Carlo Berizzi – Piazze e spazi collettivi. Nuovi luoghi per la città contemporanea

Gli spazi aperti rappresentano il luogo ideale dove catalizzare le aspirazioni, le istanze, le visioni che la contemporaneità ripone nel futuro delle città. Se nel ventesimo secolo le strade e le piazze hanno assunto il significato di un’unica grande infrastruttura di mobilità per il transito e la sosta dei veicoli, consentendo alla città di espandersi e accorciando i tempi di spostamento al suo interno, il terzo millennio ha avviato una fase di riappropriazione del suolo per elevare la qualità dell’abitare assegnando al vuoto nuovi valori e significati collettivi. Il volume intende riflettere sul tema attraverso la lettura di alcuni casi studio internazionali alla ricerca di nuove figure dello spazio aperto capaci di coniugare qualità urbana, nuove forme di mobilità, ecologia e socialità. In conclusione un’intervista a Cino Zucchi, uno dei più influenti architetti italiani sulla scena internazionale.

IMMAGINE DI APERTURA – Immagine tratta dall’interno del libro a pag. 48

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Teresa Lazzaro – Ravensbrück, breve viaggio nella memoria 2/2

Appunti di Teresa Lazzaro

L’ideologia della razza spingeva le SS a trattare le donne secondo una scala gerarchica, così le tedesche erano trattate meglio delle scandinave e delle polacche. Anche chi aveva il triangolo nero, da asociale, o il triangolo verde da criminale era trattata meglio di altre. Pertanto, le deportate mal sopportavano chi aveva “potere” come le kapò, in genere asociali e criminali che facevano abusi di potere, che torturavano, che decidevano chi andava punita, che potevano avere qualcosa in più da mangiare e che potevano favorire alcune internate solo per simpatia.  Tale odio per le kapò è espresso nei disegni in cui appaiono come figure grottesche ma anche ironiche nei confronti delle altre. Erano vestite meglio perché rubavano o perché si procuravano dei capi in modo illecito. Nei processi dopo la guerra due delle kapò di Ravensbrück subirono la condanna a morte per aver collaborato con le SS mandando gente nella camera a gas.

Legami di tipo religioso o politico furono meno importanti della solidarietà e del patriottismo sebbene nella sua vasta testimonianza Corrie Ten Boom affermasse di essere cristiana prima ed olandese dopo. Nanda Herbermann vedeva se stessa prima cattolica e poi tedesca e condannava i suoi compatrioti per il comportamento immorale. Le comuniste erano tra loro molto legate prima per l’ideologia e poi per orgoglio nazionale. Questo variava a seconda dei gruppi e insieme alla posizione sociale è stato determinante per la loro sopravvivenza.

Memoriali e poesie sul campo di Ravensbrück confermano l’esistenza di pregiudizi. Zingare ed Ucraine era anche target di discriminazione. Considerate infantili ed ignoranti venivano emarginate perché avevano portato i pidocchi e se veniva a mancare qualcosa erano loro ad essere accusate di fare ciò che altre non avrebbero osato fare, anche rubare un arto artificiale!

Peggiori le considerazioni per le ucraine considerate maligne e pronte a prendersi quel poco che altre le deportate avevano. Un altro gruppo indesiderato era quello delle prostitute, considerate delinquenti e crudeli. Soggette a devianza, perverse erano accusate di essere lesbiche. Interessate solo a rapporti intimi le polacche si baciavano sulla bocca e mettevano a disagio le francesi. Molte ebbero rapporti da lesbiche come l’unico modo per superare la solitudine ed evitare isterismi ma erano spesso accusate di furti e di terrorizzare le altre. È difficile trovare qualche testimonianza che non le stigmatizzi.

C’era nel campo anche il sottobosco culturale e le Jules erano coloro che fisicamente assomigliavano a uomini. Pertanto, come tali vestivano. Venivano scelte come kapò ed in una delle poesie Charlotte Delbo descrive i loro rapporti intimi come quelli di coppie legalmente sposate mentre le altre sono stanche morte in quella specie di strapuntini. Le Jules godevano di protezione e vivevano meglio grazie a compiti di lavoro più leggeri, razioni di cibo più grandi e qualche vestito in più.

Spesso costrette in tre in un “letto” il freddo le costringeva a tare strette strette per scaldarsi e la cosa a volte sfociava in qualche relazione illecita. A volte erano amicizie solidali a sfociare nell’intimità. L’affetto le rendeva umane ed era l’unico modo per sentirsi tali e quindi per sopravvivere. Era importante cercare di creare dei legami, lontano dalla propria famiglia, per sopportare le sofferenze e poter dipendere le une dalle altre dava loro molta forza. È chiaro dunque che chi era isolata soffriva di più. L’amicizia tra due o più donne era più forte di quella che poteva esistere tra gli uomini. Lo stesso Wiesel abbandonò il proprio padre. Gli uomini potevano essere accusati di omosessualità e per questo motivo non creavano legami tra loro. Le donne al contrario per questo tipo di rapporti ebbero una chance di sopravvivenza maggiore.

Chi non aveva legami era esclusa dalla vita del campo, come fu il caso di Helen Ernst, un’artista che a Ravensbrück venne accusata di essere arrogante nei confronti delle altre. Lei si isolò dagli altri vivendo nel proprio mondo senza dar peso a quanto potevano pensare gli altri di lei. Disegnare fu per lei una medicina, un modo per guarire dall’abisso in cui era sprofondata nel campo. Disegnare era un lottare ma nel suo caso la sua riservatezza fu presa per arroganza mentre nei suoi disegni lei mette in evidenza la mutua assistenza e teneri atteggiamenti che permettevano alle donne di confortarsi tra loro.

Tra le artiste deportate a Ravensbrück merita di essere ricordata Aat Breuer, i cui disegni sono arrivati fino a noi. Artista di grande talento catturò l’anima e le emozioni delle cose in quei tanti ritratti di bambini: unico ricordo rimasto alle madri che persero i figli. Chiederle di fare ritratti di defunti serviva ad onorare la persona per la quale non c’era funerale. Anche se nel campo di concentramento si moriva per le dure condizioni di vita nei suoi disegni l’artista ritrasse le persone avvolte nella pace e nella bellezza.

Nelle poesie gli uomini raccontavano le brutture del campo mentre le donne il loro desiderio della casa o della famiglia. Poesie e disegni erano doni gli uni per le altre, a volte, erano preferiti anche a un tozzo di pane. Lo scambio di doni era il pretesto per un sorriso, un modo per sentire la propria umanità. Ammirevole che trovassero la forza di farlo. Spesso infatti per una matita rinunciavano a quel poco cibo. Le donne nascondevano poesie e disegni nei loro stracci o nei muri delle baracche, ben sapendo che se gli trovassero indosso qualcosa significava morire. Le donne non solo scrissero testi di poesia propri ma fecero raccolte dei propri tesori culturali, di poesie, canzoni, favole, ricette. Quanto è arrivato fino a noi rivela anche il senso dell’umorismo in mezzo all’indescrivibile orrore. Un biglietto dato ad una donna che era stata vittima di esperimenti medici aveva l’immagine di un coniglio. Nel 1944 per Natale Aat Breur fece un biglietto in cui Babbo Natale schiacciava il campo portando morte: significativo del fatto che per le donne non c’era nessuna festa di Natale. Per quanto riguarda il campo di concentramento delle donne, scritti e disegni, furono fatti durante gli anni di internamento e dopo la guerra. Sono una finestra aperta su quel posto. Le donne rubavano materiali mentre lavoravano in fabbrica per scrivere o per disegnare o per cucire. Le poesie le imparavano a memoria e le recitavano durante il lungo appello. Era un modo per lottare, proprio perché proibito. In un ambiente in cui avevi solo quanto indossavi, io disegno, la poesia, il dono erano quell’IO che nel campo non potevano essere. Una piccola cosa importante per non farle sentire solo il numero tatuato. Una piccola cosa per tenere la donna legata alla vita. Una piccola cosa che rappresentava il coraggio, l’ingenuità, la voglia di vivere. Una piccola cosa che rappresentava il futuro da vivere fuori dal campo.

IMMAGINE DI APERTURA: Monumento alle vittime dell’Olocausto a Minsk – Foto di Lynn Greyling da Pixabay 

Teresa Lazzaro – Ravensbrück, breve viaggio nella memoria 1/2

Appunti di Teresa Lazzaro

Nell’inferno dei campi di concentramento, al momento dell’arrivo, le donne, costrette a spogliarsi completamente nude e a lasciare ogni cosa, dalla fede nuziale al fazzoletto, rasate e tatuate, perdendo la loro dignità e identità, cessavano anche di potere essere madri. Gravissimo era pertanto il trauma subito dalla disumanizzazione provocata dalle SS. Condizioni di vita terribili da schiave era ciò che le attendeva non appena un numero tatuato dolorosamente con inchiostro indelebile le trasformava in pezzi. Teniamo anche conto del fatto che si giungeva all’inferno dopo un viaggio di circa cinque giorni e che arrivando, a malapena coscienti, quando si spalancavano le porte dei vagoni in cui respirare era stato faticoso, le SS gridavano tenendo a guinzaglio i cani, mostrando la frusta e prendendo a calci le vittime, costrette a raggiungere il luogo dello sterminio e rimanere per ore in piedi senza potersi muovere e sopportare le terribili rigide temperature. La rasatura era un terribile e umiliante degrado. Poi c’erano quelle che venivano sfruttate sessualmente. Tutte quelle deportate nel campo di Ravensbrück raggiungevano il campo a piedi da Füstenberg.

Nella sua testimonianza, Jacqueline Péry d’Alincourt, ricorda di aver scoperto molto dopo, che il famigerato luogo fosse nella Germania settentrionale vicino al Baltico. La stessa rivive raccontandola, la terribile angoscia subentrata con la confisca di qualunque cosa, una foto, un libro, una semplice lettera. Per lei fu terribile, trovarsi completamente nuda, pigiata con le altre e tutte, evitando per la vergogna di guardarsi, obbligate ad imparare a memoria il numero assegnato, nel suo caso il 35243, confinate ad uno spazio ristretto in cui era impossibile avere un attimo di privacy. Lei, prigioniera politica, arrestata nel settembre del 1943 e rinchiusa a Fresnes, sei mesi dopo era stata portata a Romainville, un’installazione militare ad est di Parigi, dove non più sola, per qualche settimana era riuscita a sentirsi viva! Lei apparteneva al gruppo francese conosciute come les politiques, quelle prigioniere dal triangolo rosso. Dopo tre settimane di isolamento si riunì con l’amica Geneviève de Gaulle, con la quale avrebbe poi diviso per alcuni mesi lo stesso pagliericcio!

Le donne del campo di Ravensbrück, determinate a sopravvivere, riuscirono a sostenersi a vicenda e ad esprimere sofferenza e disagi in varie espressioni artistiche. In modo silenzioso riuscirono a lottare e le loro espressioni artistiche, dopo la guerra, costituirono prove che dimostrano di quali orrori erano state testimoni e vittime. Quella di Grażyna Chrostowska fu la prima voce femminile dell’Olocausto ad essere conosciuta anche se poi la risonanza l’avrebbe avuta quella di Anna Frank, accanto a quelle maschili di Elie Wiesel e Primo Levi. Oggi grazie a diari, libri e numerose testimonianze orali, aumenta il numero delle voci femminili conosciute. Poche quelle voci disponibili in lingua italiana, ma in crescente aumento quelle in altre lingue.

Metà delle vittime furono donne e la loro esperienza, per motivi biologici, fu diversa da quella degli uomini. Un fatto interessante emerge dal campo di Ravensbrück: le deportate riuscivano a scambiarsi regali e ricette. Spesso il loro spirito di adattamento costituì la loro forza, quella marcia in più, che le donne ebbero, rispetto ai maschi, per sopravvivere, pur essendo ridotte peggio di animali sporchi e senza cibo. L’orrore da loro affrontato era diverso, basti pensare al trauma della rasatura delle loro bellissime chiome e all’amenorrea che sopraggiungeva. Cercarono tutte di aiutarsi tra loro e la forza dell’amicizia permise loro di dare, in quel contesto doloroso, il meglio delle loro capacità mentali.

Ravensbrück fu un campo molto diverso dagli altri. Non fu concepito come campo di sterminio ma prigione per disadattate. Essendo situato nella Germania orientale si è potuto avere accesso in quel luogo soltanto negli anni Novanta, dopo la riunificazione del paese.

Nel 1935 i Nazisti implementarono un programma, meglio noto come Lebensborn. In una serie di case, donne singole o maritate, di “pura” razza potevano far nascere i loro figli che là potevano crescere ben accuditi. Nello stesso tempo l’aborto divenne illegale per le donne “pure” mentre aumentarono i controlli sulle nascite e le restrizioni per le altre donne costrette alla sterilizzazione. Non possiamo dimenticare a tal proposito la testimonianza di Ceja  Stojka, bambina dall’infanzia rubata, che prima di finire nei campi di concentramento era già prigioniera da libera e che a Ravensbrück venne sterilizzata insieme a tante altre deportate, contro la sua volontà.

Alla fine del 1938 i Nazisti decisero di costruire un campo di prigionia per sole donne a poca distanza da Berlino per internare il crescente numero di prigioniere politiche che il regime considerava sgradite. Dal vicino campo di Sachenhausen  arrivarono i prigionieri per costruire le diverse strutture femminili ai margini del lago vicino il villaggio di Füstenberg. Il campo di concentramento di Ravensbrück, aperto il 18 Maggio dell’anno successivo accolse quasi 900 donne tedesche ed austriache precedentemente internate nella fortezza di Lichtenberg. Fu utilizzato soprattutto per prigioniere politiche, asociali, criminali, Testimoni di Geova ed Ebree. Inizialmente costruito per la detenzione di 4000 persone, il campo nel 1945 aveva 50000 prigioniere, provenienti da 23 nazioni.

Diverse le trasformazioni del luogo che da prigione divenne campo di lavoro, rimanendo operativo fino al 30 Aprile 1945 quando la Croce Rossa si prese cura delle ultime tremila donne. Le donne trasferite in questo campo servivano come manodopera per la macchina da guerra nazista. Nel 1944 fu costruito un forno crematorio e nella primavera successiva venne fatta una camera a gas, in cui morirono 6000 donne. In precedenza, le donne venivano invece mandate a morire nei sottocampi o ad Auschwitz. Cambiando le caratteristiche del campo cambiò anche la tipologia delle deportate. Furono solo 15000 quelle tornate libere con le proprie gambe! Poi furono anche trasferiti nel corso degli anni degli uomini da Buchenwald per le riparazioni delle automobili e per lavori elettrici, uomini che erano alloggiati in una struttura isolata dalle donne.

In media le donne qui avevano meno di trenta anni e provenivano soprattutto da Polonia, Russia e Germania. Queste erano le percentuali: 78% prigioniere politiche, 12% Ebree, 7.1% asociali, 2.8% criminali. Le asociali comprendevano zingare, prostitute, alcolizzate e senzatetto. Nel triangolo che le deportate dovevano cucirsi indosso c’era anche l’iniziale del paese di provenienza. L’unico triangolo che a Ravensbrück non si vedeva era quello rosa, usato per gli omosessuali. Le SS consideravano l’omosessualità una malattia da curare, quindi le lesbiche che venivano arrestate rientravano nel gruppo delle asociali, sebbene negli elenchi accanto al nome c’era un’annotazione come si legge nella testimonianza di Nanda Hebermann, cattolica, che fu arrestata nella Cattedrale di Munster l’8 febbraio 1941 per l’aiuto che offriva alla Resistenza e che scrisse un memoriale sulla sua esperienza, lei che fu costretta a vivere proprio nel blocco delle prostitute. Donna pia e buona, si trovò malissimo in mezzo a loro il cui linguaggio era volgare e scurrile e che avrebbe voluto essere in un’altra baracca magari insieme alle combattenti della Resistenza. Per lo più francesi queste erano classificate come prigioniere Nacht und Nebel. Vivevano completamente isolate dal mondo e non potevano né ricevere né scrivere lettere. Scomparvero senza lasciare tracce e di loro non fu rilasciata alcuna notizia. Le ceneri delle donne uccise venivano gettate nel lago Schwetd. Oggi in loro ricordo chi visita il campo getta rose nelle acque del lago.

Molti disegni fatte dalle deportate del campo mettono in evidenza il sovraffollamento ed una prigioniera politica, Nina Jirsikova ne fa un quadro alquanto umoristico. Il disegno conosciuto come Block Assignment fa vedere le donne una sull’altra. Dalle figure si notano le diverse nazionalità e la mancanza di privacy. Accumunate solo dall’essere donne, tutte di etnia e religione diversa! E nel disegno si notano le babuskas, tipiche babucce russe.

IMMAGINE DI APERTURA: Monumento alle vittime dell’Olocausto a Minsk – Foto di Lynn Greyling da Pixabay 

27 Gennaio, Giorno della Memoria: Teresa Lazzaro. Le venti farfalle di Bullenhuser Damm

Rimane viva la memoria dei venti bambini di Bullenhuser Damm

Durante il corso della settimana in cui ricade il Giorno della Memoria, dedicato nel mondo alle vittime della Shoah, vorremmo ricordare anche Teresa Lazzaro che ha dedicato i suoi anni d’insegnamento alla sensibilizzazione delle giovani generazioni sulla «tempesta devastante» (questo il significato di Shoah) che ha colpito il popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale. Per contribuire ad evitare che si possa dimenticare un simile orrore, per il 27 gennaio e per tutta la settimana successiva, il bel libro “Venti farfalle e una nuova primavera” di Teresa Lazzaro sarà interamente sfogliabile online e, chi vorrà, potrà conservarlo operando il download del file.

Experiences ha pubblicato “Venti farfalle e una nuova primavera” di Teresa Lazzaro, perché è un libro che cammina e scuote le coscienze. Nel giardino di rose bianche della scuola di Bullenhuser Damm (Amburgo) è scritto: “Qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani parla”. Nel cantinato dell’istituto, il 20 aprile 1945, venti bambini ebrei provenienti da vari paesi d’Europa furono uccisi spietatamente. Sergio De Simone era italiano. Insieme agli altri fu ingannato ed usato come cavia in esperimenti contro la tubercolosi. All’arrivo delle truppe angloamericane, i bambini furono impiccati e i loro corpi trasportati col vagone postale a Neuengamme, per farne sparire ogni traccia nel forno crematorio.

Teresa, cattolica praticante, insegna(va) ai suoi piccoli allievi a guardare il mondo. Aderendo alle indicazioni della conferenza di Stoccolma del 2000 contribuisce «a promuovere l’istruzione, la memoria e la ricerca sull’Olocausto». L’idea di comporre il libro è sorta quando è stata invitata a Uppsala in Svezia, per testimoniare la propria esperienza d’insegnamento della Shoah. Ora il suo libro esiste e ad aprile del 2015 è stata curata la versione inglese presentata ad Amburgo, per la ricorrenza del 70° anniversario. Le colorate farfalle dei piccoli ometti di Teresa sono state esposte nel museo della memoria della scuola di Amburgo, come illustrato dalle foto che accompagnano il nostro servizio sulla giornata della memoria.

Teresa Lazzaro nella libreria Doralice di Messina firma le copie del suo libro
Le farfalle degli alunni dell’Istituto Comprensivo Manzoni-Dina e Clarenza di Messina in mostra ad Amburgo nella scuola di Bullenhuser Damm dove furono uccisi i venti bambini.

GIORNATA DELLA MEMORIA 

Il volume di Teresa Lazzaro comprende un suo saggio presentato alla Conferenza Memory Revisited che si è svolta ad Uppsala (Svezia) nel 2013 e poesie sulla tragica storia di bambini ebrei uccisi nella scuola di Bullenhuser Damm (Amburgo) il 20 Aprile 1945

Alessandro Morello – Un mare di sfumature. Universo Mediterraneo

di Alessandro Morello

Il mare porta in sé diverse accezioni, ognuna delle quali cambia il rapporto che i soggetti hanno con i luoghi. Può essere un luogo di transito, un confine, un luogo mitologico e dell’ignoto. Si può osservare dalla terra e da qui ci si rende conto della sua immensità e si percepisce il senso di spaesamento che compare all’orizzonte, quando il nostro sguardo s’interrompe. 
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Matteo Rubboli: le oscure origini della Fiaba “Biancaneve e i Sette Nani”

Quella di Biancaneve e i Sette Nani è una delle più famose favole del mondo, popolarmente conosciuta per la sua stesura da parte dei Fratelli Grimm e poi per il film Disney vincitore del premio Oscar nel 1937. Come molti racconti dei Grimm si ispira alle leggende e alle storie della tradizione popolare tedesca. La versione che viene oggi universalmente raccontata è quella più “digeribile” da parte di un pubblico non adulto, e venne pubblicata per la prima volta nella raccolta dei Grimm del 1857. La fiaba del 1812 è profondamente diversa da quella che tutti noi conosciamo…
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Giorgio Chiosso – Alfabeti d’Italia. La lotta contro l’ignoranza nell’Italia unita

Al momento dell’Unità gli italiani che sapevano leggere e scrivere erano appena 6 milioni, un quarto della popolazione. È legittimo sospettare che tra questi molti fossero alfabeti dalle incerte capacità. Gli italofoni erano inoltre una ridotta minoranza, in prevalenza concentrati in alcune regioni del Paese. Da quel momento venne ingaggiata una vera e propria guerra all’ignoranza, combattuta su più fronti: la scuola innanzi tutto, ma anche mediante le tante iniziative promosse da benefattori e filantropi per adulti, soldati, giovani lavoratori, donne. Il volume lo documenta con ampiezza di dati e ricchezza di documentazione. Non mancarono aspetti contraddittori. Fu a lungo persistente il timore che un eccesso di istruzione potesse avere pericolose conseguenze sul piano degli equilibri sociali e non tutti fruirono allo stesso modo del diritto alla conoscenza. Ma bisogna riconoscere che, pur fra limiti e difficoltà di ogni genere, la conquista dell’alfabeto rappresentò un fenomeno davvero epocale. Lo dimostrano sia la varietà dei luoghi dell’alfabetizzazione sia quella dei protagonisti in campo: politici e intellettuali, pedagogisti e uomini di scuola, preti e massoni, socialisti e cattolici, ciascuno con la sua fede ideale, ma tutti convinti che l’Italia unita non potesse più tollerare italiani senza alfabeto.

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Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze: Pellegrino Artusi – il tempo e le opere

In occasione del centenario della morte di Pellegrino Artusi, presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (era il 31 marzo 2011) fu inaugurata una mostra bibliografica e documentaria organizzata da BNCF, Accademia della Crusca, Comune di  Forlimpopoli e Comune di Firenze e Casa Artusi (Pellegrino Artusi: il tempo e le opere). Attraverso una selezione di opere dell’autore, di documenti legati alla sua biografia, alla sua attività di studio, particolarmente sulla lingua, alle sue relazioni col mondo editoriale, la mostra ha illustrato la genesi di un’opera che non è soltanto una raccolta di ricette, ma un testo di indubitabile valore storico e linguistico, che ha contribuito in maniera significativa alla diffusione della lingua italiana unitaria non solo scritta ma anche parlata, entrando, col suo straordinario successo, nella tradizione più consolidata del paese.

IMMAGINE DI APERTURA – Pellegrino Artusi da Jukebox artusiano, Internet Archive

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Scrivere articoli per suscitare Emotions

Una rivista di viaggi, cultura, sapori, benessere, per suscitare Emotions. Una serie di articoli, recensioni, narrazioni organizzative, e-book e altri prodotti editoriali, pensati per un lettore sofisticato che ama l’esperienza del viaggiare, la conoscenza del bello in ogni sua sfaccettatura. Questo è il numero dedicato alle feste di Natale 2019 e col quale si apre il nuovo Anno 2020.
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Charles Dickens – CANTICO DI NATALE per augurarvi Buone Feste

Il Cantico di Natale, una delle opere più famose e popolari di Charles Dickens (1812-1870) è una storia fantastica sul ravvedimento dell’avaro e scontroso Scrooge, visitato nella notte di Natale dal defunto amico e socio d’affari Marley e dai tre fantasmi del Natale passato, Natale presente e Natale futuro. Il racconto è una critica sottile ed efficace dell’autore nei confronti della società dell’epoca soggetta alle problematiche della Poverty Law (Legge contro la povertà). Ma è anche una delle più celebri e coinvolgenti storie che sanno restituire lo spirito universale del Natale.

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