Cannoli siciliani: la preparazione della scorza 2/3

 

“U cannolu” è formato da una “scorza” o “crosta” esterna e da una farcitura interna di ricotta. La crosta è una pasta tirata sottilmente, composta da farina, burro o strutto, poco zucchero, un pizzico di sale ed una serie di ingredienti che ne rafforzano il gusto e la consistenza. Una componente alcolica viene aggiunta ad essa, come marsala, vino rosso o bianco secco, moscato, che hanno il compito di conferire al cannolo le classiche bolle. Il cacao amaro, il caffè ristretto o in polvere tendono invece ad accentuare il colore ed il retrogusto un po’ amarognolo dell’involto.

Dopo aver lavorato l’impasto energicamente e averlo fatto riposare per circa un’ora in frigorifero, in forma di palla chiusa in un tovagliolo, si stende con il matterello. Lo spessore della sfoglia deve essere di circa mezzo centimetro, poi con un tagliapasta o sovrapponendo un piattino dal diametro di circa 10 centimetri  si ritagliano dei dischi. Per farli diventare poi ovali si pigiano al centro con il matterello e si avvolgono lungo un cannello di latta, utile attrezzo di pasticceria indispensabile per l’esecuzione della crosta. Anticamente erano utilizzati pezzetti di canna, da cui deriva il nome di “cannolo”. A tal proposito è curioso osservare come in vecchi libri di cucina si consiglia, qualora questi oggetti non si trovassero in vendita, di far realizzare i cannelli di latta dal proprio lattoniere, avendo cura di non sigillarli, per non essere confusi con quelli utilizzati per la preparazione dei cannoncini di pasta sfoglia, più lunghi e più stretti.

Affinché i cannoli, durante la cottura non si aprano, s’inumidiscono i bordi degli ovali con un po’ di albume, sovrapponendoli e premendo con  forza. Per conferire la caratteristica forma di cilindro dai bordi svasati si allargano le due estremità della buccia con le dita. I “cannola” fritti in abbondante olio o strutto, saranno lasciati intiepidire e sfilati con delicatezza, si faranno raffreddare completamente.

Fonte immagine: Cialde per cannoli siciliani

 

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La torre più alta d’Italia 1/2

 

La torre degli Asinelli di Bologna è la torre pendente più alta d’Italia. Raggiunge, infatti, i 97,2 metri di altezza, ma ha un’inclinazione di 1,3 gradi rispetto alla perfetta verticale. Talmente alta e talmente conosciuta che, in coppia con la Garisenda (un’altra torre limitrofa), è divenuta il simbolo stesso della città (le cosiddette due torri di Bologna). L’abitudine di costruire torri in città, però, era tale che, nel XII secolo, se ne contavano circa cento. Quasi tutte erano torri gentilizie. La torre degli Asinelli, deve, infatti, il suo nome alla famiglia che la costruì. Verso il XIV secolo, la proprietà della torre passò al Comune. Come funzione le fu data quella di prigione e militare. Successivamente, si dice che Giovanni Visconti, Duca di Milano, subentrato alla Signoria dei Pepoli di Bologna, per controllare il mercato sottostante (il Mercato di Mezzo), luogo di possibili assembramenti e rivolte, fece costruire a circa 30 metri una piattaforma in legno, collegata con una passerella alla vicina torre della Garisenda. L’impalcatura però andò a fuoco nel 1398.

Non avendo un parafulmine, che fu installato solo nel 1824, la torre degli Asinelli fu colpita da ripetuti fulmini, che arrecavano danni, piccoli crolli ed eventuali incendi. Di questi se ne ricordano almeno un paio. Il primo nel 1185, che fu però doloso, ed il secondo, come detto, nel 1398. Oltre al parafulmine è stato installato recentemente un ripetitore televisivo della RAI. Come accadde per la torre di Pisa con Galileo Galilei, anche la Torre degli Asinelli fu luogo di ricerche scientifiche (nel XVII-XVIII secolo) da parte di Giovanni Battista Riccioli e Giovanni Battista Guglielmini. Attualmente il monumento è visitabile dal pubblico, che può salire la scala interna fino alla cima. Un bell’esercizio ginnico (circa 500 gradini). Nella notte le due torri di Bologna sono illuminate e visibili da ogni punto della città.

 

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La cultura riscatta il profondo Sud

 

Al Museo di Messina nel ‘900, nel corso della rassegna sulla cinematografia del secondo dopoguerra, ideata da Angelo Caristi, abbiamo commentato, Geri Villaroel ed io, il film “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola. Geri ha evidenziato i particolari nel ricostruire scenicamente trenta anni di storia italiana e le aspettative dei tre protagonisti ammaliati dalla bella Sandrelli: il proletario (Manfredi), l’arrivista (Gassman), l’intellettuale (Satta Flores). Io mi sono soffermato solo su quest’ultimo personaggio, ricordando il vero prof. Palumbo a cui Scola si è ispirato, che in realtà si chiamava Camillo Marino. Con lui nel 1979 ho realizzato nel Museo Nazionale di Avellino la mostra per i 20 anni del “Lacenodoro”, festival cinematografico nato da una idea condivisa con Pier Paolo Pasolini. La sede iniziale della manifestazione – il lago Laceno fra i boschi – ricordava allo scrittore i paesaggi friulani della sua infanzia. Camillo gli aveva confidato la «febbre che ti assale quando ti accorgi che la provincia rischia di strozzarti, di uccidere le tue migliori speranze». Così i due dettero vita a “Cinema Sud rivista neorealista di avanguardia”, sulle cui pagine presero a scrivere Zavattini, Lizzani, Brass, Wertmüller. Ma non solo cineasti, perché la pubblicazione richiamò Moravia, Morante, Ungaretti, Levi. Tra mille ristrettezze economiche, Camillo organizzò anche la sette giorni neorealista di cinema internazionale, per 28 anni. Io ne ho vissuto appena quattro, ma preziosi. Sono bastati per apprendere da Camillo che «bisogna pedinare l’uomo, coglierne il segreto, sorprenderlo e scoprirlo mentre vive». Ecco perché continuo ancora a credere che nelle nostre province del profondo Sud possiamo/dobbiamo aspirare ad un riscatto.

Fonte immagine: L’Irpinia
Per saperne di più sul Festival cinematografico fondato da Camillo Marino e Pier Paolo Pasolini.

 

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AEDE: L’area falcata di Messina e il braccio di San Raineri

 

Mercoledì 23 novembre 2016, alle ore 17.00, nel Salone degli Specchi della provincia di Messina, l’architetto Sergio Bertolami e la prof.ssa Rosa Manuli hanno tenuto una conferenza sul tema “L’area falcata di Messina e il braccio di San Raineri”, organizzata dall’Associazione Europea degli insegnanti (AEDE) la cui sezione di Messina è presieduta dalla prof.ssa Caterina Pugliese.

L’area falcata, da sempre, ha caratterizzato l’identità di Messina, eppure versa oggi in uno stato di degrado che certamente non rende onore alla sua storia. L’incontro permetterà di comprendere le particolari motivazioni che hanno permesso l’attribuzione del nome di San Raineri alla penisola, conosciuta fino al XV secolo come “Lingua phari”, e spiegare le motivazioni della permanenza del toponimo pur nel progressivo deterioramento della memoria.

Varie testimonianze letterarie legano il nome della “penisola o braccio di San Raineri” ad un eremita locale, vissuto e morto nel XII secolo su questo lembo di terra. Si può dimostrare che la realtà è ben diversa. Le vicende storiche sono delineate esattamente nei tempi e nei luoghi, ma, a partire dal Settecento, si è prodotta a Messina una progressiva perdita della memoria collettiva. San Raineri – o Ranerij (1118-1161) come lo chiama Francesco Maurolico nel suo Martyrologium (1568) – ha condotto in astinenza e povertà 13 anni della propria esistenza in Terra Santa. Dal 1633 è il patrono di Pisa, città natale, dove nella Cattedrale sono conservate le sue spoglie. La vita del santo è narrata in due manoscritti medievali; ma è nella iconografia il momento più rappresentativo per dimostrare l’attestazione del toponimo riferito alla Falce del porto. Speciale considerazione, infatti, va posta al “Miracolo di Messina”, affresco di recente restaurato, dipinto da Antonio Veneziano nel 1384 per il corridoio sud del Campo Santo Monumentale nella piazza dei Miracoli a Pisa. La scena rappresenta il santo nell’atto di dividere il vino dall’acqua che un oste disonesto vi ha mescolato. Questa allegoria celebra la conclusione di una lunga guerra europea, che ha coinvolto non solo Messina e i siciliani, ma anche il papato avignonese, gli aragonesi di Spagna e gli angioini di Francia, facendo conquistare alla Sicilia l’autonomia dal regno di Napoli.

EX AQUA Il braccio di San Raineri” è il saggio che Sergio Bertolami e Rosa Manuli hanno scritto per richiamare l’attenzione sull’area falcata e sul recupero della sua identità storica. Come ha commentato Sergio Di Giacomo sulla Gazzetta del Sud (12 ottobre 2016) «il libro, attraverso un sapiente, dettagliato e originale intreccio di fonti locali e toscane, ricostruendo le vita del santo pisano, convertitosi in Terra Santa, ribalta la storiografia locale legata alla leggenda del “Romitello” e ai suoi “fuochi” che indicavano la terra ai naviganti antichi». In occasione della conferenza organizzata dall’Associazione Europea degli Insegnanti, Experiences ha deciso di aprire il libro a quanti sono interessati all’argomento, così da poter leggere integralmente le sue pagine ed ammirare le belle acqueforti dei Lasinio, tratte dagli affreschi oggi restaurati nel Campo Santo monumentale di Pisa, nella piazza dei Miracoli a fianco della Torre pendente. Buona lettura.

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Cannoli siciliani: l’origine 1/3

 

Il cannolo, tipico dolce siciliano del periodo invernale, un tempo veniva confezionato solo in occasione del carnevale, per la ricchezza e la complessità della sua ricetta. Oggi, questa golosità palermitana, si trova nell’isola durante tutto l’anno e viene esportata ovunque. È un dolce dai forti contrasti: di colori, di profumo, di sapore, di consistenza. Intrigante la sua forma cilindrica, conservatasi nel tempo. Giuseppe Coria evidenzia in uno studio sul rapporto tra la geometria e la simbologia che il suo aspetto rappresenterebbe la forma fallica. Sotto questo aspetto, il cannolo esprime, dunque, un significato di fecondità, di forza generatrice, ma anche un valore apotropaico, cioè di allontanamento delle influenze maligne. Un altro nome, infatti, con cui è identificato questo dolce è “scettro da re”. A Regalbuto, per S. Martino, si confeziona un biscotto di forma cilindrica, in analogia col cannolo, che richiama secondo la tradizione popolare il sesso del santo. Un cilindro di pasta, infatti, è cotto, tagliato due, svuotato, e riempito con una crema di ricotta arricchita di cioccolato e fili di zuccata.

L’ipotesi sull’origine di questo dolce, stimolante per il gusto ed accattivante per le interpretazioni tra sacro e profano, è descritta dal Duca Alberto Denti di Pirajno, cultore di gastronomia.  In “Siciliani a tavola” (la cui edizione fu terminata da Massimo Alberini, dopo la scomparsa del nobile siciliano) il Duca sostiene che il cannolo sarebbe stato inventato dalle abili mani delle suore di clausura di un convento nei pressi di Caltanissetta. Per l’esattezza, si legge: “Il cannolo non è un dolce cristiano, ché la varietà dei sapori e la fastosità della composizione tradiscono una indubbia origine mussulmana”. Caltanissetta, effettivamente, in arabo significa “Castello delle donne”, poiché gli emiri saraceni vi tenevano i loro harem; queste donne, aspettando l’arrivo del consorte si suppone ingannassero il tempo a preparare squisite leccornie. Quando gli arabi furono estromessi dai normanni, gli harem si svuotarono e, tra conversioni ed abiure, non si esclude che qualcuna delle favorite, convertita alla fede cristiana, si sia ritirata nei monasteri, portando con sé quelle ricette che avevano sedotto le corti degli emiri, trasmettendole in seguito a “quelle sante ancelle del Signore sino a noi poveri peccatori”.

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La pendente Torre di Pisa 2/2

 

Non si conosce con certezza il progettista della Torre di Pisa. Si ipotizza si tratti di Diotisalvi, l’architetto che contemporaneamente stava realizzando il Battistero vicino. Ci si basa, però, soprattutto sulle analogie tra le due costruzioni. Ma le ipotesi sono molte. Ad esempio, Vasari l’attribuisce a Bonanno Pisano, altri ancora al Gherardi. La teoria di Vasari si basa sul ritrovamento di un’epigrafe su una pietra tombale trovata nell’atrio. Così come ne esiste un’altra sullo stipite del portone di ingresso, dove è riportata la scritta “cittadino pisano di nome Bonanno”.  Alcuni studiosi però sostengono che il frammento, sia parte della cattedrale, successivamente al suo incendio, avvenuto nel 1595.

La preziosità del monumento ha fatto sì che vi fossero numerosi restauri. Si comincia nell’Ottocento, nel tentativo di creare maggiore stabilità, sotto la guida dell’architetto Alessandro Gherardesca. Vennero eseguiti dei saggi del terreno, assumendo notizie sull’esistenza di argilla e sulla presenza di acqua a livello di fondazione. La causa era quindi tecnica e non, come si asseriva, allora, la volontà progettuale di costruirla già pendente. Si presentava, perciò, la necessità di lavori di consolidamento alla base. Questi sono stati eseguiti negli ultimi decenni. I risultati sono brillanti, tanto che gli operatori garantiscono la solidità della torre per altri 300 anni. Negli ultimi venti anni sono stati eseguiti, inoltre, restauri delle superfici lapidee, sia all’esterno che all’interno della torre.

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Nello scriptorium di Cassiodoro

 

È solo una fisima comune che esista un’età della giovinezza preferibile ad una della vecchiaia. Esiste invece un’evoluzione continua, una maturazione, una sedimentazione, perché le idee non hanno limiti d’età. È da piantarsi nella mente che occorre imparare a comprendere un mondo non più dialetticamente lineare, ma ameboide, caratterizzato da continui e repentini cambiamenti di forma. Non esiste una cesura netta tra gli opposti e il bianco con il nero tendono a coincidere senza necessariamente passare per il grigio. Così come occorre riflettere prima di affermare che si è rotto il meccanismo che garantiva la trasmissione delle idee e dei valori. Se il mondo è a tutti gli effetti presentificato, lo è perché coloro che dovevano storicizzarlo sono stati trafitti dalla convinzione di una vitalità giovanile durevole fino alla morte. In realtà, in un mutamento più rapido rispetto al passato, è il senso del tempo che occorre cogliere per capire le cose. Il discorso parrà astratto, ma permette di rammagliare l’anima della tradizione con la spinta all’innovazione. Non certo giovani versus vecchi. Ebbene, se il passato odora di muffa, il presente farà di sicuro tendenza, quando invece la saggezza degli anziani potrebbe tornare utile alla genialità dei giovani. Nasce però un problema. I cenobiti di Vivarium, scriptorium istituito dal vecchio Cassiodoro, pur nutrendo ammirazione per il maestro, non riuscivano a comprendere la vera essenza del suo ragionare. In tal senso tuttora la frattura appare incolmabile. Si è costretti così ad invecchiare in un perenne giovanilismo che rende tutti, non discepoli di un passato fecondo, ma orfani di una cultura antica divenuta troppo scomoda per radicare tante esili certezze.

Fonte immagine: particolare della Bibbia Amiatina (ms. Laur. Amiat. 1) unica copia sopravvissuta intera di un esemplare proveniente dal Vivarium di Cassiodoro.

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A Novara di Sicilia giocano col Maiorchino

 

Lo stemma del paese è rappresentato da un albero di noce; le sue origini affondano nella preistoria come attestano le contrade di Casalini e di Sperlinga; il paesaggio naturale, con la Rocca Salvatesta e la Rocca Leone, le neviere e la pineta di Mandrazzi, offre una serie di elementi fortemente caratterizzanti la geologia, la flora e la fauna del luogo. Numerosi mulini idraulici, oggi ridotti a pochi esemplari, si trovano lungo il torrente San Giorgio ubicato all’inizio del paese, offrendo un interessante esempio di archeologia industriale. Poi ci sono le chiese, il castello intorno al quale si è costituito il primo nucleo del paese, i monumenti ed anche un piccolo museo delle tradizioni popolari.

Questo è il territorio di Novara di Sicilia, un paese in provincia di Messina, situato al confine tra i monti Nebrodi ed i Peloritani, a 650 m. di altezza. Il viaggiatore lo potrà raggiungere sia dalla costa tirrenica che da quella ionica, attraverso la statale 185, partendo da Barcellona e Patti oppure da Giardini Naxos e Francavilla di Sicilia. In questa località non solo ammirerà suggestivi scorci panoramici, leggerà la storia del sito attraverso le sue testimonianze storiche ed artistiche, ma apprezzerà una tavola ricca di prodotti genuini, dei sapori e dei profumi di una cucina ancora fortemente legata al territorio.

Specialità panarie e dolciarie, gustose pietanze a base di carni, verdure e legumi …ed una peculiarità locale: il formaggio Maiorchino. Questo saporito pecorino è stato infatti presentato a Roma, a villa Borghese, nell’ambito di una manifestazione gastronomica, uscendo dai confini isolani e ponendosi all’attenzione di un pubblico più vasto in campo nazionale. Alcuni produttori di Novara di Sicilia e Fondachelli Fantina hanno offerto una degustazione di questo formaggio affiancandolo ad altre produzioni locali. La sua preparazione, a base di latte di pecora, è alquanto elaborata; altrettanto complessa è la stagionatura, scandita da ritmi ben precisi che prevedono la salatura delle forme, la pulitura, la strofinatura e l’oliatura. Dopo circa otto mesi il formaggio è pronto per essere gustato. Al taglio si presenta compatto e dal caratteristico colore giallo della pasta casearia.

La realizzazione del Maiorchino è associata ad un evento risalente al Seicento, per la precisione ad un gioco pubblico, che consiste nel lanciare una forma di cacio lungo un percorso prestabilito, fra vari contendenti e scommettitori. Chi raggiunge il traguardo con meno lanci è il vincitore. Il gioco si svolge durante il periodo carnevalesco, ma il crescente interesse non solo per l’aspetto ludico della manifestazione, ma anche per la qualità e la bontà del prodotto, ha determinato il ripetersi della gara durante il periodo estivo ad uso di emigranti di ritorno e naturalmente di turisti e curiosi. Nella settimana che precede il ferragosto, i numerosi villeggianti saranno pertanto coinvolti in un itinerario in grado di coniugare il bello dell’arte, l’allegria del gioco e la bontà dei sapori.

Fonte immagine:  “Corsa del Maiorchino”

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È uscita la Storia di Barcellona P.G. a cura di Marcello Crinò

 

Filippo Rossitto registrò quanto vide nella città natale durante il 1860 e, scendendo nella cronaca più minuta, fornì con singolare scrupolosità notizie preziose, che si sarebbero di sicuro perdute. «Il mio paese – scrive l’autore con la modestia di altri tempi – non ha una storia; quel poco che è stato scritto nelle storie generali della Sicilia è inesatto o pieno di errori e specialmente nella nomenclatura e situazioni dei luoghi. […] Volendo scrivere una storia documentata, percorsi pagina a pagina molte carte ed archivi. […] I posteri mi scuseranno se non troveranno il mio lavoro uguale all’altezza dei tempi in cui viviamo; ad ogni modo ho fatto quel che ho potuto e che mi hanno lasciato fare: mi conforto col detto del poeta Ovidio: Ut desint vires, tamen est laudanda voluntas (Anche se mancano le forze, tuttavia si deve lodare la buona volontà)».

Nel 1911 il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto pubblicò la ponderosa e fondamentale opera di Rossitto terminata nel 1877, due anni prima della sua morte. Le sue pagine di storia municipale rappresentano solo una parte di ciò che era stato scritto. La storia si componeva in origine di tre sezioni: civile, letteraria e monumentale. Oggi si conosce solo la “civile” e alcuni frammenti sparsi delle altre due, soprattutto della “monumentale”. Filippo Rossitto (1807-1879), letterato, patriota e storico municipale nacque il 10 ottobre del 1807 a Pozzo di Gotto. Il padre Giuseppe era un cospiratore carbonaro, la madre si chiamava Emanuela Cassata, ed entrambi appartenevano a famiglie nobili ed agiate. Il cognome Rossitto nella forma originaria, Rousset, è riscontrabile nei libri parrocchiali di Pozzo di Gotto già nel XVI secolo.

La sua opera, il cui titolo esatto è “La città di Barcellona Pozzo di Gotto descritta e illustrata con documenti storici”, fu concepita in un vasto arco temporale, con un lungo lavoro di ricerca negli archivi e con la pubblicazione di vari articoli sui periodici della Sicilia e in alcuni opuscoli, come quello su Simone il Normanno, poi ripubblicato in appendice nel libro, L’opera fu pubblicata grazie anche al lavoro di coordinamento svolto dal nipote, il professore Filippo Bucalo (1873-1942), il quale si occupò di scrivere la prefazione e il profilo biografico dell’autore.

Filippo Rossitto LA CITTÀ DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO
Experiences 2016, 520 pagine, brossura
Prezzo di copertina versione in brossura € 21,00
Prezzo di copertina versione elettronica € 14,70

  

 

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La pendente Torre di Pisa 1/2

 

Nella piazza del Duomo di Pisa si trova uno dei più famosi monumenti italiani: la Torre pendente, che la caratterizza. A Pisa la chiamano semplicemente “la Torre”. È il campanile della cattedrale di Santa Maria Assunta, posta al suo fianco. Raggiunge circa 56 metri d’altezza e fu costruita tra il XII ed il XIV secolo. Per la precisione, la costruzione iniziò nel 1174. È cesellata, come un merletto, con giri di arcate tonde e sei piani di loggette. Ma oltre la bellezza architettonica, la pendenza l’ha resa famosa in tutto il mondo. Ha un’inclinazione di 4,8° gradi rispetto all’asse verticale. Si deve al cedimento del terreno dove poggia, cosa che si registrò già in fase di costruzione. Infatti, i lavori furono sospesi quando aveva raggiunto solo i tre piani.

Essendo fatta tutta in marmo, raggiunge un peso di 14.453 tonnellate, che preme sulla fondazione e sul terreno argilloso della piazza, che ha influito anche sulla stabilità di tutti gli altri edifici che si trovano nella piazza. Le opere di costruzione della Torre ripresero nel 1275, sotto la conduzione di Giovanni di Simone e Giovanni Pisano. Vennero sopraelevati altri tre piani. Per sicurezza fu adottato uno stratagemma: i piani aggiunti curvano verso il lato opposto alla pendenza. Nel secolo seguente fu aggiunta, infine, la cella campanaria.

A causa del terreno fatto di argilla e sabbia, a Pisa numerose costruzioni sono pendenti. Abbiamo, ad esempio, tutta la chiesa di San Michele degli Scalzi con il suo campanile, che raggiunge i 5 gradi di inclinazione. Vi è poi il campanile della chiesa di San Nicola, vicino al Lungarno, che presenta una pendenza di 2.5 gradi.
La torre di Pisa raggiunge i sette piani. Due sono le stanze al suo interno, una al piano terra, l’altra in cima. Ambedue non hanno il soffitto. Ha due scale: direttamente dal primo livello al sesto e, a chiocciola, dal sesto al settimo anello. Al sesto livello vi è un’apertura dove si può guardare giù il piano terra. Nella Torre erano poste tre campane: la Pasquereccia, la Terza e la campana del Vespruccio. Ognuna suonava a seconda l’ora della giornata. Nel XV secolo, la campana di San Ranieri (denominata all’inizio “Giustizia”), ha sostituito quella detta Pasquereccia, che fu poi rifusa.

Tutto il complesso della Piazza, è gestito, oggi, dall’Opera della Primaziale di Pisa. Essa amministra, oltre alla Torre, anche la cattedrale, il battistero e il vicino cimitero, ovvero tutti i monumenti del “Campo dei Miracoli”.

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