13 – In Messina, o piove o è festa o è contro i privilegi

Dove il professore illustra alla sua allieva le condizioni sociali ed economiche di una città che si avvia verso l’era moderna. Sulle colline si pratica la coltivazione del gelso, così importante per la sua economia, giacché alimenta ed influenza la nascente industria della seta. In città si gestisce una fiorente attività mercantile. Molte sono le concessioni governative e le prerogative che costituiscono la fortuna degli scambi commerciali con i paesi del Nord, italiani ed europei. Come altre società in espansione, anche quella messinese è tuttavia afflitta dalle questioni sociali, economiche e politiche.

La lampada della scrivania rimase accesa per l’intera notte. Si destò sentendo il campanello della porta d’ingresso. Si guardò intorno, con occhi cisposi, per niente sorpreso di aver dormito su di un divano. Capitava, talvolta, quando si concentrava nella lettura. Gli sovvenne, piuttosto, di avere dato appuntamento alla sua allieva in prima mattinata. Questo lo imbarazzò non poco, perché teneva a presentarsi sempre con un aspetto ordinato. Cercò di ravvivarsi i capelli e ricomporsi; poi, senza fretta, andò ad aprire.
La ragazza era raggiante come il sole.
La pregò di accomodarsi e attenderlo nello studio, il tempo per fare un caffè. La luce inondava la stanza, le imposte erano rimaste dischiuse dalla sera precedente. Fogli segnati, e soprattutto libri, erano gettati alla rinfusa: sullo scrittoio, sulla bergère, sul sofà, sul tappeto. La libreria ne mostrava i vuoti.
Avrebbe continuato a sfogliare con interesse i volumi recuperati qua e là, se il professore non fosse entrato con due tazze di caffè fumanti. Un profumo inebriante a quell’ora del mattino.
«Ho passato la serata a riflettere. Senza accorgermi mi sono addormentato».
La ragazza sorrise, come per dire che non c’era bisogno che si giustificasse del disordine per lui del tutto inusuale. Aveva preso una delle prime edizioni del Civitates orbis terrarum, Colonia 1572, curata da Georg Braun. Benché geloso delle sue opere rare, il professore la lasciò fare, ammirandone i movimenti lievi e riguardosi. Le sue mani sfioravano il volume quasi lo accarezzassero. Aprì la pagina distinta da un segnalibro: raffigurava una veduta prospettica di Messina intorno alla metà del Cinquecento disegnata da Georgius Houfnaglius. L’incisione mostrava l’area del porto, stracolmo di velieri. La cinta delle mura, lungo la quale risaltavano i castelli, racchiudeva in forma trapezoidale un tessuto fitto di case, chiese, monasteri, piazze, con il gran piano di San Giovanni in evidenza.
Lesse l’intestazione che diceva: «Messana urbs est Sicilie… maxima, situ, opulentia,…», continuò la lettura, traducendo dal latino: «Messina è città importantissima per sito, ricchezza e per la sicurezza del porto, nella quale mirabile appare la forza della natura, molto popolosa: dalla parte dell’Italia, separata dalla crudele Cariddi, ad occidente chiusa dai monti, famosissima per gli edifici pubblici e privati di raffinata eleganza, per una fonte perenne, per le antichissime statue e per i telai di vesti di seta».
«I telai di vesti di seta…», la interruppe il professore. «Nella seconda metà del Cinquecento la città era già identificata per la produzione serica in pieno sviluppo».
Come se il tempo, tra la sera precedente e il mattino, non fosse per nulla trascorso, il professore continuò con la sua speciale allieva – così sensibile, così attenta – quel discorso che il sonno aveva interrotto:
«Fisicamente assomigliava al nucleo dell’odierno centro storico. I fondi, dissodati e messi a coltura con piantagioni di gelso per far fronte all’alimentazione dei bachi da seta, costituivano l’autentica ricchezza della città, che incrementava i traffici marittimi. Nella raffigurazione cartografica, dentro e fuori della penisola falcata si scorge la gran quantità d’imbarcazioni. Esportavano i prodotti affluenti dall’entroterra…».
«Navi con a bordo ricche mercanzie…».
«Molto ricche. Si estraevano duemila balle di seta l’anno, commercializzate soprattutto attraverso le navi provenienti da Genova, che facevano acquisti durante la fiera d’agosto, approfittando che il porto in quei giorni era franco dai diritti regi, in conformità dei privilegi di cui godeva Messina».
«Nel periodo della fiera le merci erano esenti dalle imposte governative?».
«Certamente! Grazie a tale concessione, e a tante altre prerogative simili, derivava la fortuna degli scambi commerciali. In conseguenza di questa crescita, Messina divenne presto centro d’immigrazione».
Il professore prese alcune note bibliografiche, per farle utilizzare alla ragazza come orientamento. Si accomodò sulla bergère e iniziò quasi a rappresentare la scena di un film immaginario che scorreva davanti ai suoi occhi:
«Come di norma accade, da principio l’inurbamento fu indotto da coloro che abbandonavano gli antichi borghi agricoli e seguivano i feudatari in città. Si riversarono domestiche, bottegai, muratori, e progredendo si aggiunse la manodopera specializzata: fornai e pasticceri, artigiani e artisti, armieri, tipografi e librai… Con lo sviluppo serico affluirono naturalmente i tessitori e i tintori. Nel tempo l’immigrazione divenne sempre più qualificata: mercanti e finanzieri… di provenienza ligure, lombarda, toscana.
Nelle testimonianze del processo a Pellegrina, faccia attenzione a una certa comunità, per così dire, Napolitana. Vi erano, però, anche molte altre comunità di origine nordica o atlantica… Queste colonie, estranee al tessuto sociale di allora, rappresentavano sicuramente una novità capace d’imporre un rinnovato indirizzo commerciale verso i grandi mercati europei…».
«I testi che ho consultato», intervenne la ragazza, «evidenziano un gran numero di rappresentanze straniere in città. Non mi riferisco solo ai consolati di Genova e Venezia, che esistevano da lungo tempo, o a quelli meridionali come calabresi, liparoti, napoletani, apuli. Parlo dei grandi consolati di Francia, del Portogallo, d’Inghilterra…».
«Dirò di più! Messina, grazie alla ricchezza che i commerci avevano sviluppato, avrebbe potuto aspirare in questo periodo all’autonomia rispetto alla corona spagnola. La storia prese un’altra direzione. Dal momento che godeva di una posizione di forza – visto che la monarchia aveva sempre più bisogno di denaro, di navi, di soldati da stipendiare e armare – con i patrimoni di potenti famiglie private sorsero banche di notevole consistenza economica per contribuire a finanziare le spese che la corona doveva sostenere. Ecco perché invece di reclamare l’autonomia era considerata preferibile la concessione di privilegi…».
«Contando su tali presupposti, non era difficile ottenere e, quindi, imporre privilegi».
«Lo conferma acutamente, ancora una volta, quell’ispettore finanziario napoletano, venuto nell’Isola nel 1593. Si ricorda di Alfonso Crivella e del suo Trattato di Sicilia? A proposito di Messina scriveva…». Il professore si alzò per cercare il libro, che doveva avere appoggiato da qualche parte, ma presto desistette e preferì sintetizzare a memoria: «La città era dotata di una infinità di privilegi concessi dai viceré che si erano succeduti in rappresentanza delle corone di Aragona e di Spagna. Poiché c’era sempre un privilegio da osservare o da applicare, cominciò a serpeggiare un motto: A Messina o piove o è festa o è contro i privilegi, per significare che, immancabilmente, non si poteva fare niente per via del cattivo tempo o per le pause festive, oppure per la comparsa al momento opportuno di qualche privilegio».
«Ce n’erano così tanti?», chiese incuriosita la ragazza.
«Contava poco quanti fossero…». Il professore aveva finalmente trovato il libro che cercava. «Spiega Crivella che quando si stava discutendo di qualcosa che potesse entrare in contrasto con i privilegi della città, bastava solamente richiamarsi all’esistenza di un privilegio superiore e mettere fine alla disputa. Per contro, qualora fosse stato richiesto di esibire quel tale privilegio superiore, si sarebbe risposto che non vi era alcun obbligo, perché mostrare il privilegio è pur contra privilegio».

Si era stabilita tra professore e allieva una armoniosa sintonia. Accade di rado e questo andava a tutto vantaggio della ricerca. Ciò che più contava è che tutti e due sembravano divertirsi a sviscerare la materia senza accusare una pur minima fatica.
«A dispetto dello sviluppo economico», continuò la giovane, «le condizioni sociali mi pare che fossero piuttosto precarie, tanto che il governo spagnolo, dalla prima metà del secolo, dovette istituire un presidio militare stabile per sedare tumulti di popolo».
«Questo è comprensibile, perché, quando una situazione è in evoluzione, lascia sempre molti scontenti. Come altre società in espansione, anche quella messinese era afflitta da problemi sociali, economici, politici. È probabile, che questi tumulti si possano inquadrare nella lotta tra nobili e popolo. Vorrei farle osservare che nobili e popolo sono termini che non si riferiscono a delle classi omogenee, ma denotano soggetti appartenenti a gruppi sociali diversi, uniti da interessi momentanei o costanti…
È lecito supporre che una catena vera e propria unisse i grandi mercanti esportatori di seta agli artigiani tessitori e tintori. Questi erano connessi ai trattori della materia prima, collegati a loro volta agli allevatori di bachi da seta o ai contadini che procuravano le fronde. Questi ultimi non producevano soltanto gelsi, ma anche olio e vino, che esportavano a Tripoli o fornivano ai regi eserciti. Con evidente contraddizione, ne conseguiva che questi contadini erano interessati allo stato di guerra per vendere più vino e allo stato di pace per produrre gelsi e bachi da seta».
«Senza dubbio una situazione alquanto articolata», commentò la ragazza, rosicchiando il cappuccio della penna tra i denti.
«Indubbiamente! La situazione non riguardava soltanto le rivolte dei poveri contro i ricchi, ma anche lotte interne alle stesse classi sociali. Nobili, borghesi, popolo, erano ceti molto variegati. Si poteva ravvisare un popolo grasso e un popolo minuto… Ovvero da una parte coloro che si erano arricchiti e accrescevano le fila di una borghesia danarosa, ma non certo aristocratica. Dall’altra gli artigiani di basso livello non organizzati nelle corporazioni, i salariati e la plebe infima. Nardo stava facendo di tutto per passare dalla classe operaia a quella padronale.
Stessa cosa si può dire della nobiltà, ben distinta fra quella di antica tradizione e quella inurbata, composta di feudatari provenienti dai paesi del Valdemone. Assistiamo inoltre alla formazione di un ceto borghese tutto particolare, perché era borghese quando viveva all’interno delle mura cittadine, ma rimaneva, pur sempre, in stretto rapporto economico con i possedimenti agricoli d’origine…».
«Accanto a questi problemi d’ordine pubblico occorre considerare il fenomeno del famigerato brigantaggio, non certo una particolarità isolana, ma esteso in tutta Europa…», soggiunse l’allieva, intenta di continuo a fissare e integrare annotazioni su spessi quadernoni a righe.
«L’imposizione di una gran quantità di tributi», rispose il professore, «era determinata dal disastroso quadro economico, che si aggraverà negli anni a venire… Pagare esosi balzelli al governo spagnolo era insostenibile per la popolazione. Per giunta si verificò l’esclusione di pastori e contadini dall’utilizzo delle terre baronali. Gli usi civici venatori, di pascolo, di transumanza, di legnatico, in qualche modo avevano contenuto fino allora la situazione».
«Per questi motivi si vennero a creare bande armate e società segrete…».
Il professore cercò sulla scrivania gli appunti del processo a Pellegrina, che riguardavano la deposizione del Sabato Santo.
«Tenga presente il fratello del cognato di Carcano. Quello in procinto di essere martoriato. Con tutta probabilità quel certo Ioannello Ballota faceva parte di una delle bande che scorrazzavano nei latifondi tra Peloritani e Nebrodi. Questi briganti vessavano i fondi baronali con richieste di pizzo. Se non avessero pagato, le coltivazioni sarebbero state devastate e il bestiame trafugato. La popolazione per terrore o per interesse, procurava informazioni sui movimenti della milizia, favoriva coloro che facevano sparire i beni razziati, proteggeva i ricercati e aiutava i carcerati… come fa Pellegrina, che manda a Ballota il suo pane magico da mangiare prima di subire la tortura».
«In ultima analisi, quel tal Ballota, doveva far parte di queste organizzazioni criminali; ma non c’è dato sapere se favorisse il popolo angariato o qualche ricco feudatario».

Parlavano da oltre due ore, quando il professore sussultò per essersi reso conto del forte ritardo. Per quanto la conversazione gli avesse fatto dimenticare una notte trascorsa sul divano, si scusò di non potersi intrattenere ancora e concluse: «Con queste lotte sociali, non mancarono colpi bassi per danneggiare gli avversari… potrei fare molti esempi, ma non ho tempo. Tuttavia, ho l’impressione che Pellegrina e Nardo rappresentino una prova tangibile di questa situazione complessa. Si può supporre che qualcuno abbia voluto scardinare non soltanto l’attività magica di Pellegrina, ma anche quella economicamente più consistente di Vitello, da considerarsi un nuovo ricco. Sono addirittura tentato di credere che questo qualcuno abbia avuto l’intenzione di colpire ancora più in alto di Vitello stesso. Affossando la sua bottega ben avviata, puntava a danneggiare colui che lo proteggeva e lo sosteneva finanziariamente. Tutto ciò per conseguirne consistenti vantaggi economici o politici».
Sulla porta, nel congedare l’allieva, sbrigativamente il professore aggiunse: «Ci vediamo alla biblioteca comunale. Dovrei incontrare il direttore…».

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