Umberto Segato: “Come un’oliva infilzata”, il romanzo perfetto per le vacanze

Trama

Il protagonista del romanzo, o meglio chi ci aiuta a raccontare la storia è Guido, scrittore e sceneggiatore.
Il suo amico Roberto trova un lavoro che sembra un affare, vendere la sceneggiatura per un film ad un riccone che vuole investire nel cinema.
L’appuntamento è vicino a Forte dei Marmi, in un hotel a 5 stelle che si chiama Il Bottaccio, un rifugio per chi ha bisogno di privacy.
Qui inizia la vera storia, tra chiacchiere e vicende tra giornalisti televisivi, sceneggiatori, produttori Tv e politici politicanti.
Si parla di morale e di potere, di gente che inganna e di gente ingannata, di cinici e di idealisti, di morale e di potere.
Si narra di uno scontro in cui il perdente è il vincitore… E tutte le vicende narrate accadono nell’arco di sole 24 ore.

Questo è un romanzo breve che si legge tutto in una volta, non si riesce a lasciare a metà ed incuriosisce ad ogni pagina.

L’autore ed ex giornalista Rai, Umberto Segato, immagina una lunga giornata tipo tra personaggi significativi del dietro le quinte del mondo dello spettacolo.

In una meravigliosa location in Versilia per ricreare alcuni degli episodi e circostanze che fanno importante questo scritto.

Il romanzo Come un’oliva infilzata di Umberto Segato è pubblicato su Ilmiolibro.it, per la categoria narrativa contemporanea, 137 le pagine.
E’ pubblicato anche su tutte le migliori piattaforme online, con l’eBook sempre al costo di €0,99.

Per saperne di più: https://www.iriseperiplotravel.com/umberto-segato/

Breve estratto


“Buscemi teneva sempre distinti la qualità dei film che uscivano dalla sua casa di produzione dai gusti personali.
Anzi, più erano divergenti più era convinto di rifarsi dei soldi spesi.
L’ultimo lavoro era stato un filmetto a bassissimo budget, rifacimento in versione porno soft di un film messicano da distribuire in Medio Oriente: Valchirie longilinee e mediterranei nerboruti.
Neanche una settimana di lavorazione. Un ciak e via. Per autodifesa, aveva firmato la sceneggiatura con un altro pseudonimo ancora: Manco Esserci.”

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Umberto Segato, biografia

Umberto Segato

Umberto Segato (Mira, 31 agosto 1932) è un giornalista, scrittore e poeta italiano.
Vive tra Roma e Todi. Giornalista de “Il Giorno” e poi, in televisione, è stato Inviato Speciale RAI del TG2.
Dal 1960 è iscritto all’albo dei giornalisti professionisti.
Ha pubblicato varie raccolte di poesia: Non arriva nessuno (1962), Viaggio a vista (1992, Premio “Cesare Pavese”[15]), Specchio in uno specchio riflesso (1999, nella rosa dei Premi Alfonso Gatto, Città di Marineo, Metauro e Viareggio, Versi scabri (2011).
Inoltre, ha pubblicato anche i romanzi I luoghi e il tempo (1988, Premio “Città di Benevento”), Candida (2015), Eredità o la colpa di Serena (2017), Racconti dal passato (2018).
Le ultime due opere sono pubblicate sulla piattaforma Ilmiolibro: Come un’oliva infilzata (2022) e L’eredità dei Crea (2023).
Per la biografia completa: https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Segato

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Sara Bontempi
Redattrice editoriale di GGBooks
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A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti.Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

Salvatore Privitera racconta il suo romanzo fantasy: LARS E GLI ELFI. L’eredità di Zigramon e Cumumbra

Lars contro il Demone serpente

Lars e gli elfi (dietro le quinte)

di Salvatore Privitera

LARS E GLI ELFI – VOL I
L’eredità di Zigramon e Cumumbra

di Salvatore Privitera

Formato: 15×21
Pagine: 170
Collana: Fantasy
Cover Graphics: Claus Tamburini

«Papà, ho bisogno che mi racconti una storia, mi serve per riuscire a dormire!» disse il piccolo Lorenzo. E fu così che Lars, lo spensierato ragazzo del regno di Gemunda, iniziò a farsi strada nella mia mente e, quel che doveva rimanere il racconto di una sera, dieci indimenticabili minuti passati a far felice mio figlio, con una storiella per bambini, iniziò a trasformarsi in un vero e proprio romanzo fantasy per tutti. Si perché, se è vero che in precedenza avevo provato a mettere nero su bianco qualche idea, la storia di Lars e la sua compagnia di elfi (in questo caso piccoli come nell’immaginario dell’illustratore britannico Arthur Rackham) mi ha fatto capire quanto io ami scrivere del fantastico; così, tra i tanti impegni di un padre e di un marito, a conferma che la volontà è tutto, a ogni spazio libero progettavo e annotavo per poi agganciare tutto al posto giusto, anche e soprattutto di notte, a volte anche prendendo spunto e attingendo dalla storia di varie culture del globo.

Mappa di Gemunda

Dopo un anno e mezzo di appassionante lavoro, finalmente Lars e gli elfi vol I – L’eredità di Zigramon e Cumumbra – fu ultimata e, con mia grande sorpresa, la risposta positiva non tardò ad arrivare e il romanzo trovò casa presso PAV Edizioni.

Sei sono stati i mesi di trepidante attesa prima che tutto fosse pronto per la pubblicazione ma, alla fine, la soddisfazione è stata immensa nel mio piccolo e, senza neanche fermarmi, le basi per il secondo volume della trilogia sono già pronte per essere elaborate.

Finalmente ora lo posso dire: LARS E GLI ELFI L’eredità di Zigramon e Cumumbra è fuori! E questa qui sopra è la sua copertina!

Lars, è uno spensierato ragazzo del regno di Gemunda, che viene inviato dalla madre a raccogliere castagne. Presto scoprirà una realtà che gli uomini del suo tempo credevano ormai fosse leggenda. Tra elfi, demoni, creature e luoghi fantastici, Lars si ritroverà a vivere una incredibile avventura e a conoscere uno sconvolgente segreto su se stesso, mentre incombe su Gemunda una minaccia risvegliatasi dopo mille anni.

Sono molto contento di poter condividere la notizia con voi e – se avete voglia di immergervi in un mondo magico fatto da creature fantastiche, elfi, demoni e stregoni, dove l’avventura è padrona – troverete Lars e i suoi compagni sul sito della PAV, nella sua edizione Deluxe, con alette di copertina e carta più spessa.
Inoltre, è disponibile anche su Amazon nelle sua versione più economica, senza alette di copertina e carta più leggera, a un prezzo inferiore di due euro.

Il regno di Gemunda vi aspetta!

Salvatore Privitera

Nato a Messina, classe ’79, Salvatore Privitera si appassiona al fantasy dall’uscita nelle sale cinematografiche de La Storia Infinita. Da allora, oltre a diventare un assiduo divoratore di racconti appartenenti a questo genere letterario, soprattutto dei romanzi di Robert E. Howard, non smette di fantasticare e immaginare storie e mondi. Da qualche anno, parallelamente alle attività nel settore grafico creativo, si dedica alla scrittura fantasy e sceneggiature per fumetti.

Qui in basso, il link d’acquisto al sito PAV Edizioni!

Strepitosa novità: fino a data da definirsi inserendo il codice autori2023 potrete usufruire dello sconto del 10%


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Edmondo de Amicis a Porta Pia: “Ho visto passare il 40º a passo di carica”

Nel 1870, appena 23enne, Edmondo de Amicis si trovava sul campo di battaglia al seguito del Regio Esercito quale cronista militare. Questo il suo resoconto pubblicato il 21 Settembre.

Roma 20 settembre 1870 – La breccia, qualche decina di metri sulla destra di porta Pia, in una foto di Lodovico Tuminello

di Edmondo de Amicis

Ieri mattina alle quattro fummo svegliati a Monterotondo, io e i miei compagni, dal lontano rimbombo del cannone. Partimmo subito. Appena fummo in vista della città, a cinque o sei miglia, argomentammo dai nuvoli del fumo che le operazioni militari erano state dirette su varii punti. Così era infatti. Il 4º corpo d’esercito operava contro la parte di cinta compresa tra porta San Lorenzo e porta Salara; la divisione Angioletti contro porta San Giovanni; la divisione Bixio contro porta San Pancrazio. Il generale Mazè de la Roche, colla 12ª divisione del 4º corpo, doveva impadronirsi di porta Pia.
A misura che ci avviciniamo (a piedi, s’intende) vediamo tutte le terrazze delle ville piene di gente che guarda. Presso la villa Casalini incontriamo i sei battaglioni bersaglieri della riserva che stanno aspettando l’ordine di avanzarsi contro porta Pia. Nessun corpo di fanteria aveva ancora assalito. L’artiglieria stava ancora bersagliando le porte e le mura per aprire le breccie. Non ricordo bene che ora fosse quando ci fu annunziato che una larga breccia era stata aperta vicino a porta Pia, e che i cannoni dei pontificii appostati a quella porta erano stati smontati. Si parlava di qualcuno dei nostri artiglieri ferito. Ne interrogammo parecchi che tornavano dai siti avanzati, e tutti ci dissero che i pontificii davano saggio d’una meravigliosa imperizia nel tiro, che i varchi già erano aperti, che l’assalto della fanteria era imminente. Salimmo sulla terrazza d’una villa e vedemmo distintamente le mura sfracellate e la porta Pia malconcia. Tutti i poderi vicini alle mura brulicavano di soldati. In mezzo agli alberi dei giardini si vedevano lunghe colonne di artiglieria. Ufficiali di stato maggiore e staffette correvano di carriera in tutte le direzioni.
È impossibile ch’io vi dia notizie particolari di quello che fecero le altre divisioni. Vi dirò della divisione Mazè de la Roche, che è quella ch’io seguii.
La strada che conduce a porta Pia è fiancheggiata ai due lati dal muro di cinta dei poderi. Ci avanzammo verso la porta. La strada è dritta e la porta si vedeva benissimo a una grande lontananza; si vedevano i materassi legati al muro dai pontificii, e già per metà arsi dai nostri fuochi; si vedevano le colonne della porta, le statue, i sacchi di terra ammonticchiati sulla barricata costrutta dinanzi; tutto si vedeva distintamente. Il fuoco dei cannoni pontificii, da quella parte, era già cessato, ma i soldati si preparavano a difendersi dai muri. A 300 o 400 metri dalla barricata due grossi pezzi della nostra artiglieria traevano contro la porta e il muro. Il contegno di quegli artiglieri era ammirabile. Non si può dire con che tranquilla disinvoltura facessero le loro manovre, a così breve distanza dal nemico. Gli ufficiali erano tutti presenti. Il generale Mazè, col suo stato maggiore, stava dietro i due cannoni. Ad ogni colpo si vedeva un pezzo del muro della porta staccarsi e rovinare. Alcune granate, lanciate, parve, da un’altra porta, passarono non molto al disopra dello stato maggiore. Gli zuavi tiravano fittissimo dalle mura del Castro Pretorio, e uno dei nostri reggimenti ne pativa qualche danno.
Quando la porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all’assalto. Non vi posso dar particolari. Ho visto passare il 40º a passo di carica. L’ho visto, presso alla porta, gettarsi a terra per aspettare il momento opportuno ad entrare. Ho sentito un fuoco di moschetteria assai vivo; poi un lungo grido Savoia! poi uno strepito confuso; poi una voce lontana che gridava: Sono entrati! — Allora giunsero a passi concitati i sei battaglioni bersaglieri della riserva; giunsero altre batterie di artiglieria; s’avanzarono altri reggimenti; vennero oltre, in mezzo alle colonne, le lettighe pei feriti. Corsi cogli altri verso la porta. I soldati erano tutti accalcati intorno alla barricata; non si sentiva più rumore di colpi; lo colonne a mano a mano entravano. Da una parte della strada si prestavano i primi soccorsi a due ufficiali di fanteria feriti; gli altri erano stati portati via. Ci fu detto che era morto valorosamente sulla breccia il maggiore dei bersaglieri Pagliari, comandante il 35º. Vedemmo parecchi ufficiali dei bersaglieri colle mani fasciate. Sapemmo che il generale Angelino s’era slanciato innanzi dei primi colla sciabola nel pugno come un soldato. Da tutte le parti accorrevano emigrati gridando. Tutti si arrestavano un istante, a guardare il sangue sparso qua e là, per la strada: sospiravano, e via.
La porta Pia era tutta sfracellata, la sola immagine enorme della Madonna che le sorge dietro era rimasta intatta, le statue a destra e a sinistra non avevano più testa, il suolo intorno era sparso di mucchi di terra, di materassi fumanti, di berretti di zuavi, d’armi, di travi, di sassi.
Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti.
In quel momento uscì da porta Pia tutto il corpo diplomatico in grande uniforme, e mosse verso il quartier generale.
Entrammo in città. Le prime strade erano già piene di soldati. È impossibile esprimere la commozione che provammo in quel momento; vedevamo tutto in confuso, come dietro una nebbia. Alcune case arse la mattina fumavano, parecchi zuavi prigionieri passavano in mezzo alle file dei nostri, il popolo romano ci correva incontro. Salutammo, passando, il colonnello dei bersaglieri Pinelli; il popolo gli si serrò intorno gridando. A misura che procediamo nuove carrozze, con entro ministri ed altri personaggi di Stato, sopraggiungono. Il popolo ingrossa. Giungiamo in piazza di Termini; è piena di zuavi e di soldati indigeni che aspettano l’ordine di ritirarsi. Giungiamo in piazza del Quirinale. Arrivano di corsa i nostri reggimenti, i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo si getta fra i soldati gridando e plaudendo. Passano drappelli di cittadini colle armi tolte agli zuavi. Giungono i prigionieri pontificii. I sei battaglioni bersaglieri della riserva, preceduti dalla folla, si dirigono rapidamente, al suono della fanfara, in piazza Colonna. Da tutte le finestre sporgono bandiere, s’agitano fazzoletti banchi, s’odono grida ed applausi. Il popolo accompagna col canto la musica delle fanfare. Sui terrazzini si vedono gli stemmi di Casa Savoia. Si entra in piazza Colonna: un grido di meraviglia s’alza dalle file. La moltitudine si versa nella piazza da tutte le parti, centinaia di bandiere sventolano, l’entusiasmo è al colmo. Non v’è parola umana che valga ad esprimerlo. I soldati sono commossi fino a piangerne. Non vedo altro, non reggo alla piena di tanta gioia, mi spingo fuori della folla, incontro operai, donne del popolo, vecchi, ragazzi: tutti hanno la coccarda tricolore, tutti accorrono gridando: — I nostri soldati! — I nostri fratelli!
È commovente; è l’affetto compresso da tanti anni che prorompe tutto in un punto ora; è il grido della libertà di Roma che si sprigiona da centomila petti; è il primo giorno d’una nuova vita; è sublime.
E altre grida da lontano: — I nostri fratelli!

IMMAGINE DI APERTURA –  “Carica dei Bersaglieri a Porta Pia”, Michele Cammarano, 1871, conservato al Museo di Capodimonte, Napoli. (Fonte commons.wikimedia)

Teresa Lazzaro – Ravensbrück, breve viaggio nella memoria 2/2

Appunti di Teresa Lazzaro

L’ideologia della razza spingeva le SS a trattare le donne secondo una scala gerarchica, così le tedesche erano trattate meglio delle scandinave e delle polacche. Anche chi aveva il triangolo nero, da asociale, o il triangolo verde da criminale era trattata meglio di altre. Pertanto, le deportate mal sopportavano chi aveva “potere” come le kapò, in genere asociali e criminali che facevano abusi di potere, che torturavano, che decidevano chi andava punita, che potevano avere qualcosa in più da mangiare e che potevano favorire alcune internate solo per simpatia.  Tale odio per le kapò è espresso nei disegni in cui appaiono come figure grottesche ma anche ironiche nei confronti delle altre. Erano vestite meglio perché rubavano o perché si procuravano dei capi in modo illecito. Nei processi dopo la guerra due delle kapò di Ravensbrück subirono la condanna a morte per aver collaborato con le SS mandando gente nella camera a gas.

Legami di tipo religioso o politico furono meno importanti della solidarietà e del patriottismo sebbene nella sua vasta testimonianza Corrie Ten Boom affermasse di essere cristiana prima ed olandese dopo. Nanda Herbermann vedeva se stessa prima cattolica e poi tedesca e condannava i suoi compatrioti per il comportamento immorale. Le comuniste erano tra loro molto legate prima per l’ideologia e poi per orgoglio nazionale. Questo variava a seconda dei gruppi e insieme alla posizione sociale è stato determinante per la loro sopravvivenza.

Memoriali e poesie sul campo di Ravensbrück confermano l’esistenza di pregiudizi. Zingare ed Ucraine era anche target di discriminazione. Considerate infantili ed ignoranti venivano emarginate perché avevano portato i pidocchi e se veniva a mancare qualcosa erano loro ad essere accusate di fare ciò che altre non avrebbero osato fare, anche rubare un arto artificiale!

Peggiori le considerazioni per le ucraine considerate maligne e pronte a prendersi quel poco che altre le deportate avevano. Un altro gruppo indesiderato era quello delle prostitute, considerate delinquenti e crudeli. Soggette a devianza, perverse erano accusate di essere lesbiche. Interessate solo a rapporti intimi le polacche si baciavano sulla bocca e mettevano a disagio le francesi. Molte ebbero rapporti da lesbiche come l’unico modo per superare la solitudine ed evitare isterismi ma erano spesso accusate di furti e di terrorizzare le altre. È difficile trovare qualche testimonianza che non le stigmatizzi.

C’era nel campo anche il sottobosco culturale e le Jules erano coloro che fisicamente assomigliavano a uomini. Pertanto, come tali vestivano. Venivano scelte come kapò ed in una delle poesie Charlotte Delbo descrive i loro rapporti intimi come quelli di coppie legalmente sposate mentre le altre sono stanche morte in quella specie di strapuntini. Le Jules godevano di protezione e vivevano meglio grazie a compiti di lavoro più leggeri, razioni di cibo più grandi e qualche vestito in più.

Spesso costrette in tre in un “letto” il freddo le costringeva a tare strette strette per scaldarsi e la cosa a volte sfociava in qualche relazione illecita. A volte erano amicizie solidali a sfociare nell’intimità. L’affetto le rendeva umane ed era l’unico modo per sentirsi tali e quindi per sopravvivere. Era importante cercare di creare dei legami, lontano dalla propria famiglia, per sopportare le sofferenze e poter dipendere le une dalle altre dava loro molta forza. È chiaro dunque che chi era isolata soffriva di più. L’amicizia tra due o più donne era più forte di quella che poteva esistere tra gli uomini. Lo stesso Wiesel abbandonò il proprio padre. Gli uomini potevano essere accusati di omosessualità e per questo motivo non creavano legami tra loro. Le donne al contrario per questo tipo di rapporti ebbero una chance di sopravvivenza maggiore.

Chi non aveva legami era esclusa dalla vita del campo, come fu il caso di Helen Ernst, un’artista che a Ravensbrück venne accusata di essere arrogante nei confronti delle altre. Lei si isolò dagli altri vivendo nel proprio mondo senza dar peso a quanto potevano pensare gli altri di lei. Disegnare fu per lei una medicina, un modo per guarire dall’abisso in cui era sprofondata nel campo. Disegnare era un lottare ma nel suo caso la sua riservatezza fu presa per arroganza mentre nei suoi disegni lei mette in evidenza la mutua assistenza e teneri atteggiamenti che permettevano alle donne di confortarsi tra loro.

Tra le artiste deportate a Ravensbrück merita di essere ricordata Aat Breuer, i cui disegni sono arrivati fino a noi. Artista di grande talento catturò l’anima e le emozioni delle cose in quei tanti ritratti di bambini: unico ricordo rimasto alle madri che persero i figli. Chiederle di fare ritratti di defunti serviva ad onorare la persona per la quale non c’era funerale. Anche se nel campo di concentramento si moriva per le dure condizioni di vita nei suoi disegni l’artista ritrasse le persone avvolte nella pace e nella bellezza.

Nelle poesie gli uomini raccontavano le brutture del campo mentre le donne il loro desiderio della casa o della famiglia. Poesie e disegni erano doni gli uni per le altre, a volte, erano preferiti anche a un tozzo di pane. Lo scambio di doni era il pretesto per un sorriso, un modo per sentire la propria umanità. Ammirevole che trovassero la forza di farlo. Spesso infatti per una matita rinunciavano a quel poco cibo. Le donne nascondevano poesie e disegni nei loro stracci o nei muri delle baracche, ben sapendo che se gli trovassero indosso qualcosa significava morire. Le donne non solo scrissero testi di poesia propri ma fecero raccolte dei propri tesori culturali, di poesie, canzoni, favole, ricette. Quanto è arrivato fino a noi rivela anche il senso dell’umorismo in mezzo all’indescrivibile orrore. Un biglietto dato ad una donna che era stata vittima di esperimenti medici aveva l’immagine di un coniglio. Nel 1944 per Natale Aat Breur fece un biglietto in cui Babbo Natale schiacciava il campo portando morte: significativo del fatto che per le donne non c’era nessuna festa di Natale. Per quanto riguarda il campo di concentramento delle donne, scritti e disegni, furono fatti durante gli anni di internamento e dopo la guerra. Sono una finestra aperta su quel posto. Le donne rubavano materiali mentre lavoravano in fabbrica per scrivere o per disegnare o per cucire. Le poesie le imparavano a memoria e le recitavano durante il lungo appello. Era un modo per lottare, proprio perché proibito. In un ambiente in cui avevi solo quanto indossavi, io disegno, la poesia, il dono erano quell’IO che nel campo non potevano essere. Una piccola cosa importante per non farle sentire solo il numero tatuato. Una piccola cosa per tenere la donna legata alla vita. Una piccola cosa che rappresentava il coraggio, l’ingenuità, la voglia di vivere. Una piccola cosa che rappresentava il futuro da vivere fuori dal campo.

IMMAGINE DI APERTURA: Monumento alle vittime dell’Olocausto a Minsk – Foto di Lynn Greyling da Pixabay 

Teresa Lazzaro – Ravensbrück, breve viaggio nella memoria 1/2

Appunti di Teresa Lazzaro

Nell’inferno dei campi di concentramento, al momento dell’arrivo, le donne, costrette a spogliarsi completamente nude e a lasciare ogni cosa, dalla fede nuziale al fazzoletto, rasate e tatuate, perdendo la loro dignità e identità, cessavano anche di potere essere madri. Gravissimo era pertanto il trauma subito dalla disumanizzazione provocata dalle SS. Condizioni di vita terribili da schiave era ciò che le attendeva non appena un numero tatuato dolorosamente con inchiostro indelebile le trasformava in pezzi. Teniamo anche conto del fatto che si giungeva all’inferno dopo un viaggio di circa cinque giorni e che arrivando, a malapena coscienti, quando si spalancavano le porte dei vagoni in cui respirare era stato faticoso, le SS gridavano tenendo a guinzaglio i cani, mostrando la frusta e prendendo a calci le vittime, costrette a raggiungere il luogo dello sterminio e rimanere per ore in piedi senza potersi muovere e sopportare le terribili rigide temperature. La rasatura era un terribile e umiliante degrado. Poi c’erano quelle che venivano sfruttate sessualmente. Tutte quelle deportate nel campo di Ravensbrück raggiungevano il campo a piedi da Füstenberg.

Nella sua testimonianza, Jacqueline Péry d’Alincourt, ricorda di aver scoperto molto dopo, che il famigerato luogo fosse nella Germania settentrionale vicino al Baltico. La stessa rivive raccontandola, la terribile angoscia subentrata con la confisca di qualunque cosa, una foto, un libro, una semplice lettera. Per lei fu terribile, trovarsi completamente nuda, pigiata con le altre e tutte, evitando per la vergogna di guardarsi, obbligate ad imparare a memoria il numero assegnato, nel suo caso il 35243, confinate ad uno spazio ristretto in cui era impossibile avere un attimo di privacy. Lei, prigioniera politica, arrestata nel settembre del 1943 e rinchiusa a Fresnes, sei mesi dopo era stata portata a Romainville, un’installazione militare ad est di Parigi, dove non più sola, per qualche settimana era riuscita a sentirsi viva! Lei apparteneva al gruppo francese conosciute come les politiques, quelle prigioniere dal triangolo rosso. Dopo tre settimane di isolamento si riunì con l’amica Geneviève de Gaulle, con la quale avrebbe poi diviso per alcuni mesi lo stesso pagliericcio!

Le donne del campo di Ravensbrück, determinate a sopravvivere, riuscirono a sostenersi a vicenda e ad esprimere sofferenza e disagi in varie espressioni artistiche. In modo silenzioso riuscirono a lottare e le loro espressioni artistiche, dopo la guerra, costituirono prove che dimostrano di quali orrori erano state testimoni e vittime. Quella di Grażyna Chrostowska fu la prima voce femminile dell’Olocausto ad essere conosciuta anche se poi la risonanza l’avrebbe avuta quella di Anna Frank, accanto a quelle maschili di Elie Wiesel e Primo Levi. Oggi grazie a diari, libri e numerose testimonianze orali, aumenta il numero delle voci femminili conosciute. Poche quelle voci disponibili in lingua italiana, ma in crescente aumento quelle in altre lingue.

Metà delle vittime furono donne e la loro esperienza, per motivi biologici, fu diversa da quella degli uomini. Un fatto interessante emerge dal campo di Ravensbrück: le deportate riuscivano a scambiarsi regali e ricette. Spesso il loro spirito di adattamento costituì la loro forza, quella marcia in più, che le donne ebbero, rispetto ai maschi, per sopravvivere, pur essendo ridotte peggio di animali sporchi e senza cibo. L’orrore da loro affrontato era diverso, basti pensare al trauma della rasatura delle loro bellissime chiome e all’amenorrea che sopraggiungeva. Cercarono tutte di aiutarsi tra loro e la forza dell’amicizia permise loro di dare, in quel contesto doloroso, il meglio delle loro capacità mentali.

Ravensbrück fu un campo molto diverso dagli altri. Non fu concepito come campo di sterminio ma prigione per disadattate. Essendo situato nella Germania orientale si è potuto avere accesso in quel luogo soltanto negli anni Novanta, dopo la riunificazione del paese.

Nel 1935 i Nazisti implementarono un programma, meglio noto come Lebensborn. In una serie di case, donne singole o maritate, di “pura” razza potevano far nascere i loro figli che là potevano crescere ben accuditi. Nello stesso tempo l’aborto divenne illegale per le donne “pure” mentre aumentarono i controlli sulle nascite e le restrizioni per le altre donne costrette alla sterilizzazione. Non possiamo dimenticare a tal proposito la testimonianza di Ceja  Stojka, bambina dall’infanzia rubata, che prima di finire nei campi di concentramento era già prigioniera da libera e che a Ravensbrück venne sterilizzata insieme a tante altre deportate, contro la sua volontà.

Alla fine del 1938 i Nazisti decisero di costruire un campo di prigionia per sole donne a poca distanza da Berlino per internare il crescente numero di prigioniere politiche che il regime considerava sgradite. Dal vicino campo di Sachenhausen  arrivarono i prigionieri per costruire le diverse strutture femminili ai margini del lago vicino il villaggio di Füstenberg. Il campo di concentramento di Ravensbrück, aperto il 18 Maggio dell’anno successivo accolse quasi 900 donne tedesche ed austriache precedentemente internate nella fortezza di Lichtenberg. Fu utilizzato soprattutto per prigioniere politiche, asociali, criminali, Testimoni di Geova ed Ebree. Inizialmente costruito per la detenzione di 4000 persone, il campo nel 1945 aveva 50000 prigioniere, provenienti da 23 nazioni.

Diverse le trasformazioni del luogo che da prigione divenne campo di lavoro, rimanendo operativo fino al 30 Aprile 1945 quando la Croce Rossa si prese cura delle ultime tremila donne. Le donne trasferite in questo campo servivano come manodopera per la macchina da guerra nazista. Nel 1944 fu costruito un forno crematorio e nella primavera successiva venne fatta una camera a gas, in cui morirono 6000 donne. In precedenza, le donne venivano invece mandate a morire nei sottocampi o ad Auschwitz. Cambiando le caratteristiche del campo cambiò anche la tipologia delle deportate. Furono solo 15000 quelle tornate libere con le proprie gambe! Poi furono anche trasferiti nel corso degli anni degli uomini da Buchenwald per le riparazioni delle automobili e per lavori elettrici, uomini che erano alloggiati in una struttura isolata dalle donne.

In media le donne qui avevano meno di trenta anni e provenivano soprattutto da Polonia, Russia e Germania. Queste erano le percentuali: 78% prigioniere politiche, 12% Ebree, 7.1% asociali, 2.8% criminali. Le asociali comprendevano zingare, prostitute, alcolizzate e senzatetto. Nel triangolo che le deportate dovevano cucirsi indosso c’era anche l’iniziale del paese di provenienza. L’unico triangolo che a Ravensbrück non si vedeva era quello rosa, usato per gli omosessuali. Le SS consideravano l’omosessualità una malattia da curare, quindi le lesbiche che venivano arrestate rientravano nel gruppo delle asociali, sebbene negli elenchi accanto al nome c’era un’annotazione come si legge nella testimonianza di Nanda Hebermann, cattolica, che fu arrestata nella Cattedrale di Munster l’8 febbraio 1941 per l’aiuto che offriva alla Resistenza e che scrisse un memoriale sulla sua esperienza, lei che fu costretta a vivere proprio nel blocco delle prostitute. Donna pia e buona, si trovò malissimo in mezzo a loro il cui linguaggio era volgare e scurrile e che avrebbe voluto essere in un’altra baracca magari insieme alle combattenti della Resistenza. Per lo più francesi queste erano classificate come prigioniere Nacht und Nebel. Vivevano completamente isolate dal mondo e non potevano né ricevere né scrivere lettere. Scomparvero senza lasciare tracce e di loro non fu rilasciata alcuna notizia. Le ceneri delle donne uccise venivano gettate nel lago Schwetd. Oggi in loro ricordo chi visita il campo getta rose nelle acque del lago.

Molti disegni fatte dalle deportate del campo mettono in evidenza il sovraffollamento ed una prigioniera politica, Nina Jirsikova ne fa un quadro alquanto umoristico. Il disegno conosciuto come Block Assignment fa vedere le donne una sull’altra. Dalle figure si notano le diverse nazionalità e la mancanza di privacy. Accumunate solo dall’essere donne, tutte di etnia e religione diversa! E nel disegno si notano le babuskas, tipiche babucce russe.

IMMAGINE DI APERTURA: Monumento alle vittime dell’Olocausto a Minsk – Foto di Lynn Greyling da Pixabay 

27 Gennaio, Giorno della Memoria: Teresa Lazzaro. Le venti farfalle di Bullenhuser Damm

Rimane viva la memoria dei venti bambini di Bullenhuser Damm

Durante il corso della settimana in cui ricade il Giorno della Memoria, dedicato nel mondo alle vittime della Shoah, vorremmo ricordare anche Teresa Lazzaro che ha dedicato i suoi anni d’insegnamento alla sensibilizzazione delle giovani generazioni sulla «tempesta devastante» (questo il significato di Shoah) che ha colpito il popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale. Per contribuire ad evitare che si possa dimenticare un simile orrore, per il 27 gennaio e per tutta la settimana successiva, il bel libro “Venti farfalle e una nuova primavera” di Teresa Lazzaro sarà interamente sfogliabile online e, chi vorrà, potrà conservarlo operando il download del file.

Experiences ha pubblicato “Venti farfalle e una nuova primavera” di Teresa Lazzaro, perché è un libro che cammina e scuote le coscienze. Nel giardino di rose bianche della scuola di Bullenhuser Damm (Amburgo) è scritto: “Qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani parla”. Nel cantinato dell’istituto, il 20 aprile 1945, venti bambini ebrei provenienti da vari paesi d’Europa furono uccisi spietatamente. Sergio De Simone era italiano. Insieme agli altri fu ingannato ed usato come cavia in esperimenti contro la tubercolosi. All’arrivo delle truppe angloamericane, i bambini furono impiccati e i loro corpi trasportati col vagone postale a Neuengamme, per farne sparire ogni traccia nel forno crematorio.

Teresa, cattolica praticante, insegna(va) ai suoi piccoli allievi a guardare il mondo. Aderendo alle indicazioni della conferenza di Stoccolma del 2000 contribuisce «a promuovere l’istruzione, la memoria e la ricerca sull’Olocausto». L’idea di comporre il libro è sorta quando è stata invitata a Uppsala in Svezia, per testimoniare la propria esperienza d’insegnamento della Shoah. Ora il suo libro esiste e ad aprile del 2015 è stata curata la versione inglese presentata ad Amburgo, per la ricorrenza del 70° anniversario. Le colorate farfalle dei piccoli ometti di Teresa sono state esposte nel museo della memoria della scuola di Amburgo, come illustrato dalle foto che accompagnano il nostro servizio sulla giornata della memoria.

Teresa Lazzaro nella libreria Doralice di Messina firma le copie del suo libro
Le farfalle degli alunni dell’Istituto Comprensivo Manzoni-Dina e Clarenza di Messina in mostra ad Amburgo nella scuola di Bullenhuser Damm dove furono uccisi i venti bambini.

GIORNATA DELLA MEMORIA 

Il volume di Teresa Lazzaro comprende un suo saggio presentato alla Conferenza Memory Revisited che si è svolta ad Uppsala (Svezia) nel 2013 e poesie sulla tragica storia di bambini ebrei uccisi nella scuola di Bullenhuser Damm (Amburgo) il 20 Aprile 1945


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Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze: Pellegrino Artusi – il tempo e le opere

In occasione del centenario della morte di Pellegrino Artusi, presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (era il 31 marzo 2011) fu inaugurata una mostra bibliografica e documentaria organizzata da BNCF, Accademia della Crusca, Comune di  Forlimpopoli e Comune di Firenze e Casa Artusi (Pellegrino Artusi: il tempo e le opere). Attraverso una selezione di opere dell’autore, di documenti legati alla sua biografia, alla sua attività di studio, particolarmente sulla lingua, alle sue relazioni col mondo editoriale, la mostra ha illustrato la genesi di un’opera che non è soltanto una raccolta di ricette, ma un testo di indubitabile valore storico e linguistico, che ha contribuito in maniera significativa alla diffusione della lingua italiana unitaria non solo scritta ma anche parlata, entrando, col suo straordinario successo, nella tradizione più consolidata del paese.

IMMAGINE DI APERTURA – Pellegrino Artusi da Jukebox artusiano, Internet Archive

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Scrivere articoli per suscitare Emotions

Una rivista di viaggi, cultura, sapori, benessere, per suscitare Emotions. Una serie di articoli, recensioni, narrazioni organizzative, e-book e altri prodotti editoriali, pensati per un lettore sofisticato che ama l’esperienza del viaggiare, la conoscenza del bello in ogni sua sfaccettatura. Questo è il numero dedicato alle feste di Natale 2019 e col quale si apre il nuovo Anno 2020.
VISITA IL SITO WEB: www.emotionsmagazine.com

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Unione Ristoranti del Buon Ricordo: le Ricette per l’Unità d’Italia

L’Unione Ristoranti del Buon Ricordo promette da oltre mezzo secolo un viaggio tra i sapori e i colori della cucina italiana. Il centinaio di insegne racchiuse sotto il suo marchio, distribuite dal Nord al Sud dell’Italia e all’estero, rappresentano la migliore espressione della cucina regionale italiana e disegnano la mappa della gastronomia e dell’ospitalità Made in Italy. Nei ristoranti si trovano anche dei piccoli e pregevoli Ricettari, stampati in tiratura limitata, dono che i ristoratori offrono ad amici ed ospiti. I Ristoranti del Buon Ricordo hanno raccolto in questo volumetto le ricette che hanno creato in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

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IMMAGINE DI APERTURAUnione Ristoranti del Buon Ricordo, immagine da Instagram

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Paola Barbera e Maria Rosaria Vitale – Architetti in viaggio

Oggetto di una sterminata produzione di diari, racconti, lettere, relazioni, raffigurazioni, la Sicilia dei viaggiatori è un territorio in buona parte esplorato da studiosi di rilievo, italiani e stranieri. Eppure, per le strade dell’isola, sulle sue coste e nei remoti paesi dell’interno si sono avventurati viaggiatori di cui ancora sappiamo poco, talvolta nulla. Con il convegno La Sicilia nello sguardo degli altri: architetti in viaggio (Siracusa, 18-19 maggio 2017) la nostra attenzione è stata rivolta agli architetti che nel corso di un lungo arco temporale, dalla fine del Settecento al Novecento, hanno visitato la Sicilia. I loro disegni e scritti ci restituiscono una molteplicità di ritratti dell’isola, delle sue architetture e dei suoi paesaggi e insieme a questi anche una sequenza di autoritratti, che raffigurano gli architetti e molto ci dicono del loro modo di progettare, in ogni tempo alla ricerca di un punto di equilibrio tra memoria e modernità, tra domande sulle origini dell’architettura e sul suo futuro.

IMMAGINE DI APERTURA tratta dalla pagina per l’acquisto del libro “Architetti in viaggio” sul sito letteraventidue.com

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