6- Edmondo De Amicis, Costantinopoli: Costantinopoli

6- Costantinopoli

INDICE

L ’arrivo
Cinque ore dopo
Il ponte
Stambul
All’albergo
Costantinopoli
Galata
Il Gran Bazar
La vita a Costantinopoli
Santa Sofia
Dolma Bagcè
Le Turche
Ianghen Var
Le mura
L’antico Serraglio
Gli ultimi giorni
I Turchi
Il Bosforo

Ma torniamo a Costantinopoli, e spaziamovi come gli uccelli nel cielo. Qui ci si può levare tutti i capricci. Si può accendere il sigaro in Europa e andare a buttar la cenere in Asia. La mattina, levandoci, possiamo domandarci: – Che parte del mondo vedrò quest’oggi? – Si può scegliere fra due continenti e due mari. S’ha a nostra disposizione dei cavalli sellati in ogni piazzetta, delle barchette a vela in ogni seno, dei piroscafi a cento scali; il caicco che guizza, la talika che vola, e un esercito di ciceroni che parlano tutte le lingue d’Europa. Volete sentir la commedia italiana? veder ballare i dervis? sentir le buffonate di Caragheuz, il pulcinella turco? udire le canzonette licenziose dei teatrini di Parigi? assistere alle rappresentazioni ginnastiche degli zingari? farvi raccontare una leggenda araba da un rapsodo? andare al teatro greco? sentir predicare un iman? veder passare il Sultano? Chiedete e domandate. Tutte le nazioni sono al vostro servizio: l’armeno per farvi la barba, l’ebreo per lustrarvi le scarpe, il turco per condurvi in barca, il nero per strofinarvi nel bagno, il greco per porgervi il caffè, e tutti quanti per truffarvi. Per dissetarvi, passeggiando, trovate dei gelati fatti con la neve dell’Olimpo; se siete golosi, potete bere dell’acqua del Nilo, come il Sultano; se siete deboli di stomaco, acqua dell’Eufrate; se siete nervosi, acqua del Danubio. Potete desinare come l’arabo nel deserto o come l’epulone alla Maison dorée. Per far la siesta, avete i cimiteri; per stordirvi, il ponte della Sultana Validè; per sognare, il Bosforo; per passar la domenica, l’Arcipelago dei Principi; per veder l’Asia Minore, il monte di Bulgurlù; per vedere il Corno d’Oro, la torre di Galata; per veder ogni cosa, la torre del Seraschiere. Ma è una città ancora più strana che bella. Le cose che non si presentarono mai insieme alla nostra mente, là si presentano insieme al nostro sguardo. Da Scutari parte la carovana per la Mecca e parte il treno diretto per Brussa, l’antica metropoli; fra le mura misteriose del vecchio serraglio, passa la strada ferrata che va a Sofia; i soldati turchi scortano il prete cattolico che porta il Santo Sacramento; il popolo fa festa nei cimiteri; la vita, la morte, i piaceri, tutto s’allaccia e si confonde. V’è il movimento di Londra e la letargia dell’ozio orientale, un’immensa vita pubblica e un impenetrabile mistero nella vita privata; un governo assoluto e una libertà senza confini. Per i primi giorni non si raccapezza nulla; pare che d’ora in ora o debba cessare quel disordine o seguire una rivoluzione; ogni sera, tornando a casa, ci sembra di tornare da un viaggio; ogni mattina uno si domanda: – Ma è proprio qui vicina Stambul? – Non si sa dove andare a battere il capo, un’impressione cancella l’altra, i desideri s’affollano, il tempo fugge; si vorrebbe restar là tutta la vita, si vorrebbe partire il giorno dopo. E quando poi s’ha da descriverlo questo caos? A momenti vi vien la tentazione di fare un fascio di tutti i libri e di tutti i fogli che ho sul tavolino, e di buttare ogni cosa dalla finestra.


Edmondo De Amicis
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Edizione elettronica tratta da Liber Liber

Opera di riferimento: “Costantinopoli” di Edmondo De Amicis, Fratelli Treves editori, Milano 1877

Alla edizione elettronica ha contribuito Vittorio Volpi, volpi@galactica.it

Revisione: Catia Righi, catia_righi@tin.it

Pubblicato su Liber Liber da Marco Calvo, al quale vanno i nostri ringraziamenti.

Costantinopoli è un libro di ricordi scritto da Edmondo De Amicis e pubblicato nel 1877. Il soggetto dell’opera è il viaggio di più giorni fatto nel 1874, in compagnia dell’amico pittore Enrico Junck, a Istanbul, capitale dell’Impero Ottomano, quale corrispondente per conto della rivista Illustrazione Italiana.

De Amicis ha elaborato l’opera raccogliendo tre anni dopo la visita le impressioni in un libro, parte dagli appunti presi durante il viaggio e parte da memorie personali.  Ne emergono molte informazioni sulla Istanbul del secolo XIX e sulla storia ottomana. L’opera originale comprendeva anche 45 incisioni di Enrico Junck. La prima edizione fu pubblicata nel 1877 in due volumi. Cesare Biseo ne illustrò un’edizione del 1882, a causa della prematura scomparsa di Junck.

Il Grande Bazar d’Istanbul in un disegno di Cesare Biseo tratto dall’edizione del 1882

L’opera riscosse un successo immediato e fu tradotta in molte lingue, oltre naturalmente al turco, ma ricevette anche critiche severe, come quella di Remigio Zena nel suo diario di bordo In Yacht da Genova a Costantinopoli (1887). Nel suo libro Istanbul – Memory of a City, lo scrittore turco Orhan Pamuk (premio Nobel per la letteratura 2006) ha definito Costantinopoli di Edmondo de Amicis il miglior libro scritto su Istanbul nell’Ottocento, seguito da Costantinopoli di Théophile Gautier (1852). Umberto Eco, nell’introduzione ad una nuova ristampa del 2005, ha affermato che la descrizione della città fatta da De Amicis appare come la più cinematografica.

5- Edmondo De Amicis, Costantinopoli: All’albergo

5- All’albergo

INDICE

L ’arrivo
Cinque ore dopo
Il ponte
Stambul
All’albergo
Costantinopoli
Galata
Il Gran Bazar
La vita a Costantinopoli
Santa Sofia
Dolma Bagcè
Le Turche
Ianghen Var
Le mura
L’antico Serraglio
Gli ultimi giorni
I Turchi
Il Bosforo

Ed ora i lettori vengano con me all’albergo a prendere un po’ di respiro.
Una gran parte di quello che ho descritto fin qui, il mio amico ed io lo vedemmo il giorno stesso dell’arrivo: immagini chi legge come dovessimo aver la testa ritornando all’albergo sul far della notte. Per strada non si disse una parola, e appena entrati nella camera, ci lasciammo cadere sul sofà guardandoci in viso e domandandoci tutt’e due insieme:
– Che te ne pare?
– Che cosa ne dici?
– E pensare ch’io son venuto qui per dipingere!
– Ed io per scrivere!
E ci ridemmo sul viso in atto di fraterno compatimento.

Quella sera, infatti, ed anche per vari giorni dopo, sua maestà Abdul-Aziz m’avrebbe potuto offrire in premio una provincia dell’Asia Minore, che non sarei riuscito a metter insieme dieci righe intorno alla capitale dei suoi Stati, tanto è vero che per descrivere le grandi cose bisogna farsi di lontano, e per ricordarsene bene, averle un po’ dimenticate. E poi come avrei potuto scrivere in una camera da cui si vedeva il Bosforo, Scutari e la cima dell’Olimpo? L’albergo stesso era uno spettacolo. A tutte le ore del giorno, per le scale e pei corridoi, andava e veniva gente d’ogni paese. Alla tavola rotonda sedevano ogni giorno venti nazioni. Desinando, non mi potevo levar dalla testa d’essere un delegato del governo italiano, e di dover prendere la parola alle frutta su qualche grande questione internazionale. C’erano visi rosei di lady, teste scapigliate d’artisti, grinte d’avventurieri da batterci moneta sopra, testine di vergini bizantine a cui non mancava che il nimbo d’oro, facce bizzarre e sinistre; e ogni giorno cangiavano. Alle frutta, quando tutti parlavano, pareva d’essere nella torre di Babele. Vi conobbi fin dal primo giorno parecchi russi infatuati di Costantinopoli. Ogni sera ci ritrovavamo là, di ritorno dai punti estremi della città, e ognuno aveva un viaggio da raccontare. Chi era salito in cima alla torre del Seraschiere, chi aveva visitato i cimiteri di Eyub, chi veniva da Scutari, chi aveva fatto una corsa sul Bosforo; la conversazione era tutta ordita di descrizioni piene di colori e di luce; e quando mancava la parola, i vini dolci e profumati dell’Arcipelago facevano da suggeritori. C’erano pure alcuni miei concittadini, bellimbusti danarosi, che mi fecero divorar molta stizza, perché dalla minestra alle frutta non facevano che dire ira d’Iddio di Costantinopoli: e che non c’eran marciapiedi, e che i teatri erano oscuri, e che non si sapeva come passar la sera. Erano venuti a Costantinopoli per passar la sera. Uno di costoro aveva fatto il viaggio sul Danubio. Gli domandai se gli era piaciuto il gran fiume. Mi rispose che in nessuna parte del mondo si cucinava lo storione come sui piroscafi della reale e imperiale Compagnia austriaca. Un altro era un tipo amenissimo di viaggiatore amoroso; uno di coloro che viaggiano per sedurre, col taccuino delle conquiste. Era un contino lungo e biondo, largamente dotato dell’ottavo dono dello Spirito Santo, che quando il discorso cadeva sulle donne turche, chinava la testa con un sorriso misterioso, e non pigliava parte alla conversazione se non con mezze parole troncate sempre artificialmente da una sorsata di vino. Arrivava tutti i giorni a desinare un po’ più tardi degli altri, tutto ansante, coll’aria d’averla fatta al Sultano un quarto d’ora prima, e tra un piatto e l’altro faceva passare di tasca in tasca, con molta cautela, dei bigliettini piegati, che dovevano parere lettere d’odalische, ed erano sicurissimamente note d’albergo. Ma i soggetti che s’inciampano in questi alberghi di città cosmopolite! Bisogna esserci stati per crederci. V’era un giovane ungherese, sulla trentina, alto, nervoso, con due occhi diabolici e una parlantina febbrile, il quale, dopo aver fatto il segretario d’un ricco signore a Parigi, era andato ad arruolarsi fra gli zuavi francesi in Algeria, era stato ferito e preso prigioniero dagli Arabi, poi scappato nel Marocco, poi ritornato in Europa e corso all’Aja a chiedere il grado d’ufficiale per andare a combattere contro gli Accinesi; respinto all’Aja, aveva deciso di arruolarsi nell’esercito turco; ma passando a Vienna per venire a Costantinopoli, s’era preso una palla di pistola nel collo, in un duello per una donna, e faceva vedere la cicatrice; respinto anche a Costantinopoli, – cos’ho da fare? – diceva – je suis enfant de l’aventure; bisogna bene ch’io mi batta; ho già trovato chi mi conduce alle Indie, – e mostrava il biglietto d’imbarco –; mi farò soldato inglese; nell’interno c’è sempre qualcosa da fare; io non cerco che di battermi; che cosa m’importa di morire? Tanto ho un polmone rovinato. – Un altro bell’originale era un francese, la cui vita pareva non fosse altro che una perpetua guerra colla posta: aveva una questione pendente con la posta austriaca, colla francese, coll’inglese; mandava articoli di protesta alla Neue Freie Presse; lanciava impertinenze telegrafiche a tutte le stazioni postali del continente, aveva ogni giorno un diverbio a qualche finestrino di posta, non riceveva una lettera a tempo, non ne scriveva una che arrivasse dov’era mandata, e raccontava a tavola tutte le sue disgrazie e tutte le sue baruffe, concludendo sempre coll’assicurarci che la Posta gli avrebbe accorciata la vita. Mi ricordo pure d’una signora greca, un viso di spiritata, vestita bizzarramente, e sempre sola, che ogni sera si alzava da tavola a metà del desinare, e se n’andava dopo aver fatto sul piatto un segno cabalistico di cui nessuno riuscì mai a capire il significato. Non ho più dimenticata nemmeno una coppia valacca, un bel giovane sui venticinque anni e una giovanetta sul primo sboccio, comparsi una sera sola, che erano indubitatamente due fuggiaschi; lui rapitore, lei complice; perché bastava fissarli un momento per farli arrossire, e ogni volta che s’apriva la porta, scattavano come due molle. Di chi altri mi ricordo? di cento altri, se ci pensassi. Era una lanterna magica. Ci divertivamo, il mio amico ed io, i giorni dell’arrivo d’un piroscafo, a veder entrare la gente per la porta di strada: tutti stanchi, sbalorditi, qualcuno ancora commosso dallo spettacolo della prima entrata; facce che dicevano: – Che mondo è questo? Dove siamo venuti a cascare? – Un giorno entrò un giovinetto, arrivato allora, che pareva matto dalla contentezza di essere finalmente a Costantinopoli, sogno della sua infanzia, e stringeva con tutt’e due le mani la mano di suo padre; e suo padre gli diceva con voce commossa: – Je suis heureux de te voir heureux, mon cher enfant. – Poi passavamo le ore calde alla finestra a guardare la Torre della fanciulla, che s’alza, bianca come la neve, sopra uno scoglio solitario del Bosforo, in faccia a Scutari; e mentre fantasticavamo sulla leggenda del principe di Persia che va a succhiare il veleno dal braccio della bella sultana, morsicata dall’aspide, da una finestra della casa in faccia, ogni giorno alla stessa ora, un ragazzo di cinque anni ci faceva le corna. Tutto era curioso in quell’albergo. Fra le altre cose, dinanzi alla porta, trovavamo ogni sera uno o due soggetti di faccia equivoca, che dovevano essere provveditori di modelle per i pittori, e che pigliando tutti per pittori, a tutti domandavano a bassa voce: – Una turca? una greca? un’armena? un’ebrea? una nera?


Edmondo De Amicis
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Opera di riferimento: “Costantinopoli” di Edmondo De Amicis, Fratelli Treves editori, Milano 1877

Alla edizione elettronica ha contribuito Vittorio Volpi, volpi@galactica.it

Revisione: Catia Righi, catia_righi@tin.it

Pubblicato su Liber Liber da Marco Calvo, al quale vanno i nostri ringraziamenti.

Costantinopoli è un libro di ricordi scritto da Edmondo De Amicis e pubblicato nel 1877. Il soggetto dell’opera è il viaggio di più giorni fatto nel 1874, in compagnia dell’amico pittore Enrico Junck, a Istanbul, capitale dell’Impero Ottomano, quale corrispondente per conto della rivista Illustrazione Italiana.

De Amicis ha elaborato l’opera raccogliendo tre anni dopo la visita le impressioni in un libro, parte dagli appunti presi durante il viaggio e parte da memorie personali.  Ne emergono molte informazioni sulla Istanbul del secolo XIX e sulla storia ottomana. L’opera originale comprendeva anche 45 incisioni di Enrico Junck. La prima edizione fu pubblicata nel 1877 in due volumi. Cesare Biseo ne illustrò un’edizione del 1882, a causa della prematura scomparsa di Junck.

Il Grande Bazar d’Istanbul in un disegno di Cesare Biseo tratto dall’edizione del 1882

L’opera riscosse un successo immediato e fu tradotta in molte lingue, oltre naturalmente al turco, ma ricevette anche critiche severe, come quella di Remigio Zena nel suo diario di bordo In Yacht da Genova a Costantinopoli (1887). Nel suo libro Istanbul – Memory of a City, lo scrittore turco Orhan Pamuk (premio Nobel per la letteratura 2006) ha definito Costantinopoli di Edmondo de Amicis il miglior libro scritto su Istanbul nell’Ottocento, seguito da Costantinopoli di Théophile Gautier (1852). Umberto Eco, nell’introduzione ad una nuova ristampa del 2005, ha affermato che la descrizione della città fatta da De Amicis appare come la più cinematografica.

4- Edmondo De Amicis, Costantinopoli: Stambul

4- Stambul

INDICE

L ’arrivo
Cinque ore dopo
Il ponte
Stambul
All’albergo
Costantinopoli
Galata
Il Gran Bazar
La vita a Costantinopoli
Santa Sofia
Dolma Bagcè
Le Turche
Ianghen Var
Le mura
L’antico Serraglio
Gli ultimi giorni
I Turchi
Il Bosforo

Per riaversi da questo sbalordimento, non c’è che infilare una delle mille stradicciole che serpeggiano su per i fianchi delle colline di Stambul. Qui regna una pace profonda, e si può contemplare tranquillamente in tutti i suoi aspetti quell’Oriente misterioso e geloso, che sull’altra riva del Corno d’oro non si vede che a tratti fuggitivi in mezzo alla confusione rumorosa della vita europea. Qui tutto è schiettamente orientale. Dopo un quarto d’ora di cammino non si vede più nessuno e non si sente più alcun rumore. Di qua e di là son tutte casette di legno, dipinte di mille colori, nelle quali il primo piano sporge sopra il piano terreno, e il secondo sul primo; e le finestre hanno dinanzi una specie di tribune, invetriate da ogni parte, e chiuse da grate di legno a piccolissimi fori, che paiono altrettante casette appese alle case principali, e danno alle strade un aspetto singolarissimo di tristezza e di mistero. In alcuni luoghi le strade sono così strette, che le parti sporgenti delle case opposte quasi si toccano, e così si cammina per lunghi tratti all’ombra di quelle gabbie umane, proprio sotto i piedi delle donne turche che vi passano una gran parte della giornata, non vedendo che una striscia sottilissima di cielo. Le porte son tutte chiuse; le finestre del pian terreno, ingraticolate; tutto spira diffidenza e gelosia; par di attraversare una città di monasteri. Tratto tratto sentite uno scoppio di risa, e alzando il capo, vedete per qualche spiraglio un nodo di trecce o un occhietto scintillante che subito sparisce. In alcuni punti sorprendete una conversazione vivace e sommessa da una parte all’altra della strada; ma cessa improvvisamente al rumore del vostro passo. Passando, scompigliate per un momento chi sa che rete di pettegolezzi e d’intrighi. Non vedete nessuno e mille occhi vi vedono; siete soli, e vi sentite come in mezzo a una folla; vorreste passare inosservati, alleggerite il passo, camminate composti, misurate lo sguardo. Una porta che s’apra o una finestra che si chiuda, vi riscuote bruscamente come un grande rumore. Pare che queste strade debbano riuscire uggiose. Ma è tutt’altro. Una macchia verde in fondo da cui esce un minareto bianco; un turco vestito di rosso che scende verso di voi; una serva nera ferma dinanzi a una porta, un tappeto persiano appeso a una finestra, bastano a formare un quadretto così pieno di vita e d’armonia, che stareste un’ora a contemplarlo. Della poca gente che vi passa accanto, nessuno vi guarda. Soltanto qualche volta sentite gridare alle vostre spalle: – Giaur! (Infedele); – e voltandovi, vedete sparire dietro un’imposta la testa d’un ragazzo. Altre volte s’apre la porticina d’una di quelle casette: vi soffermate aspettando l’apparizione della bella d’un arem, e n’esce invece una signora europea, con cappellotto e strascico, che mormora un adieu o un au revoir, e s’allontana rapidamente, lasciandovi colla bocca aperta. In un’altra strada, tutta turca e tutta silenziosa, sentite a un tratto uno squillo di corno e uno scalpitio di cavalli: vi voltate, che cos’è? Appena credete ai vostri occhi. È un grande omnibus, che viene innanzi su due rotaie che non avevate vedute, pieno di turchi e di franchi, col suo usciere in uniforme e coi suoi cartelli delle tariffe, come un tramway di Vienna o di Parigi. La stonatura che fa quest’apparizione in una di queste strade, non si può esprimere con parole: vi pare una burla o uno sbaglio, e vi vien da ridere, e guardate quel veicolo stupiti come se non ne aveste mai visti. Passato l’omnibus, par che sia passata l’immagine viva dell’Europa, e vi ritrovate in Asia come al cangiar di scena in un teatro. Da queste strade solitarie riuscite in piazzette aperte, quasi interamente ombreggiate da un platano gigantesco. Da una parte c’è una fontana, dove bevono dei cammelli; dall’altra un caffè, con una fila di materasse distese dinanzi alla porta, e qualche turco sdraiato, che fuma; e accanto alla porta un gran fico, abbracciato da una vite, i cui pampini spenzolano fino a terra, lasciando vedere tra foglia e foglia l’azzurro lontano del mar di Marmara, e qualche veletta bianca. Una luce bianchissima e un silenzio mortale danno a tutti questi luoghi un carattere così tra solenne e melanconico, che li rende indimenticabili, anche a vederli una volta sola. Si va innanzi, innanzi, quasi attirati da quella quiete arcana, che entra a poco a poco nell’anima come una leggera sonnolenza, e dopo breve tempo si perde ogni sentimento della distanza e dell’ora. Si trovano dei vasti spazi colle tracce d’un grande incendio recente; chine dove non sono che poche case sparpagliate, fra le quali cresce l’erba, e serpeggiano dei sentieri da capre; punti elevati, da cui si abbracciano collo sguardo strade, vicoletti, giardini, centinaia di case, e non si vede da nessuna parte né una creatura umana, né un nuvolo di fumo, né una porta aperta, né il menomo indizio d’abitazione e di vita; tanto che si potrebbe credere d’essere soli in quell’immensa città, e a pensarci un momento, s’è quasi presi dalla paura. Ma scendete la china, arrivate in fondo a una di quelle stradette: tutto è cangiato. Siete in una delle grandi vie di Stambul, fiancheggiata da monumenti, dove non bastano più gli occhi all’ammirazione. Camminate in mezzo alle moschee, ai chioschi, ai minareti, alle gallerie arcate, alle fontane di marmo e di lapislazzuli, ai mausolei dei sultani splendenti di rabeschi e d’iscrizioni d’oro, ai muri coperti di musaici, sotto le tettoie di cedro intarsiato, all’ombra d’una vegetazione pomposa che supera i muri di cinta e i cancelli dorati dei giardini, e riempie la via di profumi. Per queste vie s’incontrano a ogni passo carrozze di pascià, ufficiali, impiegati, aiutanti di campo, eunuchi di grandi case, una processione di servitori e di parassiti, che vanno e vengono fra i ministeri. Qui si riconosce la metropoli del grande impero, e s’ammira in tutta la sua magnificenza. È per tutto una bianchezza, una grazia d’architetture, un gorgoglio d’acque, una freschezza d’ombre, che accarezza i sensi come una musica sommessa, e riempie la mente d’immagini ridenti. Per queste vie s’arriva alle grandi piazze dove s’innalzano le moschee imperiali, e dinanzi a queste moli si rimane sgomenti. Ognuna di esse forma come il nodo d’una piccola città di collegi, di spedali, di scuole, di biblioteche, di magazzini, di bagni, che quasi non si avvertono, schiacciati come sono dalla cupola enorme a cui fanno corona. L’architettura, che s’immaginava semplicissima, presenta invece una varietà di particolari, che tira gli sguardi da mille parti. Sono cupolette rivestite di piombo, tetti di forme bizzarre che s’alzano l’uno sull’altro, gallerie aeree, grandi portici, finestre a colonnine, archi a festoni, minareti accannellati, cinti di terrazzini lavorati a giorno, con capitelli a stalattiti; porte e fontane monumentali, che sembrano rivestite di trina; muri picchiettati d’oro e di mille colori; tutto ricamato, cesellato, leggero, ardito, ombreggiato da querce, da cipressi e da salici, da cui escono nuvoli d’uccelli che vagano a lenti giri intorno alle cupole e riempiono d’armonia tutti i recessi dell’immenso edificio. Qui si comincia a provar qualche cosa che è più profondo e più forte del sentimento della bellezza. Quei monumenti che sono come una colossale affermazione marmorea d’un ordine d’idee e di sentimenti diverso da quello in cui siamo nati e cresciuti, che sono quasi l’ossatura d’una razza e d’una fede ostile, che ci raccontano con un linguaggio muto di linee superbe e di altezze temerarie le glorie d’un Dio che non è nostro e d’un popolo che ha fatto tremare i nostri padri, incutono un rispetto misto di diffidenza e di timore, che sulle prime vince la curiosità, e ce ne trattiene lontani. Si vedono, dentro ai cortili ombrosi, turchi che fanno le abluzioni alle fontane, pezzenti accovacciati ai piedi dei pilastri, donne velate che passeggiano lentamente sotto le arcate; tutto quieto, e come adombrato d’una tinta di mestizia e di voluttà, che non si capisce bene d’onde derivi, e su cui la mente si ferma e lavora come sopra un enigma. Galata, Pera, quanto sono lontane! Voi vi sentite soli in un altro mondo e in un altro tempo, nella Stambul di Solimano il Grande e di Baiazet secondo, e provate un vivo sentimento di stupore quando, usciti da quella piazza, e perduto d’occhio quel monumento smisurato della potenza degli Osmanli, vi ritrovate in mezzo alla Costantinopoli di legno, meschina, cadente, piena di sudiciume e di miseria. Via via che andate innanzi le case si scoloriscono, i pergolati si sfasciano, le vasche delle fontane si coprono di muschio; trovate delle moschee nane, coi muri screpolati e i minareti di legno, circondate di rovi e d’ortiche; dei mausolei in rovina, delle scale infrante, dei passaggi coperti ingombri di macerie, dei quartieri decrepiti d’una tristezza infinita, dove non si sente altro rumore che il frullo dell’ali degli sparvieri e delle cicogne, o la voce gutturale d’un muezzin solitario, che grida la parola di Dio dall’alto d’un minareto nascosto. Nessuna città rappresenta meglio di Stambul la natura e la filosofia del suo popolo. Tutto ciò che v’è di grande e di bello è di Dio o del sultano, immagine di Dio sulla terra; tutto il rimanente è passeggero e porta l’impronta d’una profonda trascuranza delle cose mondane. La tribù dei pastori è diventata nazione; ma il suo amore istintivo della natura campestre, della contemplazione e dell’ozio, ha conservato alla metropoli l’aspetto dell’accampamento. Stambul non è una città, non lavora, non pensa, non crea; la civiltà sfonda le sue porte e assalta le sue vie; essa sonnecchia e fantastica all’ombra delle moschee, e lascia fare. È una città slegata, dispersa, deforme, che rappresenta piuttosto, la sosta d’una razza pellegrinante, che la potenza d’uno Stato immobile; un immenso abbozzo di metropoli; un grande spettacolo piuttosto che una grande città. E non se ne può avere una giusta immagine, se non si percorre intera. Bisogna partire dalla prima collina, quella che forma la punta del triangolo, ed è bagnata dal mar di Marmora. Qui è per così dire la testa di Stambul; un quartiere monumentale, pieno di memorie, di maestà e di luce. Qui l’antico serraglio, dove sorgeva prima Bisanzio con la sua acropoli e il tempio di Giove, e poi il palazzo dell’imperatrice Placidia e le terme d’Arcadio; qui la moschea di Santa Sofia e la moschea d’Ahmed, e l’At-meidan che occupa lo spazio dell’Ippodromo antico, dove in mezzo a un Olimpo di bronzo e di marmo, tra le grida d’una folla vestita di seta e di porpora, volavano le quadrighe d’oro al cospetto degl’imperatori sfolgoranti di perle. Da questa collina si scende in una valle poco profonda, dove si stendono le mura occidentali del serraglio, che segnano il confine della Bisanzio antica, e s’alza la Sublime Porta, per la quale s’entra nel palazzo del gran vizir e nel Ministero degli esteri: quartiere austero e silenzioso, in cui sembra raccolta tutta la tristezza delle sorti dell’impero. Da questa valle si sale sulla seconda collina, dove sorge la moschea marmorea di Nuri-Osmanié, luce d’Osmano, e la colonna bruciata di Costantino, che sosteneva un Apollo di bronzo con la testa del grande Imperatore, ed era nel bel mezzo dell’antico foro, circondato di portici, d’archi di trionfo e di statue. Al di là di questa collina si apre la valle dei bazar, che dalla moschea di Bajazet va fino a quella della sultana Validè, ed abbraccia un labirinto immenso di strade coperte, piene di gente e di rumore, da cui s’esce colla vista annebbiata e con le orecchie stordite. Sulla terza collina, che domina ad un tempo il mar di Marmara e il Corno d’oro, giganteggia la moschea di Solimano, rivale di Santa Sofia, gioia e splendore di Stambul, come dicono i poeti turchi, e la torre meravigliosa del Ministero della guerra, il quale s’alza sulle rovine degli antichi palazzi dei Costantini, abitati un tempo da Maometto il conquistatore, poi convertiti in serraglio delle vecchie sultane. Fra la terza e la quarta altura si stende come un ponte aereo l’enorme acquedotto dell’imperatore Valente, formato da due ordini d’archi leggerissimi, vestiti di verzura, che spenzola a ghirlande sopra la valle popolata di case. Si passa sotto l’acquedotto, si sale sulla quarta collina. Qui, sulle rovine della chiesa famosa dei Santi Apostoli, fondata dall’imperatrice Elena e rifabbricata da Teodora, s’eleva la moschea di Maometto II, circondata di scuole, d’ospedali e d’alberghi da carovane; accanto alla moschea, il bazar degli schiavi, i bagni di Maometto e la colonna granitica di Marciano, che porta ancora il suo cippo di marmo ornato delle aquile imperiali; e vicino alla colonna il luogo dove era la piazza dell’Et-Meidan, in cui fu consumata la strage famosa dei Giannizzeri. S’attraversa un’altra valle, coperta da un’altra città, e si sale alla quinta collina, sulla quale è posta la moschea di Selim, presso all’antica cisterna di San Pietro, convertita in giardino. Sotto, lungo il Corno d’oro, si stende il Fanar, quartiere greco, sede del patriarca, in cui s’è rifugiata l’antica Bisanzio, coi discendenti dei Paleologhi e dei Comneni, e dove seguirono le orrende carneficine del 1821. Si scende in una quinta valle, si sale sopra la sesta collina. Qui s’è già sul terreno che occupavano le otto coorti dei quarantamila Goti di Costantino, fuori della cerchia delle prime mura, le quali non abbracciavano che la quarta collina; e appunto nello spazio occupato dalla coorte settima, che ha lasciato al luogo il nome di Hebdomon. Sulla sesta collina, rimangono le mura del palazzo di Costantino Porfirogenete, dove si coronavano gl’imperatori, chiamato ora dai turchi Tekir-Serai, palazzo dei principi. Ai piedi della collina, Balata, il ghetto di Costantinopoli, quartiere immondo, che s’allunga sulla riva del Corno fino alle mura della città, e al di qua di Balata, il sobborgo antico delle Blacherne, una volta ornato di palazzi dai tetti dorati, soggiorno prediletto degl’imperatori, famoso per la gran chiesa dell’imperatrice Pulcheria e per il santuario delle reliquie; ora pieno di rovine e tristezza. Alle Blacherne cominciano le mura merlate che dal Corno d’oro corrono fino al mar di Marmara, abbracciando la settima collina, dov’era il foro boario, e c’è ancora il piedestallo della colonna d’Arcadio: la collina più orientale e più grande di Stambul, fra la quale e le altre sei scorre il piccolo fiume Lykus, che entra nella città presso la porta di Carisio e si va a gettar nel mare vicino all’antico porto di Teodosio. Dalle mura delle Blacherne, si vede ancora il sobborgo d’Ortaksiler, che scende dolcemente verso la rada, incoronato di giardini; al di là d’Ortaksiler il sobborgo d’Eyub, terra santa degli Osmanli, colla sua moschea gentile, e il suo vasto cimitero ombreggiato da un bosco di cipressi e biancheggiante di mausolei e di tombe; dietro Eyub, l’altopiano dell’antico campo militare, dove le legioni levavan sugli scudi i nuovi imperatori; e di là dall’altopiano, altri villaggi i cui vivi colori ridono vagamente in mezzo al verde dei boschetti bagnati dalle ultime acque del Corno d’oro. Ecco Stambul. È divina. Ma il cuore si sgomenta a pensare che questo sterminato villaggio asiatico si stende sulle rovine di quella seconda Roma, di quell’immenso museo di tesori rapiti all’Italia, alla Grecia, all’Egitto, all’Asia minore, di cui il solo ricordo abbaglia la mente come un sogno divino. Dove sono i grandi portici che attraversavano la città dal mare alle mura, le cupole dorate, i colossi equestri che s’innalzavano sui pilastri titanici dinanzi agli anfiteatri e alle terme, le sfingi di bronzo sedute sui piedestalli di porfido, i templi e i palazzi che innalzavano i frontoni di granito in mezzo a un popolo aereo di numi di marmo e d’imperatori d’argento? Tutto è sparito o trasformato. Le statue equestri di bronzo son state fuse in cannoni; le rivestiture di rame degli obelischi, ridotte in monete; i sarcofagi delle imperatrici, cangiati in fontane; la chiesa di Santa Irene è un arsenale, la cisterna di Costantino un’officina, il piedistallo della colonna d’Arcadio una bottega di maniscalco, l’Ippodromo un mercato di cavalli; l’edera e le macerie coprono le fondamenta delle regge, sul suolo degli anfiteatri cresce l’erba dei cimiteri, e poche iscrizioni calcinate dagli incendi o mutilate dalle scimitarre degl’invasori rammentano che su quei colli vi fu la metropoli meravigliosa dell’impero d’Oriente. Su questa immane rovina siede Stambul, come un’odalisca sopra un sepolcro, aspettando la sua ora.


Edmondo De Amicis
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Edizione elettronica tratta da Liber Liber

Opera di riferimento: “Costantinopoli” di Edmondo De Amicis, Fratelli Treves editori, Milano 1877

Alla edizione elettronica ha contribuito Vittorio Volpi, volpi@galactica.it

Revisione: Catia Righi, catia_righi@tin.it

Pubblicato su Liber Liber da Marco Calvo, al quale vanno i nostri ringraziamenti.

Costantinopoli è un libro di ricordi scritto da Edmondo De Amicis e pubblicato nel 1877. Il soggetto dell’opera è il viaggio di più giorni fatto nel 1874, in compagnia dell’amico pittore Enrico Junck, a Istanbul, capitale dell’Impero Ottomano, quale corrispondente per conto della rivista Illustrazione Italiana.

De Amicis ha elaborato l’opera raccogliendo tre anni dopo la visita le impressioni in un libro, parte dagli appunti presi durante il viaggio e parte da memorie personali.  Ne emergono molte informazioni sulla Istanbul del secolo XIX e sulla storia ottomana. L’opera originale comprendeva anche 45 incisioni di Enrico Junck. La prima edizione fu pubblicata nel 1877 in due volumi. Cesare Biseo ne illustrò un’edizione del 1882, a causa della prematura scomparsa di Junck.

Il Grande Bazar d’Istanbul in un disegno di Cesare Biseo tratto dall’edizione del 1882

L’opera riscosse un successo immediato e fu tradotta in molte lingue, oltre naturalmente al turco, ma ricevette anche critiche severe, come quella di Remigio Zena nel suo diario di bordo In Yacht da Genova a Costantinopoli (1887). Nel suo libro Istanbul – Memory of a City, lo scrittore turco Orhan Pamuk (premio Nobel per la letteratura 2006) ha definito Costantinopoli di Edmondo de Amicis il miglior libro scritto su Istanbul nell’Ottocento, seguito da Costantinopoli di Théophile Gautier (1852). Umberto Eco, nell’introduzione ad una nuova ristampa del 2005, ha affermato che la descrizione della città fatta da De Amicis appare come la più cinematografica.

3- Edmondo De Amicis, Costantinopoli: Il ponte

3- Il ponte

INDICE

L ’arrivo
Cinque ore dopo
Il ponte
Stambul
All’albergo
Costantinopoli
Galata
Il Gran Bazar
La vita a Costantinopoli
Santa Sofia
Dolma Bagcè
Le Turche
Ianghen Var
Le mura
L’antico Serraglio
Gli ultimi giorni
I Turchi
Il Bosforo

Per vedere la popolazione di Costantinopoli bisogna andare sul ponte galleggiante, lungo circa un quarto di miglio, che si stende dalla punta più avanzata di Galata fino alla riva opposta del Corno d’oro, in faccia alla grande moschea della sultana Validè. L’una e l’altra riva sono terra europea; ma si può dire che il ponte unisce l’Europa all’Asia, perché in Stambul non v’è d’europeo che la terra, ed hanno colore e carattere asiatico anche i pochi sobborghi cristiani che le fanno corona. Il Corno d’Oro, che ha l’aspetto d’un fiume, separa, come un oceano, due mondi. Le notizie degli avvenimenti d’Europa, che circolano per Galata e per Pera, vive, chiare, minute, commentate, non giungono all’altra riva che monche e confuse come un eco lontano; la fama degli uomini e delle cose più grandi dell’Occidente, s’arresta dinanzi a quella poc’acqua, come dinanzi a un baluardo insuperabile; e su quel ponte dove passano centomila persone al giorno, non passa ogni dieci anni un’idea.

Stando là, si vede sfilare in un’ora tutta Costantinopoli. Sono due correnti umane inesauribili, che s’incontrano e si confondono senza posa dal levar del sole al tramonto, presentando uno spettacolo del quale non sono certamente che una pallida immagine i mercati delle Indie, le fiere di Niinj-Norgorod e le feste di Pekino.

Per veder qualche cosa bisogna fissarsi un piccolo tratto del ponte e non guardare che lì; se si vaga cogli occhi, la vista s’abbarbaglia e la testa si confonde. La folla passa a grandi ondate, ognuna delle quali offre mille colori, ed ogni gruppo di persone rappresenta un gruppo di popoli. S’immagini pure qualunque più stravagante accozzo di tipi, di costumi e di classi sociali; non si giungerà mai ad avere un’idea della favolosa confusione che si vede là nello spazio di venti passi e nel giro di dieci minuti. Dietro una frotta di facchini turchi, che passano correndo, curvi sotto pesi enormi, s’avanza una portantina intarsiata di madreperla e d’avorio, a cui fa capolino una signora armena; e ai due lati un beduino ravvolto in un mantello bianco e un vecchio turco col turbante di mussolina e il caffettano color celeste, accanto al quale cavalca un giovane greco seguito dal suo dracomanno colla zuavina ricamata, e un dervis col gran cappello conico e la tonaca di pelo di cammello, che si scansa per lasciar passare la carrozza d’un ambasciatore europeo, preceduta da un battistrada gallonato. Tutto questo non si vede, s’intravvede. Prima che vi siate voltati indietro, vi trovate in mezzo a una brigata di Persiani col berrettone piramidale d’astrakan, passati i quali vi vedete dinanzi un ebreo insaccato in un lungo vestito giallo aperto sui fianchi; una zingara scapigliata, che porta un bambino in un sacco appeso alla schiena; un prete cattolico, con bastone e breviario; mentre in mezzo a una folla confusa di greci, di turchi e d’armeni, s’avanza gridando: – Largo! – un grosso eunuco a cavallo che precede una carrozza turca, dipinta a fiori e ad uccelli, con dentro le donne d’un arem, vestite di violetto e di verde, e ravvolte in grandi veli bianchi; e dietro, una suora di carità d’uno spedale di Pera, seguita da uno schiavo africano che porta una scimmia, e da un raccontatore di storie in abito di negromante. E, cosa naturale, ma che par strana al nuovo venuto, tutta questa gente così diversa s’incontra e passa oltre senza guardarsi, come la folla di Londra; nessuno si ferma; tutti vanno a passo affrettato, e su cento visi, non se ne vede uno che sorrida. L’albanese colle sottanine bianche e i pistoloni alla cintura, passa accanto al tartaro vestito di pelle di montone; il turco a cavallo a un asino bardato con gran pompa, guizza fra due file di cammelli; dietro all’aiutante di campo dodicenne d’un principino imperiale, piantato sopra un corsiero arabo, barcolla un carro carico delle masserizie bizzarre d’una casa turca; la mussulmana a piedi, la schiava velata, la greca colla berrettina rossa e le trecce giù per le spalle, la maltese incappucciata nella faldetta nera, l’ebrea vestita dell’antichissimo costume della Giudea, la negra ravvolta in uno scialle variopinto del Cairo, l’armena di Trebisonda tutta nera e velata come un’apparizione funebre, si trovano qualche volta in una sola fila, come se vi si fossero messe apposta, per prender risalto l’una dall’altra. È un mosaico cangiante di razze e di religioni che si compone e si scompone continuamente con una rapidità che si può appena seguire collo sguardo. È bello tener gli occhi fissi sul tavolato del ponte, non guardando altro che i piedi: passano tutte le calzature della terra, da quella d’Adamo agli stivaletti all’ultima moda di Parigi: babbucce gialle di turchi, rosse di armeni, turchine di greci, nere d’israeliti; sandali, stivaloni del Turkestan, ghette albanesi, scarpette scollate, gambass di mille colori dei cavallari dell’Asia minore, pantofole ricamate d’oro, alpargatas alla spagnola, calzature di raso, di corda, di cenci, di legno, fitte in maniera che mentre se ne guarda una, se ne intravvedono cento. A non badarci bene, c’è da essere rovesciati a ogni passo. Ora è un portatore d’acqua con un otre colossale sul dorso, ora una signora russa a cavallo, ora un drappello di soldati imperiali, vestiti alla zuava, che par che vadano all’assalto, ora una squadra di facchini armeni che passano reggendo sulle spalle, a due a due, delle lunghissime sbarre, a cui sono sospese delle balle smisurate di mercanzia; ora delle frotte di turchi che si lanciano a destra e a sinistra del ponte per imbarcarsi sui piroscafi. È uno scalpiccio, un fruscio, un sonare di voci esotiche, di note gutturali, d’aspirazioni, d’interiezioni incomprensibili, in mezzo a cui le poche parole francesi o italiane che arrivano agli orecchi di tratto in tratto, fanno l’effetto di punti luminosi in una tenebra fitta. Le figure che dan più nell’occhio in quella folla, sono i Circassi, che vanno per lo più a tre, a cinque insieme, a passo lento; pezzi d’uomini barbuti, dalla faccia terribile, che portano un grosso berrettone di pelo alla foggia dell’antica guardia napoleonica, un lungo caffettano nero, un pugnale alla cintura e un cartucciere d’argento sul petto; vere figure di briganti, ognuno dei quali pare che sia venuto a Costantinopoli per vendere una figliola o una sorella, e debba avere le mani intrise di sangue russo. Poi i siriani col loro vestito in forma di dalmatica bizantina e il capo ravvolto in un fazzoletto rigato d’oro; i bulgari, vestiti d’un saio grossolano, con un berretto incoronato di pelliccia; i giorgiani con un caschetto di cuoio verniciato e la tunica stretta alla vita da un cerchio metallico; i greci dell’arcipelago coperti da capo a piedi di ricami, di nappine e di bottoncini luccicanti. La folla di tanto in tanto radeggia un poco; ma subito s’avanzano altre frotte serrate, ondate di papaline rosse e di turbanti bianchi, in mezzo ai quali spuntano cappelli cilindrici, ombrelle e pettinature piramidali di signore europee, che par che galleggino portate via da quel torrente musulmano. C’è da stupire soltanto a notare la varietà della gente di religione. Qui luccica il cocuzzolo d’un padre cappuccino, là torreggia il turbante alla giannizzera d’un ulema, più in là ondeggia il velo nero d’un prete armeno. Passano degli iman con la tunica bianca, delle monache stimmatine, dei cappellani dell’esercito turco, vestiti di verde, con la sciabola al fianco, dei frati domenicani, dei pellegrini reduci dalla Mecca con un talismano appeso al collo, dei gesuiti, dei dervis, – e questo è strano davvero – dei dervis che nelle moschee si straziano le carni in espiazione dei peccati, e passando il ponte si riparano dal sole coll’ombrellino. A starci bene attenti, seguono in quella confusione mille piccoli accidenti amenissimi. È un eunuco che mostra il bianco dell’occhio a un zerbinotto cristiano, il quale ha guardato troppo curiosamente dentro alla carrozza della sua padrona; è una cocotte francese, vestita coll’ultimo figurino, che pedina il figliuolo d’un pascià ingioiellato e inguantato; è una signora di Stambul che finge di aggiustarsi il velo per sbirciar lo strascico d’una signora di Pera; è un sergente di cavalleria in uniforme di gala, che si ferma nel bel mezzo del ponte, si stringe il naso con due dita e slancia nello spazio un guai a chi tocca, da mettere i brividi; è un ciurmadore che, preso un soldo da un povero diavolo, gli fa sul viso un gesto cabalistico, che lo deve guarire del mal d’occhi; è una famiglia di viaggiatori grandi e piccini, arrivata quel giorno stesso, che s’è smarrita in mezzo a una turba di canaglia asiatica, e la madre cerca i bimbi che strillano, e gli uomini si fanno largo a spintoni. I cammelli, i cavalli, le portantine, le carrozze, i buoi, le carrette, le botti rotolate, gli asini sanguinolenti, i cani spelacchiati, formano delle lunghe file, che dividono per mezzo la folla. Qualche volta passa un grosso pascià di tre code, sdraiato in una carrozza splendida, seguito a piedi dal suo portapipa, dalla sua guardia e da un nero, e allora tutti i turchi salutano toccandosi la fronte e il petto, e le mendicanti musulmane, orribili megere, col volto imbacuccato e il seno nudo, si slanciano agli sportelli chiedendo l’elemosina. Gli eunuchi fuor di servizio, passano a due, a tre, a cinque insieme, con la sigaretta in bocca; e si riconoscono alla molle corpulenza, alle lunghe braccia, ai grandi abiti neri. Le belle bambine turche, vestite da maschietti, con calzoncini verdi e panciottini rosati o gialli, corrono e saltellano con un’agilità felina, facendosi largo con le piccole mani tinte di color di porpora. I lustrascarpe con la cassetta dorata, i barbieri ambulanti con la seggiola e la catinella in mano, i venditori d’acqua e di dolci, fendono la calca in tutte le direzioni, urlando in greco ed in turco. A ogni passo si vede luccicare una divisa militare: ufficiali in fez e calzoni scarlatti, col petto costellato di decorazioni; palafrenieri del serraglio, che paiono generali d’armata; gendarmi con un arsenale alla cintura; zeibek, o soldati liberi, con quegli enormi calzoni a borsa deretana, che danno loro il profilo della venere ottentotta; guardie imperiali, con un lungo pennacchio bianco sul casco e il petto coperto di galloni; guardie di città che girano colle manette fra le mani; guardie di città a Costantinopoli! È come chi dicesse: gente incaricata di tener a segno l’oceano Atlantico. È bizzarro il contrasto di tutto quell’oro e di tutti quei cenci, della gente sovraccarica di roba, che paion bazar ambulanti, e della gente quasi nuda. Il solo spettacolo della nudità è una meraviglia. Si vedono tutte le sfumature della pelle umana, dal bianco latteo dell’Albania al nero corvino dell’Africa centrale e al nero azzurrognolo del Darfur; dei petti che, a picchiarli, par che debbano risonare come vasi di bronzo, o sgretolarsi come forme di terra secca; schiene oleose, pietrose, lignee, irsute come dorsi di cinghiale; braccia rabescate di rosso e di blu, con disegni di rami e di fiori, e iscrizioni del Corano e immagini grossolane di battelli, e di cuori attraversati da frecce. Ma in una prima passeggiata, per il ponte, non c’è né tempo né modo d’osservare tutti questi particolari. Mentre guardate i rabeschi d’un braccio, il vostro cicerone vi avverte che è passato un serbo, un montenegrino, un valacco, un cosacco dell’Ukrania, un cosacco del Don, un egiziano, un tunisino, un principe d’Imerezia. C’è appena tempo a tener d’occhio le nazioni. Pare che Costantinopoli sia sempre quella che fu: la capitale di tre continenti e la regina di venti vicereami. Ma nemmeno quest’idea risponde alla grandezza di quello spettacolo, e si fantastica un incrociamento d’emigrazioni, prodotto da qualche enorme cataclisma che abbia sconvolto l’antico continente. Un occhio esperto discerne ancora in quel mare magno i volti e i costumi della Caramania e dell’Anatolia, quei di Cipro e di Candia, quei di Damasco e di Gerusalemme, il druso, il curdo, il maronita, il talemano, il pumacco, il croato, ed altre innumerevoli varietà dell’innumerevole confederazione d’anarchie che si stende dal Nilo al Danubio e dall’Eufrate all’Adriatico. Chi cerca il bello e chi cerca l’orrido, trovano qui egualmente superati i loro più audaci desideri: Raffaello rimarrebbe estatico e il Rembrandt si caccerebbe le mani nei capelli. La più pura bellezza della Grecia e delle razze caucasee, è mescolata coi nasi camusi e colle teste schiacciate; vi passano accanto figure di regine e facce di furie; visi imbellettati e visi sformati dai morbi e dalle ferite, piedoni colossali e piedini circassi lunghi come la mano, facchini giganteschi, enormi pinguedini di turchi, e neri stecchiti come scheletri, larve d’uomini che mettono pietà e raccapriccio; tutti gli aspetti più strani in cui si possano presentare al mondo la vita ascetica, l’abuso della voluttà, le fatiche estreme, l’opulenza che impera e la miseria che muore. E nondimeno la varietà di vestimenti è senza confronto più meravigliosa della varietà delle persone. Chi sente i colori, ci ha da ammattire. Non ci son due persone vestite eguali. Sono scialli attorcigliati intorno al capo, bendature di selvaggi, corone di cenci, camicie e sottovesti rigate e quadrettate come il vestito d’arlecchino, cinture irte di coltellacci che salgono dai fianchi alle ascelle, calzoni alla mammalucca, mezze mutande, gonnellini, toghe, lenzuoli che strascicano, abiti ornati d’ermellino, panciotti che sembrano corazze d’oro, maniche a gozzo e a sgonfietti, vestiti monacali e spudorati, uomini abbigliati da donna, donne che sembran uomini, pezzenti che sembran principi, un’eleganza di stracci, una follia di colori, una profusione di frange, di gale, di frappe, di svolazzi, d’ornamenti teatrali e bambineschi, che dà l’immagine d’un veglione dentro a un immenso manicomio, in cui abbiano vuotate le loro casse tutti i rigattieri dell’universo. Sopra il mormorio sordo, che esce da questa moltitudine, si sentono gli strilli acuti dei ragazzi greci, carichi di giornali d’ogni lingua; le grida stentoree dei facchini, le risa sgangherate delle donne turche, le voci infantili degli eunuchi, i trilli in falsetto dei ciechi che cantano versetti del Corano, il rumor cupo del ponte che ondeggia, i fischi e le campanelle di cento piroscafi, di cui il vento abbatte tratto tratto il fumo denso sopra la folla, in modo che per qualche minuto non si vede più nulla. Questa mascherata di popoli scende nei vaporini che partono ogni momento per Scutari, per il villaggio del Bosforo e per i sobborghi del Corno d’oro; si spande per Stambul, nei bazar, nelle moschee, nei borghi di Fanar e di Balata, fino ai quartieri più lontani del mar di Marmara; irrompe sulla riva franca, a destra verso i palazzi del Sultano, a sinistra verso gli alti quartieri di Pera, di dove poi ricasca sul ponte per le innumerevoli stradicciole che serpeggiano lungo i fianchi delle colline; e allaccia così l’Asia e l’Europa, dieci città e cento sobborghi, in una rete di faccende, d’intrighi e di misteri, dinanzi a cui l’immaginazione si sgomenta. Pare che questo spettacolo debba mettere allegrezza. E non è vero. Passata la prima meraviglia, i colori festosi si sbiadiscono: non è più una grande processione carnevalesca che ci passa dinanzi; è l’umanità intera che sfila con tutte le sue miserie, con tutte le sue follie, coll’infinita discordia delle sue credenze e delle sue leggi; è un pellegrinaggio di popoli decaduti e di razze avvilite; una immensità di sventure da soccorrere, di vergogne da lavare, di catene da rompere; un cumulo di tremendi problemi scritti a caratteri di sangue, e che non si scioglieranno che con torrenti di sangue; e questo immenso disordine rattrista. E poi il senso della curiosità è prima rintuzzato che soddisfatto da questa sterminata varietà di cose strane. Che misteriosi rivolgimenti accadono nell’anima umana! Non era passato un quarto d’ora dal mio arrivo sul ponte, che stavo appoggiato alle spallette, rabescando sbadatamente un pezzo di trave con la matita, e dicendo a me stesso, tra uno sbadiglio e l’altro, che c’è qualchecosa di vero in quella famosa sentenza della Stael, che il viaggiare è il più triste dei piaceri.


Edmondo De Amicis
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Opera di riferimento: “Costantinopoli” di Edmondo De Amicis, Fratelli Treves editori, Milano 1877

Alla edizione elettronica ha contribuito Vittorio Volpi, volpi@galactica.it

Revisione: Catia Righi, catia_righi@tin.it

Pubblicato su Liber Liber da Marco Calvo, al quale vanno i nostri ringraziamenti.

Costantinopoli è un libro di ricordi scritto da Edmondo De Amicis e pubblicato nel 1877. Il soggetto dell’opera è il viaggio di più giorni fatto nel 1874, in compagnia dell’amico pittore Enrico Junck, a Istanbul, capitale dell’Impero Ottomano, quale corrispondente per conto della rivista Illustrazione Italiana.

De Amicis ha elaborato l’opera raccogliendo tre anni dopo la visita le impressioni in un libro, parte dagli appunti presi durante il viaggio e parte da memorie personali.  Ne emergono molte informazioni sulla Istanbul del secolo XIX e sulla storia ottomana. L’opera originale comprendeva anche 45 incisioni di Enrico Junck. La prima edizione fu pubblicata nel 1877 in due volumi. Cesare Biseo ne illustrò un’edizione del 1882, a causa della prematura scomparsa di Junck.

Il Grande Bazar d’Istanbul in un disegno di Cesare Biseo tratto dall’edizione del 1882

L’opera riscosse un successo immediato e fu tradotta in molte lingue, oltre naturalmente al turco, ma ricevette anche critiche severe, come quella di Remigio Zena nel suo diario di bordo In Yacht da Genova a Costantinopoli (1887). Nel suo libro Istanbul – Memory of a City, lo scrittore turco Orhan Pamuk (premio Nobel per la letteratura 2006) ha definito Costantinopoli di Edmondo de Amicis il miglior libro scritto su Istanbul nell’Ottocento, seguito da Costantinopoli di Théophile Gautier (1852). Umberto Eco, nell’introduzione ad una nuova ristampa del 2005, ha affermato che la descrizione della città fatta da De Amicis appare come la più cinematografica.

2- Edmondo De Amicis, Costantinopoli: Cinque ore dopo

2- Cinque ore dopo

INDICE

L ’arrivo
Cinque ore dopo
Il ponte
Stambul
All’albergo
Costantinopoli
Galata
Il Gran Bazar
La vita a Costantinopoli
Santa Sofia
Dolma Bagcè
Le Turche
Ianghen Var
Le mura
L’antico Serraglio
Gli ultimi giorni
I Turchi
Il Bosforo

La visione di stamattina è svanita. Quella Costantinopoli tutta luce e tutta bellezza è una città mostruosa, sparpagliata per un saliscendi infinito di colline e di valli; è un labirinto di formicai umani, di cimiteri, di rovine, di solitudini; una confusione non mai veduta di civiltà e di barbarie, che presenta un’immagine di tutte le città della terra e raccoglie in sé tutti gli aspetti della vita umana. Non ha veramente di una grande città che lo scheletro, che è la piccola parte in muratura; il resto è un enorme agglomeramento di baracche, uno sterminato accampamento asiatico, in cui brulica una popolazione che non fu mai numerata, di gente d’ogni razza e d’ogni religione. È una grande città in trasformazione, composta di città vecchie che si sfasciano, di città nuove sorte ieri, d’altre città che stanno sorgendo. Tutto v’è sossopra; da ogni parte si vedono le tracce d’un gigantesco lavoro: monti traforati, colli sfiancati, borghi rasi al suolo, grandi strade disegnate; un immenso sparpagliamento di macerie e d’avanzi d’incendi sopra un terreno perpetuamente tormentato dalla mano dell’uomo. È un disordine, una confusione d’aspetti disparati, un succedersi continuo di vedute imprevedibili e strane, che dà il capogiro. Andate in fondo a una strada signorile, è chiusa da un burrone; uscite dal teatro, vi trovate in mezzo alle tombe; giungete sulla sommità d’una collina, vi vedete un bosco sotto i piedi, e un’altra città sulla collina in faccia; il borgo che avete attraversato poc’anzi, lo vedete, voltandovi improvvisamente, in fondo a una valle profonda, mezzo nascosto dagli alberi; svoltate intorno a una casa, ecco un porto; scendete per una strada, addio città! siete in una gola deserta, da cui non si vede altro che cielo; le città spuntano, si nascondono, balzan fuori continuamente sul vostro capo, ai vostri piedi, alle vostre spalle, vicine e lontane, al sole, nell’ombra, fra i boschi, sul mare; fate un passo avanti, vedete un panorama immenso; fate un passo indietro, non vedete più nulla; alzate il capo, mille punte di minareti; scendete d’un palmo, spariscon tutti e mille. Le strade, infinitamente reticolate, serpeggiano fra i poggi, corrono su terrapieni, rasentano precipizi, passano sotto gli acquedotti, si rompono in vicoli, discendono in gradinate, in mezzo ai cespugli, alle rocce, alle rovine, alle sabbie. Di tratto in tratto, la gran città piglia come un respiro nella solitudine della campagna, e poi ricomincia più fitta, più colorita, più allegra; qui pianeggia, là s’arrampica, più in là precipita, si disperde e poi si riaffolla; in un luogo fuma e strepita, in un altro dorme; in una parte rosseggia tutta, in un’altra parte è tutta bianca, in una terza vi domina il color d’oro, una quarta presenta l’aspetto d’un monte di fiori. La città elegante, il villaggio, la campagna, il giardino, il porto, il deserto, il mercato, la necropoli, si alternano senza fine innalzandosi l’uno sull’altro, a scaglioni, in modo che da certe alture si abbracciano con uno sguardo solo, sopra una sola china, tutte le varietà d’una provincia. Un’infinità di contorni bizzarri si disegna da ogni parte sul cielo e sulle acque, così fitti, così pazzamente spezzettati e dentellati dalla meravigliosa varietà delle architetture, che si confondono agli occhi come se tremolassero e s’intricassero gli uni con gli altri. In mezzo alle casette turche si alza il palazzo europeo; dietro il minareto, il campanile; sopra la terrazza, la cupola; dietro la cupola, il muro merlato; i tetti alla cinese dei chioschi sopra i frontoni dei teatri, i balconi ingraticolati degli arem di rimpetto ai finestroni a vetrate, le finestrine moresche in faccia ai terrazzi a balaustri, le nicchie delle madonne sotto gli archetti arabi, i sepolcri nei cortili, le torri fra i tuguri; le moschee, le sinagoghe, le chiese greche, le cattoliche, le armene, le une sulle altre, come se facessero a soverchiarsi, e in tutti i vani, cipressi, pini a ombrello, fichi e platani che stendono i rami sopra i tetti. Una indescrivibile architettura di ripiego asseconda gli infiniti capricci del terreno con un tritume di case tagliate a spicchi, in forma di torri triangolari, di piramidi diritte e rovesciate, circondate di ponti, di puntelli e di fossi, ammucchiate alla rinfusa, come massi franati da una montagna. A ogni cento passi tutto muta. Qui siete in una strada d’un sobborgo di Marsiglia; svoltate: è un villaggio asiatico; tornate a svoltare: è un quartiere greco; svoltate ancora: è un sobborgo di Trebisonda. Alla lingua, ai visi, all’aspetto delle case riconoscete di aver cangiato di stato; sono spicchi di Francia, strisce d’Italia, screziature d’Inghilterra, innesti di Russia. Sulla immensa faccia della città si vede rappresentata ad architetture e a colori la grande lotta che si combatte fra la famiglia cristiana che riconquista e la famiglia islamitica che difende con le ultime sue forze la terra sacra. Stambul, una volta tutta turca, è assalita da ogni parte da quartieri cristiani, che la rodono lentamente lungo la sponda del Corno d’oro e del Mar di Marmara; dall’altra parte la conquista procede in furia: le chiese, i palazzi, gli ospedali, i giardini pubblici, gli opifici, le scuole squarciano i quartieri musulmani, soverchiano i cimiteri, si avanzano di collina in collina, e già disegnano vagamente sul terreno sconvolto la forma d’una grande città che un giorno coprirà la riva europea del Bosforo come quella d’ora copre le rive del Corno d’oro. Ma da queste osservazioni generali distraggono ad ogni passo mille cose nuove: in una via il convento dei dervis, in un’altra la caserma di stile moresco, il caffè turco, il bazar, la fontana, l’acquedotto. In un quarto d’ora bisogna cangiar dieci volte d’andatura: scendere, arrampicarsi, saltellar giù per una china, salire per una scalinata di macigni, affondar nella mota e scansar mille ostacoli, aprendosi la via ora tra la folla, ora tra gli arbusti, ora tra i cenci appesi, ora turandosi il naso, ora aspirando ondate d’aria odorosa. Dalla gran luce d’un sito aperto, donde si vede il Bosforo, l’Asia e un cielo infinito, si cala con pochi passi nell’oscurità triste d’una rete di vicoli fiancheggiati da case cadenti ed irti di sassi come letti di ruscelli; da un verde fresco e ombroso, in un polverio soffocante, saettato dal sole; da crocicchi pieni di rumore e di colori, in recessi sepolcrali, dove non è mai sonata una voce umana; dal divino Oriente dei nostri sogni, in un altro Oriente lugubre, immondo, decrepito che supera ogni più nera immaginazione. Dopo un giro di poche ore non si sa più dove s’abbia la testa. A chi ci domandasse improvvisamente che cos’è Costantinopoli, non si saprebbe rispondere che mettendosi una mano sulla fronte per quietare la tempesta dei pensieri. Costantinopoli è una Babilonia, un mondo, un caos. È bella? Prodigiosa. È brutta? Orrenda. Vi piace? Ubriaca. Ci stareste? Chi lo sa! Chi può dire che starebbe in un altro astro? Si ritorna a casa pieni d’entusiasmo e di disinganni, rapiti, stomacati, abbarbagliati, storditi, con un disordine nella mente che somiglia al principio d’una congestione cerebrale, e che si quieta poi a poco a poco in una prostrazione profonda e in un tedio mortale. Si son vissuti parecchi anni in fretta, e ci si sente invecchiati.
E la popolazione di questa città mostruosa?


Edmondo De Amicis
Leggi su Wikipedia

Edizione elettronica tratta da Liber Liber

Opera di riferimento: “Costantinopoli” di Edmondo De Amicis, Fratelli Treves editori, Milano 1877

Alla edizione elettronica ha contribuito Vittorio Volpi, volpi@galactica.it

Revisione: Catia Righi, catia_righi@tin.it

Pubblicato su Liber Liber da Marco Calvo, al quale vanno i nostri ringraziamenti.

Costantinopoli è un libro di ricordi scritto da Edmondo De Amicis e pubblicato nel 1877. Il soggetto dell’opera è il viaggio di più giorni fatto nel 1874, in compagnia dell’amico pittore Enrico Junck, a Istanbul, capitale dell’Impero Ottomano, quale corrispondente per conto della rivista Illustrazione Italiana.

De Amicis ha elaborato l’opera raccogliendo tre anni dopo la visita le impressioni in un libro, parte dagli appunti presi durante il viaggio e parte da memorie personali.  Ne emergono molte informazioni sulla Istanbul del secolo XIX e sulla storia ottomana. L’opera originale comprendeva anche 45 incisioni di Enrico Junck. La prima edizione fu pubblicata nel 1877 in due volumi. Cesare Biseo ne illustrò un’edizione del 1882, a causa della prematura scomparsa di Junck.

Il Grande Bazar d’Istanbul in un disegno di Cesare Biseo tratto dall’edizione del 1882

L’opera riscosse un successo immediato e fu tradotta in molte lingue, oltre naturalmente al turco, ma ricevette anche critiche severe, come quella di Remigio Zena nel suo diario di bordo In Yacht da Genova a Costantinopoli (1887). Nel suo libro Istanbul – Memory of a City, lo scrittore turco Orhan Pamuk (premio Nobel per la letteratura 2006) ha definito Costantinopoli di Edmondo de Amicis il miglior libro scritto su Istanbul nell’Ottocento, seguito da Costantinopoli di Théophile Gautier (1852). Umberto Eco, nell’introduzione ad una nuova ristampa del 2005, ha affermato che la descrizione della città fatta da De Amicis appare come la più cinematografica.

1- Edmondo De Amicis, Costantinopoli: L’arrivo

Edmondo De Amicis
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Edizione elettronica tratta da Liber Liber

Opera di riferimento: “Costantinopoli” di Edmondo De Amicis, Fratelli Treves editori, Milano 1877

Alla edizione elettronica ha contribuito Vittorio Volpi, volpi@galactica.it

Revisione: Catia Righi, catia_righi@tin.it

Pubblicato su Liber Liber da Marco Calvo, al quale vanno i nostri ringraziamenti.

Costantinopoli è un libro di ricordi scritto da Edmondo De Amicis e pubblicato nel 1877. Il soggetto dell’opera è il viaggio di più giorni fatto nel 1874, in compagnia dell’amico pittore Enrico Junck, a Istanbul, capitale dell’Impero Ottomano, quale corrispondente per conto della rivista Illustrazione Italiana.

De Amicis ha elaborato l’opera raccogliendo tre anni dopo la visita le impressioni in un libro, parte dagli appunti presi durante il viaggio e parte da memorie personali.  Ne emergono molte informazioni sulla Istanbul del secolo XIX e sulla storia ottomana. L’opera originale comprendeva anche 45 incisioni di Enrico Junck. La prima edizione fu pubblicata nel 1877 in due volumi. Cesare Biseo ne illustrò un’edizione del 1882, a causa della prematura scomparsa di Junck.

Il Grande Bazar d’Istanbul in un disegno di Cesare Biseo tratto dall’edizione del 1882

L’opera riscosse un successo immediato e fu tradotta in molte lingue, oltre naturalmente al turco, ma ricevette anche critiche severe, come quella di Remigio Zena nel suo diario di bordo In Yacht da Genova a Costantinopoli (1887). Nel suo libro Istanbul – Memory of a City, lo scrittore turco Orhan Pamuk (premio Nobel per la letteratura 2006) ha definito Costantinopoli di Edmondo de Amicis il miglior libro scritto su Istanbul nell’Ottocento, seguito da Costantinopoli di Théophile Gautier (1852). Umberto Eco, nell’introduzione ad una nuova ristampa del 2005, ha affermato che la descrizione della città fatta da De Amicis appare come la più cinematografica.


1- L’arrivo

INDICE

L ’arrivo
Cinque ore dopo
Il ponte
Stambul
All’albergo
Costantinopoli
Galata
Il Gran Bazar
La vita a Costantinopoli
Santa Sofia
Dolma Bagcè
Le Turche
Ianghen Var
Le mura
L’antico Serraglio
Gli ultimi giorni
I Turchi
Il Bosforo

L’emozione che provai entrando in Costantinopoli mi fece quasi dimenticare tutto quello che vidi in dieci giorni di navigazione dallo stretto di Messina all’imboccatura del Bosforo. Il mar Jonio azzurro e immobile come un lago, i monti lontani della Morea tinti di rosa dai primi raggi del sole, l’Arcipelago dorato dal tramonto, le rovine d’Atene, il golfo di Salonico, Lemno, Tenedo, i Dardanelli, e molti personaggi e casi che mi divertirono durante il viaggio, si sbiadirono per modo nella mente, dopo visto il Corno d’oro, che se ora li volessi descrivere, dovrei lavorare più d’immaginazione che di memoria. Perché la prima pagina del mio libro m’esca viva e calda dall’anima, debbo cominciare dall’ultima notte del viaggio, in mezzo al mare di Marmara, nel punto che il capitano del bastimento s’avvicinò a me e al mio amico Yunk, e mettendoci le mani sulle spalle, disse col suo schietto accento palermitano: – Signori! Domattina all’alba vedremo i primi minareti di Stambul.
Ah! ella sorride, mio buon lettore, pieno di quattrini e di noia; ella che, anni sono, quando le saltò il ticchio d’andare a Costantinopoli, in ventiquattr’ore rifornì la borsa e fece le valigie, e partì tranquillamente come per una gita in campagna, incerto fino all’ultimo momento se non fosse meglio prendere invece la via di Baden-Baden! Se il capitano del bastimento ha detto anche a lei: – Domani mattina vedremo Stambul – lei avrà risposto flemmaticamente: – Ne ho piacere. – Ma bisogna aver covato quel desiderio per dieci anni, aver passato molte sere d’inverno guardando melanconicamente la carta d’Oriente, essersi rinfocolata l’immaginazione colla lettura di cento volumi, aver girato mezza l’Europa soltanto per consolarsi di non poter vedere quell’altra mezza, essere stati inchiodati un anno a tavolino con quell’unico scopo, aver fatto mille piccoli sacrifici, e conti su conti, e castelli su castelli, e battagliole in casa; bisogna infine aver passato nove notti insonni sul mare, con quell’immagine immensa e luminosa davanti agli occhi, felici tanto da provar quasi un sentimento di rimorso pensando alle persone care che si sono lasciate a casa; e allora si capisce che cosa voglion dire quelle parole: – Domani all’alba vedremo i primi minareti di Stambul; – e invece di rispondere flemmaticamente: – ne ho piacere – si picchia un pugno formidabile sul parapetto del bastimento.
Un gran piacere per me e per il mio amico era la profonda certezza che la nostra immensa aspettazione non sarebbe stata delusa. Su Costantinopoli, infatti, non ci son dubbi; anche il viaggiatore più diffidente ci va sicuro del fatto suo; nessuno ci ha mai provato un disinganno. E non c’entra il fascino delle grandi memorie e la consuetudine dell’ammirazione. È una bellezza universale e sovrana, dinanzi alla quale il poeta e l’archeologo, l’ambasciatore e il negoziante, la principessa e il marinaio, il figlio del settentrione e il figlio del mezzogiorno, tutti hanno messo un grido di meraviglia. È il più bel luogo della terra a giudizio di tutta la terra. Gli scrittori di viaggi, arrivati là, perdono il capo. Il Perthusier balbetta, il Tournefort dice che la lingua umana è impotente, il Pouqueville crede d’esser rapito in un altro mondo, il La Croix è innebriato, il visconte di Marcellus rimane estatico, il Lamartine ringrazia Iddio, il Gautier dubita della realtà di quello che vede; e tutti accumulano immagini sopra immagini, fanno scintillare lo stile e si tormentano invano per trovare un’espressione che non riesca miseramente al disotto del proprio pensiero. Il solo Chateaubriand descrive la sua entrata in Costantinopoli con un’apparenza di tranquillità d’animo che reca stupore; ma non tralascia di dire che è il più bello spettacolo dell’universo; e se la celebre Lady Montague, pronunziando la stessa sentenza, ci premette un forse, è da credersi che l’abbia fatto per lasciare tacitamente il primo posto alla propria bellezza, della quale si dava molto pensiero. C’è persino un freddo tedesco, il quale dice che le più belle illusioni della gioventù e i sogni stessi del primo amore sono pallide immagini in confronto del senso di dolcezza che invade l’anima alla vista di quei luoghi fatati; e un dotto francese afferma che la prima impressione che fa Costantinopoli è lo spavento. Immagini chi legge il ribollimento che dovevano produrre tutte queste parole di foco, cento volte ripetute, nel cervello d’un bravo pittore di ventiquattr’anni, e in quello d’un cattivo poeta di vent’otto! Ma nemmeno queste lodi illustri di Costantinopoli ci bastavano, e cercavamo le testimonianze dei marinai. E anch’essi, povera gente rozza, per dare un’idea di quella bellezza, sentivano il bisogno d’esprimersi con qualche similitudine o parola straordinaria, e la cercavano volgendo gli occhi qua e là e stropicciando le dita, e facevano dei tentativi di descrizione con quel suono di voce che par che venga di lontano e quei gesti larghi e lenti con cui la gente del popolo esprime la meraviglia quando non le bastano le parole. – Entrare con una bella mattinata in Costantinopoli –, ci disse il capo dei timonieri –, credete a me, signori: è un bel momento nella vita d’un uomo.
Anche il tempo ci sorrideva; era una notte serena e tepida; il mare accarezzava con un mormorìo leggerissimo i fianchi del bastimento; gli alberi e i più minuti cordami si disegnavano netti ed immobili sul cielo coperto di stelle; non pareva nemmeno che si navigasse. A prora v’era una folla di turchi sdraiati che fumavano beatamente il loro narghilè col viso rivolto alla luna, la quale faceva un contorno d’argento ai loro turbanti bianchi; a poppa un visibilio di gente d’ogni paese, fra cui una compagnia famelica di commedianti greci che s’erano imbarcati al Pireo. Vedo ancora, in mezzo a una nidiata di bambine russe che vanno a Odessa con la madre, il visetto della piccola Olga, tutta meravigliata ch’io non capisca la sua lingua e indispettita d’avermi fatto tre volte la medesima domanda senza ottenere una risposta intelligibile. Ho da una parte un grosso e sucido prete greco, col cappello a staio rovesciato, che cerca col cannocchiale l’arcipelago di Marmara; dall’altra un ministro evangelico inglese, rigido e freddo come una statua, che in tre giorni non ha ancora detto una parola né guardato in faccia anima viva; davanti, due belle signorine ateniesi colla berrettina rossa e le trecce giù per le spalle, che appena uno le guarda, si voltano tutte due insieme verso il mare per farsi vedere di profilo; un po’ più in là un negoziante armeno che fa scorrere tra le dita le pallottoline del rosario orientale, un gruppo d’ebrei vestiti del costume antico, degli albanesi colle sottanine bianche, un’istitutrice francese che fa la malinconica, qualcuno di quei soliti viaggiatori di nessuna tinta, che non si capisce di che paese siano nè che mestiere facciano; e in mezzo a questa gente, una piccola famiglia turca composta d’un babbo in fez, d’una mamma velata e di due bambine coi calzoncini, tutti e quattro accovacciati sotto una tenda, a traverso un mucchio di materasse e di cuscinetti variopinti, in mezzo a una corona di carabattole d’ogni forma e d’ogni colore.
Come si sentiva la vicinanza di Costantinopoli! C’era una vivacità insolita. Quasi tutti i visi, che s’intravvedevano al lume delle lanterne, erano visi allegri. Le bambine russe saltellavano intorno alla madre gridando l’antico nome russo di Stambul: – Zavegorod! Zavegorod! – Passando accanto ai crocchi, si udivano qua e là i nomi di Galata, di Pera, di Scutari, di Bujukderé, di Terapia, che luccicavano alla mia fantasia come le prime scintille d’un grande foco d’artifizio sul punto d’accendersi. Anche i marinai erano contenti d’avvicinarsi a quel luogo dove, com’essi dicevano, si dimenticano almeno per un’ora tutte le noie della vita. Persino a prora, in mezzo a quel biancume di turbanti, c’era un movimento straordinario: anche quei mussulmani pigri e impassibili vedevano già cogli occhi della immaginazione ondulare all’orizzonte i fantastici contorni di Ummelunià, la madre del mondo, «la città», come dice il Corano, «di cui un lato guarda la terra e due guardano il mare.» Pareva che il bastimento, anche senza la forza motrice del vapore, avrebbe dovuto andare innanzi da sé, spinto dall’impeto dei desideri e delle impazienze che fremevano sulle sue tavole. Di tratto in tratto mi appoggiavo al parapetto per guardare in mare, e mi pareva che cento voci confuse mi parlassero col mormorio delle acque. Erano tutte le persone che mi amano, che dicevano: Va, va, figliuolo, fratello, amico, va; va a goderti la tua Costantinopoli; te la sei guadagnata, sii felice, e Dio t’accompagni.
Soltanto verso la mezzanotte i viaggiatori cominciarono a scendere sottocoperta. Il mio amico ed io scendemmo gli ultimi e a passo di formica, perché ci ripugnava d’andare a chiudere fra quattro pareti un’allegrezza a cui pareva angusto il circuito della Propontide. Quando fummo a metà della scaletta sentimmo la voce del capitano che ci invitava a salire la mattina seguente sul ponte riserbato al comando. – Siano su prima del levar del sole, – gridò affacciandosi alla botola –; faccio buttare in mare chi ritarda.
Una minaccia più superflua non è mai stata fatta dopo che mondo è mondo. Io non chiusi occhio. Credo che il giovane Maometto II, in quella famosa notte di Adrianopoli, in cui disfece il letto a furia di voltarsi e di rivoltarsi, agitato dalla visione della città di Costantino, non abbia fatto tanti rivoltoloni quanti ne feci io nella mia cuccetta in quelle quattr’ore d’aspettazione. Per dominare i miei nervi, provai a contare fino a mille, a tener l’occhio fisso sulle ghirlande bianche che l’acqua rotta dal bastimento sollevava intorno all’occhio del mio camerino, a canterellare delle ariette cadenzate sul rumore monotono della macchina a vapore; ma era inutile. Avevo la febbre, mi sentivo mancare il respiro e la notte mi pareva eterna. Appena vidi un barlume di giorno, saltai giù; Yunk era già in piedi; ci vestimmo in furia, e salimmo in tre salti sopra coperta.
Maledizione!
C’era la nebbia.
Una nebbia fitta copriva l’orizzonte da tutte le parti; pareva imminente la pioggia; il
grande spettacolo dell’entrata in Costantinopoli era perduto; il nostro più ardente desiderio, deluso; il viaggio in una parola, sciupato!
Io rimasi annichilito.
In quel punto comparve il capitano col suo solito sorrisetto sulle labbra.
Non ci fu bisogno di parlare; appena ci vide, capì, e battendoci una mano sulla spalla,
disse in tuono di consolazione:
– Niente, niente. Non si sgomentino, signori. Benedicano anzi questa nebbia. In grazia
della nebbia loro faranno la più bella entrata in Costantinopoli che abbiano mai potuto desiderare. Fra due ore avremo un sereno meraviglioso. Riposino sulla mia parola.
Mi sentii tornare la vita.
Salimmo sul ponte del Comando.
A prora tutti i turchi erano già seduti a gambe incrociate sui loro tappeti, col viso
rivolto verso Costantinopoli. In pochi minuti tutti gli altri viaggiatori usciron fuori, armati di cannocchiali d’ogni forma, e si appoggiarono, stesi in una lunga fila, al parapetto di sinistra, come alla balaustrata d’una galleria di teatro. Tirava un’arietta fresca; nessuno parlava. Tutti gli occhi e tutti i cannocchiali si rivolsero a poco a poco verso la riva settentrionale del mare di Marmara. Ma non si vedeva ancor nulla.
La nebbia però non formava che una fascia biancastra all’orizzonte, sopra la quale splendeva il cielo sereno e dorato.
Diritto dinanzi a noi, nella direzione della prora, appariva confusamente il piccolo arcipelago delle nove Isole dei Principi, le Demonesi degli antichi, luogo di piaceri della Corte al tempo del Basso Impero, ed ora luogo di ritrovo e di festa degli abitanti di Costantinopoli.
Le due rive del mar di Marmara erano ancora completamente nascoste.
Soltanto dopo un’ora che s’era sul ponte si vide…
Ma è impossibile intender bene la descrizione dell’entrata in Costantinopoli, se non si
ha chiara nella mente la configurazione della città. Supponga il lettore d’aver davanti a sè l’imboccatura del Bosforo, il braccio di mare che separa l’Asia dall’Europa e congiunge il mar di Marmara col mar Nero. Stando così s’ha la riva asiatica a destra e la riva europea a sinistra; di qui l’antica Tracia, di là l’antica Anatolia. Andando innanzi, infilando cioè il braccio di mare, si trova a sinistra, appena oltrepassata l’imboccatura, un golfo, una rada strettissima, la quale forma col Bosforo un angolo quasi retto, e si sprofonda per parecchie miglia nella terra europea, incurvandosi a modo di un corno di bue; donde il nome di Corno d’oro, ossia corno dell’abbondanza, perché v’affluivano, quand’era porto di Bisanzio, le ricchezze di tre continenti. Nell’angolo di terra europea, che da una parte è bagnato dal mar di Marmara e dall’altra dal Corno d’oro, dov’era l’antica Bisanzio, s’innalza, sopra sette colline, Stambul, la città turca. Nell’altro angolo, bagnato dal Corno d’oro e dal Bosforo, s’innalzano Galata e Pera, le città franche. In faccia all’apertura del Corno d’oro, sopra le colline della riva asiatica, sorge la città di Scutari. Quella, dunque, che si chiama Costantinopoli, è formata da tre grandi città divise dal mare, ma poste l’una in faccia all’altra, e la terza in faccia alle due prime, e tanto vicine tra loro, che da ciascuna delle tre rive si vedono distintamente gli edifizi delle altre due, presso a poco come da una parte all’altra della Senna e del Tamigi nei punti dove sono più larghi a Parigi e a Londra. La punta del triangolo su cui s’innalza Stambul, ritorta verso il Corno d’oro, è quel famoso Capo del Serraglio, il quale nasconde fino all’ultimo momento, agli occhi di chi viene dal mar di Marmara, la vista delle due rive del Corno, ossia la parte più grande e più bella di Costantinopoli.
Fu il Capitano del bastimento, che col suo occhio di marinaio scoperse per il primo il primo barlume di Stambul.
Le due signore ateniesi, la famiglia russa, il ministro inglese, Yunk, io ed altri, che andavamo tutti a Costantinopoli per la prima volta, stavamo intorno a lui stretti in un gruppo, silenziosi, stancandoci gli occhi inutilmente sopra la nebbia, quand’egli stese il braccio a sinistra, verso la riva europea, e gridò: – Signori, ecco il primo spiraglio.
Era un punto bianco, la sommità d’un minareto altissimo, di cui la parte di sotto rimaneva ancora nascosta. Tutti vi appuntarono su i cannocchiali e si misero a frugare cogli occhi in quel piccolo squarcio della nebbia come per farlo più largo. Il bastimento filava rapidamente. Dopo pochi minuti, si vide accanto al minareto una macchia incerta, poi due, poi tre, poi molte che a poco a poco prendevano il contorno di case, e la fila s’allungava, s’allungava. Dinanzi a noi e sulla nostra destra, tutto era ancora coperto dalla nebbia. Quella che s’andava scoprendo allora, era la parte di Stambul che s’allunga, formando un arco di circa quattro miglia italiane, sulla riva settentrionale del mar di Marmara, fra il Capo del Serraglio e il Castello delle Sette Torri. Ma tutta la collina del Serraglio era ancora velata. Dietro le case spuntavano l’un dopo l’altro i minareti, altissimi e bianchi, e le loro sommità, illuminate dal sole, erano color di rosa. Sotto le case cominciavano a scoprirsi le vecchie mura merlate, di color fosco, rafforzate, a distanze eguali, da grosse torri, che formano intorno a tutta la città una cintura non interrotta, contro la quale si rompono le onde del mare. In poco tempo rimase scoperto un tratto di città lungo due miglia; ma, dico il vero, lo spettacolo non corrispondeva alla mia aspettazione. Eravamo nel punto in cui il Lamartine domandò a sè stesso: – È questa Costantinopoli? – e gridò: – Che delusione! – Le colline erano ancora nascoste, non si vedeva che la riva, le case formavano una sola fila lunghissima, la città pareva tutta piana. – Capitano! – esclamai anch’io –; è questa Costantinopoli? – Il capitano m’afferrò per un braccio, e accennando colla mano dinanzi a sé: – Uomo di poca fede! – gridò –; guardi lassù. – Guardai! e mi fuggì un’esclamazione di stupore. Un’ombra enorme, una mole altissima e leggiera, ancora coperta da un velo vaporoso, si sollevava al cielo dalla sommità d’un’altura, e rotondeggiava gloriosamente nell’aria, in mezzo a quattro minareti smisurati e snelli, di cui le punte inargentate scintillavano ai primi raggi del sole. – Santa Sofia! – gridò un marinaio; e una delle due signore ateniesi disse a bassa voce: – Hagia Sofia! (La santa sapienza). I turchi a prora s’alzarono in piedi. Ma già dinanzi e accanto alla grande basilica, si sbozzavano a traverso la nebbia altre cupole enormi, e minareti fitti e confusi come una foresta di gigantesche palme senza rami – La moschea del Sultano Ahmed! – gridava il capitano, accennando –; la moschea di Bajazet, la moschea d’Osman, la moschea di Laleli, la moschea di Solimano. Ma nessuno lo sentiva più. Il velo si squarciava rapidamente, e da ogni parte balzavan fuori moschee, torri, mucchi di verzura, case su case; e più andavamo innanzi, più la città s’alzava e mostrava più distinti i suoi grandi contorni rotti, capricciosi, bianchi, verdi, rosati, scintillanti; e la collina del serraglio disegnava già intera la sua forma gentile sopra il fondo grigio della nebbia lontana. Quattro miglia di città, tutta la parte di Stambul che guarda il mare di Marmara, si stendeva dinanzi a noi, e le sue mura fosche e le sue case di mille colori si riflettevano nell’acqua terse e nitide come in uno specchio.
A un tratto il bastimento si fermò.
Tutti s’affollarono intorno al capitano domandando perché. Egli ci spiegò che per andare innanzi bisognava aspettare che svanisse la nebbia. La nebbia, infatti, nascondeva ancora l’imboccatura del Bosforo come una fitta cortina. Ma dopo meno d’un minuto, si poté proseguire, andando però cautissimamente.
Ci avvicinavamo alla collina dell’antico serraglio.
Qui la curiosità mia e di tutti diventò febbrile.
– Si volti in là –, mi disse il capitano – e aspetti a guardare quando tutta la collina ci sia
davanti.
Mi voltai e fissai gli occhi sopra uno sgabello che mi pareva che ballasse.
– Eccoci! – esclamò il Capitano dopo qualche momento.
Mi voltai. Il bastimento s’era fermato.
Eravamo in faccia alla collina, vicinissimi.
È una grande collina tutta vestita di cipressi, di terebinti, d’abeti e di platani
giganteschi, che spingono i rami fuori delle mura merlate fino a far ombra sul mare; e in mezzo a questo mucchio di verzura s’alzano disordinatamente, separati e a gruppi, come sparsi a caso, cime di chioschi, padiglioncini coronati di gallerie, cupolette inargentate, piccoli edifizii di forme gentili e strane, colle finestre ingraticolate e le porte a rabeschi; tutto bianco, piccino, mezzo nascosto, che lascia indovinare un labirinto di giardini, di corridoi, di cortili, di recessi; un’intera città chiusa in un bosco; separata dal mondo, piena di mistero e di tristezza. In quel momento vi batteva su il sole, ma la ricopriva ancora un velo leggerissimo. Non vi si vedeva nessuno, non vi si sentiva il più leggiero rumore. Tutti i viaggiatori stavano là cogli occhi fissi su quel colle coronato dalle memorie di quattro secoli di gloria, di piaceri, d’amori, di congiure e di sangue; reggia, cittadella e tomba della grande monarchia ottomana; e nessuno parlava, nessuno si moveva. Quando a un tratto il secondo del bastimento gridò: – Signori, si vede Scutari!
Ci voltammo tutti verso la riva asiatica. Scutari, la Città d’oro, era là sparsa a perdita
d’occhi sulle sommità e per i fianchi delle sue grandi colline, velata dai vapori luminosi del mattino, ridente, fresca come una città sorta allora al tocco d’una verga fatata. Chi può descrivere quello spettacolo? Il linguaggio con cui descriviamo le città nostre non serve a dare una idea di quella immensa varietà di colori e di prospetti, di quella meravigliosa confusione di città e di paesaggio, di gaio e d’austero, d’europeo, d’orientale, di bizzarro, di gentile, di grande! S’immagini una città composta di diecimila villette gialle e purpuree, e di diecimila giardini lussureggianti di verde, in mezzo a cui s’alzano cento moschee candide come la neve; di sopra, una foresta di cipressi enormi: il più grande cimitero dell’Oriente; alle estremità, smisurate caserme bianche, gruppi di case e di cipressi, villaggetti raccolti sui poggi, dietro ai quali ne spuntano altri mezzo nascosti fra la verzura; e per tutto cime di minareti e sommità di cupole biancheggianti fino a mezzo il dorso d’una montagna che chiude come una gran cortina l’orizzonte; una grande città sparpagliata in un immenso giardino, sopra una riva qui rotta da burroni a picco, vestiti di sicomori, là digradante in piani verdi, aperta in piccoli seni pieni d’ombra e di fiori; e lo specchio azzurro del Bosforo che riflette tutta questa bellezza.
Mentre stavo guardando Scutari, il mio amico mi toccò col gomito per annunziarmi che aveva scoperto un’altra città. E vidi infatti, voltandomi verso il mar di Marmara, sulla stessa riva asiatica, al di là di Scutari, una lunghissima fila di case, di moschee e di giardini dinanzi a cui era passato il bastimento, e che fino allora eran rimasti nascosti dalla nebbia. Col cannocchiale si discernevano benissimo i caffè, i bazar, le case all’europea, gli scali, i muri di cinta degli orti, le barchette sparse lungo la riva. Era Kadi-Kioi, il villaggio dei giudici, posto sulle rovine dell’antica Calcedonia, già rivale di Bisanzio; quella Calcedonia fondata seicento ottantacinque anni prima di Cristo dai Megaresi, ai quali fu dato dall’oracolo di Delfo il soprannome di ciechi per avere scelto quel sito invece della riva opposta dove sorge Stambul. – E tre città – ci disse il Capitano –; le contino sulle dita perchè a momenti ne salteranno fuori delle altre.
Il bastimento era sempre immobile fra Scutari e la collina del Serraglio. La nebbia nascondeva affatto il Bosforo da Scutari in là, e tutta Galata e tutta Pera che stavano dinanzi a noi. Ci passavano accanto dei barconi, dei vaporini, dei caicchi, dei piccoli legni a vela; ma nessuno li guardava. Tutti gli occhi erano fissi sulla cortina grigia che copriva la città franca. Io fremevo d’impazienza e di piacere. Ancora pochi momenti, e lo spettacolo meraviglioso, che strappa un grido dall’anima! Appena potevo tener fermo agli occhi il canocchiale, tanto mi tremava la mano. Il capitano mi guardava, pover’uomo, e godeva della mia emozione, e fregandosi le mani esclamava:
– Ci siamo! ci siamo!
Finalmente incominciarono ad apparire dietro al velo prima delle macchie bianchiccie, poi il contorno vago d’una grande altura, poi uno sparso e vivissimo luccichio di vetrate percosse dal sole, e infine Galata e Pera in piena luce, un monte, una miriade di casette di tutti i colori, le une sulle altre; una città altissima coronata di minareti, di cupole e di cipressi; sulla sommità i palazzi monumentali delle Ambasciate, e la gran torre di Galata; ai piedi il vasto arsenale di Tophanè e una foresta di bastimenti; e diradando sempre la nebbia, la città s’allungava rapidamente dalla parte del Bosforo, e balzavano fuori borghi dietro borghi, distesi dall’alto dei colli fino al mare, vasti, fitti, picchiettati di bianco dalle moschee; file di bastimenti, piccoli porti, palazzi a fior d’acqua, padiglioni, giardini, chioschi, boschetti; e confusi nella nebbia lontana, altri borghi di cui si vedevano soltanto le sommità dorate dal sole; uno sbarbaglio di colori, un rigoglio di verde, una fuga di vedute, una grandezza, una delizia, una grazia da far prorompere in esclamazioni insensate. Sul bastimento tutti erano a bocca aperta: viaggiatori, marinai, turchi, europei, bambini. Non si sentiva uno zitto. Non si sapeva più da che parte guardare. Avevamo da una parte Scutari e Kadi-Kioi; dall’altra la collina del Serraglio; in faccia Galata, Pera, il Bosforo. Per vedere ogni cosa, bisognava girare sopra sè stessi; e giravano, lanciando da tutte le parti degli sguardi fiammeggianti, e ridendo e gesticolando senza parlare, con un piacere che ci soffocava. Che bei momenti, Dio eterno!
Eppure, il più grande e il più bello rimaneva da vedere. Noi eravamo ancora immobili al di qua della punta del Serraglio; senza oltrepassare la quale non si può vedere il Corno d’oro, e la più meravigliosa veduta di Costantinopoli è sul Corno d’oro. – Signori, stiano attenti – esclamò il capitano prima di dar l’ordine d’andare avanti; – ora viene il momento critico. In tre minuti siamo in faccia a Costantinopoli!
Provai un senso di freddo.
Si aspettò qualche altro momento.
Ah! come mi saltava il cuore! Con che febbre nell’anima aspettavo quella benedetta
parola: – Avanti!
– Avanti! – gridò il capitano.
Il bastimento si mosse.
Andiamo! Re, principi, Cresi, potenti e fortunati della terra, in quel momento io ebbi
compassione di voi; il mio posto sul bastimento valeva tutti i vostri tesori, e non avrei venduto un mio sguardo per un impero.
Un minuto – un altro minuto – si passa la punta del Serraglio – intravvedo un enorme spazio pieno di luce e un’immensità di cose e di colori – la punta è passata… Ecco Costantinopoli! Costantinopoli sterminata, superba, sublime! Gloria alla creazione ed all’uomo! Io non avevo sognato questa bellezza!
Ed ora descrivi, miserabile! profana con la tua parola questa visione divina! Chi osa descrivere Costantinopoli? Chateaubriand, Lamartine, Gautier, che cosa avete balbettato? Eppure, le immagini e le parole s’affollano alla mente e fuggono dalla penna. Vedo, parlo, scrivo, tutto ad un tempo, senza speranza, ma con una voluttà che m’inebria. Vediamo dunque. Il Corno d’oro, diritto dinanzi a noi, come un largo fiume; e sulle due rive, due catene d’alture su cui s’innalzano e s’allungano due catene parallele di città, che abbracciano otto miglia di colli, di vallette, di seni, di promontori; cento anfiteatri di monumenti e di giardini; una doppia immensa gradinata di case, di moschee, di bazar, di serragli, di bagni, di chioschi, svariati di colori infiniti; in mezzo ai quali migliaia di minareti dalla punta lucente s’alzano al cielo come smisurate colonne d’avorio; e sporgono boschi di cipressi che discendono in strisce cupe dalle alture al mare, inghirlandando sobborghi e forti; e una possente vegetazione sparsa si rizza e ribocca da ogni parte, impennacchia le cime, serpeggia fra i tetti e si curva sulle sponde. A destra, Galata con dinanzi una selva di antenne e di bandiere; sopra Galata, Pera che disegna sul cielo i possenti contorni dei suoi palazzi europei; dinanzi, un ponte che unisce le due rive, corso da due opposte folle variopinte; a sinistra, Stambul, distesa sulle sue larghe colline, ognuna delle quali sorregge una moschea gigantesca dalla cupola di piombo e dalle guglie d’oro: Santa Sofia, bianca e rosata; Sultano Ahmed, fiancheggiata da sei minareti; Solimano il Grande, coronata di dieci cupole; Sultana Validè, che si specchia nelle acque; sulla quarta collina, la moschea di Maometto II; sulla quinta, la moschea di Selim; sulla sesta, il serraglio di Tekyr; e al disopra di tutte le altezze, la torre bianca del Seraschiere che domina le rive dei due continenti dai Dardanelli al mar Nero. Di là dalla sesta collina di Stambul e di là da Galata non si vedono più che profili vaghi, punte di città e di sobborghi, scorci di porti, di flotte e di boschi, quasi svaniti in una atmosfera azzurrina, che non paiono più cose reali, ma inganni dell’aria e della luce. Come afferrare i particolari di questo quadro prodigioso? Lo sguardo si fissa per qualche momento sulle rive vicine, sopra una casetta turca o sopra un minareto dorato; ma subito si rilancia in quella profondità luminosa e spazia a caso fra quelle due fughe di città fantastiche, seguito a stento dalla mente sbalordita. Una maestà infinitamente serena è diffusa su tutta quella bellezza: un non so che di giovanile e d’amoroso, che risveglia mille rimembranze di racconti di fate e di sogni primaverili; un che d’aereo, d’arcano e di grande, che rapisce la fantasia fuori del vero. Il cielo, sfumato a finissime tinte opaline ed argentee, contorna con una nettezza meravigliosa tutte le cose; il mare, color di zaffiro, tutto picchiettato di gavitelli porporini, fa tremolare i lunghi riflessi bianchi dei minareti; le cupole scintillano; tutta quella immensa vegetazione s’agita e freme all’aria della mattina; nuvoli di colombi svolazzano intorno alle moschee; migliaia di caicchi dipinti e dorati guizzano sulle acque; il venticello del Mar Nero porta i profumi di dieci miglia di giardini; e quando inebriati da questo paradiso, e già dimentichi d’ogni altra cosa, ci si volta indietro, si vede con un sentimento nuovo di meraviglia la riva dell’Asia che chiude il panorama colla bellezza pomposa di Scutari e colle cime nevose dell’Olimpo di Bitinia; il mar di Marmara sparso d’isolette e biancheggiante di vele; e il Bosforo coperto di navi, che serpeggia fra due file interminabili di chioschi, di palazzi e di ville, e si perde misteriosamente in mezzo alle più ridenti colline dell’Oriente. Ah sì! Questo è il più bello spettacolo della terra; chi lo nega è ingrato a Dio e ingiuria la creazione; una più grande bellezza soverchierebbe i sensi dell’uomo!
Passata la prima emozione, guardai i viaggiatori: tutte le facce erano mutate. Le due signore ateniesi avevano gli occhi inumiditi; la signora russa, nel momento solenne, s’era stretta sul cuore la piccola Olga; persino il freddo prete inglese faceva sentire per la prima volta la sua voce, esclamando di tratto in tratto: – wonderful! wonderful! – (stupendo stupendo!).
Il bastimento s’era fermato poco lontano dal ponte; in pochi minuti vi si radunò intorno un visibilio di barchette e irruppe sopra coperta una folla di facchini turchi, greci, armeni ed ebrei, che bestemmiando un italiano dell’altro mondo, s’impadronirono delle nostre robe e delle nostre persone.
Dopo un tentativo inutile di resistenza, diedi un abbraccio al capitano, un bacio a Olga, un addio a tutti e scesi col mio amico in un caicco a quattro remi, che ci condusse alla dogana, di dove ci arrampicammo per un labirinto di stradicciuole fino all’albergo di Bisanzio, sulla sommità della collina di Pera.


Editoria: “La casa delle ombre” – Il nuovo romanzo di Rosalia Lodato

Breve estratto

“Mi appoggiai con le spalle a una colonna e all’improvviso vidi uno stormo di uccelli neri che si alzò in volo.
Erano corvi che volavano all’impazzata, svolazzando proprio a poca distanza dai miei compagni impedendo loro di avvicinarsi e di fatto, crearono una barriera fra me e loro. Io mi tenevo con le mani saldamente attaccata alla balaustra in pietra e guardavo la scena. Tutto prese all’improvviso un altro ritmo e rallentò. Le ali dei corvi si mossero lentamente, Nicholas impiegò un’eternità per alzare la gamba e appoggiare il piede a terra, la polvere alzata dallo scalpiccio dei piedi ricadde a terra formando una spessa coltre. Anche i suoni rallentarono, incupendosi. Sentivo il battito del mio cuore rimbombarmi nelle orecchie e dal nulla prese consistenza la figura di una donna.”

La casa delle ombre è la storia di una donna, Agata, che è costretta a scappare dal proprio paese da un cacciatore di streghe e per sopravvivere agli stereotipi creati dagli uomini, cambia innumerevoli volte vita e pelle.
In seguito, dovrà adeguarsi alle più inverosimili situazioni pur di trovare il suo posto nella società, infatti arriva a Londra e si traveste da uomo per trovare lavoro.
La casa in cui serve come maggiordomo, però, nasconde dei misteri, e la presenza che la abita si impadronisce della sua volontà, costringendola a scrivere una storia che dovrebbe restare ignota agli uomini.
La casa delle ombre è la storia di un tormento e la ricerca di una liberazione.

Durante il suo percorso incontrerà tante maschere e pochi volti, tanti personaggi con doppie personalità e, come in un continuo gioco di specchi, nessuno è quello che dice di essere.
Sta alla protagonista saper vedere oltre le apparenze per scoprire chi le è amico e chi invece trama alle sue spalle. I colpi di scena sono innumerevoli, come i personaggi, che sono i coprotagonisti delle vicende che si svilupperanno tra cielo e terra, tra magia e realtà.
Quando la vita di Agata giunge al termine, le vicende che la riguardano sopravvivono alla sua morte e il tarlo che tormentava la sua mente si impossessa della volontà di sua nipote, e tutto si ripeterà ancora ed ancora.

BIOGRAFIA di Rosalia Lodato

Rosalia Lodato

Rosalia Lodato nasce a Cava de’ Tirreni, una cittadina in provincia di Salerno, il 5 ottobre 1967.
Compie studi tecnici ma non abbandona mai la sua passione per la lettura.
Grande appassionata di libri gialli e fantasy, è autrice di:
–  Il maligno (Pav edizioni)
–  Nemesi, la gemella dimenticata (Altromondo editore)
–  La morte può attendere, la lunga vita della regina Nebet (Altromondo editore)

Il romanzo La casa delle ombre di Rosalia Lodato è stato pubblicato dalla Casa Editrice GPM Edizioni, 202 le pagine.
È pubblicato anche su tutte le migliori piattaforme online, in versione cartacea e formato digitale.


Sara Bontempi
Redattrice editoriale 

Travel Blogger: https://www.iriseperiplotravel.com
Staff Radio Nord Borealis: https://www.radionordborealis.it/ 

A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti.Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

Editoria: “Il codice di Bianzano e i templari nella bergamasca” – Il nuovo romanzo di Luigi Fiorentini

Breve estratto

“Qualcuno, in quel preciso momento, suonò al citofono.
Il marito, che stava seduto su una sedia e chinato verso il camino, si alzò e andò ad aprire, senza neppure chiedersi chi fosse dietro la porta. Aperto l’uscio di casa, vide davanti a sé un uomo robusto, sulla trentina; quest’ultimo, senza pensarci neppure un attimo, spinse con inaudita violenza l’anziano verso l’interno e irruppe bruscamente in casa, seguito da altri tre individui: due uomini e una donna. L’ultimo dei quattro balordi, chiuse la porta alle sue spalle e, com’era evidente da quella loro inspiegabile incursione, cominciarono a minacciare i due anziani con coltelli e bastoni. Ciò che parve più strano agli anziani coniugi, fu il fatto che nessuno di loro aveva mai visto prima di allora quegli inquietanti individui; così come anche questi ultimi non conoscevano assolutamente i padroni di casa.”

“Il codice di Bianzano e i templari nella bergamasca” di Luigi Fiorentini è un romanzo esoterico ambientato nel territorio bergamasco; in esso, a quelli espressamente drammatici si alternano contenuti fantastici.
L’opera inizia con un episodio risalente al 1312.
A distanza di settecento anni, però, una bambina di nome Ester scorge un’antica pergamena nei pressi di una chiesetta; la estrae e la porta con sé, a casa.
La perfida madre di una sua compagna di scuola, essendo un’adepta di una setta dedita a pratiche occulte pure alla ricerca di quella pergamena, comunica al suo sacerdote nero di sapere dove si trova quel prezioso oggetto.
Qualche anno dopo, Ester si trasferisce in Francia, con i suoi genitori.

Passati nove lunghi anni, ed essendo diventata già una giovane donna, un giorno Ester lascia incustodita la pergamena e suo padre la scopre.
Costui, Tarcisio, essendo un ex cavaliere Templare, aiuterà la figlia a decriptare il codice contenuto nella pergamena.
Nell’agosto del 2022, tornati nella loro terra d’origine per un periodo di vacanza, in Val Cavallina, ne approfittano per recarsi nei luoghi indicati sulla pergamena.
Dopo lunghe e accurate ricerche, riescono finalmente a decifrare quel codice segreto scoprendo, così, il luogo esatto in cui sarebbe conservata una sacra reliquia.
Essendo però perseguitati da quella setta, che vuole impossessarsi a ogni costo della misteriosa pergamena, Ester e Tarcisio, al fine di risolvere quanto prima quella pericolosa situazione, escogitano un piano davvero geniale.
Nel corso dei successivi e ultimi capitoli, una serie di situazioni impreviste e colpi di scena animeranno intensamente il resto della narrazione.

BIOGRAFIA di Luigi Fiorentini

Luigi Fiorentini, nato a San Biagio Platani in provincia di Agrigento nel 1967, è compositore, scrittore e didatta.
Ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi di Composizione, collabora con un periodico di arte e ha pubblicato molti lavori musicali.
Dal 1996 vive nella bergamasca dove insegna musica e scrittura creativa.
Sue opere letterarie sono:
La musica nell’anima (2013) eI doni del fantasma (2018) con Sensoinverso Edizioni – Ravenna
Il fantasma di Osio (2016) con Arduino Sacco Editore – Roma
L’altra faccia della musica (2018) con Herkules Books – Policoro
Ritornano i fantasmi del presente (2017), Nel mistero, fra tenebre e luce (2020) e Incontro con un angelo(2022) con Editrice GDS.

Il romanzo Il codice di Bianzano e i templari nella bergamasca di Luigi Fiorentini è stato pubblicato da Editrice GDS, 262 le pagine.
È pubblicato anche su tutte le migliori piattaforme online, in versione cartacea e formato digitale.


Sara Bontempi
Redattrice editoriale 

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Editoria: “Il peso del dubbio” – Il nuovo romanzo dello scrittore Federico Li Calzi

“IL PESO DEL DUBBIO”: ARRIVA IN LIBRERIA IL NUOVO ROMANZO DI FEDERICO LI CALZI

Dopo il romanzo d’esordio “Nove Periodico”, lo scrittore Federico Li Calzi torna con una nuova storia avvincente ambientata tra la Sicilia e Roma, con la prefazione del giornalista Gaetano Savatteri.Un romanzo di formazione che apre una riflessione su temi di grande attualità: il ruolo della famiglia, la solitudine, il carrierismo, la mafia, la morte e l’amore.

A distanza di qualche anno dal primo romanzo, Federico Li Calzi torna torna ad affacciarsi nel panorama letterario con una prosa che sconfina nella poesia. Il risultato, definito da alcuni critici un capolavoro letterario, è il libro dal titolo Il peso del dubbio” edito da Medinova. Una storia avvincente, tra descrizioni dettagliate, idiomi ricercati e metafore, come è nello stile dello scrittore che ancora una volta trae ispirazione dalle contraddizioni ma anche dalla bellezza della propria terra.

Diviso in quattro atti ben delineati, il libro ci conduce attraverso un arco temporale che abbraccia l’intera vita del protagonista, Giulio.

Ogni atto presenta una conclusione autonoma, raccontando storie che, sebbene indipendenti, sono sempre legate alle sue esperienze. L’autore ripercorre gli anni che hanno visto la Sicilia nel mirino della mafia.

Al centro della storia è una famiglia che sceglie la ‘giustizia’ come professione e come habitus mentale ma che è costretta alla difesa da poteri occulti che vedono oltre le apparenze e possono colpire come e quando vogliono.

Il dubbio diventa un peso quando gli effetti del proprio operato coinvolgono altri che nel loro sacro diritto ad una vita serena si ritrovano ‘perseguitati’ da chi ha scelto la criminalità e non vuole pagarne le conseguenze. Attraverso le esperienze di Giulio, lo scrittore esplora la scelta di vita del protagonista, che abbraccia l’eredità educativa del padre, giudice di grande calibro costretto a compiere una scelta difficile per una causa contro la malavita, con il timore e la paura di possibili ritorsioni nei confronti della famiglia stessa.

Il libro è un susseguirsi di descrizioni emozionali e suggestive che avvicinano la prosa alla poesia, confermando la vicinanza dell’autore a questa forma letteraria.

Il romanzo trascina il lettore in un vortice di sentimenti contrastanti, immergendolo nelle dinamiche familiari, nelle tensioni politiche e nelle lotte contro il male che permeano la trama.

Di certo Federico Li Calzi conferma attraverso questa nuova pubblicazione il talento nell’evocare atmosfere intense e nel delineare personaggi complessi che lottano con le proprie scelte e i propri desideri.

La sua forza risiede nella capacità di saper comunicare le sensazioni forti di chi vuole vivere con tutto sé stesso, nella contraddizione e nel conflitto, tra sconfitte e sorprese inaspettate.

DICONO DEL LIBRO “IL PESO DEL DUBBIO”

Con una prosa raffinata e un lessico coinvolgente, l’autore riesce a catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime pagine, portandolo a esplorare i labirinti intricati e i segreti di una Sicilia che si confronta con la paura”.

“Un libro in cui niente è lasciato al caso, niente fuori luogo, nessuna forma azzardata nella scrittura che rimane costantemente fluida e comprensiva. Un continuo rimando a situazioni forti, altre emozionali, altre ancora suggestive. Ma anche agli odori degli agrumi e delle zagare”.

LA SINOSSI IN BREVE

Il peso del dubbio ha al centro un tema di grande interesse sociale e culturale: “la relazione tra amore e potere e quanto la dimensione affettiva della vita possa convivere con l’ambizione e i prezzi del potere”. Il romanzo si sviluppa in un lungo arco di vita del personaggio Giulio che perde sempre più il rapporto con moglie, figlio, famiglia in parallelo alle sempre maggiori responsabilità di cariche e potere politico raggiunti. Narrazione fluida, intrigante, linguaggio crudo ed incisivo fanno di questo romanzo un capolavoro letterario.

BIOGRAFIA FEDERICO LI CALZI

Federico Li Calzi

Nato ad Agrigento il 28 Agosto 1981, ha studiato all’Università di Palermo. Vive e lavora a Canicattì (Ag), dove svolge la professione di imprenditore. Membro dell’Accademia Internazionale degli Empedoclei, da sempre si interessa di letteratura, ha ricevuto diversi riconoscimenti Nazionali per la sua attività letteraria. Promotore di diverse Associazioni culturali, fa parte di un attivo “cenacolo” di poeti e scrittori presenti sul territorio. Ha pubblicato per Edizioni Cerrito: “Poetica Coazione”, (2009); “Dittologie Congelate” (2012); “Nove Periodico” (2014); e “Tutto uguale a prima” (2017).


È possibile intervistare lo scrittore o richiedere una copia del libro, al fine di recensire l’opera, scrivendo all’indirizzo mail info@adcommunications.it

CONTATTI UFFICIO STAMPA
AD Communications – Deborah Annolino
Via Odofredo 6, 40136 Bologna |Tel. 0510959972 | Mail. info@adcommunications.it

A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti.Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

Eleonora Coloretti, “Guardare il restauro” – Il metodo oltre la teoria

Gianluigi Colalucci nel 1986 lavora alla ripulitura della volta della Cappella Sistina –
Gianni Giansanti/Gamma-Rapho, tramite Getty Images

“Sono incuriosito ed emozionato, vedo qualcosa che non mi aspettavo”.

Ecco a voi la seduzione del restauro

Sono incuriosito ed emozionato, vedo qualcosa che non mi aspettavo, il colore azzurro, il meraviglioso colore azzurro… È una cosa straordinaria! Il colore azzurro è il colore di Dio secondo Michelangelo, come diceva Vittoria Colonna. In basso sfuma una sorta di crepuscolo, contro il quale si stacca la resurrezione dei morti e il gruppo dei dannati. Beh, ha ritrovato la sua composizione l’affresco… È straordinario. Una cosa straordinaria”.

Federico Zeri

  • Collana Storia dell’arte
  • Anno 2023
  • Pagine 84, con oltre 30 illustrazioni a colori e in b/n
  • Formato 21 x 27 cm, brossura
  • ISBN978-12-80956-10-1

Il libro apre con una prefazione curata da Claudio Strinati e una introduzione dell’autrice, Eleonora Coloretti.

La prima parte del volume è costituita dalle interviste a Gianluigi Colalucci, Carlo Giantomassi e Donatella Zari, Guido Botticelli, Antonio Forcellino.

La seconda parte del volume ripercorre e mette a confronto quattro restauri scelti fra quelli realizzati dai maestri intervistati:

  • La Cappella Sistina – Restauro di Gianluigi Colalucci
  • Giuditta e Oloferne – Restauro di Carlo Giantomassi e Donatella Zari
  • La Madonna del parto – Restauro di Guido Botticelli
  • La Tomba di Giulio II – Restauro di Antonio Forcellino

Sul libro
“Guardare il restauro”
di Eleonora Coloretti
LEGGI ANCHE:

Diana Daneluz, La storia e l’alchimia magica del restauro
in un libro

di Sergio Bertolami

Un libro che non ti emoziona non vale neppure aprirlo, ma se apri un libro come “Guardare il restauro” di Eleonora Coloretti, ricercato ed elegante già nella copertina e nella grafica, sai che dovrà essere letto tutto e attentamente. Pagina dopo pagina t’impegnerà a dipanare il fil rouge dei pensieri e dei ricordi, perché un libro che emoziona suscita sempre dei ricordi: i tuoi di lettore, quelli di chi lo ha scritto e quelli rievocati dai protagonisti. Qui il filo rosso è lo spirito sottile di cui è tessuta una professione, fatta di vicende personali ed esperienze, che hanno plasmato scienza e coscienza. «Da restauratrice professionista – scrive l’autrice – in questi anni ho sentito crescere il bisogno di indagare nel profondo il concetto di “Restauro” ed ho percepito fortemente l’odierna crescente perplessità riguardo al ruolo assunto dal restauratore nella società». Trovo questo filo rosso in ogni domanda che Eleonora Coloretti rivolge ai suoi amici speciali, fra i più grandi restauratori di questi nostri anni. Eleonora – da ora in poi mi riferirò a lei così, per nome, come compare nelle sue conversazioni – lo fa con garbo e desiderio di risposte sincere, per afferrare il quid di cui è costituita la professionalità quando raggiunge la sua massima espressione.

Se un libro che ti emoziona suscita dei ricordi, il mio conduce a Como. Nel bel parco di Villa Olmo affacciato sul lago, il buffet per il pranzo, in via del tutto eccezionale, è stato allestito all’aperto. Interrompe le lezioni full immersion di perfezionamento in restauro lapideo sulle orme dei Magistri cumacini. Ne approfitto per scambiare qualche impressione sui restauri della Volta Sistina con Pio Baldi, oggi Presidente della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere e già allora nome di rilevanza nel restauro architettonico. In quei giorni la controversia nei confronti di Gianluigi Colalucci era all’apice, capeggiata principalmente da James Beck, che sbandierava l’antica tecnica del “buon fresco”, secondo lui tradita da Colalucci, e poneva in primo piano l’aggressività di alcuni impacchi da lui azzardati impiegando il solvente AB-57. Baldi concluse il suo ragionamento con una battuta che, a memoria, pressappoco diceva: se qualcuno ha passato la vita ad esaltare le cupe tonalità michelangiolesche, che vuoi che dica dei colori squillanti riportati in luce da Colalucci? Risposi e ancora oggi risponderei: gli storici dell’arte dovrebbero essere più avvezzi a salire sui ponteggi.

Michelangelo Buonarroti, Volta della Cappella Sistina, Daniele, prima e dopo il restauro di Gianluigi Colalucci

Per quanto non si pensi, il restauro è prodigiosamente materico e ogni linea di principio teorico va inverata a trenta centimetri di distanza, scrutando la realtà delle superfici. Soltanto un conoscitore esperto dell’opera d’arte, in mancanza di documenti diretti, può prendere decisioni delicatissime, quanto pericolose. In tal senso si esprime anche Antonio Forcellino nel corso della sua conversazione con Eleonora. James Beck lo aveva contattato chiedendogli di sottoscrivere un’invettiva contro Colalucci. La sua risposta affermativa non era affatto scontata, perché Forcellino si schierò dalla parte di Colalucci. «Io penso che quello sia stato un lavoro straordinario, lui aveva cambiato l’immagine di Michelangelo e questo non glielo perdonarono». Aveva cambiato una immagine stereotipata e apparentemente inamovibile. «Colalucci ha fatto un lavoro straordinario, è riuscito a tenere sotto controllo un restauro di quella levatura, e tale capacità richiama l’idea del restauro come un processo critico intellettuale, fondamentale, che viene sempre misconosciuto perché si parla di restauro scientifico, di tecnica, di applicazione della procedura che era studiata o sperimentata, ma questo restauro era un’altra cosa: era il saper tenere sotto controllo il risultato di centinaia di metri quadrati».

Forcellino assomma molte competenze per potere esprimere un suo parere con cognizione di causa: è un restauratore proveniente dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (ISCR), uno storico dell’arte, uno scrittore. È anche un architetto, che ha avuto il privilegio di formarsi con Frommel, Urbani, Marconi. Erano gli stessi anni in cui anche io andavo costruendo l’impalcatura di una professione rigorosa. Le lezioni di storia dell’architettura e di storia della critica d’arte tenute da Paolo Marconi, la frequentazione della biblioteca e dei convegni all’Accademia di San Luca, hanno permesso a me, a Forcellino, a noi studenti tutti, di affrontare la ricerca scientifica e la direzione di cantiere in un modo del tutto differente dalla maggior parte dei colleghi incontrati nel corso della professione. Forcellino è l’esempio lampante di tutto ciò: «Quando ero di fronte al Mosé io vedevo una statua che aveva delle evidenti incongruenze, invece gli storici dell’arte per secoli sono andati di fronte alla statua e hanno visto ciò che gli altri avevano scritto, questa è la differenza sostanziale».

Urgeva, quindi, una rilettura filologica condotta attraverso la ricerca dei documenti storici, del contesto in cui l’opera era stata generata. Oggi è possibile, attraverso l’interazione con le banche dati mondiali, confrontare lo stile di un artista con le altre opere della sua stessa produzione e col clima intellettuale riscontrabile fra i suoi contemporanei. Nondimeno, secondo Forcellino il problema che si pone oggi all’attenzione consiste nella progressiva cancellazione della connoisseurship in ambito storico-artistico, e questo esclusivamente per non mettere in discussione molti assunti della tradizione critica. Chi si occupa d’arte sa bene quanto sia vero. Basti ricordare le innumerevoli ed erronee attribuzioni di antica data. Ad esempio, nel Camposanto di Pisa – dove Eleonora è stata impegnata nel restauro di vari affreschi – tre storie del Beato Ranieri a lungo furono attribuite a Simone Martini, ma è grazie a Giovan Battista Cavalcaselle se oggi i tre dipinti sono riconosciuti come opere del domenicano Andrea di Bonaiuto.

Michelangelo Buonarroti, Mosè, Tomba di Giulio II – Restauro di Antonio Forcellino

Forcellino è nominato nella seconda parte del volume per il restauro del Mosè di Michelangelo in San Pietro in Vincoli a Roma, opera principale del complesso marmoreo della tomba di Giulio II. Alla domanda di Eleonora se lo abbiano mai attaccato per il lavoro svolto, Forcellino risponde che il tentato assalto è stato sferrato solo per essersi azzardato ad uscire dal recinto. Quale recinto? Quello esistente fra restauratori e storici dell’arte. Come affrontare la carica? All’epoca Forcellino ne “uscì vivo” grazie a Christoph Luitpold Frommel, forse il maggiore studioso della scultura di Michelangelo, che organizzò un seminario internazionale e aprì il dibattito. In modo esemplare Colalucci lo fece, invece, grazie alla determinazione e alla pacatezza con le quali ha sempre portato avanti teorie e convinzioni. In altre parole, il segreto è possedere una salda coscienza della propria identità, sapendo comprendere il limite che la distingue dalle alterità.

Oltre a quelle citate, ulteriori deplorazioni troviamo in questo stimolante libro di Eleonora, che pur manifestandone i punti di frizione non contrappone in modo assoluto restauratori e storici dell’arte. Tant’è che lei stessa, con spiccato equilibrio editoriale, affida la prefazione del suo volume proprio ad uno storico dell’arte come Claudio Strinati, fra i più conosciuti e seguiti per la limpidezza di idee persino dal pubblico non specialista. Il famoso critico, quasi a conclusione del suo brano, asserisce francamente: «Questo libro è destinato ad affiancarsi degnamente e autorevolmente sia ai trattati teoretici consacrati cui apporta comunque contributi di nuove idee e nuove conoscenze; sia ai testi storici anch’essi ormai divenuti veri e propri classici che ripercorrono la vicenda del restauro in Italia e sono sovente la migliore base su cui orientare la ricerca».

Claudio Strinati, storico dell’arte

A proposito di deplorazioni, sin dalle prime battute, Strinati non può non sottolineare quella che corre unanime in tutte le interviste. I restauratori di opere d’arte lamentano lo strapotere delle imprese afferenti all’imprenditoria edile. Sotto accusa è il codice degli appalti, che individua macrocategorie e sottocategorie a seconda del settore di riferimento. Per evidenti ragioni, il maggiore raggio d’azione garantisce le ditte edilizie da eventuali perdite finanziarie, al contrario dei restauratori che agiscono soltanto su opere il cui importo dei lavori è limitato e finalizzato quasi unicamente al recupero artistico. Se questa preminenza delle ditte vale nell’intervento pubblico, a più forte ragione vale in ambito privato. Commenta Colalucci: «Se ci si trova di fronte a una superficie decorata dell’architettura, sia essa una di quelle presenti in qualche caseggiato medievale che abbia un finto bugnato dipinto a quadri o a triangoli, o che siano gli affreschi di Giotto, se tu non sei in grado di fare la differenza e capire che cosa hai sotto le tue mani, se non sei pienamente consapevole del valore aggiunto che ti viene richiesto in qualità di esperto conoscitore del settore, accade che chiunque si possa sentire idoneo a fare tutto».

La dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. La prova è nei molteplici interventi sui prospetti architettonici dei centri storici, che il più delle volte non tengono affatto conto delle coloriture originali dei paramenti, figurarsi poi se considerano l’esatto disegno nella risarcitura di fregi a rilievo o di decorazioni pittoriche. Sia in esterni che negli interni, parlare di calchi, stratigrafie di colore, scialbi, è adoperare un lessico del tutto estraneo a chi disconosce il linguaggio della conservazione. La verità sta nel fatto che la concezione di patrimonio culturale, nella sua vera essenza, interessa soltanto a chi esercita il lavoro di recupero – quello sotto l’alta sorveglianza delle soprintendenze, per intenderci – ma basta uscire dagli ambiti per ritrovare persino fra i proprietari di edifici vincolati una incultura davvero allarmante.

«Questo totale abbandono e distacco – lamenta Eleonora nei confronti della committenza privata – si percepisce ormai troppo spesso soprattutto dal modo in cui le persone si approcciano all’arte e alla testimonianze che essa ci ha lasciato; non c’è più amore, quasi nessun rispetto…». In modo quasi liberatorio Carlo Giantomassi risponde di aver sempre evitato di lavorare con i privati: «Avevamo contatti con tutti i sovrintendenti e storici dell’arte, soprattutto storici dell’arte, raramente architetti perché hanno sempre questa cultura dell’impresa, tranne qualche eccezione». È sicuramente una scelta decisa e congruente; ma non è l’unica, perché vi si può contrapporre la scelta, altrettanto legittima, di Forcellino: «Da un certo momento in poi tutta la mia carriera è stata al servizio di committenti privati e di questo sono fierissimo e tutti coloro che continuano a sbraitare sul buon funzionamento della pubblica amministrazione riguardo ai beni culturali non sanno di che parlano quando cantano le virtù delle sovrintendenze, perché evidentemente non sono mai stati al loro interno». Tutto ciò a dimostrazione che l’esercizio di una professione può seguire indirizzi del tutto differenti, ma il denominatore comune rimane il carattere intrinseco del “professare” – quindi manifestare, palesare, esercitare – un’idea colta, elevata, quale conseguenza di lunghi studi e applicazioni.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Giuditta e Oloferne
Restauro di Carlo Giantomassi e Donatella Zari

Carlo Giantomassi e Donatella Zari, compagni nel lavoro e nella vita, non si sono mai limitati al semplice restauro, ma hanno sempre cercato di studiare l’opera d’arte per capirla e restituirla nella sua integrità. Nel libro sono menzionati per il restauro di Giuditta e Oloferne di Caravaggio, conservato nella capitale a Palazzo Barberini. Ma numerosi sono gli interventi realizzati nelle grandi località d’arte italiane come Assisi, Padova, Pisa o all’estero. «Quando lavoravamo fuori Roma – precisa Giantomassi – mentre gli altri tornavano a casa durante il weekend, noi rimanevamo per poter discutere e definire tutto il lavoro della settimana successiva senza interferenze da parte di altri». A ben considerare, ogni processo è la conseguenza di valutazioni e scelte, il più delle volte aderenti alla manualistica corrente, altre volte risultato di nuove prove da fronteggiare.

Eleonora, nel corso delle sue conversazioni, pone l’accento sulla necessità di una competenza pratica oltre che teorica, che sono le due componenti fondamentali per essere un professionista completo. Giantomassi non può che condividere il suo punto di vista: «Non ti concentravi solo sulla tecnica, quella ovviamente c’era, ma non era la prima cosa, entravi dentro l’opera a 360°…». L’afflato che sottende questi discorsi, convinti e convincenti, è l’effetto di un impegno svolto con passione: «Per esempio siamo stati a Kabul abbiamo ricostruito i frammenti delle sculture che i talebani avevano preso a martellate, alla fine circa il 95% dei frammenti siamo riusciti a ricostruirli… Questo perché ci appassionò farlo».

Occorre naturalmente poter fare affidamento su di una preparazione a tutto tondo che, tuttavia, appare carente nel bagaglio delle giovani generazioni, instradate verso un restauro sicuramente più scientifico, grazie all’apporto delle nuove tecnologie, ma per converso anche più limitativo e settoriale. «Oggi invece – chiosa Giantomassi – tutto è ormai specializzazione, forse un po’ troppo, noi abbiamo restaurato mosaici, materiali lapidei, affreschi, tempere, dipinti su tela e su tavola, un po’ di tutto, tranne metalli o ceramiche perché erano materiali che riguardavano il campo dell’archeologia». Come sempre occorre la giusta misura. La specializzazione non dovrebbe inficiare lo sguardo d’insieme, ma sembra che il sistema preferisca formare “restauratori incompleti”: c’è chi opera soltanto stuccature o descialbi e chi ritocchi pittorici, cosicché gli uni spesso trovano difficoltà ad eseguire il lavoro degli altri. Una sorta di pratica “imprenditoriale” dettata da una mera questione di soldi, una di catena di montaggio per abbattere i costi, anche dinanzi alle grandi opere del nostro immenso patrimonio artistico.

Piero della Francesca, Madonna del parto – Restauro di Guido Botticelli

La conversazione con Guido Botticelli si discosta dallo schema di domande e risposte adottato nella prima parte del libro. Ne risulta l’avvincente racconto di una vita. Il diploma iniziale alla scuola d’arte in ceramica. Lo studio di giorno e il lavoro di sera, per via delle ristrettezze economiche. L’approdo come apprendista al laboratorio di restauro del prof. Dino Dini. Per quanto sia tentato non mi soffermerò oltre – lasciandovi tutto il piacere della lettura – ma accennerò qualcosa su ciò che Botticelli afferma di avere imparato con l’andare del tempo: «Ho sempre avuto questa idea: puoi fare il restauratore o l’improvvisatore; l’improvvisatore è quello che fa soldi, il restauratore quello che se li suda». Poi ci sono coloro che si atteggiano a storici dell’arte ma non sanno spiegare il lavoro che hanno fatto: «Non so se pensare a superficialità o ad incompetenza». Botticelli è invece un maestro: non c’è studente che non abbia letto il suo libro: “Metodologia di restauro delle opere murali”. Una metodologia appresa in mille occasioni: dialogando a fine lavoro coi colleghi o affrontando la disastrosa alluvione del 4 novembre del 1966: «L’alluvione di Firenze ha cambiato tutto: ha aperto il rapporto con la scienza, ha richiesto un dialogo ancora più serrato con altri colleghi e con gli storici, ha creato i presupposti per sviluppi fino all’ora impensati nelle tecniche e nei materiali, ma tutto ha potuto avere luogo grazie al confronto e alla piena collaborazione tra le figure fondamentali nel restauro». In una parola: interdisciplinarità. Oggi, al contrario, sembra che ognuno sappia fare da sé e che le analisi scientifiche possano fornire sempre soluzioni sicure.

Eppure, per quante analisi siano prodotte, per quanti pareri si possano ascoltare, ci sarà sempre un momento in cui occorrerà assumersi la responsabilità di prendere la decisione giusta. Per attuare tutto ciò occorre sapere valutare la realtà per quella che è, afferma Botticelli: toccare con mano le problematiche, confrontare soluzioni, riconoscere i propri errori, manifestare le critiche necessarie: «Questo è stato sempre il mio modo di affrontare il mestiere come anche l’insegnamento: dire le cose senza nascondersi e mettersi sempre in gioco a scapito, a volte, di un po’ più di diplomazia». Ecco perché analizzare il passato, non solo attraverso gli studi teorici, ma attraverso la responsabilità del cantiere, può aiutarci a migliorare.

Gli esempi si susseguono, gli aspetti sono sviscerati, le indicazioni si fanno sempre più suadenti. Il racconto di Botticelli riassume e rilancia quello dei suoi amici e colleghi che Eleonora ha raccolto in queste sue pagine. Sono il frutto maturo delle esperienze. Per cui, lascerei concludere a Guido Botticelli questo mio lungo pezzo scritto per una rivista che, non a caso, si chiama Experiences: «Queste mie parole possono apparire pesanti, ma queste esperienze le ho vissute fino ad oggi in prima persona e voglio essere, con questa mia testimonianza, non solo uno stimolo per molti ma anche un elemento di disturbo che faccia in qualche modo riflettere e arrabbiare qualcuno: se ciò serve a scuotere le coscienze, in primis quelle degli operatori del settore, questa intervista non sarà stata inutile».


INSERTO FOTOGRAFICO


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