Una sontuosa cena barocca – 5/7

ROSA DI FILETTO. 

Ingredienti per 8 persone

1 filetto di manzo senza testa di circa 1,5 kg
10 prugne secche
140 gr di cipolle
150 gr di carote, olio, burro, sale, pepe
100 gr di Marsala secco
100 gr di brodo

 Con un bel trancio di filetto, formate una sfera, battendo con la mano la carne, con delicatissimi colpi. Per mantenerne la forma, legate e sistemate il filetto, unto con una noce di burro, in una teglia ben oleata. Disponete le cipolle e le carote tagliate in fettine sottili; aggiungete sale e pepe e passate in forno caldo a 200° per non più di quindici minuti, cosicché la carne risulti ancora rosata.

Inumidite con vino Marsala e quindi con il brodo di carne. Poi rimettete la teglia ancora in forno per un’ora.

Quando la carne sarà cotta al punto giusto, toglietela dal forno e lasciatela assestare e raffreddare per circa venti minuti. Ora tagliatela a spicchi regolari: basta incidere, senza arrivare fino alla base, la sfera di carne con una croce e successivamente con una seconda croce in diagonale, in modo da formare otto spicchi semiaperti, che ricordano una rosa sbocciata.

Ponete la rosa che avrete ottenuto su di un piatto di servizio, guarnite con verdure cotte al vapore, come ad esempio nastri di carote. I singoli piatti potranno essere inumiditi con il fondo di cottura ben caldo, sgrassato e filtrato, servito in apposita salsiera.

[Fotografia tratta dalla rivista “A Tavola”, rielaborata graficamente da Sebastiano Occhino]

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La città ideale del Rinascimento

 

PROSPETTIVE.

Di solito gli ideali non vanno d’accordo con la realtà, anche se molti ci hanno provato. Si dice: è solo un’utopia. Questo valeva anche per il concetto di “Città ideale” ideato nel Cinquecento. Nelle Corti, infatti, fu molto discusso, disegnato e dipinto, ma poco fu realizzato. Pura e semplice fantasia? Se pensiamo, però, che la realtà che viviamo oggi, sarebbe stata considerata un’utopia in epoca rinascimentale, nasce spontanea una riflessione: con il tempo, anche le utopie si potrebbero realizzare davvero. È solo una questione di perseveranza storica (di fantasia e creatività).

 

Il Tema
Il vero dibattito sul rapporto tra urbanistica del tempo e l’utopia di una città ideale, lo registriamo in periodo umanistico e rinascimentale. Molte furono le realizzazioni architettoniche ispirate al concetto teorico da parte degli architetti ed artisti dell’epoca, ma pochissime furono le realizzazioni concrete. In linea teorica l’utopia della città ideale si legò ad altre tematiche molto dibattute: la centralità dell’uomo nella natura, la riscoperta della cultura e dell’arte greco-romana, l’imitazione dell’arte classica. Ritroviamo quest’ultima negli studi di Vitruvio (nel famoso De architectura) e nelle ricerche dell’Accademia della Virtù (a cui partecipò anche il Vignola e Claudio Tolomei). Nell’Accademia si svilupparono tematiche rilevanti, come l’organizzazione prospettica, che trattava i fondamenti della teoria delle proporzioni e della misura architettonica.

Il rilancio umanistico della città, come ambiente distinto dalla natura, in diretto rapporto con la dignità e l’agire dell’uomo, messo quest’ultimo al centro dell’indagine filosofica, apre tutta la stagione rinascimentale. L’artificialità dello spazio urbano (ben diverso dalla natura), inteso come spazio dell’opera e dell’esperienza umana, lo rese passibile d’astrazione idealistica, fino ad oggettualizzarlo in una visione utopistica. Le città-stato dell’Umanesimo, che poi sono le “città del principe”, contengono in sé funzionalità ed estetica. Le diverse arti e l’immagine del signore coincidono complessivamente nell’immagine cittadina. Non come somma di interventi singoli dei cittadini, ma in un unico rapporto urbano.

Il concetto di  città-stato corrisponde con quello di comunità civica, quindi simbolo della vita associata che vi si svolge. Da qui l’astrattezza dell’architettura diviene ideale o idealizzabile. Perciò, amministrate politicamente da signorie cittadine (e dalla comunità locale) tali città possedevano tutta la novità e la rappresentatività di un unico concetto di città idealizzabile. Per rappresentare la propria immagine, il sogno dei principi passò, quindi, dal castello o dal palazzo, a quello di una intera città, tale da divenire funzionalmente ed esteticamente perfetta. Così la città ideale aveva come finalità architettonica l’equilibrio, l’ordine, la funzionalità e la razionalità formale, che potesse essere rappresentazione e traduzione concreta della perfezione della guida politica del principe.

Tali aspirazioni, nel XV secolo, portarono, oltre alla progettazione di nuove città, anche all’apertura di nuove prospettive nella città, al suo ampliamento, alla sua trasformazione, e nella maggior parte dei casi al semplice abbellimento. Nel XVI secolo le forti tensioni politiche e militari in tutta Europa, portarono ad irrobustire le proprie difese. Nacquero castelli dalla geometria perfetta (come quella idealizzata), che finirono per trasformare i centri urbani secondo linee e direttrici più regolari. Tuttavia, nell’urgenza militare, alcuni signori diedero vita a città o cittadelle militari. Ne è un esempio la città-fortezza di Terra del Sole, costruita al termine del Cinquecento, per decisione di Cosimo I de’ Medici. In particolare, tra le città-fortezza ben si colloca il castello a forma di stella e l’abitato di Palmanova.

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Mallarmé gioca a dadi

 

LIBRI D’ARTISTA.

Abbiamo scorso sommariamente alcuni esempi che anticipano di secoli il Libro d’artista, pur sempre rimanendo dei libri illustrati. Ma per un approccio ad esempi più recenti, pur semplificando notevolmente le possibili influenze, potremmo citare due poeti come Mallarmé e Apollinaire. L’uno a distanza di tempo dall’altro, infrangono la linearità del testo stampato e sperimentano una poesia visiva e un modo differente di leggere la composizione poetica. Mallarmé prelude “d’un colpo” alla surreale scrittura automatica, mentre Apollinaire, con i suoi ideogrammi, prende a disegnare oggetti che scaturiscono dal testo poetico. Sono gli anni legati al primo conflitto mondiale e l’opera di Apollinaire ne è un riferimento esplicito già dal titolo “Calligrammes. Poèmes de la paix et de la guerre 1913-1916” che uscirà a conflitto ultimato nel 1918.

Cominciamo però da Stephane Mallarmé, del quale nel 1914 è pubblicato in volume, per le “Editions de la Nouvelle Revue Francaise”, la versione definitiva di un’opera apparsa in via sperimentale sulla rivista “Cosmopolis” nel 1897, un anno prima della sua morte. Il titolo è “Un coup de dés jamais n’abolira le hasard“ (Un colpo di dadi mai abolirà il caso). Questo componimento poetico è un vero e proprio poema tipografico, tale da rivoluzionare la letteratura francese, poiché i versi rompono l’impostazione grafica tradizionale. Assumono nello spazio della pagina uno sviluppo libero. Ora a destra, ora a sinistra rispetto alla linea mediana. Con pause frequenti, rappresentate da più o meno ampi spazi bianchi, salti a gradini, per poi riunire le parole in blocchi. Potrete vedere (cliccando qui) l’effetto suggestivo nella riproduzione dell’originale conservato nella Biblioteca nazionale di Francia. Del poema di Mallarmé il 10 luglio 1914 furono tirate a Bruges cento copie numerate. Dieci esemplari non in vendita, su carta della “Papeterie de Monyal”, contrassegnate da numeri romani e le rimanenti 90 su “Vélein d’Arches”.

Per tratteggiare “Un coup de dés” affidiamoci alle parole di un commentatore d’eccezione, Paul Valery, che dopo aver veduto lo strabiliante testo, entusiasticamente scriveva: “…Mallarmé mi fece finalmente vedere come le parole erano sistemate sulla pagina. Mi sembrò di avere di fronte la forma ed il modello di un pensiero, posto per la prima volta in uno spazio circoscritto. Qui era lo spazio stesso che parlava, sognava, dava vita alle forme temporali. Aspettativa, perplessità, concentrazione, tutte erano cose visibili. Con i miei propri occhi ho potuto vedere i silenzi che le forme assumevano… Il mio sguardo si trovava di fronte a silenzi che stavano per materializzarsi… Mormorio, insinuazioni, folgore per gli occhi, era tutta una tempesta spirituale spinta di pagina in pagina fino al limite del pensiero, fino a un punto d’ineffabile rottura: là avveniva il prodigio; là proprio sulla carta, un indefinito bagliore di ultimi astri fremeva di infinita purezza in quel medesimo vuoto infracosciente in cui, come materia di specie nuova, suddivisa in gruppi, in file, in sistemi, ’coesisteva’ la Parola!”.

Il manoscritto del “Coup de dés” mostrato a Paul Valery era composto da grandi pagine quadrettate, al fine di poter disporre i versi nella precisa posizione che l’autore aveva indicato. Mallarmé coltivava il progetto di un’edizione di lusso della sua opera. Abbozzò a mano i caratteri che voleva fossero riprodotti nel testo a stampa. Dopo estenuanti ricerche di tipografia in tipografia, da Didot trovò finalmente il carattere in piombo che maggiormente si avvicinava alla sua idea. Interpellò, anche, l’amico Odilon Redon – precursore del simbolismo pittorico – perché si occupasse delle illustrazioni.
Il quale, in una lettera del 28 aprile del 1898 gli scriveva: “Vollard mi ha fatto vedere una carta eccezionale: credo che potremmo tentare la stampa delle litografie su carta bianca, cioè sulla carta stessa del testo; voglio usare un tratto leggero, biondo pallido, per non contrastare l’effetto dei caratteri tipografici né la novità del loro impiego. Ho delle lastre già trattate, questo per farvi capire che mi metterò molto presto all’opera…”

Nonostante ciò la splendida edizione di rottura, rispetto a tutte le convenzioni consolidate, non vide mai la luce e gli estimatori dovettero accontentarsi di acquistare all’asta i fogli delle bozze tirate a stampa. Tuttavia quanto è stato pubblicato tra il 1897 e il 1914 è bastato affinché le avanguardie del primo Novecento potessero svolgere le loro sperimentazioni, tanto da aprire la strada alla “poesia visiva” e alla “poesia sonora”.

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Eravamo a cavallo… ora siamo a mare

 

L’ARCHEOLOGIA NAVALE fa “nuove scoperte” e mette a tacere persino Virgilio, il quale, nel II libro dell’Eneide, narra dell’esule Enea, che descrive alla regina Didone lo stratagemma messo in atto dagli Achei per concludere i dieci anni di guerra con Troia. Fingendo di tornare in patria, lasciano sulla spiaggia, quale dono agli dei, un colossale cavallo di legno costruito da Epeo con l’aiuto di Atena, e si nascondono nella vicina isola di Tenedo. È pura leggenda, legata a un mito tramandato attraverso resoconti orali. Ma una disputa di lunga durata asserisce che tale versione dei fatti, nata intorno al VII secolo a.C., sarebbe errata. L’ultimo a intervenire, in ordine di tempo, è l’archeologo Francesco Tiboni, ricercatore dell’Università di Aix-en-Provence e Marsiglia. Sostiene che sarebbe frutto della traduzione inesatta del termine “hippos” con “equus” (cavallo). In realtà, l’epica macchina, adoperata dai greci per espugnare Troia, era una particolare nave di origine fenicia con la polena a testa di cavallo e per questo denominata “hippos”. «Che quello realizzato da Epeo fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo, lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia, la leggenda ci dice che è un cavallo» (Pausania). Ce lo siamo domandati un po’ tutti come mai questi troiani si siano portati dentro casa il nemico. Ora il dubbio si accresce. Perché Tiboni dovrebbe spiegare, per quale ragione una nave dovesse essere trascinata a braccia oltre la cinta muraria, anziché i cittadini riversarsi a mare per festeggiare il dono rinvenuto. L’archeologia navale non dovrebbe esibire reperti ripescati, anziché ripescare libere interpretazioni lessicali?

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Il tempo. Come guadagnarlo piuttosto che sprecarlo – 1/3

Kairòs, copia ispirata al bronzo di Lisippo
e conservata nel Museo di Antichità di Torino

di Sergio Bertolami

In queste poche righe proverò a parlare del tempo, non certo per dare una risposta ad un tema filosofico universale, quanto piuttosto per riflettere su come più opportunamente potremmo impiegarlo nel quotidiano. Per questo comincerei con la fatidica domanda: «Che cos’è il tempo?». Nelle Confessioni, Agostino d’Ippona così risponde «Quando nessuno me lo chiede, lo so, ma, se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so più». Agostino concentra le sue considerazioni proprio sul vivere una realtà di per se dinamica, perché, dice, «tre sono i tempi, il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro. Infatti questi tre tempi sono in qualche modo nell’animo, né vedo che abbiano altrove realtà: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione diretta, il presente del futuro l’attesa». Il tempo è, dunque, un’estensione del tutto umana; concepibile solo all’interno della volontà creatrice di Dio, che a differenza nostra non ha né un “prima” né un “dopo”, ma è eterno. Mentre il tempo che ha principio e fine è una sua creatura ma sta a noi gestirlo. A noi che è dato da vivere, dall’alfa all’omega.

In questi passaggi di riflessione è racchiusa una concezione del tempo che la classicità grecoromana aveva già esplorato, legandola oltretutto alla divinità, come indica Agostino. Per meglio dire, a una poliedricità del divino. Per i greci, Aion rappresenta il tempo infinito dell’eternità; Kronos il tempo sequenziale del passato/presente/futuro. I romani doppiano i greci con Eone e Saturno. Ciò che dell’antichità meraviglia è la profondità che non riusciamo più a percepire, indotti a intendere i protagonisti della mitologia come figurine distanti da noi e spesso risibili. Sono in realtà allegorie, attraverso cui rendere tangibili concetti spesso oscuri. Concetti che al contrario andrebbero approfonditi e spiegati. Se ci riferiamo, per esempio, a un famoso epigramma di Posidippo, ci accorgeremmo che un terzo dio soprassedeva il tempo, oltre ad Aion e Kronos. Lo rappresenta Lisippo nel IV secolo in un bassorilievo in bronzo [nell’immagine una copia in marmo]. Si tratta di Kairòs, divinizzazione  di un concetto centrale nel pensiero greco: il tempo  opportuno e conveniente, il momento propizio. La personificazione romana è declinata al femminile: Occasio, e la divinità antitetica si chiama Pœnitentia, poiché persa la buona occasione, l’opportunità favorevole, non rimane che subirne la conseguente penitenza.

Kairòs ed Occasio sono ambedue numi difficili da riconoscere. Hanno piedi alati, il volto coperto da un folto ciuffo sulla fronte e il capo così raso da rendere impossibile afferrarli dal retro per i capelli una volta sfuggiti. L’immagine allegorica dimostra che, perso il momento propizio, non potremo che rammaricarci. È possibile, però, rimediare, sapendone trarre un’esperienza e capacitarci che le opportunità vanno colte immediatamente. Per farlo occorre riflettere che, se nel passato il tempo era considerato influente in quanto scandito dai ritmi naturali (la notte e il giorno, l’estate e l’inverno, la semina e il raccolto), nel vivere odierno è divenuto imprescindibile.

Una sontuosa cena barocca – 4/7


MEDAGLIONI DI PESCESPADA. 

Ingredienti per 6 persone

6 fettine di pesce-spada (circa 600 grammi)
50 gr di parmigiano
20 gr di pane grattugiato
130 gr d’olio extrav. di oliva
130 gr di pomodoro tagliato a dadini
1 mazzetto di prezzemolo
1 mazzetto di basilico
50 gr di burro, farina, sale

per lo zabaglione di basilico:
1 spicchio d’aglio, 10 foglie di basilico
4 grammi di pepe
2 grammi di cardamomo
60 gr di aceto bianco, 2 tuorli
150 gr di burro fuso, sale

Ecco un modo più elaborato di presentare il pesce spada, che non in tranci, e con l’aggiunta del tradizionale pangrattato condito con formaggio come nelle più popolari braciolettine. Evidentemente la cucina dei monsù appagava non solo la gola, ma anche l’occhio. Ponete quattro delle sei fettine di pesce spada su di una carta oleata imburrata, in modo tale da formare uno strato pressoché regolare. Spennellate con burro fuso.

Le due fettine rimanenti tritatele finemente e conditele con un pizzico di sale, olio, pangrattato, parmigiano, una mistura tritata di prezzemolo e basilico. Versate il composto sulle fettine e distribuitelo in modo uniforme. Quindi, con l’aiuto della carta oleata, arrotolate il preparato, formato dalle fettine di pesce spada e dal suo ripieno. Comporrete un rollè, che legherete per mantenerlo in forma. Passate nella farina e friggete in padella. Quando sarà rosolato, ponetelo a scolare su di un foglio assorbente, come un tempo la carta da pasta. Quando sarà freddo affettatelo.

Per impreziosire il piatto potete servirlo con uno zabaione al basilico. È semplice da preparare. In una casseruola fate bollire dell’aceto bianco per tre minuti circa, al quale avrete aggiunto aglio, basilico, pepe e cardamomo. Filtrate con un setaccio il liquido e ponete la ciotolina a bagnomaria. Aggiungete due tuorli d’uovo e montaleli, finché non saranno divenuti cremosi. Togliete la ciotolina dall’acqua e unite allo zabaione del burro fuso e tiepido. Infine salate. Delle crudités di verdure potranno colorare il piatto di servizio.

[Fotografia tratta dalla rivista “A Tavola”, rielaborata graficamente da Sebastiano Occhino]

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La Casa d’Arte di Depero

 

PROSPETTIVE.

Alla fine dell’Ottocento i musei, le gallerie e i collezionisti americani iniziarono ad acquistare opere in Europa, mettendo fine a quello che era stato il vecchio rapporto artista-committente. Era nato il moderno mercato dell’arte. Gli artisti del futurismo, corrente modernista, cavalcarono il rinnovamento nel corso del Novecento. Arte, pubblicità e design industriale erano il loro pane quotidiano, inseriti a tutti gli effetti in un mondo nuovo che si annunciava. Depero, artista futurista, diede vita ad una personale casa d’arte a Rovereto, museo e portfolio insieme delle sue opere. Ma non si fermò qui: diede vita ad una seconda casa d’arte, stavolta a New York, dimostrando d’essere perfettamente inserito nello spirito dei tempi, ma soprattutto in un nuovo mercato globale. Era all’avanguardia anche sotto questo aspetto. Perciò, onore al merito!

Il Tema

Possiamo trovare un museo sul futurismo a Rovereto (Trento), grazie ad una fortunata intuizione dell’artista stesso: il laboratorio di Fortunato Depero. Egli ideò la sua “Casa” laddove abitava. Vi lavorava con la sua famiglia. Era nel contempo ufficio e piccolo museo, dove esporre le opere che via via andava creando. La Casa museo, venne ideata da Depero nel 1919, ma si completò realmente solo nel 1959 a Rovereto, quando venne inaugurata come “Galleria Museo Fortunato Depero”. La sede è un palazzo storico del medioevo, già banco dei pegni. La Casa fa parte di un’ampia progettazione curata dallo stesso artista, che comprende schizzi su arredamenti, decorazioni e rivestimenti. Dopo la sua morte (avvenuta nel 1960), la struttura venne ultimata grazie alla raccolta di opere documentarie e d’arte in essa conservate .

La Casa d’Arte di Depero, come unico museo futurista in Italia, fa parte del polo museale del Mart di Trento e Rovereto dal 1969, anno di apertura di questo museo progettato dall’architetto ticinese Mario Botta. Successivamente la Casa Depero è stata oggetto di un attento restauro, su progetto dell’architetto Renato Rizzi, All’inizio del 2009, in occasione del centenario della nascita del futurismo, il museo ha riaperto al pubblico. Da allora nella struttura si sono svolte diverse mostre, sempre incentrate sul futurismo. Ad esempio, essendo Depero attento innovatore in diversi settori dell’attività produttiva, si è svolta nella Casa una manifestazione che partendo dal “cane a sei zampe”, da sempre logo dell’Eni, ha sviluppato temi incentrati sul design, le arti applicate e la grafica pubblicitaria futurista. Nella stessa struttura molteplici sono le mostre allestite sui variegati aspetti della corrente artistica futurista.

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Là dove l’arte si evidenzia

 

LIBRI D’ARTISTA.

Ruscha con Twenty-six gasoline stations (1963) o Every Building on the Sunset Strip (1966) oppure Dieter Roth con Daily Mirror (1970), danno avvio al nuovo genere contemporaneo di espressione artistica. Seguono a ruota le prime pubblicazioni del movimento internazionale che sotto la denominazione Fluxus riunirà oltre ad artisti, anche architetti, compositori o designers. Si hanno così i libri di George Maciunas che di Fluxus è il fondatore, o le opere del Minimalismo di Solomon “Sol” LeWitt o del Concettualismo espresso da Joseph Kosuth o Timm Ulrichs.

Eppure mi piace mostrare come questo interesse per il libro, quale medium artistico, è suggerito da una chiara serie di antecedenti che riscontriamo nella storia più remota. Perché c’è sempre un prima nelle cose e nulla si origina all’improvviso, ma da opportunità latenti d’ispirazione. Potremmo in questo modo essere ricondotti ai pittogrammi rupestri preistorici, alle tavolette cuneiformi sumere o a quelle cerate romane, oppure ai papiri egiziani, ai libri aztechi o tibetani. Senza spingermi tanto indietro nel tempo, mi basta citare certi libri che, pur mantenendo la loro qualità di “opere di contenuto”, ne ricercano una forma differente giustificando una vera e propria indagine sulle altrettanto valide “qualità fisiche”.

Tale ricerca è parte della storia dell’arte, dal momento che le raffigurazioni del libro divengono tanto importanti quanto il testo. È vero, si obietterà che la loro unica funzione era quella di decorare il documento che accompagnavano. Ma non stiamo parlando ancora di veri e propri libri d’artista, ma di avvertimenti, di segnali, che si svilupperanno nel tempo, quando una sensibilità matura riuscirà a coglierli. Un chiaro esempio è riscontrabile nei libri di canti gregoriani, miniati dai monaci nel corso del Medioevo. Capilettera ornati da fiori o da scene, bordi decorati da “ramage”, tutti con la stessa funzione decorativa.

Ma la ricerca e l’osservazione si spingono oltre il margine del foglio e incidono sulla struttura. Nel Codex Rotundus (o codice rotondo) la forma si fa circolare e – rispetto ai grandi codici sacri da deporre su imponenti leggii d’altare – questo libro riduce le dimensioni, giacché la sua funzione primaria è quella di essere trasportato facilmente. È infatti un “Libro d’Ore”, composto nel 1480 a Bruges e conservato nella Biblioteca della Cattedrale di Hildesheim in Germania. Ha solo nove centimetri di diametro ed è riccamente illustrato per scandire le ore liturgiche ricorrenti nei diversi momenti dell’anno. Libri come questo erano imprescindibili nelle comunità religiose e nelle famiglie abbienti che potevano sostenere l’onere di acquistarne un esemplare. Ma l’Europa più colta del tempo annovera anche opere manoscritte, come quella del Beato di Liébana i cui “Commentari” furono miniati a partire dal secolo IX in vari monasteri spagnoli. Oppure il Libro d’Ore di Maria di Navarra (sec. XIV) dipinto da Ferrer Bassa o il bellissimo “Très Riches Heures du Duc de Berry”, capolavoro della pittura franco-fiamminga del XV secolo, opera dei Fratelli Limbourg.

Tutti libri artistici, dunque, e non ancora d’artista. Ma seguite il mio ragionamento e presto ci arriveremo.

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Christo cammina sulle acque

 

LA PASSERELLA di tessuto giallo sul lago d’Iseo, serve alla “full immersion” degli iniziati, coinvolti emotivamente nell’installazione temporanea di Land Art ideata da Christo. Ma non solo. “The floating piers”, cioè i pontili galleggianti, servono anche come “passerella” alle rockstar della critica d’arte nostrana, perché basta dire il contrario per tenere viva l’attenzione anche su di loro. Philippe D’Averio paragona l’opera all’attrazione della donna cannone, dal momento che in questa sagra di paese «avranno successo solo gli ambulanti di bibite e panini». Vittorio Sgargi, “vox clamantis in deserto”, la definisce come «il desiderio solipsistico di un artista, una passerella verso il nulla». Al contrario, avrebbe potuto stabilire un collegamento con i centri vicini, che preservano monumenti, chiese, siti archeologici, mete di un percorso delle meraviglie, del tutto immersi nel disinteresse e nell’oblio. Christo, isolato dal rumore molesto, risponde con distacco: «Non faccio questi interventi site-specific per essere popolare. Questa è arte non necessaria, che spesso importuna gli amanti dell’arte che preferiscono luoghi asettici o protettivi come le gallerie o i musei. Prendo in prestito uno spazio, creando un “disturbo gentile” e intrecciando la vita delle persone all’opera d’arte». Le rockstar non hanno compreso che gestire la promozione dei luoghi spetta agli organizzatori. Non all’artista. Lui, invece, stimola il desiderio di camminare – quasi involontariamente, meglio se a piedi scalzi – per abbandonarsi al sole, all’umidità del lago, alla pioggia o al vento. «Qui non si è persi dentro una realtà virtuale, non c’è la riproduzione di un’immagine appiattita». Silenzio, “please”.

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DOMANDE & RISPOSTE: Cosa è un’entasis?


In italiano la chiamiamo semplicemente “èntasi“, in greco “èntasis” (ἔντασις), che tradotto letteralmente significa “tensione, sforzo”, per Vitruvio “gonfiezza della colonna”. È un termine tecnico, utilizzato da architetti e storici dell’arte per definire quell’ingrossamento del fusto di una colonna, che compare a circa un terzo dalla base. Se osserviamo infatti una colonna, noteremo che sovente si presenta rastremata, ossia affusolata verso l’alto, con un suo diametro massimo alla base (imoscapo) e uno minimo alla sommità (iposcapo). A questa progressiva riduzione verso l’alto della circonferenza del fusto, si aggiunge l’entasis, ossia un più o meno accentuato rigonfiamento in prossimità della base.

Colonne doriche del tempio di Era a Paestum con rastremazione ed entasi (entasis, in greco).

Questo ingrossamento indica uno sforzo di “tensione”, che richiama alla memoria le antiche colonne quando dovevano sopportare il peso sovrastante della trabeazione. Tale peso era distribuito uniformemente, ad esempio, sulle singole colonne di un peristilio, grazie ai capitelli, i quali sotto il profilo statico hanno la funzione di convogliare i carichi in asse alla colonna stessa. Lo sforzo di tensione è semplicemente apparente nell’architettura in pietra, poiché le colonne sono sovradimensionate rispetto ai carichi effettivi; ma era al contrario reale nell’architettura di epoca tardo antica, quando i templi erano costruiti quasi interamente di legno. Sappiamo infatti che un tronco di legno male si presta ad essere utilizzato per reagire a quello che i tecnici chiamano “carico di punta”. Pertanto sotto uno sforzo di compressione si deforma proprio alla base, in altri termini si schiaccia, determinando una deformazione delle fibre e una conseguente dilatazione della circonferenza: fenomeno che potrebbe preannunciare la rottura.

Non è da escludere, quindi, che nell’architettura classica, realizzata in pietra, l’origine dell’entasis sia da ricercarsi nella “mimesi”, ovvero nella imitazione, del fenomeno elastico o plastico delle primitive strutture lignee. Elastico, se consideriamo una deformazione che aumenta progressivamente, ma che potrà fare tornare il pilastro ligneo allo stato iniziale, una volta scaricata la struttura. Come nel caso di una struttura precaria: un puntellamento, un ponteggio. È fenomeno plastico, nel caso in cui la deformazione diviene permanente con il tempo, perché il carico rimane stabile: ad esempio in un tempio o in altre costruzioni. L’entasis non è sempre presente nelle colonne antiche. Infatti nel caso del dorico arcaico o dell’architettura etrusca molte volte l’entasis può essere totalmente assente, oppure al contrario può essere fortemente accentuata.

Partenone – Pianta e correzioni ottiche

Oltre a queste spiegazioni di ordine statico, secondo alcuni studiosi, l’entasis serviva a correggere le deformazioni ottiche tipiche di una architettura, come quella greca, interamente leggibile con un solo colpo d’occhio: una serie di colonne circondano il naòs, (la cella sacra) e sostengono il sistema di copertura. Guardando i loro templi, i greci, attenti ai fenomeni naturali, hanno percepito che la serie ripetitiva delle colonne, tutte allineate, dà origine a particolari effetti visivi di curvatura dello stilobate (piano di spiccato delle colonne) e ad un assottigliamento ottico del fusto. L’entasis, con il suo rigonfiamento, corregge il gioco di alterazione della vista.

Questi studi sono stati considerati dai trattatisti, a cominciare da Vitruvio Pollione (De Architettura) fino agli scrittori rinascimentali, che ne hanno dettato norme precise. Ad esempio le specifiche classiche di Vignola (Regola delli cinque ordini dell’architettura) stabiliscono che tutte le colonne siano affusolate correttamente, e contemporaneamente rigonfie, per sembrare visivamente corrette; altrimenti la colonna una volta installata presenterà un’apparenza ricurva. La posizione ed il grado di questa curvatura, chiamata appunto entasis, varia con l’ordine architettonico. Tuttavia, nonostante le indicazioni dei trattati di architettura, nelle realizzazioni pratiche di colonne in pietra, la soluzione estetica, scissa dalle concrete imposizioni fisiche delle colonne lignee, è sempre stata dovuta alla sensibilità artistica di ciascun progettista.

L’Entasi della Colonna

IMMAGINE DI APERTURA – Foto di pramit marattha da Pixabay