
Al Museo Fortuny di Venezia, le immagini di Antonio Beato sono tornate a parlare. Fotografie che non raccontano soltanto luoghi lontani, ma il tempo che li attraversa, e lo sguardo paziente di chi li ha osservati per primo. Un’occasione rara e ormai prossima a chiudersi: la mostra termina tra pochi giorni, come un viaggio che rientra silenziosamente in porto.

| Ritorno a Oriente, con passo leggero di Andrea Valenti |
Entrare al Museo Fortuny in questi giorni è come affacciarsi a una soglia. Da una parte Venezia, con la sua luce trattenuta e domestica; dall’altra l’Oriente di sabbia, pietra e silenzio che Antonio Beato ha attraversato per tutta la vita. La mostra Antonio Beato. Ritorno a Venezia non ha il tono dell’evento celebrativo: somiglia piuttosto a una cronaca lenta, dove le immagini sembrano aspettare il visitatore, più che cercarlo.
Beato torna a casa quasi due secoli dopo la nascita, e lo fa con un archivio di luoghi che oggi ci appaiono familiari eppure ancora remoti. Le sue fotografie non spiegano: registrano. Città, templi, deserti stanno davanti all’obiettivo con la fermezza di ciò che non ha bisogno di essere interpretato. È forse questa la loro forza inquieta: mostrano senza commentare, lasciando al tempo il compito di fare il resto.
La sede non è casuale. La casa-atelier di Mariano Fortuny è uno spazio dove il viaggio è sempre stato una forma di pensiero. Qui l’attenzione analitica di Beato incontra, a distanza, la sensibilità visionaria di Fortuny. Due modi diversi di guardare l’Oriente, accomunati da una stessa curiosità silenziosa, quasi disciplinata.

Il percorso espositivo si muove come un racconto in quattro capitoli, senza forzare il ritmo. All’inizio c’è il Mediterraneo, teatro di apprendistato e di partenze: Costantinopoli, Atene, Gerusalemme. È il tempo in cui lo sguardo si allena, e la fotografia impara a stare ferma davanti al mondo. Poi arrivano le guerre: Crimea, India. Immagini dure, che non cercano l’eroismo, ma registrano la presenza della distruzione, con un distacco che oggi colpisce più di qualunque enfasi.

Il cuore della mostra è l’Egitto. Qui Beato resta a lungo, quasi una vita intera. Le fotografie seguono il Nilo come una frase continua, dal Cairo alla Nubia. Templi, piramidi, rovine emergono dal paesaggio senza isolamento monumentale: sono parte del territorio, come se fossero sempre stati lì ad aspettare qualcuno che li guardasse davvero. Accanto alle sue immagini compaiono altri sguardi, lontani nel tempo ma non nello spirito: tra questi, la piramide di Cheope vista da Lee Miller nel 1938, presenza inattesa che crea un ponte silenzioso tra due secoli.

The National Museum in Warsaw
L’ultima sezione, dedicata al dopo Beato, apre il racconto al presente. Il Cairo contemporaneo appare frammentato, inquieto, in trasformazione continua. Qui la fotografia smette definitivamente di essere testimonianza neutra e diventa interrogazione aperta. Poco oltre, in una sala laterale, riemerge il viaggio egiziano di Fortuny e Henriette Nigrin nel 1938: taccuini, fotografie, schizzi. Materiali minuti, che raccontano mercati, volti, oasi. Da questi frammenti nasceranno tessuti, motivi decorativi, memorie trasformate in materia.

Chiude il percorso la voce di Italo Zannier, in una video-intervista che non fa bilanci definitivi, ma riapre domande. Beato, suggerisce, non è solo un pioniere: è un testimone che continua a parlare perché non ha mai alzato la voce.
Le stampe originali provengono da archivi e musei internazionali, affiancate da riproduzioni che ampliano il campo visivo. Il catalogo accompagna la mostra con discrezione: più strumento che oggetto, più taccuino che monumento editoriale.
Tra pochi giorni le sale del Museo Fortuny torneranno al consueto. Le immagini di Beato resteranno, ancora una volta, affidate alla memoria. Uscendo, resta una sensazione precisa e difficile da definire. Come se quelle fotografie, così immobili, continuassero a muoversi. Lentamente. Nel tempo.

Scheda informativa per la visita
Mostra
Antonio Beato. Ritorno a Venezia. Fotografie tra viaggio, architettura e paesaggio
Sede
Museo Fortuny
San Marco 3958, 30124 Venezia
A cura di
João Magalhães Rocha e Marco Ferrari, con Cristina Da Roit
In collaborazione con
Università IUAV di Venezia
Università di Évora
Con il patrocinio di
Ambasciata del Portogallo in Italia
Contatti
Tel. +39 041 5200995
fortuny.visitmuve.it
Ufficio stampa
Fondazione Musei Civici di Venezia – press@fmcvenezia.it
Studio ESSECI – roberta@studioesseci.net
| Redazione Experiences |
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