che sono qui e che il mio obiettivo è poter trasmettere un po’ del mio bagaglio finché il mio corpo me lo permette. Riprendere, inoltre, con maggior impeto il dialogo con amici come l’attore e regista, Gianni De Luigi, di cui ho grande stima, Giannantonio de Vincenzo carissimo amico di lunga data e fondatore della Scuola di musica « Suono improvviso », con istituzioni dedicate ai giovani come l’Accademia di Belle Arti di Venezia, Ca’ Foscari, il Conservatorio o con luoghi con una grande storia alle spalle come il Teatro dell’Avogaria ».

Poi, come regista d’opera, Sinivia è alla Fenice che amerebbe presentarsi al pubblico veneziano… « Là dove 45 anni fa in calzamaglia da mimo inaugurato il Carnevale, accanto all’immenso Marcel Marceau!!! ».

Nato a Venezia, Adriano Sinivia, era già molto attratto dal mondo delle arti. Inizia la sua ricerca espressiva dedicandosi alla pittura e alla danza. Studia scenografia all’Accademia di Belle Arti di Venezia e, allo stesso tempo, si dedica con un gruppo all’animazione teatrale al servizio di cause sociali come il femminismo, i quartieri disagiati ed i centri psichiatrici. 

Appena diplomato lascia la sua città natale per iscriversi alla Scuola Nazionale di Circo Annie Fratellini di Parigi. L’anno successivo si iscrive alla Scuola Internazionale di Mimodramma di Marcel Marceau, si diploma nel 1981 e diventa suo partner di scena con il quale intraprende una tournée mondiale. Nel 1982 la Biennale di Venezia gli offre per la prima volta l’opportunità di scrivere e dirigere i suoi spettacoli. “Mezz’Ora Di Luna” e “Una Delle Ultime Sere di Carnovale” quest’ultimo avrà un grande successo e sarà rappresentato a Napoli, a Pompei e poi successivamente a Parigi ed in altre città francesi. Nello stesso anno fonda e dirige a Parigi una compagnia di ricerca teatrale e creazione coreografica con la quale realizza diversi spettacoli. Viene notato dall’Opera di Parigi, che gli chiede di mettere in scena una delle sue produzioni. 

Da allora è stato chiamato a mettere in scena opere liriche nei luoghi più prestigiosi teatri d’Europa. Parallelamente insegna teatro al CDAS di Parigi ed è invitato a tenere diversi workshop in scuole come la TNS di Strasburgo, l’Atelier Lyrique de l’Opéra de Lyon, la Haute école de Musique de Genève o ancora Stage Entertainment France.


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