Ernst Kirchner – Riportare ordine nel caos circostante: questo è il mio compito

di Sergio Bertolami

32/1 – I protagonisti

Ernst Ludwig Kirchner (Aschaffenburg 1880 – Frauenkirch, presso Davos, 1938). È spesso considerato il rappresentante più tipico del gruppo Die Brücke, la personalità più interessante, il più dotato di talento e creatività. Senza dubbio è la guida spirituale del sodalizio artistico, il riferimento teorico, il principale organizzatore. Alla base del suo carattere è una irrequietezza esistenziale che lo porta a sperimentare nuove forme d’arte, esplorare percorsi alternativi. Tutto ciò è testimoniato dalla ricca produzione, che gli ha permesso di realizzare oltre mille tele e un numero maggiore fra disegni, acquerelli, incisioni, illustrazioni per libri e, in quanto architetto, anche decorazioni d’interni. Pur credendo in un lavoro di gruppo, normalmente preferiva dipingere in solitudine, alla ricerca di una libertà espressiva scissa da qualsiasi vincolo. A cominciare dai vincoli imposti dai critici, dai mercanti d’arte e dai collezionisti.

Ernst Kirchner, Autoritratto con pipa, 1905

Visse l’infanzia nella bassa Baviera, dov’era nato il 6 maggio del 1880. Fino a nove anni risiedette a Francoforte per poi trasferirsi a Perlen, presso Lucerna, dove il padre, Ernst Daniel Kirchner – professore di chimica ed esperto in tecnologie industriali – assunse la direzione di una cartiera. Per questo motivo il giovane Ernst fu sempre spinto dalla famiglia a disegnare e dipingere. Il padre venne chiamato a Chemnitz, per insegnare tecniche sulla fabbricazione delle carte, e qui a Chemnitz Kirchner proseguì gli studi e ottenne il diploma del Realgymnasium. Quindi, si recò a Dresda per frequentare i corsi universitari alla Technische Hoschüle, desideroso di assecondare il percorso delineato dal padre. Sin dall’inizio a Dresda alternò interessi non solo verso l’architettura, ma anche verso le tecniche d’incisione, come la xilografia e le stampe. Fonte di ispirazione era il bidimensionalismo giapponese. Inoltre, poteva ammirare le opere dei moderni, come quelle di Seurat, di Gauguin e ancor meglio di Van Gogh, col suo linearismo ondoso e vibrante. Nel 1905 Kirchner abbandona definitivamente l’idea di abbracciare la professione di architetto e il 7 giugno, solo tre settimane prima dell’esame di laurea, fonda l’associazione artistica denominata Die Brücke (Il Ponte). Nel 1906 utilizza lo studio del collega Heckel al numero 60 della Berliner Straße. Nello medesimo anno il gruppo allestisce la prima mostra ufficiale negli spazi espositivi della fabbrica di lampade di Seifert, nel quartiere Löbtau.

Ernst Kirchner, Danzatrice, 1911

Inizia un’attività di ricerca e di riflessione artistica. Nel 1908 visita varie mostre dove sono esposte opere Vincent van Gogh e dei Fauves. Durante l’estate si reca per la prima volta sull’isola di Fehmarn, nel mar Baltico. Nel gennaio del 1909 alla Galleria Paul Cassirer visita la prima personale di Matisse in Germania, a distanza di un mese, una mostra di Cézanne. Il Museo Etnografico di Dresda riapre i battenti a marzo del 1910 e Kirchner scrive agli amici Pechstein e Heckel: «Qui il museo etnografico è nuovamente aperto, anche se solo in piccola parte, ma è un godimento e ti si allargano i polmoni a vedere i famosi bronzi del Benin; alcuni oggetti dei pueblos messicani sono ancora esposti e anche sculture negre». Nelle sale osserva una trave dell’Isola di Palau e molti fra i reperti arrivati al museo, frutto di una spedizione tedesca intrapresa nei mari del Sud fra il 1908 e il 1910. «Una trave davvero meravigliosa… le cui raffigurazioni rivelano un linguaggio formale identico al mio». Questo primitivismo è, a tutti gli effetti, il terreno di fondazione per costruire un linguaggio personale, che possiamo vedere evolversi e definirsi nel tempo. Nel 1909, a corto di denaro, è costretto a trovare nuovi locali. L’avvocato e collezionista Gustav Schiefler descrive così il nuovo atelier dell’artista: «Le stanze erano decorate in modo fantastico con tessuti colorati che aveva realizzato usando la tecnica batik, con tutti i tipi di attrezzature esotiche e sculture in legno di sua mano. Un ambiente primitivo, nato per necessità, tuttavia fortemente segnato dal suo gusto. Qui ha condotto uno stile di vita disordinato, se paragonato agli standard borghesi, semplice in termini materiali, ma molto ambizioso nella sua sensibilità artistica. Lavorava febbrilmente, senza badare all’ora del giorno».

Ernst Kirchner, Persone che entrano in mare, 1912

Legato a questi concetti è anche uno dei temi più sentiti di questo periodo: i nudi femminili in rapporto con la natura. In contrapposizione con i nudi accademici, i suoi lavori rappresentano espressivamente il sovrapporsi di diverse forme di primitivismo, con preciso riferimento all’Urzustand, letteralmente lo “stato originale”, la condizione umana primaria, arcaica, iniziale. Persone che entrano in mare è un dipinto del 1912. Il fascino di queste escursioni era una fuga spensierata dalla ristretta mentalità cittadina. Kirchner e i suoi amici consideravano i laghi di Moritzburg come un’area nella quale i confini inibitori tra arte e vita svanivano lasciandoli liberi di esprimersi. «Liberati dalla folla urbana, gli uomini e le donne nei dipinti di Kirchner si divertono sotto gli alberi, nuotano nudi nel mare, giocano con archi e frecce o fanno l’amore all’aria aperta, sciolti dai vincoli e dai tabù della civiltà… Spogliati dei loro vestiti e dei loro ornamenti civilizzati, artisti e modelle erano tutt’uno con la natura e conducevano la vita dei moderni primitivi» (Jill Lloyd, German Expressionism: Primitivism and Modernity). Uno stile esistenziale che in Germania era definito Künstler Boheme ovvero vita da Boheme artistica, che sconvolgeva il consolidato concetto sociale di “moralità”, quando ipocritamente erano in molti a sapere che all’epoca numerosi nudisti frequentavano le rive del Moritzburger Teiche, un’area di boschi e bacini lacustri a nord di Dresda in Sassonia. Per Kirchner l’essere umano rappresentato nelle sue opere appare in tutta la sua neutralità, come un elemento della natura, come un nudo immerso nella vastità di un paesaggio in cui cresce come una pianta o un fiore.

Ernst Kirchner, Coppia di visitatori in studio con Dodo e Marzella, 1910

Tra le modelle si ricordano Marzella e Fränzi, che posano anche per Pechstein e Heckel. Un’altra modella è Dodo (la sua ragazza dell’epoca), visibile in opere tra il 1908 e il 1911. Marzella e Fränzi sono le figlie della vedova di un artista che viveva vicino a Kirchner. Sono spesso raffigurate, sia vestite che nude, all’interno dello studio ed anche associate a vari manufatti di ispirazione africana scolpiti dall’artista. In una rappresentazione vediamo un’elegante coppia borghese mentre prende del tè nello studio dell’artista, che in pochi tratti di penna fonde tre piani di immagini: nel primo piano spiccano i visitatori alla moda che conversano, al centro ci sono Marzella e Dodo nude e sullo sfondo si scorge il dipinto di Kirchner Danza del funambolo. Anche Fränzi compare in diverse opere, come Fränzi davanti a una sedia intagliata, dove il volto della ragazza è restituito da colori nient’affatto naturalistici, dietro a lei uno schienale in legno intagliato realizzato dall’artista. Sono composizioni pittoriche libere da pregiudizi che permettono a Kirchner e gli altri artisti della Brücke di conquistare presto un vago successo all’interno di una minuscola cerchia di collezionisti. Dopo una mostra a settembre del 1910 alla Galerie Arnold, una delle più importanti gallerie d’arte moderna di Dresda, ora potevano considerarsi realmente i nuovi esponenti dell’avanguardia tedesca.

Ernst Kirchner, Fränzi davanti a una sedia intagliata, 1910

Il linguaggio personale di Kirchner si evolverà, esplorando nuovi temi, dopo il 1911, quando si trasferisce a Berlino. La ragione principale di tale decisione è la ricerca di una affermazione definitiva della sua arte. Insieme alla sua nuova fiamma, Erna Schilling (1884-1945), dalla quale non si separerà più, Kirchner ricrea l’atmosfera del suo atelier di Dresda, addobbando il nuovo monolocale con arazzi primitivisti, pitture murali e sculture africanizzate da lui stesso scolpite. L’atelier di Berlino è anche concepito come spazio per una sua nuova impresa chiamata MUIM-Institut (che sta per Moderner Unterricht in Malerei, Insegnamento Moderno In Pittura), una scuola d’arte privata fondata col suo amico della Brücke Max Pechstein. L’idea riscuoterà talmente scarsi consensi da richiamare soltanto due studenti, peraltro amici intimi di Kirchner. Nel frattempo, le controversie e le divergenze di opinioni porteranno presto il gruppo della Brücke allo scioglimento. Nel 1913, infatti, il resoconto sull’attività dell’associazione, redatto da Kirchner, provoca lo scontento dei soci, che preferiscono mettere fine all’esperienza comune. Da ora in poi, l’artista affronterà una serie di traversie che lo formeranno nel profondo. I temi dell’uomo immerso nella natura, una volta che si trova a vivere l’atmosfera berlinese lasceranno spazio alle molte scene ambientate nelle strade della grande metropoli.

Ernst Kirchner, Scena di strada berlinese, 1913

Questo ambiente urbano, del tutto nuovo per lui, lo attrae, tanto quanto lo respinge. In dodici dipinti ad olio Kirchner rappresenta Scene di strada, dai forti contrasti coloristici, caratteristici della sua produzione berlinese. All’epoca, la città si presentava già come una metropoli sempre più in espansione. Un centro vivace anche sotto il profilo artistico e culturale. Il gruppo della Brücke fa il suo esordio con una collettiva alla galleria Gurlitt, ma, anche dopo l’epilogo delle attività comuni, Berlino continua ad esercitare forti attrazioni su Kirchner, proprio per la sua vita convulsa. Nel 1931 in Omnibus scriverà un articolo autobiografico Über Leben und Arbeit (Sulla vita e sul lavoro), affermando: «Le luci della città moderna e il movimento delle sue strade sono per me un continuo stimolo che sempre si rinnova». Ecco, dunque, che ai nudi gioiosi e spontanei, raffigurati sulle coste dei mari del Nord o dei laghetti di Moritzburg, subentra la calca cittadina, che restituisce all’autore un senso panico, opprimente e claustrofobico. Un dinamismo che ritrova, per certi versi, nelle due mostre alla galleria Sturm di Walden del 1912, dove può osservare da vicino le opere dei futuristi italiani (Boccioni, Carrà, Russolo, Severini) imperniate proprio sulla città moderna. Nel suo diario scriverà, ponendo come titolo Le mie immagini di strada: «sono nate fra il 1911 e il 1914, in uno dei periodi di maggiore solitudine della mia vita, quando un’inquietudine tormentosa di giorno e di notte continuamente mi faceva uscire di casa, nelle lunghe strade piene di gente e di vetture».

Ernst Kirchner, Cinque donne per strada, 1913

Naturalmente prende appunti, schizzi, che tramuta in disegni, pastelli, incisioni a stampa. Diventa un testimone, del tutto soggettivo, della frenesia urbana, identificata nei nomi dei viali principali o delle loro traverse. Cinque donne per strada, è il primo quadro della serie. Si vedono cinque donne elegantemente vestite, donne da marciapiede, pronte ad attrarre clienti: una scena notturna della capitale subito prima della guerra, nell’autunno del 1913. A sinistra dell’immagine è appena rappresentata una ruota d’automobile, simbolo della mobilità in tempi moderni. In Scena di strada berlinese, alle spalle dei personaggi in primo piano, raffigura, invece, un servizio tramviario: un omnibus trainato da due cavalli sul quale i viaggiatori stanno prendendo posto ed altri che si accalcano sul predellino per salirvi. Individui disinteressati gli uni degli altri. Sul piano frontale spiccano quattro figure: due signori di spalle (uno gira distrattamente il capo, mostrando la sigaretta che pende dalle labbra) e due eleganti signore. Fin troppo vistose. Indossano cappelli con piume e soprabiti lunghi fino alle caviglie: sono due cocotte, nome dai molteplici sinonimi che oggi potremmo trasporre con escort d’alto bordo. Il contrasto è netto in questa città moderna: da una parte l’atmosfera esagitata, caotica, vociante e sferragliante, dall’altra la solitudine e l’alienazione dei più, quell’incomunicabilità anche fra la moltitudine, che ritroveremo frequentemente espresse nelle opere di molti altri autori nel procedere del Novecento. Ma il contrasto si ripercuote anche nell’animo dell’artista che scriverà nel 1916: «Siamo come le cocotte che ho dipinto, travolte, destinate a scomparire. Tuttavia, cerco sempre di riportare equilibrio nei miei pensieri e di creare un’immagine del tempo, ponendo ordine nel caos circostante: questo è il mio compito». Si può comprendere chiaramente come i temi di Kirchner ruotino sempre intorno alle persone e nel compenetrarsi con esse mostra tutta la sua angoscia. In queste rappresentazioni la critica alla società del proprio tempo diventa estremamente esplicita.

Ernst Kirchner, Autoritratto da soldato, 1915

A Berlino Kirchner prende a frequentare gli ambienti letterari dell’avanguardia, come il Neue Club, un cabaret fondato da Kurt Hiller e Jakob van Hoddis nei cortili di Hackesche Höfe. Oppure, la cerchia degli intellettuali facenti capo alla Weltbühne, nata col nome di Die Schaubühne come rivista di puro teatro, che dal 1913 aveva cambiato nome per occuparsi di politica, arte e affari. Kirchner espone nella sua prima mostra personale, proprio a ridosso dello scoppio nel 1914 della Grande guerra. È richiamato alle armi, assegnato al 75° reggimento di artiglieria, ma il suo spirito libertario e irriducibile gli impedisce di attenersi alla disciplina militare. Più che come un dramma collettivo, vive il conflitto come un dramma personale: «enormi compiti ci aspettano; personalmente non potrò parteciparvi molto; sopporto tutto, meno questa sistematica distruzione che ora è di moda e della quale diventerò probabilmente vittima, sia che lo voglia o no». Ben presto è congedato per inidoneità al servizio militare. L’esperienza bellica sconvolge intensamente Kirchner, che a dicembre del 1915 è ricoverato nel sanatorio di Königstein, dove i medici lo reputano inguaribile. Il crollo fisico e mentale lo spinge verso la droga, dalla quale si libererà con fatica. A poco a poco, riesce a recuperare la fantasia creativa.

Ernst kirchner, Ritratto di Erna Schilling, 1913

Gli sta accanto Erna Schilling, compagna della sua vita. Erna si occupa anche degli affari dell’artista, supplendo agli alti e bassi del suo esaurimento nervoso e badando al patrimonio finanziario ora in crescita, grazie alla vendita dei quadri. Dal 1923 la coppia si trasferisce nella “Wildbodenhaus” a Davos Frauenkirch (in Svizzera). Le montagne e la vita semplice dei pastori lo rincuorano. Ritrova lo spirito di gioventù. Scrive nel suo diario: «La nostra nuova casetta è una vera gioia per noi. Vivremo qui comodamente e in un grande nuovo ordine. Questo sarà davvero un punto di svolta nella mia vita. Tutto deve essere accomodato e la casetta arredata nel modo più semplice e sobrio possibile, pur restando bella e intima».

Locandina dell’esposizione sull'”Arte degenerata” (Entartete Kunst), Berlino, 1938

Nel 1926 rientra per la prima volta in Germania. Riceve l’incarico per un grande dipinto murale nel Museum Folkwang di Essen. L’artista elabora numerosi schizzi e studi, ma nel 1933, per via dei contrasti con la direzione e la situazione politica tedesca, il progetto di decorazione viene abbandonato. Due anni prima era stato nominato membro dell’Accademia Prussiana delle Arti di Berlino. Quando, però, i nazionalsocialisti prendono il potere in Germania, per l’artista diviene impossibile vendere i suoi quadri. Kirchner rimane inizialmente membro dell’Accademia, ma la sua arte risulta invisa al potere e nel luglio 1937 è infine destituito. Centinaia di opere sue vengono sequestrate e rimosse dai musei: sono ben 639, delle quali 25 dirottate a Monaco di Baviera, per essere esposte in una mostra diffamatoria di “Arte degenerata”, organizzata per propaganda dal partito nazionalsocialista, che dal 1933 al 1945 è l’unico partito ammesso in Germania. L’esposizione, voluta da Hitler, è inaugurata nel luglio 1937 e rimane aperta fino al mese di novembre dello stesso anno. Le difficili condizioni economiche, aggravate dalla malattia, che lo costringe a letto per lunghi mesi, acuiscono i problemi.

Ernst Kirchner, Gregge di pecore, 1938

Dal 1932 è nuovamente dipendente dalla morfina e in una lettera all’amico Erwin Friedrich Baumann, architetto e scultore, gli descrive il pericolo della droga. Ricaduto nei propri drammi psicologici, come ai tempi della guerra, Kirchner vede un’unica soluzione plausibile, per affermare il proprio ideale di artista libero. Muore suicida a Davos il 5 giugno 1938, con un colpo al cuore. La sua pistola viene trovata a un metro di distanza dal corpo. Tuttavia, il colpo è così preciso da destare sospetti. Secondo il referto medico ufficiale «Il cuore è stato centrato così bene che la morte è risultata immediata»; ma l’esperto di armi Andreas Hartl, afferma per contro che tutto ciò era assai difficile, con il modello FN Browning 1910, a causa del dispositivo di sicurezza sull’impugnatura dell’arma. Per certo sappiamo che al momento del suicidio, secondo la sua compagna, sul cavalletto c’era il dipinto Schafherde (Gregge di pecore, 1938). «La sua casa sul Wildboden è difficilmente riconoscibile: nessuna porta, nessun fiore, nessuna visione chiara, finestre di studio cieche. Un grande gregge di pecore, intorno alla casa, blocca la via d’uscita, la via della libertà» (Albert Schretzenmayr).

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IMMAGINE DI APERTURA – L’orologio al Musée D’Orsay – Foto di Guy Dugas da Pixabay 

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